Ottobre 25th, 2017 Riccardo Fucile
“A MILANO DOVE SONO INTELLIGENTI NON HA VOTATO NESSUNO”… “I CONTADINI VENETI CHE NEANCHE PARLANO ITALIANO COSA VOLETE CHE VOTINO. IO GLI TOGLIEREI IL PASSAPORTO ITALIANO, CHE SI ARRANGINO, TROPPI SCHEI DANNO ALLA TESTA”
E’ recidivo Oliviero Toscani, il fotografo autore di campagne memorabili per la Benetton.
Dopo aver definito i veneti «popolo di ubriaconi» durante un intervento a «La zanzara» su Radio 25 Il Sole 24 ore nel 2015 – rimediando una denuncia da quattro cittadini poi definitivamente archiviata dalla Cassazione –, torna a «pungere». Martedì mattina, incalzato dai conduttori di «Morning Show» su Radio Padova, ha ammesso: «Sì, i veneti che sono andati a votare per il referendum sull’autonomia sono dei mona. A Milano non è andato a votare nessuno, non a caso è la prima città d’Italia per intellighenzia, è piena di immigrati. Ci sono veneti, napoletani, siciliani, neri, africani, è una città civile. Mentre i contadini là in Veneto, che non parlano neanche italiano, cosa vuole che votino? E chiaro che in provincia la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua. Io gli toglierei anche il passaporto italiano, che si arrangino».
Il voto
Beh, però il 57% è andato alle urne e il 98% ha votato «sì», l’obiezione dei conduttori. «E’ logico che votino sì, cosa vuoi che votino, se vanno a votare e votano no sono proprio mona. E’ gente saggia quella che non è andata votare: ma cosa volete, l’indipendenza del Veneto? Dai, mi fate ridere, non potete essere più stupidi degli inglesi. L’autonomia da chi, dai marziani? Proprio adesso che stiamo cercando di unirci per diventare più civili, questi qua vogliono l’autonomia, come i catalani. Io lavoro nel Veneto, non è roba vostra, anzi dovete ringraziare e baciare chi viene a produrre qui e vi fa diventare ancora più ricchi. Questa è stata la vostra rovina, troppi schei e troppo in fretta».
Quindi la frecciata finale: «Chi ha votato è la minoranza intellettuale. E’ vero, hanno votato i mona».
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 24th, 2017 Riccardo Fucile
LO STATO SPENDE 28 MILIARDI L’ANNO IN LOMBARDIA E VENETO PER QUESTE FUNZIONI, VEDIAMO QUALI SONO
Sono 28 i miliardi all’anno di spesa che lo Stato effettua nei territori di Veneto e Lombardia
per le funzioni che secondo l’articolo 116 della Costituzione potrebbero essere assegnate alle amministrazioni territoriali.
Il Sole 24 Ore riepiloga conti e funzioni e spiega che si tratta di 23 settori di attività , che spaziano dall’istruzione ai beni culturali, dai trasporti fino alla giustizia di pace: il Veneto ha già preparato un disegno di legge per chiederli tutti e 23, e la Lombardia sembra intenzionata a imboccare una strada simile.
Il risultato finale farebbe crescere di quasi il 77% le dimensioni del bilancio attuale della Lombardia, e del 71,6% quelle dei conti veneti ( con tutti i rischi di sprechi relativi)
Ma la strada è lunga, e il percorso incerto.
Con l’autonomia differenziata i territori possono chiedere più funzioni, insieme alle risorse necessarie per finanziarle, ma il dare-avere fra tasse e spesa pubblica non viene modificato in modo diretto.
Se per esempio la Lombardia ottenesse una competenza piena sul sistema dei trasporti, voce a cui lo Stato dedica quasi due miliardi all’anno da Milano a Brescia e da Sondrio a Mantova, il bilancio regionale registrerebbe due miliardi di spesa in più e altrettanti di entrata con l’assegnazione di nuovi fondi.
La sfida, semmai, si giocherebbe intorno al tema dell’efficienza: se la Regione riesce a fare le stesse cose dello Stato con meno soldi, quello che avanza può essere dirottato allo sviluppo di altri servizi.
Ma potrebbe anche essere l’opposto.
Prima però bisogna trovare un accordo fra governo e regione sulle attività effettivamente trasferibili, e a ciascuna di queste va applicata l’etichetta con il prezzo condiviso, cioè con i fondi che lo Stato è disposto a trasferire insieme ai compiti.
Poi bisogna tradurre il tutto in leggi che, come accade sempre quando si toccano materie costituzionali, devono ottenere una maggioranza assoluta dei componenti alla Camera e al Senato.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
VOTI LEGHISTI MINORITARI, APPORTO DECISIVO DEI GRILLINI E IN PARTE DEL PD NEL 57% DI VOTANTI AL REFERENDUM
Ha il retrogusto dello smacco per il Carroccio, ma Luca Zaia ha trionfato grazie ai voti 5 stelle.
L’elettorato che, in valore assoluto, potrebbe aver contribuito di più alla vittoria del Sì al referendum per l’autonomia del Veneto non è quello della Lega, come sarebbe lecito immaginare, ma del Movimento 5 Stelle.
Analizzando i numeri riportati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, un dato salta subito all’occhio: i grillini (ripetiamo, chi nel 2013 ha votato M5s nelle due circoscrizioni venete) si sono schierati compattamente e unanimemente per l’autonomia in tre delle maggiori città della loro Regione.
È un dato che conferma una tendenza ormai consolidata per gli studiosi di flussi elettorali: in ogni votazione, il “partito di Grillo” identifica un chiaro obiettivo politico e il suo elettorato agisce di conseguenza, scrive il Cattaneo nella sua analisi.
La promozione dell’autonomia del Veneto è stata, evidentemente, percepita come uno strumento da utilizzare contro il “sistema” a cui il M5s si oppone.
Lo studio del Cattaneo prende come riferimento tre dei maggiori centri della Regione: Venezia, Treviso e Padova.
Come era naturale aspettarsi, gli elettori del Carroccio si sono recati in massa per chiedere maggiore autonomia regionale e liberarsi dai “lacciuoli” imposti dai Palazzi romani.
E così hanno fatto anche i grillini.
Partendo dai dati forniti dall’istituto bolognese su come hanno votato gli elettori dei singoli partiti al referendum di domenica nelle tre città , può essere interessante fare un confronto con quanti voti hanno preso gli stessi partiti, in Veneto, alle ultime elezioni politiche.
E da qui ricavarne una stima di massima sul comportamento dei bacini elettorali di Lega, M5S, Pd e via dicendo – al netto dei naturali cambiamenti che hanno di certo interessato in cinque anni le varie formazioni politiche – e sull’impronta lasciata sull’esito referendario.
Quindi i numeri: nelle due circoscrizioni in cui è diviso il territorio veneto, la Lega ha preso 310mila voti nel 2013 contro i 775.718 dei Cinque Stelle.
È evidente che per arrivare al risultato finale del referendum consultivo di domenica (57% l’affluenza, circa 2,3 milioni i votanti, 2,2 milioni i Sì) il solo apporto leghista era di gran lunga insufficiente.
Se gli elettori M5S degli altri centri del Veneto si sono comportati come a Venezia, Treviso e Padova – ma questo al momento non è dato saperlo – il contributo numerico dei grillini sarebbe predominante.
Un’altra analisi, sempre del Cattaneo, mette in evidenza il dato della partecipazione nella regione guidata da Luca Zaia, nonostante la natura puramente consultiva del referendum, che risulta in media con gli ultimi tre referendum costituzionali.
In attesa di dati più precisi sul “colore” dei voti in tutti i centri del territorio, il Cattaneo mette in luce come la spinta maggiore all’affluenza (e quindi al Sì) sia arrivato dalle province di Vicenza, Verona e in parte Padova.
Non solo: ad eccezione di Belluno, la partecipazione è nettamente superiore nei comuni non capoluogo di provincia (un divario di quasi 10 punti percentuali con i comuni capoluogo).
Si palesa, in sostanza, il carattere altamente “periferico” della consultazione grazie all’elevata adesione nelle periferie o comunque nei territori distanti dai grandi centri urbani.
Periferie, beninteso, terreno fertile per un partito anti-sistema come M5S.
Il contributo del Movimento si delinea perciò come rilevante in termini numerici, decisivo forse in termini politici.
Perchè dimostra come il comportamento in massa del “corpaccione” M5S riesca a influenzare le diverse partite che si giocano su scala politica nazionale (su quella locale molto meno).
Anche quando in quelle partite i grillini non giocano da prima punta: a maggior ragione per un referendum promosso dalla Lega come quello del Veneto, dai risvolti regionali ma di elevata caratura nazionale.
In questo senso è da leggere il commento del blog di Grillo sul referendum: “Non è la vittoria della Lega e dei partiti. Autonomia e partecipazione – è la premessa – sono da sempre le stelle polari del movimento 5 stelle. I cittadini di Lombardia e Veneto hanno partecipato, votato e deciso: non possono rimanere inascoltati”.
E poi, la Lega “si è comportata vergognosamente, sventolando il tema dei residui fiscali delle regioni, che con non c’entrano niente”.
Tornando alla coalizione di centrodestra, nel “fu” Popolo delle libertà non ci sarebbe stata, per i ricercatori del Cattaneo, altrettanta unanimità .
L’elettorato che nel 2013 scelse il Pdl fa emergere qualche defezione dal momento che una quota di un certo rilievo (pari al 20% a Treviso, al 28% a Padova e al 68% a Venezia) ha disertato le urne.
“Un risultato che appare in linea con precedenti consultazioni elettorali,ossia con la tradizionale refrattarietà di una parte dell’elettorato ‘berlusconiano’ ad impegnarsi nelle consultazioni referendarie”.
Un altro dato interessante arriva invece dal Partito Democratico.
In questo caso a prevalere è la scelta dell’astensione ma c’è una buona fetta di elettorato dem veneto, quantificabile in un terzo, che si è recata alle urne seguendo le indicazioni di alcuni esponenti del partito per votare a favore dell’autonomia.
Un elettore veneto Pd (nel 2013) su tre ha quindi votato Sì.
Anche in questo caso può essere utile ricordare i voti alle politiche di cinque anni fa per farsi un’idea: nelle due circoscrizioni venete i dem hanno ottenuto 628.166 voti.
Un terzo è quindi pari a poco più di 200mila Sì al referendum veneto.
Ma per il Pd vale, più che per gli altri partiti, la cautela sulla composizione attuale dell’elettorato, dal momento che rispetto al 2013 ha subìto una profonda scissione, perdendo l’ala più a sinistra del partito.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
“ORGANIZZAZIONE PESSIMA”: LA CHAT DEI DIGITAL ASSISTANT
I 6.750 digital assistant – i giovani reclutati dall’agenzia di lavoro interinale Manpower per supportare presidenti di seggio e scrutatori nel referendum sull’autonomia della Lombardia svolto con il voto elettronico – sabato e domenica si sono scambiati decine di messaggi scritti e vocali via whatsApp per aiutarsi reciprocamente.
Il Corriere ha potuto leggere e ascoltare i loro dubbi e le loro difficoltà che mettono bene in evidenza come chi doveva essere messo in grado di fare funzionare le 24.400 voting machine in realtà era, suo malgrado, impreparato.
I giovani si sono sentiti lasciati soli e poco formati.
Le loro testimonianze spiegano anche, almeno in parte, i problemi tecnici che possono avere portato ai mega ritardi nella comunicazione dei dati sull’affluenza e ai risultati del voto.
Uno dopo l’altro i messaggi possono aiutare a ricostruire il dietro le quinte di quel che è successo sabato e domenica, al di là delle dichiarazioni ufficiali dei politici che sostengono che il voto elettronico è filato liscio.
«Comunque organizzazione pessima, davvero pessima». «Hanno sbagliato a dividerci in turno A e B: dovevano metterci insieme così potevamo sostenerci a vicenda e smazzare il lavoro in due e aiutarci». «Io non so se è successo anche a voi ma i presidenti di seggio credevano che noi avessimo una preparazione un po’ più seria». «Io ho provato a entrare ancora avendo messo password e login giuste, ma non sono riuscita a entrare nel sistema». «Io comunque me ne sbatto nel senso che non va». «Ma c’è qualcuno come me che non ha ricevuto nè l’username nè la password per questo famoso E360?». «Qualcuno sa dirmi come devo accedere a questo E360?». «Non so come devo fare».
Il digital assistant è un tecnico, ma formato solo con un corso online di poche ore.
Il suo ruolo è di garantire il funzionamento dei tablet e chiamare il numero verde 800.861.431 in caso di difficoltà a risolvere i problemi: «Peccato – dicono i giovani – che il numero fosse sempre intasato».
La corretta installazione delle voting machine andava controllata tramite la piattaforma mobile E360, piattaforma che dalle testimonianze risulta spesso impallata. La sintesi della giornata di voto elettronico secondo il racconto dei digital assistant: dispositivi costati 23 milioni di euro che non vanno e chi deve farli funzionare troppo spesso non in grado di farlo.
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA E’ RENDERE LO STATO EFFICIENTE EDE ELIMINARE GLI SPRECHI (COME IL MOSE , BANCHE VENETE, LA BREBEMI AL NORD) NON MOLTIPLICARE I CENTRI DI POTERE CLIENTELARE
Il problema dell’Italia non è tirare la coperta da un lato per scoprire l’altro, ma assicurare che tutti ne abbiano una capiente.
Ma dato che per “coprire” adeguatamente tutti gli Italiani, da nord a sud, sarebbe necessario eliminare gli sprechi, la corruzione, le infiltrazioni della mafia e soprattutto l’evasione fiscale, il ceto politico preferisce indire referendum per chiedere a un bambino ricco, adiposo e amante dei dolci se gradisce altre due fette di torta a scapito di chi non ha neanche un biscotto.
Poco importa che il referendum provenga proprio da regioni che hanno sputtanato i soldi del Mose, delle banche venete e dell’autostrada Brebemi e dove è alto il tasso di evasione fiscale, l’importante è che il gettito fiscale “rimanga sul territorio”.
L’unico argomento, “i quattrini”, capace di mobilitare le masse dei “rivoluzionari” in questo sgangherato Paese.
Ecco così dandy da discoteca e moltiplicatori di “affettuose segretarie al seguito” ergersi a difensori del federalismo e dell’autonomia, usati come specchietto per le allodole padane.
Lotte interne alla Lega spacciate per battaglie regionalistiche, che più che alla Catalogna spagnola assomigliano all’omonima verdura “bollita” o ripassata in padella.
Tutti a ricordare i 25 miliardi che il Nord “produce” in più di quanto riceva, dimenticando i miliardi di incentivi alle imprese del nord che i governi hanno scucito negli ultimi dieci anni per investimenti inesistenti o i 40 miliardi delle Fondazioni, tutte concentrate al Centro-nord, che permettono di mantenere clientele.
Detto questo, altrettante critiche vanno rivolte alle classi politiche del Sud che non sanno affrancarsi da sprechi, corruzione, fondi europei lasciati marcire o finiti in mano alle mafie, poteri clientelari, mentalità assistenziale.
Il problema non è tirare la coperta da una parte o dall’altra ma ricucire un Paese unito su alcune basi essenziali: legalità , equità , solidarietà , merito, giustizia sociale, efficienza.
Per fare questo occorrono statisti, non politici di paese, incapaci di guardare oltre il proprio naso e i propri interessi localistici.
Troppi dolci fanno solo ingrassare, meglio qualche dieta che riporti l’Italia al peso forma.
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
L’AUTONOMIA FISCALE NON E’ COMPRESA NELL’ELENCO DELLE MATERIE CONTRATTABILI CON LO STATO, LO DICE LA COSTITUZIONE (E IL BUON SENSO)
In Lombardia e Veneto ha vinto il “Sì” ma nell’immediato non cambierà nulla. 
Le due Regioni governate dalla Lega non avranno subito più autonomia e non si aggiungeranno automaticamente alle cinque a statuto speciale già esistenti (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta).
Il referendum, infatti, è consultivo e non vincolante e avrà sostanzialmente un valore politico.
Il voto dei cittadini servirà alle regioni ad avere più potere contrattuale al tavolo delle trattative con il governo sulla richiesta di maggiore autonomia nei limiti del dettato costituzionale.
Ma, contrariamente agli auspici dei due governatori, il lombardo Roberto Maroni e il veneto Luca Zaia, l’argomento di propaganda più utilizzato dal Carrocciio – ovvero l’autonomia fiscale – non è compreso nell’elenco delle 23 materie di contrattazione previste dagli articoli 116 e 117 della Costituzione.
LE 23 MATERIE PREVISTE DALLA COSTITUZIONE
Si tratta di venti materie gestite dalle Regioni “in condominio” con lo Stato (la cosiddetta “legislazione concorrente”). E altre tre finora trattate in esclusiva dallo Stato stesso (legislazione di esclusiva potestà statale).
Le prime venti riguardano nell’ordine: rapporti internazionali e con l’Ue delle Regioni; commercio estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; casse di risparmio, casse rurali e aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario regionali.
Le altre tre sono organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente.
REFERENDUM NON OBBLIGATORIO
La procedura per la richiesta di maggiore autonomia può essere avviata da qualsiasi Regione anche senza il referendum, tant’è vero che l’Emilia-Romagna ha attivato l’interlocuzione con il governo senza alcuna consultazione. Una volta raggiunto un accordo con lo Stato, questo deve essere approvato da Camera e Senato a maggioranza assoluta dei componenti.
L’AUTONOMIA FISCALE
Come conseguenza di maggiore autonomia negli ambiti sopra descritti, la richiesta di entrambe le regioni, che difficilmente verrà esaudita, è di trattenere sul territorio maggiori risorse finanziarie derivanti dalle imposte locali.
Il Veneto chiede almeno 8 miliardi in più da recuperare da quei 18-20 annuali di residuo fiscale, ovvero dalla differenza negativa tra ciò che versa e ciò che riceve da Roma.
La Lombardia ne chiede almeno 24 su 54. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina risponde per conto del governo in merito su Repubblica : “Le materie fiscali non sono e non possono essere materia di trattativa nè con il Veneto nè con la Lombardia nè con l’Emilia Romagna. Lo dice la Costituzione”. Zaia gli ribatte: “Pensi all’Agricoltura, il nostro interlocutore è il presidente del Consiglio”.
Ma il ministro per la Coesione territoriale Claudio De Vincenti ribadisce: “Credo che sia bene che gli stessi presidenti siano chiari con i loro cittadini. Quella di volersi tenere i ‘nove decimi delle tasse’ è una battuta di Zaia che farebbe pensare a materia fiscale, ma quest’ultima non fa parte dell’articolo 116”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
DUE OBIETTIVI: FARSI PORTATORE DELLE ISTANZE DELLA REGIONE PIU’ RICCA D’ITALIA E CONTENDERE IL PREMIERATO A SALVINI E BERLUSCONI
Luca Zaia assapora il trionfo autonomista esattamente 151 anni dopo il plebiscito del 1866 che decretò a furor di voti (solo 69 contrari su 642 mila votanti) l’annessione del Veneto al Regno d’Italia.
Lo fa anche lui a suon di voti (ma quelli di allora sono da sempre contestati dagli storici venetisti), attraverso un’adesione non oceanica, visto che alle urne è andato il 57,2 per cento degli elettori veneti.
Eppure, in tempi di assenteismo dilagante, è un successo indiscutibile, anche se nel dicembre 2016 l’affluenza al referendum di Renzi raggiunse il 76,66 per cento.
Superata di un soffio la soglia del 57,16% registrato alle regionali del 2015.
La percentuale di “Sì” che si fissa al 98,1% è roboante, ma scontata. Era chiaro che chi fosse andato a votare non lo avrebbe fatto per dissentire dal quesito (“Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”).
Sarebbe stato più produttivo per lui restare a casa, nell’ipotesi che il quorum non fosse raggiunto. Invece hanno votato 2 milioni 328mila veneti su un corpo elettorale di 4 milioni 68 mila persone. A favore 2.273.985 elettori, contrari 43.938.
Vent’anni dopo, finisce così definitivamente nell’archivio della memoria politica l’idea della Padania, che Umberto Bossi sognava e brandiva come una parola d’ordine per arringare le folle dal Piemonte al Friuli.
All’epoca alimentò perfino i fantasmi giudiziari di un attentato all’integrità dello Stato. Oggi si è trasformata in una richiesta di federalismo spinto lombardo-veneto-più veneto che lombardo-eppure istituzionale, anzi costituzionale. Perchè si apre ora il campo alla trattativa per avere mano libera nella gestione di 23 materie.
“Questa Regione dà il via a un big bang di riforme istituzionali”, ha commentato a caldo. E dal governo i segnali sono quelli di apertura: “L’esito del referendum in Lombardia e Veneto”, ha detto il sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa, “conferma l’importante richiesta di maggiore autonomia per le rispettive regioni. Il governo, come ha sempre dichiarato anche prima del voto di oggi, è pronto ad avviare una trattativa”.
In un sol colpo, il governatore leghista Zaia centra due obiettivi. I
l primo. Essere il paladino delle rivendicazioni anti-statali che arrivano da una delle terre più ricche e produttive d’Italia, dettando l’agenda per un lavoro che, in linea teorica, lo porterebbe a scavallare la presente legislatura regionale.
Ma questa naturale conclusione può essere resa incerta dal secondo obiettivo, di rilevanza nazionale.
Nella casa del centrodestra italiano adesso Zaia si candida a giocare un ruolo di primissimo piano. Nell’euforia trattenuta a stento in riva al Canal Grande si coglieva proprio questa riflessione.
Se si pensa all’età e alle vicissitudini giudiziarie di Silvio Berlusconi, o alla non facile digeribilità di Matteo Salvini per i più moderati di Forza Italia, Zaia diventa un perfetto smazzacarte.
Lui si nasconde e non lo confermerà neppure sotto tortura, eppure un pensierino ce lo fa, anche se ha sempre dichiarato di rispettare le gerarchie del Carroccio e la leadership del suo segretario.
Ma in questa occasione ha dimostrato stoffa di grande tessitore, soprattutto con il modo con cui ha ricompattato quasi tutti i partiti e le componenti sociali sul referendum.
Ad esempio, già a marzo faceva i patti con Matteo Zoppas, segretario regionale di Confindustria, rassicurandolo che le materie economiche avrebbero avuto gli industriali come interlocutori.
Poi ha costretto il Pd a piegarsi all’ondata autonomista, schierandosi a favore, seppur con qualche mal di pancia. Altrimenti il centrosinistra sarebbe finito con le spalle al muro, un alfiere del centralismo votato a sicura sconfitta.
Alle 19, con il secondo dato relativo all’affluenza, è arrivata la conferma del superamento della soglia. A spoglio ancora in corso. Zaia si è concesso pubblicamente, annunciando l’immediata convocazione della giunta regionale per presentare il progetto di legge sull’autonomia.
“Noi chiediamo tutte le 23 materie, il federalismo fiscale e i nove decimi delle tasse. — ha detto — Questo è il Big Bang delle riforme e della storia istituzionale, come quando è caduto il muro di Berlino. Oggi vincono i veneti, il nostro senso civico e il nostro desiderio di essere padroni a casa nostra. Adesso siamo sempre meno simili alla Grecia e più simili alla Germania”.
Com’era da aspettarsi, ognuno cerca di tirare il risultato dalla propria parte.
Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia: “Se i veneti oggi hanno potuto votare è per la lungimiranza e la serietà istituzionale dell’allora Popolo della Libertà ”.
La senatrice Laura Puppato del Pd: “La Lega non può intestarsi alcuna vittoria, ilquorum è stato raggiunto anche grazie all’indicazione di voto del Pd del Veneto”.
Il segretario regionale del Pd, Alessandro Bisato: “Adesso incalzeremo Zaia, che ha condotto una campagna spudorata, promettendo effetti e risultati che non erano previsti dal quesito. Si potevano ottenere da anni deleghe e competenze, se si fosse avviata una contrattazione seria con lo Stato”.
I Cinquestelle: “Oggi è il giorno della democrazia e dell’autodeterminazione. Dopo una partecipazione così grande, da Roma sarebbe inopportuna ogni forma di resistenza. Tuttavia ci aspettiamo un percorso tortuoso di trattative con Roma e il M5S vuole parteciparvi”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
MARTINA: “QUELLI DI MARONI E’ UNA SCONFITTA”
Il dato del veneto, dove l’affluenza ha rasentato il 60%, “è un mandato degli elettori di cui ho
grande rispetto” per aprire una trattativa sull’autonomia ma “per quanto riguarda la Lombardia parleremo di una sconfitta, nello specifico di una sconfitta di Maroni”.
Lo afferma in una intervista a Repubblica il ministro dell’Agricoltura e vice segretario del Pd Maurizio Martina osservando che “le materie fiscali non sono e non possono essere oggetto di trattativa nè con il Veneto nè con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare dal referendum”.
Insomma “Zaia e Maroni potranno avviare lo stesso percorso di confronto del presidente Bonaccini” nell’ambito di “una idea federalista equilibrata, cooperativa”.
“Partirà una discussione e in caso di accordo questo verrà votato dal parlamento con una legge” conclude Martina.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
PARTITE DI PING PONG, CALCETTO E SCALA 40 MENTRE I DATI ERANO SCOMPARSI
“Siamo bloccati all’interno delle scuole”, “siamo qui a caso”: è stata questa la protesta di
diversi scrutatori che ieri hanno lavorato nei seggi della Lombardia dove si è usato il voto elettronico per il referendum sull’autonomia.
Dopo la fine di tutte le operazioni, infatti, intorno all’una di notte gli scrutatori dovevano ancora attendere di ricevere la conferma che la lettura delle penne usb, che contenevano i dati di voto dei singoli tablet, è andata a buon fine.
In caso contrario, infatti, i digital assistants dovevano ricavarli direttamente dalle memorie interne delle voting machine. Il risultato è che alle 7 del mattino non ci sono ancora i dati definitivi sull’affluenza e sui risultati.
“Non possiamo uscire e si prospetta che dovremo restare qui fino alle quattro o cinque del mattino” hanno spiegato da una scuola nella zona di Turro a Milano, convinti che “con il vecchio sistema in mezz’ora ce la saremmo cavata”.
A due ore e mezza dalla chiusura delle urne, i presidente e gli scrutatori erano ancora bloccati all’interno delle sezioni “senza fare nulla”. In una scuola di San Siro a Milano, i presidenti avevano minacciando di andarsene chiudendo i verbali con gli agenti della polizia locale che prospettavano loro una denuncia se avessero chiuso senza autorizzazione.
Tutto è cominciato alle 19,45, quando è arrivato il dato parziale della sera, dopo che il sito della Regione all’improvviso era sparito. “In Veneto un quarto d’ora dopo le 19 si conosceva l’affluenza. In Lombardia il dato delle 12 è stato comunicato alle 17, non ci sono aggiornamenti sull’affluenza delle 19 e il sito Regione Lombardia con i risultati ufficiali non è più raggiungibile. E’ una situazione indecente e non ci si può nascondere solo dietro la scusa della novità del voto elettronico. Gli elettori lombardi non possono essere presi in giro così per un referendum costato il triplo di quello veneto”, ha denunciato con una nota il segretario regionale del Pd lombardo, Alessandro Alfieri, puntando il dito contro la voting machine al suo debutto ufficiale.
Intorno alle 20 il sito della Regione è tornato attivo, per sparire ancora prima delle 23. Dopo la confusione che si era creata con l’aggiornamento continuo attraverso la piattaforma online, hanno fatto allora sapere dalla Regione, si è deciso in serata di comunicare la cifra dell’affluenza una sola volta, come ha fatto il Veneto.
Maroni & Company avevano assicurato che con il voto elettronico i risultati sarebbero arrivati in tempo reale. L’unico ad arrivare in tempo reale ieri sera è stato però Maroni, che si è presentato in tv per magnificare i risultati che non erano ancora arrivati. Gli scrutatori cominciano ad ingannare l’attesa con il ping pong:
Per non parlare delle partite a Scala 40, che hanno coinvolto anche i tecnici inviati per far funzionare i tablet
Buttare cinquanta milioni di euro e non sentirlo
Insomma, il voto elettronico nel referendum per l’autonomia ha spiegato agli elettori come spenderebbero i soldi i governatori leghisti se avessero l’autonomia. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha annunciato una conferenza stampa per oggi alle 11 per annunciare i risultati, sperando che per quell’ora tutti i seggi siano chiusi.
Ma per chiudere non c’è metodo migliore che lasciare la parola a lui: “Esprimo grande soddisfazione per come siamo riusciti a gestire il sistema elettronico di voto. Una novità assoluta. Un sistema complicato, complesso per il quale abbiamo avuto criticità , ma sono state tutte risolte. E’ un risultato storico. La novità è che il sistema ha funzionato e i paventati attacchi hacker non ci sono stati. Il sistema è sicuro. Ho sentito Minniti per dirgli di questo risultato a voting machine chiuse. Preparerò per lui una relazione dettagliata e gli chiederò che il nostro sistema sia usato in futuro, magari già alle politiche. Io ho già preannunciato al ministro Minniti che chiederò che alle prossime elezioni in Lombardia si possa utilizzare”.
(da “NextQuotidiano”)
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