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MA ISLAM VUOL DIRE PACE

Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile

L’IDEA CHE IN QUESTA RELIGIONE SIA CONNATURATA LA VIOLENZA E’ ASSOLUTAMENTE SBAGLIATA

Il paradosso è che Islam viene dalla radice s-l-m che in arabo forma “salam” e in ebraico “shalom”, cioè pace.
Esso quindi significa pace e rimanda alla pace del cuore e della mente che si ottiene quando ci si sottomette a quella verità  ultima del mondo tradizionalmente detta Dio. Questo sottomettersi però non è da intendersi come cessazione della libertà , come la Soumission descritta da Michel Houellebecq nel suo nuovo romanzo e come a loro volta l’intendono gli integralismi islamici di ogni sorta, Is, Al Qaeda, Boko Haram, Hezbollah e affini.
Si tratta piuttosto di sottomettersi nel senso di “mettersi sotto”, ripararsi, come quando piove forte e ci si rifugia dall’acquazzone.
È la medesima disposizione esistenziale che porta i buddhisti a recitare ogni giorno “prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha”, e che porta i cristiani a dire “Amen” cioè “è così, ci sto, mi affido” o a recitare Sub tuum praesidium.
La sottomissione equivale alla custodia e al compimento della libertà  del singolo che trova un porto a cui approdare e quindi una direzione verso cui navigare: è questo il fondamento originario alla base dell’Islam e di ogni altra religione.
Oggi però nella mente occidentale l’Islam è ben lontano dal venire associato a ciò a cui la sua radice rimanda.
Evoca piuttosto il contrario, la guerra, la lotta, il terrore.
Un duplice grande compito attende quindi ogni persona responsabile: prima capire, e poi far capire, che non è per nulla così.
Ieri accompagnando mia figlia a scuola pensavo che in classe avrebbe trovato un compagno di fede musulmana e mi chiedevo con che occhi l’avrebbe guardato e con che occhi l’avrebbero guardato gli altri studenti.
La disposizione dello sguardo dei figli dipende molto dallo sguardo e dalle parole degli adulti.
Ma ora qualcuno provi a pensare di essere un musulmano quindicenne che ogni giorno si sente addosso sguardi diffidenti e rancorosi, e immagini che cosa finirebbe per pensare dell’occidente.
Non sto per nulla dicendo che se c’è il terrorismo islamico è colpa nostra perchè noi occidentali siamo malvagi e imperialisti, anche perchè sono convinto del contrario, cioè che se c’è il terrorismo islamico è soprattutto per l’incapacità  dell’Islam e delle sue guide spirituali di gestire l’incontro con la modernità , come più avanti argomenterò.
Sto dicendo piuttosto che siccome il terrorismo islamico purtroppo c’è ed è in crescita nel cuore stesso dell’Europa, spetta a ognuno di noi decidere se trasformare ogni musulmano in un nemico e in un potenziale terrorista oppure no.
E tutto procede da come parliamo dell’Islam e da come guardiamo i musulmani.
L’Islam è una grande tradizione spirituale con quattordici secoli di storia e con oltre un miliardo di fedeli.
L’idea che a questa religione sia essenzialmente connaturata la violenza è profondamente sbagliata da un punto di vista teorico e soprattutto è tremendamente nociva da un punto di vista pratico, perchè non fa che suscitare a sua volta violenza e da qui il gorgo che può finire per risucchiare irrimediabilmente la vita delle giovani generazioni.
È vero che nel Corano vi sono pagine violente e che la storia islamica conosce episodi violenti, ma questo vale per ogni fenomeno umano.
La Bibbia ha pagine di violenza inaudita e sia l’ebraismo sia il cristianesimo conoscono il fanatismo religioso e la violenza che ne promana.
Lo stesso vale per l’hinduismo con l’ideologia detta hindutva.
Persino il più mite buddhismo conosce oggi episodi di intolleranza in Sri Lanka e Myanmar
Dando uno sguardo alla politica, che cosa abbiano prodotto la destra e la sinistra nel ‘900 è cosa nota: repressione dei diritti umani e milioni di vittime innocenti.
Andando poi all’evento madre da cui è nata l’idea di laicità  nella società  europea, cioè la Rivoluzione francese, nei dieci anni della sua durata (1789-1799) si registra un numero di vittime variamente stimato dagli storici ma comunque enorme, visto che nei diciassette mesi del Terrore tra il 1793 e il 1794 si ebbero centomila vittime, una media di quasi 200 morti al giorno.
E tutto questo nel nome di “ libertè, ègalitè fraternitè”, compresa, immagino, la libertà  di stampa.
Noi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni ai musulmani, se non uno solo: che siamo più vecchi e abbiamo più storia.
Oggi buona parte dell’Islam, come l’Occidente cristiano nel passato, sta vivendo l’incontro con la secolarizzazione sentendosi aggredito, nel senso che i processi di laicità  e di modernità  risultano per esso come dei virus infettivi a cui reagisce attaccando e facendo così venir meno la tradizionale tolleranza che ha contraddistinto buona parte della sua storia.
Dalla Rivoluzione francese alla Seconda guerra mondiale, in un arco di oltre 150 anni, l’Occidente ha vissuto la sua influenza con febbri altissime, imparando alla fine a usare quel metodo della gestione della vita pubblica tra persone di diverso orientamento culturale e religioso che si chiama democrazia (per quanto ancora in modo molto imperfetto).
E noi questo dobbiamo fare: esportare democrazia. Non ovviamente nel senso criminale di George Bush e della sua guerra in Iraq (che ha molta responsabilità  per la trappola in cui stiamo finendo), ma nel senso del rispetto delle idee e della vita altrui, da cui si produce quello sguardo amichevole che è il solo vero metodo per suscitare pace e lasciare una società  migliore a chi verrà  dopo di noi.
Questo non significa che non bisogna essere determinati nella lotta contro i terroristi islamici, significa solo che occorre sempre saper distinguere l’organismo dalla malattia contratta.
E in questa distinzione dovrà  consistere la nostra lotta quotidiana a favore della pace del mondo.

Vito Mancuso
(da “La Repubblica”)

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IL MONDO E’ DELLE DONNE: ECCO LE PROTAGONISTE DELLA RIVOLUZIONE 2014

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

MALALA E LE SUE SORELLE: UN ANNO RICCO DI SUCCESSI PER L’UNIVERSO FEMMINILE… SCIENZIATE E ATTIVISTE, MA ANCHE ATTRICI E CANTANTI

Questo è stato anche un anno per donne.
Perchè c’è stato un premio Nobel ragazzina, perchè è stata nominata una signora al governo della “banca” più importante del mondo, perchè ci sono tante storie normali diventate eccezionali.
Per raccontare questo 2014 abbiamo cercato sui computer le foto e le biografie delle più citate dai media internazionali.
Le abbiamo commentate un paio d’ore. Eravamo in viaggio e avevamo molto tempo: è stato un bel modo di passarlo.
La lista di 10 nomi che segue è il frutto di una discussione a cui hanno partecipato alcuni adolescenti e due bambini fra cui Elisa, 11 anni.
Dovevamo stabilire chi fosse “fonte di ispirazione”, è stato illuminante parlarne con persone di età  compresa fra i 10 e i 20 per le quali avere qualcuno a cui ispirarsi non è indispensabile ma è più naturale, a volte.
In premessa gli adolescenti hanno a lungo contestato la divisione fra elenchi di uomini e di donne con argomenti sensatissimi che condivido inutilmente.
Hanno detto che se parliamo di persone parliamo di persone, punto. Classifiche separate perchè, hanno chiesto. Si è deciso di tenere insieme persone italiane e del resto del mondo, perchè il mondo è uno.
Si comincia con la scienza.
Ballottaggio finale fra Monica Grady, che ha lavorato 10 anni per mandare il robottino Philae sulla cometa, e Samantha Cristoforetti ha vinto Samantha.
Al primo posto assoluto, nel 2014, a causa soprattutto del suo sorriso. Argomenti: ha una tuta bellissima, durante i collegamenti i capelli le stanno diritti in testa, si è portata nella postazione i libri di Calvino e di Rodari, compensa l’assenza di gravità  con un centro di gravità  permanente come quello della canzone, interiore e visibile.
Deve aver studiato tantissimo, superato chissà  quali prove e non se la tira per niente
Poi arrivano l’economia e la politica.
La presidente del Fondo monetario Christine Lagarde e Janet Yellen, primo presidente donna nei 100 anni di storia della Federal Reserve, hanno perso, non ci crederete, con Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa.
Vince Nicolini perchè è più difficile stare su una minuscola isola di frontiera fra il Nord e il Sud del mondo, oggi, che in un ufficio di cristallo circondati da squali della finanza. «Ci vuole più coraggio»
Passiamo alle arti.
Jennifer Lawrence, regina dei box office, suscita fra i ragazzi meno simpatia di Emma Watson, Ermione, che carica di fama e di denari è andata, ventenne, a fare un discorso tostissimo alle Nazioni Unite sulla violenza di genere.
«E’ bella e ricca e poteva pensare a sè. Invece senti cosa ha detto e com’era emozionata: è stata brava». Mentre Taylor Swift, cantante in copertina di Time, è battuta clamorosamente nella nostra classifica da Giovanna Marini che ha il triplo dei suoi anni e aspettiamo di vedere la ragazza Taylor al traguardo degli 80. Giovanna vince perchè fa cantare i bambini che non parlano e non sentono nei suoi cori di mani bianche, magnifici.
Poi c’è Malala , perchè è piccola. «E lo vedi? Anche le persone piccole possono essere grandi ».Ci sono le ragazze rapite in Nigeria, che non sanno della campagna Bring back our girls e chissà  a quali sofferenze resistono ogni minuto. Stella Ameyo Adadevoh, medico nigeriano, morta curando i malati di Ebola.
E infine una citazione di tre ragazze di provincia . Alice Rohrwacher che ha vinto a Cannes col suo film Le Meraviglie, Emma Dante che ha vinto l’Ubu con Le sorelle Macaluso, a teatro, Costanza Quatriglio, che ha girato un documentario magnifico, Con il fiato sospeso, su quel che succede nei laboratori di chimica dell’università  di Catania.
Siamo già  a dieci e sono rimaste fuori l’iraniana che ha vinto la medaglia Fields per la matematica, Maryam Mirzakhani, la giornalista Lydia Cacho che ha scritto il più bel libro inchiesta sul traffico di bambini in Messico, minacciata di morte.
Marzia Sabella, anche: magistrato straordinario, donna ordinaria. Ha catturato Provenzano, per dire una cosa sola. Leggete Nostro onore , il suo saggio.
Le liste sono ingiuste, tengono fuori soprattutto chi sta fuori per principio perchè ha molto da fare.
Lasciano in ombra uomini e donne che mandano avanti il mondo.
Sono solo esempi, gli esempi. Fonti di ispirazione per i nuovi pupazzi Lego disegnati da Ellen Kooijman e per la bambola Lammily progettata da Nickolay Lamm, che è un uomo e chiude questa lista di persone di sessofemminile così: ad honorem, diciamo.

Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)

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MARINA MILITARE, ORGOGLIO ITALIANO: SOCCORSI 16.000 PROFUGHI ALLA FACCIA DEGLI AFFOGATORI UE

Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile

FALLISCE IL PIANO EUROPEO, GLI SBARCHI NON SI FERMANO SPERANDO IPOCRITAMENTE CHE GLI ESSERI UMANI AFFOGHINO PRIMA DELLE 30 MIGLIA… E LA MARINA ONORA L’ITALIA ANDANDO A SOCCORRERLI ANCHE A 120 MIGLIA DALLE NOSTRE COSTE, COME IMPONE LA LEGGE DEL MARE NON QUELLA DEI BOIA

Doveva essere la soluzione per fermare gli sbarchi, soprattutto per scoraggiare le partenze dall’Africa ed evitare nuove tragedie in mare.
Invece l’operazione Triton non ha dato, almeno per ora, i risultati sperati.
In due mesi, da quando è partita la missione pianificata con l’Ue dopo il naufragio davanti all’isola di Lampedusa che causò centinaia di vittime, sono approdati sulle nostre coste oltre 16.000 migranti, una media di 8.000 al mese.
E dunque l’andamento dei flussi è rimasto in linea con quanto accadeva prima che si decidesse di avviare i pattugliamenti impiegando mezzi e uomini in accordo con gli altri Stati membri.
I dati aggiornati a ieri mattina sono eloquenti: dal 1° gennaio al 27 dicembre sono arrivati 169.215 stranieri, di cui 120.150 in Sicilia. Quelli sbarcati fino al 31 ottobre, alla vigilia dell’entrata in vigore di Triton, erano 153.389.
E tanto basta per scatenare la polemica, con i tecnici dell’Immigrazione del Viminale che accusano la Marina militare di non aver mai interrotto il soccorso avanzato, di fatto lasciando in piedi Mare Nostrum e così vanificando quanto è stato deciso a Bruxelles e poi messo in atto dal nostro governo
Lo schieramento a 30 miglia
Il piano messo a punto nei mesi scorsi in sede Frontex prevedeva una linea di sbarramento sistemata a 30 miglia dalla Sicilia.
Per effettuare i controlli è stato previsto l’impiego di 25 mezzi navali e 9 mezzi aerei, a guidare sono gli italiani dal Centro di coordinamento aeronavale della Guardia di Finanza a Pratica di Mare, dove sono presenti anche gli ufficiali degli altri Paesi e quelli di Frontex.
L’accordo prevede che Malta si preoccupi esclusivamente dei migranti soccorsi o individuati all’interno delle proprie acque.
Il resto riguarda l’Italia, che deve occuparsi sia degli irregolari, sia dei richiedenti asilo anche se l’individuazione è stata effettuata da un mezzo straniero.
Sono invece vietati i respingimenti: i migranti dovranno essere sempre portati a terra per individuare chi ha diritto allo status di rifugiato.
Il progetto, studiato dagli specialisti della Direzione immigrazione del Viminale e approvato anche a livello politico dall’Unione, è comunque un’operazione di polizia varata per contrastare i flussi illegali e dunque i mezzi messi a disposizione possono partecipare all’attività  di soccorso soltanto in casi di massima emergenza.
Il recupero in mare rimane invece affidato alla Guardia costiera che naturalmente può chiedere rinforzi per fare fronte a situazioni di pericolo.
Le tre navi in linea avanzata
In realtà , nonostante l’impegno del governo a chiudere «Mare Nostrum» entro la fine dell’anno, nel Mediterraneo sono ancora operative tre navi della Marina militare che si occupano proprio dei soccorsi.
Operazione naturalmente meritoria, che consente di salvare moltissime vite. Il problema rimane però quello del coordinamento perchè i mezzi si muovono in linea avanzata e questo, secondo i tecnici del Viminale, rischia di vanificare l’attività  svolta da Frontex.
In ambienti della Difesa si fa però notare che la Marina si limita a svolgere i compiti assegnati «anche perchè sarebbe impensabile, vista la grave situazione che persiste in Nordafrica, che queste persone venissero lasciate senza aiuto».
E si ricorda come «il governo ha autorizzato fino al 31 dicembre l’operazione di sicurezza e sorveglianza dei nostri mari, dunque le navi possono spingersi più avanti in caso di richiesta d’aiuto e poi far sbarcare i migranti nei porti autorizzati dal ministero dell’Interno».
La relazione   dei tecnici
Nei giorni scorsi i vertici del Dipartimento immigrazione hanno elencato al ministro dell’Interno Angelino Alfano le difficoltà  operative e hanno evidenziato proprio i problemi nati nel coordinamento con la Marina e in particolare l’impossibilità  di effettuare i pattugliamenti vista la scelta di lasciare le navi in posizione così avanzata. In sostanza i tecnici del Viminale ritengono che con questi «assetti» Frontex potrebbe non avere l’effetto deterrente che si voleva ottenere quando si è deciso di varare l’operazione di pattugliamento e soprattutto che il numero dei migranti in arrivo sulle nostre coste rischia di aumentare con la bella stagione.
Il problema posto a livello tecnico riguarda anche i costi.
L’Europa mette a disposizione 2 milioni e 900 mila euro mensili che coprono il 100 per cento delle spese sostenute dagli Stati stranieri e il 38 per cento di quelle affrontate dall’Italia che ha in più l’onere di occuparsi delle proprie frontiere: per i mezzi navali ci vogliono dai 550 ai 1.000 euro all’ora, 3.500 per gli aerei.
L’impegno di Bruxelles è legato anche ai risultati raggiunti e il timore dei tecnici è che – a fronte di un bilancio non pienamente soddisfacente – si decida di sospendere l’intervento.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere dela Sera”)

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I GUERRIERI ITALIANI DELL’EBOLA: LE STORIE DEGLI EROI CHE COMBATTONO IN PRIMA LINEA NELL’AFRICA OCCIDENTALE

Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile

SONO 66 GLI ITALIANI IMPEGNATI COME MEDICI E INFERMIERI NELLA BATTAGLIA CONTRO IL VIRUS

Per il Time sono le persone dell’anno. E definirli eroi sembra poco.
Eppure gli “Ebola fighters” — medici, infermieri, cooperanti che lottano in Africa occidentale, contro il virus— non accettano nessuna etichetta.
Vogliono solo un morto in meno dentro un bilancio terribile, arrivato ieri a 6.856 vittime. L’area più critica è la Sierra Leone, ma l’attenzione resta alta anche in Guinea, Liberia e Mali. Lì, su un fronte infido e invisibile, lavorano anche tanti italiani. Oggi sono 66. Alcuni hanno visto e vissuto la tragedia dall’inizio. Altri vanno e vengono, tra l’Africa e l’Italia, per dare il proprio contributo.
Ecco alcune delle loro storie.
Elena Giovanella, 42 anni
Anestesista, da 10 anni lavora in prima linea. Oggi è impegnata nei sobborghi di Freetown Sierra Leone, per Emergency
“Vedo giovani sani e forti consumarsi davanti a me”
Un male peggiore della guerra e delle ferite. Un virus che si può arginare, ma che troppo spesso non lascia speranze. “Vedi giovani che erano sani e forti e letteralmente ti si consumano davanti. Vorresti fare tante cose, ma spesso non puoi fare quasi nulla”.
C’è tutto questo nella tragedia di ebola ed è anche questo che spinge Elena Giovanella, anestesista, 42 anni, a stare in prima linea. Lì, dove più serve.
«In trincea», come dice lei, nel nuovo ospedale gestito da Emergency a Goderich: nei sobborghi di Freetown, Sierra Leone.
“Lavoravo a Torino — racconta — ma da una decina d’anni ho scelto di portare le mie competenze dove possono fare la differenza. Sono stata in situazioni di guerra in Sudan, Cambogia, Afghanistan. Niente però è come ebola: la mia missione più difficile. Lo è perchè affrontiamo pazienti critici e che peggiorano rapidamente. Per le barriere tra medico e malati. Perchè servirebbero più medici, ma tanti ospedali non li lasciano partire”.
Dover evitare ogni contatto è difficile anche sul piano emotivo. Vedere un collega che s’ammala, e torna d’urgenza in Italia, quasi insopportabile: “È un amico, uno dei medici più preparati e intelligenti che conosca, stava molto attento a tutti i protocolli di sicurezza. Il nostro lavoro qui è difficile, ma è un’eccellenza italiana. Ora tutti ci devono dare una mano
Chiara Burzio, 33 anni
Ex infermiera del reparto di rianimazione all’ospedale di Chieri (To). È in Africa con Medici senza frontiere.
“A ogni mio infermiere è mancato un parente”
«Ho lavorato per due mesi, anche 14-16 ore al giorno». Chiara Burzio, a soli 33 anni, è stata la capo-infermiera del più grande centro per curare l’Ebola in Liberia.
«Avevo la responsabilità  di 120 pazienti ma non mi sono mai sentita un’eroina». Gli eroi, per Chiara, sono gli operatori sanitari locali.
«Ce ne sono 120 nel nostro ospedale e tutti hanno un parente, un amico, un conoscente morto per il virus. Ecco, loro dovrebbero essere i personaggi da copertina, non noi», spiega. Del resto, per lei, l’emergenza è diventata normalità  da quando, tre anni e mezzo fa, ha deciso di far parte dell’organizzazione Medici senza frontiere.
Da allora è stata nelle zone più “calde” del pianeta: dal Pakistan al Sud Sudan, passando per la guerra civile siriana. «Sono scelte impegnative — confessa — e non sempre i miei famigliari sono contenti ma sanno che non ormai possono più fermarmi».
Roberto Scaini, 41 anni
Medico di base nel Riminese, da quattro anni lavora con l’organizzazione Medici senza frontiere.
“Non ignoriamoli. Mia figlia ha 11 anni ma ripartirò lo stesso”
«Passerò il Natale con mia figlia e poi ripartirò, questa volta per la Sierra Leone». Per Roberto Scaini è una scelta di coscienza.
«Sì, lasciare a casa una bimba di 11 anni può sembrare egoista..». Sospira, poi riprende convinto: «Ho già  deciso: torno». In Africa occidentale c’è già  stato due volte, entrambe in Liberia. «Sembrava di stare nel Medioevo, nel bel mezzo di un’epidemia incurabile». A Monrovia, nella capitale, ha lavorato come responsabile medico di un centro di isolamento. «Da metà  agosto la situazione è cambiata, ma non direi migliorata».
Il rischio, per lui, è che il virus sia presto scordato in Europa. «Sarebbe una catastrofe nella catastrofe».
Clara Frasson, 55 anni
Esperta di sanità  pubblica. Coordina il progetto di Cuamm Medici con l’Africa in Sierra Leone
“Sono otto mesi che cerco di isolare il male nei villaggi”
Esserci fin da marzo, fin dal primo caso, per un progetto contro la mortalità  materna. E poi trovarsi nell’emergenza, e provare a frenare ebola.
«Ma il lavoro si vede. Qui a Pujehun non abbiamo nuovi casi da circa venti giorni», dice Clara Frasson, padovana, coordinatrice del progetto di Cuamm Medici con l’Africa in Sierra Leone.
«Questo, nel sud del Paese, era uno dei distretti più colpiti. Abbiamo aperto il primo centro d’isolamento, tracciato ogni singolo contagio, messo in quarantena interi villaggi con polizia ed esercito. Non è facile, io sono tornata in Italia ad agosto, per 12 giorni. Ma la vita del cooperante è così: piangi quando parti e piangi quando torni».
Luca Rolla, 42 anni
Infermiere, dal 2011 gestisce un ospedale pediatrico. Coordina l’intero gruppo di Emergency in Sierra Leone
“Curiamo i bambini in un Paese dove è vietato abbracciarsi”
«Quella foto oggi sarebbe impossibile». Luca Rolla è in Sierra Leone dal 2011.
Gestiva un ospedale chirurgico pediatrico e poteva anche concedersi uno scatto con i suoi piccoli pazienti. Non più, per colpa di Ebola.
«Ogni contatto è vietato — spiega — e gli abbracci mancano a tutti». A giugno, davanti al rischio contagio, il personale sanitario governativo ha svestito i camici. Sono rimaste solo le organizzazioni non governative.
«Il nostro, a Goderich, è l’unico ospedale con sale operatorie aperte. Oggi Freetown è il luogo più colpito e le procedure di sicurezza sono cruciali. Ma il virus ha ucciso famiglie e creato nuovi orfani: a noi sta il compito di continuare a operare e a curare».
Renata Gili, 28 anni
Medica specializzando è partita con l’associazione torinese Rainbow for Africa per la Sierra Leone
“Una paralisi totale: manca l’assistenza perfino per i parti”
Combattere Ebola e, prima, la paura del virus. È la missione di Renata Gili, 28 anni, partita a novembre da Torino. Destinazione Sierra Leone.
«Ci sono stata dieci giorni, ma ripartirò dopo Natale». Con il dottor Paolo Narcisi, presidente di Rainbow for Africa, ha formato il personale locale e portato materiale medico.
«Il problema — racconta — è che molti ospedali restano chiusi per la paura del contagio». Si muore di malattie che, prima dell’epidemia, venivano curate senza grossi problemi, come la tbc e la malaria. «Manca l’assistenza al parto», denuncia Renata.
Che spiega: «A Makeni si facevano fino a 30 cesarei al mese: che fine avranno fatto quelle madri e quei bambini?».
Maria Cristina Manca, 56 anni
Antropologa di Medici senza frontiere ,vive a Firenze
Per dare il suo contributo alla lotta a Ebola è stata in Guinea due volte.
«Certo che torno, con tutti i rischi e tutte le paure». Il suo lavoro è diverso da quello di medici e infermieri ma altrettanto utile. «Bisogna fare sensibilizzazione attiva. È stata dura all’inizio convincere le persone che erano malate. E che Ebola fosse una malattia».
E così Maria si è inventata di coinvolgere un cantante locale, Flingo. Ne è venuta fuori una canzone rap, rivolta soprattutto ai più giovani, ma non solo. Un modo in più per combattere la paura del virus.

Davide Lessi e Stefano Rizzato

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BENIGNI, IL BRAVO MAESTRO DELL’ITALIA SMARRITA

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

NEL PAESE IN CUI SI SONO PERDUTI I SILLABARI RIEMERGE LA FIGURA DEL MAESTRO

Basta la consumata tecnica dell’evento annunciato che accompagna ogni apparizione televisiva di Roberto Benigni per spiegare il boom di ascolti delle due serate dedicate ai Dieci comandamenti? Certo che no.
Non solo la sua metamorfosi — l’irresistibile, incontenibile comico di una volta non esiste più — non ha intaccato il successo, ma anzi questo successo immutabile si spiega anche con il cambio di identità .
Benigni è stato il giullare di un’Italia che aveva più voglia di ridere, e soprattutto di trasgredire. Ora è diventato un’altra cosa. O meglio, ha tirato fuori dalla soffitta della memoria collettiva qualcosa che credevamo non esistesse più: il maestro.
Non il guru, l’esperto, il giudice, il professorone o il causidico: di quelli sono pieni i talk show (di cui è piena la Tv).
Chi invece è in via di estinzione è il maestro elementare del libro Cuore, quello che insegnava le cose fondamentali della vita con il sillabario e il sussidiario, il primo formatore di un bimbo spesso destinato a essere anche l’ultimo.
La Rai Tv ne ha avuto uno appena nata, l’indimenticabile maestro Manzi di Non è mai troppo tardi, poi più niente. Fino a Benigni. Che a un certo punto della sua carriera ha smesso di prendere in braccio Berlinguer e di stoccacciare la calzamaglia della Carrà  per prendere in mano i fondamentali dei vecchi maestri.
La Divina Commedia, la Costituzione, adesso addirittura l’Esodo.
Ha fatto davvero come si faceva una volta: si è preparato, ha studiato e poi ha spiegato i comandamenti uno per uno, con dovizia di dettagli storici, per raccontare quale rivoluzione fossero stati nel mondo di tremila anni fa.
Tutto con il linguaggio semplice, colloquiale e affettuoso del maestro elementare.
È stato un successo sia perchè la metamorfosi è riuscita (sia detto da uno che preferiva di gran lunga il primo Benigni , briccone divino), sia perchè in quest’Italia superalfabetizzata, superdigitalizzata e superomologata abbondano diplomi e master, ma si sono perduti i sillabari, e soprattutto chi è in grado di spiegarceli.
Non per nulla, secondo un sondaggio di Demopolis appena commissionato dal Corriere della Sera, solo tre italiani su dieci affermano di ricordare tutte le regole delle Tavole della Legge.
Così, voltando le spalle all’attualità , Benigni — che aveva già  interpretato un maestro elementare in un profetico film di Marco Ferreri, Chiedo Asilo del 1979 — si è ritrovato a essere forse più necessario di prima.
La vera svolta è poi iniziata con l’Oscar ottenuto con La vita è bella, il film in cui Benigni si scopriva papà  e al tempo stesso maestro per tremende cause di forza maggiore; da quel momento ha iniziato a fare lo stesso con il grande pubblico televisivo, incontrandosi a metà  strada con il servizio pubblico.
È interessante notare come negli anni Zero i due più maggiori talenti comici abbiano separato le loro strade prendendo direzioni opposte.
Beppe Grillo è sceso nella trincea della militanza politica, Benigni è risalito fino all’Empireo dei valori, dove morale laica e religiosa si incontrano.
Uno si consulta con Casaleggio, l’altro con Sant’Agostino.
Cattivismo e buonismo a confronto, entrambi portatori di curiosi effetti collaterali.
Beppe restituisce ai cittadini l’incazzatura della giovinezza, Roberto fa tornare tutti bambini, quando prima di andare a nanna non c’è niente di meglio dell’avere imparato qualcosa davanti alla Tv; la voglia di ridere, e di irridere, arriverà  più tardi, dopo avere vinto la paura del buio. Forse è questo il piccolo, grande segreto dell’ex piccolo diavolo Roberto Benigni.

Nanni Delbecchi

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LA FAMIGLIA E’ UN PENNELLO EVIDENZIATORE

Dicembre 10th, 2014 Riccardo Fucile

I CASI DELLA MAMMA DI LORIS E DEL FRATELLO DI MANGO

Le due notizie viaggiano sui siti l’una accanto all’altra ed è difficile sfuggire alla tentazione di prenderle per mano.
La mamma di Santa Croce Camerina, accusata di avere strangolato il figlio di otto anni.
E il fratello maggiore di Mango che muore di crepacuore durante la veglia funebre del cantante fulminato da un infarto trentasei ore prima.
Due storie e un’unica protagonista, la famiglia.
Questa struttura protettiva ma anche innaturalmente costrittiva che Platone voleva abolire, almeno per le classi dominanti, nella convinzione che estraesse il peggio dagli esseri umani.
In realtà  tira fuori quello che c’è. La famiglia è un pennarello evidenziatore.
Se sei di pasta buona come il fratello di Mango, talmente in equilibrio da non avere mai consentito all’invidia per il suo successo di prevalere sull’amore, la famiglia diventa il luogo dei legami indissolubili e dei sentimenti assoluti.
Ma se hai qualche baco nel cuore o nel cervello e, magari una madre così immatura e incosciente da dirti che sei nata per sbaglio, non assocerai la famiglia al rifugio di un abbraccio ma all’umiliazione di un rifiuto.
Puoi salvarti, e in tanti si salvano. Qualcuno evolvendo, altri accettando la menomazione e rinunciando a perpetuarla in una nuova famiglia.
Oppure puoi reagire da bestiolina ferita e riprodurre il trauma che ti ha segnato la vita. Allora sarai anche tu una madre-bambina, anche tuo figlio nascerà  per sbaglio, anche a lui lo farai pesare.
A quel punto nella tua psiche alterata potrà  scaturire di tutto.
Persino l’impulso di sacrificare un innocente per regolare idealmente i conti con tua madre e con te stessa.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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LA QUESTIONE MORALE SIAMO NOI: “VIVERE IL PAESE” E’ ANCORA UN DOVERE

Dicembre 6th, 2014 Riccardo Fucile

UNA MODERNITA’ SENZA RADICI E TENSIONE MORALE RENDE TUTTI VULNERABILI… OCCORRE “RIPRENDERCI IL PAESE” RIPARTENDO DAL BASSO E DAL SENSO DI COMUNITA’ NAZIONALE

Criminalità , illegalità  e corruzione, non sono soltanto i fenomeni sempre più frequentemente portati alla ribalta dai media, soprattutto negli ultimi giorni, ma sono anche violazione delle regole e mancanza del “senso di comunità ” consumati da chi opera in altri contesti, meno eclatanti, meno appariscenti e apparentemente meno drammatici, almeno “istituzionalmente” parlando, ma non per questo meno deleteri.
Proprio come nel caso dei sette opifici clandestini gestiti da cinesi nel Napoletano e nei quali loro connazionali lavoravano, mangiavano e dormivano in condizioni definite “disumane” dagli stessi investigatori.
Gli opifici sono stati scoperti e sequestrati dai Carabinieri in un’operazione contro il lavoro sommerso e l’inquinamento nei comuni dell’hinterland vesuviano.
I titolari degli opifici sono in tutto 17 persone, di cui 15 di nazionalità  cinese.
Un tempo non lontano esisteva un’Italia ricca di tensione morale e ricca d’amore per sè stessa, per le proprie tradizioni e per la propria gente.
La Patria degli Italiani attenti e combattenti, quelli dei valori non negoziabili, delle sfide mai negate, della “tensione morale” mai sopita.
Almeno due generazioni si sono battute per ideali forti e per farci vivere in un Paese grande e migliore.
Certo, allora si parlava di ideologie, forse per questo tante questioni erano così fortemente avvertite e vissute. Fatto sta che i nostri nonni ed anche i nostri genitori, in buona parte, ce ne davano “conto e ragione”, lo fanno ancora oggi, anche se la storia ha poi travolto ogni cosa.
Negli ultimi vent’anni si è voluto andare “oltre”, immaginando scenari sofisticati e culturalmente pseudo-evocativi.
Una sorta di rincorsa fredda e cieca verso la modernità , consumando in modo quasi impercettibile una superficiale mutatio sostanziale dei parametri e dei punti di riferimento, col risultato di vedere un popolo sempre più distratto, sempre meno attaccato alla “res publica”, sempre meno dedito a dare il proprio contributo per un Paese migliore.
Ricordo la “raccomandazione” che una madre fece al proprio figlio: “mi raccomando – disse! – tu pensa a te, non pensare agli altri!”
Ero un ragazzino, avevo soltanto 12 anni, eppure protestai: “è per cose del genere che il nostro Paese andrà  in rovina”. Così le dissi.
Mia madre mi redarguì pesantemente. Era una sua amica “quella mamma” ed io ero soltanto un ragazzino: “non potevo” e non avrei dovuto.
Sarà  anche stato vero, chissà , ma uno scugnizzo è tale proprio perchè “fa” anche quando non dovrebbe…
La modernità  è oggettivamente un dovere ma bisogna arrivarci in modo consapevole, non ci si può far travolgere da tutto ciò che non arriva nella profondità  della coscienza e che si ferma soltanto in superficie.
Ripenso a quella mia piccola protesta… In effetti le cose sono andate anche peggio.
La stessa “politica” è diventata tutt’altro da quello che dovrebbe essere e il divario tra il popolo e la stessa è diventato via, via sempre più tristemente forte e devastante.
La classe politica dà  sempre più l’impressione di vivere in una sorta di iperuranio, lontano dai bisogni della gente e dalle reali necessità  del Paese, tutta presa dalla necessità  di conservazione del potere, dei privilegi e delle proprie clientele.
Eppure la politica non è, e non dovrebbe mai essere mera gestione del potere.
Il suo “perchè” dovrebbe essere esclusivamente la resa di un servizio al proprio Paese e alla propria gente, un atto d’amore vero e sincero, una continua “tensione morale” consumata in nome di specifici valori.
Sarà  stato l’effetto delle leaderschip carismatiche, chissà , ma in tanti, in troppi, soprattutto tra le “persone comuni”, si guarda altrove.
Ci si impegna soltanto per protagonismo, per acquisire pseudo-leadership più o meno ampie, per raccontare soltanto “sè stessi” anzichè provare a rimettere in moto il senso di una grande comunità .
A volte i richiami all’orgoglio nazionale mi spaventano, non per l’in sè — che fa parte del mio personalissimo Dna di cittadino e di uomo di destra – ma per chi nella specie li consuma, perchè hanno soltanto il sapore della mera propaganda elettorale.
Ritrovare l’orgoglio di essere italiani, riappropriarci della nostra terra e viverla con fervente passione, non sono dei meri impegni culturali: sono – e dovrebbero essere, sempre e soltanto – un atto d’amore grande e del tutto naturale.
Possiamo continuare a far finta di nulla, possiamo continuare a guardare distrattamente altrove, ma sarebbe l’errore più grande di tutti.
Questo Paese è nostro, è del popolo, è della gente che sogna, che spera, che lotta e che lavora.
“Riprendercelo”, vivendo fino in fondo il senso della democrazia partecipata e partecipativa, è un dovere morale, un obbligo naturale, qualcosa che dovrebbe essere quasi istintivo.
E’ tempo di mettere un punto e di riguardare avanti, con fiducia, con speranza ritrovata, riconquistando democraticamente “il tempio”.
Siamo Italiani. Questo è il nostro Paese: continuare con la depressione psicologica e con quella etico-morale è davvero il peggio che si possa fare.
Per la politica e per noi tutti, soprattutto per chi è “privo di una casa” rappresentativa, “ripartire dal basso” vuol dire proprio questo perchè, come disse Kennedy, non è più tempo di “chiedersi cosa può fare il Paese per noi. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per il nostro Paese e per la libertà  dell’uomo.”
Sarò anche un sognatore, ma la “questione morale” siamo proprio noi…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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CARI FASCISTI, QUEI PROFUGHI SONO SERGIO RAMELLI

Dicembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

DA BEPPE NICCOLAI A PIER PAOLO PASOLINI: QUEI MONITI CONTRO L’EMARGINAZIONE DEI CAPRI ESPIATORI DI TURNO

C’è qualcosa di peggio di chi liquida il disagio delle periferie con una scrollata di spalle, la rivolta dei quartieri con l’accusa un po’ snobistica e generica di razzismo.
E’ peggiore quell’antropologia politica che avendo in queste nostre periferie fiutato l’odore forte della disperazione e della paura vi si è precipitata con l’antico istinto di chi non cerca di dare una risposta e una soluzione a quella rabbia ma vuole fomentarla per farla dilagare, perchè in questa energia primaria ritrova finalmente il suo elemento costitutivo, vi intuisce un potenziale, esplosivo consenso da capitalizzare e mettere a servizio d’un revanscismo che non ha mai cessato di digrignare i denti e affilare le zanne.
E’ quanto accade da anni, si dirà , anche nel resto d’Europa dove il fuoco dell’estrema destra, colpevolmente rimosso dai partiti di sistema incapaci di entrare nel merito dei problemi sollevati dalla globalizzazione, ha covato pazientemente per anni prima di esplodere anche elettoralmente.
Ed è l’analisi che Matteo Renzi ha fatto nell’ultima direzione nazionale del Pd indicando nella montante marea xenofoba il nemico principale che ogni seria forza riformista deve contrastare sottraendogli terreno con la razionalità  politica.
Una diagnosi esatta della situazione per la quale non è tuttavia ancora chiaro il rimedio che i partiti di sistema europei abbiano in mente oscillando tra la farisaica condanna del razzismo, gli inumani respingimenti in mare e l’assenza totale di una governance dei flussi di migrazione oggetto di disputa nazionalistica continentale dove le principali energie dei vari paesi Ue sono impiegate nello stornare sui confinanti la loro quota di allogeni.
Tuttavia c’è un dato particolare che in Italia va rilevato e che riguarda proprio gli attori politici che in queste settimane hanno animato le rivolte urbane contro i migranti, assediato i centri d’accoglienza, impedito ai bambini rom l’ingresso a scuola, occupato i talk show televisivi non limitandosi a immaginare politiche diverse di accoglimento o respingimento ma dando fondo a tutta la peggiore retorica del primatismo italiano ed europeo, vellicando i peggiori istinti di diffidenza, ragionando per etnie e appartenenze.
Questi attori che si sono guadagnati la ribalta della cronaca politica non vengono dal nulla; sono “i ragazzi di Casa Pound”, come confidenzialmente si era cominciati a chiamarli in questi ultimi anni; sono gli ex missini di Fratelli d’Italia, già  convinti finiani ed esecutori acritici delle svolte impresse dal leader; sono i movimentisti del Fronte della gioventù degli anni ottanta a parole insofferenti rispetto ai vecchi slogan e alle vecchie manie della paleodestra legge e ordine; sono gli ex An di Forza Italia.
Sono soggetti che a vario titolo provengono da quella non piccola cosa che è stata la vicenda della destra italiana e che rispetto alla Lega nord di Matteo Salvini hanno una storia più antica e più sofferta.
Ecco il dato che colpisce e che impressiona di queste biografie, di queste storie, di queste facce è che fino a un ventennio fa i monatti, i capri espiatori, i ragazzini cacciati dalle scuole, i migranti e gli ebrei d’Italia erano loro.
Erano loro quelli a cui il conformismo e il razzismo politico impedivano l’agibilità  — come si diceva — nelle università , nei quartieri, nelle fabbriche; loro quelli a cui chiudevano la bocca a prescindere, in nome di quell’antifascismo di sistema che era la prosecuzione del fascismo con altre forme e che li condannava e li metteva all’indice per il semplice fatto di esistere.
E su questa esclusione la destra italiana aveva investito una riflessione chiedendo giustamente anche per sè ciò che valeva per tutti.
Su questa esclusione Beppe Niccolai, disse una volta che ogni dissidente russo era suo fratello ma più ancora e perchè non ci fossero equivoci che ogni desaparecido argentino lo era.
E contro questa esclusione odiosa e vergognosa che ha mietuto vittime, seminato traumi, provocato ferite le migliori intelligenze democratiche hanno sempre protestato la vergogna, l’oscenità : «In realtà  ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente – diceva Pasolini – abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti…Non abbiamo parlato con loro».
Eppure è bastato un decennio, un cambio di scenario che oggi questa stessa destra, a cui la storia aveva destinato il discutibile privilegio di provare sulla propria pelle il dolore e l’ingiustizia dell’esclusione, è di nuovo all’attacco, a puntare l’indice e i denti contro il capro espiatorio di turno.
Come se gli occhi spaventati di un ragazzo del Senegal chiuso in un centro d’accoglienza che da un vetro guarda una folla che lo vuole respingere non siano gli stessi di Sergio Ramelli, 16 anni, Fronte della Gioventù di Milano, intimidito per mesi nella sua scuola e messo al bando prima di essere sprangato sotto casa, una mattina di marzo, nel 1975, da un commando di studenti universitari di medicina, come simbolo ideologico da abbattere.
Come se dentro ogni centro d’accoglienza assediato, in ogni ragazzo respinto e separato per la sua provenienza non ci sia Sergio Ramelli, la vittima predestinata. Basterebbe guardarlo negli occhi, sentire che la sua paura è quella di ciascuno per terminare questa prassi oggettivamente schifosa che è la xenofobia.

Riccardo Paradisi
(da “Cronache del Garantista“)

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CAMMINIAMO INSIEME: LA MAGIA DELLA SOLIDARIETA’

Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile

ESSERE “UNO” IN MEZZO A TANTI, MA NON SENTIRSI MAI SOLI NEL MOMENTO DEL BISOGNO… E AVERE LA CERTEZZA DELLA PRESENZA DELLO STATO

Solidarietà  è qualcosa di ben diverso dall’assistenzialismo.
E’ un sentimento, è un’attitudine, è quell’armonica propensione che vive nel cuore di ogni essere umano che sa di essere “uno” in mezzo a tanti.
L’assistenzialismo ha creato dei veri e propri “mostri” e ha impedito la consumazione delle grandi sfide politiche e culturali, spegnendo passioni e mortificando talenti.
Si pensi al Meridione: mai nessuna politica l’ha realmente messo al centro di un piano strategico di ripresa e di sviluppo.
Qualsivoglia iniziativa è sempre stata tesa unicamente a favorire “le clientele politico-affaristico-malavitose”.
“Omaggi” per garantirsi “voti” e per “fare affari”, con fannulloni che sono rimasti tali e persone in difficoltà  che, finita “la minestra”, si sono ritrovate senza nulla.
E la politica non può continuare “a pensare” e “a fare” con schemi che di “res-publica” non hanno proprio nulla.
Il dovere è quello di andare oltre, pensando e lavorando ad un sistema che sia realmente capace di dare “all’uomo” la possibilità  di essere artefice del proprio destino e di essere sostenuto e sorretto, se lo merita.
Di aiutarlo a crescere assumendo un ruolo sempre più consapevole e da protagonista, per sè stesso e per la collettività .
La solidarietà  è un sentimento profondo dell’animo umano.
E’ fare un sorriso a chi ne ha bisogno. Ascoltarlo quando nessuno è disposto a farlo. E’ “dare una pacca” sulle spalle per dire, anche restando in silenzio, “stai tranquillo, ci sono anch’io quì con te”
La solidarietà  è una meravigliosa magia: camminare l’uno accanto all’altro e impegnarsi a diventare grandi.
Insieme.

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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