Destra di Popolo.net

ROMA, ADDIO DESTRA AMORALE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA SCONFITTA DI ALEMANNO È QUELLA DEGLI EX MISSINI AL GUINZAGLIO DI BERLUSCONI

L’onda lunga della questione morale è un argomento-tabù nei tempi delle larghe intese, e infatti nessuno ne ha parlato nei fluviali commenti all’esito delle amministrative.
Ma è in quella direzione che va cercata la prima causa del disastro della destra, la destra degli sceriffi che si è confusa coi delinquenti, la destra “legge e ordine” finita a fabbricare regole ad personam, la destra sociale, infine, quella romana, che ha sposato troppe volte la causa dei prepotenti e dei furbi e ha sbriciolato la sua vantata diversità  etica tra cubiste assunte senza concorso e Suv comprati coi soldi pubblici (“Mi era indispensabile, nella Smart non c’entravo”, come ebbe a dire Fiorito).
Il giornalismo copia-incolla si è ritrovato d’accordo nel celebrare i funerali del ventennio di potere di questa destra fissandone la data d’inizio nel novembre ’93, con l’endorsement di Berlusconi a favore della candidatura di Fini al Campidoglio.
La fine, ovviamente, viene indicata nel voto di domenica scorsa.
È una tesi molto amata dal Cavaliere, che adora conferirsi il potere di fare e disfare fortune politiche, ma del tutto immemore dei fatti.
L’ascesa della destra, l’accensione dei riflettori (e del consenso) sul quel partitino fuori dai giochi che era il Msi, comincia qualche mese prima del pronunciamento di Silvio, con una manifestazione contro la corruzione a Montecitorio, quando i giovani missini scendono in piazza indossando magliette con la scritta “Arrendetevi, siete circondati”.
Ci furono una trentina di denunce per quella protesta, e molte perquisizioni a caccia delle t-shirt incriminate.
Si accesero i riflettori su una formazione politica mai contaminata dagli scandali.
I sondaggi si impennarono, dando inizio a una storica avanzata elettorale.
Vent’anni dopo, nel marzo scorso, lo stesso slogan, nello stesso posto, è stato usato dai dimostranti grillini.
E i vari Alemanno, La Russa, le Meloni, i Matteoli, si sono trovati dall’altra parte della barricata, come i Craxi e i Forlani di un tempo, a difendere il fortino assediato della cattiva politica.
Ecco, se proprio si vuole cercare l’Alfa e l’Omega della destra, meglio fissarla lì, nello scarto fra quelle due manifestazioni e nella mutazione genetica che esse rivelano.
Da censori del malaffare a coimputati.
Da paladini dei deboli a sodali dei prepotenti.
Da interpreti del desiderio di cambiamento a custodi di un tempio in rovina.
Una pessima fine, che il voto romano ha soltanto formalizzato.
Fa ridere, adesso, leggere le analisi di Bondi o della Biancofiore, che attribuiscono al basso tasso di berlusconismo di Alemanno e degli altri la sconfitta elettorale, ripetendo la favoletta del Giornale e di Libero: “Se non c’è in campo lui, si perde”.
In realtà  è successo il contrario.
La destra ha pagato tutto insieme il conto della fedeltà  canina al padrone e ai suoi imitatori di minor rango.
Una serie di cambiali che si sono accumulate nel tempo, una a una, e sono andate all’incasso tutte insieme.
Le sparate sull’“eroe Mangano” di Dell’Utri, la crema “Genescienze” da 200 euro a barattolo di Formigoni, le risate al telefono della cricca del terremoto, i massaggi di Bertolaso al Salaria Village, Miccichè che vuole cambiare nome all’aeroporto Falcone e Borsellino perchè “deprime i turisti”, i rolex rubati di Papa, i cannoli di Salvatore Cuffaro, le ostriche sbandierate da Er Batman come una conquista politica (“Senza di me in Ciociaria conoscevano solo il tonno in scatola”).
L’antropologia arraffona e prepotente dei parvenu del berlusconismo ha demolito pezzo a pezzo la mitologica “diversità  della destra” e disgustato chi si riconosceva in altri modelli.
Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
E siccome sei come gli altri, non ti voterò mai più.
Sul blog e nei commenti sui social network degli ex-elettori alemanniani, ieri, era tutto un rincorrersi di orgogliose rivendicazioni di astensionismo: “Ho il voltastomaco”, “Non posso riconoscermi nella destra del voto ad personam”, “Imparino la lezione e poi ne riparliamo”, fino alla più amara delle citazioni postata da un vecchio militante, una canzone di Francesco De Gregori: “Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, ti ricordi com’eri quando cercavi una sistemazione?”.
Già , chissà  se si ricordano.
Di sicuro, se hanno memoria di quel che era la destra “prima”, non possono dirlo.
Mai come adesso quel che resta della ex-An è materialmente dipendente dal berlusconismo.
A Roma, ma non solo, c’è una generazione intera di ex in cerca di collocazione.
La nomina della moglie dell’ex sindaco, Isabella Rauti, a consigliere di Alfano al Viminale è la punta di un iceberg di piccoli e grandi assalti a quel che resta della diligenza del potere.
Una destra che fino a un anno fa aveva tre ministeri, dieci sottosegretariati, il governo di Roma e del Lazio, una pletora di assessorati regionali, per non parlare delle città , degli enti, delle authority, delle fondazioni, adesso non ha più nulla.
Nella Capitale, Alemanno porta solo se stesso in Consiglio: nessuno dei suoi amici di corrente è stato eletto.
Gli ex-An, che vent’anni fa diedero il “bollino di garanzia” al berlusconismo, conferendo al miliardario amico di Craxi la reputazione di una tradizione politica magari criticabile ma sicuramente onesta, sono diventati vuoto a perdere.
Da Arcore si annuncia la fine del Pdl e il ritorno al modello Forza Italia.
“No Silvio, no party”, titola Il Giornale, e il messaggio è molto chiaro, molto amaro: per voi, ragazzi, la festa finisce qui.

Flavia Perina

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“MOVIMENTO GENTE ONESTA”: CITTADINI CHE PARTONO DAL BASSO PER PUNTARE IN ALTO

Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile

INTERVISTA A GIUSEPPE PRETE, FONDATORE DEL NUOVO MOVIMENTO: “POLITICA E’ SERVIZIO, PASSIONE E LAVORO”….”RIDURRE L’IVA PER I PRODOTTI INTERAMENTE ITALIANI AIUTEREBBE ANCHE L’OCCUPAZIONE”… “LA CORRUZIONE E’ TRIPLICATA, TUTTI I PARTITI PROMETTONO L’IMPOSSIBILE E POI NON MANTENGONO”…”SI RITORNI ALLE PREFERENZE, BASTA COI NOMINATI”

E’ sempre più frequente in Italia l’aggregarsi di cittadini in associazioni, embrioni di liste civiche e piccoli ma ambiziosi movimenti.
Certo il bipolarismo e gli sbarramenti creati dai grandi partiti egemoni non favoriscono l’affermarsi di tale realtà , ma la loro capacità  di intercettare le istanze degli italiani più delle classiche strutture partitocratiche sta diventando oggetto di studi e di analisi politica.
Riteniamo giusto dedicare ad esse uno spazio per farsi conoscere al di là  degli steccati ideologici, essendo la loro politica molto pragmatica e fondata sul dare risposte concrete ai problemi degli italiani.
Quella che segue è l’intervista rilasciataci dal dott. Giuseppe Prete,   fondatore e presidente dei “Movimento Gente Onesta”, partito nato da pochi mesi, ma combattivo e presente sia sul web che sul territorio.
E non si può dire che il suo fondatore non rappresenti , al di là  del programma che emerge dalle sue risposte, uno stacco con la vecchia concezione della politica intesa come casta ristretta e autoreferenziale.
Presidente, il Movimento che lei presiede ha scelto un nome ambizioso, “gente onesta”: pensa sia ancora possibile in Italia conciliare politica e valori?
“Se non lo pensassi non avrei certo dato un nome così importante al Movimento. La politica e’ servizio, passione, lavoro. Purtroppo da molti anni essa e’ cambiata in peggio e parlare di “valori” è come parlare di ricordi, bei ricordi. Dall’avvento di Craxi in poi la politica ha perso la sua dignita’, soffre, e ha perso di vista il vero obiettivo: al bene comune sono stati anteposti gli interessi personali. La corruzione in Italia, dopo Tangentopoli, e’ cresciuta di oltre il 250%: facciamo un piccolo salto indietro, alle precedenti legislature, esaminiamo quanti deputati (e leader) collezionano reati, processi, arresti, inchieste, ecc….
Io non solo penso che politica e valori si debbano ritrovare, ma bisogna cambiare, svoltare. Noi ci proviamo. Il nome del Movimento? Non lascia spazio ad equivoci. Tutto vero!
Cosa l’ha indotta a creare pochi mesi fa l’ennesimo “movimento” in Italia? Non basta Grillo?
La mia idea di creare il Movimento risale a molti anni fa e prima di Grillo. Sono una persona che studia molto gli eventi e per non bruciare un progetto che non e’ di “passaggio” non intendo andare di fretta. Grillo? Per favore, non scherziamo.
Il programma di “Movimento Gente Onesta” propone diverse misure anti-casta, dalla riduzione dei parlamentari alle incompatibilità , dall’abolizione dei rimborsi elettorali al limite di due mandati: pensa che questo parlamento riuscirà  mai ad approvarle?
No, nè questo Parlamento, nè altri che verranno. Se Grillo avesse avuto le capacita’ e non si fosse confinato da solo all’opposizione, forse avrebbe potuto tentare di realizzare parte del suo programma, che in alcuni punti e’ come il nostro: ambizioso, raggiungibile.
Diciamocela tutta: se Grillo avesse avuto una visione strategica e non avesse avuto paura di andare al governo con il Pd, avrebbe potuto scalzare la destra filoberlusconiana e in seguito trattare ad armi pari con la Sinistra.
Ma ha prevalso la vecchia ‘nauseabonda’ politica: non avranno, interesse a ridursi lo stipendio, a dimezzare il numero dei Parlamentari, a rinunciare realmente ai rimborsi elettorali che per loro sono di “vitale” importanza. Ora fanno intendere agli italiani che daranno un taglio ai costi della politica, ma son tutte balle mediatiche. La verita’ e’ che i soldi piacciono e sono questi quasi sempre la causa di tutti i problemi. Quando si entra in Parlamento numerosi, occorre procedere nei primi 100 giorni di legislatura. Dopo diventa troppo tardi, cominciano a farti gli ‘sgambetti’. Certo non sara’ facile entrarci, non sara’ facile imporsi, ma bisogna provarci. Sta al cittadino scegliere se mantenere la peggiore politica o avere il coraggio di cambiare. Ci hanno provato con Grillo e già  sono rimasti delusi. Sta a noi riprendere la fiducia di milioni di cittadini onesti.
Quale sistema elettorale proponete? Siete favorevoli alle preferenze?
Il sistema elettorale che proponiamo? Quello con le preferenze e mantenere lo sbarramento alto. Troppi partiti, troppa confusione. Noi vogliamo che sia il cittadino a scegliere chi inviare in Parlamento e che ci sia piu’ presenza femminile.
Parliamo di giustizia: va riformata e come?
Questo e’ un tema molto delicato, io credo molto nella legge, e prima di riformarla vorrei semplificarla. Troppe leggi, troppi comma e sotto-leggi, determinano un caos giuridico dove i furbi riescono a farla franca, mentre i poveri disgraziati non possono usufruire dei “comma/bis”, tris, ecc..
Poi la Magistratura deve essere indipendente e chiudere i processi in breve tempo. Ma, una riforma la desidero ardentemente: i giudici non possono entrare in politica, e se lo fanno, una volta usciti non potranno piu’   riavere il posto di magistrato, semmai andranno agli uffici interni. Ma preferirei che un giudice non facesse politica, come che all’interno della Magistratura non ci fossero associazioni o correnti di pensiero. Sono imparziali e tali devono rimanere.
E sui conflitti di interessi come la pensate?
E’ uno dei punti principali del nostro programma. Qui rispondo brevemente: il conflitto di interessi in politica e’ la causa di tutti i mali, quindi chi ha conflitti non puo’ essere eleggibile. Neanche se facesse mille Trust.
Nello scacchiere politico diviso in centro- destra e sinistra dove vi collocate?
Noi non ci collochiamo da nessuna parte. Ci collochiamo come ‘indipendenti’ e al servizio del cittadino. Gli interessi del cittadino non sono nè di destra, nè di sinistra: i problemi vanno affrontati nel modo giusto. Punto. Una domanda provocatoria la faccio io: esiste ancora una destra e una sinistra?
Imu, patrimoniale o recupero somme sottratte dall’evasione, cosa sceglie?
Non mi piacciono le tasse, lasciamo stare l’IMU, ma è innegabile che abbiamo la percentuale di imposizione fiscale piu’ alta d’Europa. Se l’Italia continua a far debiti, non risolve il problema del mercato del lavoro e non aiuta le imprese. Piu’ aumenta il debito pubblico, piu’ tasse arriveranno. L’evasione? Questa   si combatte semplicemente con misure e normative ad hoc, ma occorre la volontà  politica di farlo.
Scuola pubblica o scuola privata?
Scuola pubblica di livello per tutti, scuola privata per chi se lo puo’ permettere. L’importante e’ parificare gli insegnanti con eguali punteggi e con criteri di reclutamento trasparenti
Che misure proponete per ridare una speranza di lavoro ai giovani?
Dovrei rispondere scegliendo la stessa strada dei nostri politici:? Promettere e poi non mantenere? No, grazie. Il mercato del lavoro si puo’ riaprire, ma bisogna intervenire immediatamente poiche’ la disoccupazione in Italia e’ in forte aumento, le nostre imprese chiudono, molte altre scappano all’estero. E se i nostri giovani fossro costretti ad abbandonare il nostro Paese, che futuro ci aspetta? Il Governo deve avere come obiettivo la riforma del   mercato del lavoro e della Previdenza, le due cose sono collegate: se non le fanno, avremo lavoratori che non andranno piu’ in pensione e giovani in eterna attesa di prendere il loro posto. La politica ha solo creato debito per pagare altro debito
Un’idea secca da attuare subito?
Un’Iva più bassa per merci interamente prodotte in Italia, un buon volano per l’occupazione
Siete un Movimento appena nato ma avete uno Statuto: è previsto che un domani i vostri militanti possano parlare con i giornalisti ?
I nostri militanti possono, anzi devono parlare con chiunque. Nel nostro Statuto non c’e’ nessun riferimento alla censura. Ognuno e’ libero di esprimere la sua idea e se puo’ portare valore aggiunto, ben venga. Non sono Grillo, sono Giuseppe Prete, un umile ‘manager di strada’ (come il testo del suo libro autobiografico… n.d.r.) che dalla strada ha imparato a vivere e a saper ascoltare. Basta vedere sui Social…i nostri attivisti hanno piena liberta’ e si muovono nel proprio territorio con assoluta autonomia e potere decisionale nel proprio ambito territoriale. Devono tutti pero’, io per primo, rispettare lo Statuto e le linee programmatiche. Tutto qua.
A quando la prima lista del Movimento gente onesta?
Quando saremo pronti. Non amo bruciare un progetto che mi e’ costato anni di duro lavoro, di ricerca, e che punta a crescere per rimanere soggetto politico nel tempo. Noi abbiamo scelto di autofinanziarci con il solo tesseramento, con una quota minima di 5 euro e massima di 200, un suicidio praticamente. Fare una campagna elettorale costa, occorre avere basi economiche certe, molti chiedono soldi a chi li ha per poi restituirli in favori. Noi no, quando saremo pronti presenteremo le liste: ovvio che siamo nati per esserci, per presentarci, non per chiaccherare sui Social o al bar di politica…degli altri. Su questo stiamo lavorando. Abbiamo un direttivo…noi.

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“IO STO A GEZI”: A FIANCO DI GREENPEACE E DEL POPOLO TURCO

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

FATE GIRARE IN RETE IL DRAMMATICO APPELLO DEL RESPONSABILE DELL’ORGANIZZAZIONE ECOLOGISTA A ISTANBUL… LIBERTA’ PER IL POPOLO TURCO

Il nostro ufficio a Istanbul è stato assediato. È nel cuore di Taksim, dove la brutale repressione della polizia ha cercato di far cessare proteste pacifiche contro la progettata distruzione del piccolo, storico, parco cittadino di Gezi, vicino a Piazza Taksim.
Le proteste sono cresciute fino a coinvolgere decine di migliaia di persone, con un sostegno che arriva da tutto il mondo.
Nel momento in cui scrivo c’è una relativa calma dopo la tempesta, a Taksim, la polizia si è ritirata da Gezi e i gas lascrimogeni si stanno disperdendo.
Ma il Primo Ministro Erdogan continua a voler portare avanti testardamente il progetto per distruggere il parco. Non ascolta le proteste pacifiche dei dimostranti ma ammette che la Polizia potrebbe aver ecceduto.
Insomma, non è ancora finita.
Nelle ultime 24 ore, la polizia ha lanciato lacrimogeni sul tetto e nell’ingresso dell’edificio che ospita il nostro ufficio. Non siamo una minaccia, siamo non violenti e stiamo offrendo assistenza medica ai feriti che ne avessero bisogno, che siano pacifici dimostranti o poliziotti con le loro pesanti armature.
Ci sono persone che da tutta la Turchia stanno arrivando a Taksim e altre che si stanno radunando nelle città  del Paese, e in tutto il mondo, per esprimere solidarietà  e dire “Io sto a Gezi” e “vi stiamo guardando e siamo sconvolti da questa brutalità ”.
Non è più questione di un pugno di alberi in un piccolo parco cittadino, o del progetto di sostituire il parco con un centro commerciale, anche se — fate attenzione — la fondamentale necessità  delle persone di spazi naturali contro la marcia inesorabile dei centri commerciali rimane un fattore importante.
La brutale repressione governativa che ha permesso a poliziotti corazzati di scatenare, in una nebbia di gas lacrimogeni, una tempesta di proiettili di plastica contro pacifici dimostranti ci porta alla mente le immagini della gente a Piazza Tahrir, al Cairo, o di Occupy Wall Street. Paradossalmente, forse, li ha anche incoraggiati, resi più determinati e ha drammaticamente evidenziato che questa è ormai una lotta per la qualità  della democrazia turca.
È una lotta per il diritto a protestare pacificamente, per il diritto ad affermare che la natura e le persone vengono prima degli affari di una elite potente e della loro insaziabile fame di profitti.
La nebbia di guerra, i lacrimogeni che esalano sopra Taksim, celano molte altre questioni, che riguardano la costante erosione delle libertà  civili e della protezione dell’ambiente del Governo del Primo Ministro Erdogan.
La libertà  di parola e il diritto a riunirsi pacificamente sono principi sacri, senza i quali la democrazia non può prevalere.
Questi principi devono essere rispettati dalle autorità  turche.
La violenza contro i dimostranti deve finire!
Gli aggiornamenti che mi arrivano dai colleghi del nostro ufficio a Istanbul mi preoccupano e mi inorgogliscono.
Il nostro staff, i volontari e i sostenitori stanno solidarizzando con chi chiede la protezione del parco.
E solidarizzano con chi chiede la fine della brutalità  dei poliziotti, e di ogni violenza.
Il nostro ufficio è a solo un chilometro dalla piazza Taksim, in Istikal Caddesi, la strada principale di Istanbul.
I dimostranti sono scappati lungo Istikal e i poliziotti hanno fronteggiato i dimostranti sotto il nostro ufficio, con lacrimogeni e cannoni ad acqua. In alcuni momenti l’accesso all’ufficio era impossibile, l’aria acre.
Il nostro ufficio è stato aperto per tutta la notte e resterà  aperto fino a quando ce ne sarà  bisogno.
Stiamo accogliendo dimostranti feriti ed esausti.
Offriamo riparo dalla tempesta e soccorso a chi ne ha bisogno. Molti dottori e medici ci hanno raggiunto per dare assistenza ai feriti. L’atmosfera è tesa ma i nostri attivisti sono determinati e fermi nella loro scelta.
Sono, invece, allarmato dall’incapacità  dei media in Turchia di coprire correttamente ciò che sta accadendo — per anni sono stati oggetto di oppressione e censura governativa.
Ma con i social media, da cittadino a cittadino, peer to peer, le informazioni stanno circolando, le notizie si sentono e si vedono.
Le autorità  sono sotto osservazione e la loro condotta viene   condannata.
Foto, video e tweet stanno inondando la rete. Centinaia di uffici e attività  commerciali hanno aperto i loro wifi all’accesso pubblico, ridicolizzando la pretesa di poter controllare le notizie.
Questo, infatti, ha aggirato il tentativo di impedire alla gente di riferire quel che aveva visto, bloccando le reti della telefonia cellulare.
Il nostro team in Turchia ci aggiorna costantemente su Facebook e Twitter.
Noi speriamo che il nostro staff, i volontari e i sostenitori, siano al sicuro ma allo stesso tempo condividiamo e sosteniamo i rischi che stanno correndo! In momenti come questi noi ci stringiamo ai nostri valori di pace e nonviolenza e ci affidiamo al nostro dovere di portare testimonianza e di entrare in azione.
Al Primo Ministro Erdogan chiedo di fermare la violenza, di far cessare la brutalità  e di cessare la censura sui media per permettere un dibattito pieno su questi argomenti. Il mondo sta guardando.
Abbiamo udito il Primo Ministro chiedere, giustamente, pace in altre aree del Medio Oriente. Adesso, deve fare lo stesso a casa sua.
Ci appelliamo a lui affinchè non si ripetano i lanci di lacrimogeni e le violenze degli ultimi giorni, gli chiediamo che si ripongano manganelli e pallottole di plastica. La violenza non serve a nessuno.
I nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra solidarietà  vanno alla gente di Istanbul e al popolo della Turchia.
Per favore, ciascuno presti attenzione: cercate notizie su quel che sta accadendo e unite la vostra voce a chi chiede di fermare   le violenze, proteggere il parco di Gezi e difendere il diritto a protestare pacificamente.

Kumi Naidoo
Direttore esecutivo di Greenpeace International.
greenpeace.org

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AMNESTY INTERNATIONAL: “IN ITALIA PROGRESSIVA EROSIONE DEI DIRITTI UMANI”

Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile

“UNA SITUAZIONE CON MOLTE OMBRE” E CITA LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE, LE POLITICHE SUGLI IMMIGRATI, L’OMOFOBIA

“Una progressiva erosione dei diritti umani, ritardi e vuoti legislativi non colmati, violazioni costanti e forse in aumento”. E’ questa la fotografia dell’Italia che emerge dal rapporto 2013 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo.
Un rapporto che non risparmia critiche alla politica italiana e che registra nel 2012 “una situazione con molte ombre”: dalla violenza contro le donne al mancato inserimento del reato di tortura nel codice penale fino al nuovo accordo per il controllo dell’immigrazione sottoscritto con la Libia.
Migranti.
Proprio questa intesa – firmata il 3 aprile del 2012 dal ministro Anna Maria Cancellieri e dal suo omologo libico – secondo il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, “rischia di mettere a repentaglio la vita e l’incolumità  di migranti e richiedenti asilo”, ricalcando il testo firmato nel 2008 con l’allora leader di Tripoli Muammar Gheddafi. Amnesty chiede perciò la “sospensione” di un accordo che, secondo l’organizzazione, è stata peraltro siglato “senza trasparenza”.
Nel 2012, sottolinea ancora il rapporto, le condizioni dei Centri di identificazione ed espulsione “sono state ben al di sotto degli standard internazionali” e “le tutele legali per il rimpatrio dei migranti irregolari sono state violate in molte occasioni”. Sistematicamente, le autorità  non hanno protetto i diritti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti che hanno continuato a vivere in condizioni difficili e d’indigenza, inducendo i tribunali di alcuni paesi dell’Eu a bloccare il loro rinvio in Italia, secondo quanto stabilito dal regolamento Dublino II.
La presenza del reato di clandestinità  e le “continue violazioni” dei diritti dei rom sono altri due nodi evidenziati nel documento, che rimarca una “contraddizione” del governo di Mario Monti: l’approvazione della ‘Strategia nazionale d’inclusione dei rom’ da un lato, e, dall’altro, il ricorso presentato nello stesso periodo contro il Consiglio di Stato che dichiarava illegittima la cosiddetta ‘emergenza nomadi’ in vigore dal 2008.
La Cassazione, lo scorso 2 maggio, ha confermato il verdetto del Consiglio di Stato ma, nel frattempo, le autorità  di Roma hanno continuato ad applicare il ‘Piano nomadi’, provocando sgomberi forzati e il reinsediamento di molti rom “in campi segregati”, è la denuncia di Amnesty.
Violenza sulle donne e omofobia.
Il rapporto si concentra quindi sui casi di omofobia e sulla “diffusa” violenza contro le donne (con 122 casi di omicidio nel 2012), oltre che sugli “ostacoli incontrati da chi chiede giustizia per coloro che sono morti mentre si trovavano nelle mani di agenti dello Stato o sono stati torturati o maltrattati in custodia” e sulla “stigmatizzazione pubblica sempre più accesa di chi è diverso dalla maggioranza per colore della pelle o origine etnica”.
Il “pacchetto riforme”.
Infine Amnesty rilancia l’agenda in dieci punti per i diritti umani in Italia, che punta ad eliminare le criticità  emerse e che è stato proposto da Amnesty a tutti i candidati alle ultime elezioni.
I leader delle forze politiche che poi hanno dato vita al governo e 117 parlamentari hanno firmato il pacchetto.
E ora Marchesi lancia un monito all’esecutivo: “E’ più che mai giunto il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani. Non ci sono alibi. Non regge quello della crisi, ammesso che considerazioni economiche possano valere a fronte della necessità  di proteggere valori fondamentali.
Anche le violazioni dei diritti umani costano, e spesso di più della loro tutela. Nè rappresenta un’obiezione valida la presunta limitazione dell’agenda del governo.
Il Parlamento è stato eletto e il governo è in carica: entrambi sono tenuti a svolgere le rispettive funzioni nell’interesse generale e a garantire l’attuazione delle convenzioni internazionali che il nostro Paese si è impegnato a rispettare”.

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REQUIEM PER LA DESTRA: COSI’ GLI ITALIANI HANNO GIUSTIZIATO L’ULTIMO EQUIVOCO

Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile

DA FINI A FRATELLI D’ITALIA PASSANDO PER CASA POUND, STORACE E ALEMANNO: PIU’ CHE DECLINO, DISSOLUZIONE PER SFINIMENTO, E NON E’ DETTO CHE SIA UN MALE

Mai così marginale, ininfluente, inafferrabile dal secondo Dopoguerra a oggi.
Così si offre la destra italiana allo sguardo di chi voglia misurarne il battito cardiaco dopo le elezioni politiche del febbraio scorso.
Malgrado alcuni recenti, non disprezzabili tentativi di dilatarne la rappresentazione includendovi la ventennale vicenda berlusconiana (vedi Antonio Polito nel suo “In fondo a destra”, Rizzoli), la destra qui presa in esame è quella post fascista nelle sue più sottili ramificazioni, secondo la filiera che dal Movimento sociale italiano ha via via generato: Alleanza nazionale (1995-2008), un terzo del Pdl guidato da Gianfranco Fini (2008-2012), la Destra di Francesco Storace (2007) e Fratelli d’Italia (2012).
La quota di ex missini rimasta nel partito berlusconiano e riconducibile a Maurizio Gasparri ha programmaticamente rinunciato a un collegamento esplicito con l’area politico-semantica della destra.
All’inventario delle sigle va naturalmente aggiunta la formazione di Fini, Futuro e libertà  (2011), disastrosa scommessa personale del più longevo e discusso leader nella storia post fascista. Quanto alle così dette forze residuali anti sistemiche presentatesi agli elettori, da CasaPound e Forza nuova alle innumerevoli fiammelle sparse, la totalità  dei loro voti è appena superiore alla loro completa irrilevanza sulla scena
I numeri fuoriusciti dall’ordalia delle urne — Fratelli d’Italia 1,95 per cento; la Destra 0,64 per cento; Futuro e libertà  0,46 per cento; Forza Nuova 0,26 per cento; CasaPound Italia 0,14 per cento; Fiamma tricolore 0,13 per cento — ci dicono al dunque che i vari affluenti della destra italiana sono oggi rappresentati da una decina di Parlamentari (nove FdI; due finiani uno dei quali, Benedetto Della Vedova, viene dal Partito radicale).
E’ un dato di grande interesse politico, poichè segnala la quasi sopraggiunta estinzione di un equivoco storico nato nel 1995 a Fiuggi, quando l’Msi si è suicidato nel letto di Procuste di An senza neppure la forza di elaborare il proprio lutto.
Molte delle prefiche di allora versarono lacrime d’occasione senza aver ancora compreso di candidarsi, in quel preciso momento, al ruolo di esecutrici testamentarie del mondo che veniva da Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Pino Romualdi.
Ma questa è una tragicommedia già  ampiamente vivisezionata (ce ne siamo occupati nel 2007 con “Il passo delle oche”, Einaudi).
La novità  del momento è questa: ammessa per ipotesi retorica che la temperie del Ventennio mussoliniano sia rappresentabile come una possente tempesta d’acciaio piombata sui cieli italici dal 1922 al 1945, a distanza di quasi settant’anni si stanno definitivamente prosciugando le pozzanghere di quella tempesta, gli acquitrini sopravvissuti al Fascismo.
Come ha scritto il terzaforzista Gabriele Adinolfi, “adesso non veniteci a cantare la solita solfa della riunificazione. Il Msi è stato definitivamente sotterrato. Se non si riuscirà  a immaginare e concretizzare un futuro peronista non si potrà  che assistere al continuo declino per scissioni” (noreporter.org).
Ma più che di declino è bene parlare di dissoluzione per sfinimento. E non è detto che sia un male.
La scomparsa di cui stiamo parlando riguarda anzitutto una “classe dirigente”: uomini e donne che autoproclamandosi “di destra” hanno progressivamente dissipato una rendita ben radicata nell’Italia del Novecento, dimostrandosi completamente inadatti a rappresentare le idee e le istanze delle quali s’erano improvvisati cantori e portavoce.
A meno di ritenere, e non è così, che nel corredo genetico della destra siano contenuti come legge di natura l’insopprimibile tendenza al malgoverno e, in casi non rari, alla delinquenza. L’esperienza della destra di potere, appuntamento epocale reso possibile dall’affiliazione al berlusconismo, è al riguardo un banco di prova inoppugnabile.
Messa più volte, dal 1994 a oggi, in condizioni di governare l’Italia da Palazzo Chigi, senza contare numerose regioni e altrettanto importanti enti locali, la destra si è sfarinata elettoralmente e ha rovinosamente perduto la sua credibilità  politica.
Il corredo di scandali, denunce per nepotismo e inchieste giudiziarie che ha accompagnato la fine della giunta Polverini nel Lazio e che accompagna ora l’ingloriosa fine-sindacatura romana di Gianni Alemanno vale come testimonianza plastica di una bancarotta morale non meno che strategica.
Che tutto questo sia stato possibile è un fatto, per quanto stupefacente agli occhi del senso comune.
Come tutto questo sia avvenuto è questione sulla quale dovrà  soffermarsi chiunque si sentirà  chiamato a ricostruire sulle rovine della destra.
Che fai, mi cacci?
C’è stato un momento nel quale la così detta destra finiana, già  contrafforte malgrè soi del neonato Popolo della libertà , ha dato l’impressione di volersi sottrarre a una subalternità  non più tollerabile nei confronti di Silvio Berlusconi.
Nel 2010, sorretto dalle speranze variopinte dei mezzi d’informazione persuasi dell’imminente trapasso del berlusconismo, Gianfranco Fini si è intestato la battaglia del patricida.
Accusato d’infedeltà  e ingratitudine dai pretoriani del Cavaliere (molti dei quali provenienti dalle file di Alleanza nazionale), Fini ha dato l’impressione di voler costruire una destra di stampo europeo, un po’ neogollista (tendenza Chirac), un po’ troppo giovanilistica, con punte di radicalismo sociale (la battaglia per il riconoscimento dello ius soli agli extracomunitari, una certa improntitudine sulle questioni di natura bioetica) e non senza occhieggiamenti verso il così detto establishment editorial-finanziario dichiaratamente ostile a Berlusconi.
Malgrado i notevoli chiaroscuri biografici dell’allora presidente della Camera, compresa la brutta storia della casa di Montecarlo appartenente alla Fondazione di An e assegnata per vie tortuose al cognato di Fini, la sola volontà  di rompere con il patriarca di Arcore sembrava trovare un promettente riscontro nei sondaggi.
Uno psichismo diffusamente compiacente verso l’impresa finiana ha insinuato nei protagonisti della rottura la certezza di poter vincere per vie parlamentari, infliggendo una sfiducia brutale al governo Berlusconi.
All’immediato fallimento dell’espediente tattico, non è seguita una fase di riorganizzazione politica e di ridefinizione culturale autentica.
Semplicemente, Fini e i suoi hanno immaginato di dover soltanto rinviare il tempo della vendemmia.
Negli interstizi dell’attesa è emerso il vuoto della proposta di Futuro e libertà : tagliati i ponti con il passato prossimo (del passato remoto è inutile qui parlare ancora), a Fini è riuscita più congeniale l’eliminazione diretta della parola “destra” dal proprio arsenale retorico.
La sua offerta si è richiamata anzi all’esigenza di rompere del tutto con categorie che a suo dire erano ormai deprivate di senso: la dialettica destra/sinistra è così uscita dal cono di luce del delfino almirantiano, ma senza che a questa eliminazione sommaria corrispondessero un disegno dai contorni precisi, una base identitaria, una prospettiva intorno alla quale conservare, rendere coeso e incrementare l’insieme dei consensi e delle aspettative ingenerate.
Il risultato di questa meccanica è stato l’avvicinamento “destinale” a Pier Ferdinando Casini e della sua Unione di centro, cui è seguita l’accettazione acritica del tecno-governo di Mario Monti con l’intermittente consiglio/sostegno di Luca Cordero di Montezemolo.
L’entente, come noto, è sbocciata nella formazione di liste sorelle (unitaria per il Senato) che sono apparse come la sommatoria di calcoli, debolezze e vanità  comuni.
Gli elettori ne hanno fatto giustizia, consegnando Fini e i suoi consiglieri al limbo degli esuli in Patria. Anzi dei senza Patria e basta.
A distanza di tre anni dalla nascita dei primi focolai di dissenso nel Popolo della libertà , è difficile che l’azzardo di Fini possa essere rubricato sotto la categoria della destra in rivolta contro l’assimilazione violenta alla compagine berlusconiana.
Se innegabile era la tendenza livellatrice e monocratica esibita dall’allora premier, altrettanto manifesta è stata poi la natura personalistica, politicistica e velleitaria di Futuro e libertà .
Di là  dalla rimasticazione episodica degli slogan futuristi primonovecento, di là  dalla improvvisata modernolatria dei pochi (e presto abbandonati) intellettuali alla corte di Fini, non è stato possibile individuare alcun nucleo politico o ideale degno di sopravvivere alla fragorosa condanna elettorale.
Ma il danno d’immagine, per un mondo che almeno nei presupposti e nelle provenienze individuali non è possibile disgiungere dall’archetipo post fascista, quello è chiaro e distinto.
E sarà  durevole.
Che fai, mi riprendi?
Gli altri gruppi della così detta destra italiana, accomunati senz’altro da un livore furibondo nei confronti del loro ex sovrano Gianfranco Fini, sono nati o sono cresciuti ora in conflitto ora in rapporto di vassallaggio con Berlusconi.
La Destra di Storace è stata allestita come controparte identitaria anti finiana, ma al tempo stesso si è più volte proposta come un cuneo di ribellione conficcato ai fianchi del Cavaliere. Salvo poi ripiegare appena possibile, calendario elettorale alla mano, nella più confortevole ombra di Arcore.
Le immagini di Daniela Santanchè nella sua versione paleo berlusconiana, poi storaciana (la “destra con la bava alla bocca” che non accetta di stare sdraiata) e infine nuovamente, appassionatamente accanto al capo del Pdl, ci danno la misura delle oscillazioni mostrate dalla classe dirigente post fascista.
In questo quadro, Storace si è impegnato a impersonare un ruolo di vaga ed equivoca testimonianza identitaria non poi così dissimile rispetto a quello svolto dall’estrema sinistra post bertinottiana (con conseguenze simmetricamente funeste).
Su tutt’altro fronte, quel che resta della Destra sociale di Gianni Alemanno ha combusto la propria immagine di forza alternativa allo strapotere berlusconiano, all’amletismo finiano, al tatticismo superficiale degli storici avversari interni Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri.
La totale assenza alemanniana dal discorso pubblico innescato con la nascita di Futuro e libertà  si è perfettamente combinata con il tentativo di procedere a un berlusconicidio pre elettorale sanzionato dal mondo clericale (da Comunione e liberazione in giù) con cui il sindaco di Roma è infeudato da sempre.
In poche parole, dall’inverno scorso Alemanno ha cullato il sogno di un’iniziativa di conio popolare che procedesse alla rimozione dolce (ma nondimeno completa) dell’ostacolo Berlusconi.
Receduto dall’azzardo, causa colpo di reni della vittima sacrificale, Alemanno è stato fra i primi a ritornare all’ovile proclamando nuovamente una fedeltà  tanto palloccolosa quanto inane.
Il che non è gli bastato, tuttavia, per riconquistare una dimensione nazionale degna della sua superbia, nè per sfuggire alle conseguenze del suo disastroso quinquennio al Campidoglio.
Una debolezza parallelamente meschina caratterizza l’operazione Fratelli d’Italia.
Il volto non più acerbo della leader (ed ex ministro pidiellino) Giorgia Meloni è insufficiente a coprire il pizzetto consunto dell’ex berlusconiano d’acciaio Ignazio la Russa.
Concepito come un disperato tentativo di differenziarsi dal declinante benefattore di Arcore, nell’auspicio di contenere l’emorragia di voti destinati all’astensione o al grillismo, il gruppo di Meloni è appassito prima ancora di germogliare per la semplice ragione che non aveva alcunchè da offrire al suo potenziale elettore che non fosse già  stato offerto in precedenza con l’etichetta del Pdl.
Per quale ragione un cittadino che ha votato prima An e poi Pdl avrebbe dovuto premiare Fratelli d’Italia?
E in effetti, a ben guardare la composizione di quel deludente uno-e-qualcosa per cento rimediato nelle urne, si comprende con facilità  che la cifra origina nel pacchetto sempre più impoverito delle clientele militanti di una corrente (la Destra protagonista) un tempo egemone in An e dalla quale, con una coerenza che gli va riconosciuta, si è distaccato l’iper berlusconiano e mai fascista Maurizio Gasparri.
Che fai, mi ignori?
Se la caduta delle destre istituzionali dipende in larga parte dal fatto che, sequestrate dai loro piccoli cacicchi vanitosi e imbelli, non erano più “di destra” in senso tradizionale da circa vent’anni, il “sonno” delle destre radicali extraparlamentari trova una sua ragione nella quasi totale assenza di leadership carismatiche e messaggi auscultabili all’esterno della claustrofobica catacomba neofascista.
In questa congiuntura il brodo di coltura antisistemico italiano è stato fecondato dalla proposta millenaristico-settaria che il comico Beppe Grillo ha condiviso con il guru dell’e-commerce Gianroberto Casaleggio.
Un lavoro scientifico, il loro, che per la verità  è cominciato da diversi anni e che si è talmente rafforzato da attirare come un magnete perfino le limature di ferro dello scontento estremista, sia di destra sia di sinistra.
Nel frattempo i cuori neri si baloccavano con le loro solite, logore liturgie intonate al culto della sconfitta neofascista e con l’immancabile rivalità  fra consanguinei.
Fatta eccezione per il movimentismo di CasaPound, reso popolare dal recupero del migliore dannunzianesimo ma viziato spesso da pulsioni avanguardistiche inconcludenti, non c’era una sola buona ragione per la quale le destre anti sistemiche dovessero presentarsi alle elezioni immaginando di non venirne malamente sbertucciate.
Requiem o palingenesi?
In natura nulla va perduto, è così perfino nell’Italia a sovranità  limitata, assoggettata alla germanizzazione del suo sistema economico-finanziario e appetita dal capitalismo apolide responsabile della crisi internazionale.
Dunque anche per la destra c’è speranza.
Non è possibile qui aggettivare oltremisura la destra di riferimento, ma certo è che per rinascere bisogna essere stati qualcosa nel passato.
E’ a una destra tradizionale che si può o si deve guardare, nel senso più alto, nobile e purtroppo negletto dalla maggior parte delle formazioni esistenti: ogni altro tentativo e ogni altra variante essendo falliti alla prova dei fatti recenti.
Il grillismo è un fenomeno di falsa rottura transeunte ed è destinato prima o poi a liberare energie insospettabili, dopo aver caoticamente rilegittimato alcune idee e istanze di sovranità  politica e culturale tipicamente di destra.
Chi un domani sappia saldare questo accumulatore di energia con un circuito elitario, nel quale le nuove personalità  di riferimento siano realmente formate lungo linee di vetta metapolitiche (frutto di una disciplina perfino interiore, siamo portati a dire), potrà  modellare un corpo adatto al manifestarsi di una “destra eterna” che attende la sua prossima incarnazione.
Quando il sole avrà  estinto l’ultima pozzanghera.

Alessandro Giuli
(da “il Foglio“)
Il testo riprodotto verrà  pubblicato sulla Rivista di Politica diretta da Alessandro Campi, n. 2, aprile-giugno 2013, con il titolo: “La fine di un mondo. Come (e perchè) si è dissolta la destra” in Italia

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CHI RUBA IL FUTURO AI BAMBINI ITALIANI?

Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile

L’ALLARME DI “SAVE THE CHILDREN”: ULTIMI IN EUROPA NELL’ OFFERTA DI POSSIBILITA’ PER L’INFANZIA

Chi ruba il futuro ai bambini? E che cosa ruba?
Parte oggi la campagna di Save the Children “Allarme infanzia” con iniziative in 16 città  italiane e un dossier dal titolo “L’isola che non sarà ” che verrà  diffuso insieme all’indagine “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani”, in occasione del lancio della campagna.
Nel centro storico di Roma e Milano sono comparse sui muri sagome di bambino di cartone con frasi come “mi hanno rubato l’aria pulita”, “mi hanno rubato la mensa scolastica”, “mi hanno rubato una casa tutta mia”.
E’ un’iniziativa che andrà  avanti fino al 5 giugno e che ha avuto migliaia di adesioni.
Tra i testimonial ci sono anche gli attori Marchioni, Sartoretti e Nigro, l’obiettivo è accendere i riflettori sulla condizione dell’infanzia in Italia che secondo un rapporto dell’organizzazione è agli ultimi posti in Europa.
I furti di futuro più gravi sono quattro.
Innanzitutto l taglio dei fondi per minori e famiglia, con l’Italia al 18esimo posto nell’Europa dei 27 per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil.
Poi la mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa dunque sottrazione di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie (quasi il 29% dei bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa, vive ai limiti della povertà  tanto che il nostro paese è al ventunesimo posto in Europa per rischio povertà  ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale).
Al terzo posto (ma non per importanza) il furto d’istruzione è la terza ruberia con l’Italia ventiduesima per giovani con basso livello d’istruzione (il 28,7% tra i 25 e i 34 anni per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25 e l’Italia all’ultimo posto per tasso di laureati: il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000.
Infine il furto di lavoro: ad essere disoccupati sono il 38,4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i Neet (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al venticinquesimo posto su 27. Il 31% di madri e padri italiani infatti ammette di non poter pagare l’università  dei figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), salvo chiedere un prestito (9%).
“Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei”, ha spiegato Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia, “il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell’Ue, compresa l’Italia, è deprimente.
Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica.
Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l’Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia”.

Flavia Amabile

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GIOVANE SUDANESE SALVA LA VITA A PENSIONATA DALL’INCENDIO IN CASA A GENOVA: VINCE LA SOLIDARIETA’

Maggio 18th, 2013 Riccardo Fucile

LA DONNA DI 84 ANNI CHIEDE AIUTO DALLA FINESTRA, INTERVIENE AHABU BUKARI: “NON SONO UN EROE, HO SOLO CERCATO DI AIUTARE UNA PERSONA IN DIFFICOLTA’”

In un attimo la cucina si è trasformata in una fornace.
Il tubo che alimenta i fornelli è stato il primo a saltare. Le fiamme, scaturite da un corto circuito, hanno divorato in pochi secondi tutti gli elettrodomestici per poi passare nelle altre stanze.
La casa si è riempita di fumo nero e la temperatura è schizzata alle stelle.
Rita Costa, 84 anni, che in quel momento era da sola, non ha potuto fare altro che correre alla finestra della sala e gridare aiuto.
Il primo a vederla e a correre in suo aiuto è stato un postino sudanese di 33 anni, Ahabu Bukari, che stava consegnando alcune lettere proprio in quel palazzo, in via del Manzasco 7, a San Fruttuoso.
Senza pensarci su due volte è salito per le scale e ha raggiunto l’abitazione della pensionata.
Quindi ha sfondato la porta a calci ed è entrato, sfidando il fuoco e la paura.
Ma il rogo ormai era troppo esteso e dopo qualche tentativo ha dovuto ripiegare.
È rimasto sulla porta fino all’arrivo dei pompieri, cercando di tranquillizzare l’ottantenne e spiegandole che cosa doveva fare per difendersi dal calore e dal fumo.
È un miracolo che Rita Costa sia sopravvissuta.
I vigili del fuoco della squadra di Genova Est l’hanno salvata all’ultimo momento, un attimo prima che perdesse i sensi.
È stata un’impresa perchè il calore era elevatissimo, tanto da sciogliere i rivestimenti del casco del soccorritore che materialmente ha eseguito l’intervento di recupero. L’inferno è iniziato poco dopo le 11.
I proprietari di casa – la figlia della pensionata e il marito – erano fuori per commissioni: «È stato un incidente – dice Dario Baldassini, 68 anni – Mia suocera non si è accorta di nulla. Quando ha capito quello che stava succedendo ormai era troppo tardi. Non so come ringraziare quel giovane: ha cercato di fare tutto il possibile per raggiungerla e poi le è stato vicino fino all’arrivo dei soccorsi».
Ahabu Bukari scuote la testa: «Volevo solo aiutare quella persona, ho fatto quello che mi sembrava giusto».
L’immigrato, quando la donna è stata salvata dalle fiamme, è tornato a lavorare come se nulla fosse. Ha rischiato la vita, su questo i pompieri non hanno dubbi: “Quando siamo arrivati la situazione era davvero critica, sulle scale l’aria era irrespirabile, la visibilità  di pochi centimetri, ci siamo potuti muovere solo con i respiratori”.
Ahabu Bukari abita in via Donghi, da circa tre anni lavora come postino per la Tnt Post ed è molto conosciuto in zona: “Passo le mie giornate sul motorino, andando di casa in casa. Ed è un bene   perchè posso sfamare la mia famiglia e dare un futuro a mio figlio, nato da pochi mesi. Sono arrivato in Italia dieci anni fa e ora le cose iniziano a girare per il verso giusto. Eroe io? No, ho solo cercato di aiutare una persona in difficoltà “.

Pablo Calzeroni
(da “il Secolo XIX”)

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AGNESE BORSELLINO HA RAGGIUNTO PAOLO: E’ MANCATA UNA DONNA DI GRANDE CORAGGIO, UN ESEMPIO DI FEDELTA’ ALLE ISTITUZIONI

Maggio 5th, 2013 Riccardo Fucile

ERA MALATA DA TEMPO, IL CORDOGLIO DI TUTTO IL PAESE

Non ha fatto in tempo a ripetere in aula quel che le aveva confidato il marito sulla strage di Via D’Amelio.
Agnese Borsellino, 71 anni, vedova di Paolo Borsellino, è morta questa mattina nella sua casa di Palermo.
Era da tempo malata. A dare la notizia è stato Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia, con un post su Facebook nel quale traspare amarezza per una verità  che stenta ancora ad arrivare sulla stagione delle stragi.
«È morta Agnese -ha scritto- . È andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà  la verità  sulla sua morte».
LE CONFIDENZE DEL MARITO
Non ha dunque avuto il tempo di ripetere in aula quel che aveva fatto mettere a verbale parlando co i magistrati di Caltanissetta che indagano ancora sui mandanti della strage di via D’Amelio.
Un eccidio che nasconde ancora tanti misteri perchè si intreccia con l’altra strage in cui morì il fraterno amico di Paolo Borsellino, cioè Giovanni Falcone, e sulla presunta trattativa Stato-mafia. «Paolo mi accennò che c’era una trattativa tra la mafia e lo Stato – ha raccontato prima di morire- Dopo la strage di Capaci mi disse che c’era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato».
IL GENERALE PUNGIUTO
Fu sempre lei a raccontare che il marito era sconvolto e a svelare di aver saputon che l’ex capo del Ros, il generale Antonio Subranni, era «punciuto» (così vengono definiti gli “uomini d’onore” affiliati a Cosa Nostra).
«Paolo mi disse – aveva detto – mi ucciderà  la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno». Quelle dichiarazioni di Agnese Borsellino sono stati inserite anche agli atti del processo contro un altro ex capo dei Ros, il generale Mario Mori.
I FIGLI
Hanno voluto far sentire la loro voce anche i figli. «Stamattina se n’è andata la signora Agnese Borsellino -scrivono in una nota-.
I figli desiderano che oggi sia un momento di preghiera strettamente privato nel rispetto di una perdita che ha una dimensione prima di tutto familiare».
Lucia, Manfredi e Fiammetta invitano tutti al rispetto del loro dolore chiedendo di considerare questo come un momento strettamente privato. I funerali sono previsti per domattina alle 9.30 nella chiesa di S. Luisa di Marillac, la stessa dove si svolsero le esequie del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio.
«La Fondazione intitolata a Paolo Borsellino e a tutte le vittime della mafia – si legga ancora nella nota – ha messo a disposizione la mail info progettolegalita.it per raccogliere eventuali messaggi di testimonianza di affetto e considerazione per la signora Agnese che non ha mai smesso di chiedere, insieme ai figli, che sia fatta verità  e giustizia».
L’ULTIMO MESSAGGIO
Le ultime parole in pubblico di Agnese Borsellino risalgono al 12 ottobre scorso. «Questa città  deve resuscitare. Deve ancora resuscitare» disse in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Dia a Palermo.
A causa della malattia non aveva potuto partecipare alle manifestazioni per il ventennale delle stragi. «Dopo alcuni momenti di sconforto – aveva scritto in quella occasione – ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui». «Io non perdo la speranza – aveva concluso – in una società  più giusta e onesta. Sono, anzi, convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».
IL CORDOGLIO
Da più parti sono arrivati messaggi di cordoglio per la scomparsa della vedova Borsellino. Primo fra tutti quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Desidero ricordare di Agnese Borsellino la esemplare sobrietà  e misura in tutte le occasioni di pubblica celebrazione della figura del marito, la personale gentilezza e amichevolezza sempre mostrata nei miei confronti. Partecipo con forti sentimenti di vicinanza al dolore dei famigliari, e in particolare del figlio Manfredi, che ha raccolto l’esempio paterno di dedizione e servizio allo Stato».
Interviene anche il governatore siciliano Rosario Crocetta. «Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà  alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza – scrive-. L’ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità  delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità  contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità . È morta una grande donna»
LA LETTERA
Il 9 aprile scorso Agnese Borsellino aveva scritto una lettera in segno di solidarietà  col pm di Palermo Antonino Di Matteo minacciato di morte.
«Conosco, per averla vissuta, l’angoscia che in questo momento possono provare i famigliari dei magistrati. Chiedo a chi di dovere che si scuota perchè questi colleghi di Paolo non vivano il suo stesso calvario».
E aveva anche denunciato il pericolo dell’indifferenza crescente sui temi della lotta alla mafia. «Mi unisco idealmente a tutti coloro che oggi sono qui -scriveva- a testimoniare e a far sentire il loro affetto e il loro preziosissimo sostegno a quei magistrati che, nell’indifferenza di gran parte del mondo dell’informazione e della politica, stanno rischiando la vita per noi, per dissetare la nostra sete di verità  e giustizia».

Alfio Sciacca
(da “il Corriere della Sera”)

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STORIA DI UN’ITALIANA

Maggio 5th, 2013 Riccardo Fucile

NADIRA, UN MASTER VINTO IN ITALIA CENANDO CON LO YOGURT RISPARMIATO ALLA MENSA DI MEZZOGIORNO… I SUOI EROI SONO FALCONE E BORSELLINO, UN FIGLIO CHE A TRE ANNI SAPEVA GIA’ L’INNO DI MAMELI A DIFFERENZA DI TANTI CAZZARI RAZZISTI NOSTRANI

Nadira è nata in Algeria da madre turca e padre mezzo tedesco e mezzo berbero.
Quando le chiedono di che razza è, risponde: umana.
Suo padre, Rachid Haraigue, ha combattuto il colonialismo francese e poi l’integralismo islamico, da presidente della Federcalcio algerina aprì alle donne gli stadi, ma soprattutto gli studi: chiamava la cultura «il passaporto delle algerine per il viaggio verso la libertà ».
Si è preso tre pallottole nel cuore, alle otto di un mattino di gennaio.
Ma prima era riuscito a far prendere a Nadira quel famoso passaporto.
La laurea, il concorso, la borsa di studio per un master dell’Eni a Milano.
Nadira ci è arrivata senza un soldo e senza sapere una parola della nostra lingua: la studiava di notte, cenando con lo yogurt risparmiato alla mensa di mezzogiorno.
Si è piazzata fra i primi dieci, è stata assunta e si è innamorata di uno degli altri nove.
Oggi ha una famiglia e una identità  italiane.
A tre anni suo figlio sapeva già  l’inno di Mameli a memoria e ovviamente glielo aveva insegnato lei, che per l’Italia nutre la passione cieca e assoluta degli amori conquistati con fatica.
Ogni volta che c’è un attentato, come quello al carabiniere di Palazzo Chigi, le si risveglia dentro qualcosa di tagliente e pensa al padre, a Falcone e a Borsellino: i suoi eroi.
Il bambino di Nadira ha mille sfumature nel sangue, una più di lei, che nella lettera più patriottica che abbia mai ricevuto scrive: «Credo in un Paese dove neri, omosessuali, atei, cristiani, musulmani ed ebrei possano vivere senza essere insultati. Dove una donna nata in Congo possa diventare ministra senza essere insultata».

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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