Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO LA SINISTRA IMPONE LE RIFORME DELLA DESTRA LIBERISTA: “VALORI BERLUSCONIANI APPLICATI AL PD”
Chiamatela riforma Renzi-Gelmini. PercheÌ ieri l’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, colei che
ha tagliato 8,4 miliardi di euro alla scuola e 1,1 all’universitaÌ€ nel 2008, ha assimilato il «patto educativo» proposto dall’attuale presidente del Consiglio e dal suo ministro dell’Istruzione Stefania Giannini alla «tradizione di Forza Italia»
«Alla fine il tempo ci ha dato ragione: dopo anni di battaglie per risollevare un sistema educativo intorbidito dalla coda del ’68, ora anche la sinistra finalmente ha dovuto dare atto ai governi Berlusconi di aver agito nella direzione giusta per riportare la scuola italiana ai fasti che merita – ha detto Gelmini – Parole quali merito, carriera dei docenti, valutazione, premialitaÌ€, raccordo scuole-impresa, modifica degli organi collegiali della scuola, sono state portate alla ribalta dal centrodestra, seppur subendo le censure e le aspre critiche da parte di sinistra e sindacati».
Nel 2008, quando presentoÌ€ la doppia proposta di riforma dell’universitaÌ€ e della scuola (la legge Aprea) il centro-sinistra era d’accordo.
Ma cambiò idea solo perchè milioni di insegnanti, maestri, studenti scesero in piazza. Stesso discorso vale per la seconda parte di una vicenda che terminò con il voto in Senato del 23 dicembre 2010.
Invece di contestare il voto irregolare su alcuni emendamenti, autorizzati da una memorabile Rosi Mauro (Lega Nord) allora in presidenza dell’aula, la capogruppo Pd Anna Finocchiaro si distinse per un lungo discorso auto-critico sul 68.
Quello della «sinistra» non eÌ€ dunque uno «sdoganamento» dell’ideologia del merito e della valutazione, ma il compimento di un lungo percorso iniziato nel 2006 quando a viale Trastevere c’era Fabio Mussi.
Forza Italia resta scettica sulle coperture finanziarie per l’assunzione di 150 mila precari nel 2015, in tempi in cui il governo non riesce a trovare 416 milioni per mandare in pensione i «Quota 96».
«Se Renzi pensa di cavare un solo centesimo da nuove tasse – sostiene Gelmini – troveraÌ€ in Fi un’opposizione irriducibile».
Gelmini riesce anche a identificare una vecchia regola delle politiche dell’istruzione, del lavoro e della conoscenza in Italia.
Le “riforme” ci sono quando eÌ€ la sinistra a stare al governo. Quella “sinistra” che si vanta ancora di avere un rapporto di concertazione o contiguitaÌ€ con i sindacati, o comunque un potere di interdizione. Senza contare – particolare non secondario – che molti degli insegnanti come dei precari continuano a votarla.
Nelle prossime settimane si capiraÌ€ se reggeraÌ€ questo legame con le “vestali del ceto medio”, citando il titolo dispregiativo di un’analisi in realtaÌ€ classica di Marzio Barbagli sulla scuola italiana negli anni Sessanta.
Ci sono altri fattori da considerare. Nel 2008 il mondo dell’istruzione insorse, ma c’era al governo Berlusconi (da poco tornato a Palazzo Chigi) e l’anti-berlusconismo (e le campagne anti-casta) stavano diventando la grammatica dell’opposizione.
Oggi c’eÌ€ Renzi che gode di una buona salute mediatica, sebbene gli editorialisti di tutti i giornali non abbiano nascosto critiche e perplessitaÌ€ sul suo modo di governare.
Nel frattempo l’opposizione studentesca e sindacale eÌ€ stata fiaccata, anche dalla crisi e dalla precarietaÌ€ dilagante.
Elementi problematici che non lascerebbero, al momento, spazio per un movimento paragonabile al 2008 e, ancor più, al 2010.
In ogni caso, gli studenti medi confermano la loro prima data di contestazione: il 10 ottobre in centinaia di piazze in tutto il paese.
Roberto Ciccarelli
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
100 MILA PRECARI DA ASSUMERE, SENZA SCATTI DI STIPENDIO, COME FECE IL PDL, COPRONO CHI VA IN PENSIONE O POCO PIÙ
La riforma della scuola non sarà una riforma.
Questa è la prima certezza che si ricava dalla pubblicazione, prevista per questa mattina alle ore 10 sul sito passodopopas  so.it  , del Rapporto sulla scuola pubblica più volte annunciato da Matteo Renzi.
Si chiamerà la “Buona scuola” e, appunto, invece di una riforma rappresenta le “Linee guida” che saranno messe a disposizione del mondo degli insegnanti, degli studenti, delle famiglie per l’ennesima consultazione popolare che dovrebbe tenersi dal 15 settembre al 15 novembre.
Poi, con calma, si tracceranno i vari provvedimenti. Qualsiasi novità , comunque, non potrà che vedere la luce con il prossimo anno scolastico, quello che prenderà il via a settembre del 2015.
In attesa del piano governativo, le indiscrezioni dei giorni scorsi si sono accumulate l’una sull’altra.
Un po’ più di chiarezza, però, l’ha fatta lo stesso Renzi, proprio ieri, pubblicando la sua E-news mensile in cui un passaggio è dedicato proprio alla scuola.
Fra vent’anni, scrive Renzi, “l’Italia sarà come l’avranno fatta le maestre elementari, gli insegnanti di scuola superiore, le famiglie che sono innanzitutto comunità educanti”.
Per questo, dice il premier, “noi non facciamo l’ennesima riforma della scuola” ma proponiamo “un nuovo patto educativo”.
Saranno “proposte” e non dei “diktat prendere o lasciare” scrive ancora Renzi.
E qui arrivano i punti salienti: “Proporremo agli insegnanti di superare il meccanismo atroce del precariato permanente e della ‘supplentite’, ma chiederemo loro di accettare che gli scatti di carriera siano basati sul merito e non semplicemente sull’anzianità : sarebbe, sarà , una svolta enorme”.
La frase, incomprensibile per i più, può voler dire una cosa già circolata nelle bozze allo studio.
Si tratta di rivedere le piante organiche della scuola pubblica, adeguando l’organico di diritto (più basso) a quello di fatto o funzionale (più alto) in modo da dotare le scuole del personale necessario a svolgere le lezioni.
Quindi, sulla carta , fine delle supplenze.
Non significa però che tutti i precari oggi in circolazione verranno assunti, come ha più volte sottolineato Renzi.
Anzi, è probabile che sfruttando un ampio turn-over offerto dall’andata in pensione di molti insegnanti entrati in servizio negli “anni d’oro” dei 70, si arrivi a una stabilizzazione più o meno consistente — 100 mila? — nel giro di tre anni.
Un modo per stare dentro i margini finanziari rispettando in questo modo i tagli mai più recuperati della riforma Gelmini.
In cambio, dice Renzi, gli insegnanti devono rinunciare agli scatti automatici progressivi e accettare scatti di stipendio basati sul merito.
Problema spinoso perchè nella scuola italiana è difficile capire cosa sia e chi possa stabilire il merito.
In ogni caso, una soluzione del genere è stata già applicata nel 2011 con il ministro Gelmini, quando i sindacati, tranne la Cgil, accettarono la soppressione dello scatto nei primi tre anni per portarlo a otto.
Ne derivò un risparmio che permise la stabilizzazione di circa 67 mila precari.
Oggi si potrebbe produrre uno scambio analogo.
L’obiettivo di Renzi in ogni caso è di parlare direttamente a “famiglie e studenti” per chiedere loro se “condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese all’informatica”.
L’aspetto mediatico dell’iniziativa consiste anche nella volontà di scavalcare gli insegnanti per parlare direttamente a tutto il resto, famiglie in primis.
In questa logica si spiega l’intenzione di ridare centralità alle scuole private con l’ipotesi della defiscalizzazione della spesa per le rette.
Misura che potrebbe valere anche diverse centinaia di milioni. Ma anche l’idea di paragonare i presidi ai sindaci, dando loro più ruolo, responsabilità e autonomia. Infine, la centralità , ribadita più volte, della “alleanza scuola-lavoro” anche con l’enfasi posta sulla riforma dello Statuto dei Lavoratori per tendere a quel “modello tedesco” riscoperto ormai come strategico.
Ieri, non a caso, Renzi ha visto a lungo anche il ministro Poletti per mettere a punto il piano sulla delega-lavoro la cui discussione riprende domani al Senato.
E che al premier non dispiacerebbe appaiare al dibattito sulla scuola pubblica.
La consultazione popolare, dunque, scatta dal 15 settembre al 15 novembre, poi, nella legge di stabilità , “ci saranno le prime risorse e da gennaio gli atti normativi conseguenti”.
Come si vede, non si va più di corsa ma “passo dopo passo” perchè, dice lo stesso Renzi, “la scuola non si cambia con un decreto”.
Forse nemmeno con due.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
ALTRA PROMESSA RIMANGIATA, NON CI SONO I TRE MILIARDI NECESSARI… PER 27.000 INSEGNANTI ADESSO LO STATO RISPARMIA OGNI ANNO DUE MENSILITA’ E PER ALTRI 42.000 NON PAGA L’ANZIANITA’…QUANTE DECINE DI MILIARDI LO STATO NEGLI ANNI HA SOTTRATTO AI DOCENTI ?
Il rinvio della riforma ha generato nel mondo della scuola delusione. E diffidenza. 
Il timore è che dietro lo slittamento si nascondano difficoltà economiche.
A riguardo Matteo Renzi è stato categorico : «Nessun problema di coperture», ha smentito ieri in conferenza stampa.
Non è un mistero, però, che il nodo principale sia quello del costo del «pacchetto», in particolare del piano assunzioni da 100mila posti.
Sul tema non c’è ancora stato un confronto col Ministero dell’Economia. Il premier si è impegnato per un miliardo di euro, secondo i sindacati ce ne vogliono molti di più. Ma quanto costerebbe stabilizzare un precario, anzi 100mila precari?
Alla fine la domanda che attanaglia il governo è soprattutto questa.
Trovare una risposta precisa è molto difficile.
Un docente di ruolo di scuola secondaria superiore, al primo contratto a cattedra piena, guadagna circa 1.300 euro netti al mese (che diventano 1.900 lordi, tra Irpef e ritenute pensionistiche).
Un supplente di pari grado anche: sul piano salariale non ci sono differenze (nè possono esserci, come stabilisce la normativa europea). Eppure la stabilizzazione avrebbe un costo, anche abbastanza alto.
Innanzitutto perchè tutti i precari che vengono chiamati in servizio per completare l’organico di fatto (senza fare parte di quello di diritto) firmano un contratto fino al 30 giugno, e non al 31 agosto.
Nel 2014/2015 saranno circa 27mila in tutta Italia, e su di loro lo Stato risparmia già due mensilità .
Poi c’è il problema della ricostruzione di carriera.
Passato il primo anno di «prova», un insegnante matura un’anzianità che diventa fondamentale ai fini retributivi: la «scala» prevede sei «gradoni» in totale, con una differenza anche di 12mila euro l’anno fra il primo e l’ultimo.
Nelle pieghe di questo sistema risiede la vera discriminazione fra docenti di ruolo e precari: il supplente viene retribuito sempre col minimo contrattuale.
La situazione però cambia nel momento in cui viene stabilizzato: a quel punto ha diritto alla ricostruzione della carriera pregressa, e quindi ad essere assunto non all’interno del primo scalino, ma nel secondo, o magari addirittura nel terzo.
Lo stesso docente che prima prestava servizio per 20mila euro l’anno, dunque, da assunto potrebbe gravare sulle casse pubbliche per 24mila o 26mila euro.
E in questa casistica rientrerebbero in tanti, considerato l’alto numero di precari «storici» che da anni attendono un posto fisso in graduatoria, lavorando intanto da supplenti. Da tali variabili, moltiplicate per migliaia e migliaia di situazioni, nasce il costo della stabilizzazione.
Questo per quanto riguarda gli annuali, circa 42mila.
Poi si entra nella salva delle supplenze brevi, che il Ministero vorrebbe coprire con gli organici funzionali. E qui il discorso si complica ulteriormente: perchè si deve ragionare su spezzoni di cattedre e periodi frammentati.
Lo Stato ci spende già 600 milioni l’anno. Altra cosa sarebbe assumere un docente di ruolo (che va pagato tutti i mesi, ferie, festività e scatti compresi).
Nè sarebbe possibile reinvestire su questi contingenti tutte le risorse delle supplenze brevi, perchè — come sottolineano gli stessi dirigenti del Ministero — queste non potranno scomparire completamente.
C’è anche un precedente che svela le difficoltà dell’operazione.
Un paio d’anni fa l’ex ministro Carrozza aveva provato a stabilizzare i 14mila posti vacanti (quelli accumulatisi per mancato turnover).
Il Tesoro aveva dato l’ok, a patto che le assunzioni avvenissero a costo zero. E come soluzione si era pensato ad una modifica del contratto, innalzando il primo scatto a 11 anni di anzianità , proprio per farvi rientrare la maggior parte degli interessati dal provvedimento.
Ma l’ipotesi sarebbe stata irricevibile per i docenti (i cui stipendi sono già bloccati dal 2009), e non se ne fece nulla.
Adesso il governo ci riprova, ed è pronto a mettere risorse importanti sul tavolo. Quante di preciso lo si capirà nei prossimi mesi.
Ci sono tante variabili di cui tenere conto: al Ministero nelle ultime settimane hanno lavorato soprattutto su questo.
Ma il quadro resta complesso, come testimonia anche il rinvio deciso all’ultimo momento. «Aspettavamo dei numeri per ieri, aspetteremo ancora», commenta Rita Frigerio, della Cisl Scuola.
«Su una questione di tale importanza ci vuole chiarezza. Di certo un miliardo non basta. Almeno se si vuole fare tutto subito. Se invece l’intenzione è di spezzettare il piano il discorso cambia. Ma cambia anche il valore della riforma».
Lorenzo Vendemiale
(da “La Stampa”)
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Agosto 28th, 2014 Riccardo Fucile
CON UN MAQUILLAGE LINGUISTICO DA TEMPO SI E’ AGGIRATA LA COSTITUZIONE CHE AMMETTE LA PIENA LIBERTA’ DELLE SCUOLE PRIVATE MA “SENZA ONERI PER LO STATO”
Sembra che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili).
Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità ».
Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale».
Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”.
Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto.
La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale.
Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” — ancorchè sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità ”.
Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità .
Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare nè il ceto sociale, nè particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà , della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro.
Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati.
Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già , tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perchè la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia.
Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.
Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori.
Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto — appunto perchè i finanziamenti erano stati dirottati lì.
Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra.
Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza.
Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto.
Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà .
Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico.
Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.
Chiara Saraceno
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Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROF DI LATINO: “MI VIENE DA PIANGERE, A 45 ANNI SONO COSTRETTA A VIVERE ANCORA A CASA DEI MIEI”
“Mi viene da piangere, vivo ancora con i miei”.
Seimila euro all’anno. Era il guadagno di Federica fino a due anni fa, quando le sue supplenze di latino e greco si sono ridotte a tre/quattro mesi l’anno, per sostituire il collega con il colpo della strega, la bronchite prolungata, il braccio rotto.
Dal 2013 è stata assunta con contratti annuali. Troppo tardi però per riuscire a pagarsi affitto e bollette. Lei, 45 anni, romana, da sempre vive sotto lo stesso tetto dei genitori, ormai in pensione.
Come si fa a vivere con sei mila euro all’anno?
Ho sempre avuto un secondo lavoro, di scorta, ma neanche con questo riesco a campare. Faccio la consulente per musei e scrivo cataloghi per le mostre. Circa tremila euro l’anno.
Qual è la sua formazione?
Ho due lauree, una in Lettere antiche, l’altra in Archeologia. Ho iniziato la carriera all’Università Roma Tre come professoressa a contratto per due anni. Allora mi pagavano a ore. Poi ho lasciato, non è semplice fare strada lì dentro. A giugno finalmente ho preso l’abilitazione.
Cioè ha pagato di tasca sua 2.300 euro per i corsi Pas (percorso abilitante speciale) per diventare più precaria di prima?
Esatto. Mi viene da piangere, guardi.
Cosa farà adesso?
Non lo so, io non so fare altro che insegnare. Mi auguro che la sentenza della Corte dell’Unione europea attesa fra poco costringa il Miur ad assumere chi abbia svolto la professione per almeno tre anni, come previsto dalla direttiva comunitaria 36 del 2005. Altrimenti sarà costretto a pagare sanzioni altissime.
Lei avrebbe i requisiti per farsi assumere.
E sono anche una di quelle che ha fatto ricorso all’Ue contro il ministero insieme ai sindacati.
Ha mai pensato di scappare all’estero?
Un Paese civile non può obbligare i cervelli a fuggire via. Ma che razza di Stato è? Io continuerò a lottare per fare questo mestiere. Non può passare il concetto che studiare tanto non premia.
Chiara Daina
(da Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile
“MOLLO TUTTO, ORA SPERO SOLO DI TROVARE UN ALTRO LAVORO”
Francesca ha messo le mani avanti. Appena rientra dalle vacanze, la settimana prossima, porterà il curriculum ad alcune cooperative in cerca di un posto da educatrice.
Trentaquattro anni, supplente da dieci nelle scuole elementari di Ravenna e provincia, una decina di istituti e paesi cambiati, anche per un giorno di lavoro da 40 euro lordi. L’annuncio dell’altro ieri del ministro Giannini sull’abolizione delle supplenze le è piombato addosso come una doccia fredda.
Francesca è una dei 400 mila insegnanti precari delle graduatorie d’istituto che, a quanto pare, da settembre dovrà dire addio al mondo della scuola.
Se non trova un altro lavoro, ha un piano C?
Sarò costretta a mettere la mia vita in una valigia e tornare nella casa dei miei genitori, in Sicilia. Non sono sposata, non ho figli, e finora ho dovuto condividere l’appartamento con una collega, 530 euro d’affitto in due. Se perdo il posto, devo mollare tutto.
Il governo Renzi da quando si è insediato promette di valorizzare la figura dell’insegnante. Si aspettava una mossa del genere?
Sono allucinata. Il ministro Giannini non ha capito niente del sistema scolastico. Significa che ho fatto dieci anni di sacrifici per avere in mano un pugno di mosche. Finchè sono servita alla politica, mi hanno sfruttato per bene, poi un calcio nel sedere. Dietro le cattedre non ci sono numeri, ma persone. Si sono dimenticati che abbiamo la responsabilità di formare altre persone.
Quanto riusciva a guadagnare da supplente?
Dipende dalla durata della sostituzione, da un giorno, dieci o trenta. In un mese, comunque, la busta paga è di 1.100 euro. Solo per i primi tre anni ho fatto supplenze brevi, per coprire le malattie. Poi ho iniziato ad avere incarichi annuali. Diciamo che per come è andata non mi posso lamentare.
La macchina ce l’ha?
Ma va. Uso sempre l’autobus. Anche quando la scuola si trova a 30 chilometri di distanza.
Secondo lei, il governo si rimangerà le parole?
Spero solo di trovare un impiego diverso. Basta.
Chiara Daina
(da Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DELLE ORGANIZZAZIONI DEI DOCENTI E DEGLI STUDENTI AL MINISTRO … E SALVINI RIESCE A RIMEDIARE UNA FIGURA DELLE SUE
“Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, dice che vuole eliminare i supplenti? Allora si metta
all’opera, perchè non deve fare altro che assumerli”.
La prima replica alle anticipazioni del piano per la scuola del governo arriva dal sindacato Anief.
“I numeri — si sottolinea in una nota — ci dicono che i supplenti servono, solo che vanno stabilizzati. Dal 2001 a oggi lo Stato ha assunto nelle scuole pubbliche 258.206 insegnanti, ma in quegli anni ne sono andati in pensione 37 mila in più. E i posti liberi erano 311.364. Tanto è vero che le supplenze sono aumentate da 105 mila a 140 mila. E la maggior parte sono su posti vacanti”.
“Se veramente Giannini vuole risolvere il problema del precariato — sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir — ha una sola via d’uscita: chiedere al suo Governo di farla finita di ignorare i richiami dell’Ue e tramutare in contratti a tempo indeterminato almeno la metà delle 140mila supplenze di lunga durata, la metà di tutta la Pa, che gli uffici scolastici periferici sottoscriveranno nei prossimi giorni. Solo una scelta radicale di questo tipo — aggiunge Pacifico — rappresenterebbe la svolta nell’affrontare il problema della mancata stabilizzazione di tanto personale”.
L’Anief ricorda “che dal 2001 a oggi lo Stato ha assunto nelle scuole pubbliche 258.206 insegnanti. Ma rispetto alle necessità effettive e al turn over dovevano essere oltre 50mila in più”. “Dal 2001/2002 le scuole hanno utilizzato 1.241.281 insegnanti precari assunti con contratto sino al termine dell’anno scolastico. Una buona parte di questi posti andrebbero però considerati a tutti gli effetti liberi. Quindi utili per ulteriori assunzioni. Inoltre, a dispetto della direttiva comunitaria i contratti annuali o fino al termine dell’anno scolastico conferiti ai docenti si sono incrementati di oltre il 20%, passando da 96.915 a 120.339″.
“Allora — conclude Pacifico — basterebbe rivisitare il numero di organici a disposizione per svuotare le graduatorie dei docenti precari. Occorre attuare da subito un piano straordinario di immissioni in ruolo pari a 125 mila unità , di cui almeno 60mila da attuare subito, tra cui 13 mila Ata, perchè tali sono i posti vacanti e disponibili”.
Esprime le sue perplessità anche il coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti Danilo Lampis. “Ad oggi gli studenti non sono stati minimamente interpellati”, “nonostante vivano ogni giorno le scuole. Siamo pronti a dar battaglia e a mobilitarci nei prossimi mesi, a partire dalle manifestazioni studentesche del 10 ottobre”.
Così il coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti, Danilo Lampis.
“Le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini sono sconcertanti — dice in una nota Lampis — e sembrano voler portare a termine le idee degli ultimi governi Berlusconi sulla scuola pubblica. Innanzitutto riteniamo inaccettabile procedere a nuove agevolazioni sulle scuole private, proprio mentre la pubblica paga le conseguenze peggiori dopo anni di tagli. Il miliardo e mezzo di risorse recuperate non sono nulla rispetto alle reali esigenze: non pensino di abbindolare il mondo della scuola e il Paese con piccole concessioni!”.
Non ci sono solo i sindacati e i rappresentanti degli studenti a criticare l’annuncio. Gaffe del segretario della Lega Nord Matteo Salvini che su Twitter scrive: ”Ministra dell’Istruzione: ‘Aboliremo le supplenze’. E se manca un professore? Fa lezione uno studente estratto a sorte??”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 19th, 2014 Riccardo Fucile
TRA IMPRESE SOTTO INCHIESTA, BUROCRAZIA, COOP COINVOLTE NELLO SCANDALO EXPO E BIDELLI TRASFORMATI IN PITTORI
Per migliorare la vita di dieci milioni di studenti e professori e rendere le scuole sicure, il premier
Matteo Renzi si è speso in prima persona: «Il 15 settembre, quando riprenderanno le lezioni, vogliamo che sia visibile, plastica, evidente l’opera di investimento che è stata fatta». Era febbraio.
E per la sua prima uscita da presidente del Consigio, il leader del Pd aveva scelto un istituto di Treviso, dopo aver messo l’istruzione in cima alle sue priorità anche nel discorso per la fiducia al Senato.
Per rimettere in sesto le shangherate aule italiane, il governo annuncia un piano da tre miliardi e 500 milioni.
A giugno conclusi gli esami e chiusi i portoni, le delibere del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) danno il via libera ai primi stanziamenti: 510 milioni.
Quattrocento andranno alla messa in sicurezza del programma #scuolesicure.
Gli altri 110 saranno destinati agli interventi di piccola manutenzione previsti dal piano #scuolebelle, cui si aggiungono altri 40 messi a disposizione dal Miur.
Sul piatto, il Def (Documento di Economia e finanza) di aprile aveva messo 784 milioni di euro, 244 milioni dei quali per il progetto #scuolenuove.
La somma investita sarà assai più bassa di quella annunciata. Perchè buona parte dei lavori non potrà essere effettuata.
Il programma messo a punto dal ministro Stefania Giannini piace poco agli istituti, che spesso e volentieri non richiedono abbellimenti, ma veri e propri interventi strutturali. Tante scuole si sono trovate con una cifra inferiore a quella attesa.
E senza la possibilità di destinarla alle esigenze reali.
Il ministero ha infatti posto una serie di vincoli che, ad esempio, impediscono di scegliere le ditte che lavoreranno alle ristrutturazione.
Dal Piemonte alla Basilicata sono in tanti a chiedersi se veramente quei fondi non potevano essere impiegati in maniera migliore.
Il caso limite in Lombardia: nonostante il coinvolgimento della cooperativa Manutencoop nella maxi-inchiesta Expo, dal ministero sono comunque arrivati milioni di euro.
PRIMA L’ARRESTO POI L’APPALTO
Manutencoop fa la parte del leone in Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Trentino e Veneto.
L’azienda, guidata da Claudio Levorato, è finita nel mirino dei giudici di Milano per gli appalti Expo.
Levorato è indagato per turbativa d’asta insieme all’ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo, all’ex segretario provinciale della Dc milanese Gianstefano Frigerio e a Primo Greganti. In ballo c’era l’assegnazione di un appalto milionario per le pulizie del nuovo ospedale di Sesto San Giovanni.
Il nome del manager di Manutencoop rientra nel faldone di indagini che hanno visto l’inibizione dai lavori del sito di Rho-Pero della società di costruzione Maltauro : per la società vicentina lo stop ai lavori è stato chiesto e ottenuto dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone.
Manutencoop, invece, si è tuffata nel giro dei lavori di #scuolebelle.
E ha fatto un affare. Su dodici lotti assegnati, ne ha ottenuti tre: la cooperativa bolognese è la ditta che più lavorerà nell’opera di maquillage, incassando oltre 20 dei 150 milioni messi a disposizione dall’esecutivo.
Non male per un’azienda il cui numero uno è stato arrestato il 30 luglio, esattamente un mese dopo l’assegnazione dell’appalto.
Sorgono dubbi anche sulle reali competenze del colosso emiliano da oltre settemila dipendenti.
Per soddisfare le esigenze dei dirigenti delle scuole, non è bastato il corso di formazione fatto in fretta e furia agli addetti in cassa integrazione da mesi. I lavoratori potranno soltanto dipingere le pareti fino all’altezza di due metri, non potendo salire su nessuna impalcatura.
E dovranno limitarsi a lavori di manutenzione ordinaria.
Nella circolare arrivata sulla scrivania delle segreterie si citano espressamente le opere autorizzate: «Verniciatura delle pareti e degli infissi a smalto o cementite con cancellazione di scritte, piccole riparazioni e rifacimento della coloritura degli infissi esterni e interni, al piano terra o comunque raggiungibili dall’interno, piccoli interventi all’impianto idrico escluse le caldaie». Insomma i classici lavoretti domestici come dipingere, riparare i rubinetti o sistemare il giardino.
Non è tutto: molti edifici non vedranno nemmeno fisicamente i soldi stanziati dal governo Renzi.
L’accordo prevede che ci siano degli istituti capofila, che raccoglieranno le esigenze di tutti gli altri e, ramite la centrale degli acquisti degli enti pubblici (la Consip), compreranno i servizi da Manutencoop.
Ma chi sono le scuole capofila? Quelle che avevano già contratti aperti con la cooperativa, che fornisce da anni il personale che, in molti casi, ha sostituito i vecchi bidelli.
Il programma di interventi, presentato come fiore all’occhiello dell’esecutivo, lascia perplesso chi vive la scuola ogni giorno.
«Abbiamo ricevuto molto meno di quello che in realtà ci servirebbe», spiega Corrado Ezio Barachetti della Cgil scuola della Lombardia: «Secondo il programma ministeriale, “decoro” significa rifare la facciata delle scuole, che però hanno bisogno di interventi strutturali. Il piano di ristrutturazione copre il 75 per cento degli interventi necessari, nel nostro caso bastava finire i lavori che aspettano da anni. Forse il governo poteva avere un occhio particolare per Milano dove ci sono edifici che hanno anche più di duecento anni».
In provincia le cose non sembrano andare meglio. Come racconta Maria Teresa Barisio, preside degli istituti comprensivi di Mortara e Gambolò, due piccoli centri in provincia di Pavia: «L’idea di fondo è buona e giusta perchè per anni le scuole sono state trascurate, ma non andrebbero dati i soldi a pioggia. Servirebbe una maggiore attenzione sulle ditte appaltatrici».
SOLO UNA SCUOLA SU NOVE
In Piemonte il piano è rimasto un sogno. «Ad oggi, su più di 300 istituti, solo 35 hanno firmato l’attivazione che permetterebbe di partire con i lavori», denunciano Cgil, Cisl e Uil. Il numero è venuto fuori dall’ultimo tavolo dei primi di agosto con il ministero dell’Istruzione. Per le sigle si tratta di un “dato drammatico”.
Solo in una scuola su nove sono entrati operai e imbianchini durante questa estate. Ma in gioco non ci sono soltanto intonaci freschi, tapparelle nuove e bagni rifatti. Questi lavori servono a reimpiegare il personale delle cooperative che fino a pochi mesi fa hanno pulito e svolto servizio di vigilanza negli istituti piemontesi.
Solo nel Torinese dovrebbero essere 286 gli edifici scolastici interessati dalla mossa del Governo, che per quest’area ha stanziato più di quattro milioni, una media di 14 mila euro a istituto.
Eppure, evidenziano i sindacati, finora si è mosso ben poco e, come a Milano, il blocco è principalmente concentrato nella città di Torino, dove gli studenti sono migliaia.
Cosa è accaduto? In teoria le scuole interessate avrebbero dovuto essere pronte con le gare d’appalto, entro fine luglio, anche se l’annuncio del via libera all’erogazione dei fondi ministeriali era arrivato appena dieci giorni prima. Per i sindacati, l’impasse ha tre responsabili: «L’Ufficio scolastico regionale, che non ha fatto pressione sui direttori scolastici, i direttori stessi, che hanno preferito aspettare, e le cooperative sociali che hanno seminato ulteriore confusione affermando di non essere ancora pronte». Il termine ultimo, per tutti, è il 31 agosto: se gli appalti non verranno attivati entro questa data, le risorse torneranno indietro.
Antonio Catania, vicedirettore dell’Ufficio scolastico regionale, tranquillizza: «Il numero di scuole che hanno già avviato gli appalti è aumentato in questi ultimi giorni e abbiamo già inviato una circolare in cui sollecitiamo gli istituti a completare le operazioni».
Il periodo è tutt’altro che facile, perchè in questi giorni le segreterie sono quasi deserte, con buona parte del personale in ferie. Catania però è convinto che i soldi non andranno sprecati: «Le scuole si muoveranno per tempo. In alcune ci sono problemi di sicurezza, legate per esempio al fatto che la cooperativa che prima prestava servizio è di tipo “b”, dunque ha personale disabile che difficilmente sarebbe in grado di svolgere i nuovi lavori richiesti. Ma anche per questi casi troveremo una soluzione».
DA BIDELLI A PITTORI
In Basilicata la società che ha vinto l’appalto è la stessa che durante l’anno scolastico si occupa delle pulizie negli istituti. Si chiama Team Service e ha iniziato lo scorso aprile con l’obbligo di far lavorare tutte le persone impegnate con il precedente appalto: 400 sono state destinate alle due province lucane.
A giugno ecco la sorpresa: due settimane di formazione obbligatoria per trasformarli in pittori, operai, giardinieri. Sono tutte persone sopra i 50 anni e per la maggior parte donne.
Costrette alla “riqualificazione”. In provincia di Potenza, l’istituto comprensivo del comune di Bella è capofila per gli appalti per la manutenzione di tre scuole dove sono impiegati in trenta.
Il direttore Mario Coviello si sfofa con “l’Espresso”: «Il nodo di fondo è che questi sono bidelli da dieci anni e non pittori. Inoltre io che sono un dirigente scolastico e come me la direttrice dei servizi amministrativi. Non abbiamo le competenze tecniche per garantire che i lavori vengano eseguiti a regola d’arte. Ho a disposizione 22 mila euro e se avessi avuto la possibilità avrei chiamato un’impresa. È vero che il governo e l’Anci hanno raccomandato ai Comuni di collaborare con noi ma quanti sono i tecnici comunali disponibili a luglio e agosto e quali poteri hanno per eventualmente correggere interventi fatti male?».
Per questa estate la “vigilanza” sulle opere si aggiunge a tutta la mole di burocrazia e impegni (a partire dalle infinite graduatorie per gli insegnanti) da smaltire prima della riapertura. Rimane un dubbio a Coviello, condiviso da molti presidi: «Siamo già a metà agosto. Se non si interviene entro i primi di settembre, quando potranno essere abbellite le aule e le palestre?».
Andrea Ballone e Michele Sasso
(da “L’Espresso”)
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Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile
E I LAVORI CHE DOVEVANO INIZIARE A LUGLIO SE VA BENE INIZIERANNO A FINE ANNO
Intonaci freschi e tapparelle nuove. Poi, successivamente, scuole più sicure. 
Tra mille annunci il piano sull’edilizia scolastica è entrato nel nel vivo solo a fine luglio ed è previsto che i lavori vadano avanti per tutta l’estate.
Altri partiranno nel 2015.
Ma, almeno per il momento, siamo ancora lontanissimi dai 3,5 miliardi di investimenti annunciati nel discorso di fiducia lo scorso febbraio.
Entro la fine del 2014 i fondi in arrivo dal governo saranno circa 550 milioni, a cui vanno aggiunti quelli dello sblocco del patto di stabilità .
Il conto, in ogni caso, si ferma sotto il miliardo di euro. Meno di un terzo del totale previsto originariamente, meno della metà anche dei 2,2 miliardi che il presidente del consiglio aveva promesso per l’anno corrente nell’aggiornamento delle stime di maggio.
“SCUOLE BELLE”, CANTIERI AL VIA?
I primi cantieri dovrebbero essere ormai aperti in tutto il Paese ma sono molti i presidi che dicono di non avere ancora visto un centesimo.
A fine luglio il Ministero ha annunciato la partenza degli interventi di piccola manutenzione per il ripristino del decoro e della funzionalità degli edifici.
Il filone di lavori denominato “scuole belle”, per cui è prevista una dotazione di 150 milioni di euro e che interesserà oltre 7.700 strutture.
I fondi stanziati sono già disponibili e sono stati assegnati dal Miur direttamente alle scuole: si va da un minimo di 7mila euro a interventi dell’importo di decine (e in alcuni casi persino centinaia) di migliaia di euro.
Tra i più cospicui, spiccano i 119mila euro all’istituto comprensivo “De Matera” di Cosenza, i 166mila euro al Circolo “L. Tempesta” di Lecce e addirittura i 280mila euro al Circolo didattico “G. Marconi” di Afragola (in provincia di Napoli).
Proprio la Campania, insieme a Puglia e Calabria, è una delle regioni destinataria della più alta percentuale di finanziamenti (circa il 75% verrà impiegato al Sud); a seguire Lazio e Lombardia.
In tutti i casi, saranno i dirigenti scolastici a provvedere agli ordinativi alle ditte aggiudicatarie della gara Consip.
Dove invece il bando non è stato completato (in Campania e Sicilia in particolare) si ricorrerà alle ditte che già prestavano servizio.
E qui cominciano i primi nodi: su tutto il territorio nazionale bisognerà verificare le modalità di assegnazione dei lavori.
“SCUOLE SICURE”, LAVORI SOLO NEL 2015
Questa è la prima tipologia di interventi, immediatamente operativi. Per il secondo filone, invece, bisognerà aspettare: “scuole sicure” comprende i lavori di messa in sicurezza degli edifici, che spaziano dalla bonifica dell’amianto all’adeguamento alle norme antisismiche, antincendio e per gli impianti elettrici (su cui, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, più di una scuola su due ha problemi).
Qui a disposizione ci sono circa 400 milioni di euro, per 2400 interventi dal valore medio di 160mila euro: i soldi sono stati stanziati dalla delibera del Cipe dello scorso 30 giugno e per questo vengono conteggiati all’interno dell’anno 2014, anche se i cantieri non apriranno prima del 2015.
Il Miur ha pubblicato l’elenco delle prime 1.639 scuole assegnatarie dei finanziamenti: i dirigenti scolastici hanno tempo fino al 31 dicembre per avviare le gare e aggiudicare gli appalti con iter agevolato (inizialmente il termine era stato fissato al 30 ottobre, ma è stato prorogato); una volta completato il bando si vedranno erogate le risorse.
Per questo le opere cominceranno l’anno prossimo. Tra le regioni maggiormente interessate dal progetto, Lombardia (82 milioni di euro), Sicilia (51 milioni) e Piemonte (50 milioni).
MENO DI UN MILIARDO NEL 2014, IL RESTO IN FUTURO
Sommando i due filoni, fanno 550 milioni di euro in totale.
Al saldo il Ministero aggiunge anche 122 milioni dello sblocco del patto di stabilità (anche se si tratta di interventi finanziati interamente con fondi propri degli enti locali, resi fruibili dall’intervento del governo); una leva che secondo i calcoli del Miur dovrebbe sviluppare 400 milioni di investimenti fino alla fine dell’anno.
Soldi che serviranno ad aprire circa 400 cantieri di “scuole nuove”: i sindaci aspettano la comunicazione della Ragioneria di Stato per il via libera definitivo.
Il resto arriverà in seguito (lo sa bene Salerno, ad esempio, dove dei 1100 interventi di piccola manutenzione in calendario, solo 160 verranno realizzati nel 2014): per “scuole belle” altri 300 milioni nel 2015 e per un trimestre 2016, per un totale di 18mila plessi; poi ulteriori 122 milioni di sblocco del patto di stabilità (con investimenti relativi), e il finanziamento di altri 845 progetti di “scuole sicure”, grazie ai ribassi d’asta accertati.
Comunque meno del previsto: per raggiungere le cifre annunciate dal premier bisognerà sperare nella riprogrammazione dei fondi Ue, che ancora non ci sono.
Solo un primo passo, dunque. Importante per il rinnovamento delle fatiscenti scuole italiane, ma ancora insufficiente.
E con tutte le incognite del caso sulla corretta gestione dei finanziamenti.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)
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