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FIORITO ELARGI’ BONIFICI PRIMA DI LASCIARE: 700.000 EURO AI COLLABORATORI ESTERNI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL RUOLO DEL PRESIDENTE ABBRUZZESE… ANCHE LA POLVERINI SARA’ SENTITA DAI PM…IL LEGALE DI FIORITO: “RESTITUIRA’ TUTTO”

Un paio di mesi prima di dimettersi da capogruppo del Pdl Franco Fiorito effettuò numerosi bonifici a persone del suo entourage , anche politico.
Sulle distinte di accredito non veniva specificato il nome del destinatario, ma gli investigatori della Guardia di Finanza li avrebbero già  individuati.
E adesso rischiano l’accusa di riciclaggio.
La faida interna al Pdl era già  cominciata, il sospetto è che Fiorito cercasse in questo modo di mettere al sicuro i fondi prima di una sostituzione che lui stesso aveva capito essere inevitabile.
È la prima relazione consegnata ai magistrati dal Nucleo Valutario a ricostruire ogni passaggio di denaro e a quantificare la cifra che il consigliere regionale avrebbe sottratto alle casse del partito: un milione e trecentomila euro distribuiti tra conti italiani ed esteri.
L’attività  di Abbruzzese.
Si muovono su binari paralleli gli accertamenti disposti dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Alberto Pioletti.
Da una parte l’accusa di ruberia a Fiorito, dall’altra l’operato dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale che in due anni ha elargito quattordici milioni di euro ai gruppi consiliari.
Per questo saranno nuovamente interrogati il presidente Mario Abbruzzese e il segretario generale Nazzareno Cecinelli.
Il ruolo di entrambi viene infatti ritenuto strategico nella scelta di destinazione dei fondi.
E dunque bisognerà  capire come mai, nonostante ci fossero numerose voci di bilancio in sofferenza, si decise di destinare così tanti soldi al funzionamento dei gruppi. Stabilire quale criterio fosse stato adottato per la quantificazione delle esigenze. Tenendo conto che quelle cinque delibere che aumentavano l’entità  delle somme ottennero anche il voto favorevole dei partiti di opposizione Pd e Idv.
Nel primo interrogatorio Abbruzzese ha sostenuto di aver «seguito alla lettera le leggi regionali».
Adesso dovrà  spiegare come mai non fosse mai specificato per quale motivo era necessario far lievitare l’entità  delle somme da elargire.
Il ruolo di Renata Polverini.
Anche l’ex governatrice potrebbe essere ascoltata come testimone. Nei giorni scorsi ha incontrato il procuratore Giuseppe Pignatone per onorare un precedente appuntamento su tutt’altro argomento, ma appare difficile che non si sia parlato di quanto sta accadendo alla Regione Lazio.
«Dirò tutto quello che so», ha promesso la governatrice al momento di annunciare le proprie dimissioni. E dunque non è escluso che decida di presentarsi in procura per fornire nuovi elementi ai pubblici ministeri.
Tenendo però conto che una parte degli aumenti sono stati decisi con due “determinazioni” proprio dalla Giunta da lei guidata.
Adesso sono in molti a negare di essersi accorti di questa girandola di spese folli, ma analizzando i conti appare difficile crederci.
Anche perchè ci sono esborsi da capogiro sui quali nessuno ha mai ritenuto di dover chiedere almeno una spiegazione.
E perchè gli stipendi dei consiglieri erano stati decisi seguendo un criterio unitario: 9.700 euro in busta paga, più un extra di 4.100 euro per un totale mensile di 13.800 euro mensili.
Ai quali andavano aggiunti i 100 mila euro annui per l’attività  politica che, a seconda degli incarichi, potevano essere raddoppiati o addirittura triplicati.
I soldi ai collaboratori.
Tra il 2010 e il 2012 il Pdl ha messo sotto contratto una quarantina di collaboratori che si aggiungevano ai dipendenti regionali e ai consulenti.
Un esercito di persone costato l’anno scorso oltre 665 mila euro.
«Per svolgere al meglio il lavoro dei consiglieri – scrisse Fiorito in una lettera al Comitato di controllo inviata il 28 febbraio scorso – è stato necessario aumentare notevolmente il numero del personale a disposizione del gruppo stesso. Le assunzioni sono state necessarie e aggiunte alle varie consulenze per svolgere al meglio l’incarico elettivo dei componenti» e hanno comportato «l’impiego di elevate somme assegnate al Gruppo».
Non ci fu alcuna obiezione nè interna, nè esterna al partito.
Anche sulle altre «uscite» gli organismi che avrebbero dovuto verificare la congruità  degli esborsi non hanno avuto nulla da dire.
Eppure tra le «voci» c’erano cifre esorbitanti come controllare quella sulle «Riunioni, Convegni, Progetti, Incontri» costata 685.689,84 euro in appena dodici mesi e quella su «Indennità  e rimborsi ai componenti per attività  svolta a nome del Gruppo» da 647.547,03 euro.
Così Fiorito giustificava le ulteriori spese: «È stato inoltre necessario per svolgere le varie attività  acquistare attrezzature tecniche, messe a disposizione dei consiglieri, e coprire varie spese di informazione, locomozione e rappresentanza.
Tali spese sono riportate dettagliatamente nello schema allegato».
Un foglio che dava conto di un esborso totale pari a 3.110.326 euro a fronte di entrate pari a 2.735.502.
La trattativa con i pm.
«Fiorito restituirà  alla Regione i soldi che ha preso in più rispetto a quanto gli spettava», ripete il suo legale Carlo Taormina.
La quantificazione non è stata ancora effettuata, ma nella relazione della Guardia di Finanza si parla di almeno 330 mila euro trasferiti in Spagna e lui si è impegnato pubblicamente a risarcirne almeno 400 mila.
Un’altra verifica riguarda gli immobili.
Nella relazione viene specificato l’elenco delle case che possiede a Roma – due di proprietà  e due ottenute in affitto da enti di beneficienza – la villa che ha comprato al Circeo, ammettendo di aver versato 200 mila euro «in nero» e le tre case che ha a Tenerife, alle Canarie.
E che sono tuttora gestite dalla compagna di suo padre, la donna alla quale ha intestato almeno tre dei bonifici esteri.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)

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IL MUTUO DELLA VILLA DI FIORITO PAGATO CON SOLDI PUBBLICI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

NEL DOSSIER DELLA GUARDIA DI FINANZA LA PROVA DEL PECULATO: SETTE MILIONI DI EURO SUL CONTO PDL

Non solo cene e viaggi.
Con i soldi pubblici Franco Fiorito avrebbe persino pagato le rate del mutuo della villa di San Felice Circeo (800 mila euro di cui 200 in nero).
Tanto i fondi erano quelli sottratti alla Regione Lazio e destinati al gruppo consiliare del Popolo della libertà .
Sarebbe questa un’altra delle spese del «Batman di Anagni», come ricostruito dalla guardia di finanza, secondo cui   ammonterebbe a 1,4 milioni di euro, tra bonifici, assegni e rate del mutuo, la somma sottratta dall’ex tesoriere ai conti del gruppo del Pdl.
ATTENZIONE SUI 150 BONIFICI.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Alberto Pioletti ed estese ai 7 milioni transitati tra il 2010 e il luglio sui conti del gruppo Pdl, sono concentrate in particolar modo sui 150 bonifici che vedono coinvolto l’ex capogruppo.
I finanzieri hanno ricostruito quello che avrebbe dovuto essere lo stipendio di Fiorito. Un’indennità  di base da circa 8 mila euro, una di funzione da 1.700, una diaria da circa 400 euro.
Per un totale mensile di 9.700 euro netti, ai quali bisogna aggiungere i 4 mila di rimborso per la legge che regola il rapporto tra elettore ed eletto.
Per un totale di 13.800 euro al mese.
TRA I 40 E I 50 MILA EURO MENSILI.
Invece, scrivono i finanzieri, la sua media oscillava tra i 40 e i 50 mila euro.
Soldi tra cui vanno conteggiate le rate del mutuo per la casa.
Denaro messo insieme da Fiorito grazie al prelievo dal conto destinato al ‘funzionamento del gruppo’ di somme giustificate come rimborsi previsti dall’articolo che regola il rapporto tra elettore ed eletto e all’auto-attribuzione di tre indennità .
Per Fiorito scatta il supervitalizio tra nove anni, al compimento dei 50 anni
Ma Fiorito anche se si è autosospeso, continuerà  a guadagnare ingenti somme.
Gli mancano solo nove anni e per lui, come per tutti i suoi colleghi che partecipavano a festini luculliani tra maiali e ancelle desnude, scatterà  il vitalizio da ex consigliere regionale.
Infatti il taglio dei vitalizi, previsti dalla legge regionale del 1995, sarebbe a partire dalla prossima legislatura.
E forse neanche da quella, se non verrà  approvata una legge ad hoc che stabilisce l’applicabilità  di questo taglio ai vitalizi, per il momento ancora virtuale, fatto nel 2011
L’impasse lo ha spiegato, nel dettaglio, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo dei Radicali, a Il Giornale.
«Allo stato attuale delle cose i vitalizi verranno goduti non solo dagli attuali consiglieri ma anche da quelli della prossima legislatura», ha detto Rossodivita insieme con Rocco Berardo, l’altro consigliere della Lista Bonino Pannella, «poichè non è stata varata una legge alternativa a quella attuale. È stato effettuato solo un taglio virtuale condizionato all’emanazione di un’altra legge, che ancora non c’è, e a questo punto difficilmente si farà ».
«NEL LAZIO HAI IL VITALIZIO DAL PRIMO GIORNO DI LEGISLATURA».
Fiorito quindi non farà  la fine dei proci, ma proprio de er Batman che, alla fine, in qualche modo cade sempre in piedi.
Il Giornale ha evidenziato che la legge laziale prevede come base di calcolo l’80% per cento dell’indennità  parlamentare (ovvero 5.200 euro netti) più il 100% della diaria (altri 3.500), per un totale di quasi 9 mila euro.
Il vitalizio si calcola poi in base agli anni di consiliatura.
Ai consiglieri che hanno seduto il minimo in Regione, ovvero cinque anni, spetta il 35% della base, circa 3 mila euro al mese.
Ma Fiorito che è un veterano – ha fatto anche la precedente legislatura – otterrà  il 40%, circa 4 mila euro al mese.
Nel Lazio si può riscuotere il vitalizio a 55 anni, ma si può anticipare a 50 anni qualora si rinunci a una piccola somma.
Inoltre, ha spiegato ancora il capogruppo dei Radicali, diversamente dal Parlamento, «in Regione Lazio hai il vitalizio dal primo giorno che ti siedi in Consiglio».
Qualora la legislatura finisca prima dei termini, «basta versare i contributi che mancano, per i prossimi due anni e mezzo».
Quindi o si fa una legge apposta, o non c’è via d’uscita.

(da “Lettera 43“)

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“MAIALI A SPESE NOSTRE”: IN OSTRICHE E CHAMPAGNE I FONDI PER I DISABILI DEL LAZIO

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

TRENTA FAMIGLIE COSTRETTE A TENERE A CASA I FIGLI CON HANDICAP: LA REGIONE AVEVA TAGLIATO 400.000 EURO A UN CENTRO DI CASSINO… SOTTRATTI ALLA SPESA SOCIALE 150 MILIONI

“Quando Chiara saliva sul pulmino, per prima cosa mi sedevo dieci minuti. Avevo bisogno di riposarmi. Poi tornavo a casa e mi dedicavo agli altri figli, oppure ai miei genitori di 80 anni. O qualche volta mi concedevo persino il lusso di una vetrina. Ora non so più dove sbattere la testa”.
La signora Ivana Russo è un fiume in piena.
Cinquantenne, moglie di un macchinista in pensione e madre di tre figli. Abitano in un piccolo centro della provincia di Frosinone, Pontecorvo, a due passi da Cassino. Chiara è la primogenita: “Ha avuto problemi durante il parto, 30 anni fa”.
Chiara ha una grave disabilità : “È aggressiva, ha bisogno di continua assistenza, a casa spacca tutto. Io l’ho presa come una missione, mi aiuta tanto la fede. Ma sono stanca, e soprattutto ora che il centro ha chiuso non so più come fare. E io sono fortunata: ci sono mamme che hanno tentato il suicidio”.
Sabato scorso il Consorzio dei Comuni del Cassinate per la programmazione e la gestione dei servizi sociali si è visto costretto a chiudere il Centro diurno di Pontecorvo.
Trenta ragazzi con disabilità  grave, trenta famiglie alle spalle.
Mentre i consiglieri Pdl del Lazio organizzavano festini e degustavano ostriche, la spesa corrente per il sociale veniva tagliata di 150 milioni di euro in un anno.
“Si è passati dai 387 del 2011 ai 230 del 2012”, calcola Giulia Rodano dell’Idv.
Di questi, 50 sono quelli che non arriveranno mai ai Comuni. E tanto meno ai Consorzi.
“Lo stanziamento era già  stato decurtato di 400 mila euro all’inizio del 2012 — spiega al Fatto Emilio Tartaglia, direttore del Consorzio —. Ma i quattro milioni stanziati dall’assessorato alle Politiche sociali, con tanto di mandato al Consiglio regionale, non sono mai stati erogati”.
E adesso, con le dimissioni della Polverini, chissà  cosa accadrà .
“C’è il rischio che taglino ulteriormente — prosegue Tartaglia la ‘Lettera A’ della Legge regionale 38/96: fondi che la Regione dà  ai Comuni. Potrebbero arrivare altri 200 mila euro in meno”.
Da luglio il Consorzio non paga gli stipendi ai 350 operatori, ma soprattutto non paga Inps e Inail: “Il nostro fabbisogno è di 250/300 mila euro al mese (meno di quanto ha speso in un anno il Pdl per la stampa dei manifesti, ndr), tutto va in stipendi, i politici membri del Consorzio non prendono nulla”.
E così la riapertura del Centro, prevista per l’11 settembre, è slittata a chissà  quando. I trenta ragazzi, che erano stati addirittura in soggiorno estivo a Terracina, per un “percorso di autonomia”, adesso sono costretti a restare a casa. Ieri alcuni genitori hanno “occupato” simbolicamente il Centro.
“Io non ci sono potuta andare — spiega la signora Ivana — proprio perchè avevo Chiara a casa. Altrimenti avrei dovuto pagare una ragazza, specializzata s’intende, per guardarmela”.
La beffa, oltre il danno.
“Ma sono disposta a incatenarmi sotto la Regione Lazio. Chiara piange, perchè vede gli altri ragazzi andare ‘a scuola’ e lei non ci può andare.
Lì facevano una sacco di attività , psicomotricità , persino le recite.
Ora a casa diventa aggressiva e spacca tutto”.
Tragica ironia della sorte: nei giorni precedenti al suo ricovero al Sant’Andrea, l’ormai ex governatrice Polverini aveva ricevuto una lettera proprio dalla signora Ivana. “Ho parlato con la sua segreteria, mi hanno fatto mandare un fax, poi ho richiamato e mi hanno assicurato che la presidente l’aveva letta”.
Risposte? Zero. Neanche un bigliettino d’auguri.
Alla Regione Lazio evidentemente non c’era tempo per la salute degli altri.
“Cosa ho pensato quando ho letto le notizie di questi giorni? — continua la mamma di Chiara — Che mi vergogno di essere italiana. Mi sembra di elemosinare qualcosa che invece è un mio diritto. Mi sento come quelle persone che chiedono la carità  davanti alla chiesa. È un miracolo che la Polverini si sia dimessa. Anzi, credo che sia troppo facile dimettersi dopo che per anni ha affiancato personaggi come quelli”.
Quello di Pontecorvo non è un caso isolato.
I tagli e la mancata erogazione dei fondi regionali stanno mettendo in ginocchio un intero sistema di assistenza alla disabilità  e al disagio psichico.
“Quando andavamo a bussare alle porte degli assessori o dei consiglieri , la risposta era sempre la stessa: non c’è un euro — racconta Anna Maria De Angelis, presidente dell’Associazione regionale per la salute mentale —. Percepivamo il fetore di sprechi e spudoratezze, ma non immaginavamo che esistesse un tale buco nero. Una piccola parte dei soldi caduta a pioggia tra i partiti della Regione Lazio sarebbe stata più che sufficiente per assicurare i sussidi, le attività  di risocializzazione, i soldi ai centri diurni, la continuità  terapeutica per non dire dell’aumento di organico nei servizi, i Centri di Salute Mentale, i piani di zona”.
“Cosa chiederei alla Polverini o ai consiglieri della Regione? — conclude Ivana Russo — Guardate negli occhi i nostri figli, guardateli dritti negli occhi”.
Senza maschere da maiali, stavolta.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REGIONE VENETO, MORALITA’ LEGHISTA: AI 60 CONSIGLIERI UN “FUORI BUSTA” DA 2100 EURO AL MESE

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

DA APRILE I POLITICI PERCEPISCONO PURE UN RIMBORSO FORFETTARIO IN NERO PRELEVATO DAL “FONDO SPESE IMPREVISTE” DELLA REGIONE… I SOLDI PASSANO PER I GRUPPI E POI FINISCONO NELLE TASCHE DEI CONSIGLIERI CON UN BONIFICO

Ora ‘spunta’ anche il “fuori busta” dell’onorevole.
Non bastava la poca trasparenza, non bastavano le inchieste e gli scandali che hanno portato alle dimissioni la presidente della Regione Lazio Renata Polverini.
I sessanta consiglieri del Veneto godono infatti di uno speciale trattamento ‘in nero’. Duemilacento euro al mese, prelevati dal “fondo per le spese impreviste” della Regione che finiscono direttamente nelle tasche dei componenti dell’assemblea.
Senza passare per la presentazione di alcun giustificativo.
E senza, soprattutto, passare per le maglie del Fisco.
A darne notizia, il quotidiano il Gazzettino e il Corriere del Veneto, con due articoli che spiegano la procedura per arrivare all’inghippo.
Un sistema abbastanza semplice, a dire il vero, che permette ai consiglieri di incassare qualcosa come 25.200 euro a testa in un anno, per un esborso totale (a carico dei cittadini) di un milione e mezzo di euro per ogni anno solare.
Come?
Spiega il Gazzettino che il 22 marzo l’Ufficio di presidenza della Regione ha deciso di trasferire il rimborso forfettario dalle buste paga dei consiglieri direttamente ai gruppi consiliari.
I quali, a loro volta, trasferiscono i soldi per bonifico ai consiglieri.
Facile, no? In questo modo si ottiene un duplice risultato.
Da un lato, i 2100 euro a testa diventano immediatamente esentasse.
Dall’altro, la politica regionale ha una giustificazione in più per sbandierare pubblicamente di essersi tagliata lo stipendio.
Lo aveva fatto già  all’inizio di quest’anno, con la legge 4/2012.
Peccato che — dice ancora il quotidiano — il testo sia “un omissis dietro l’altro”. E che ad aprile sia arrivato il “rinforzino”.
Quanto guadagnano allora gli onorevoli veneti? Non poco.
Il primo pezzo, cospicuo, sono i 7607,37 euro lordi della paga base.
A cui si aggiungono le indennità  di funzione, sforbiciate dai tagli.
E poi arriva il nero, come se l’onorevole fosse l’operaio di uno di quei capannoni tessili in cui la Finanza ha scoperto centinaia di irregolari.
Peccato che qui si parli del 100% della forza lavoro. E che il tutto sia perfettamente legale. Lo dice una legge regionale del 1984: “Nei limiti e con le modalità  stabilite dall’Ufficio di Presidenza i gruppi consiliari possono riconoscere ai consiglieri regionali rimborsi, anche forfettari, delle spese per la partecipazione ad attività  di cui all’articolo 3, quando le stesse si svolgano in località  diverse dal capoluogo regionale o dal comune di residenza del consigliere”.
Per non sbagliare, in ogni caso, il Veneto ha deciso di usare il fuori busta e far passare i soldi attraverso i gruppi.
Non sia mai che a qualcuno venga voglia di controllare.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REGIONE SARDEGNA: RINVIATI A GIUDIZIO PER PECULATO 19 CONSIGLIERI

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

COINVOLTI POLITICI DELL’IDV, PDL, UDC, UDEUR, AUTONOMISTI: SOTTO ACCUSA PER UNA “PAGHETTA” EXTRA DI 2.500 EURO AL MESE

La Sardegna è molto più avanti della Regione Lazio.
Non solo perchè già  domani si svolgerà  l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio di ben 19 consiglieri regionali accusati, tutti insieme, di peculato.
Ma anche perchè al Consiglio regionale di Cagliari già  da anni si è consolidata la prassi di spendere allegramente i soldi pubblici per farsi gli affari propri, senza rendiconto e in un clima di generale accordo tra tutti i partiti.
E dunque la richiesta di rinvio a giudizio pende su due esponenti dell’Italia dei Valori, svariati del Pdl, e poi mastelliani, casiniani, sardisti e autonomisti, socialisti.
Tutti accusati di aver utilizzato una paghetta mensile di 2.500 euro assegnata a ciascun consigliere dal gruppo misto e dal gruppo “Insieme per la Sardegna” durante la legislatura 2004-2009, quando era presidente Renato Soru.
GIà  rinviato a giudizio risulta un ventesimo ex consigliere regionale, oggi senatore del Pdl, Silvestro Ladu.
Sulla carta di credito assegnatagli dal gruppo dal gruppo è riuscito ad addebitare anche il conto del carrozziere per l’auto di sua moglie.
“Per sbaglio”, ha detto al pubblico ministero Marco Cocco, che non gli ha creduto, anche perchè ha scoperto che la carta di credito personale di Ladu era scaduta da anni.
Il senatore Pdl deve rispondere di 253 mila euro pubblici spesi senza rendiconto. Il caso è esemplare.
La prassi della regione Sardegna era che tutti i mesi il capogruppo versava sui conti correnti dei consiglieri la paghetta da utilizzare, come suol dirsi, per l’attività  politica
Non essendoci nell’ordinamento della regione alcuna norma sull’obbligo di rendiconto, è difficile per il senatore rinviato a giudizio dimostrare che, dopo l’errore, ha rimborsato a se stesso come consigliere le spese del carrozziere sostenute da se stesso.
L’altro insegnamento che viene dalla Sardegna è che in questo caso qualcuno ha rotto il muro del silenzio e ha innescato l’inchiesta della magistratura.
Non un politico, naturalmente, ma una funzionaria del Consiglio regionale, Ornella Piredda, che ha pagato un prezzo salato al suo coraggio.
È stata demansionata e trasferita, ha perso parte della retribuzione, non è più stata in grado di pagare le rate del mutuo e ha dovuto vendere la casa.
“Chi prova a rompere il silenzio va incontro a ritorsioni molto pesanti”, ha detto alla “Nuova Sardegna”.
Spalleggiata dall’avvocato Andrea Pogliani, ha intrapreso e vinto una causa davanti al giudice del lavoro, che ha condannato a risarcirla l’allora presidente del gruppo misto, il sardista Giuseppe Atzeri.
Atzeri a questo punto, oltre alle accuse dipeculato, deve fronteggiare un’altra pendenza penale, quella per abuso d’ufficio legata al mobbing inflitto alla Piredda.
La quale, paradossalmente, è garantita solo dall’allegria con cui i gruppi consiliari della Regione Sardegna facevano le assunzioni.
Insieme ad altri 25 funzionari, è stata assunta dal Consiglio Regionale a tempo indeterminato ma senza concorso, in un rapporto privatistico. In seguito, con gli altri 25, è stata trasferita con una delibera alle dipendenze della Regione, dove oggi si occupa di servizi sociali mentre gli altri sono rimasti ai gruppi grazie al nobile istituto del distacco.
Secondo Piredda, che ha lavorato solo per il gruppo misto e per “Insieme per la Sardegna”, si può comunque dedurre che la musica non cambia negli altri gruppi, visto anche l’isolamento subito dopo la denuncia.
Le storie ricostruite dalla procura avrebbero richiesto un buon romanziere per essere inventate. A un certo punto il gruppo “Insieme per la Sardegna” si scioglie, e tutti i suoi membri confluiscono nel gruppo misto.
Rimangono però in cassa dei soldi, che quattro consiglieri (Sergio Marracini dell’Udc, Salvatore Serra della Sinistra autonomista, Giuseppe Giorico dell’Udeur e Carmelo Cachia della Margherita) decidono di dividersi, secondo l’accusa, con assegni per 17mila euro a testa.
E c’è il consigliere dell’Idv Giommaria Uggias, ex sindaco democristiano di Olbia e oggi unico europarlamentare sardo, che è accusato di aver pagato con i soldi della Regione le bollette telefoniche del suo studio legale.
Stranezze del partito dipietrista: il suo difensore è un altro esponente idv, Federico Palomba, ex presidente della Regione nella legislatura 1999-2004, che due giorni fa ha attaccato gli attuali consiglieri regionali, chiedendo perentoriamente di “pubblicare subito sul sito istituzionale del Consiglio il rendiconto dettagliato delle spese dei gruppi consiliari, in modo che i cittadini sappiano come sono stati spesi i soldi pubblici”.
Ma per adesso l’unico modo che hanno i cittadini di sapere come sono stati spesi i loro soldi è aspettare il processo al suo compagno di partito e cliente.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUANDO ABBRUZZESE RISPONDEVA AL CONSIGLIERE: “LE SPESE? NON POSSO FARTELE VEDERE”

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

UN ANNO E MEZZO FA UN CONSIGLIERE DELL’UDC AVEVA CHIESTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO DI POTER PRENDERE VISIONE DELLE FATTURE… “SPETTA SOLO AI CAPOGRUPPO AVANZARE TALE RICHIESTA, QUESTIONE DI PRIVACY”

“Sono dispiaciuto di non poter assolvere alla Tua richiesta”.
È il 21 giugno 2011 quando il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Mario Abbruzzese, risponde alla lettera di un consigliere Udc.
Una lettera che, spedita cinque giorni prima, il 16 giugno, chiedeva trasparenza sulla distribuzione dei rimborsi ai gruppi.
Nella lettera, il consigliere centrista chiede di visionare le delibere dell’ufficio di presidenza, citando espressamente la legge regionale n.6 del 15 marzo del 1973, comma 3 bis.
È la norma a base dei rimborsi alle spese dei gruppi.
La legge prevede espressamente che “ciascun gruppo consiliare ha diritto a un contributo mensile, per le spese di aggiornamento studio e documentazione, compresa l’acquisizione di collaborazioni, nonchè per diffondere, tra la società  civile, la conoscenza dell’attività  dei gruppi consiliari, anche al fine di promuoverne la partecipazione all’attività  dei gruppi stessi e particolarmente all’esame delle questioni ed all’elaborazione di progetti e proposte di leggi e di provvedimenti di competenza del Consiglio regionale”.
Soldi che, come abbiamo visto, sono spesso finiti in esosi conti pagati in ristoranti, con cene a base di ostriche e champagne, oppure in Suv da 90mila euro, fino a rimborsare fatture che — secondo la magistratura — potrebbero addirittura essere false.
Un anno e mezzo fa, però, quando il consigliere dell’Udc chiede al presidente Abbruzzese di visionare i rendiconti dei gruppi, riceve un rifiuto netto e — per di più — ufficialmente protocollato. Il presidente del consiglio laziale, infatti, risponde che il collega onorevole non ha i titoli per avanzare una simile richiesta: una prerogativa che appartiene ai soli capigruppo dei singoli partiti secondo quanto cita il regolamento del consiglio regionale.
Se acconsentisse alla richiesta di un semplice consigliere, che è certamente presidente di una commissione regionale, ma non capogruppo — aggiunge Abruzzese — in Regione si creerebbe un precedente che, di lì in poi, darebbe a tutti la possibilità  di accedere a quei conti riservati.
Una questione di privacy, insomma, e di precedenti, che Abbruzzese non intende violare.
La trasparenza, insomma, non è gradita.
E ora è la magistratura a valutare la congruità  delle ricevute presentate dal Pdl.
Con il suo ex capogruppo, Franco Fiorito, indagato dalla procura di Roma per peculato e la governatrice Renata Polverini che, a pochi giorni dallo scandalo, ha dovuto rassegnare le dimissioni.

Loredana Di Cesare |

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FOTO, GIORNALI E TV: MILIONI DI EURO BRUCIATI PER CURARE L’IMMAGINE DEI CONSIGLIERI DELLA REGIONE LAZIO

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

L’OSSESSIONE DEI POLITICI E’ APPARIRE…. PER LA POLVERINI STANZIATI UN MILIONE E 287 MILA EURO

Che i consiglieri regionali Pdl fossero ossessionati dall’immagine lo abbiamo scoperto dalla lettura del conto corrente gestito – si fa per dire – dall’ex tesoriere Franco Fiorito.
Fiumi di denaro per interviste a pagamento.
Un’abitudine gradita però anche agli altri consiglieri regionali, presidente in testa.
È stato proprio lui, Mario Abbruzzese sempre in quota Pdl, ad autorizzare la bellezza di 1 milione e 212 mila euro alla voce informazione su giornali, radio e tv.
Già  nota è del resto, la sua sensibilità  ai privilegi.
Il presidente del consiglio regionale del Lazio (oramai ex con le dimissioni della Polverini) ha uno stipendio d’oro: quasi 21 mila euro lordi al mese, ovvero 251 mila euro all’anno. Insomma, Abbruzzese guadagna poco meno del presidente americano Barack Obama (275mila euro). Altrettanto conosciuta è la disinvoltura con cui usufruisce di due auto blu, una a Roma e l’altra a Cassino sua città  d’origine, «perchè sono mi diritto».
Ma torniamo alle spese per la comunicazione.
Nell’allegato alla Delibera del 13 giugno 2010, Abbruzzese firma di suo pugno l’elenco di tutte le emittenti radiotelevisive e dei giornali che devono ricevere soldi dalla Regione.
Attività  legittima per promuovere l’immagine del Consiglio regionale.
Innegabile però l’effetto che produce questa pioggia di soldi pubblici in epoche di crisi come quella che stiamo attraversando negli ultimi anni.
L’importo milionario è destinato a sostenere tutto l’arco consigliare, ma non si può tuttavia non notare che su 32 tv locali ce ne sono 9 dell’area che coincide con il bacino elettorale di Abbruzzese e anche di Fiorito: la Ciociaria.
Terra che è talmente nel cuore del presidente da richiedere una considerevole attenzione. Una passione, per carità  condivisa anche con gli altri consiglieri (e non solo del Pdl), ma che non si può comunque non evidenziare.
Ecco allora 120 mila euro a Telesia, 90 mila a Media work e 20 mila alla Gazzetta di Cassino. Poi ovviamente ci sono anche le arre del Viterbese (terra di Battistoni, succeduto alla guida del gruppo Pdl dopo l’avviso di garanzia a Fiorito) (10 mila euro a Tuscia web), Latina e via discorrendo.
Si registrano anche 10 mila euro a una tv di Rieti (Telecentro Lazio), tanto cara a Lidia Nobili. La consigliera Pdl con la passione di Scientology e la mania di protagonismo in interviste a pagamento tanto da aver fatto confluire a due tv rietine 111 mila euro dai fondi per le spese elettorali.
L’unica nota positiva dell’allegato sulle spese per l’informazione è il risparmio di quasi 600 mila euro – 595 mila per l’esattezza – dovuto al fatto che a fronte di una richiesta di 1 milione e 807 mila euro di spesa, ne siano stati poi concessi 1 milione e 212 mila euro.
E comunque non va tanto meglio neppure alla giunta regionale guidata fino a ieri da Renata Polverini .
Partita con un occhio al risparmio, anche la Polverini poi ha ingranato la marcia sul fronte comunicazione.
Ecco allora che per il 2011 ai «Contratti con i mezzi di informazione» sono stati stanziati 396 mila e 400 euro. Che subiscono però un’impennata l’anno successivo.
Basta dare un’occhiata al resoconto della «Vigilanza sulla comunicazione istituzionale della giunta regionale», redatto il 28 giugno scorso: nel 2012 la spesa stanziata è salita a 1 milione e 287 mila euro.
Anche in questo caso, come per il consiglio regionale, tutto rendicontato.
La domanda tuttavia si impone: è tutto a norma?
Si è forse verificato qualche spreco?
Già  l’altro ieri il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino e il procuratore regionale della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, sono intervenuti per ribadire che verificheranno ogni spesa esagerata. «Lavoreremo con intensità  sulle questioni illecite che discendono dai recenti fatti di cronaca» hanno dichiarato.
Ed è probabile che le dimissioni della governatrice Renata Polverini contribuiranno ad accelerare le verifiche.

Grazia Longo

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IL CERCHIO MAGICO DELLA POLVERINI: DIRIGENTI REGIONALI SENZA TITOLI

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

TUTTI EX UGL I FEDELISSIMI DELL’EX GOVERNATRICE PIAZZATI NELLA BUROCRAZIA REGIONALE… IL SEGRETARIO GENERALE DELLA GIUNTA RONGHI NON HA LA LAUREA NECESSARIA PER IL POSTO OCCUPATO

Dimessa la Polverini, il “cerchio magico” dei suoi più stretti e fidati collaboratori – ex sindacalisti Ugl piazzati ai vertici regionali – resta.
Con qualche dubbio, però, sulla legittimità  dei loro titoli.
È il caso del segretario generale della Giunta, Salvatore Ronghi, del capo ufficio gabinetto del presidente regionale, Giovanni Zoroddu, e del direttore della direzione regionale personale, demanio e patrimonio, Raffaele Marra.
Sui primi due c’è il sospetto – sollevato peraltro da un’interrogazione dalla consigliera idv Giulia Rodano – che non abbiano i titoli.
La nomina del terzo è stata addirittura annullata due volte dal Tar.
Nonostante la Regione Lazio abbia recepito la legge Brunetta che prevede la pubblicazione online dei curricula dei dirigenti, sul sito del massimo dirigente regionale, Ronghi appunto (quello che dovrebbe dare il buon esempio), si legge “curriculum vitae non disponibile”.
Leggendolo (Repubblica ne è entrata in possesso), si capisce, forse, il motivo di tanta riservatezza: Ronghi (190 mila euro l’anno, dipendente dell’azienda trasporti di Napoli), non possiede i requisiti previsti dall’articolo 10 del regolamento regionale 1/2002. Non è laureato, ha la “maturità  tecnico commerciale”.
Non ha mai fatto il dirigente nel pubblico o nel privato, ad eccezione di una esperienza da dirigente, quando aveva appena 20 anni, nella società  “Ro. An. di Melito” di cui non c’è traccia da nessuna parte.
Gli altri suoi titoli sono una lunga militanza nel sindacato Cisnal e Ugl (quello della Polverini), e tre mandati da consigliere regionale in Campania.
Inutile dire che sindacato e consiglio regionale non sono nè pubblica amministrazione, nè settore privato.
Alla Regione Lazio è stata assunta anche la sua fidanzata, Gabriella Peluso, 120mila euro l’anno. “Di lei – ha spiegato Ronghi – ho piena fiducia”.
Discorso simile riguarda Zoroddu: lui è laureato, ma non presenta alcuna esperienza da dirigente, a parte, ovviamente, la carriera Cisnal-Ugl dal 1994.
Per Marra, ex ufficiale della gdf, ex capo dipartimento casa della giunta Alemanno, il discorso è più complesso.
Nonostante quattro lauree e un curriculum di 12 pagine, secondo la commissione che ha esaminato i titoli dei 22 candidati esterni (i 180 dirigenti regionali erano stati messi fuori gioco da un cavillo del bando), quindici candidati avevano requisiti migliori. Marra non aveva alcuna “capacità  specifica relativa alle competenze proprie della struttura da assegnare” (direzione Personale), come “l’esperienza di gestione delle risorse umane”.
Il Tar ha annullato due volte la sua nomina, ma la Polverini l’ha nominato direttore in regime di prorogatio fino a domani.

Alberto Custodero
(da “La Repubblica“)

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ASCESA E CADUTA DELLA BERSAGLIERA RENATA, CENERENTOLA DELLA MAGLIANA, DIVENTATA REGINA DEI TALK SHOW

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

DAL PICCOLO SINDACATO AL MIRACOLO ELETTORALE

Più che dimettersi, Renata Polverini si è consumata nell’incendio del suo potere e quindi anche a causa del fuoco alimentato dal suo stesso personaggio.
Perchè la politica mediatica vive di fiamme e di fumo – con il che un’intera classe dirigente appare in via soffocamento e carbonizzazione.
Così adesso è quasi inutile sforzarsi di riconoscere nella cenere ciò che aveva fatto di lei, ex ragazza della Magliana, Cenerentola di un sindacatino quasi inesistente, poi principessa dei talk-show, la Regina del Lazio.
E per giunta dopo una specie di miracolo elettorale, «perchè i miracoli sono possibili» annunciava lei e il gruppo cattolico tradizionalista di Lepanto, sulla scorta di un fervido rosario anti-Bonino, aveva addirittura individuato nella Madonna del pozzo di Sant’Andrea delle Fratte la sacra icona della vittoria polveriniana.
Chissà  oggi a quale (ulteriore) Madonna si potrebbe far risalire la responsabilità  di queste dimissioni che di colpo oscurano le obiettive virtù della ex governatrice: simpatia, cioè spontaneità  comunicativa, ed energia, cuore, prodigiosa attitudine a farsi sentire «con te» (il suo slogan) a figurare una del popolo, l’«una come tutti» dei manuali di marketing applicato alla corsa elettorale.
Che corsa! Ma quanto terribilmente invecchiati ora, quei ricordi: lei che a Corviale indossa i guantoni da boxe, lei sulla biga elettrica, lei sotto un enorme crocifisso, lei che durante un comizio a un certo punto si era tolta la maglietta per indossarne una di propaganda, restando con il body, tra gli applausi.
Una sera Berlusconi, che non sempre è un signore, le disse in pubblico qualcosa del tipo: «Ma lo sai che non sei male?».
Polverini anche allora piaceva parecchio alla sinistra, ma almeno alle donne di quella parte dispiacque che al comizio di chiusura fosse rimasta in silenzio quando il Cavaliere le aveva tributato il solito numeraccio sullo jus primae noctis, e insomma: che cosa non si fa per farsi votare!
Polverini era in effetti una creatura di Fini, che però al momento della verità  se ne era del tutto disinteressato; al contrario di Berlusconi, che adora forgiare le vite delle persone che gli sono simpatiche.
Ecco, la ragioniera Polverini, entrata alla Cisnal come centralinista e nel giro di quattro-cinque anni divenuta segretaria generale, era senza dubbio una di queste persone, e perciò si era generosamente speso per lei, fino a farla vincere.
Come in altre occasioni, l’esito sembrava una favola.
«Quando la mattina mi guardo allo specchio per pettinarmi confessava lei – mi guardo e dico: sei la presidente del Lazio! ».
E aggiungeva, almeno nella versione ufficiale: «Non ci si crede!».
La lectio più autentica sarebbe: «Non ce se po’ crede!». Polverini infatti, oltre a praticare una certa modestia allora solo in parte auto-promozionale, non sorveglia il suo accento, anche ieri gli è scappato «mejo», «vojo» e anche «sordi».
E’ parte della sua autenticità .
Ma da che mondo è mondo, gli specchi sono molto pericolosi.
Perchè l’auto-riflessione richiede costosi parrucchieri, vestiti di lusso, espressioni non sempre sincere e soprattutto aiutano a montarsi la testa.
E poi, come ampiamente capito da chi non coltiva la vanità , una cosa è vincere le elezioni, altra cosa è governare.
E qui, proprio qui, esattamente qui cadde l’asinello di Poverini che invece, figlia di questo tempo di apparenze, pensava che l’amministrazione coincidesse con la bella figura, la bella immagine, il protagonismo, la visibilità , gli abitucci sempre più pensati, i ristoranti alla moda, i servi, pure alla moda, i salotti, la prima al cinema e al teatro, il festival, il red carpet, la festa, la mondanità , il Cafonal e via dicendo.
Intanto la sanità , che dipende dalla regione, faceva sempre più pietà , per non dire schifo; e le cose serie dell’amministrazione, quelle noiose e complicate da spiegare, rimanevano lì, anzi peggioravano, come il bilancio; e i politicanti del Pdl scalpitavano; e lei furbamente, vista la malaparata di Berlusconi, si rendeva autonoma, arruolava gente, si faceva la fondazione e per festeggiare il primo anno – che francamente è un po’ poco – prenotava Villa Miani per una gran festa.
A ripensarci nel giorno in cui baldanzosamente e con la dovuta claque ha reso noto di sentire il suo incarico come una gabbia, si è colti da un potente scetticismo dinanzi a questa pretesa liberazione.
Il sospetto, per dirla tutta, è che nel gioco demoniaco del potere lei ci fosse caduta con tutte le scarpe, come si dice; e che per far scintillare ancora di più la sua figura nemmeno aveva dovuto mettere da parte il suo carattere, le sue debolezze, le sue passioni: Hitchcock, la carbonara, il solito Battisti, i giubbotti un po’ coatti, i piedi gonfi, le salvifiche ciavatte, l’amore grandissimo per la madre, la gomma americana.
Solo che quando doveva togliersela di bocca per andare incontro alle telecamere, c’era una assistente della governatrice che apriva il palmo della mano e, tìc, la buttava dentro il cestino.
E così piano piano, anzi forte forte, continuava a stagliarsi sulla scena pubblica un indefesso, costrittivo, forse inevitabile e straniante espressionismo.
Alla festona di Ulisse, sia pure in borghese, e alla Via Crucis di Lourdes, con l’imitatrice alla mensa regionale, nelle pubblicità  istituzionali sugli autobus, dentro presepe napoletano, al Gay village, con i sorcini di Renato Zero, nelle baracche di Auschwitz, leggerezza e piombo, primavera e neve, allegria e dramma, la Todini e i piccoli rom, insomma tutto e il contrario di tutto pur di esserci, figurare, farsi accettare come governante capace, fattiva, di cuore.
Il punto è che nel carnevale elettorale il «popolo» si beve quasi tutto, ma poi gli utenti molto meno, anzi per niente, e se la crisi economica comincia davvero a mordere ecco che il regime del «personaggismo» prima suscita nausea, poi rabbia, poi ti saluto e buonanotte al secchio.
E se tanto tanto i cittadini del Lazio erano disposti a comprendere che la loro presidentessa aiutava Califano in difficoltà , beh, quando la videro che con entusiasmo degno di ben altra causa si precipitava a imboccare Bossi, e a sua volta essere imboccata; quando seppero che trovava il tempo di salpare con i «Tevere rangers» («Salutatemi i tunisini!»), o la videro raggiungere in elicottero Rieti, «cuore piccante d’Italia», o lessero che Polverini aveva vietato Facebbok agli impiegati della regione, beh, è ovvio che si andavano allineando tutte le condizioni per sperare che si levasse al più presto di torno, quella lì seguitava a farsi bella in televisione.
Così va il mondo, non solo in politica.
Il potere è una bestiaccia che ti fa pure ammalare.
Un giorno tentarono di entrarle in casa; poi ci riprovarono. Un altro giorno arrivò in ufficio e scoprì che le avevano messo tre pulci e una micro-telecamera.
Hai voglia a proclamarsi «Meglio bulla che nulla»; hai voglia a fare la bulla nei comizi con le «zecche» che dovevano farsi «una cazzo di ragione » della democrazia.
Tutto in realtà  si faceva scivoloso, avvolgente, scuro, crudele.
Era la vendetta dell’immagine, dei lustrini, della forma, dei salottini tv.
Il telepopulismo che prendeva a puzzare di bruciato, l’autombustione del sistema degli spettacoli e di una classe dirigente che nemmeno si accorge di aver preso fuoco.
E tra il fumo e la cenere non c’è più nemmeno da rovistare, perchè di perle non ce n’è più, anzi forse nemmeno ce ne sono mai state.

Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)

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