Dicembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO CONTRARIO ALLA PROPOSTA DEL COMUNE SULL’ACCOGLIENZA DIFFUSA NELLE FAMIGLIE PER ALLEGERIRE I CENTRI DI ACCOGLIENZA
Laura Baldassarre, assessora ai servizi sociali della Giunta Raggi, qualche giorno fa in un’intervista rilasciata a Simone Canettieri sul Messaggero, aveva raccontato i progetti del Comune su come verranno ridistribuiti i centri d’accoglienza in città , alleggerendo i centri di Tiburtino III e Tor Bella Monaca, portando per la prima volta gli Sprar (le strutture per i richiedenti asilo) anche ad Acilia (nel X Municipio, quello di Ostia) e a Ottavia, la borgata dove risiede la sindaca Virginia Raggi, nel territorio del XIV.
In quella intervista la Baldassarre aveva anche parlato della possibilità di accogliere nelle famiglie i migranti per 1000 euro al mese: «Attenzione non bisogna improvvisare: vogliamo provare questa sperimentazione con il supporto delle associazioni e del Comune. Sì, la cifra dovrebbe essere questa: circa 30-35 euro al giorno».
Oggi, racconta il Messaggero, il M5S si è reso conto che la proposta della Baldassarre non è gradita:
Tensione risalita in superficie anche quando in Campidoglio hanno messo in moto gli uffici per applicare un modello di accoglienza diffusa dei richiedenti asilo, in stile nordeuropeo: ospitalità dei rifugiati in micro contesti come le famiglie romane, che riceverebbero perciò un ristoro economico fino a mille euro, invece che una concentrazione di massa in maxistrutture.
D’altronde il superamento di una gestione emergenziale era nel programma elettorale del M5S. E la prima cittadina Raggi proprio un anno fa durante un incontro con altri sindaci europei scrisse: «I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle. Roma città accogliente farà la sua parte», e promise un nuovo tipo di accoglienza più credibile e dignitosa che è quello che sta proponendo proprio la sua delegata al sociale Laura Baldassarre che si è messa in gioco in prima persona e al Messaggero ha detto:«Sì, anche io accoglierei in casa un richiedente asilo».
Idea che però ai piani alti del M5S, Di Maio e Davide Casaleggio non hanno affatto apprezzato.
Ieri Di Maio non ha voluto commentare la trovata capitolina: «Devo leggerla meglio», ha detto con freddezza. E sull’ipotesi di applicarla su larga scala nel programma elettorale è stato ancora più tranchant: «Il programma è chiuso».
In realtà il progetto è intelligente perchè il costo rimane lo stesso e l’integrazione migliore, ma vallo a far capire a un fuoricorso in malafede.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
SECONDO IL “NEMICO” ANDREA COIA “PUO’ ESSERE SOSTITUITO”… SI ERA RIBELLATO ALL’INCIUCIO DELLA GIUNTA CON IL CLAN DEI TREDICINE
L’assessore al Commercio e Turismo di Roma, Adriano Meloni, può essere sostituito? “Secondo me sì, ma non decido io”. Così il presidente della commissione Commercio di Roma, Andrea Coia, ha risposto, interpellato dai cronisti al suo arrivo in Campidoglio, secondo quanto riporta l’agenzia Omniroma.
“Meloni è un tecnico — ha aggiunto Coia -, che ha qualche collaborazione con Casaleggio, non è del M5S”.
Qualche giorno fa Meloni, a colloquio con il Messaggero, aveva accusato il M5S di essere legato ai Tredicine, coniando, a proposito del consigliere Coia, il neologismo “Coidicine“. Poi l’assessore, in una comica dichiarazione su Facebook, si era scusato con Coia accusando i giornali. Ora Coia gli dà ufficiosamente il benservito in attesa delle decisioni della sindaca Virginia Raggi, che sarebbe orientata a sostituirlo.
Rispondendo a una domanda sulle scuse dell’assessore, poi, Coia ha detto: “Una cosa sono le scuse e un’altra le smentite”.
E ancora: “Ci sono novanta giorni per la querela”, ha aggiunto a chi gli chiedeva se avesse intenzione di querelare l’assessore.
Infine rispetto a un chiarimento con l’assessore Meloni ha risposto: “Ci ho parlato prima” delle dichiarazioni a mezzo stampa “tante volte, dopo no, non c’è stato un confronto. Bisogna distinguere il piano personale da quello lavorativo, noi dobbiamo portare avanti il nostro lavoro”.
Rispetto alla data per l’apertura della festa, qualora si raggiungesse un accordo con gli operatori sui costi per la sicurezza, Coia ha spiegato: “Non prima dell’otto dicembre”. I costi per la sicurezza, a carico degli operatori, così come emerso da una precedente riunione di venerdì scorso ammonterebbero a circa 450mila euro più iva, da suddividere tra i circa 50 vincitori del bando.
“Noi andiamo avanti per realizzare la festa della Befana a piazza Navona, è una scelta degli operatori se ritirare il titolo o no”, ha concluso Coia.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
GLI AMBULANTI NON VOGLIONO ACCOLLARSI I COSTI DELLA SICUREZZA E DEL PRESEPE
Ci sono 450mila buone ragioni per ritenere che la Festa della Befana di Piazza Navona sia a rischio nonostante il bando che ha portato al trionfo dei Tredicine.
Più altre centomila, visto che gli ambulanti che hanno vinto il bando non hanno ancora ritirato il titolo perchè si sono accorti che a loro, secondo il decreto Minniti, spetta garantire la sicurezza della piazza in merito all’attuazione e alla copertura dei costi del piano di sicurezza oltre che il conto dell’allestimento del presepe che dovrà allietare (?) la festa.
Al netto delle interviste di Adriano Meloni al Messaggero e delle loro rettifiche con tante scuse ad Andrea Coia, quindi, la situazione di stallo per la festa della Befana a Piazza Navona non si sblocca.
E infatti gli ambulanti, che avrebbero dovuto cominciare ad allestire dal primo dicembre per rendere tutto operativo per sabato, sono invece sul piede di guerra.
E c’è chi non nasconde di avere l’intenzione di lasciar perdere, rinunciando al diritto nonostante la vittoria del bando.
Loro sono disposti a spendere non più di duemila euro, mentre secondo i conti fatti questa settimana c’è chi dovrebbe arrivare a metterne fino a 14mila per la sicurezza e il presepe.
Certo, la rinuncia da un lato potrebbe non essere del tutto sgradita al Comune di Roma, visto che le polemiche sui presunti legami tra il MoVimento 5 Stelle e i Tredicine — ben enucleate dal neologismo “Coidicine” — scatenate dall’intervista di Meloni al Messaggero possono fare male al M5S soprattutto a livello nazionale.
Ma dopo la difesa a spada tratta del bando da parte dello stesso assessore e le tante indiscrezioni sul suo posto a rischio per le tante assenze in Giunta, ciò costituirebbe comunque un grave smacco per l’amministrazione comunale.
Oltre a rappresentare una dichiarazione di guerra nei confronti degli ambulanti e di quella frangia che d’altro canto Luigi Di Maio aveva accostato a Mafia Capitale.
Ma ci vuole comunque una bella dose di coraggio per salutare l’assessore Meloni, visto che quest’ultimo, oltre ad essere stato suggerito all’epoca della formazione della Giunta dalla Casaleggio Associati, è anche un importante teste a discarico di Virginia Raggi nel processo che sta per iniziare a carico della sindaca di Roma per la nomina del fratello di Marra.
Una questione che non sembra toccare molto lo stesso Coia, che ieri sulla sua pagina Facebook ha finalmente detto la sua sulla vicenda minacciando querele probabilmente nei confronti dello stesso Meloni.
Ciò che ho letto ieri sui principali quotidiani è falso, grave e insopportabile sia per quanto riguarda la mia persona che per tutto il Movimento 5 Stelle. Darò mandato al mio avvocato di valutare se e contro chi sporgere querela.
Significativamente, a corredare l’annuncio c’era una foto che ritraeva Virginia Raggi, Beppe Grillo, Marcello De Vito e Daniele Frongia con i consiglieri capitolini del MoVimento 5 Stelle ma senza gli esponenti della Giunta, a sottolineare che gli eletti del M5S sono compatti sulla vicenda e stanno tutti con Coia.
Ma dovranno fare i conti con quanto ricorda oggi Lorenzo D’Albergo su Repubblica Roma: dopo aver spiegato in un’intervista a Repubblica di non conoscere Renato Marra, suggeritogli dall’ex capo del Personale Raffaele e solo dopo nominato alla direzione Turismo, ha ritrattato: «È vero, ho scelto io Renato Marra alla guida della direzione Turismo perchè poteva fare un buon lavoro. E infatti lo stava facendo. Venendo dalle forze dell’ordine. Raffaele Marra? Era defilato, non è che ha sollecitato la promozione del fratello». Ecco, se Adriano Meloni dovesse ripetere queste parole in aula, alla sindaca Virginia Raggi e ai suoi avvocati non dispiacerebbe affatto.
Intanto si vocifera che il Comune di Roma potrebbe avere un piano B che eviterebbe il rischio di trovarsi con Piazza Navona vuota per la festa della Befana.
Se gli ambulanti dovessero continuare con la loro posizione rigida, e tenendo anche conto del fatto che il bando assicurava una postazione per i prossimi nove anni, il Campidoglio potrebbe ospitare a piazza Navona una fiera di prodotti tipici dai territori terremotati al posto delle solite bancarelle dei Tredicine e degli altri.
L’amministrazione 5S proverà a mettere i commercianti spalle al muro: offrirà loro il progetto studiato da Zètema per la sicurezza, poi gli assegnatari potranno decidere se pagare la somma al Comune o se rivolgersi al mercato cercando un privato in grado di allestire lo stesso dispositivo a un prezzo inferiore.
Se non si troverà l’intesa e la festa della Befana dovesse saltare, c’è sempre l’exit strategy: rubrica alla mano, cornette roventi, la sindaca potrebbe trovarsi a chiamare i colleghi dei comuni terremotati. Da Sergio Pirozzi in giù per salvare l’appuntamento di piazza Navona e dargli un’impronta solidale.
L’idea potrebbe salvare la festa e anche dare un segnale ben preciso nella polemica sui Tredicine a livello nazionale. Ma potrebbe avere ripercussioni interne non gradite a livello locale. Senza contare i rischi di ricorsi al TAR e alla Corte dei Conti che già paventava Meloni in caso di contributo del Comune alla gestione della sicurezza.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL RAS DEGLI AMBULANTI ROMANI FA AFFARI GRAZIE ALLE CONNIVENZE DELLA GIUNTA MA NESSUNO SI DIMETTE DI FRONTE ALLO SCANDALO
Il caso Coidicine si ingrossa. Sono passate molte ore dalla pubblicazione sul
Messaggero dall’intervista all’assessore al Commercio di Roma Capitale Adriano Meloni e non si muove ancora una foglia.
Nessuna dichiarazione di smentita da parte dell’assessorato, nessuna risposta da parte del presidente della commissione Commercio in Campidoglio Andrea Coia.
E nemmeno una spiegazione da parte di Meloni per il clamoroso cambio di prospettiva che l’ha portato una settimana fa a difendere il bando che ha visto il trionfo dei Tredicine e oggi a prendere a male parole i due consiglieri — oltre a Coia è nominata anche Sara Seccia — addirittura chiamando “Coidicine” — con una crasi tra i cognomi di Coia e Tredicine — il presidente e sostenendo che è quello che ha fatto più danni alla Giunta Raggi.
Il silenzio da parte della Giunta Raggi e del gruppo del MoVimento 5 Stelle in Assemblea Capitolina è inspiegabile.
L’assessore ha detto, tra l’altro, che «è lecito pensare ad accordi tra il M5S (o meglio: lo stesso consigliere Coia) e i Tredicine», quei Tredicine che Luigi Di Maio accostava addirittura a Mafia Capitale qualche tempo fa, in risposta alla pubblicazione di una foto che lo ritraeva con un sindacalista degli ambulanti esponente della famiglia.
La pietra dello scandalo che ha smosso l’assessore, che in altri tempi aveva spesso criticato Coia ma mai con questa virulenza, è stata a quanto pare la proposta che il comune pagasse gli oneri di sicurezza agli ambulanti, che secondo il bando dovevano essere a carico di questi ultimi.
Meloni al riguardo ha sventolato il rischio di danno erariale per il Comune, che rappresenta per i grillini quello che per Superman è la kryptonite.
Le frasi contenute nell’intervista sono talmente pesanti che sembrava che questa potesse essere un prodromo alle sue dimissioni. Eppure tutto ancora tace anche se sulla pagina fan dell’assessore su Facebook alcuni si complimentano per la decisione di parlare.
Silenzio di tomba anche sulla pagina di Coia, mentre la pletora di attivisti a 5 Stelle romani che è sempre molto attenta a quello che scrivono i giornali di primo mattino oggi sembra improvvisamente aver perso la password di Facebook.
Anche da Sara Seccia, altra consigliera indicata da Meloni come vicina ai Tredicine, tutto tace.
Mentre sotto l’ultimo aggiornamento di status da parte di Coia ci sono commenti che parlano proprio della delibera 30/2017 (quella della direttiva Bolkestein, odiatissima dagli ambulanti) e di modifiche da protocollare e approvare, un bel passo indietro rispetto a quanto scritto dal consigliere Enrico Stefà no che qualche tempo fa spiegava che “La Bolkestein probabilmente è l’unico modo serio di fare i bandi a Roma” e che il M5S non avrebbe mantenuto lo stesso numero di licenze per gli ambulanti.
Riepiloghiamo cosa è successo sul bando.
L’anno scorso, dopo mesi di sedute dedicate all’argomento, la commissione Commercio non era riuscita a emanare l’avviso per il 2016. Poi la delibera Coia ha stabilito definitivamente il carattere di Fiera della Festa, chiudendo dunque agli altri operatori e dando al criterio dell’anzianità un ruolo di primo piano.
La graduatoria di quest’anno, poi, sarà valida per 9 anni, così come stabilito dal bando: “La concessione dei posteggi — si legge- avrà la durata di anni 9 a decorrere dall’edizione della Festa della Befana 2017/2018”. E così su 28 posteggi, sei postazioni le vincono direttamente Dino, Tania, Mario e Alfiero Tredicine, altre sette vanno ad alcuni componenti della famiglia Cirulli, partendo da Anna Maria, moglie di Mario Tredicine. .I Tredicine strappano anche due delle tre postazioni destinate alla vendita dei palloncini (una ad Alfiero, l’altra a Sandro Cirulli).
Nell’area delle postazioni artigiani, infine, come era stato già denunciato da Il Messaggero, su 20 stalli ne sono stati assegnati appena 9.
C’è un altro aspetto, sempre sottolineato dal quotidiano: la graduatoria è arrivata con dieci giorni di ritardo, rispetto alle promesse dell’amministrazione. Ed è stata resa nota proprio all’indomani del voto su Ostia.
La cosa più incredibile però alla luce dell’intervista di oggi è che il 21 novembre scorso lo stesso Meloni aveva difeso a spada tratta il bando con un post sulla sua pagina Facebook condiviso anche dalla sindaca Virginia Raggi in cui accusava il Partito Democratico e segnalava che un esponente della famiglia Tredicine aveva fatto ricorso al TAR contro il bando.
Chissà , magari tra qualche ora Meloni pubblicherà il link alla sua intervista come è solito fare quando lo sentono su altri argomenti.
O forse davvero questo silenzio è il preludio all’ennesimo addio alla Giunta — l’ultimo è stato quello di Stefano Bina da AMA — che andrà ad arricchire la squadra dei cacciati da Virginia Raggi.
«Adria’, ma che per caso c’è qualcosa che ci devi dire?», gli chiede intanto un utente sulla sua pagina. A volte dare il silenzio come spiegazione (cit.) vale più di migliaia di bancarelle. Pardon: parole.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
NO AL PIANO INDUSTRIALE… AVEVANO INVITATO A VOTARE PER LA RAGGI ALLE COMUNALI
Cambia-Menti, il sindacato i cui rappresentanti invitavano a votare M5S e che
aveva annunciato un’apertura nei confronti del concordato in continuità per ATAC, ha deciso di non firmare l’accordo sul piano industriale che l’azienda dovrà presentare entro due mesi dopo la proroga del tribunale.
«L’ azienda ci ha sottoposto l’accordo da firmare dicendo che teneva molto alla nostra firma ma che non è disposta a rivedere nessun punto del piano industriale. Il segretario regionale rispettando la volontà della maggioranza dei tesserati di cambia-menti m410 non ha firmato. Siamo fuori dai tavoli Delle trattative ma non abbiamo denaturato questo bambino che abbiamo fatto nascere insieme 4 anni fa», ha scritto il segretario nazionale di Cambia-Menti Micaela Quintavalle su Facebook.
La notizia arriva dopo il litigio in pubblico tra il presidente della Commissione Mobilità di Roma Enrico Stefà no e alcuni sindacalisti.
Stefà no si è messo di traverso alla richiesta di riconoscimento del sindacato della pasionaria Micaela Quintavalle.
La Quintavalle è l’autista Atac famosa per aver inviato un messaggio WhatsApp dove invitava i colleghi a votare M5S e segnatamente per Marcello De Vito.
Ed infatti la mozione era stata presentata proprio dal Presidente dell’Assemblea Capitolina assieme ai colleghi Sara Seccia e Paolo Ferrara.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO ATTACCA SU OSTIA: “PRESENTARONO UN DOSSIER DI 42 PAGINE PER DIMOSTRARE CHE I “BUONI” ERANO COLORO CHE DIALOGAVANO CON IL CLAN SPADA”
Alfonso Sabella, assessore alla legalità della giunta Marino, a colloquio con La Stampa oggi
torna all’attacco del M5S per la vicenda ormai famosa del dossier contro Don Ciotti e Libera e della relazione secretata dell’Antimafia che non lo era.
Ma perchè la criminalità organizzata si è insediata proprio qui, sul “mare di Roma”
«Per tre ragioni: è lontana dal centro di Roma, è in prossimità del litorale Pontino, zona di risalita della camorra napoletana, e ha il mare, veicolo formidabile e “sicuro” per i traffici illeciti. Ostia poi ha una tradizione mafiosa, di Cosa Nostra: proprio partendo da indagini su famiglie di Ostia nel 1993 arrestai il narcotrafficante Pasquale Cuntrera. Infine qui operava uno dei nuclei armati della Banda della Magliana».
Queste cose lei le disse già nel 2015, quando ebbe dal sindaco Marino la delega per Ostia
«Un amministratore deve avere coraggio, non può aspettare le sentenze della magistratura per muoversi, perchè è troppo tardi. Per questo nei limiti del possibile feci fuoco e fiamme a Ostia, chiudendo la palestra di Roberto Spada, cacciando Vito Triassi dal chiosco che gestiva abusivamente, aprendo i varchi nel “Lungomuro”, buttando giù i chioschi abusivi. Era chiaro che facevo perdere voti alla compagine politica che mi aveva indicato. E in più ricevetti attacchi da tanti: compresi quelli che ora sono in prima fila a sfilare per la legalità ».
In realtà quel dossier, che fu presentato al M5S, non venne poi presentato ufficialmente anche se ancora oggi il consigliere Davide Barillari, che contribuì a diffonderlo, minaccia querele:
Intende dire il Movimento Cinque Stelle
«Quel 7 settembre del 2015 fu per me molto doloroso: tutto il gotha romano di M5S, da Raggi a Barillari, da Ruocco a Giarrusso, presentò un dossier di 42 pagine per dire che i “mafiosi” eravamo io, Federica Angeli di Repubblica e don Ciotti, mentre i “buoni” erano quelli che dialogavano con Roberto Spada».
E adesso cosa dice al sindaco Virginia Raggi?
«Che da cittadino romano mi auguro che riesca a svolgere il suo ruolo di sindaco. Un ruolo che comporta anche scelte impopolari, se prese per il bene della collettività ».
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
PER L’AUDIENCE SIAMO ARRIVATI A PAGARE UN CONDANNATO A SETTE ANNI DI CARCERE PER ASCOLTARE, LUI CONDANNATO PER USURA, LA SUA DIFESA DEL CUGINO E DI CASAPOUND
Domenico Spada, cugino di Roberto Spada, attualmente detenuto nel carcere di Tolmezzo dopo avere aggredito il giornalista Daniele Piervincenzi, ieri sera è stato ospite in collegamento con la trasmissione “Non è l’Arena”, condotta da Massimo Giletti, su La7, in un faccia a faccia con il magistrato Alfonso Sabella e la giornalista Francesca Fagnani.
Ma, al termine del vis-à -vis, il pugile ha pubblicato sul suo profilo Facebook un video, nel quale a più riprese ha accusato “gli pseudogiornalisti” di non farlo parlare e ha invitato i suoi contatti a condividere la sua invettiva.
§“Li abbiamo fatti neri anche stavolta” — dichiara fieramente — “La gente è stufa delle idiozie. E’ vero, amici, che siete stanchi di questi pseudogiornalisti? E’ ora di farla finita, non mi fanno parlare. Però quel poco che mi fanno dire affonda parecchio. Volevo dire tante cose, per le quali mi ero messo d’accordo con i ragazzi qua, ma non me le hanno fatte dire, perchè, se dico quelle cose, chiaramente loro devono chiudere il programma. Io li smonto uno per uno, ragazzi miei“.
Spada difende il cugino e ribadisce, come già annunciato in trasmissione, di voler querelare Fagnani e Federica Angeli, cronista di Repubblica sotto scorta per le minacce seguite alle sue inchieste antimafia sul clan di Ostia.
E aggiunge: “Non mi fanno parlare. Mandano in onda solo quello che gli fa comodo. Non devo dire che mi pagano, cioè vi rendete conto? Io devo dichiarare che non mi pagano. Purtroppo questa è la verità , ragazzi miei. Però non lo dite a nessuno che mi pagano, mi raccomando. Non lo dite a nessuno, se no scoppia lo scandalo. Avete capito come siamo messi? Mi pagano e non lo devo dire. La7 può dire quello che le pare, ma se non c’ha il popolo che la guarda, dopo un po’, chiude”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL RESPONSABILE AL COMMERCIO PARTECIPA A UNA RIUNIONE SU DUE, MOLTI LO DANNO IN USCITA
Di recente ha difeso con le unghie il bando di Piazza Navona che ha riportato alla Festa della Befana i Tredicine, ma, scrive oggi Il Messaggero, Adriano Meloni è in bilico. Secondo il quotidiano le prolungate assenze dalle riunioni della giunta (una su due, a quanto pare) lo stanno portando rapidamente fuori dalle grazie della sindaca e della maggioranza.
Andazzo notato dai colleghi pentastellati, tanto che qualcuno si è messo a fare di calcolo e il risultato di questa indagine clandestina suona più o meno così: «Adriano salta una riunione di giunta su due. Pure di più…»
Anche lui turista per caso in Campidoglio, per richiamare la stoccata del ministro Calenda alla sindaca Raggi?
«Questioni personali», dice chi, nell’entourage della prima cittadina, lo difende a spada tratta.
Certo è che il clima, negli ultimi due mesi, si è fatto pesante. E almeno un paio di volte Radio Campidoglio ha dato per imminente il passo indietro (o la cacciata) del responsabile dello Sviluppo economico di Roma. Sarebbe il settimo assessore a saltare in 17 mesi di governo.
Un’occhiata alla lista delle delibere di giunta da agosto a novembre — sono tutte pubblicate sul sito del Comune, l’ultima è del 17 di questo mese — fa constatare che effettivamente Meloni è presente 8 sedute e assente in 9. Meno di una riunione su due, appunto
Quanto basta per far montare il malumore di qualche collega assessore e anche di diversi consiglieri comunali pentastellati. «Si può lavorare a mezzo servizio?», è il ritornello di chi vorrebbe che l’assessore si facesse da parte,e viene sottolineato un punto: Meloni ha in mano un pacchetto di deleghe non proprio da comprimario, il commercio e le attività produttive, il turismo e le politiche per il lavoro.
Al solito, toccherà alla sindaca prendere una decisione. Troncare e sopire i malumori, oppure chiedere all’assessore un maggiore impegno, indicando in alternativa il portone del Campidoglio.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL TAR DEL LAZIO DA’ RAGIONE AL COSTRUTTORE, IL COMUNE NON AVRA’ I SOLDI DELLA VALORIZZAZIONE PERCHE’ HA REVOCATO L’AUTORIZZAZIONE A COSTRUIRE, CONSENTENDO A TELECOM DI SCIOGLIERSI SENZA ONERI DAL CONTRATTO
Vi ricordate la vicenda delle Torri dell’Eur? Quello che passerà alla storia come uno dei
più grandi successi di Paolo Berdini in qualità di assessore all’urbanistica della Giunta Raggi è arrivato a conclusione con la sentenza n.11647/2017 depositata il 24 novembre al Tar Lazio (sezione II bis), su ricorso di Alfiere.
La decisione, racconta oggi Il Sole 24 Ore, dà ragione ai promotori e chiarisce che i 24 milioni di oneri erano vincolati al precedente progetto di valorizzazione, mai realizzato.
Il progetto cioè di abbattere le torri e di realizzare al loro posto il condominio di lusso progettato da Renzo Piano.
Con l’uscita dei soci privati dall’operazione avviata da Fintecna, quel progetto è naufragato e il permesso di costruire chiesto nel 2009 non è stato mai ritirato.
Giovanni Caudo, ex assessore della giunta Marino, ricostruisce così le fasi della vicenda oggi:
La vicenda surreale l’abbiamo riepilogata all’epoca: Telecom ha deciso di vendere la propria quota al partner a causa dell’assenza di un permesso a costruire, che doveva essere rilasciato entro il 30 settembre 2016.
L’autorizzazione a costruire era stata rilasciata dalla Giunta Marino, poi è stata revocata dall’amministrazione Raggi — in seguito a una verifica lanciata da Francesco Paolo Tronca — dopo le notizie sulle indagini della procura di Roma, a cui Telecom è estranea, che hanno coinvolto l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo.
Poi però la storia si complica nell’estate 2016: Paolo Berdini annuncia a luglio che anche a causa delle indagini della magistratura il Comune revocherà il permesso a costruire a Telecom. Importante segnalare che in quella fase, e anche dopo l’insediamento di Cattaneo come ad nel marzo di quell’anno, la marcia indietro di Telecom sarebbe però stata troppo costosa visto che il contratto firmato da Telecom e Cassa depositi e prestiti, che controlla il 100% di Cdp Immobiliare, imponeva all’ex monopolista penali per 180 milioni in caso di inadempienza.
Ma la revoca dell’autorizzazione fa scattare una delle condizioni sospensive del contratto e consente di sciogliere la joint venture senza costi.
Tutti felici, tutti contenti? Mica tanto. Perchè il 26 settembre 2016 Paolo Berdini va a parlare in un incontro con l’ACER e se ne esce così:
“Mercoledì votiamo una memoria di giunta preparata da me sulle Torri dell’Eur, ovvero che c’è un interesse pubblico a non vedere più quegli orrori”.
“Se non ci sono più i 25 milioni che la precedente amministrazione ha perso per strada — ha aggiunto — la Finanza ci bussa alle porte e Tim (che proprio li dovrebbe realizzare la sua nuova sede, ndr) fa le valigie e se ne va, hanno ragione loro. Questo con me non succederà più. Se noi sbagliamo strada, lasciamo spazio solo alla magistratura”.
“Siamo ben felici che nelle torri dell’Eur vada Telecom — continua Berdini -. Rinuncio con la memoria di giunta ai 25 milioni di euro di oneri aggiuntivi previsti in cambio di destinazione d’uso. Quello sta bloccando tutto, io devo prendere atto di una cosa oggettiva”
Due giorni dopo succede che il Campidoglio cambia idea: la Giunta, tramite una memoria, ribadisce l’interesse al recupero delle Torri dell’Eur destinate alla sede centrale di Telecom Italia
Il risultato finale di una gestione schizofrenica
Alfiere dovrà versare al Comune di Roma solo un milione per opere di sistemazione dell’area e 23mila euro di oneri di costruzione. “Siamo assolutamente convinti della giustezza della nostra analisi e quindi, nell’auspicare che questo progetto della creazione della sede della Telecom nelle Torri dell’Eur vada in porto nel più breve tempo possibile, abbiamo ribadito che i 25 milioni di euro sono una cifra dovuta all’amministrazione comunale”, diceva poco più di un anno fa Paolo Berdini.
A novembre 2017 quindi Roma ha perso gli investimenti della riqualificazione, la possibilità di spostare la sede Telecom, gli oneri di urbanizzazione.
E le torri sono ancora lì.
Un’altra grande vittoria di questa amministrazione e degli uomini che ha scelto per rappresentarla. Intanto la società Alfiere ha citato il Comune chiedendo un risarcimento di 328 milioni per i lavori sospesi e l’abbandono di Tim.
Chissà che, toccato il fondo, non si inizi a scavare.
(da “NextQuotidiano”)
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