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IN SICILIA LOMBARDO SI RIDUCE LO STIPENDIO E VARA TAGLIA PER 85 MILIONI DI EURO

Agosto 7th, 2011 Riccardo Fucile

RIDOTTI I CONSULENTI, NUOVE REGOLE PER LE AUTO BLU DELLA REGIONE: SI POTEVA FARE DI PIU’ MA ALMENO E’ UN PICCOLO SEGNALE

Ottantacinque milioni e mezzo di euro di tagli ai costi della politica.
Raffaele Lombardo annuncia in una conferenza stampa la ristrutturazione delle spese approvate dalla giunta regionale, per ridurre la spesa.
Partendo dal vertice: il presidente abbasserà  del 10 per cento da settembre la sua indennità  mensile (che passa da 18.500 euro a 16 mila 650 euro netti) e di tutti gli assessori (da 12 mila 500 e 11 mila 250 euro), per un risparmio complessivo annuo di oltre 300 mila euro.
Gli assessori dovranno inoltre rinunciare al 30 per cento delle spese per le consulenze, che scendono di 800 mila euro.
Il vero risparmio, dai numeri forniti da palazzo D’Orleans, riguarda la riduzione del 20 per cento di tutti i contratti per i beni e servizi della Regione, permettendo così di fare economia per 80 milioni di euro.
Arriva la scure anche per i componenti degli uffici di gabinetto, che passeranno da 21 a 14, per 2 milioni e 200 mila euro di risparmi.
Giù le spese anche sulle auto blu per dirigenti e capi di gabinetto: meno 200 mila euro.
E ancora, sempre da settembre, scatterà  la riduzione dell’80 per cento delle spese per la comunicazione di Regione ed enti (risparmio per un milione di euro) e l’eliminazione dei compensi per i dirigenti e i pensionati regionali che fanno parte dei consigli di amministrazione di società  partecipate.
I tagli promessi dal presidente della Regione si completano con un ulteriore risparmio di 500 mila euro, grazie all’istituzione di un tetto massimo a 120 mila euro annui per i compensi dei direttori di enti e società  partecipate.

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CALABRIA, FRODE FISCALE SUI RIFIUTI: INDAGATO ASSESSORE PDL ALL’AMBIENTE

Agosto 5th, 2011 Riccardo Fucile

FRANCESCO PUGLIANO COINVOLTO NELL’INDAGINE SULLO SMALTIMENTO PER LA DISCARICA DI CATANZARO CHE HA PORTATO AL SEQUESTRO DI 90 MILIONI DI EURO

L’assessore regionale calabrese all’ambiente, Francesco Pugliano, è indagato nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di finanza che ha portato al sequestro di 90 milioni di euro nei confronti di imprenditori e dei vertici dell’ufficio del commissario per l’emergenza ambientale.
Nell’inchiesta oltre a Pugliano, che è indagato in qualità  di ex sub commissario delegato per l’emergenza ambientale, è coinvolto anche l’attuale commissario per l’emergenza ambientale in Calabria, Graziano Melandri
In particolare l’accusa contesta a Pugliano di aver emesso una serie di ordinanze con le quali ha liquidato alla società  Enertech, che gestisce la discarica di Alli di Catanzaro, la somma complessiva di 1 milione e 642 mila euro.
La società  avrebbe incassato i fondi pur non avendo alcuna competenza per la gestione della discarica.
La Enertech, secondo l’accusa, era una delle società  costituite per consentire evadere le imposte.
Al commissario per l’emergenza ambientale della Calabria, Graziano Melandri, viene contestato di aver emesso quattro ordinanze con le quali ha liquidato sempre alla società  Enertech la somma complessiva di 1 milione e 335 mila euro.
Nell’inchiesta è coinvolto anche un funzionario dell’Ufficio del commissario per l’emergenza ambientale, Domenico Richichi.
A quest’ultimo la procura contesta, nella qualità  di responsabile unico del procedimento della gestione della discarica di Alli (Catanzaro), di aver proposto l’adozione delle ordinanze firmate da Pugliano e Melandri.
I tre imprenditori coinvolti nelle indagini sono Stefano Gavioli, 64 anni, di Treviso; Loris Zerbin 50 anni, di Campolongo Maggiore (Venezia) e Giovanni Faggiano, 52 anni, di Brindisi.
L’accusa sostiene che i tre imprenditori hanno costituito una serie di società  attraverso le quali evadevano il pagamento delle imposte.

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LAZIO, I SOLDI PER LA PUBBLICITA’ SI’, QUELLI PER I PAZIENTI MAI

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

LA POLVERINI SPENDE 15 MILIONI DI EURO DI PUBBLICITA’ ATTRAVERSO AEREI ED ELICOTTERI ADDOBBATI CON LE ICONE DELLA REGIONE, MENTRE L’OSPEDALE SANTA LUCIA RISCHIA DI CHIUDERE…ANCHE FINI IERI IN VISITA ALLA STRUTTURA

Chissà  cosa penseranno i pazienti, piccoli e grandi, ricoverati al Santa Lucia quando vedranno sfrecciare nei cieli della Capitale roboanti aerei o elicotteri addobbati con le icone della Regione Lazio.
I bimbi (quelli che saranno nelle condizioni di farlo) forse saluteranno con la manina.
Non sapranno che, per pubblicizzare il Colosseo o l`Agro Pontino, la presidente Polverini spende 15 milioni di curo in tre anni, cinque dei quali in soli tre mesi del 2011.
Eppure, quando uno dei migliori istituti in Italia per la riabilitazione neuromotoria (accreditato presso la Regione) chiuderà , forse anche quei pazienti si interrogheranno sulle scelte incomprensibili della politica laziale.
Lo farà  sicuramente il giornalista Lamberto Sposini, ricoverato lì da qualche giorno dopo l`emorragia cerebrale che lo ha colpito a fine aprile pochi minuti prima di andare in onda.
Per volere della famiglia, l`istituto non diffonde bollettini medici, ma da quando è stato trasferito le sue condizioni sembrano migliorare.
La Fondazione Santa Lucia (che è anche un Ircss, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) ha maturato un credito nei confronti della Regione Lazio di oltre 90 milioni di curo. Non solo colpa della Polverini, per carità , visto che tutto è cominciato con l`ex presidente Marrazzo.
Ma proprio lei, che in campagna elettorale si era spesa con tanto di maglietta per sostenere l`istituto, non solo non ha la minima intenzione di onorare quel debito, ma continua a tenere 2500 pazienti (la media annua dei ricoverati), 750 dipendenti e 450 studenti appesi alle commesse mensili.
La Regione eroga (“ma finora siamo stai pagati solo su protesta”, sottolinea il direttore generale, Luigi Amadio) tre milioni e 200 mila curo ogni mese, soldi che dovrebbero servire apagare i dipendenti, i fornitori e a garantire gli standard elevati di qualità  (anche attraverso la ricerca scientifica) e che invece bastano a malapena per gli stipendi.
“Il livello delle prestazioni non è sceso e ci siamo impegnati a corrispondere con puntualità  i salari – prosegue Amadio -, ma accumuliamo debiti con i fornitori. Per cui ogni mese quel credito di 90 milioni aumenta”.
E questo nonostante una quarantina di ricorsi al Tar e due decreti ingiuntivi del Tribunale di Roma (per sei milioni di curo).
Quando finalmente un giudice riuscirà  a imporre il pagamento, il danno erariale per la Regione sarà  tale che forse anche la Corte dei conti avrà  qualcosa da ridire.
La governatrice, nel giugno scorso, ha annunciato al mondo di aver elargito al Santa Lucia 48 milioni di curo.
Se fosse vero, mancherebbero giusto i 15 spesi per la pubblicità  a garantire al Santa Lucia la sopravvivenza annua.
Ma invece, secondo la Fondazione, non sono arrivati neanche quei 48:   “La Regione ha corrisposto i tre milioni e 200 mila curo al mese in sette tranche, per un totale che supera di poco i 22 milioni”, fanno sapere dalla direzione.
Forse allora la presidente ha fatto una gran confusione, o non è stata bene informata: per il 2010 la Regione aveva proposto alla Fondazione un contratto di remunerazione di 51 milioni, a fronte dei 65 richiesti.
Un contratto che non è mai stato firmato dall`amministrazione.
Eppure per l`istituto si sono spesi anche tanti politici.
Oggi sarà  la volta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che visiterà  l`ospedale, ma in passato si sono interessati del-la sorte del centro il Campidoglio, la commissione Affari sociali di Montecitorio, quella parlamentare presieduta dal senatore Pd, Ignazio Marino, le opposizioni in consiglio regionale.
Rispondendo a un`interpellanza urgente della deputata udc Anna Teresa Formisano, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha confermato di aver incontrato quattro volte la direzione del Santa Lucia e ha annunciato di individuato una soluzione condivisa.
Notizia confermata dal dottor Amadio che, pur non volendo entrare nel dettaglio, ha spiegato che si tenterà  un convenzionamento extra budget regionale con l`Inail e con il ministero della Difesa.
Ma è chiaro che, fino a quando non si metterà  tutto nero su bianco, tra i 325 posti letto dell`ospedale regna lo sconforto.
Chi vive a Roma dalle parti della sede della Regione Lazio ormai ci è abituato: una volta al mese incorre nelle proteste di pazienti in carrozzina, personale e amministrazione del Santa Lucia. Vanno a bussare alla porta della Polverini e della commissione Sanità .
Ma si vede che sbagliano giorno.
Forse la prossima volta, alzando gli occhi al cielo, potranno salutare la governatrice impegnata in qualche giro d`onore.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INCHIESTA PENATI: SCOPERTI FONDI NERI PER 700.000 EURO, TANGENTI ANCHE AL PD DI MILANO

Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile

PASINI A VERBALE: “CI FU IMPOSTO DI PAGARE I CONSULENTI DELLE COOP”….LA PROCURA AVREBBE TROVATO TRACCIA DOCUMENTALE DI DIVERSI MOVIMENTI DI DENARO

Che siano state mazzette, finanziamenti illeciti al partito non registrati, o contributi “spontanei” degli imprenditori, lo stabiliranno le indagini.
Di certo, sul Pds prima, sui Ds poi, non solo di Sesto San Giovanni, è piovuto un fiume di denaro.
Tutto grazie alle amicizie dell’ex sindaco Filippo Penati.
Questo emerge nelle prime carte depositate dalla procura di Monza, nell’inchiesta che vede come principale indagato proprio Penati.
Accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti.
Ecco che cosa raccontano le carte raccolte in sei mesi di indagine dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia.
La procura ha quantificato il denaro che l’immobiliarista Luigi Zunino avrebbe messo a disposizione della politica, tramite le società  estere del “re delle bonifiche” milanesi Giuseppe Grossi.
Seguendo la strada del denaro lungo le società  riconducibili all’imprenditore (finito in carcere e ora sotto processo proprio per la bonifica dell’area di Santa Giulia), i magistrati hanno individuato 700mila euro di fondi neri, necessari per oliare la pratica relativa al recupero delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni.
La procura avrebbe trovato traccia documentale di diversi movimenti di denaro: attraverso due veicoli societari, l’immobiliare “Cascina Rubina” e la “Miramondo srl”. Con la prima che paga, la seconda che incassa ed emette le fatture, gira il denaro ad altre società  all’estero, prima che i soldi vengano prelevati in contanti.
Per la procura, il sistema di fatture false e società  offshore era finalizzato ai pagamenti corruttivi per l’incremento volumetrico sull’area delle ex acciaierie Falck.
Secondo Piero Di Caterina, le somme che riceveva dall’ex proprietario dell’area Falck, Giuseppe Pasini, per anni girate ai politici, non servivano solo a finanziare la federazione locale del partito.
Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente: per questo i fondi per i quali il titolare della Caronte si fa intermediario, a suo dire, finiscono non solo nei rivoli del partito di Sesto, ma finanziano anche la federazione del partito milanese, le campagne elettorali e le spese delle sedi, fino alle manifestazioni pubbliche come feste e convegni.
Per gli investigatori, c’è sproporzione tra le necessità  della piccola federazione della “Stalingrado” del Nord rispetto ai miliardi, oltre 16, che finiscono al partito.
Di Caterina dice ai pm di essere «sicuro» che le somme da lui anticipate finiscono a Penati: «Mi sarebbero state restituite in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati».
Racconta di «un conto estero in Lussemburgo, poi scudato, due versamenti» nel marzo 2011: il primo di un miliardo 425 milioni di lire e l’altro di un milione 85 mila marchi tedeschi, «il tutto per un milione 104 mila euro, importo corrispondente alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte allo stesso fino al ’97».
L’imprenditore Giuseppe Pasini ha anche raccontato ai pm Mapelli e Macchia dei soldi versati per la riconversione del Palaghiaccio di Sesto San Giovanni in una struttura poliedrica, capace di ospitare le gare di hockey dei Diavoli Rossoneri di Milano, ma anche convegni e manifestazioni grazie a uno speciale pavimento mobile. Per quell’appalto, è indagato per concussione Giorgio Oldrini, sindaco dal 2002, proprio dopo Filippo Penati.
Ma ora i magistrati propendono a dare un ruolo marginale nella vicenda a Oldrini, mentre – ha dichiarato Pasini – la richiesta di “aiuto” sarebbe arrivata direttamente da Penati.
E che aiuto: Pasini si sarebbe fatto carico dei lavori gratuitamente, avrebbe garantito con una fideiussione il mutuo acceso con le banche, in più ne avrebbe pagato alcune rate.
Un esborso pari, dice Pasini, a tre miliardi.
Pasini ha inoltre rivelato che l’obbligo di pagare 2milioni 400mila euro in consulenze, affidate a due professionisti del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, entrambi indagati, sarebbe arrivato direttamente dal vicepresidente del Consorzio Omer Degli Esposti.
In una email datata 22 aprile 2010, Di Caterina rivendica la restituzione del denaro che ha versato negli anni al partito di Penati a Sesto.
Si rivolge allo stesso Penati e al manager del gruppo Gavio, Bruno Binasco (lo stesso che venderà  la quota in Serravalle nel 2005 alla Provincia guidata da Penati).
Di mezzo c’è la vendita di un’area con annessa cascina di cui Di Caterina si vuole disfare, dopo che le sue aziende vanno in sofferenza per i ritardi dei pagamenti di diverse municipalizzate.
Secondo il racconto narrato in una pagina e mezza di missiva, Penati avrebbe «delegato» il gruppo Gavio a restituire il denaro, attraverso l’acquisto dell’immobile. Binasco, però versa solo la caparra da due milioni.
Nel 2010, Di Caterina batte cassa, garantisce di aver incontrato il manager per ottenere la somma restante e di essere perfino stato minacciato nel caso avesse insistito per avere il saldo.

Sandro De Riccardis e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)

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VOLO CON L’ ELICOTTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE: PER LA POLVERINI “NON C’E’ NULLA DA SPIEGARE, SE SERVE LO USO ANCORA”

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

L’ARROGANZA DELLA CASTA: PER PRESENZIARE ALLA MARKETTA DELLA SAGRA DEL PEPERONCINO A RIETI, A DIFFERENZA DI ALTRE AUTORITA’, LEI HA CHIESTO L’USO DEL VELIVOLO DESTINATO A SPEGNERE GLI INCENDI BOSCHIVI COME DA CONTRATTO… INVECE CHE CHIEDERE SCUSA PRETENDE PURE DI AVERE RAGIONE: POVERA RENATA, IL POTERE TI HA DATO ALLA TESTA

“Io sono io, e voi…”. Lei è Renata Polverini. Lei è il governatore del Lazio.
Lei può: prendere un elicottero della Protezione civile per un comizio e un rinfresco per la Festa del peperoncino di Rieti e rifiutarsi per due volte di spiegare. Anzi, rivendica: “Non c’è stato un uso improprio. Lo userò ancora se avrò bisogno di conciliare, da presidente, la mia presenza in più contesti”. I
niziate a far girare le eliche, la Polverini è pronta per l’imbarco.
E per chi insiste, la risposta è perentoria: “Non c’è nulla da chiarire e mi meraviglia la vostra enfasi. Io sono il presidente regionale, se ritengo di utilizzare un mezzo veloce, per due situazioni diverse, posso farlo. Non gravo sul denaro pubblico”.
In coda a un ragionamento tortuoso, ecco che la Polverini, a sua insaputa, svela il segreto del suo viaggio nella città  di Guglielmo Rositani, consigliere di amministrazione Rai e presidente dell’Accademia reatina del peperoncino.
Il governatore ha raggiunto Rieti da Castel Fusano a bordo di un velivolo AS 350 B3 di Heliwest, assieme a quattro persone, due assistenti e due piloti.
Ai 70 chilometri che separano la sede regionale di Roma e il palazzo Papale di Rieti, la Polverini ha aggiunto i 27 per Castel Fusano.
Da cinque anni, ai tempi di Piero Marrazzo, la Heliwest di Asti rafforza la flotta dei mezzi antincendio a disposizione della Protezione civile laziale.
Il primo appalto è del 2006, rinnovato per 3 milioni di euro quasi in automatico nel 2009 e in scadenza l’anno prossimo.
La Heliwest dirotta 6 elicotteri nel Lazio durante l’estate, la convenzione è dal 15 giugno al 31 agosto.
Il bando di gara definisce con precisione l’accordo con l’azienda piemontese: “Consiste nel servizio aereo di spegnimento incendi boschivi sull’intero territorio laziale”.
Non c’è scritto che uno o più elicotteri siano riservati al governatore.
La società  di Asti, però, aveva offerto a Marrazzo dei trasporti di cortesia.
L’ex governatore ha sempre declinato per opportunità : può l’autore di una gara d’appalto ricevere un favore da chi partecipa e poi vince correttamente la commessa milionaria?
La Polverini può.
Rileggiamo: “Non gravo sul denaro pubblico”.
Sarà  perchè l’elicottero è noleggiato con milioni di euro per spegnere incendi, non per sedare la sete di chi s’ingozza di ‘nduja a Rieti.
E un attimo fa, per contrastare la casta, ieri rifletteva: “Sì ai tagli per le commissioni: sono troppe”.
Mentre l’AS 350 B3 volava su Roma con il governatore che doveva rientrare per una cena con la Coldiretti, ironia di una terribile ironia, due velivoli più piccini combattevano le fiamme sull’autostrada per Rieti.
Tra roghi veri e roghi culinari, la Heliwest pensava che la Polverini avesse ordinato il mezzo, il più potente, per visionaria l’area. Semplicemente: voleva evitare il traffico creato dai volontari della Protezione civile oppure arrivare puntale all’aperitivo di casta con l’amico Rositani, il ministro Paolo Romani (Sviluppo economico), i sottosegretari Roberto Rosso (Agricoltura) e Alfredo Mantica (Esteri).
La casta non resiste: dai voli di Clemente Mastella per un Gran premio a Ignazio La Russa per un partita dell’Inter.
Atterrata all’aeroporto Ciuffelli di Rieti con il picchetto d’onore del sindaco Giuseppe Emili, l’ex sindacalista è corsa in centro per un paio di tarallini e un vinello leggero in Prefettura.
Un po’ di energia per scandire parole solenni: “Rieti è il centro agricolo più grande d’Europa. Vi abbraccio”.
E via con le pale che girano.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I CONTI DELLA FONDAZIONE DEL SAN RAFFAELE: QUEGLI STRANI AFFARI ALL’ESTERO DIETRO IL BUCO

Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

DIETRO IL SUICIDIO DEL BRACCIO DESTRO DI DON VERZE’ UNA SITUAZIONE FINANZIARIA FALLIMENTARE E UN CONCORDATO IN VISTA…LA FRETTA DELLA SANTA SEDE E LA MISTERIOSA FONDAZIONE MONTE TABOR… INVESTIMENTI ESTERI CHE NULLA AVEVANO A CHE FARE CON LA SANITA’

«Su invito del presidente relaziona sull’argomento il vicepresidente dott. Mario Cal…».
Si alza l’uomo dei conti.
È il manager del San Raffaele che ha le chiavi della cassaforte. Dentro ci sono più debiti che soldi. Ma anche molti segreti.
Quel giorno e quel consiglio di amministrazione hanno cambiato la vita dell’ex ciclista che è stato braccio destro, amico e «voce» di don Luigi Verzè. Forse è lì che la luce ha cominciato a spegnersi. Il colpo di pistola è l’ultima scintilla prima del buio.
Alle 10 di mattina del 23 marzo 2011, nell’Aula consiliare dell’Istituto scientifico San Raffaele al settimo piano di via Olgettina 60 a Milano, Mario Cal doveva relazionare il consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor sul piano di ristrutturazione dei debiti.
La Fondazione governa il gruppo.
È il momento in cui la crisi dell’ospedale diventa pubblica.
È il giorno in cui Mario Cal, 72 anni, esce dall’ombra di don Verzè, 91 anni, amico da 35 anni. Cal è vicepresidente con ampi poteri, il bilancio è in rosso profondo. All’inizio i messaggi sono rassicuranti: «Mancanza di liquidità  passeggera».
La realtà  è ben più drammatica. Non è ristrutturazione ma salvataggio.
Quasi un miliardo di debiti su 660 milioni di ricavi. I fornitori premono, i decreti ingiuntivi si susseguono.
Cal è l’interfaccia con banche e fornitori.
Aveva elaborato un piano di rientro a inizio 2011: bocciato dalle banche.
Gli argini erano già  rotti. Di colpo il San Raffaele si trova nella tempesta.
Sembra che i debiti siano emersi improvvisamente. Ma non è così.
Don Verzè con le sue relazioni ad altissimo livello (Silvio Berlusconi su tutti) e con quella grande abilità  nel mescolare scienza e sanità , no profit e business, biotecnologie e jet personali, ha tenuto a distanza banche creditrici e fornitori.
Cal intanto dava una veste contabile minimamente dignitosa agli slanci spesso visionari dell’onnipotente prete-manager.
Come la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele.
Megalomania allo stato puro che però richiede liquidità . Ed evidentemente c’era. O si trovava.
Curare le persone che cos’ha da spartire con gli hotel in Sardegna?
O le piantagioni di manghi e meloni in Brasile?
E quanti milioni sono stati buttati nella società  neozelandese proprietaria del jet su cui viaggiava don Verzè?
Era Cal a gestire i «capricci».
Quando il coperchio è stato appena un po’ sollevato, la «spazzatura» estera è piovuta sui bilanci.
Adesso ci sono gli uomini della Santa Sede.
Strana operazione: si sono insediati prima ancora di aver tirato fuori un euro, senza aver fatto una valutazione accurata del gruppo e per questo assumendosi rischi elevati. Perchè? Per convenienza dell’affare?
Per bloccare il concorrente Giuseppe Rotelli? Per salvare l’Opera? Per evitare lo scandalo di un fallimento e l’irruzione dei pm?
Entro fine mese, secondo alcune valutazioni, finiranno i soldi.
Il concordato preventivo sembra l’unica strada.
Ma che fine farà  la «consorteria» dei Sigilli?
Sono i fedelissimi di don Verzè riuniti nell’Associazione Monte Tabor, la super holding semisegreta dove si contano i «soci dedicati» (quelli con più poteri) e i «soci ordinari».
Qui, nell’ombra, per anni hanno governato uno dei più grandi e protetti imperi della sanità .
La cassaforte adesso ha perso il suo custode.
E forse non è un caso che ieri mattina, subito dopo il suicidio, nell’ufficio di Cal si siano presentati, a caccia di carte contabili, Luigi Orsi e Laura Pedio, i due pm che si occupano dell’inchiesta conoscitiva sulla situazione debitoria del gruppo.
Tra quelle carte dovrebbe esserci un documento datato 29 giugno 2011: c’è scritto che don Verzè e Mario Cal avranno per tre anni tutti i poteri sulle attività  estere e su altre società .
Un colpo di coda.
Poi il colpo di pistola.

Mario Gerevini
(da “Il Corriere della Sera“)

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UNA SPOLVERATA DI PEPERONCINO PER LA POLVERINI VALE UN ELICOTTERO DAL COSTO DI 15.000 EURO

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

PER PRESENZIARE ALLA KERMESSE ORGANIZZATA DA ROSITANI (PDL) “RIETI CUORE PICCANTE”, LA PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO OPTA PER UN ELICOTTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE…LE STRADE ERANO TRAFFICATE MA, A QUEL PUNTO, NON POTEVA STARSENE A CASA?

Il peperoncino ha buoni effetti terapeutici: anestetico, afrodisiaco, antibatterico.
Ma provoca irritazione ai politici, un terribile vuoto di memoria e una profonda crisi d’identità .
Con la solennità  del luogo e la tenacia di una ex sindacalista, ieri mattina nel palazzo regionale, Renata Polverini ha invocato le forbici di casta: tagli ai privilegi spropositati, ai soldi spesi male, ai trattamenti speciali.
Un urlo: “Basta”. E che cavolo!
Con lo stesso completo verde oliva pugliese, il presidente del Lazio ha chiesto un passaggio a un elicottero noleggiato dalla Protezione civile per spegnere gli incendi durante l’estate.
La giornata era ancora lunga: la Polverini doveva tagliare — e stavolta l’ha fatto davvero — il nastro per la prima fiera campionaria di “Rieti cuore piccante”, una passione di Guglielmo Rositani, ex senatore di Alleanza nazionale e ora consigliere Rai devoto al Cavaliere, fondatore e presidente dell’Accademia reatina del peperoncino.
Alle ore 18, la Polverini atterra con un po’ di ritardo all’aeroporto Ciaffulli, un’auto con il sindaco Giuseppe Emili aspetta a motori spenti.
Ma i più nervosi sono i camerieri che osservano il rinfresco in Prefettura, un omaggio per le autorità  in trasferta con le fuoriserie di Stato: il ministro Paolo Romani, i sottosegretari Roberto Rosso (Agricoltura) e Alfredo Mantica (Esteri), i consiglieri Rai, Antonio Verro e Alessio Gorla.
Nessuno ha il coraggio di afferrare le bruschette con la ‘nduja prima che le mani di Romani e Polverini possano graffiare la tavolata, mentre la gente guarda spaesata il palazzo Papale vuoto, dove — dicono i manifesti — Rositani e istituzioni apriranno le danze.
La Polverini e Rositani lasciano senza esitazioni la Prefettura e quei prodotti tipici, quelle 400 specialità  di peperoncino, che soltanto a Rieti puoi trovare.
à‰ impossibile capire se la Polverini che annuncia i risparmi di casta sia la stessa Polverini che ordina un elicottero per la festa del piccante.
Non risponde: “Non ho nulla da spiegare. Pago tutte le spese che faccio, non scoprirai nemmeno una cena a mio carico. L’importante è che non vado con i soldi pubblici, vai tranquillo caro”.
L’affettuoso “caro” del presidente regionale è accompagnato da spintoni e insulti di Rositani: “Vada via, cretino, altrimenti la prendo a schiaffi. Non ha capito? Le do uno schiaffo”.
Non è facile condannare il volo del presidente Polverini, più di 15 mila euro per un viaggio di 60 chilometri, la strada statale Roma-Rieti è un girone dantesco con curve bastarde, code irritanti, fameliche prostitute e simpatici autostoppisti.
E non provate a suggerire il treno diretto.
Arriverà , abbiate fede: a Rieti l’aspettano dai tempi di Giovanni Giolitti.
Una speranza rinvigorita negli ultimi vent’anni con le promesse proprio di Rositani che, calabrese di Varapodio (ora è sindaco), sul miraggio ferroviario ci ha costruito una carriera politica.
Tra enormi peperoni rossi e verdi di polistirolo, piantine messicane che decorano la piazzetta, ieri era il giorno di Rositani.
Una gloria cercata con passione, e forza: la Rai ha annullato il Consiglio di amministrazione per l’invito a casa Rositani, qualcuno ha colto al volo (la Polverini in senso letterale), qualcuno ha declinato (il direttore generale Lei).
In piedi sul palchetto davanti ai porticati, come se fosse un comizio di Totò, Rositani raduna e mostra a una folla (modesta, in verità ) i grandi di Roma che visitano la città  di Rieti.
Paolo Romani ha una faccia stanca e dubbiosa.
Del tipo: io che ci faccio qui?
L’agenda del ministro era strana: una cerimonia ad Herat in Afghanistan e un intervento per “Rieti cuore piccante”.
Non è preparatissimo: “Dobbiamo fare ricerca sul peperoncino per le nostre industrie”. Il sindaco Emili è onesto: “Non mi piace il peperoncino, però possiamo investire”.
La Polverini scalda il pubblico come fosse in concerto: “Rieti è il centro agricolo più grande d’Europa. Questo fine settimana entrerà  nella vostra storia”.
Ma è ancora il sindaco Emili a stupire: “Ringraziamo i rappresentanti esteri. E in particolare l’ambasciatore dello Zimbabwe. Applausi”.
Come, come? Il Paese che ispirò una battuta telefonica di Mauro Masi: “Le pressioni per bloccare Annozero… nemmeno nello Zimbabwe”.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN SICILIA SU 90 CONSIGLIERI REGIONALI 28 SONO INDAGATI

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

A PALAZZO DEI NORMANNI UNO SU TRE HA PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA…L’ULTIMO DELLA LISTA E’ CATENO DE LUCA, ARRESTATO PER TENTATA CONCUSSIONE…E NON MANCANO I CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA

Uno su tre è indagato, sotto processo oppure è già  stato condannato per reati che vanno dal peculato alla truffa, passando per associazione mafiosa e abusi d’ufficio vari.
Un record, quello dell’Assemblea regionale siciliana, che vede 28 deputati su 90 nella poco onorevole lista di persone che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la giustizia.
L’ultimo in ordine di tempo a essere finito agli arresti domiciliari è stato il deputato autonomista di Sicilia Vera, Cateno De Luca: i pm lo hanno arrestato per “tentata concussione” nella compravendita di un terreno nel suo Comune, Fiumedinisi, del quale è anche sindaco.
A precedere De Luca, il Pid Fausto Fagone, finito in carcere per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta Iblis: la stessa inchiesta che vede indagato il presidente della Regione Raffaele Lombardo e il deputato Giovanni Cristaudo.
Ma le cronache siciliane ormai settimanalmente raccontano di politici regionali coinvolti in inchieste giudiziarie: agli arresti domiciliari è finito pure Riccardo Minardo, esponente dell’Mpa accusato di truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea.
In manette anche Gaspare Vitrano, parlamentare del Partito democratico arrestato mentre intascava una presunta tangente per il fotovoltaico.
Tra gli scranni dell’Assemblea regionale non mancano poi i condannati con sentenza definitiva e quelli che per evitare lunghi processi hanno patteggiato la pena.
In questo secondo elenco c’è a esempio il deputato e sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che nel suo palmares vanta una non onorevole condanna definitiva per peculato: utilizzò l’autoblu fino in Puglia per partire in crociera con la moglie.
Mentre Salvino Caputo, collega del Pdl che presiede la commissione Attività  produttive, è stato condannato a due anni (pena sospesa) per abuso d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico: secondo il Tribunale di Palermo, l’ex sindaco di Monreale nel 2004 avrebbe dispensato dal pagamento di multe automobilistiche un assessore e l’autista del vescovo.

(da “La Repubblica“)

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ELEZIONI REGIONALI IN PIEMONTE: FALSE LE FIRME DI GIOVINE A SOSTEGNO DI COTA, CHIESTO UN RISARCIMENTO DI 600.000 EURO

Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile

“GRAVE CHE UN AMMINISTRATORE AGGIRI LE REGOLE”…CHIESTI TRE ANNI E SEI MESI DI CARCERE E LA SOSPENSIONE DAI PUBBLICI UFFICI PER 5 ANNI PER IL PRESENTATORE DELLA LISTA TAROCCO “PENSIONATI PER COTA”

Tre anni e sei mesi, e sospensione dai pubblici uffici per 5 anni: il pm Patrizia Caputo concentra in un’ora esatta una requisitoria durissima contro il consigliere regionale Michele Giovine e la chiude con queste richieste di pena, altrettanto severe.
Per il padre Carlo, concorrente nella medesima accusa di aver autenticato firme false dei candidati della lista «Pensionati per Cota» alle ultime Regionali, l’accusa vorrebbe una condanna di 2 anni e mezzo.
«Il fatto è estremamente grave, rappresenta lo sfregio più totale di ogni forma di legalità . – chiosa il magistrato – Si sono costruite falsità  a ripetizione mentre, per presentare la lisita in modo corretto, sarebbe bastato, con una modica spesa, mandare i candidati a firmare davanti a uno o più notai».
Il pm ce l’ha in particolare con Michele Giovine, scampato con la prescrizione del reato ad una prima condanna «per questi stessi fatti» e diventato per quella via «un amministratore pubblico che, anzichè rispettare la legge, ha continuato a dimostrare spregio verso le regole e ha pure indottrinato i vari testimoni nell’immediatezza delle loro convocazioni in procura o dai carabinieri perchè dicessero il falso».
Secondo il pm, con le pene accessorie richieste Giovine non dovrebbe essere rieletto nemmeno consigliere comunale a Gurro, dove, in un certo senso, sono cominciati suoi guai.
L’essere un consigliere regionale uscente gli ha risparmiato, l’anno scorso, di raccogliere le firme di un certo numero di cittadini per presentare la sua lista collegata al centrodestra e di evitare i guai di Rabellino.
Doveva soltanto, evitando i notai, autenticare le firme dei suoi candidati insieme al padre. Tutti e due erano e sono consiglieri comunali – l’uno a Gurro (al confine con la Svizzera), l’altro a Miasino (in punta al lago d’Orta) – e perciò pubblici ufficiali.
Così hanno dichiarato di aver fatto, trasferendosi nei due paesi con 18 parenti e amici, i candidati dei Pensionati per Cota, di cui Michele Giovine è stato il capolista e l’unico eletto.
Su e giù per i laghi, a piccoli gruppi, in un solo giorno, il 25 febbraio 2010.
Il pm ritiene sulla base dei tabulati telefonici degli uni e degli altri che in quella data nessuno di loro si è avvicinato alle due località : «Michele Giovine non si è mosso da Torino, il padre si è recato nell’Astigiano e poi in provincia di Alessandria. Idem per i candidati torinesi e a maggior ragione quelli più lontani».
Quindi: «Sono false le autentiche delle firme e pure false sono gran parte delle firme dei candidati. Cinque candidati sono venuti in aula a disconoscere le “loro” sui moduli per le elezioni, per le altre vale la consulenza grafologica del dottor La Sala».
Lo stimato ex superpoliziotto delle investigazioni scientifiche.
L’accusa conclude chiedendo al giudice Alessandro Santangelo di «dichiarare la falsità  dell’accettazione delle candidature».
Argomento ripreso da tutti i difensori di parte civile perchè utile in sede amministrativa, qualora la Corte Costituzionale demandasse al Tar Piemonte l’onere di dover decidere sulla regolarità  delle elezioni.
L’avvocato Gian Paolo Zancan, per la lista «Insieme per Bresso», è stato sferzante: «Vicenda elementare e squallida. Sono stati sfruttati trascorsi amori e rapporti con anziani parenti per avere un aiuto nella falsità . Accusa rispetto alla quale non vi è stata alcuna difesa nel merito: 5 candidati hanno dichiarato in aula di non aver mai firmato la candidatura, da parte di tutti gli altri c’è stato un assordante silenzio al processo, ultima ed estesa prova di falsità  che pesa sull’esito elettorale».
Tema, «non ci nascondiamo dietro un dito», rilanciato dagli avvocati Paolo Davico Bonino e Alberto Ventrini, secondo cui «la legalità , anche formale in materia elettorale, va rispettata da tutti».
Forse avevano presagito un argomento del collega Giovanni Nigra, difensore dei Giovine: «Conta la sostanza, in tanti avevano intenzione di candidarsi».
Se non han firmato, nè a Gurro nè altrove, sarebbe un dettaglio?

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