Destra di Popolo.net

EMIGRAZIONE ITALIANA: LE BALIE DI CATANZARO, REGINE DI TUNISI

Giugno 21st, 2015 Riccardo Fucile

QUANDO 230.000 ITALIANI   ANDARONO A LAVORARE SULLE COSTE DEL’AFRICA

Su 14 milioni di emigrati che partirono dall’Italia fra il 1876 e il 1914, una piccola ma consistente percentuale di 230 mila lavoratori sbarcò sulle coste settentrionali dell’Africa.
Le mete predilette erano l’Egitto, l’Algeria e la Tunisia, tanto che il nostro capo del governo Francesco Crispi, irritato dall’iniziativa di Parigi che vi istituì un protettorato, definì quest’ultimo Paese «una nazione italiana occupata dalla Francia».
A raccontare questo aspetto della nostra emigrazione, anche sulla scorta di nuove fonti, è Francesca Fauri nel saggio L’emigrazione italiana nell’Africa mediterranea 1876-1914, pubblicato nel nuovo numero della rivista «Italia contemporanea» (Franco Angeli).
Le partenze dall’Italia erano cospicue già  prima dell’Unità , a giudicare dall’attivismo nei centri costieri dei consolati toscano, ligure, veneto, siciliano, campano.
E poi la cifra di 230 mila sottostima molto il nostro contributo di manodopera in Nord Africa, perchè molti, soprattutto provenienti dalla Sicilia, dalla Sardegna e dalla Calabria, erano stagionali.
Agricoltori, in particolare viticoltori molto richiesti dagli imprenditori francesi, ma anche minatori, pescatori di corallo e… balie.
Molto richieste quelle di alcuni paesi della provincia di Catanzaro, rinomate per l’affidabilità  e la bellezza.
La motivazione principale era la paga, tre o quattro volte superiore a quella percepita in patria.
Un operaio agricolo, che in Sicilia prendeva da una lira a una e mezza a giornata, in un vigneto tunisino partiva da una base di 3,5 lire.
Mentre le balie potevano addirittura decuplicare la paga mensile, passando da dieci a cento lire.
Questi lavoratori spesso partivano a bordo di navi di linea (la compagnia di Raffaele Rubattino per un certo periodo istituì un viaggio bimensile) o a bordo delle «bilancelle», piccole imbarcazioni che offrivano il passaggio per 5 o 10 lire.
Molti da stagionali divennero stanziali e riuscirono a realizzare il sogno di comprare un pezzo di terra (piccole proprietà  da cinque a dieci ettari).

Dino Messina
(da “il Corriere della Sera”)

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QUANDO I CLANDESTINI ERAVAMO NOI: “CHIUSI IN CASA, SENZA POTER GIOCARE, CANTARE E PIANGERE”

Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile

LA MEMORIA STORICA DEI FIGLI DI IMMIGRATI ITALIANI IN SVIZZERA: “ORA SOFFRIAMO QUANDO MALTRATTANO I MIGRANTI AFRICANI”

Si raggomitolavano dentro i cofani delle auto per superare il confine, si rinchiudevano dentro l’armadio quando la polizia bussava alle loro porte, restavano barricati in casa per mesi interi, senza vedere mai la luce del sole.
Non si affacciavano alla finestra per paura di essere visti, non potevano giocare, non potevano cantare, non potevano piangere a voce alta, non potevano andare all’ospedale, non potevano andare a scuola, non potevano far rumore dentro le loro case perchè rischiavano di essere scoperti, denunciati, espulsi.
Clandestini, così venivano chiamati i bambini italiani nella Svizzera degli anni Settanta, quando le leggi governative impedivano i ricongiungimenti familiari alle decine di migliaia di lavoratori stagionali italiani che andavano oltralpe per sbarcare il lunario. Muratori, operai, imbianchini, saldatori, agricoltori.
Migranti allo stato puro, lavoratori stagionali a cui era impedito portarsi dietro i figli (tranne nei mesi estivi), costretti a restare in Italia lontano dai propri genitori per moltissimo tempo.
Leggi severissime, quelle svizzere, trasgredite da almeno 15 mila italiani.
Portavano i loro figli in Svizzera clandestinamente, pur di non lasciarli da soli in Italia.
Li nascondevano nelle valigie per superare la frontiera, oppure nei bauli delle macchine, magari rannicchiati tra i ferri del motore.
Quarant’anni fa, i clandestini eravamo noi.
Braccia ruvide dedite al lavoro nei campi, nelle fabbriche, per le strade.
Spesso discriminati, emarginati dalle politiche, numeri più che uomini, accusati di rubare il lavoro agli svizzeri.
Qualcuno dormiva in baracche, altri si ammassavano negli appartamenti, dentro stanzoni fatiscenti e sovraffollati, tra materassi e valigie.
Baraccati, sporchi, nomadi.
«Eravamo i negri dell’epoca», racconta tristemente Renato, uno dei bambini cresciuti in clandestinità .
Gli italiani lavoravano dieci, dodici ore al giorno. E durante la giornata, i loro figli piccoli dovevano chiudersi in casa, senza fiatare.
«Avevo dieci anni, ero in casa e mi feci male al braccio — ricorda Egidio Stigliano, oggi over 50 —. L’ospedale era vietato, mi avrebbero scoperto, così mio padre inventò un’ingessatura rudimentale».
I segni di quell’ingessatura sono visibili ancora oggi, lungo quel braccio invalido e ricurvo che si piega malamente.
«È doloroso ricordare il passato, ma spero che la mia storia possa contribuire a migliorare le condizioni di chi è clandestino oggi», racconta Catia Porri, cresciuta a Zurigo in una stretta mansarda di periferia.
«Attraversai il confine pigiata nel cofano nell’Alfa Romeo di mio padre, avevo il terrore che mi scoprissero. Al confine sentivo i poliziotti svizzeri che urlavano minacciosamente agli italiani: “Avete bambini?”».
Poi l’adolescenza claustrale, chiusa in 30 metri quadrati.
«Restavo tutto il giorno a letto, senza camminare perchè il pavimento scricchiolava e i vicini si sarebbero potuti accorgere della mia presenza.
Per fare i bisogni, anzichè andare in bagno, utilizzavo un vaso da notte».
E poi c’è Rosa, un’altra bambina italiana che ha trascorso l’infanzia nascosta in due stanze insieme agli otto fratelli: «Ci arrangiavamo in quel poco spazio, testa e piedi incastrate per riuscire a dormire».
Fino a quando furono scoperti dalla polizia: «Ci caricarono tutti sul treno e ci rispedirono in Italia».
Le storie dei bambini italiani clandestini sono state raccolte dalla scrittrice Marina Frigerio nel libro «Bambini Proibiti».
Lei è psicoterapeuta infantile e nel corso degli anni Settanta ha assistito numerosi piccoli italiani: «L’infanzia in clandestinità  li ha segnati, hanno sviluppato difficoltà  nel linguaggio perchè non parlavano mai con nessuno. Molti hanno tutt’ora disturbi del sonno, quando erano clandestini avevano attacchi di panico durante la notte. Altri hanno sviluppato un senso di inferiorità  e qualcuno soffre di solitudine».
Un’infanzia nascosta che li ha segnati per sempre, che oggi torna a galla quando accendono la televisione: «Quando sento accuse gratuite verso i clandestini africani — racconta Egidio Stigliano — mi fa veramente male, perchè quelle ingiurie le ho subite sulla mia pelle. Noi italiani abbiamo la memoria corta, ci farebbe bene ricordare il nostro passato recente per trattare con più dignità  i profughi di oggi, in fuga dalla miseria proprio come lo eravamo noi».

(da “il Corriere della Sera”)

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COMPAGNI DI…STRADA

Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DELLA VERITA’ E’ OGGI LA PRIMA OPERA DI CARITA’

Al tranello della demagogia («Perchè non ospiti i profughi a casa tua?»), Cecilia Strada di Emergency ha risposto con le parole della laicità : «E perchè dovrei? Vivo in una società  e pago le tasse anche per aiutare chi ha bisogno. Ospitare un profugo è carità . Creare accoglienza con le tasse è giustizia».
È tipico di una certa Italia refrattaria allo Stato evadere il fisco per poi salvarsi l’anima organizzando collette per i bisognosi.
La stessa Italia che accusa di incoerenza chiunque si batte a favore di un mondo più equo, in base alla curiosa idea che per essere autorizzati a farlo sia necessario indossare il saio di san Francesco.
L’obiezione a cui Cecilia Strada ha replicato da par suo è di una stupidità  contagiosa.
Per dire: io sono favorevole ai matrimoni gay, ma non per questo ho mai preso in considerazione l’ipotesi di sposare un uomo, a parte forse Paolino Pulici.
Nemmeno le tasse, qualora venissero finalmente pagate da tutti, basterebbero però a creare il mondo perfetto, altrimenti non ci sarebbe bisogno di Emergency.
La solidarietà  serve, anche se si esprime in modi diversi.
Aprendo le porte, ma anzitutto le teste.
Come fanno i Salvini a ridurre l’esodo biblico di migliaia di esseri umani a pretesto per battute da bar?
Nessuno ha la soluzione in tasca ed è comprensibile che i residenti impoveriti si sentano minacciati nei loro residui diritti da masse di persone ancora più disgraziate di loro.
Per questo gli andrebbe almeno spiegato che i profughi a cui la polizia di Ventimiglia mette le mani in faccia non sono invasori o terroristi, ma fuggitivi con l’unica colpa di volere restare vivi.
Il racconto della verità  è oggi la prima opera di carità .

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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LA “SHAKIRA CURDA” CANTA L’INNO ANTI-ISIS A FIANCO DEI PESHMERGA, MENTRE LE TRUPPE CURDE AVANZANO SU TAL ABYAD

Giugno 14th, 2015 Riccardo Fucile

GLI UOMINI E DONNE DELL’ESERCITO CURDO SFONDANO LE LINEE DELL’ISIS

E’ la pop star curda a firmare il primo inno anti-Isis.
Helly Luv è in visita alle truppe peshmerga impegnate in Siria contro Isis ed ha cantato “Revolution”, il motivo del nuovo video nel quale veste la divisa dei combattenti curdi mentre ferma i tank del Califfato, guidando civili e militari al riscatto contro gli aggressori.
Nelle immagini la “Shakira curda”, come viene sovente chiamata, innalza striscioni con le scritte “End the War” e “No Violence”, mostrandosi con la kefiah biancorossa dei curdi mentre si batte a fianco dei peshmerga che difendono i propri villaggi dagli attacchi di Isis.
“Siamo uniti” canta Helly Luv e in alcuni fotogrammi appare uno striscione con i simboli di tutte le fedi – dalla mezzaluna alla croce fino alla stella di David ed alla ruota buddista – per sottolineare l’importanza di agire assieme contro i terroristi.
«Sono voluta venire qui, fra i peshmerga, per fare qualcosa per loro, considerandomi una di loro» ha detto la pop star durante una tappa della tournee ad Arbil.
«Il mondo deve unirsi ai peshmerga per battere Isis» ha aggiunto, identificando in questa richiesta il messaggio di “Revolution”.
Nel frattempo i curdi siriani del movimento YPG, sostenuti da nuclei di ribelli e dai raid della coalizione, sono a pochi chilometri dalla cittadina di Tal Abyad, al confine con la Turchia.
La campagna lanciata dai curdi con movimenti da Est e da Ovest ha confermato ancora una volta come i militanti islamici, quando incontrano un avversario motivato e deciso, non sono invincibili.
I curdi li hanno battuti a Kobane, quindi hanno sviluppato un’offensiva paziente che li ha portati, villaggio dopo villaggio, fino a Tal Abyad. E questo nonostante il loro armamento sia infinitamente inferiore
Tal Abyad riveste un ruolo importante per lo Stato Islamico.
E’ la porta sul territorio turco, può essere usata per ogni tipo di traffico, dunque ha un valore economico, è snodo di transito per i volontari provenienti dall’estero, è sull’asse stradale che conduce a Raqqa, la città -covo dell’Isis, “casa” dei dirigenti e prigione di tanti ostaggi e rappresenta un cuneo, una frattura, tra l’area curda di Kobane e quella di Cizere.

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GIOVANI ITALIANI FERMATI CON DROGA, I GENITORI ACCUSANO I CARABINIERI: “NON AVETE ALTRO DA FARE?”

Giugno 13th, 2015 Riccardo Fucile

PADRI E MADRI COCCOLANO I FIGLI SORPRESI CON COCAINA E COLTELLO E SE LA PRENDONO COI CARABINIERI DI SALO’: “SIETE TROPPI RIGIDI, ROVINARE UN GIOVANE PER COSI’ POCO”

Si sa, «ogni scarrafone è bello a mamma soja» e i ragazzi italiani sono tutto fuorchè emancipati, ma che i genitori se la prendano con i Carabinieri perchè fermino i figli con le tasche piene di marijuana e cocaina è decisamente troppo anche per la più orgogliosa delle mamme.
«Non avete altro da fare che prendervela con mio figlio per uno spinello? Rovinare un giovanissimo per così poco…», hanno detto alcuni premurosi genitori ai militari che li avevano chiamati per riportare a casa i loro pargoli dopo un controllo andato a segno in un locale di Moniga del Garda.
La scena: nuvoloni di fumo di cannabis, musica a tutto volume e risse tra giovanissimi. «Non una novità , il locale è noto per fatti simili», secondo i carabinieri.
Le luci si accendono, i cinofili entrano in azione e nel fuggi fuggi generale i più scaltri di disfano della droga che tengono in tasca.
In sei non scampano ai controlli.
«Documenti prego».
In tasca hanno 30 grammi tra marijuana e cocaina, a uno di loro viene pure trovato un coltello a serramanico.
Strano modo per divertirsi. I carabinieri chiamano i genitori, non si aspettano certo un ringraziamento ma accade l’inverosimile.
Padri e madri, prontamente accorsi in pigiama per riportare a casa i figlioli dopo una notte di divertimento interrotta dai controlli, si prodigano a coccolarli (e rincuorarli) accusando i carabinieri: «Non avete altro da fare?», «Ma dai, nemmeno avesse un chilo», «Rovinare un giovane per così poco», «Siete troppo rigidi», «Ve la prendete per uno spinello».
Dopo la difesa, è scappato pure il bacino italico della buonanotte.

Vittorio Cerdelli
(da “il Corriere della Sera”)

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IL CUORE DEI MILANESI IN AIUTO AI PROFUGHI IN STAZIONE CENTRALE: 500 VOLONTARI E TANTI CITTADINI CHE PORTANO VESTITI E CIBO

Giugno 13th, 2015 Riccardo Fucile

I MEDICI: “BASTA ALLARMISMI SULLA SCABBIA, SI CURA FACILMENTE, NESSUN ITALIANO E’ MAI STATO CONTAGIATO”

Un ragazzo eritreo arriva al presidio sanitario. Indossa una tunica bianca, l’ha appena ricevuta da uno dei tanti volontari che distribuiscono abiti puliti ai migranti arrivati in Stazione Centrale di Milano.
Si gratta, ha gli occhi stanchi. Il medico lo visita, la diagnosi è veloce e uguale a quella di altri: scabbia. Il giovane si sveste e gli viene spalmata una pomata su tutto il corpo. Dovrà  tenerla per 8 ore poi lavarsi e indossare vestiti puliti. Così dovrebbe guarire. Gli viene lasciato un foglio con le indicazioni per la terapia. Dovrà  mostrarlo ai volontari di uno dei centri di accoglienza dove, probabilmente, trascorrerà  la notte.
I casi di scabbia tra i migranti arrivati a Milano ci sono, “ma non meritano alcuna psicosi o allarmismo”, come puntualizza Giorgio Ciconali, direttore dell’Ufficio di igiene della Asl.
“La scabbia tra i migranti del Corno d’Africa ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi mesi. Siamo arrivati a 600 casi dimostrati, ma sono tutti di importazione. La malattia è stata contratta prima o durante il viaggio per arrivare qui —spiega Ciconali-. Non esistono casi di contagio tra chi ha avuto contatti con i migranti. La scabbia è una malattia fastidiosa ma non grave e, soprattutto, non si trasmette facilmente. Per evitare il contagio basta seguire pochi e semplici norme igieniche, come indossare guanti di lattice e lavarsi spesso le mani con i comuni disinfettanti”.
La conferma della non gravità  della malattia è arrivata anche dal Ministero della Salute. “Non si tratta di un’epidemia, ma di una patologia dermatologica banale per la quale esiste una terapia a basso costo —ha detto il direttore generale Ranieri Guerra-. Nel 2015 i casi di scabbia rilevati dai medici di confine negli sbarchi degli immigrati, sono circa il 10%: 4.700 casi di scabbia su 46 mila individui in arrivo nei porti italiani”.
Tra i ragazzi in coda per una visita al presidio di Milano ce ne sono alcuni visibilmente provati. Qualcuno si tiene la testa fra le mani, qualcun altro quasi piange.
Per tre ore al giorno al presidio della Stazione c’è anche un pediatra. Oggi però sono arrivati solo tre bambini. “Stanno meglio degli adulti-spiega il dottor Ciconali- e questo è un bene”. Un mamma porta a visitare il suo bellissimo figlio di due anni che sorride a tutti e vuole giocare a palla con i volontari.
“È solo un po’ di febbre”, la tranquillizza la pediatra “con un viaggio come quello che avete fatto è normale”.
A fare da interprete tra la donna e il medico c’è Amalia, una ragazza eritrea nata e cresciuta in Italia.
È arrivata in stazione da sola, su iniziativa spontanea, perchè ha letto che è molto difficile trovare chi parla il tigrino. “Non faccio parte di nessuna associazione. Voglio solo aiutare il mio popolo”. Amalia corre da una parte all’altra. Accompagna chi non si sente bene al presidio, scandisce sintomi e terapie tra medici e pazienti.
La scabbia non ha fermato la macchina di solidarietà  dei milanesi, e non solo.
Il flusso di persone che porta aiuti in stazione è continuo. Signore borghesi, studenti universitari, pensionati, mamme con bambini che all’ora di pranzo si presentano con due enormi pentole piene di pasta.
“La reazione delle persone è straordinaria —commenta Amina volontaria e interprete di origini tunisine- ci sta arrivando di tutto: cibo, vestiti (preziosi soprattutto per gestire al meglio la cura dei casi di malattie della pelle), giocattoli per i bambini”.
Tra gli ormai oltre 500 volontari e addetti che gestiscono l’emergenza migranti a Milano sembra che nessuno abbia avuto paura per la scabbia. “Rispettiamo le norme igieniche-spiega Giorgio- indossiamo i guanti e evitiamo di abbracciare i bambini o di avere contatti prolungati pelle a pelle, ma la scabbia non si prende sfiorandosi. Per me il rischio è davvero basso”.
Luca e Silvia, sono due ragazzi romani a Milano per Expo. Sono venuti in stazione apposta per dare una mano.
“Servono medicine?”, chiedono. “Noi per fortuna siamo a posto —risponde uno dei medici- meglio dare gli aiuti direttamente ai centri di accoglienza. Nei prossimi giorni ne avranno bisogno. Servono vestiti, magari sali minerali per combattere la disidratazione e creme per lenire le ustioni”.
Intanto Luisa, un’elegante signora che da mesi dà  un mano in stazione, sta servendo pane e Nutella a decine di eritrei che si sono messi in coda.
Le si rompe un guanto di lattice, lo sfila, lo butta a terra. “Tanto la scabbia non si prende mica con il pensiero”.

(da “Huffingtonpost”)

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“OSPITO SEI PROFUGHI E I MIEI VICINI LEGHISTI MI AIUTANO”: LA STORIA DI UN PROFESSORE DI TREVISO

Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile

“HO INVITATO ZAIA E SALVINI A FARMI VISITA, COSI’ SI RENDONO CONTO DELLA REALTA'”

“Quando io e mia moglie Nicoletta abbiamo detto che volevamo ospitare dei profughi a casa nostra, alla prefettura di Treviso ci hanno guardato esterrefatti. Da quattro giorni viviamo con sei giovani africani accampati in taverna e siamo felici, persino i nostri vicini leghisti vengono a portare cibo e vestiti per loro”.
Antonio Silvio Calò, cinquantaquattrenne professore di storia e filosofia al Liceo Classico Canova di Treviso, è un caso unico.
Mentre in tutta Italia politici, sindaci e prefetti si accapigliano sulla difficile gestione dei richiedenti asilo, Calò e la sua famiglia hanno deciso di passare al concreto.
E così hanno aperto la porta della loro villetta di Camalò di Povegliano, a pochi chilometri dal capoluogo, a sei ragazzi sbarcati nelle scorse settimane in Sicilia: due nigeriani, due ghanesi e due gambiani. Tutti dai 19 ai 30 anni.
Una generosità  che è costata all’insegnante insulti su Facebook, ma che allo stesso tempo ha fatto emergere una solidarietà  inaspettata: in una terra ad alto tasso leghista, nessuno dei concittadini ha osato alzare la voce contro la famiglia Calò.
Che ora si trova a gestire una convivenza fuori dall’ordinario, giornate colme di appuntamenti con il medico, spese gigantesche al supermercato e una riunione serale che è diventato il momento nel quale la nuova famiglia allargata si scambia parole di vita: “Sono ragazzi giovani, sofferenti. Uno di loro ci ha raccontato di non avere nessuno al mondo, mi ha guardato e mi ha detto: ‘Tu adesso sei mio padre’.
Un altro ha cominciato il Ramadan con dieci giorni di anticipo per ringraziare Allah di avere trovato una casa in Italia”.
L’arrivo dei sei profughi è stato annunciato nei giorni scorsi con una telefonata dal capo di gabinetto della prefettura: “Senta, signor Calò, qui arrivano decine di richiedenti asilo. Non potrebbe prendersene un po’?”.
A Treviso, come in molte altre città , è difficile trovare strutture in grado di dare riparo a persone che non hanno nemmeno una valigia.
Il sindaco Giovanni Manildo (Pd), insieme con altri sindaci veneti, ha chiesto un incontro urgente con Luca Zaia: in zona giornalmente si palesano decine di profughi senza un posto dove andare.
“A dire il vero avevamo chiesto donne e bambini perchè sappiamo che sono le persone più vulnerabili, ma abbiamo capito che la necessità  era forte: ultimamente ne sono arrivati tanti in zona”, racconta l’insegnante, che per il momento rimane l’unico cittadino ad avere fatto una richiesta di questo tipo.
“L’idea è venuta dopo aver visto il naufragio degli 800 in televisione. Sono tornato a casa e ho parlato con mia moglie, immediatamente abbiamo coinvolto i nostri quattro figli e insieme abbiamo deciso che dovevamo dare una testimonianza civile come cittadini di uno Stato e come credenti”.
I sei profughi per il momento occupano la taverna: “È molto grande e molto fresca”, assicura Antonio.
Mentre i due figli più grandi, Elena e Francesco, vivono ormai fuori casa e hanno una vita indipendente, i due più piccoli Andrea e Francesco si sono trovati a condividere i due bagni e la cucina con ragazzi che non avevano mai visto prima. “Andrea mi ha già  ringraziato per l’esperienza che sta vivendo”, dice il padre. Che ha già  fatto un discorso chiaro agli ospiti: entro una o due settimane dovranno decidere se rimanere a Povegliano oppure dirigersi verso altri luoghi.
“Non è un ultimatum, ma se il desiderio è quello di raggiungere parenti e amici in Europa allora è giusto che lo facciano presto, per lasciare spazio ad altri profughi. Noi vogliamo continuare a ospitare persone che sbarcano”.
Calò è preoccupato non soltanto dei commenti razzisti, ma anche delle polemiche sul denaro che riceve per ospitare i ragazzi africani: 30 euro al giorno ciascuno. “Voglio subito mostrare il conto della spesa: 800 euro serviranno per il cibo, perchè avranno bisogno di mangiare molto e recuperare le forze. 600 euro andranno in bollette. Poi ci sono tutte le visite mediche, i vestiti da acquistare, schede prepagate per il cellulare e una paghetta giornaliera di due euro e mezzo. Infine, per tacitare chi pensa che questi soldi vadano soltanto agli stranieri, abbiamo assunto una donna trevigiana disoccupata per le faccende domestiche e la preparazione dei pasti: prenderà  uno stipendio di 1300-1400 euro. Come vede, queste situazioni possono anche creare lavoro”.
Quattro giorni sono pochi per un bilancio.
La sistemazione dei sei ragazzi è ancora provvisoria (“stiamo preparando una camera aggiuntiva”) e per sbrigare le faccende burocratiche come la richiesta di asilo è intervenuta l’associazione marocchino-trevigiana “Hilal”.
Tuttavia le idee di Calò sono cristalline: “Dovranno integrarsi e rispettare le leggi italiane. Poco a poco inseriremo questi ragazzi nel mondo del lavoro attraverso corsi e stage, in Africa lavoravano e dunque non partono da zero. Due di loro faranno il ricongiungimento della moglie e della figlia, uno continuerà  ad allenarsi come calciatore. Ci vuole poco a capire che se ogni Comune prende cinque o sei profughi, il problema sarà  risolto senza isterismi. Questa non è una emergenza, l’arrivo di persone dall’Africa continuerà  per trenta o quarant’anni”.
Ecco perchè, al termine della telefonata, Calò dice che vorrebbe lanciare gli Stati Generali dell’Immigrazione, un tavolo tecnico e politico per gestire gli sbarchi “con buon senso”.
“Qualcuno mi chiede: e se la notte uno degli africani si sveglia e ti ammazza? Io rispondo: se pensassi in questo modo, non avrei fatto nulla. Non la pensano così nemmeno i miei vicini di casa e gli abitanti di Povegliano: anche quelli che mettono le bandiere della Lega alle finestre sono venuti a chiedermi se quei ragazzi hanno bisogno di vestiti e cose da mangiare. Per questo ho già  mandato un invito a Matteo Salvini e a Luca Zaia: venite a farmi visita”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA STORIA DELLA GATTINA LOLA SBARCATA A LAMPEDUSA: LA SUA PADRONCINA L’HA PORTATA IN BORSA DAL SUDAN

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

NON VOLEVANO FARLA SBARCARE, MA ALLA FINE HA PREVALSO IL GRANDE CUORE DEL SUD E DEI LAMPEDUSANI: LORO NON DISCRIMINANO GLI ESSERI VIVENTI

Lola, poco meno di un anno, è la prima gattina nella storia dell’immigrazione dall’Africa alle coste italiane a raggiungere Lampedusa.
Ha fatto il viaggio insieme alla sua padroncina Sama, 24 anni, dal Sudan, fino alla Libia e poi si è imbarcata con altre 200 persone che sono state soccorse dal pattugliatore britannico “Protection” che ieri notte li ha sbarcati, sani e salvi, nel porto di Lampedusa.
Sama ha vissuto con Lola sin dalla partenza dal suo paese in Sudan, è sfuggita ai controlli dei doganieri di vari paesi ed anche ai trafficanti di essere umani in Libia dove Sama e Lola hanno vissuto per oltre due mesi prima di essere trasferiti sul barcone che li avrebbe portati in Sicilia.
L’ha tenuta nascosta in una borsa da viaggio dove Sama aveva praticato dei fori per farla respirare e quando ieri notte sono sbarcati a Lampedusa i militari inglesi e quelli italiani hanno scoperto che assieme agli altri migranti c’era anche Lola.
Tutto è venuto alla luce quando dal pattugliatore Protection sono cominciati a scendere sulla banchina di Lampedusa i primi migranti, prima le donne ed i bambini e poi gli uomini.
Ed una volta a terra molti hanno ringraziato il cielo di essere arrivati in Italia, erano stanchi ma felici, tranne Sama che ha cominciato a gridare ed a disperarsi perchè non voleva scendere dalla nave.
“Voglio Lola, voglio Lola” gridava mentre alcuni suoi parenti cercavano di farla sbarcare. Ma Sama non voleva saperne e quasi a forza ha toccato terra dove ha continuato ad invocare il nome della sua gattina che era rimasta a bordo della nave per motivi sanitari.
Lola, tutta nera con il musino bianco, dopo essere sfuggita alle fatiche del lungo viaggio nel deserto, dal Sudan alla Libia e dalle grinfie dei trafficanti libici, quando era ormai salva ha rischiato di essere uccisa perchè farla sbarcare insieme alla sua padrona Sama era quasi impossibile.
Sarebbe stata sicuramente buttata in fondo al mare se non fossero intervenuti il sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, il medico dell’Isola, Pietro Bartolo   ed alcuni operatori umanitari che hanno cercato una via d’uscita per evitare la morte di Lola e la definitiva separazione dalla sua padrona Sama.
“E’ la prima volta che accade una cosa del genere, la prima volta che una gattina raggiunge Lampedusa dalle coste libiche e per legge non potrebbe essere sbarcata per motivi sanitari. Non sappiamo se Lola ha delle malattie che potrebbero essere contagiose, ma alla fine l’abbiamo salvata, la soluzione l’abbiamo trovata”.
Lola adesso è in “quarantena”, affidata alle cure di un’associazione animalista, “Nova Dog” diretta da una giovane lampedusana, Eletta, che dovrà  accudirla e tenerla in isolamento lontano dagli altri animali   fino a quando da Palermo non arriveranno i veterinari per procedere agli esami di rito ed alle vaccinazioni.
La sua padroncina Sama è salita sul pulman che dalla banchina l’ha poi trasferita al centro d’accoglienza soltanto quando ha avuto rassicurazioni che la sua Lola non sarebbe stata uccisa e che prima o poi avrebbe potuto nuovamente riabbracciarla.
E tra le lacrime, ma felice,   ha raggiunto il centro d’ accoglienza dove però non ha dormito per tutta la notte.
“Chiedeva in continuazione di Lola, non riusciva a capire perchè li avevano separati, l’abbiamo rassicurata e stamattina non voleva andare via dal Centro d’ accoglienza per essere trasferita in un altro centro di Agrigento per poi raggiungere Crotone dove da alcuni mesi si trovano suo padre ed altri parenti”, racconta una operatrice del centro di accoglienza alla quale Sama ha detto che in tutti questi mesi l’unico conforto che ha avuto nella sua odissea, nel lungo viaggio dal Sudan fino alla Libia e poi nelle prigioni dei trafficanti, è stata la sua Lola.
E adesso cosa accadrà ? Lola, rassicura il sindaco Giusy Nicolini ed il medico del poliambulatorio dell’isola Pietro Bartolo, appena supererà  le visite dei veterinari, sarà  consegnata alla sua padroncina ovunque si troverà .
“E’ un impegno che abbiamo preso con Sama   – afferma Giusy Nicolini – e lo manterremo”.
La storia di Lola è ormai diventata argomento di discussione in tutta l’isola, tutti vogliono vederla e proteggerla, offrono da mangiare vorrebbero adottarla.
Ma Lola, finita la quarantena, sarà  riconsegnata a Sama.

Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)

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LE BAMBINE MALATE E ABBRACCIATE, LA FOTO CHE COMMUOVE IL WEB

Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile

A FRONTE DI CHI SA SOLO ODIARE IL SUO SIMILE, UNA TESTIMONIANZA DI AMORE E DI UMANITA’

Non è solo una foto toccante, è anche un messaggio di speranza e d’amore.
Due bambine entrambe affette da una terribile malattia, si abbracciano e guardano il mondo che si trova oltre i vetri e le fredde mura dell’ospedale di Pittsburgh. L’immagine pubblicata su Facebook sta facendo rapidamente il giro del mondo e ha commosso velocemente gli utenti del social network
A scattare la foto è stata Tazz Jones, madre di Maliyah, una delle due bambine protagoniste dello scatto.
La piccola di cinque anni che soffre di un neuroblastoma, tumore che ha origine dalle cellule del sistema nervoso, tiene stretta a se Madelina, bambina da tre anni malata di leucemia mentre oltre il vetro si stagliano, imponenti, i grattacieli e le case della metropoli della Pennsylvania.
Le due bambine, da qualche giorno, non dividono più la stessa stanza dell’ospedale e si son dovute salutare.
Maliyah è stata trasferita a New York per continuare le cure.
Madelina, invece, ha finito le chemioterapie ed è potuta tornare a casa.
Tuttavia quest’immagine immortalerà  per sempre la loro amicizia: “Voglio che questa foto sia vista in tutto il mondo perchè racconta tante cose – spiega su Facebook l’autrice – In essa ci sono l’amicizia, la malattia, il conforto reciproco e il sostegno. Voglio che le persone provino ciò che io ho sentito nel momento in cui ho scattato questa foto”

(da “il Corriere della Sera”)

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