Gennaio 5th, 2018 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI ABOLIRE IL CANONE RAI E’ SOLO IL PRIMO ATTO DI UNA CAMPAGNA IN CUI RENZI PROVA A SCROLLARSI DI DOSSO IL NAZZARENO PERMANENTE
Conta il messaggio, più che la praticabilità della proposta, in quest’inizio di campagna elettorale già segnato da annunci degni di un gran finale, quando i partiti cercano il colpo ad effetto ai limiti dell’irrealtà .
E il messaggio è che Renzi tarerà la sua campagna contro Berlusconi: “È solo l’inizio — ha detto ai suoi — vedrete che ci metteremo l’elmetto contro il Cavaliere”.
Ecco cosa rappresenta la “mossa”, anticipata da Tommaso Ciriaco in un retroscena informato su Repubblica, di “abolire il canone Rai”: una “brutta tassa”, che pesa nelle tasche nei cittadini, dunque impopolare.
Mossa poi annunciata confermata in chiaro dal presidente del Pd, Matteo Orfini: “L’abolizione del canone è da sempre una proposta del Pd”. Abolirlo tout court è però soprattutto un cazzotto nello stomaco a Berlusconi, perchè è evidente che il suo corollario consiste nella modifica dei tetti pubblicitari che penalizzano viale Mazzini rispetto alle private, tra cui Mediaset. È cioè un’apertura al mercato che mette in discussione quell’assetto che ha consentito a Mediaset, un’azienda che non brilla certo per innovazione, di risuscitare in questi anni di Nazareno grazie alla scarsa competitività del servizio pubblico:
“Una televisione cotta come Mediaset — dicono fonti renziane vicine al dossier — è diventata leader, che vince con la Rai la domenica pomeriggio, la domenica sera, e per la prima volta ha perso anche i mondiali di calcio”.
Insomma, almeno a parole è il game over del Nazareno televisivo, cemento solido della non belligeranza di Berlusconi verso i governi di centrosinistra di questi anni, da Renzi a Gentiloni, in Parlamento e sulle reti del Biscione dove vanno tutt’ora in onda tg chiaramente filo-governativi.
E la riscoperta del nemico di sempre come bersaglio di una campagna elettorale nella quale il segretario del Pd tenta di coprirsi a “sinistra” e di risollevarsi dalla sua sconfitta del 2016 evocando il fallimento berlusconiano del 2011.
C’è un intero repertorio che Renzi sta mettendo a punto, tutto contro il centrodestra: il “tandem dello spread” che portò l’Italia nel baratro (inteso come Berlusconi e Salvini), le coperture inesistenti sulla flat tax, gli slogan eternamente uguali a se stessi che il Cavaliere propone da 25 anni.
È una scelta pensata, studiata, calibrata: attaccare più i protagonisti del “vecchio” che gli attori del “nuovo” (intesi come Cinque stelle), rispolverare un po’ di sano “anti-berlusconismo”, scrollarsi di dosso l’abito dell’inciucio all’insegna del “mai con Berlusconi”.
E poco importa se il canone non si abolirà . Come non si è abolito in passato, quando — era il 2015 — Renzi, allora a palazzo Chigi e forte di una solida maggioranza accarezzò l’idea fiutando il potenziale consenso, ma poi scelse una strada opposta, ovvero quella di inserirlo in bolletta per farlo pagare a tutti, una volta visti numeri e conti.
Ora, spiegano, “nella fase transitoria lo Stato dovrà supplire al canone trasferendo tra un miliardo e mezzo e due miliardi l’anno alla Rai”. Sulla vicenda si consuma l’ennesima tensione col ministro Calenda che parla di “presa in giro” (leggi qui il post di Calenda) e l’ex premier che rivendica i risultati ottenuti: “Prima di noi il canone aumentava, ora diminuisce”.
Sia come sia, il punto è squisitamente politico.
Principio di realtà suggerisce che è impossibile che il Pd possa andare al governo da solo per realizzare il suo programma ed è impensabile che in un eventuale governo di larghe intese con Berlusconi possa essere affrontato il dossier.
E non è un caso che, sulla proposta, si registri la cautela del governo uscente (e in “prorogatio”), che da sempre gode della non ostilità del Cavaliere in cambio della tutela dello status quo televisivo.
E allora questa storia racconta di un cambio di clima, tutto elettorale.
Dell’affannoso tentativo, dopo i sondaggi in caduta libera, di scrollarsi di dosso l’immagine di un Nazareno permanente, che dura da anni e proseguirà dopo il voto.
E della ricerca di qualche slogan ad effetto, in una campagna in cui l’asticella della credibilità è stata già superata.
Con Salvini che propone l’abolizione della Fornero, senza indicare le coperture, Berlusconi che promette anche di tutto, Di Maio il taglio delle pensioni d’oro, tranne poi tornare indietro.
Renzi, dopo l’estensione degli ottanta euro ora annuncia il canone. È siamo solo all’inizio. È il 5 gennaio. Mancano due mesi al voto.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
AL SUO FIANCO LA MARGHERITA 2.0 DELLA LORENZIN… “NON LASCEREMO IL PAESE A CHI VIVE DI RANCORE E DI RABBIA”
Il consiglio di Paolo Gentiloni era quello di presentare il Pd come “forza tranquilla di Governo”, capace nell’ultima legislatura di tenere dritto il timone anche in acque molto agitate. Consiglio raccolto da Matteo Renzi, nel suo messaggio su Facebook dopo lo scioglimento delle Camere. Il segretario dem presenta la sua formazione come “una squadra credibile e affidabile”, caratteristica distintiva rispetto a centrodestra e M5S.
Lo schieramento si arricchisce nelle ultime ore della componente centrista che guarda ai moderati liberali e al proseguimento delle riforme iniziate con i governi Letta, Renzi, Gentiloni.
Secondo quanto si apprende, è stata chiusa l’intesa tra Beatrice Lorenzin, Lorenzo Dellai, Pierferdinando Casini, Andrea Olivero, Giuseppe De Mita e Ignazio Messina.
Rinasce la Margherita 2.0 con Beatrice Lorenzin nel simbolo e le varie sigle ben presenti sotto il richiamo civico popolare.
Scrive Matteo Renzi su Fb:
“Voteremo il 4 marzo. Da un lato ci sono le promesse mirabolanti di Berlusconi e Salvini, il tandem dello spread e del populismo. Dall’altro Di Maio e Grillo, che vogliono referendum su euro e vaccini, promettendo assistenzialismo e sussidi. E poi ci siamo noi. Che in questi anni abbiamo lavorato tanto e sbagliato qualcosa ma che siamo una squadra credibile e affidabile”.
Renzi parla dei risultati di questi anni al Governo e afferma di non voler lasciare l’Italia “a chi vive di rancore e di rabbia”.
“In questi anni tutti gli indicatori economici hanno cambiato verso, nessuno escluso. Presentiamo dei risultati, allora: il Paese sta meglio di prima. Ma presentiamo soprattutto idee per andare ancora avanti, perchè siamo i primi a non accontentarci. Vogliamo più futuro, vogliamo più vita, vogliamo più qualità . E pensiamo all’Italia che vuole creare lavoro, non assistenzialismo. L’Italia dei diritti, del sociale, della cultura. L’Italia che non esce dall’Euro, ma porta umanità in Europa. Questi siamo noi. Siamo oggettivamente tutta un’altra storia rispetto al populismo a 5 Stelle e all’estremismo di questa destra leghista. Mancano 65 giorni. Non lasceremo questo Paese a chi vive di rancore e di rabbia. Mettiamoci al lavoro, amici, senza paura. Perchè il 4 marzo sia una bellissima giornata, avanti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
“UN ACCORDO CON GRASSO? NON MI PARE REALISTICO” … “LE PROPOSTE ELETTORALI DI BERLUSCONI? COSTANO 150 MILIARDI, COME LE PAGA?”
Si chiude una legislatura tra le più travagliate. Matteo Renzi, quali sono le riforme che più hanno trasformato il Paese?
«Lavoro, tasse e diritti. Ma nessuna riforma di questa legislatura ha trasformato radicalmente il nostro Paese, sarebbe presuntuoso sostenere il contrario. Più semplicemente l’Italia era in grave difficoltà , a un passo dalla bancarotta: con l’impegno di questa legislatura siamo tornati in carreggiata. Le riforme più importanti hanno riguardato il mondo del lavoro con il Jobs Act e Industria 4.0; il mondo delle tasse con 80 euro, Irap costo del lavoro, Imu prima casa; il mondo dei diritti, dalle unioni civili al terzo settore, dal “dopo di noi” al “fine vita”. Lavoro, tasse, diritti: in questi settori il cambio di passo c’è stato e nessuno che sia in buona fede può negarlo. Ma è un cambio di passo, non una trasformazione radicale. La strada è ancora lunga».
Lei era sceso in campo per cambiare l’Italia. Dove sente di aver colto i risultati maggiori e quali sono state le resistenze più difficili da superare?
«Il fatto che la cultura non sia più giudicata la cenerentola dei bilanci ma richieda investimenti straordinari, dalla gestione dei musei al finanziamento dei privati è una piccola cosa nel dibattito pubblico ma per me è elemento di grande orgoglio. Non siamo invece riusciti a portare con noi la maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego e soprattutto della scuola: spero che il rinnovo del contratto sia una buona occasione ma non c’è dubbio che questo sia stato uno dei settori in cui abbiamo sofferto di più le resistenze».
E ora quale dovrebbe essere una nuova agenda di riforme per il prossimo governo?
«Non ci sono ricette magiche, ma c’è solo da continuare migliorando ciò che è stato impostato. Secondo Istat i lavoratori italiani erano 22 milioni nel 2014, sono 23 milioni oggi. Bene, un milione in più. Dobbiamo creare le condizioni per arrivare a 24 milioni, certo. Ma dobbiamo anche porci il problema di come migliorare la qualità di quel lavoro, non solo la quantità . E per farlo servono gli incentivi e gli sgravi certo, ma anche la certezza della giustizia o la semplicità della burocrazia. Una visione di insieme per i prossimi anni. Possiamo permetterci di parlare di futuro perchè abbiamo fatto uscire l’Italia dalle sabbie mobili. Ma dire futuro non significa sparare promesse in libertà : oggi ho fatto i calcoli delle ultime tre proposte elettorali di Berlusconi. Siamo già oltre 150 miliardi e la cosa folle è che non si scandalizzi nessun editorialista. Come le paga? Spunta un miliardario cinese all’improvviso come è successo per il Milan o alza le tasse? Noi del Pd non proporremo riforme mega-galattiche, non scriveremo un libro dei sogni: siamo coerenti e concreti».
Solo in Gran Bretagna risiedono 500 mila nostri connazionali, in gran parte giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi 15 anni. Quali riforme potrebbero convincerli a tornare?
«L’Italia deve essere all’avanguardia nell’attrarre intelligenze. Dobbiamo creare centri di ricerca globali dove poter far crescere i nostri talenti. Dove ricollocare chi vuole tornare in Patria, certo. Ma anche dover invitare i migliori cervelli di tutto il mondo. Non c’è solo l’emergenza dell’immigrazione da barconi, che abbiamo affrontato con umanità e onore, a differenza di altri Paesi europei: c’è anche un’immigrazione diversa, da coltivare e promuovere nelle università del Sud-Est asiatico o dell’America latina, nei centri di ricerca europei e africani. Fare dell’Italia un grande centro di attrazione di cervelli di tutto il mondo, bloccando la fuga e iniziando a importare ciò che oggi esportiamo».
Obama ritiene che le democrazie avanzate debbano porsi la necessità di un nuovo welfare per far fronte all’impatto delle nuove tecnologie sul mercato del lavoro. Anche l’Italia ha bisogno di un nuovo welfare?
«L’Italia ha un sistema di welfare che gli americani si sognano. Però possiamo e dobbiamo fare meglio. Perchè la mancanza di sicurezza non è solo nella paura del crimine, ma anche nella paura del futuro. La gente è spaventata perchè non ha più le certezze del passato, chiede protezione. E studiare un paracadute nuovo che protegga il ceto medio spaventato è una delle imprese più difficili da realizzare. Qui però sta la grande sfida dell’Europa. E la prossima legislatura dovrà vedere un protagonismo italiano su questo punto, accompagnando e stimolando la crescente leadership della Francia di Macron».
Come mai ha scelto di correre per fare il senatore dopo aver caldeggiato la trasformazione della Camera alta in Senato delle autonomie? Non le pare una contraddizione?
«Non è un contrappasso dantesco, ma la scelta responsabile di inchinarsi alla volontà popolare. Continuo a pensare che questo Paese avrebbe funzionato meglio con una sola Camera a dare la fiducia, ma ho perso quella battaglia. I cittadini hanno scelto di tenere vivo il Senato e adesso trovo doveroso sottopormi al voto degli italiani per entrare o meno in Senato. Anzi: ho letto che Salvini vuole sfidarmi dove mi candido io: lo aspetto nel collegio senatoriale di Firenze».
Quale atteggiamento terrà nei riguardi dell’Europa di qui al voto? In primavera come sempre dovranno giudicare i nostri conti pubblici…
«Noi diciamo da tempo che siamo per un’Europa capace di ripensarsi. Europa sì, ma non così. Tuttavia se guardiamo gli schieramenti in campo noi siamo l’unico polo realmente europeista. Pur di prendere una trentina di collegi in più Berlusconi ha imbarcato Salvini, unico caso europeo di popolari e populisti che stanno dalla stessa parte. Dall’altro i Cinque Stelle sono impressionanti nella loro assurda visione europea: propongono un referendum che non si può fare per votare no alla permanenza nell’Eurozona, sapendo che questa scelta affosserebbe la nostra economia. In questo scenario il centrosinistra è davvero l’unica chance di un’Italia europeista che vuole un’Europa diversa, più forte e più giusta. Quanto ai conti pubblici, abbiamo messo a posto i conti, nonostante il Fiscal Compact: dall’Europa ci attendiamo elogi, non polemiche».
In caso di stallo dopo le urne, lei darebbe il suo ok ad un governo istituzionale, magari a guida Gentiloni? O chiederebbe un ritorno alle urne?
«Quello che accadrà il giorno dopo lo deciderà il Presidente della Repubblica dopo aver visto i risultati e aver ascoltato le forze politiche. Nutro un rispetto non formale per le attribuzioni che la Costituzione ha dato al Capo dello Stato. Spero in un Governo guidato da un premier Pd non per spirito di corpo ma perchè lo considero un fatto positivo per l’Italia. L’Italia è più sicura se guidata dal Pd: non è tempo di apprendisti stregoni che si qualificano come nuovi o del ritorno di chi ha fatto schizzare lo spread a livelli record. È tempo di solidità e di forza tranquilla».
Ritiene possibile dopo il voto un accordo con il partito di Grasso per formare un governo, se aveste i numeri sufficienti?
«Non abbiamo niente contro Grasso, ma vedendo quanto sono accreditati nei sondaggi non mi pare l’ipotesi più realistica».
Il Pd cala nei sondaggi, anche per via delle banche. Cosa farà per invertire il trend?
«Sulle banche rivendico ciò che abbiamo fatto a cominciare dalla riforma delle popolari. Non credo che i sondaggi calino per quello, ma c’ un solo modo per invertire la rotta: faremo tutti insieme la campagna elettorale. E appena partirà la campagna, finalmente, la musica cambierà . Il Pd se la gioca sul filo dei voti per essere il primo partito contro i Cinque Stelle: non dimentichiamo che due terzi dei seggi vengono attribuiti sulla base del sistema proporzionale dove conta il singolo partito. Sul terzo restante, che viene definito dai collegi, sono fiducioso del fatto che metteremo i candidati migliori. E che saremo il primo gruppo in Parlamento: pronto a scommetterci».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER PD SI BASA SU SWG: PD STABILE al 25% MA ASPETTA ALTRE RILEVAZIONI
Al termine di una settimana di montagne russe in commissione Banche, dall’audizione
di Vegas giovedì scorso a quella di Ghizzoni ieri, Maria Elena Boschi resta candidata del Pd alle politiche di marzo, probabilmente in un collegio di Firenze, zona più o meno franca per il Pd renziano.
Matteo Renzi va in tv stamane apposta per cercare di chiudere il caso. Blindandola. Ma tra caso Boschi e caso Carrai, il peso elettorale del Pd rischia di calare. E quindi: se e come e dove la sottosegretaria sarà candidata, dipenderà dai sondaggi.
Oggi il segretario ha cominciato a inquadrare il lavoro su collegi e liste insieme a Matteo Richetti, al Nazareno. Ma si entrerà nel vivo il 27 dicembre, quando probabilmente Sergio Mattarella scioglierà le Camere. Poi c’è la pausa natalizia, Renzi tornerà a Roma solo dopo la Befana. Attende i sondaggi.
Per ora sulla sua scrivania Renzi ne ha solo uno di Swg, ultima rilevazione ieri: dunque a monte della settimana di fuoco in commissione.
Ebbene, secondo questo studio il Pd non avrebbe risentito del tifone Boschi e nemmeno della ‘bomba’ sganciata ieri da Ghizzoni sulla mail di Carrai che gli chiedeva di Banca Etruria.
Per la Swg, il Pd resta al 25 per cento. Lo stesso sondaggio stima la concorrenza di Liberi e Uguali al 6-7 per cento.
Un solo sondaggio chiaramente non basta. Tanto più che il Pd è spesso committente di Swg sui sondaggi. Renzi ne aspetta degli altri.
Aspetta che si depositi la polvere su tutto il caos di questa settimana.
Se da qui a un mese — cioè quando, a Camere sciolte, comincerà a mettere mano alle liste — i sondaggi daranno un Pd con la febbre alta per ‘virus Banca Etruria’, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio potrebbe risultare meno blindata di quanto appaia oggi.
Chissà se con una candidatura con elezione a rischio: nel Pd c’è chi lo ipotizza ma questo significherebbe correre solo nel collegio, magari contro un candidato forte, senza poter essere ‘ripescata’ nel listino proporzionale in caso di mancata elezione.
Messa così, potrebbe essere un bagno di sangue per lei. Il monitoraggio avviato dal segretario non esplora questa possibilità al momento. Prevalgono gli scongiuri.
E la speranza che anche gli altri sondaggi confermino Swg. Se così fosse, per Boschi si aprirebbe decisamente la via della candidatura in un collegio sicuro come Firenze e nel listino proporzionale.
L’interesse di Renzi, lo ha spiegato ai suoi, è “mettere in campo candidature forti”. ‘Meb’ lo è? Nel Pd i dubbi ormai tracimano dalla minoranza fin dentro la cerchia renziana. E lo stesso leader ha messo il tutto ‘sotto osservazione’.
Primo passo: cercare di chiudere il balletto mediatico sul caso Boschi. Per questo va in tv, al Tgcom, a dire: “Saranno i cittadini a decidere se Boschi debba essere portata in Parlamento oppure no. Va tutto bene. Il Pd deciderà le proprie candidature a gennaio. Andremo sul territorio e vedremo”.
Secondo step: capire, con l’aiuto delle rilevazioni, se Boschi è una candidata forte, a monte di tutte le polemiche.
Lei non si sbilancia: “Se chiedono a me, io darò la disponibilità a correre in qualsiasi collegio con l’entusiasmo e la forza di chi non ha niente da temere. La decisione però spetta al Pd e ai cittadini: io nel frattempo lavoro e vado avanti”, dice in un’intervista alla Stampa.
Ma, ospite a ‘Otto e mezzo’ con Marco Travaglio la settimana scorso – proprio giovedì scorso quando la commissione ha cominciato a rivelarsi un boomerang per il Pd (etichetta che Renzi e i suoi respingono) – l’ex ministro delle Riforme si era sbilanciata ad annunciare la sua candidatura “in Toscana”. Dove probabilmente resterà .
Perchè l’altro paletto messo da Renzi nel momento in cui ha deciso di blindarla è che non si deve dare l’idea che stia scappando alla ricerca di un collegio sicuro.
Certo, di preciso il suo collegio è Arezzo ma “anche a Firenze ha svolto attività politica”, dicono i renziani del Pd per giustificare il fatto che lì, nell’aretino, fossa dei leoni di Banca Etruria, certamente Boschi non sarà candidata.
“Un politico si fa giudicare dai cittadini quindi saranno le elezioni a giudicare se qualsiasi politico, non solo Boschi debba tornare in Parlamento. E’ una discussione che non esiste”, dice ancora Renzi.
Già , ma ci sono diverse modalità per sottoporsi al giudizio degli elettori, diverse sfumature di blindatura, diciamo così. Da qui a un mese, “solo lei può eventualmente valutare il passo indietro”, dicono i renziani del Pd, quelli che la difendono.
Lei invece continua a rimandare la scelta al partito: “Se me lo chiedono, corro”. Lei, Renzi, sondaggi alla mano: la decisione sarà presa così.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
L’ALLUSIONE DEL SEGRETARIO PD : “NE VEDREMO DELLE BELLE, TEMPO AL TEMPO”
Oggi Matteo Renzi rilascia una lunga intervista a Maria Teresa Meli del Corriere
della Sera in cui parla della commissione banche e ammette che il suo consenso è in calo, annunciando una campagna elettorale “a tappeto” per recuperare punti e tornare a essere il primo partito.
Renzi però fa anche una strana allusione a un collaboratore di Di Maio e a un’attività nel settore delle fake news, sulla quale a quanto pare promette sorprese:
La campagna sulle fake news stenta a decollare
«Nessuno pensa che vinceremo la campagna elettorale parlando di fake news. E aggiungo che il tema delle fake news non è importante tanto per la politica quanto per la salute dei nostri figli, la battaglia sui vaccini, le sfide contro l’anoressia, le ricette finte contro il cancro. Insomma: evitare che la Rete sia piena di schifezze è un dovere morale e civile.
Penso però che sia fondamentale fare chiarezza anche sulle strutture inventate di sana pianta per alimentare notizie squallide e false. Non vedo nemici russi alle porte: dico che Lega e Cinque Stelle su questo non ce la stanno raccontando tutta. Mi colpisce che Di Maio non voglia fare un confronto con me: gli chiederei degli 80 euro e del Venezuela,certo. Ma potrei domandargli come spiega l’attività in questo settore di uno dei suoi principali collaboratori. Diamo tempo al tempo e vedrete a cosa mi riferisco».
Il Partito Democratico ha già presentato la settimana scorsa un dossier sulle fake news, in cui si parlava di Marco Mignogna, creatore del sito di Noi con Salvini e proprietario di alcune pagine unofficial vicine al M5S.
In questa dichiarazione, preannunciata ieri sempre sul Corriere come una “bomba” sul tema, però si parla di “stretti collaboratori” di Di Maio.
Nel comitato elettorale che appoggia il candidato premier M5S ci sono Dario De Falco, Vincenzo Spadafora e Pietro Dettori.
Spadafora è lo storico portavoce di Di Maio che proviene dalla scuola di Rutelli, Dettori è un uomo della Casaleggio Associati mentre di De Falco si parlò anche dopo la pubblicazione del dossier, perchè aveva postato contenuti del famigerato “Club Luigi Di Maio”, già oggetto di molte attenzioni in questi tempi:
Il profilo “De Falco” condivise sulla pagina del «Club» la foto di un compleanno di Di Maio di anni fa. “De Falco” si tagga con “Nicola Iovinee”, uno degli admin del «Club».
Chissà che sorpresona tirerà fuori dal cilindro Renzi.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI CAGLIARI DOMANI A ROMA… PRODI INCORAGGIA L’INIZIATIVA
Non c’è più Giuliano Pisapia, ma c’è Massimo Zedda. Anni 41, sindaco di centrosinistra a Cagliari, uno dei pochi del ‘vecchio corso’ riconfermati da Matteo Renzi alle amministrative 2016.
Sarà Zedda il volto della lista di sinistra abbinata al Pd alle politiche 2018: non sarà candidato al Parlamento, ma sarà un punto di riferimento politico per l’operazione incoraggiata da Romano Prodi in nome della battaglia politica contro le destre.
Domani Zedda dovrebbe venire a Roma per alcuni incontri, forse anche con il segretario del Pd: la ‘sua’ lista sarà presentata con una conferenza stampa alla Camera entro la fine della settimana. Il simbolo è ancora in discussione, ma non conterrà la parola ‘sinistra’.
La scorsa settimana, quando Renzi è arrivato all’aeroporto di Cagliari per una delle tappe del suo tour ‘Destinazione Italia’, ad accoglierlo c’era anche lui: il sindaco Zedda.
Normale benvenuto da primo cittadino, certo, ma c’è più di questo. Il rapporto tra i due è sempre stato buono.
“Zedda è uno bravo anche se non è del Pd”, disse di lui Renzi quando si trattò di scegliere candidati per le comunali dell’anno scorso.
E ora che si tratta di sostituire Pisapia alla guida di una operazione a sinistra alleata del Pd, Zedda è perfetto. Generazione diversa, ma con Pisapia ha molto in comune: l’attuale militanza in Campo Progressista e una storia affine da primo cittadino. Anche lui, come l’ex sindaco di Milano, fu eletto per la prima volta nel 2011, in quella tornata che portò al governo di molte città candidati a sinistra del Pd, vincitori delle primarie di coalizione.
Lo chiamarono ‘movimento arancione’, soprattutto nel capoluogo lombardo.
Ecco oggi certo non è rosso-fuoco. Nel senso che il simbolo potrebbe richiamarsi più all’Ulivo di Prodi che alla sinistra di Bertinotti.
A pochi giorni dalla presentazione alla Camera, se c’è una cosa certa è che il nome ‘sinistra’ non sarà nel simbolo, apprende Huffpost.
Il simbolo invece conterrà richiami all’unità del centrosinistra (“Uniti per l’Italia” è una delle opzioni in campo). Tanto più che su tutta l’operazione, portata avanti insieme a Zedda dal prodiano Giulio Santagata, c’è l’incoraggiamento del professore bolognese: intenzionato a fare di tutto pur di ostacolare la destra alle prossime elezioni.
Ed ecco qui il tentativo di dar vita ad una costola a sinistra del Pd per le urne di marzo. Della lista dovrebbero far parte anche il socialista Riccardo Nencini e il Verde Angelo Bonelli (ragion per cui il simbolo potrebbe contenere un richiamo a queste due aree politiche).
Ad affiancare il Pd nella corsa elettorale ci sarebbero poi i centristi radunati da Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini (la direzione di Ap di oggi dovrebbe chiarire molte posizioni in campo dopo l’addio di Angelino Alfano al Parlamento) e i Radicali di Emma Bonino con la lista ‘+Europa’ (che aspettano l’ok all’emendamento alla manovra economica che li obbligherebbe a raccogliere solo un terzo delle firme previste dal Rosatellum per i gruppi non rappresentati in Parlamento).
Il punto è che molti della cerchia stretta di Pisapia stanno virando invece verso ‘Liberi e uguali’, l’area degli ex Pd più Sinistra Italiana capitanata dal presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso.
Lì dovrebbe approdare anche la presidente della Camera Laura Boldrini e tutto il gruppo ristretto di Campo Progressista che ha accompagnato il tentativo di Pisapia di fare un’alleanza con il Pd.
Insomma, all’operazione Zedda parteciperebbero pochi pisapiani.
Però la manovra si intreccia con quelle in corso a livello locale. Il voto di marzo dovrebbe coincidere anche con la tornata delle regionali del Lazio e in Lombardia (forse anche con un election day).
Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, ricandidato al prossimo giro, è al lavoro da tempo per non mandare al macero l’alleanza di centrosinistra con cui governa tuttora o per riconfermare almeno il grosso di questa alleanza (che va da Campo Progressista con il vicepresidente Massimiliano Smeriglio, agli ex Sel ora in Sinistra Italiana che stanno dibattendo sull’opportunità di un’alleanza con il Pd).
In Lombardia c’è addirittura il candidato governatore Giorgio Gori, fede renziana testata anche all’ultima Leopolda qualche settimana fa, che chiama all’alleanza di centrosinistra persino con Liberi e uguali, ormai avversari del Pd a livello nazionale.
“Io non soltanto tengo la porta aperta, cerco di essere proattivo. La mia intenzione è di parlare con Grasso”, dice Gori. E dalle parti di Grasso è già scattato un certo allarme.
Anche perchè un election-day tra politiche e regionali renderebbe più complicato giustificare eventuali alleanze a livello locale, visto che a livello nazionale Pd e Liberi e uguali saranno avversari.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
“IL M5S RAPPRESENTA UN PERICOLO PER L’ITALIA, SONO INCOMPETENTI”
“Premetto che al Paese, in generale, servirebbe una classe dirigente diversa. Dopo di che io considero i Cinquestelle un pericolo per l’Italia. Non hanno esperienza e non hanno competenza”.
E’ l’opinione di Luca Cordero di Montezemolo, intervistato dal Quotidiano Nazionale. “Nel 2012 erano in tanti a chiedermi di entrare in politica. Anche i sondaggi erano incoraggianti. Non l’ho fatto. E non ho rimpianti, una legislatura dopo”, dice Montezemolo, che poi torna su Roma e sul no della sindaca Virginia Raggi alle Olimpiadi: “Io non ce l’ho con nessuno — dice — però nella Capitale ci vivo e vorrei fosse amministrata meglio. Quanto alle Olimpiadi, rifiutarle è stato un atto di pura demagogia, una grande occasione perduta”.
Montezemolo parla anche del segretario del Pd Matteo Renzi. “Al netto dei suoi difetti, è un giovane uomo coraggioso, che in una certa fase storica ha restituito speranza al nostro Paese. Ma non ha capito che in Italia bisogna unire, non dividere. Poi, quando io ero il presidente della Ferrari attorno a me ho chiamato i migliori. Jean Todt, Ross Brawn, soprattutto Michael Schumacher”.
Invece, Renzi “non ha capito che un leader deve circondarsi di gente più brava di lui. Se io avessi nominato Della Valle capo del reparto corse, solo perchè è amico mio e fa le più belle scarpe del mondo, beh, non avremmo mai vinto”.
Sta pensando a Boschi, Lotti o altri? “Mi limito a pensare, senza personalizzare, che Renzi ha fatto quell’errore lì e inoltre dopo il disastro nel referendum doveva andarsene all’estero per due anni, a studiare e a riflettere. Non l’ha fatto e ha sbagliato”.
(da agenzie)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
CROLLA L’OPERAZIONE LISTE CIVETTE CON PISAPIA E ALFANO
Il Pd come un fortino isolato, e in guerra col mondo sulle banche.
In Transatlantico rimbalza la notizia dell’esito della riunione di Campo Progressista. Gianni Cuperlo è plumbeo. Parla fitto con Andrea Martella: “Campo Progressista va con Grasso e Pisapia si è ritirato. Diciamo che siamo coalizzati solo con una parte di noi stessi. Temo che ci sarà lo smottamento”.
L’altro: “Temo anche io. Che capolavoro. Una legge che prevede la coalizione senza averla”.
È franata l’intera operazione “liste civetta”, portata avanti da Fassino in queste settimane: una lista a sinistra con l’ex sindaco di Milano, per togliere voti a Grasso e una al centro, per intercettare un po’ di voto moderato.
La riunione dei parlamentari di Pisapia, in un albergo romano, è drammatica.
Da un lato ci sono gli ex Sel, Ciccio Ferrara, Furfaro, Zaratti e gli altri.
Dall’altro l’ala moderata di Tabacci, Monaco, Catania. Dura ore.
I primi sono insofferenti dopo il bagno di folla per Grasso: “Qua non è un problema solo di ius soli. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, ma non si può andare avanti così”. Gli altri insistono per tenere aperto un rapporto col Pd.
Pisapia non riesce a tenerli assieme: “Abbiamo chiesto discontinuità sul programma — dice un ex Sel – e non c’è. Abbiamo chiesto discontinuità sulla leadership e Renzi va in tv a dire tutto bene. Adesso basta”.
È l’implosione di un progetto. Alcuni parlamentari del gruppo erano già in sala domenica ad applaudire Grasso: Melilla, Bordo, Nicchi. Ora lo strappo degli altri. Sosterrà invece Liberi e Uguali Laura Boldrini, che però lo annuncerà solo dopo che sarà finito l’iter della manovra.
Altri ancora come Dario Stefano, Luigi Manconi, Bruno Tabacci che restano nell’orbita del Pd. E Giuliano Pisapia che, come un Godot mai arrivato, verga il comunicato dell’abbandono.
Roberto Speranza è circondato da un gruppo folto dei suoi parlamentari: “Mi pare che il tema politico sia che avevamo ragione noi. Renzi è Renzi. E il Pd non ha una coalizione. Noi andiamo avanti come treni”. Soprattutto tra gli ottanta parlamentari della corrente di Orlando in parecchi hanno cercato un contatto, per provare a giocarsela con una candidatura nella nascente lista di sinistra.
E adesso il voto fa davvero paura.
Perchè è vero che Pisapia non ha folle oceaniche nè un consenso bulgaro: “Ma — spiegano al Pd — ci viene meno una lista per intercettare uno o due punti di voto utile sottraendolo alla sinistra”.
Resta il tentativo di trovare qualcuno disposto a mettere la faccia sull’operazione civetta, come il sindaco di Cagliari Luigi Zedda, ma non è la stessa cosa.
Manca anche la gamba di centro. L’abbandono di Alfano è un altro sgretolamento di un altro progetto: “Lupi — spiegano dentro Ap — sta cercando l’accordo con Berlusconi. Lorenzin e Pizzolante col Pd. Angelino sa di essere un problema sia per Berlusconi sia per Renzi. Nessuno dei due regge il suo nome”.
I parlamentari del Pd sono terrorizzati, il quartier generale sgomento. Per l’isolamento. E per la linea: “Ma dove andiamo in queste condizioni, da soli e in guerra con le banche?”.
Alla chimera del “prederemo il 30 per cento”, che indica la Boschi in tv, credono davvero in pochi. Parecchi parlamentari ex ds hanno parlato in questi giorni col sondaggista Roberto Weber, con cui hanno una certa consuetudine.
Il responso è da brivido per il Pd: “Sostiene — raccontano — che la lista di Grasso può prendere la doppia cifra”.
Il che significa che non esistono collegi sicuri. Neanche in Emilia e in Toscana.
Segno dei tempi: anche a Rignano è nato un nutrito comitato per Grasso con lo “zampino” di Elisa Simoni, la “cugina” di Renzi che ha abbandonato il Pd.
A dispetto delle dichiarazioni ufficiali, nel fortino renziano sono già iniziati i ragionamenti sui collegi sicuri e su come limitare i danni. Il problema si chiama Boschi.
È dato per assodato che non si candiderà in Toscana. Per lei è iniziata la ricerca di un collegio sicuro e di un paracadute “proporzionale”.
Si parla della Campania per il collegio e del Trentino per il proporzionale. Anche il tesoriere Francesco Bonifazi sarà tenuto lontano dalla Toscana.
Posti in piedi sul proporzionale. Senza coalizione sui collegi può succedere di tutto.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
SCONFORTO DEI GRILLINI CHE NE AVEVANO FATTO UN CAVALLO DI BATTAGLIA ANTI-RENZI
Nel quadro Pierluigi Boschi finisce sullo sfondo, Bankitalia in primo piano. 
Davanti alla commissione d’inchiesta sui crac bancari, la ricostruzione del caso Banca Etruria fornita dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, fornisce un doppio assist al Pd renziano, ridimensionando il ruolo di papà Boschi nella vicenda e gettando invece ombre sulle strane pressioni che Banca d’Italia fece per un matrimonio fra Banca Etruria e Popolare di Vicenza.
Rossi chiarisce che sotto le delibere di Banca Etruria che hanno autorizzato maxi-finanziamenti irregolari, sfociati nella bancarotta, la firma dell’ex vicepresidente Pierluigi Boschi non c’era.
E il papà della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio era estraneo a tutte quelle operazioni effettuate da alcuni manager in conflitto d’interessi.
Nemmeno il pressing dei 5 Stelle è riuscito a scalfire la ricostruzione che il pm ha portato avanti.
Ricostruzione nella quale ha trovato posto invece una sollecitazione sul ruolo “singolare” svolto dalla Banca d’Italia, finita da tempo e di nuovo oggi nel mirino dei renziani. Secondo il pm, via Nazionale pressò il cda di Etruria a unirsi in nozze con la Popolare di Vicenza, nonostante le ispezioni della stessa Bankitalia avevano già messo in evidenza le cattive acque in cui stava annaspando la banca veneta.
Per quasi tre ore il nome più atteso, quello appunto di Pierluigi Boschi, non era ancora stato pronunciato. Poi una batterie di domande, incalzanti, del deputato grillino Carlo Sibilia, ha rotto la pax.
Una sorta di terzo grado che ha sollevato mugugni e malumori nei banchi dei partiti di maggioranza, con il presidente della commissione Pier Ferdinando Casini impegnato a contenere l’assalto al procuratore.
Il procuratore di Arezzo non cambia linea e ribadisce la sua interpretazione dei fatti, citando gli atti dei diversi processi in corso su Etruria. “Boschi – sottolinea il magistrato – entra in cda nel 2011 come amministratore senza deleghe, diventa uno dei due vicepresidenti nel maggio 2014 assieme a Rosi. Noi sulla responsabilità per la bancarotta vediamo i comportamenti e questi discendono dalle delibere. I conflitti di interesse li abbiamo tutti evidenziati, per noi i crediti valgono se vanno poi in sofferenza altrimenti non costituiscono il reato di bancarotta”.
Cronistoria e rivendicazione del lavoro svolto dalla procura: Pierluigi Boschi, in questo scenario, risulta assente da quelle operazioni che hanno portato Banca Etruria a finire con le gambe per aria. Quando Sibilia cita l’allora ministra e oggi sottosegretario Maria Elena Boschi, il pm aggiunge: “Faccio questo lavoro da 30 anni, sono della vecchia scuola, le persone si distinguono non per di chi sono figli o padri, per il loro orientamento sessuale o politico, ma per i comportamenti”.
La bomba papà Boschi di fatto non deflagra in commissione. La discussione si sposta sul ruolo della Banca d’Italia ed è proprio l’input del magistrato a far scatenare la reazione dei renziani, da Marcucci a Orfini, che puntano il dito contro la mancata vigilanza di via Nazionale.
Accuse respinte da Bankitalia, che sostiene di non aver mai promosso il matrimonio tra Etruria e la Popolare di Vicenza.
“Ci è sembrato un poco strano” che venisse dalla Banca d’Italia incentivata l’aggregazione di Banca Etruria con Popolare di Vicenza la quale, “leggendo dalle fonti aperte le ispezioni” di Via Nazionale “era in condizioni simili”, sottolinea Rossi, rievocando la mancata fusione fra il 2014 e il 2015.
La mancata operazione portò poi Bankitalia a censurare e sanzionare i vertici e al commissariamento dell’istituto a febbraio 2015.
Il procuratore di Arezzo ricorda che la Banca d’Italia chiese nel dicembre 2013, a seguito di ispezioni e azioni di vigilanza, “a Etruria di integrarsi in gruppo di elevato standing con ‘le necessarie risorse patrimoniali e professionali’.
E qui, aggiunge, “abbiamo tracce documentali di tentativi di ricerca di un gruppo che possa risollevare le sorti di Etruria, vengono investiti diversi organi e advisor come Mediobanca per un’operazione che Bankitalia definisce operazione ‘prioritaria’.
Bankitalia ci dà notizia di alcuni contatti, fra cui una banca israeliana, ma nessuno concreto. L’unica trattativa concreta fu quella con Bpvi che aveva fatto un’ offerta da 1 euro per azione”.
“Alla fine noi abbiamo questo quadro e e poi abbiamo letto dichiarazioni dell’ispettore Bankitalia in cui ci venivano relazionati condizioni di Bpvi non dissimili da Etruria L’abbiamo trovato un po’ singolare che venisse incentivata questa aggregazione. Nella relazione ispettiva, già quella del 2012 su Vicenza, sembra di leggere le relazioni su Etruria. Ci sono l’inadeguatezza degli organi, i crediti deteriorati e anche le azioni baciate che almeno noi (ad Arezzo) non ce l’avevamo. L’impressione è che questo sia stato determinante nel commissariamento”.
Parole chiare, che riaccendono gli animi dei renziani e trasformano l’Etruria-day in un nuovo processo a via Nazionale. Per ora.
(da “Huffingtonpost”)
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