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LA CASTA DELLE REGIONI: AUTO BLU, CELLULARI OMAGGIO, PASTI, CENTINAIA DI PORTABORSE

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

LA BELLA VITA DEI CONSIGLIERI: SI TRATTANO MEGLIO DEI PARLAMENTARI E SENZA IL DISTURBO DI ANDARE A ROMA… ECCO TUTTE LE CIFRE DEI PRIVILEGI

In Romagna il servizio ferroviario è eccellente rispetto alla media nazionale. Collegamenti frequenti, treni puntuali, vagoni puliti.
Per i consiglieri regionali però è meglio viaggiare in auto.
L’ente guidato da Vasco Errani, in prima fila nella battaglia contro i tagli del governo, prevede infatti formule di rimborso benzina che nessuna ditta privata si sognerebbe di offrire ai suoi dipendenti.
Ottantuno euro ogni cento chilometri effettuati: un indennizzo che le tabelle Aci contemplano per fuoriserie come la Jaguar XK 5.0 o la Porsche Carrera coupè 345 cv.
Anche se ci si muove con una Fiat Punto.
Soprattutto, senza bisogno di presentare ricevute. A inizio mandato basta indicare la distanza tra il Consiglio e la propria abitazione e il gioco è fatto.
I soldi arrivano automaticamente a fine mese, oltre 3 mila euro per quanti risiedono più lontano da Bologna.
Denaro che gli eletti intascano anche se al posto dell’auto usano il treno.
I conti sono presto fatti: da Piacenza il rimborso di un viaggio in auto è di 278 euro, mentre il biglietto del Frecciabianca costa solo 57 euro.
Con oltre 200 di guadagno effettivo.
E’ la casta local.
Non alberga nel cuore di Roma. Non invade tv e talk show.
Ma rinchiusa nei palazzi delle Regioni, sparsa in tutta Italia, zitta zitta spende e spande come gli onorevoli colleghi della capitale.
E anche dove statistiche e bilanci raccontano una gestione virtuosa, come appunto in Emilia Romagna, a fare bene i conti gli sprechi sono tanti. E a volte pure dolosi.
A inizio 2011, la ventata moralizzatrice sui costi della politica è soffiata proprio su Bologna e sui suoi rimborsi auto.
Con un gioco di prestigio: da una parte le presenze mensili dei consiglieri sono state ridotte da 16 a 12, dall’altra l’indennità  di trasferta è salita da 61 a 81 centesimi al chilometro.
Una farsa che, dati alla mano, ha fatto risparmiare 1.800 euro a fronte di oltre 70 mila di spesa al mese. Quasi 900 mila l’anno.
Ecco che gli stessi enti locali che accusano il governo di tagliare tutto e tutti, lamentano l’iniquità  della manovra e dicono che Tremonti metterà  a rischio servizi essenziali come sanità , istruzione e trasporti, potrebbero risparmiare un sacco di soldi tagliando benefit e privilegi.
Da Nord a Sud cambia poco.
La benzina aumenta? Nessun problema.
In Basilicata, Lombardia, Molise, Umbria e Val d’Aosta, come nel Lazio, il rimborso è legato al prezzo del carburante.
Una quota che oscilla fra il 20 e il 33 per cento e che funziona, in pratica, come una scala mobile petrolifera.
Nel Lazio basta risiedere a 15 chilometri dal consiglio regionale per averne diritto: una distanza studiata per permettere a tutti di usufruirne, romani de’ Roma compresi.
E fra questi c’è pure chi (una decina) ha dichiarato di non possedere un’automobile. Si può dire che è Roma ladrona, poi però si scopre che in Val d’Aosta, col pretesto della “piccola regione”, i chilometri sufficienti ad ottenere l’indennizzo scendono a cinque.
Poco più di una passeggiata.
In Calabria, dove nel 1970 la scelta del capoluogo a Reggio portò a scontri, con morti e feriti, non solo hanno sdoppiato tutti gli organi ufficiali, ma a ruota anche i rimborsi. Previsti sia per i viaggi nella sede dei gruppi consiliari a Catanzaro, che in quella dell’assemblea a Reggio.
La Sicilia di Raffaele Lombardo non bada a spese: trasporti marittimi, ferroviari, autostradali e aerei sono gratis. In alternativa sono previsti 1.100 euro al mese per chi abita entro 100 km da Palermo e 1.300 per chi sta più lontano.
Chi vive nel capoluogo, magari di fronte al Consiglio, si deve accontentare, si fa per dire, di 6.400 euro l’anno.
Ma non di soli viaggi a sbafo vive il politico locale. Nella busta paga regionale c’è un florilegio di indennità , che a volte denotano una certa fantasia.
Prendi la Puglia, dove la Regione rimborsa “il rapporto con gli elettori”, o la Calabria dove s’è introdotto un forfait di 2.809 euro per le “missioni nel territorio”.
Il bello è che vengono versati anche se le missioni non si fanno, e pure se per raggiungere il comizio o la piazza da inaugurare l’onorevolino usa l’auto blu.
Non è un vizio di giù, sia chiaro, se in Molise il forfait missioni scende a 1.712 euro, nella ricca Lombardia di Roberto Formigoni sale a 3.525 euro.
L’Emilia Romagna, poi, fa un altro ragionamento: siccome chi viene eletto è lì per fare politica, aspetta che rimborsiamo con 2.277 euro al mese “l’attività  politica”.
Senza scordarsi mai dell’amato portaborse.
A Potenza, Cagliari e Palermo hanno provveduto con un bonus che oscilla fra 2.561 e 4.678 euro, fra spese di segreteria e rappresentanza.
Da Cagliari risponde la Sardegna, che ci tiene alla preparazione dei suoi amministratori, e assegna 780 euro per spese di documentazione e aggiornamento.
Per non far loro perdere tempo con gli acquisti, lo scorso autunno in Campania avevano pensato di risolvere il problema a monte: una delibera prevedeva la dotazione di pc portatili, I-pad o notebook per tutti. E poi via con i clic.
Questo per i peones, perchè per presidenti di commissione e capigruppo c’erano perfino frigobar, scrittoi e divani in pelle, anche se le polemiche hanno costretto al ritiro del provvedimento.
A Trieste, dove ci si preoccupa di un’alimentazione sana, panini e spuntini veloci sono banditi: per il vitto la Regione Friuli Venezia Giulia assegna ai 60 consiglieri un contributo forfettario di 735 euro al mese.
Anche la Sicilia ci tiene alla linea, ma a prezzo politico, tanto che fino ad agosto ha permesso a deputati ed ex di consumare alla buvette un pasto completo alla modica cifra di 9 euro (pagato da Palazzo dei Normanni).
E ancora: 346 euro per le spese telefoniche, 10 per cento di sconto per comprare l’auto e mutui agevolati al 2 per cento per l’acquisto della prima casa (col resto degli interessi a carico della collettività ).
Per la settantina di ex onorevoli che non hanno maturato il vitalizio fino ad agosto c’era un bonus da 6.400 euro l’anno per l’aggiornamento politico-culturale, poi i tagli hanno costretto alla retromarcia.
Sull’Isola un pensiero andava perfino all’Aldilà : 5 mila euro se morivi, così, per pagare i funerali dei consiglieri deceduti.
Poco per il cattolicissimo Veneto, che andava perfino oltre, con un contributo di 7.500 euro”.
“Seguito decisioni conferenza presidenti comunicasi seduta ordinaria est convocata…”. Samuel Morse sarebbe contento di sapere che a un secolo e mezzo dalla sua invenzione il telegrafo ha ancora degli estimatori.
Nell’era delle e-mail e degli smartphone, il Consiglio regionale del Lazio fino allo scorso luglio comunicava le riunioni d’aula con un telegramma.
Poi l’ufficio di presidenza, anche a seguito di varie denunce dei Radicali, ha deciso di colmare il digital divide passando alle comunicazioni ufficiali con la Pec.
Ma la Pisana pare avere un debole per la cellulosa.
Secondo i calcoli di Sinistra e libertà  durante la discussione sul piano casa in una sola seduta sono state distribuite oltre 2 tonnellate di carta non riciclata fra rassegne stampa, emendamenti e subemendamenti. Costo: 4.670 euro.
Eppure per eliminare questa spesa sarebbe bastato un semplice clic, dal momento che tutto il materiale è a disposizione sul sito del Consiglio.
Al Sud è lo scintillio della carta patinata a renderla preferibile ai supporti elettronici. Ogni due settimane la Fondazione Federico II, emanazione del parlamentino siciliano, manda in stampa 4 mila copie della rivista “Cronache parlamentari” (200 mila euro lo stanziamento in bilancio). Il quindicinale è gratuito e può essere scaricato in pdf, tuttavia viene stampato in un elegante formato cartaceo per essere inviato a tutti: consiglieri, assessori e un bell’elenco di enti istituzionali.
In questo vortice di spese non si può dire che non ci sia vita nei Consigli regionali. Attualmente risultano attivi ben 53 organismi unicellulari: i monogruppi.
Il record spetta al Lazio e alle Marche, con otto gruppi da un solo consigliere ciascuno. Diventare capogruppo di se stessi, infatti, fa lievitare la busta paga. E i gettoni.
Non dev’essere sfuggito al governatore marchigiano Gian Mario Spacca, che ha fondato un gruppo col suo nome che gli permette di sommare le cariche di consigliere, capogruppo e presidente.
Nemmeno l’ex governatore Mercedes Bresso, in Piemonte, ha resistito alla tentazione e ha fatto altrettanto.
Peccato che in aula esistesse già  Insieme per Bresso, la lista civica che l’aveva sostenuta: “L’ho fatto per tutelare tre persone che hanno lavorato con me nei cinque anni precedenti”, ha motivato lei.
Un senso protettivo che costa ai piemontesi circa 150 mila euro l’anno.
A Roma, poi, in 18 mesi sono nati cinque monogruppi: Mpa, Fli, Responsabili, Api e perfino un improbabile gruppo Misto composto da un solo consigliere. Complessivamente fanno più di 2 milioni di spesa annua.
Ma all’assemblea laziale piace accumulare record. Nessun altro parlamentino, per dirne una, conta così tante commissioni: ben 20 per 71 consiglieri.
Quando Camera e Senato, per farsi un’idea, ne contano 15 ciascuno.
In Campania l’eco delle proteste contro i costi della politica sembra non essere arrivato. Il 3 agosto, in pieno clima vacanziero, l’aula ha approvato in prima lettura una modifica allo statuto che consente di allargare la giunta da 12 a 14 assessori.
Nella canicola estiva era balenata perfino l’ipotesi di istituire due sottosegretari. Secondo la giunta l’ampliamento sarà  a costo zero ma l’Idv calcola una spesa aggiuntiva di un milione tra stipendi, costi del personale di segreteria e autisti.
Quanto al Molise, con le imminenti elezioni regionali finirà  in soffitta un pezzo di storia politica. In Consiglio, eletto nel 2006 prima della nascita di Pd e Pdl, ci sono ancora i Ds, la Margherita, An e Forza Italia.
I gruppi, per non perdere finanziamenti e dipendenti, si sono guardati bene dal fondersi. Fra contributi mensili, staff e capigruppo, fermare le lancette dell’orologio ha comportato un aggravio di spesa quantificabile in almeno un milione di euro.
Del resto anche il gusto vintage ha il suo costo.

Paolo Fantauzzi e Andrea Managò
(da “L’Espresso“)

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FIRME FALSE PER LE REGIONALI, LA CONSULTA SALVA COTA E FORMIGONI

Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO LA CORTE COSTITUZIONALE IL CONTROLLO SULLA REGOLARITA’ DEGLI ISCRITTI SPETTA SOLO AL GIUDICE CIVILE…. SCONGIURATO COSI’ IL RISCHIO DI ANNULLAMENTO DEL VOTO: CI VORRANNO ANNI PRIMA CHE UN GIUDICE CIVILE SI ESPRIMA SULLA FIRME FALSE…I RADICALI: “D’ORA IN POI SARA’ IMPOSSIBILE OTTENERE GIUSTIZIA CONTRO UNA QUALSIASI TRUFFA ELETTORALE”

La Corte Costituzionale ha deciso: spetta solo al giudice civile il controllo sulla veridicità  delle firme per la presentazione di liste e candidati alle elezioni. I
l che, considerando che i tempi della giustizia civile in Italia superano di gran lunga la durata di una legislatura, significa solo una cosa: Roberto Formigoni e Roberto Cota, rispettivamente governatori di Lombardia e Piemonte, non rischiano più l’annullamento del voto di maggio 2010, quando sono stati eletti alla guida delle due giunte regionali.
Amara sconfitta, invece, per i Radicali, che avevano raccolto le prove della presunta combine e che ora minacciano di rivolgersi agli organi di giustizia internazionali per ricorrere contro la decisione della Cassazione.
Per ora, tuttavia, i Radicali hanno inviato una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a cui chiedono di intevenire.
Per Marco Cappato, già  candidato premier alle regionali ‘incriminate’ (ma poi escluso), la questione “non riguarda soltanto le elezioni regionali del Piemonte, nè soltanto quelle della Lombardia, dove noi Radicali abbiamo portato le prove della gigantesca truffa elettorale compiuta nella presentazione delle liste di Roberto Formigoni, con un migliaio di persone che hanno confermato in Procura della Repubblica di non aver mai firmato quelle liste”.
Per l’esponente dei Radicali — che si rivolge direttamente al capo dello Stato, “la conseguenza della sentenza di oggi significa, per il futuro del Repubblica italiana da Lei presieduta, che d’ora in poi sarà  ufficialmente impossibile per chiunque ottenere giustizia contro una qualsiasi, anche se gravissima, truffa elettorale in tempo utile prima della fine del mandato di chi è stato eletto grazie a quella truffa, ad ogni livello locale o nazionale che sia”.

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SEI CONSIGLIERE REGIONALE E INQUISITO? IN CAMPANIA NON PERDI LO STIPENDIO

Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile

UNA NUOVA NORMA SALVA LA CASTA REGIONALE IN CASO DI INDAGINI… IL CONSIGLIO SI COSTITUISCE PARTE CIVILE NEI CONFRONTI DI UN ESPONENTE CONDANNATO PER CAMORRA, MA GLI LASCIA POLTRONA E SALARIO

Legalità  a intermittenza in Regione Campania.
Si accende e si spegne nello spazio di un secondo.
Luce accesa: il consiglio regionale si costituisce parte civile nei confronti di un proprio esponente condannato per camorra.
Luce spenta: nell’ambito della stessa delibera, il parlamentino campano stabilisce che quel politico continuerà  a percepire un lauto stipendio pubblico.
E alla fine restano principalmente le ombre di un provvedimento che evita di calcare la mano nei confronti di del consigliere di maggioranza Roberto Conte, ex Verde, ex Margherita e Pd, eletto nel 2010 in una lista alleata del Pdl, condannato per camorra con sentenza non definitiva a due anni e otto mesi per aver stretto un patto di scambio politico-mafioso col clan di Giuseppe Misso, egemone nel quartiere Sanità .
La condanna arrivò nel giugno di due anni fa al termine di un processo condotto dal pm della Dda Giuseppe Narducci, oggi assessore alla Legalità  nella giunta arancione di Luigi de Magistris.
Conte, peraltro inquisito anche in altre inchieste per reati contro la pubblica amministrazione, oltre alla retribuzione conserverà  la speranza di ritornare in carica se il processo d’Appello dovesse ribaltare la pronuncia di primo grado.
Stipendio al sicuro pure per Alberico Gambino (Pdl), consigliere regionale fresco di sospensione dalla carica per un’inchiesta: arrestato a luglio, dopo qualche settimana nel carcere di Fuorni è ai domiciliari nella sua casa in costiera amalfitana con l’accusa di essere il capo di un cartello criminale che ha soggiogato la vita politico-amministrativa del Comune di Pagani (Salerno), del quale è stato a lungo sindaco. Gambino era appena uscito da un lungo periodo di sospensione conseguente a una condanna non definitiva per peculato: la Cassazione ha ordinato la ripetizione del secondo grado di giudizio, trasferendone la competenza da Salerno a Napoli.
Il Consiglio regionale della Campania ha approvato un provvedimento per (ri)sospendere di fatto dalla carica Conte, nonostante un decreto di qualche mese fa del governo Berlusconi ne avesse disposto il reintegro.
La proposta di legge, che consente all’istituzione di costituirsi parte civile nelle vicende giudiziarie che riguardano Conte, facendo così scattare una nuova sospensione, è stata presentata dai consiglieri Sergio Nappi e Angelo Marino di “Noi Sud”, ed è stata poi sottoscritta anche da altri consiglieri.
Ma per il Pd non era abbastanza.
Il loro capogruppo Giuseppe Russo ha presentato un emendamento per abolire il 50% dell’indennità  che la legge campana attualmente prevede a favore di chi si trova nell’incresciosa situazione di essere sospeso a causa di problemi di natura penale.
Il consigliere sospeso riceve poco più di 5000 euro lordi al mese.
Va aggiunto che al posto di chi perde temporaneamente la poltrona, si insedia il primo dei non eletti nella lista.
Che viene retribuito per intero, circa 11.000 euro lordi. E conserva il diritto a mantenere le somme percepite anche dopo l’eventuale reintegro del politico congelato.
“E’ un’indennità  di funzione, non di carica — ha protestato Russo — non possiamo continuare ad elargire alcun compenso o percentuale di compenso quando la funzione non viene esercitata. Il Consiglio regionale della Lombardia nel 1995 produsse un disegno di legge che ridusse del 90% l’indennità  ai consiglieri sospesi.”.

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L’AGENZIA S & P DECLASSA UNDICI ENTI LOCALI: ORA INDEBITARSI COSTERA’ DI PIU’

Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

INSORGONO SINDACI E GOVERNATORI: “COLPA DELLA MANOVRA”… NEL MIRINO I COMUNI DI GENOVA, BOLOGNA E MILANO, LA PROVINCIA DI ROMA, LE REGIONI SICILIA, EMILIA, LIGURIA… PESANO I TAGLI E LA MANCANZA DI CERTEZZE SULLE ENTRATE DEL FEDERALISMO

Dopo il giudizio negativo espresso sul debito pubblico dell’Italia e su sette delle sue banche ora è il momento degli enti locali.
La mannaia di Standard and Poor’s questa volta si è abbattuta su Comuni, Province e Regioni.
Undici enti, ieri sbalzati un gradino più sotto di quello sul quale fino ad ora poggiavano.
La loro affidabilità  creditizia, secondo l’agenzia, è passata da A+ ad A; il loro outlook (le previsioni sul futuro) è considerato negativo.
Si tratta delle Province di Roma e Mantova, delle Regioni Sicilia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche e dei Comuni di Genova, Bologna e Milano.
Anche per la città  di Torino è stato rivisto – da stabile a negativo – l’outlook, ma per i debiti a lungo termine è stata riconfermata la A.
Rating di lungo termine in discesa e outlook negativo riconfermato pure sui bond emessi dall’Umbria (con scadenza 2017, 2018 e 2019), dalle Marche (scadenza 2018) e per i titoli della Sicilia con scadenza 2016
In molti casi sembrerebbe trattarsi di enti «insospettabili», considerabili finanziariamente più solidi rispetto a molti altri.
Ma il ragionamento che fanno le agenzie di rating si può riassumere nel detto «chi meglio sta più rischia».
In un quadro come quello attuale – visto il Paese sotto schiaffo – sono infatti considerati più in pericolo gli enti locali che fino ad oggi avevano avuto i giudizi migliori.
La lettura è legata a due motivi: il primo è che le agenzie – anche se non c’è una legge scritta – ritengono che Comuni, Regioni, Province non possano avere «voti» più alti rispetto a quelli che loro stesse hanno assegnato al debito pubblico dello Stato cui appartengono.
Il secondo è che – visti i nuovi tagli inseriti in manovra e la mancanza di certezza sulle entrate del federalismo – la dipendenza degli enti dai trasferimenti dello Stato aumenta.
Per chi stava messo male la situazione cambia poco, ma per gli altri l’allarme un tempo lontano ora si fa sentire.
Il fatto è che il declassamento delle emissioni obbligazionarie degli enti potrebbe tradursi in un aumento della spesa per interessi.
Conseguenza molto sgradita e, a detta di tutti gli enti, dovuta a esclusivamente a cause «estranee» alla loro gestione.
«Purtroppo paghiamo la situazione del paese» ha commentato Claudio Burlando, presidente della Liguria, riassumendo lo stato d’animo di tutti i sindaci e presidenti coinvolti.
L’abbassamento del rating, in realtà , non è un fulmine arrivato a ciel sereno.
Solo pochi giorni fa Moody’s, l’altra delle tre agenzie (c’è anche Fitch) che dettano legge sui giudizi di affidabilità , aveva avvertito che le manovre estive del governo «appesantivano ulteriormente» i conti di Comuni, Regioni e Province considerati «già  allo stremo».
I 7 miliardi di budget tagliati fra 2011 e 2012 e l’anticipo al 2013 per il pareggio di bilancio non potevano che rendere le cose ancora più difficili, quindi – aveva lasciato intendere l’agenzia americana – un ritocco verso il basso era più che probabile.
Ma il declassamento ora renderà  ancora più tesi i rapporti fra enti e Stato centrale. Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci, avverte: l’abbassamento del rating avrà  come inevitabile corollario l’aumento delle tasse che i cittadini saranno chiamati a pagare per gli interessi sul debito dei Comuni.
«Un aumento che non è imputabile in alcun modo agli amministratori locali – precisa Napoli – bensì a scelte prese a livello nazionale».
Bruno Tabacci, assessore al Bilancio di Milano precisa che «non ci dovrebbero essere conseguenze per i mutui già  in contratto», ma che ci sarà  un maggiore peso per le casse del comune nel caso se ne sottoscrivessero di nuovi.
«Visto però che anche le banche italiane sono state di recente declassate, il differenziale non muta».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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L’UNIONE EUROPEA BLOCCA I FINANZIAMENTI ALLA CALABRIA: “SISTEMA DI GESTIONE INAFFIDABILE”

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

BRUXELLES STOPPA 36 MILIONI DI EURO DI FONDI STRUTTURALI DESTINATI ALLA CALABRIA… SI AGGIUNGONO AI 72 MILIONI CONGELATI ALLA CAMPANIA E AI 12   ALLA SARDEGNA….I GOVERNATORI: “TUTTO REGOLARE”

La Commissione europea ha bloccato 36 milioni di euro di finanziamenti alla Calabria che si vanno ad aggiungere ai 72 milioni congelati per la Campania e ai 12 per la Sardegna. E tutto perchè “il sistema di gestione e di controllo regionale non è ancora ritenuto completamente affidabile dai servizi di audit della Commissione”.
A dirlo è il commissario europeo alle politiche regionali Johannes Hahn, in risposta a un’interrogazione parlamentare di cinque eurodeputati del Partito democratico.
Si tratta di finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale europeo (Fse), molti dei quali dovevano servire per opere di risanamento ambientale.
Secondo il commissario Hahn, “al primo settembre 2011 nessuno degli otto grandi progetti previsti dal programma è stato notificato alla Commissione europea”.
Sempre Hahn ricorda poi che il primo giugno scorso Bruxelles ”ha inviato al presidente della Regione Calabria una lettera con cui gli rammentava il debole tasso di avanzamento del programma invitandolo ad adottare misure concrete per attuare rapidamente tutti gli interventi”.
Insomma il messaggio è chiaro: “Per evitare il rischio di riduzione delle risorse comunitarie, la Calabria deve documentare a Bruxelles entro il 31 dicembre 2011 di aver realizzato investimenti per un ammontare pari a 472,747 milioni di euro, di cui il 50 per cento a carico del Fondo regionale”.
E poi ancora, per quanto riguarda il Fondo sociale europeo, sempre la Calabria “deve fornire le pezze d’appoggio relative a spese effettuate pari a 111,6 milioni di euro”. Quindi, in parole povere, quanto, come e dove è stato speso con relative pezze giustificative.
Sembra proprio che Bruxelles non sia più disposta ad aprire il portafogli senza garanzie di risultati.
Negli ultimi anni il Mezzogiorno si è visto stanziare milioni e milioni di euro dall’Unione europea, rientrando, per quanto riguarda la programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, tra le cosiddette “regioni a obiettivo 1”, ovvero regioni in ritardo di sviluppo (con un Pil inferiore al 75% della media europea) dove si è cercato di promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale.
Adesso la nuova programmazione 2007-2013 non prevede più obiettivi di questo tipo, dati ormai per raggiunti.
Il treno è passato, sembrano dire da Bruxelles, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Contrariamente ad altri Paesi, come la Spagna, che hanno fatto un uso più responsabile dei fondi Ue, alcune regioni meridionali d’Italia hanno sprecato e sperperato, con grandi opere mai finite, appalti milionari e spese spesso gonfiate all’inverosimile.
A dover controllare la corretta spesa di questi fondi sono le autorità  locali, che devono poi notificare il tutto alla Commissione europea.
Ed è qui che casca l’asino, visto che proprio “le carenze di gestione e controllo” sono alla base dello stop ai fondi di Bruxelles.
“Per la Campania”, ha detto il portavoce del commissario Hahn, Ton Van Lierop, “risultano sospesi 72 milioni di euro, per la Calabria 36 milioni e per la Sardegna 12 milioni”.
“Si tratta di domande di pagamento presentate a Bruxelles e sospese in attesa di chiarimenti che dovranno arrivare entro due mesi”, ha precisato il portavoce, “sempre che le regioni interessate non vorranno perdere i finanziamenti”.
A sentire il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti (Pdl), va invece tutto bene. “Lo stato di avanzamento del programma operativo della Calabria procede in maniera soddisfacente”.
“Nell’incontro al ministero dello Sviluppo economico, è stata definita la road map per raggiungere il target di spesa per il 2011 e porre rimedio al blocco dei pagamenti che grava su procedure del 2009 e cioè ad un anno prima del nostro insediamento”.
Insomma, tutta colpa della passata amministrazione di centrosinistra.
Tesi supportata anche dal ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto (Pdl). “I dati relativi alla risposta del Commissario Hahn all’interrogazione degli eurodeputati del Pd sono aggiornati al 31 dicembre 2010 e dunque non colgono l’avanzamento procedurale e finanziario degli ultimi 8 mesi”.
Gli fa eco dalla Campania Stefano Caldoro (Pdl): “Il blocco dei pagamenti da parte dell’Ue nei confronti della Campania è relativo ad impegni delle vecchie amministrazioni negli anni 2008 e 2009″.
Ma Bruxelles non sembra interessata a chi vada la colpa, al centrosinistra o al centrodestra.
Se entro il 31 dicembre non arriveranno risposte soddisfacenti la Commissione europea chiuderà  i rubinetti, e a pagare saranno come sempre i cittadini.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MOLISE: FLI RITIRA IL SIMBOLO PERCHE’ NON ESISTE QUALCUNO CHE FACCIA RISPETTARE LE DECISIONI DI FINI

Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

C’E’ CHI NON HA CAPITO ANCORA CHE FLI E’ ALTERNATIVO AL PDL… SE IL SEGRETARIO REGIONALE AVEVA I SUOI INTERESSI AD ALLEARSI CON UN INQUISITO BASTAVA ESPELLERLO UNA SETTIMANA FA, ALTRO CHE RITIRARE IL SIMBOLO… E CHI HA SULLA COSCIENZA L’ENNESIMA CAZZATA AI DANNI DEL PARTITO SI PRENDA UN PERIODO DI RIPOSO

Riportiamo da “Il Futurista”

Uno scontro tra i dirigenti locali e le indicazioni dell’ufficio di presidenza.
Dove i primi si ostinavano a sostenere il candidato del Pdl Iorio nonostante dal massimo organo del partito fosse arrivata l’indicazione diversa.
Le elezioni regionali in Molise non vedranno sulla scheda il simbolo di Futuro e Libertà , stando a quanto si apprende.
E non poteva essere diversamente, considerata l’ostinazione di qualcuno nel voler conservare lo status quo.
Fino a ieri i dirigenti locali del movimento futurista avevano deciso di appoggiare – assieme all’Udc – il governatore Iorio, esponente del Pdl di provata fede berlusconiana, nella corsa per il secondo mandato.
Ma non avevano fatto i conti con l’insofferenza della base, oltre al fatto che il candidato del centrosinistra Paolo Frattura aveva invitato i finiani a sostenerlo in opposizione all’attuale maggioranza, coerentemente con quanto accade in Parlamento. Con la decisione dell’ufficio di presidenza, al quale aveva preso parte Fini in persona, ribadendo di essere alternativi al berlusconismo.Fli: Bocchino, in Molise no simbolo, chi si candida lo fa a titolo personale

Il comunicato di Bocchino

“La volonta’ di Futuro e Liberta’ di rappresentare un’alternativa tanto al berlusconismo quanto alle sinistre, impone scelte nette anche nelle imminenti elezioni regionali in Molise.
La regione e’ caratterizzata da alcuni dati di fatto:
1) Il Terzo Polo non presentera’, con nostro rammarico, una propria candidatura alla presidenza in quanto Udc e Api hanno da tempo deciso di sostenere il primo il presidente Iorio e il secondo il consigliere del centrosinistra Frattura”.
2) In Futuro e liberta’ esiste un’analoga inconciliabile diversita’ di valutazione tra il consigliere regionale di Campobasso e coordinatore regionale Quintino Pallante, e il consigliere regionale di Isernia Tony Incollingo.
3) L’Ufficio politico nazionale di Futuro e Liberta’ ha ritenuto non sussistano le basi, visto il fallimento del suo governo, per sostenere Iorio e parimenti non siano emerse le condizioni politiche per considerare la candidatura di Frattura come espressione di una trasversale volonta’ di rinnovamento, e non solo come indicazione del centrosinistra”.
4) Anche per la particolarita’ della regione -continua- non e’ stata individuata una personalita’ che fosse credibile quale candidato del solo Futuro e liberta’ alla presidenza della regione.
Alla luce di tutto cio’ Futuro e liberta’ per l’Italia non presentera’ liste col proprio simbolo e nessun dirigente nazionale partecipera’ alla campagna elettorale. Pertanto -conclude- le scelte degli esponenti locali del partito saranno unicamente a titolo personale”.

Commento
1) Nei partiti deve esistere una leadership credibile, oppure si favorisce il caos generalizzato: da settimane il caso Molise si trascinava tra le polemiche, bastava intervenire a tempo debito con un sistema molto semplice e lineare.
Stabilire a livello romano quale fosse l’alleanza percorribile, dopo aver sentito i dirigenti locali, e prendere una decisione vincolante per tutti.
Chi si uniformava bene, chi non lo faceva fuori dal partito.
2) Qui invece prima si è dato credito a chi voleva un’alleanza con Iorio con dichiarazioni premature di Bocchino.
Poi, di fronte alla ribellione di altri dirigenti locali e della base, si è rimessa la decisione all’ufficio politico un giorno prima della scadenza per la presentazione delle liste.
A quel punto Fini e la maggioranza dei dirigenti nazionali hanno dato indicazione per il candidato Frattura (cosa peraltro già  fatta venti giorni fa) , ma il coordinatore non era d’accordo lo stesso quando bastava dargli 30 secondi per decidere: o ti uniformi o sei commissariato e amen.
E Fli sarebbe stato presente alle elezioni.
3) Per Bocchino “non esistono le basi” per prendere una decisione?
E lui che ci sta a fare allora?
Se non è in grado di far eseguire una decisione del massimo organo del partito si dimetta e si riposi.
Che può pensare un elettore dopo questa sceneggiata invereconda?
Che Fli è un partito dove un coordinatore regionale (nominato da chi poi, indovinate un po’…) può impedire che vengano eseguite le direttive di Fini e arrivare a non far presentare neanche il simbolo del partito.
Una ammissione di impotenza di tal genere (se qualcuno non ciurlasse nel manico) porterebbe alle dimissioni di qualsiasi segretario, altro che le palle di “problemi locali”.
4) Bocchino non ha individuato una personalità  credibile per presentarsi da soli?
Certo all’ultimo momento chi vuoi trovare?
Poteva sempre chiedere al suo amico coordinatore regionale ligure Nan: magari se emigrava un paio di mesi in Molise i militanti futuristi locali ne avrebbero tratto giovamento.
O forse si riserva la carta per le regionali in Calabria?

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UNA CAMBIALE CHIAMATA MANOVRA: I SOLDI SONO SOLO SULLA CARTA, I CONTI A RISCHIO

Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

A PARTE LE TASSE E I TAGLI A MINISTERI ED ENTI LOCALI, IL RESTO DELLA MANOVRA SONO SOLO SPERANZA E PALLE MEDIATICHE

Altro giorno, altra manovra, altro buco.
L’intesa dentro il governo diventa un emendamento al decreto di Ferragosto (ora in Senato).
E così si conoscono ufficialmente le novità  e i primi numeri: addio al contributo di solidarietà  per i redditi alti, meno tagli ai Comuni, niente intervento sulle pensioni, più tasse sulle imprese.
Tutto qui.
In attesa delle tabelle definitive che dimostreranno se dopo queste correzioni la manovra vale ancora 49 miliardi, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti assicura che “i saldi resteranno assolutamente invariati”.
A considerare i provvedimenti qualche dubbio è lecito.
I soldi previsti dal contributo di solidarietà  (3,8 miliardi) arriveranno dalla lotta all’evasione.
Ma non è la stessa cosa: prima c’era un aumento dell’Irpef dall’esito prevedibile, ora la stima di un gettito che forse arriverà  e forse no.
Il governo promette più severità : carcere per chi evade più di 3 milioni di euro, possibilità  per i Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi (e già  hanno fatto sapere che si rifiuteranno di farlo) , una sorta di autocertificazione in cui il contribuente deve dichiarare i suoi rapporti con le banche.
Secondo l’ottimistica relazione tecnica all’emendamento del governo “è ragionevole ritenere che l’inasprimento del sistema sanzionatorio penale-tributario rappresenti un chiaro intervento con finalità  dissuasive di comportamenti evasivi”, capace quindi di portare nelle casse pubbliche 1,1 miliardi in tre anni.
Ma   il fatto che sia “ragionevole” non implica che succeda.
Nella Prima Repubblica il gettito della lotta all’evasione non veniva mai usato come copertura di spesa o come risparmio, ma al massimo per finanziare “fondi negativi”, di solito destinati agli investimenti.
Tradotto: venivano previste voci di spesa che si attivavano solo se arrivavano i soldi dalla lotta all’evasione.
Niente gettito, niente uscite.
Nella versione della manovra emersa ieri, invece, i soldi sottratti agli evasori servono a risanare il bilancio.
Se non arrivano, c’è un buco.
Idem per la presunta stretta sulle società  di comodo, quelle che non hanno un’attività  imprenditoriale ma servono solo a singoli individui per pagare meno tasse.
Per il governo   l’aumento dell’Ires su queste scatole societarie dovrebbe fruttare 714 milioni in tre anni, ma i tecnici della Confindustria sono molto perplessi, visto che gli strumenti per tassare questi schermi fiscali già  c’erano, ma non hanno mai funzionato molto.
Ed è tutto da dimostrare che dichiarare i rapporti dei contribuenti con le banche generi 1,5 miliardi di euro.
I tagli agli enti locali non sono affatto azzerati, come annuncia Tremonti, ma viene ridotta la parte di competenza della manovra di Ferragosto.
Con il risultato che Formigoni, presidente della Lombardia, dice che ora il “federalismo è seppellito definitivamente”.
E i ministeri, che speravano di beneficiare dal gettito della Robin Hood Tax (finito tutto ai Comuni ) per non dover tagliare 6 miliardi (e le tredicesime ai dipendenti), sono disperati: “Se quelle cifre non saranno ripristinate sarà  difficile andare avanti”, dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
Finisce così il pasticcio della manovra estiva? Neanche per idea.
Lo ammette lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: “Il ritocco dell’Iva è una clausola di salvaguardia per garantire che la manovra vada in porto e il pareggio di bilancio nel 2013”, dice da un   vertice sulla Libia a Parigi.
La manovra, anche nella versione attuale, ha due grossi problemi: le incertezze sul gettito dalla lotta all’evasione e le stime di crescita del Pil su cui il governo l’ha impostata.
Visto che l’Italia crescerà  nel 2011 solo lo 0,8 anzichè l’1,1 previsto e nel 2012 lo 0,7 invece che l’1,8 per cento, c’è già  un buco da 15 miliardi da coprire, se si vuole raggiungere davvero il pareggio di bilancio del 2013.
E non va dimenticato che quasi metà  della manovra, circa 20 miliardi, vengono da un taglio delle agevolazioni fiscali (cioè un aumento delle tasse) tutto da definire.
E il cui impatto negativo sulla crescita non è stato ancora considerato.
Ma a breve, approvata questa manovra, ci sarà  da fare la legge di stabilità , la ex Finanziaria, che delinea il bilancio dello Stato per l’anno successivo.
A quel punto il governo quasi certamente dovrà  ricorrere all’aumento dell’Iva, specie se i mercati reagiranno male al caos di questi giorni.
L’inasprimento dell’imposta sui consumi “si può attuare da un momento all’altro”, dice Berlusconi alludendo al fatto che il governo si è attribuito il potere di alzare le tasse con un semplice atto amministrativo (un decreto della Presidenza del Consiglio, su proposta del Tesoro) senza passare dal Parlamento o dal   Quirinale.
Peccato che sarebbe contrario all’articolo 23 della Costituzione: “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VENETO: DUECENTO MILIONI ALLE CLINICHE PRIVATE PER LAVORARE MENO

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2006 SI DECISE DI RIDURRE LE OSPEDALIZZAZIONI A 160 OGNI 1000 ABITANTI…MA PER COMPENSARE I MANCATI INTROITI DELLE CLINICHE PRIVATE LA REGIONE HA FISSATO DEI BONUS CHE DI FATTO GARANTISCONO   GLI STESSI INTROITI LAVORANDO MENO

Duecento milioni in 4 anni: tanto ha pagato il Veneto alle cliniche private convenzionate per fare meno ricoveri.
Nel 2006 si stabilisce che le ospedalizzazioni devono scendere a 160 ogni mille abitanti.
E così con una delibera – assessore alla Sanità  l’attuale sindaco di Verona Tosi – si prevedono bonus per chi rispetta l’impegno.
Duecento milioni di euro: a tanto ammonta la cifra pagata dalla regione Veneto in 4 anni alle cliniche private convenzionate per essere riuscite a fare meno ricoveri ospedalieri.
Non si tratta di un errore, ma del risultato di tre delibere regionali votate tra il 2006 e 2010.
Nel 2006 infatti il Patto per la Salute tra Stato e Regioni stabilisce che il numero di ricoveri ospedalieri deve scendere a 160 ogni mille abitanti, in modo da far diminuire il debito sanitario. Cosa che ovviamente sarebbe venuta ad incidere sugli introiti delle cliniche private convenzionate, pagate fino a quel momento dalla Regione sulla base del numero dei ricoveri fatti.
Ma con la prima delibera 4449 approvata il 28 dicembre 2006 dalla giunta di centrodestra, con Flavio Tosi (attuale sindaco di Verona) assessore regionale alla sanità  e presieduta in quell’occasione dall’allora vicepresidente del Veneto Luca Zaia, la regione ridefinisce i tetti di spesa per il triennio 2007-2009 anche per le strutture private accreditate.
Così, per ciascun erogatore privato pre-accreditato che rispetta il tetto dei ricoveri, viene previsto un incremento finanziario, una sorta di ‘bonus’, calcolato sul valore del budget annuale regionale, che è dell’8% per il 2007.
A questa cifra si aggiunge per il 2008 un altro incremento finanziario del 3,17%, arrivando così all’11,17%; del 3,23% per il 2009 (dunque il 14,4% in totale), e un altro 1,5% nel 2010, arrivando al 15,9%.
E, come si può apprendere dal Libro bianco della sanità  veneta, nonostante il minor numero di ricoveri ospedalieri, le cifre stanziate dalla regione per l’assistenza ospedaliera fornita dai privati convenzionati non hanno mai smesso di crescere, passando da 526 milioni nel 2006, a 547 milioni nel 2007, 557 nel 2008 e 578 nel 2009.
“Calcolando l’incremento finanziario sulla base dei budget annuali — spiega Guglielmo Brusco, vicepresidente della provincia di Rovigo, che da anni è impegnato a denunciare questi sprechi nella sanità  veneta — non è azzardato pensare che le strutture private convenzionate abbiano ricevuto 35 milioni circa di euro nel 2007, 45 nel 2008, 50 nel 2009 e 66 nel 2010, per un totale complessivo di circa 200 milioni di euro. Tutto alla sola condizione di fare meno ricoveri, e cioè lavorare di lavorare meno”.
Insomma, un trattamento di tutto favore, secondo Brusco, che non ha certo giovato alle casse del Veneto, che negli anni non solo ha assegnato sempre più risorse alle aziende del Servizio Sanitario Regionale (4,3 miliardi di euro nel 2000 contro i 7,7 miliardi del 2009), ma anche visto crescere il costo dell’assistenza ospedaliera, passata da 3,6 miliardi di euro nel 2006 a 3,8 miliardi di euro nel 2009 (+5,9%), nonostante i minori ricoveri.
Forse anche perchè, come rileva il Libro bianco, a contenere il tasso di ricoveri e tagliare i posti letto sono state soprattutto le strutture ospedaliere pubbliche, mentre nelle strutture private accreditate i dati sono rimasti sostanzialmente stabili.
Senza contare che chi non raggiunge il budget di ospedalizzazione riceve un altro ‘aiutino’: l’eventuale quota di introiti «mancante» sarà  garantita l’anno successivo sul versante visite ambulatoriali.
Interpellato sull’argomento, l’assessore veneto alla Sanità , Luca Coletto, ci ha tenuto subito a chiarire che con la delibera n.312 votata a marzo 2011, “è stato eliminato il meccanismo dell’incremento finanziario. Da quest’anno si è deciso un taglio secco di 30 milioni di euro, e di assegnare un incremento finanziario provvisorio del 5% sul fatturato, che verrà  poi riassorbito al momento della ridefinizione delle nuove tariffe dei Drg (i Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi, il sistema di classificazione usato come base per il finanziamento delle aziende ospedaliere), cosa che probabilmente avverrà  da settembre. In tempi come questi è doveroso risparmiare e investire di più sul pubblico”.
Belle parole, ma prive di fondamento, secondo Brusco.
“Con questa delibera — conclude — diminuiscono i ‘regali’ ai privati, che però mantengono sempre un incremento finanziario elevato, giustificato in parte per pagare l’inflazione del 2009 e 2010, coperta già  dalle precedenti delibere e quindi pagata due volte. Da anni continuo a denunciare senza successo questi sprechi, ma io non mollo e spero che a settembre la Corte dei Conti regionale avvi delle indagini e che ci si renda conto di quante risorse pubbliche sono state regalate ai privati quando potevano essere impiegate per migliorare l’assistenza sanitaria pubblica”.

Adele Lapertosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LO SCANDALO DEI FONDI UE DESTINATI AL SUD E MAI SPESI

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

PIL: CRESCE IL DISTACCO TRA NORD E SUD…RISCHIAMO DI PERDERE 2,8 MILIARDI DI FONDI EUROPEI SE LA SOMMA NON SARA’ IMPEGNATA ENTRO FINE DICEMBRE

Dice Raffaele Fitto che l’idea di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, sospendere il pagamento dei fondi europei ai Paesi che si ostinano a comportarsi da cicale, sarebbe un colpo mortale allo sviluppo.
Testuale al Sole 24 Ore : «Noi siamo nell’Unione Europea tra i maggiori beneficiari dei fondi e al tempo stesso fra i principali contribuenti netti».
Verissimo, ma soltanto per quanto riguarda la seconda parte della sua affermazione.
Perchè fra i maggiori beneficiari lo siamo soltanto sulla carta.
Comprensibile e perfino istituzionalmente doverosa la difesa d’ufficio del ministro degli Affari regionali Fitto.
Tuttavia gli dev’essere sfuggita (ma non l’aveva ricevuta anche lui?) la lettera del commissario europeo alla politica regionale Johannes Hahn, il quale si è premurato di avvertirci che siamo sempre, in Europa, quelli meno capaci a utilizzare i finanziamenti strutturali.
E stavolta non si scherza: rischiamo di perdere 2,8 miliardi di euro di fondi se questa somma non verrà  impegnata entro il 31 dicembre prossimo.
Sono risorse che riguardano addirittura il periodo 2007-2009 e che rappresentano da sole metà  del valore dei tagli lineari ai ministeri imposto dalla manovra economica bis.
Per quanto riguarda poi il colpo mortale allo sviluppo, al ministro Fitto devono essere sfuggiti anche i recenti e drammatici dati della Svimez, il documentatissimo centro studi per il Mezzogiorno.
Ci informano che il prodotto interno lordo pro capite delle regioni meridionali, cinque delle quali (Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna) destinatarie del recente «warning» europeo, dal 1951 al 2009 è sceso in valuta costante dal 65,3% al 58,8% di quello del Centro-Nord.
Dopo il minimo divario toccato nel 1975, quando eravamo al 66 per cento, la forbice è tornata ad allargarsi.
Non hanno fermato l’aumento del divario nè i soldi dell’intervento straordinario nè quelli del terremoto dell’Irpinia, dispersi in migliaia di rivoli clientelari e improduttivi.
Ma neppure i fondi europei.
Pochi, pochissimi, a giudicare da quanto male riusciamo a utilizzarli.
Carmine Fotina sul Sole 24 Ore ha scritto il 5 aprile del 2011 che i 43,6 miliardi di euro del programma 2007-2013, somma comprensiva del cofinanziamento nazionale, sono stati spesi appena per il 9,6% del totale: circa la metà  della cifra effettivamente impegnata, che non superava comunque il 18,8%.
«Spiccano in negativo», scriveva Fotina, «il 2,4% della Campania e il 3,7% della Sicilia sul Fondo sociale europeo».
Ma un po’ ovunque è una tragedia.
La Sardegna, per esempio. Non più tardi di qualche settimana fa una relazione della Corte dei conti ha rilevato un «consistente ritardo» nell’utilizzo dei fondi europei da parte della Regione ora presieduta da Ugo Cappellacci.
Prendiamo i soldi del cosiddetto «Obiettivo competitività » del Fondo europeo di sviluppo regionale.
Alla Sardegna dovrebbero essere destinati per il periodo 2007-2013 un miliardo 701 milioni di euro.
Ebbene, finora non è stato impegnato che il 20,67%, e i pagamenti veri e propri non raggiungono nemmeno il 20%. Esattamente il 19,07%.
E in Sardegna, almeno per quanto riguarda i quattrini materialmente sborsati, si possono leccare i baffi.
Perchè nel complesso delle regioni italiane si arriva a malapena al 17,05%.
Ovvero, un miliardo 394 milioni su 8 miliardi e 176 milioni.
Passiamo ora al Fondo sociale europeo: di male in peggio.
Se in tutte le nostre regioni è stato impegnato appena il 35,5% di quel capitolo finanziario, che vale oltre 7,6 miliardi, la Sardegna si è fermata al 24,08%, con pagamenti appena superiori al 20% del totale.
Una situazione, dice la Corte dei conti, che deve «attribuirsi sia alla tardiva partenza della programmazione comunitaria in Sardegna, sia, in massima parte, alla mancata accelerazione dell’azione regionale nel corso del 2010, che proprio il ritardato avvio avrebbe reso necessaria».
Chiaramente un dito nell’occhio della politica, responsabile della gestione dei fondi europei. Accuse che, del resto, non vengono risparmiate dai magistrati contabili anche alle altre Regioni. Per esempio la Sicilia, dove analogamente alla Sardegna «il grado di realizzazione di programmi comunitari inerenti ai fondi strutturali Fers (fondo europeo di sviluppo regionale, ndr) e Fse (fondo sociale europeo, ndr) è contrassegnato da gravi ritardi, espressione di una politica di gestione degli stessi frammentata e non sufficientemente sorretta da un disegno organico». Parole che stridono con le proteste che si sono subito levate da Forza Sud, partito di Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla presidenza con delega al Cipe, ma soprattutto per molti anni potentissimo luogotenente di Silvio Berlusconi in Sicilia.
Come tale, corresponsabile di molte scelte politiche isolane.
Sorprendente, dunque, che proprio da lì siano venute le critiche più forti alla proposta della coppia Sarkozy-Merkel, e non invece ai numeri, veramente penosi, dello scarso utilizzo dei fondi europei da parte della Regione siciliana.
Eppure, per capire la gravità  della situazione, e darsi finalmente una mossa, sarebbe bastato dare una rapida occhiata ai numeri messi in fila dai bravi economisti del centro studi Svimez.
Dai quali viene fuori uno scenario davvero sconcertante.
Non soltanto il divario fra il Sud e il Centro-Nord tende ad allargarsi sempre di più, ma anche le zone del Mezzogiorno che si erano affrancate dalla «povertà », come statisticamente viene definita a Bruxelles, stanno di nuovo precipitando nel baratro dell’obiettivo uno.
Ossia, il girone delle aree più depresse del continente, dove il prodotto interno lordo pro capite è inferiore al 75% della media europea.
La Basilicata, che già  dalla metà  degli anni Novanta era uscita dall’obiettivo uno, riuscendo ad arrivare nel 1995 all’81%, dal 2004 è tornata alla soglia fatidica del 75%.
Il Pil pro capite dell’Abruzzo, addirittura balzato 16 anni fa al 104% della media continentale, è retrocesso nel 2007 di quasi 20 punti, precipitando all’85%.
Il Molise è passato dall’87% al 78%.
E anche la Sardegna danza pericolosamente sul baratro dell’obiettivo uno, con il suo Pil pro capite sceso dall’89% al 78% della media Ue.
Con un doloroso paradosso: che se dovessero rientrare nel girone dei dannati, queste Regioni non potranno nemmeno più contare sui fondi europei destinati ai poverissimi.
Perchè allora i rubinetti saranno chiusi per sempre.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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