Luglio 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL MESSINESE NELLA STORIA DEL CICLISMO: IL TRIONFO DELLO “SQUALO”
Come sedici anni fa, ma in modo diverso. Vincenzo Nibali, 29 anni, trionfa al Tour de France, come fece Marco Pantani, ultimo grande campione del ciclismo italiano.
Lo “Squalo” e il “Pirata”: il mare li unisce nei soprannomi, ma tra i due non esistono paragoni: per carattere, stile e vittorie.
Nibali è andato oltre l’eredità di Pantani: con la vittoria in Francia è entrato nell’Olimpo dello sport di tutti i tempi.
Il messinese si è consacrato nel ristretto club dei ciclisti che hanno vinto il Grande Slam di questo sport.
Prima di lui, solo Jacques Anquetil, Alberto Contador, Felice Gimondi, Bernard Hinault ed Eddy Merckx avevano vinto Giro D’Italia, Vuelta di Spagna e Tour de France.
Per fare un paragone con il calcio: l’impresa di Nibali è come il “triplete” della Spagna (due Europei consecutivi e un Mondiale) o quello dell’Inter nel 2010 (scudetto, Coppa Italia e Champions League).
La sua vittoria però ha un sapore particolare anche perchè riscatta la fama di uno sport che negli ultimi anni è stato inquinato dal doping.
Il trionfo di Nibali (il decimo di un italiano al Tour) è il successo dell’uomo normale, dell’atleta semplice e riservato che corre per la gente senza arroganza o clamori.
Un ciclista autentico, insomma. Un dato che sgombra le insinuazioni dei detrattori che cercano di offuscarlo con il doping: la sua salita verso Hautacam nella 18esima tappa è stata solo la ventisettesima più veloce di sempre. Tappa che l’ha spinto verso la vittoria.
Nibali ha staccato gli avversati in maniera netta.
Anche se i suoi due rivali più accreditati, Chris Froome e Alberto Contador, si sono ritirati, il messinese ha lasciato le briciole ai due corridori di casa Thibaut Pinot e Jean-Christophe Pèraud, che si dovranno accontentare del podio.
Il suo successo è la vittoria di un intero Paese, paragonabile, se non addirittura superiore, ai fasti del calcio.
Di un’Italia che dopo la delusione Mondiale e le recenti polemiche sulla successione alla presidenza della Figc ritrova il suo spirito autentico: il trionfo dell’uomo semplice che si fa apprezzare per il suo talento.
Da piccolo lo avevano soprannominato “Pulce”, proprio come Lionel Messi. Poi però è diventato lo “Squalo” capace di mordere (sportivamente) gli avversari accumulando otto minuti di vantaggio su tutti al Tour.
Proprio per questo motivo su Twitter è partita la campagna per convincere la Gazzetta dello Sport a pubblicare il giornale di lunedì 28 luglio con il colore giallo.
Sotto l’hashtag #GazzettaGialla, gli utenti si stanno spendendo per celebrare Nibali con un gesto che nella storia del quotidiano milanese è stato riservato solo alla Nazionale di calcio.
Da parte sua Nibali festeggerà con lo stile che l’ha contraddistinto finora.
Ha promesso che donerà la maglia gialla alla madre di Marco Pantani: l’Italia ha trovato il suo nuovo campione nel ciclismo.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 25th, 2014 Riccardo Fucile
INGRESSO LIBERO UNA VOLTA LA SETTIMANA: “TROPPI STANNO MALE E NON HANNO SOLDI”… “C’ERANO MADRI CHE CHIEDEVANO DI PAGARE UN’OTTURAZIONE A RATE DI 5 EURO”
In punta di piedi e con un sorriso un po’ timido, Salvatore, 32 anni, e sua moglie Barbara, 28, entrano nello
studio e stringono la mano al medico dentista.
Lo guardano con una strana espressione, il dottor Giovanni Valenti, qualcosa a metà strada tra la riconoscenza e l’incredulità , la commozione e la gioia.
Hanno perso il lavoro, a distanza di tre mesi l’uno dall’altro, e hanno due bambini.
Il più grande, Antonio, 5 anni, ha le carie e sta per iniziare la cura più straordinaria, solidale e improbabile del mondo: quella regalata da questo professionista, un affermato dentista toscano, che ha deciso di dedicare ogni giovedì di ogni settimana alla cura gratuita dei bambini o dei ragazzi delle famiglie più svantaggiate.
L’idea, insieme alla moglie Letizia, livornese purosangue e un’innata pulsione ad aiutare il prossimo, il dottor Valenti, 61 anni, l’ha avuta sette giorni fa.
«Con Letizia abbiamo deciso che non era più possibile vedere tanta sofferenza nel nostro lavoro – racconta il medico – incontrare bambini con la bocca devastata, sentirci chiedere da mamme disperate se potevano pagare un’otturazione cinque euro al mese. Così ci siamo inventati questa forma di volontariato: lavorare gratis per un giorno alla settimana e farci carico delle spese per i bambini delle famiglie che non ce la fanno. Un piccolo aiuto che spero possa essere seguito dai colleghi e che può dare una mano anche all’affollato sistema sanitario nazionale».
Il primo giorno, quello di ieri, è stato molto laborioso.
La voce si è sparsa velocemente in Maremma e allo studio sono arrivati i genitori di una decina di bambini.
«La maggioranza di origine straniera – spiegano Giovanni e Letizia -, di tutte le etnie, ma anche giovani coppie italiane, colpite dalla crisi».
Il dottor Valenti non lo racconta, per quella forma di distacco professionale che i medici s’impongono per non cadere nel vortice dell’emozione, ma ieri si è commosso quando una mamma di colore, con tre bambini, lo ha benedetto parlando uno strano italiano-ispanico.
Non immaginate un Giovanni Valenti con l’aureola, però, tutto lavoro e opere pie.
In una stanza del suo mega studio il «dottor solidarietà » ha allestito una sala musicale rock. Un organo Hammond e il super sintetizzatore Moog lo aiutano nei momenti di pausa a riprendere la carica.
«Sono innamorato della Premiata Forneria Marconi», dice davanti alle tastiere prima delle visite pomeridiane intonando Impressioni di Settembre , la stessa che suonava anni fa in una band.
Poi ci mostra le foto delle dune quando a bordo del suo fuoristrada da 4 mila di cilindrata, ha percorso mezzo deserto del Sahara. «Ho collaborato anche per mensili specializzati, è un’altra delle mie passioni», spiega Giovanni, figlio di un venditore ambulante e di una casalinga, studi universitari pagati con cento lavori.
Le carie di Antonio sono quasi scomparse adesso e il bambino, fiero, abbozza un sorriso. «Vai giovanotto, ci vediamo il prossimo giovedì», gli sussurra il dottore, mentre suona il campanello e in sala di attesa arriva un’altra giovane coppia con tre bambini.
Giovanni e Letizia si guardano soddisfatti. Oggi c’è molto da fare, ma per il prossimo giovedì si prevede un raddoppio di giovani pazienti.
Prenotazioni anche da fuori Toscana. Le buone notizie corrono veloci.
Marco Gasperetti
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
“GRAZIE AGLI ITALIANI CHE CI STANNO VICINO”… “I BOSS UCCIDONO, IL PIAGNISTEO NON SERVE, COSI’ COME NASCONDERSI: SERVONO AZIONI CONCRETE”
Rompe il silenzio il comandante dei carabinieri che ha abbandonato la processione di Oppido Mamertina, che si era fermata davanti alla casa di un boss.
“La ‘ndrangheta, che a Oppido esiste, e’ una forma odiosa di sopraffazione fra esseri umani, è basata su regole poco democratiche, uccide ed è venditrice di morte; Oppido e gli oppidesi hanno vissuto passivamente ed ammutoliti cruente faide di cui oggi ancora in tanti portano addosso i segni. Il piagnisteo non giova a nulla, al pari del nascondimento. Servono azioni concrete”.
Il comandante della caserma dei carabinieri di Oppido Mamertina, il maresciallo Andrea Marino, affida a Facebook le sue parole, dopo che il caso ha assunto un rilievo internazionale.
“Anzitutto – scrive Marino – ringrazio coloro i quali hanno manifestato apprezzamento per quanto fatto nel corso della processione. Fra tutti, desidero ringraziare particolarmente gli oppidesi, gli oppidesi onesti, che sono tanti, cosi come tanti sono i veri devoti di Maria Vergine delle Grazie. Li ringrazio particolarmente perchè, pubblicamente e non, hanno comunque scalfito quel muro di silenzio che qui è più duro del cemento armato. Li invito a perseverare, a non aver paura di vivere liberi, a dimostrare che i cambiamenti sono frutto dei fatti e dei sacrifici e non solo delle belle parole. Il gesto compiuto non aveva alcuna dietrologia nè era mirato a gettare fango sull’intera comunità oppidese in cui vivo con la mia famiglia da circa 6 anni, ed in cui ho conosciuto tanta gente laboriosa ed onesta.
La stessa gente che oggi soffre perchè sente addosso il peso del fango mediatico che spesso dipinge Oppido come fosse il paese degli orrori. In parte, purtroppo, lo è e lo sarà sempre fino a quando i tanti cittadini laboriosi e onesti sapranno solo sentire il peso del fango mediatico, sopportandolo passivamente e lagnandosi di essere additati come una comunità di criminali incalliti. Personalmente ho un grande rispetto per la vita, in quanto bene supremo e, in virtù di ciò, ho rispetto per l’essere umano in se ma non ho rispetto per alcuna forma di sopraffazione fra esseri umani”.
“Ancora grazie – conclude il sottufficiale – a tutti per le belle espressioni di stima che mi avete manifestato. L’Arma dei Carabinieri, l’Italia intera, è fiera di ciascuno di voi”.
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
ENZO JACOPINO POLEMICO CON NAPOLITANO
“A me piace rispettare le persone da vive anzichè da morte. Non riesco a stare zitto, dovete perdonarmi“. 
E’ il polemico commento che Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha pronunciato sulla lettera del presidente della Repubblica in omaggio a Giorgio Almirante, ricordato in un convegno alla Camera dei deputati in occasione dei 100 anni della sua nascita.
Iacopino, moderatore della conferenza organizzata dalla fondazione Giorgio Almirante, ha ricordato con toni commossi lo storico leader del Msi: “Ricordiamo una persona che per noi è stata amico, fratello e nel mio caso anche un po’ papà probabilmente“.
E ha sottolineato che, a dispetto dei suoi onerosi impegni come quelli inerenti alla discussione sull’equo compenso per i giornalisti, non si è sottratto all’evento-tributo al politico: “Io non credo che ci sia impegno istituzionale che si possa non rinviare se si ha la volontà di testimoniare rispetto per una persona o per un uomo che ha segnato per molta parte della vita di questo Paese come ha fatto Giorgio Almirante. Ci sono doveri e sentimenti che prevalgono e che debbano prevalere”.
Probabilmente un’altra stoccata a Giorgio Napolitano, che non ha partecipato al convegno, ma ha inviato un’epistola in ricordo del leader missino, missiva letta da Giuliana de’ Medici, figlia di Donna Assunta Almirante.
Nel corso dell’incontro, Iacopino ha ricordato molti episodi della vita del politico, esprimendo un sentimento di riconoscenza personale e professionale.
Non sono mancate allusioni pungenti alla politica attuale: “Quando Giorgio prefigurava la necessità di riforme istituzionali agli inizi degli anni ’80, e adesso tutti arrivano e parlano di riforme istituzionali. ipotizzando il presidenzialismo, all’epoca potevi perfino giudicarlo un visionario”.
Il presidente dell’Ondg ha poi citato il calabrese Giuseppe Santostefano, e Stefano e Virgilio Mattei.
E su Sergio Ramelli ha osservato: “Ci sono voluti 40 anni perchè il sindaco di Milano si ricordasse che lo avevano ammazzato. Io so per consapevolezza diretta che senza di lui la insopportabilmente lunga catena di dolore di questo Paese sarebbe stata ancora più lunga e dolorosa”.
Iacopino ha anche raccontato l’imputazione a carico di Almirante, accusato nel 1972 di aver ricostituito il partito fascista, non senza una frecciata polemica alla magistratura milanese.
Non è mancata la citazione di Giorgio Albertazzi e Nino Benvenuti, anche loro tra il pubblico : “Nella loro vita non hanno mai risentito del flusso delle maree”.
E infine il tributo conclusivo: “Non so dove sia oggi Almirante. Da cattolico francamente una speranza ce l’ho, anche se lui era un po’ discolo. Ma quale che sia il luogo, c’è sicuramente un girone riservato agli onesti e quel posto gli spetta, perchè noi, amici tutti, abbiamo buona coscienza. E possiamo andare orgogliosi di questo”
Gisella Ruccia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile
GLI INCONTRI RISERVATI E LA STIMA RECIPROCA… “PAIETTA E’ UN GRANDE COMBATTENTE CHE HA SEMPRE PAGATO DI PERSONA, RISPETTATELO SEMPRE”… LA VISITA COMMOSSA DELL’EX CAPO PARTIGIANO ALLA CAMERA ARDENTE DI GIORGIO
Questa è una storia che risale più o meno a mezzo secolo fa, anche se sembra passato molto più tempo.
È la storia di un periodo italiano in cui si poteva essere nemici in politica ma al tempo stesso rispettarsi. È la storia dei rapporti di Giorgio Almirante con i vertici del Pci.
E in particolare con Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta e Nilde Iotti.
La racconta a Il Tempo Massimo Magliaro, che di Almirante fu l’inseparabile capoufficio stampa. Oltre che l’amico.
GIORGIO ED ENRICO
Per una volta è meglio partire dalla fine. Dal 12 giugno 1984. Quando Almirante, sorprendendo collaboratori e opinione pubblica, andò a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer.
A Botteghe Oscure, nella tana del nemico.
«Arrivai a casa sua alle 8.30 – ricorda Magliaro – e vi trovai un Almirante scosso. Ho sempre pensato che, oltre al dolore, fosse anche colpito da come era morto Berlinguer. Forse era la morte che avrebbe voluto anche lui, sul campo, da combattente. Poi io, Giorgio e Mario, il suo autista, salimmo in macchina per recarci a via della Scrofa. Solo che all’altezza del Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale, Almirante chiese a Mario di non girare per via del Traforo e di proseguire per piazza Venezia. Mario mi guardò attraverso lo specchietto retrovisore, eravamo sbiancati, sapevamo cosa stava succedendo a Botteghe Oscure, c’era la camera ardente di Berlinguer».
Il resto fa parte della storia nazionale. Almirante che, a piedi, passa attraverso una folla stupita – ma non ostile – che si apre come il Mar Rosso davanti a Mosè.
Il leader del Msi che entra a Botteghe Oscure (e inizialmente sbaglia l’ingresso, scegliendo quello delle persone “normali” invece che quello dei politici) e viene ricevuto da Pajetta e Iotti. All’uscita, poi, torna da Magliaro e gli dice: «È andato tutto bene, puoi chiamare mia moglie e dirle che è andato tutto bene».
Donna Assunta, a differenza di tutti, sapeva della scelta del marito. Insieme ne avevano parlato la notte precedente. E, ovviamente, era molto preoccupata.
I VENERDàŒ A MONTECITORIO
Almirante stimava Berlinguer, lo ripeteva spesso. Apprezzava il suo essere «una persona perbene». Ma c’era dell’altro.
Sì, perchè lontano da occhi indiscreti i due leader si erano incontrati a più riprese. Donna Assunta ha parlato dei «vertici» a Villa Borghese. Magliaro svela quelli alla Camera.
«Ho assistito a quattro incontri. Accadde sempre di venerdì pomeriggio, al quarto piano di Montecitorio, tra le 16 e le 17. Il momento in cui praticamente non c’era più nessuno a parte qualche commesso. Io accompagnavo Almirante, con Berlinguer c’era Antonio Tatò. I due leader parlavano tra di loro, io e Tatò stavamo lontano senza poter ascoltare quello che si dicevano».
Erano gli anni più bui del terrorismo, facile immaginare di cosa parlassero i due leader.
«Credo che discutessero di come fronteggiare i canali di continuità tra i propri partiti e le frange estremiste». Tanto Almirante che Berlinguer erano considerati dai terroristi dei «traditori» da eliminare.
«Un giorno – racconta ancora Magliaro – Almirante aprì il suo portacarte sulla scrivania e vidi una cartolina postale che gli era arrivata dal carcere dell’Isola d’Elba. L’aveva mandata Mario Tuti, fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario. C’era scritto: “Il tribunale ti ha condannato a morte”».
«RISPETTALO SEMPRE»
Fare politica, all’epoca, significava rischiare la vita. L’odio tra le diverse fazioni era tale che tra «comunisti» e «fascisti» era vietato persino salutarsi. E questo non valeva solo per i leader, ma anche per i parlamentari di terza fascia. Per lo meno in Italia.
All’estero, lontani dall’ipocrisia dell’arco costituzionale e della «conventio ad excludendum» nei confronti del Msi, le cose andavano diversamente.
E poteva capitare che – rivela Magliaro – nel 1984 Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Giancarlo Pajetta sedessero insieme in un ristorante a Strasburgo, vicino all’Europarlamento, mangiando stinco di maiale e scherzando. Perchè quanto valeva per Berlinguer, Almirante lo pensava anche per Pajetta.
È il 1963. Almirante entra a Montecitorio per la seduta inaugurale della legislatura. Accanto a lui c’è il fedelissimo Franco Franchi, che richiama l’attenzione del leader su una persona dall’altra parte dell’emiciclo: «Ma è Pajetta quello lì?».
«Sì, ricordati di rispettarlo sempre – gli risponde Almirante – perchè è un grande combattente che ha sempre pagato di persona».
Non c’è da stupirsi se quando ad andarsene fu il leader del Msi, alla camera ardente si presenterà proprio l’ex partigiano.
«Rimase raccolto davanti alla salma per un tempo che mi sembrò lunghissimo – racconta Magliaro – fu un momento di grande partecipazione, non un gesto formale».
L’omaggio di un combattente a un altro.
LA DONNA DEL «MIGLIORE»
Quel giorno a via della Scrofa c’era anche Nilde Iotti. Era la presidente della Camera.
Normale, quindi, un suo omaggio a uno dei parlamentari più importanti. «Ma i rapporti erano già all’insegna del rispetto e della stima reciproca – ricorda Magliaro – e me ne accorgevo quando i due si incontravano nell’ufficio della Iotti a Montecitorio. Almirante aveva il suo modo di fare galante, le faceva il baciamano. Lei non si comportava in maniera fredda, come ci si sarebbe potuti aspettare da colei che era stata la compagna di Togliatti, il “Migliore”.
Non faceva come Pertini, insomma, che quando Almirante si recava al Quirinale per le consultazioni lo ascoltava a stento.
E la sua umanità si percepì anche davanti alla salma di Giorgio. Rimase per molto tempo a parlare con Donna Assunta, si tennero per mano».
Altri tempi.
Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)
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Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile
ALEMANNO PARLA DI SOVRANITA’ NAZIONALE, MA DIMENTICA LA STRETTA DI MANO A BUSH … E ALMIRANTE NON AVREBBE MAI FATTO AFFOGARE I PROFUGHI O FLIRTATO CON CHI SI PULISCE IL CULO CON LA CARTA IGIENICA
Pubblichiamo l’articolo di oggi de “il Tempo” con un commento del nostro direttore.
Fratelli d’Italia «ultima ridotta veteromissina». Non usa termini teneri Gianfranco Fini nei confronti del partito che ha ereditato il simbolo della sua Alleanza Nazionale. Scatenando una nuova rissa tra ex militanti dello stesso partito e riportando in luce tutte le fratture nate dalla diaspora della destra italiana.
L’occasione è il lancio della manifestazione che l’ex presidente della Camera terrà a Roma il prossimo 28 giugno, un’assemblea pubblica al Palazzo dei Congressi dell’Eur per disegnare una nuova piattaforma programmatica per l’universo conservatore.
Fini, ospite ad Agorà , specifica di non voler candidarsi a nulla: «So di non essere l’uomo per tutte le stagioni – spiega – cerco solo di organizzare una discussione perchè me lo chiedono tanti e tanti elettori di centrodestra».
Un centrodestra che, a sua parere, ha smarrito la bussola: «Oggi questo fronte richiama nella mia memoria la fase di assoluta confusione della sinistra di ieri, quando cercava di mettere insieme delle alleanze onnicomprensive prescindendo totalmente dai contenuti».
Ed è a quel punto che arriva l’attacco al partito della Meloni: «L’ipotesi di uscire dall’euro è caldeggiata da Lega e anche da Fratelli d’Italia, e questo mi fa inorridire perchè loro usano il simbolo di Alleanza nazionale che ha tutta un’altra storia a proposito del rapporto con l’Europa. È una posizione politica che contrasta radicalmente con un programma di centrodestra».
Non finisce qui: «I Fratellini d’Italia, o cuginetti di campagna – ironizza Fini – non possono usare la storia di Alleanza nazionale per sostenere ciò che vanno dicendo. Ed è un problema tutt’altro che personale, perchè An è stata l’apertura della destra a un mondo moderato, mentre oggi chi usa quel nome è diventato l’ultima ridotta veteromissina».
Parole pesanti, che non passano inosservate dalle parti della Meloni. Se la leader preferisce ignorare l’affondo finiano, a replicare ci pensano alcuni dei suoi.
Come Gianni Alemanno: «C’è da chiedesi quale sia il fondamento politico e culturale delle affermazioni di Fini – è la risposta dell’ex sindaco di Roma-. Perchè essere critici nei confronti dell’euro è qualcosa di estraneo al centrodestra? La sovranità nazionale, e di conseguenza la sovranità monetaria, non è forse uno dei principi che da sempre caratterizza tutta la Destra politica italiana?».
(da “il Tempo“)
Il commento del ns. direttore
Condivivo le critiche che Fini rivolge a quella “contraddizione vivente” che è il cartello elettorale di Fratelli d’Italia, semplice ruota di scorta di Forza Italia (che non a caso stanziava fondi per loro a bilancio) ma penso sia opportuno operare qualche richiamo politico-culturale.
Non per difendere a priori il vecchio Msi, ma per riportare la polemica nel giusto alveo.
Il Msi era nato ed è a lungo sopravissuto, nei pregi e nei difetti, come “alternativo al sistema”, non per essere funzionale ad esso, a differenza di successive aggregazioni politiche, da An a Fratelli d’Italia.
Definire “veteromissini” i compagni di merende della Meloni è come accostare il lino alla tela grezza, altri i valori, altri i sacrifici, altra la visione politica, altro il contesto storico.
Mai Almirante, Rauti o Niccolai avrebbero accettato di “sporcare” il proprio nome e una sofferta “tradizione nazionale” con i ladroni padagni, mai avrebbero contribuito ad affogare profughi in fuga da guerre e carestie, mai avrebbero speculato sulla miseria della povera gente.
Ha ragione Fini quando ricorda che non si può “affittare” per un anno un marchio che aveva, in versione moderata e governativa, altre valenze rispetto a quelle espresse dal cartello elettorale di FdI: questa è pura contraffazione, come cambiare etichetta a un capo d’abbigliamento cinese e spacciarlo per “made in Italy”.
Ci spiace constatare altresì che l’ex sociale Alemanno rammenti la sovranità nazionale e monetaria come giustificazione della battaglia anti euro che oggi va di moda e rende qualche spicciolo di voti.
Da uno che è riuscito, per protestare contro l’imperialismo Usa, a buttarsi contro l’auto di Bush in visita a Roma e qualche anno dopo a stringere la mano al presidente americano, difficile peraltro pretendere un’analisi coerente.
Forse dimentica che la sovranità nazionale da noi non è mai esistita, ma tutti gli Stati erano ben inseriti in blocchi contrapposti: e quel tipo di “governo delle grandi potenze” oggi è stato semplicemente sostituito dal “governo anonimo dell’alta finanza” che avrebbe ulteriori motivi di speculazione e arricchimento dalla caduta dell’euro.
Essere condizionati dalla Bce o dai Fondi anonimi americani cambierebbe forse qualcosa per Alemanno?
O non sarebbe allora meglio rivendicare, quella sì una storica bandiera della destra italiana, la battaglia per un’Europa nazione, autonoma, integrata, solidale e sovrana?
Perchè inseguire quattro cialtroni qualunquisti che vedono la politica come percentuale per garantirsi una poltrona?
Perchè rinunciare a un discorso culturale più ampio e ambizioso che vada oltre le sterili polemiche contro le “banche europee” per poi finire a sostituirle con quelle americane ?
A questo si è ridotto il dibattito a destra?
A scimmiottare un guitto e un razzista da operetta che in altri tempi sarebbero stati cacciati da una federazione del Msi (quello vetero…) a calci nel culo?
Ultimo considerazione sul presidenzialismo che accomuna il vecchio Msi versione Destra nazionale, Fini e Fratelli d’Italia: è la fissa “dell’uomo solo al comando” che accompagna da decenni la destra italiana.
Ma non avete ancora compreso che in Italia, con l’aiuto dei media, questo vorrebbe dire Berlusconi o Renzi al governo con pieni poteri per almeno venti- trent’anni a testa?
No grazie, preferisco un pool di persone e partiti al governo, almeno uno forse è normale, disinteressato. onesto e competente.
Se non altro per il calcolo delle probabilità .
Meritocrazia non si coniuga con oligarchia o dittatura, ma con democrazia della competenza, divisione di responsabilità e trasparenza.
Altra cosa, altra destra.
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Giugno 17th, 2014 Riccardo Fucile
LE FREDDE PAROLE DI CARLO LITTI DOPO AVER UCCISO LA MOGLIE E I DUE FIGLI DI 5 ANNI E 20 MESI… LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI MOTTA VISCONTI
C’è un piccolo pianoforte di legno scuro. Sopra, ordinatamente allineate, foto dentro cornici
d’argento: c’è Giulia, cinque anni, capelli lunghi a caschetto.
C’è Gabriele, venti mesi, il ciuccio in bocca, un cappellino a righe in testa.
Poi i bimbi con i genitori. E sopra sul muro la gigantografia di loro due: Maria Cristina e Carlo, 38 anni lei, 32 lui. Sposati da sei.
Cristina che lavora in un’agenzia di assicurazione, Carlo che è impiegato in una società di software, va in moto, tifa Juventus, gioca a basket con gli amici dell’oratorio e ha il culto del corpo.
Sono abbracciati. Sullo sfondo il mare. Ricordo di una vacanza felice. Ricordo ora distante come mai.
Perchè lì sotto, sul pavimento, tra il pianoforte e il divano, c’è il corpo di Maria Cristina Omes. Volto a terra e tanto sangue.
C’è silenzio nella villetta di via Ungaretti 20 a Motta Visconti, ricco comune a cavallo tra Milano e Pavia.
Due piani e intonaco rosa. Il portico, il giardino curato, i giochi riordinati.
È sabato sera. L’Italia resta sveglia per vedere l’esordio della nazionale di Prandelli al mundial brasiliano. C’è da battere l’Inghilterra. Manca un’ora al fischio d’inizio.
In casa adesso si sente l’acqua scorrere. Il bagno è oltre un tinello con un tavolo in legno e la palla del cartone animato Peppa Pig accanto alla sedia.
Lissi è sotto la doccia. In testa un solo pensiero: la libertà e la fuga da quella famiglia che per lui è ormai una disperazione, una gabbia, un intralcio alla sua nuova vita sognata con una donna conosciuta sul lavoro, alla Wolters Kluver di Assago.
Passione non corrisposta. Lui ci prova, lei rifiuta. Lo stress aumenta, la paranoia anche.
Carlo si mette in testa che l’unico ostacolo a quella relazione è la sua famiglia. Ci pensa per giorni. Poi uccide moglie e figli.
In modo premeditato, simulando una rapina, aprendo la cassaforte e contando sull’alibi della partita. Ma alla fine crolla, confessa e chiede di essere condannato al massimo della pena.
I vicini pensavano: “Soliti schiamazzi”
Quasi le 11 di sera nella villetta. Lissi ha appena ucciso la moglie. Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurato parole dolci. Carlo si è alzato. In cucina ha preso un coltello. Maria Cristina ha urlato “perchè, aiuto”.
I vicini hanno pensato ai “soliti schiamazzi”. Al piano di sopra, intanto, i bimbi dormono. Gabriele nel lettone matrimoniale. Giulia nella sua cameretta. Carlo indossa solo un paio di mutande. Si è lavato del sangue.
Uccide ancora: prima la figlia e poi Gabriele. Un colpo a testa. Alla gola.
Tanto netto che i bambini non si svegliano. Muoiono nel sonno.
Che succede adesso? Carlo si veste: jeans, maglietta blu e giubbotto. Prende l’auto e in una manciata di minuti percorre i pochi chilometri che lo separano dalla casa di un amico dove vedrà la partita dell’Italia, senza far intravedere niente, senza tradirsi e anzi partecipando al match da tifoso, esultando per i gol di Marchisio e Balotelli.
L’appuntamento al bar Zimè con l’amico
Inizialmente aveva l’appuntamento al bar Zimè di Motta, ma la cosa salta. Alle 21,30, ben prima del massacro, invia un sms a un amico: “Il Maffi mi ha paccato per andare allo Zimè a vedere la partita, Valè mi ha detto che vengono da te, posso fare lo sfacciato e aggregarmi a voi?”. L’Italia vince e poco dopo le 2, Carlo rientra in casa. Inizia la recita del killer. L’allarme scatta subito.
Alle 4,30 arriva la scientifica, alle 5 il nucleo investigativo dei carabinieri di Milano. Si pensa a un omicidio-sucidio. Ipotesi scartata: manca l’arma del delitto.
Esclusa anche la rapina. La casa è sottosopra, ma sembra una messa in scena.
Carlo Lissi viene portato nella caserma di Motta verso le sei. Racconta come ha trovato i corpi. Poi si chiude nel silenzio. Non protesta. Gli viene chiesto di spogliarsi. Indossa la tuta bianca dei Ris.
A mezzogiorno chiede di mangiare: pizza ai funghi. Poi si assopisce.
Alle 18 scatta il fermo. I carabinieri ritengono la sua prima versione contraddittoria. Dice di essersi sporcato di sangue quando ha visto la moglie e poi di essere corso al primo piano accendendo le luci. Gli interruttori però sono puliti.
L’arma ancora non si trova. I carabinieri lavorano veloci. Sentono i vicini e gli amici. Ma sono i colleghi di lavoro di Carlo a metterli sulla pista giusta.
“Per quella ragazza aveva perso la testa”
Parlano di quella donna per la quale Lissi aveva perso la testa. Raggiunta al telefono, la ragazza conferma tutto. È la carta vincente che gli investigatori calano davanti a Carlo Lissi. È l’attimo decisivo.
Il momento di lucidità arriva a mezzanotte di domenica. Carlo tiene il volto nascosto nelle mani, il corpo è rilassato.
“Sono stato io a uccidere mia moglie e i miei due figli, voglio il massimo della pena”.
La storia del triplice omicidio di Motta Visconti si chiude così. Con una confessione piena. Carlo Lissi in venti minuti mette a verbale tutto e fa ritrovare l’arma gettata in un tombino.
“Sono tornato in salotto e mia moglie era seduta sul divano. Da dietro l’ho colpita alla gola. Inizialmente ha detto no e poi ha solo continuato a gridarmi: perchè. Dopo che si è accasciata a terra sono andato in camera di mia figlia. Era a pancia in su. Ricordo solo che le ho dato una coltellata alla gola. Dopo che ho estratto la lama lei si è girata di lato e così è rimasta. Non ha detto nulla. Poi sono entrato in camera da letto dove c’era mio figlio Gabriele. Anche lui dormiva e anche a lui ho dato un’unica coltellata alla gola”.
Il pm Giovanni Benelli chiede: “Non era meglio divorziare?”.
Glaciale la risposta di Carlo: “Il divorzio non avrebbe risolto, perchè i figli sarebbero comunque rimasti”.
Davide Milosa
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL NOSTRO RISCATTO STA NEL RISCOPRIRE CHE SIAMO CAPACI DI UMANITA’
Parlare di immigrati ormai è diventato difficilissimo, nessuno ha più pazienza d’ascoltare, i più
moderati restano in silenzio, gli altri o invitano a rispedire ogni barca a destinazione o a girare la testa dall’altra parte quando fanno naufragio.
La questione è trattata solo in termini economici: prima ci si preoccupa dei costi di salvataggio e accoglienza, poi della minaccia che rappresentano per la sicurezza o per il nostro già disastrato mercato del lavoro.
Inutile cercare di discutere razionalmente, guardare i numeri che mostrano che sono molti di più quelli che si stabiliscono in Germania, in Francia o in Svezia.
Noi siamo terra di passaggio non meta finale.
Poi leggi il racconto di quella madre che è riuscita a tenere a galla per un’ora il figlio di otto anni, prima di morire all’arrivo dei soccorsi, e senti che qualcosa non funziona più, dentro e fuori di noi.
Guardi la foto sopra e scopri che su questa barca verde e rossa alla deriva ci sono 133 bambini, che sono stati asciugati, rifocillati e hanno dormito sotto una coperta grazie alla Marina Militare italiana che li ha salvati.
Sono siriani, in fuga dalla guerra con i loro genitori.
L’operazione Mare Nostrum ne ha salvati 30 mila da ottobre a oggi.
Per molti è una colpa, un ponte che andrebbe ritirato al più presto.
Ma forse è anche l’unica mano che tendiamo verso una serie di conflitti che non vogliamo vedere.
Il nostro sport nazionale è ripetere ad alta voce che l’Italia fa schifo, che non c’è niente da difendere, che siamo perduti.
E se il nostro riscatto stesse nel riscoprire che siamo capaci di umanità ?
Mi attirerò una bella dose di critiche, ma ho voglia di dire che sono orgoglioso di appartenere a una nazione che manda i militari a salvare le famiglie e non a sparargli addosso.
Mario Calabresi
(da “La Stampa”)
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Maggio 15th, 2014 Riccardo Fucile
I ROMANI E IL MONUMENTO: 1.500 ANNI DI DIFFICILE CONVIVENZA
È più o meno da mille e cinquecento anni che i romani non sanno bene che fare del Colosseo. 
L’utilizzo di successo della seconda metà del Novecento – grande rotatoria – si è (quasi) esaurito da che il sindaco Ignazio Marino ha reso (quasi) pedonale metà di via dei Fori Imperiali.
In fondo la funzione di spartitraffico non è stata la più umiliante per l’anfiteatro costruito sul laghetto di Nerone e inaugurato nell’80 dopo Cristo con cento giorni di bagordi e ammazzamenti: nel Medioevo fu anche un deposito di concime.
Il problema di allora è il medesimo di oggi, e cioè come trarre utilità da un gigantesco edificio posto da un incidente della storia sulla gobba della capitale.
Per quattro secoli abbondanti fu l’ombelico godereccio e sanguinoso del mondo, ma all’arrivo dei barbari era già fatiscente.
Il trasloco della capitale dell’Impero a Costantinopoli (Istanbul) aveva impoverito Roma e non c’erano i denari per aggiustare e mantenere in attività uno stadio da circa ottantamila spettatori.
Le pietre che cascavano venivano portate via e riciclate per innalzare nuove case; qualche bella scossa di terremoto contribuì al recupero del materiale e al buon umore degli operai, e alcuni dei fori che si vedono ancora oggi sulle pareti esterne originano dall’estrazione delle grappe di ferro, utili e costose.
Insomma, generalizzando, i romani dal Colosseo succhiano il succhiabile ma non lo amano più di tanto, anche ora nell’età del turismo, che il Grande Molare Cariato (soprannome dei detrattori) è una miniera d’oro.
La vicenda degli introvabili cinque custodi per la notte dei musei è esemplare: la vecchia arena dà uno stipendio. Finita lì. Il resto sono scocciature.
C’entra l’andazzo complessivo italiano, ma c’entrano anche quindici secoli di lotta fra l’anfiteatro e l’Urbe.
Il caso perfetto è quello di papa Sisto V (1521-1590), colto e amante del bello. Prima ebbe l’idea un po’ drastica di radere al suolo il Colosseo, di modo da congiungere enfaticamente San Pietro a San Giovanni in Laterano. Troppo costoso.
Allora pensò di riconvertirlo in lanificio e i lavori partirono pure, ma dovettero essere fermati sempre per l’esorbitanza delle spese.
Nel frattempo si continuò a scambiare il Colosseo per una specie di cava. I marmi furono portati via dai nobili ad abbellire gli sfarzosi palazzi del Rinascimento romano. Alcune delle pietre si dice siano tornate buone per la Basilica di San Pietro, mentre è certo che servirono a edificare Palazzo Barberini e Palazzo Venezia, da dove il Duce teneva i suoi discorsi alla folla eccitata
E intanto che pezzo a pezzo il gioiello di Vespasiano se ne andava in giro per la città , dentro se ne ricavò spazio per una fabbrica di colla, per una chiesa, per le stazioni della Via crucis, e alla sera vi si radunavano gli animatori della movida, a bere vino e cantare, intanto che fra gli archi coppie di giovinastri o di fedifraghi improvvisavano l’alcova.
Certo, non è stato un destino esclusivo del Colosseo. Lo è stato di quasi tutta la Roma imperiale.
Il Colosseo aveva quel difetto in più che tutto l’accanimento della storia non bastò a completare la distruzione. Subito dopo la caduta dell’Impero, e per secoli, dentro e a ridosso dell’anfiteatro vennero costruite capanne, stalle, fienili, botteghe di maniscalchi, di speziali, di ciabattini.
Nei secoli crebbe una tale vegetazione che nell’Ottocento furono classificate quattrocento specie diverse di fiori ed erbe.
Arrivarono gli archeologi, e soprattutto la tronfia ambizione del fascismo, a restituire onore e gloria al Colosseo.
Eppure oggi è semplicemente il regno di finti gladiatori e di venditori ambulanti, oltre che di turisti sbigottiti in perenne fila davanti a uno scheletrone.
Vietato sfruttare lo stadio più famoso e struggente del pianeta per concerti o spettacoli, facilitarne la visita, aprire librerie e negozi: sarebbe volgare commercializzazione.
Quando poi il Colosseo volgare nacque e volgare visse, e volgare andrebbe bene pure in vecchiaia.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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