Agosto 12th, 2014 Riccardo Fucile
AVREBBERO DOVUTO INIZIARE IL 1 LUGLIO, MA DI LAVORI IN CORSO NON SE NE VEDONO… IL GOVERNO COL SENSO DELL’UMORISMO: “PAGHEREMO A LAVORI ULTIMATI”, MA SE NON INIZIANO MAI DIFFICILE POSSANO FINIRE
Due mesi fa Renzi aveva annunciato investimenti per 3 miliardi e mezzo entro il 2015. Il primo luglio
scorso inoltre sarebbero dovuti iniziare i lavori.
Ma funzionari e dirigenti dei comprensori che hanno vinto il bando per gli interventi di manutenzione raccontano una realtà ben diversa: ”Mai ricevuto un euro” E i lavori?“Per ora niente”
Il sottosegretario Reggi rimanda: “Arrivano quando fattureranno le ditte”.
“Ci chiedono di fare scuole belle, ma nessuno pensa al fatto che siano funzionali”. A parlare è una dirigente del Duca D’Aosta,la scuola materna di Torino diventata nota a marzo scorso quando un muro è crollato.
In quel caso non ci sono stati feriti, come invece è avvenuto altre volte. L’istituto “Duca D’Aosta” è solo uno dei tanti edifici disagiati, fatiscenti, in cui ogni giorno vivono milioni di studenti.
Nei mesi scorsi, il governo Renzi aveva annunciato che dovevano essere erogati tre miliardi e mezzo di euro ed era stata fissata anche una data di inizio dei lavori nei vari comprensori: il primo luglio.
A giugno, in molte scuole, i lavori non erano ancora iniziati. E tutt’oggi, con l’inizio dell’anno scolastico ormai alle porte,contattando presidi, funzionari e dipendenti degli istituti che hanno vinto i bandi fatti dal ministero dell’Istruzione, si scopre come i soldi non solo non siano ancora arrivati, ma dei lavori neanche l’ombra.
Già nei mesi scorsi Il Fatto aveva contattato molti assessori all’edilizia delle varie regioni, che — dal Piemonte alla Campania — hanno raccontato come le promesse del governo fossero state disattese.
Sul sito del governo il piano sull’edilizia viene annunciato: “Il piano di edilizia scolastica, fortemente voluto dal presidente del Consiglio, prende il via”.
Con le delibere approvate dal Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) il30 giugno scorso sono stati destinati 510 milioni all’edilizia scolastica riprogrammando Fondi di Sviluppo e Coesione.
Di questi soldi, 400 milioni sono destinati agli interventi di messa in sicurezza e agibilità all’interno del programma #scuolesicure.
E altri 110 milioni verranno spesi per interventi di piccola manutenzione per il programma #scuolebelle.
Nell’ambito di quest’ultimo progetto, è stata pubblicata anche la graduatoria delle scuole che hanno avuto accesso ai finanziamenti.
Ecco alcune testimonianze.
Piemonte: “Speriamo di essere pronti a settembre”
Tra gli istituti che rientrano nella graduatoria del bando #scuolebelle c’è una scuola di Leini (Torino).
“I lavori non sono iniziati e tanto meno sono arrivati i soldi — ha raccontato una dirigente della presidenza — Ho telefonato proprio l’altra mattina e mi hanno detto che dal provveditoriato non arriveranno i soldi prima di settembre”.
Ma a settembre la scuola si apre? “Lo so, speriamo che riescano a farli nel giro di paio di settimane”.
Come questa scuola, altri 2834 istituti hanno vinto lo stesso bando.
Friuli Venezia Giulia: “Anticipiamo noi la somma”
Non diversa la situazione in Friuli dove nel progetto #scuolebelle sono rientrati 620 comprensori .
L’istituto J. Kugy è una scuola statale di Trieste. Qui la situazione è diversa perchè i lavori sono iniziati ma a metterci i soldi non è ancora il governo (che gli ha destinato 30mila euro).
“I lavori inizieranno in questi giorni — spiega un dirigente scolastico — Bisogna fare interventi di piccola manutenzione. Noi i lavori li facciamo e poi accrediteremo”. Anche il Dante Alighieri di Trieste dovrebbe ricevere 32mila euro circa. Non riusciamo a parlare con nessuno in presidenza, ma una donna in segreteria assicura: “Non so nulla, ma una cosa è certa: qui i lavori non ci sono”.
Lombardia: “L’urgenza è la palestra, speriamo di farcela”
Altri 67mila euro sarebbero destinati all’istituto Galilei di Voghera (Pavia). Qui il personale è molto ottimista: “I soldi non arrivano a noi ma alla provincia, eh! Comunque l’anno scorso abbiamo rifatto l’impianto di riscaldamento e ora bisogna ripristinare la palestra a cielo aperto. I progetti sono previsti per settembre”.
Non crede che sia un po’ tardi? “Confidiamo”.
Campania: “Abbiamo ‘vinto’ 150mila euro, ma non ci arriva nulla”
In Campania, a vincere il progetto per interventi di piccola entità sono 4427 scuole, come quella di San Cipriano D’Aversa.
“Noi avevamo avuto all’inizio 5 finanziamenti. Al momento ci hanno detto che abbiamo avuto accesso solo a quelli per le scuole elementari. Di soldi ne abbiamo ‘vinti’ 57mila in una tranche e altri 95mila nella seconda. Ma ancora non ci arriva nulla. Per ora gli unici soldi pubblici che abbiamo sono quelli dei finanziamenti dell’Unione Europea di un bando del 2010. E pensi che ci sono arrivati solo l’anno scorso, tre anni dopo!”
Sicilia: “Siamo bloccati, non possiamo riparare niente”
Anche in Sicilia di soldi, almeno negli istituti contatti dal Fatto, neanche l’ombra. Come nel Plesso Santa Lucia di Enna, che ha ottenuto un piccolo finanziamento di 13mila euro. “I soldi non sono arrivati. Noi dovremmo ristrutturare palestra e auditorium, ma per ora non possiamo fare niente”. “Il tetto? Ce l’ha pagato il Comune per fortuna”
Sono questi i racconti di chi ogni giorno vede con i propri occhi le necessità di milioni di studenti.
Intanto le scuole italiane continuano a essere vecchie e fatiscenti come ha raccontato l’ultimo rapporto Censis. E lo sanno bene i dirigenti delle scuole diventate di interesse comune solo nel momento in cui sono avvenute delle tragedie.
Come la scuola materna Duca D’Aosta (Torino) dove a marzo scorso un muro è crollato e fortunatamente non c’è stato nessuno ferito.
“È stato fatto un intervento al tetto — spiega una funzionaria della scuola — pagato però dal Comune. Per quanto riguarda i soldi stanziati dal governo, è arrivata una prima comunicazione per tre plessi, poi una seconda solo per uno: la scuola elementare. Noi di concreto non abbiamo visto niente. Di questo bando #scuolebelle noi non facciamo parte, ma dal ministero ci hanno detto che c’è comunque un budget”.
E rassegnata conclude: “Non so fino a che punto bello vuol dire funzionale”.
Il governo: “State tranquilli, il denaro arriverà a fine mese”
Di questa situazione abbiamo chiesto conto al sottosegretario all’istruzione, Roberto Reggi, che spiega la mancanza di denaro nelle casse delle scuole così: “Il meccanismo di finanziamento va direttamente dal Miur al dirigente scolastico che fa l’ordinativo. Questo per quanto riguarda le #scuolebelle. I soldi quindi arriveranno quando le ditte fattureranno, ossia a fine di agosto. Per quanto riguarda il progetto #scuolesicure, dal Cipe abbiamo aggiornato la scadenza entro la quale comuni e province posso aggiudicarsi gli appalti. Hanno tempo fino alla fine dell’anno per appaltare i lavori. In questo caso, il denaro arriverà a gennaio 2015 a sindaci e presidenti di provincia. Inoltre stiamo attivando, ad esempio con la Cassa depositi e prestiti, altri investimenti che saranno disponibili l’anno prossimo”.
Ma non erano 3 miliardi e mezzo i soldi promessi?
“Certo, ci arriveremo a quella cifra. Ci sono anche altri finanziamenti e decreti che verranno fatti entro il 2015”.
Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile
L’ASSALTO ALLE CATTEDRE DEI PROF DEL SUD E IL NORD PROTESTA: “CI TOLGONO IL POSTO”
Supplenti delle scuole del Nord sul piede di guerra: dicono no all’invasione dei colleghi del Sud nelle
loro graduatorie per le immissioni in ruolo e per le lunghe supplenze.
E lanciano su Facebook il profilo “Ora basta!!!” che ha già migliaia di adesioni.
Lo scorso aprile, le graduatorie ad esaurimento — utilizzate per reclutare metà degli immessi in ruolo e i supplenti annuali — delle regioni padane sono state letteralmente invase da precari del Sud in cerca di una cattedra fissa.
L’esodo ha determinato lo scavalcamento di migliaia di colleghi del luogo che a settembre rimarranno senza assunzione nè supplenza.
Una situazione che sta scatenando una vera e propria guerra tra poveri Nord-Sud in cui si intrecciano mille drammi umani.
Domenica Tusa, 47 anni, dopo una quindicina d’anni da supplente di scuola elementare in provincia di Palermo, lo scorso aprile ha deciso di trasferirsi in provincia di Firenze.
Lascerà il marito a Palermo “per chissà quanti anni”, sradicando “la figlia diciassettenne dal suo ambiente”.
Storie di precarietà che combaciano con quelle degli insegnanti settentrionali.
Ilaria Tovani, prima della migrazione di massa, era in buona posizione nella lista della scuola dell’infanzia della provincia di Lucca.
«La nostra provincia — spiega l’insegnante — è stata la più colpita d’Italia: la collega che si trovava al primo posto è scivolata al 155°. Così vediamo sfumare l’immissione in ruolo e anche la possibilità di ottenere le supplenze, rischiando a settembre la disoccupazione».
I numeri chiariscono bene la situazione. Il 53 per cento delle oltre 28mila cattedre messe a disposizione dal ministero per le assunzioni di quest’anno andranno a scuole del Nord.
Ma il grosso sarà appannaggio di docenti meridionali trasferitisi di recente. Nella lista della primaria di Firenze e provincia, le prime 55 posizioni (quelle utili per le immissioni in ruolo di quest’anno) sono occupate da altrettante new entry: 16 siciliani, 33 campani e 2 calabresi. Due aspiranti maestre di ruolo sono nate all’estero e altre due, le più “settentrionali” di tutte, sono originarie di Frosinone.
Stesso discorso in provincia di Prato e in provincia di Lucca, ma per la scuola dell’infanzia: quasi tutti i posti andranno a docenti meridionali.
Le graduatorie dei grossi centri sono state prese d’assalto dai siciliani in fuga dalla regione con la disoccupazione più alta d’Italia. In provincia di Milano saranno 245 le assunzioni a titolo definitivo per la scuola primaria.
Nelle prime posizioni troviamo ben 241 trasferiti da altre province: 116 siciliani, 54 campani, 21 pugliesi e 18 calabresi. In totale, 209 meridionali, il 93 per cento.
Anche la provincia di Torino è terra di conquista per i siciliani.
A determinare la fuga al Nord dei precari meridionali i tagli della Gelmini, che hanno colpito soprattutto le regioni del Sud, e il calo della popolazione scolastica nel meridione che hanno ridotto le opportunità per tutti.
Così, in aprile, scatta l’esodo verso il settentrione e le graduatorie delle province meridionali si svuotano. Nella scuola primaria si registra un meno 21 per cento di iscritti a Palermo, un meno 23 a Napoli e 12 per cento in meno di aspiranti in provincia di Bari e Reggio Calabria.
Di contro, sempre alla primaria, a Firenze la graduatoria si è allungata del 26 per cento, a Milano del 15 e a Prato addirittura del 57.
Ma il record spetta alla graduatoria di scuola dell’infanzia di Lucca — da dove è partita la protesta — che, nel giro di un anno, ha visto crescere gli iscritti del 181 per cento.
Ma il balzo da guinness dei primati è di Rosaria Mallardo. Nel 2013, si trovava al 1.622° posto della graduatoria ad esaurimento della scuola primaria in provincia di Napoli.
Spostandosi a Prato si ritrova adesso al 18° posto.
Un balzo di 1.604 posti. Da record.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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Agosto 8th, 2014 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELLE PROVINCE, COLPITE DA TAGLI PER 9 MILIARDI: “NON POSSIAMO GARANTIRE LA SICUREZZA E IL RISCALDAMENTO”… TREMILA ISTITUTI SENZA I FONDI PER LA MANUTENZIONE
L’allarme apertura delle scuole, che dal 2012 a oggi è cresciuto ogni estate con un’intensità pari ai
tagli subiti, nelle parole del presidente della Provincia di Bari si fa grido: «Il 17 settembre non riusciremo ad aprire i portoni dei nostri 138 istituti, ci manca tutto». Francesco Schittulli ha scritto al presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Ha scritto proprio così: «La ripresa delle lezioni potrebbe non essere garantita per questioni di sicurezza».
Al suo bilancio mancano 43,5 milioni di euro, destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria: eliminazione delle architetture pericolose, acquisto degli arredi basilari.
Nello specifico, la Provincia di Bari sta chiedendo alla Regione Puglia 116 milioni di arretrati, ma non sono le partite di giro tra enti locali il nocciolo del problema.
La questione è questa: tra il 2011 e il 2014 alle Province d’Italia sono stati sottratti 9 miliardi e 415 milioni, un miliardo e sette solo quest’anno.
Altri 344 milioni di finanziamenti statali non più dovuti (lo dice la riforma Delrio, entrerà in vigore il 12 ottobre prossimo) toglieranno alle centosette Province l’ossigeno per sopravvivere.
Le Province italiane non sono state abolite, solo fortemente depotenziate, e continuano ad avere in carico uno stock importante di scuole: 5.179 edifici che ospitano 3.226 secondarie.
Continueranno in futuro, senza soldi. I presidi baresi rivelano che con i finanziamenti europei ormai si comprano le sedie per le aule, si realizzano i controsoffitti.
I bidelli, in Puglia, sono diventati pittori per le imbiancature interne, elettricisti per l’installazione delle telecamere. Impalcature dimenticate da anni, finestre cadenti.
Per i banchi rotti, spesso, ci si rivolge a sponsor privati.
Al liceo scientifico Scacchi, pieno centro, il dirigente ricorda come da due anni servano 800 sedie nuove: la Provincia ne ha promesse la metà , ha organizzato il bando e alla fine ha fatto sapere: «Ci chiudono, non possiamo più comprarvi le sedie»
Il presidente del Consiglio provinciale di Reggio Calabria, Antonio Eroi, ha detto ai colleghi rottamandi: «C’è il rischio concreto che a settembre le scuole medie e gli istituti superiori non possano aprire perchè le amministrazioni provinciali non potranno fare i bilanci».
Domenico Zinzi (Caserta) lo ha detto al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, compagno di partito: le nostre cento scuole in queste condizioni non otterranno il certificato di agibilità .
Dipendenti e funzionari della Provincia di Biella – che nell’autunno 2012 ha già registrato un default – hanno srotolato striscioni al Giro d’Italia: «Siamo destinati a morte certa».
Sessanta sindaci hanno chiesto un incontro con il governo: «Da ottobre non potremo avviare il riscaldamento delle aule».
Lo scorso inverno i ragazzi sono rimasti in classe con il cappotto, in una zona dove le temperature vanno sotto zero da novembre a febbraio.
A Teramo – meno 14,2 milioni in due stagioni – la sottrazione del calore a scuola è una voce necessaria.
Per la Provincia di Cuneo sono in arrivo altri tagli per cinque milioni e 300 mila euro: «Con questi ammanchi », assicura il commissario Giuseppe Rossetto, «non saremo in grado di far partire le scuole ».
Si va verso il disavanzo, «anticamera del dissesto».
La Provincia di Milano ha trovato geniale l’idea genovese (ottanta strutture, otto milioni da risparmiare) di togliere il sabato alla settimana scolastica: gli studenti sono felici, ventidue presidi su 57 delle superiori hanno aderito, l’amministrazione ha accolto entusiasta la possibilità di risparmio.
Lecco ha più volte sottolineato «la totale assenza » di risorse economiche: «Non abbiamo alcuna copertura finanziaria per qualsiasi gara d’appalto».
Poi, a compromettere il prossimo avvio dell’anno scolastico, ci appalesano i soliti vuoti negli organici.
Rivela la Cgil scuola della Toscana: «A settembre 104 istituti in regione saranno senza preside, 50 senza segretario, 2.706 cattedre saranno vacanti».
La situazione dovrà sbloccarsi entro luglio, dicevano i presidenti, «altrimenti saranno guai seri».
Ad agosto si sta studiando la reintroduzione della tassa sui passi carrai. «Ci vuole l’apertura del patto di stabilità anche per noi, come si è fatto per i comuni, ci stiamo lavorando con il governo », dice il presidente dell’Unione province d’Italia, Alessandro Pastacci. «Le scuole, comunque, le dobbiamo far partire».
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
LA BEFFA DI “QUOTA 96” È SOLO L’ULTIMA DI UNA SERIE CHE RELEGA I NOSTRI INSEGNANTI TRA I PIÙ PRECARI E PEGGIO PAGATI D’EUROPA… RISPETTO ALLA MEDIA UE STIPENDI PIU’ BASSI DEL 25%… E I NOSTRI INSEGNANTI LAVORANO DI PIU’ DEI COLLEGHI EUROPEI: 22 ORE SETTIMANALI CONTRO 19
La beffa dei “quota 96” ha dell’incredibile ma non è l’unica ritorsione nei confronti degli insegnanti italiani. Che vivono davvero come foglie sospese
sugli alberi d’autunno.
L’elenco delle vessazioni che hanno subito negli ultimi anni e che continuano a subire potrebbe non finire mai.
Il risarcimento mancato per una manciata di spiccioli.
Solo in un paese in cui chi governa non sa nulla della scuola e dove i ministri si alternano come nel gioco dei quattro cantoni, si poteva confondere l’anno solare con l’anno scolastico e impedire ai docenti che avevano raggiunto i requisiti per la pensione entro l’anno scolastico 2011/2012 (con la “quota 96”) di andare in pensione nel 2012, primo anno dell’era Fornero.
L’emendamento a loro favore dopo essere stato votato con la fiducia alla Camera è stato eliminato, con la fiducia, al Senato.
Un capolavoro di schizofrenia che ora, secondo quanto riporta orizzontescuola.it  , potrebbe essere sanato con un provvedimento ad hoc che, però, potrebbe contenere un’altra beffa: ammettere il pensionamento con una penalizzazione del loro assegno. Il peccato originale della scuola italiana, in realtà , deriva dai tagli della riforma Gelmini. Dietro il folklore del grembiulino si nascondeva il più poderoso taglio di risorse mai effettuato.
Dalla Gelmini in poi, una politica a base di tagli
Secondo i dati della Flc-Cgil, tra il 2007/2008 e il 2012/2013, a fronte di una crescita di 90 mila alunni si sono avuti 81.614 docenti in meno: da 707 a 626 mila assunti a tempo pieno indeterminato.
Le classi tagliate sono state 9 mila. Il mito del maestro unico ha significato un taglio di 28.032 unità nonostante gli alunni siano stati più di 18 mila con un taglio di oltre 4 mila classi.
La riorganizzazione dei licei e degli istituti tecnici presentata dall’allora ministra Gelmini come una rivoluzione, è servita a produrre una diminuzione del corpo insegnanti di 31.464 unità con la soppressione, anche qui, di oltre 4 mila classi.
Facile immaginare l’aumento del caos e dei carichi di lavoro.
Nessuno dei tre ministri in tre anni che l’hanno seguita (Francesco Profumo, Maria C. Carrozza, Giannini) ha saputo mettere le mani a questa iniquità . E la scuola continua a scoppiare.
L’istruzione nelle mani dei non garantiti
I tagli sono stati sempre fronteggiati con il ricorso al lavoro precario. Nella scuola esiste un serbatoio, enorme, in parte infinito, di contratti a tempo determinato la cui quantificazione e definizione sfugge a qualsiasi civiltà amministrativa.
La ministra Giannini ha parlato di 170 mila precari iscritti nelle varie graduatorie. Secondo il sindacato Anief, conteggiando le graduatorie di istituto, si arriverebbe a 460 mila.
Il meccanismo del reclutamento, dopo il concorso Profumo, è diviso al 50% tra le Graduatorie a esaurimento e le Gradutatorie di merito. Ma poi ci sono le Graduatorie d’Istituto che vengono divise in tre fasce, prima, seconda e terza.
Un caos che, recentemente, ha fatto scattare il conflitto tra i docenti che hanno svolto il nuovo Tirocinio formativo (Tfa) per abilitarsi all’insegnamento e coloro che sono stati abilitati senza Tfa ma con il Pas, il percorso abilitante speciale, avendo lavorato per almeno tre anni.
A parte lo scontro di sigle (Tfa contro Pas) gli uni sostengono di avere più titoli degli altri, in una guerra tra poveri che difficilmente troverà una composizione
A complicare tutto, la beffa del concorsone
Basti pensare a cosa è successo a coloro che hanno partecipato al “concorsone” indetto dal ministro Profumo nel 2012. Avrebbe dovuto rappresentare la soluzione di tutti i problemi.
Invece, dopo aver bandito il concorso per 11.542 posti, nel 2013 solo 3.500 sono state “immesse in ruolo”, cioè assunti, gli altri sono stati collocati in una…nuova graduatoria.
Senza contare che in alcune regioni, come la Toscana, gli esami del concorso del 2012 si sono conclusi nel 2014 e in altre, come la Sicilia, i posti assegnati sono stati evidentemente sovrastimati.
Quando Bruxelles smette di chiedercelo
Abbiamo i docenti peggio pagati d’Europa. La tabella della Cisl non ammette repliche: a inizio carriera la retribuzione lorda di un insegnante della scuola secondaria di primo grado (le medie) in Italia guadagna 24.141 euro (circa 1.300 euro nette al mese).
La media europea è di 26.852.
Il divario cresce a fine carriera: 45.280 euro nella media Ue contro 36.157 in Italia, il 25% in meno che arriva al 30% nella secondaria di secondo grado.
Eppure gli insegnanti italiani lavorano anche più degli europei: 22 ore settimanali nella primaria corrispondono a una media Ue di 19.
Anche nella secondaria di secondo grado si hanno 18 ore italiane contro 16 nella Ue. Renzi, ancora ieri, ha promesso una riforma nuova di zecca.
Con tali precedenti, difficile stare sereni.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
PENSIONI, SALTA LA QUOTA 96: “RENZI DICEVA DI VOLER RIVALUTARE LA SCUOLA, LO ABBIAMO VISTO NEI FATTI, CI HA PRESO IN GIRO”
‘Quota 96’ si trasferisce in piazza. 
“Ci stiamo organizzando per una grande protesta, saremo 10mila, tutti devono sentire la nostra rabbia per questo schifo. Siamo delusi, abbiamo creduto in questo governo e invece sentiamo solo parole al vento”.
Kiara Farigu, del Direttivo del comitato civico ‘Quota 96’, in un’intervista all’Huffington post dice di essere “arrabbiata e indignata”.
Parla a nome di un comitato in lotta da due anni, dotato di un suo statuto, e che conta mille iscritti.
“C’è molta rabbia per il passo indietro del governo che ha stoppato, improvvisamente, 4mila pensionamenti dicendo che non ci sono le coperture economiche. Non è vero: la Ragioneria dello Stato aveva dato l’ok”.
“In piazza saremo 10mila”, annuncia Farigu, “quattromila tra docenti e personale amministrativo in attesa della pensione e sei mila saranno i precari che aspettano un posto di lavoro. Andremo in piazza tutti insieme. La nostra è una protesta trasversale e generazionale. Ci stiamo organizzando con gli altri comitati e attraverso Facebook per denunciare questa vergogna. I giovani sono con noi perchè sono direttamente interessati. Qui si parla di staffetta generazionale”.
“È un’assurdità che dopo il via libera della Camera, adesso, in Senato, sia stato presentato un emendamento al decreto legge sulla Pubblica amministrazione che blocca 4mila pensionamenti”, spiega Farigu a nome del Comitato e ricordando come la modifica al decreto presentata da Manuela Ghizzoni (Pd) a favore dei ‘Quota 96’ fosse stata “concordata con la Ragioneria dello Stato”.
Non solo “erano state anche stabilite le condizioni. Condizioni molto salate, che ci erano state imposte ma che noi avevamo accettato”.
Per intenderci “io, che sarei dovuta andare in pensione nel 2018, la liquidazione l’avrei avuta solo nel 2020. Già questa era una penalizzazione molto forte. Per questo non si può parlare di prepensionamenti”.
“È vergognoso che dopo due anni di lotta dobbiamo sacrificarci così per dei giochetti che stanno facendo loro. Sono ripicche politiche e poi ci sono questi diktat della Ragioneria di Stato che non hanno motivo di esistere dal momento che l’emendamento era stato concordato anche con loro. Com’è possibile che adesso i soldi per le coperture non ci sono più?”, si chiede Farigu, una delle animatrici della protesta.
“Renzi, che diceva di mettere la scuola al centro della sua agenda politica, sacrifica ancora una volta la classe docente più vecchia del mondo e quella meno pagata di Europa. È una vergogna”, aggiunge Farigu mentre nella pagina Facebook di ‘Quota 96’, che conta già oltre 3600 ‘mi piace’, impazza la protesta: “È vergognoso. Vogliono vivere di rendita alle nostre spalle. Un grave errore legislativo sopravvive grazie ad un sistema politico incapace di distinguere tra legalità e illegalità , tra diritto e privilegio! È ora della mobilitazione generale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile
PINEROLO: LA LEGGE CONCEDE IL VETO ALLA PARITARIA E L’ASILO COMUNALE RIMANE INUTILIZZATO
Due asili per Bibiana, un paese del Torinese che ha meno di 100 bambini. 
Il primo ha una lunga storia, testimoniata da disegni colorati attaccati elle finestre, da giochi all’aperto e da feste di fine anno e che ha visto passare nelle sue aule tutti i bambini del paese.
Il secondo non ha neanche una targa con il nome, assediato dalle erbacce.
Appena costruito, è più giovane dei bambini che avrebbe dovuto ospitare a settembre: non aprirà perchè una delibera della passata amministrazione regionale impone che nei Comuni nei quali esiste già un asilo paritario, per dare il via a nuove sezioni in un’altra scuola serve un’autorizzazione della scuola paritaria.
E questo è il caso di Bibiana che ha una struttura parrocchiale, un tempo gestita dalla suore e ora da personale laico.
«Com’era prevedibile — dice il sindaco Giorgio Crema – la scuola gestita dalla parrocchia, tra quelle della Fism, la federazione italiana che raggruppa le scuole materne cattoliche, ha imposto questo veto. Questa settimana ho scritto in Regione per cercare una soluzione ad un problema che coinvolge da un lato le famiglie e dall’altro rappresenta uno spreco di denaro».
E aggiunge: «Anche in Val Pellice rischiamo di avere una cattedrale nel deserto».
I numeri confermano quanto sostiene il primo cittadino: la scuola è costata quasi un milione e mezzo, di questi 500 mila euro arrivano da fondi regionali per l’edilizia scolastica, altri 388 mila da fondi europei, il resto a carico del Comune.
L’opera è stata varata dalla precedente amministrazione e inevitabilmente questo è motivo d’attrito con l’ex sindaco, Elda Bricco, che dice: «Abbiamo realizzato una scuola grazie ad importanti finanziamenti e la quota a carico del Comune, che era prevista di 350 mila euro, visti i ribassi d’asta ora non supera i 120 mila. Inoltre questo asilo verrà utilizzato anche dai bambini di Bricherasio e di altri Comuni».
Replica il sindaco: «E’ stato acceso un mutuo che ha prosciugato le casse del Comune per una scuola che non sappiamo se aprirà mai».
Intanto sono in ansia le mamme che hanno iscritto i loro bambini nella scuola pubblica. Si chiede, ad esempio, Raffella Palmero: «E ora dove li portiamo? Dobbiamo aspettare sino a fine agosto per avere una risposta?».
Davanti alla nuova scuola passeggia un’altra mamma con il suo bambino, Nadia Cullino: «Io ho frequentato l’asilo della parrocchia, ma vorrei mandare mio figlio nella scuola pubblica: è più nuova, più sicura, non si ci sono pericolose scale. E soprattutto non ha i costi di quella privata che si aggirano, con la mensa, a circa 140 euro al mese».
Conti fatti in molte e famiglie a Bibiana.
Circa 60 sono i bambini che si sono iscritti alla privata e 29 a quella pubblica.
Il problema rimbalza dalle famiglie al Comune per arrivare alla parrocchia.
Don Ermanno Martini non è riuscito a festeggiare a cuor sereno i suoi 60 anni di messe.: « Ho un peso troppo gravoso da portare, sento la responsabilità di quello che sta accadendo, anche se qui c’è una legge che ha stabilito che sono le scuole paritarie a dare il parere».
Lo dice con la fatica di un sacerdote che conosce benissimo il suo paese. E’ parroco a Bibiana da 47 anni, non entra nel merito delle scelte politiche, però fa il punto sul significato che ha avuto veder crescere questo asilo: «Per anni abbiamo fatto investimenti, qui lavorano otto persone. Certamente, se si aprisse una seconda scuola saremmo danneggiati, ci verrebbe a mancare una sezione, infatti il nostro asilo può ospitare 90 bambini».
Antonio Giaimo
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IN CAMPANIA PUNTEGGIO MEDIO IN MATEMATICA DI 222 CONTRO 198, MA ANCHE IN LOMBARDIA, AL LICEO, DIMOSTRANO COMPETENZE MAGGIORI
Le prove Invalsi non sono certezze assolute. E in ogni classe possono esserci bambini secchioni, a
prescindere dalla nazionalità .
Ma quello che emerge dai quiz sottoposti a centinaia di migliaia di studenti fra maggio e giugno del 2014 resta significativo.
Perchè? Perchè nelle scuole elementari della Campania i bambini immigrati hanno risposto alle domande di lingua italiana e a quelle di matematica meglio dei loro coetanei nati e cresciuti in patria. Sono stati più bravi.
E non di poco: il punteggio medio dei bimbi arrivati dall’estero, in algebra, è stato 222. Lo standard raggiunto dai loro compagni di classe campani è 198: ventiquattro punti in meno, in seconda elementare.
E la differenza emerge anche nella comprensione della lingua: il punteggio ottenuto dai non-cittadini italiani è 203.
Quello dei loro vicini di banco napoletani è 196.
Obiezione: il dato potrebbe essere un’eccezione. Potrebbero esserci dei super-geni fra i 21mila studenti stranieri iscritti in Campania, provenienti principalmente da Romania, Perù, Marocco, Cina, Albania.
Ma i valutatori reputano il risultato “statisticamente significativo”, come annotano nella relazione pubblicata pochi giorni fa .
E il fatto non è poi così straordinario. Perchè il divario fra stranieri (in questo caso primi) e italiani ritorna in molti altri casi.
I quindicenni romeni, albanesi, marocchini, indiani e cinesi che vivono in Lombardia dalla nascita, ad esempio, hanno dimostrato di avere in media competenze pari a 200 punti in Italiano e 203 in Matematica.
I loro coetanei siciliani, figli di genitori siciliani, si fermano a 189 e 186.
Cioè dimostrano, almeno per gli standard elaborati dall’Istituto nazionale di valutazione, di avere meno dimestichezza con la lingua materna del nostro paese.
Non è finita. I tredicenni extracomunitari che frequentano le scuole medie in Puglia prendono di solito 208 nei questionari di matematica.
I loro compagni di classe pugliesi arrivano a 192. Ovvero stanno 16 punti più giù nella classifica delle capacità .
E come in quelle della Campania, lo stesso sorpasso avviene in altre scuole elementari. Dove i bambini extracomunitari o provenienti da altri paesi della Ue hanno dimostrato conoscenze migliori dei loro coetanei: succede sia in Sardegna che in Molise.
Certo non è la norma.
A livello nazionale, e nel confronto interno fra classi del Centro e del Nord, i risultati degli studenti stranieri, arrivati ad essere 786mila nel 2013 , ovvero quasi il 10 per cento della popolazione studentesca, sono di molto inferiori a quelli dei loro coetanei italiani: fino a 30, 40 punti di meno.
Anche se il divario, profondo soprattutto per gli immigrati di prima generazione, si assottiglia per quelli di seconda (ovvero nati in Italia).
«Questo è un elemento di grande speranza», spiega Stefano Molina, dirigente di ricerca a fondazione Agnelli: «perchè sono proprio le “seconde generazioni” ad aumentare, come numero, nelle nostre scuole. Si tratta di giovani che di solito a casa parlano un’altra lingua, ma si sentono italiani e non vogliono vedere proiettati su di sè gli stereotipi che attribuiamo ai genitori. Vogliono fare passi avanti».
Il secondo elemento costante da Nord a Sud è che se gli alunni immigrati dimostrano difficoltà con l’italiano, ne hanno molte meno con la matematica.
«I risultati Invalsi dimostrano che a mancare agli stranieri non sono la voglia, l’intelligenza, la capacità », continua Molina: «Quanto gli strumenti per superare lo scoglio linguistico. I nostri libri di testo sono spesso scritti in maniera ostica per gli stessi italiani. Ancor più per chi a casa non ha supporto o riferimenti».
Ma le difficoltà con la grammatica si possono superare: «I problemi maggiori arrivano con la scrittura e l’analisi dei testi letterari», racconta il ricercatore, esperto di seconde generazioni e autore di saggi sul tema: «A Torino abbiamo organizzato in 24 scuole corsi pomeridiani specifici. E hanno avuto un successo enorme».
E sulle performance straordinarie dei bambini stranieri del Sud? Sono maggiormente integrati? Il loro successo è dovuto al fatto che sono presenti in minor percentuale?
A Napoli ad esempio ne sono iscriti 3259, dieci volte meno di quanti non frequentino le scuole milanesi (32000). «Temo che quelle distanze che si ribaltano, a favore degli stranieri, in Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Campania, non siano testimonianza di un successo educativo. Al contrario: significa che gli italiani di confronto sono diversi», sostiene Molina: «insomma, questi risultati sono semplicemente una cartina da tornasole del basso livello di competenze che gli alunni raggiungono in quelle regioni».
L’esito che dovrebbe far più riflettere, secondo Molina, è quello che riguarda i ragazzi del secondo anno delle superiori.
A 15 anni un extracomunitario nato da genitori stranieri e cresciuto in Lombardia, o in Emilia Romagna, riesce a dimostrare una maggiore conoscenza dell’italiano e della matematica di un suo coetaneo del Sud o delle Isole (il punteggio medio è 200 contro i 189, 186 della Sardegna ad esempio), «E le competenze raggiunte a 15 anni sono fondamentalmente quelle che i ragazzi si porteranno avanti tutta la vita. Sono il sapere con cui diventano adulti».
L’Invalsi può sbagliare.
Ma questi sono gli standard che racconta del nostro nuovo Paese.
Francesca Sironi
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Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile
INSEGNANTE DI TRENTO LICENZIATA PERCHE’ NON SMENTISCE DI ESSERE LESBICA: “UMILIATA DALLE SUORE, CONSIDERANO I GAY MALATI DA CURARE”
“L’omosessualità è un problema? Ammesso che sia gay dovrei guarire da qualcosa? Sembrava mi
volessero umiliare”.
Sono queste le parole pronunciate dall’insegnante, nella sua prima intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, dopo essere stata licenziata dalla scuola paritaria in cui lavorava da cinque anni perchè sospettata di essere lesbica.
à‰ accaduto a una professoressa, il cui nome di fantasia è Silvia, dell’istituto cattolico parificato Sacro Cuore di Trento.
Una volta concluso l’anno scolastico, l’insegnante è stata convocata dalla direttrice della scuola che, dopo averle fatto i complimenti per il lavoro svolto, le ha chiesto se fossero fondate le voci secondo cui Silvia avrebbe una compagna.
La professoressa si è rifiutata di rispondere alla domanda, difendendo il suo diritto alla privacy e accusando la direzione dell’istituto di razzismo e omofobia.
Dopo cinque anni di insegnamento presso la scuola paritaria, Silvia ha perso il lavoro e sul suo caso è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.
Con una nota diffusa nella giornata di domenica, il ministro ha dichiarato che “valuterà il caso con la massima rapidità e con un confronto chiaro e doveroso con le parti coinvolte. In queste ore sto raccogliendo gli elementi utili a comprenderne tutti gli aspetti. Laddove ci trovassimo di fronte – ha concluso – legato ad una discriminazione di tipo sessuale agiremo con la dovuta severità “.
L’insegnante ha rilasciato un’intervista a La Repubblica nella quale ha raccontato cos’è successo durante il colloquio con la madre superiora dell’istituto: “Dopo avermi fatto i complimenti per il lavoro svolto, se n’è uscita con quella domanda… Ero disgustata. Poichè non avevo intenzione di svelare nulla, suor Eugenia ha osservato che ‘stavo dimostrando la fondatezza delle voci’. Sembrava mi volesse umiliare. Stavo per andarmene e a quel punto lei prova rimediare, facendomi capire che era disposta a chiudere un occhio se avessi dimostrato di voler ‘risolvere il problema’.
Non c’ho visto più… l’omosessualità è un problema? Ammesso che sia gay, dovrei guarire da qualcosa? Le ho risposto che è una razzista, e che deve riflettere sul concetto di omofobia”.
L’insegnante ha raccontato a La Repubblica che: “In 5 anni ho sentito volare parole come ‘invertito’, mai però di fronte agli alunni. Ho visto volantini affissi nell’aula docenti dove si pubblicizzava la presentazione del libro ‘Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso’. Alcuni colleghi poi mi hanno raccontato di aver ricevuto pressioni dalla dirigenza scolastica sul comportamento da tenere con gli studenti, ‘perchè i maschi sono maschi e le femmine sono femmine’. Quel che mi è successo è roba da Medioevo, paragonabile alle discriminazioni subite dagli ebrei o dai neri”
Rispetto a quanto dichiarato dal ministro dell’Istruzione Giannini, Silvia chiede al dicastero: “Un reale controllo sui finanziamenti erogati alle scuole paritarie. Ce ne sono alcune che non li meritano. Voglio solo coerenza”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 11th, 2014 Riccardo Fucile
DI FRONTE ALLE CORBELLERIE DELL’EX SINDACO DI PIACENZA, IL MINISTRO PRECISA: “SERVE UNA RIFLESSIONE SERIA CHE COINVOLGA TUTTO IL MONDO DELLA SCUOLA”
“Le 36 ore a settimana per gli insegnanti? Non sono una priorità , per ora”.
Così il ministro Stefania Giannini stronca tutte le polemiche sulle anticipazioni e le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi a proposito di un piano per riformare la scuola.
Di fronte alle pressioni dei sindacati, che da giorni protestano attraverso comunicati stampa, il ministro è lapidario: «Le 36 ore non sono all’ordine del giorno. Le priorità sono altre».
E, smentendo la data del 15 luglio come momento ultimo per presentare le riforme scolastiche in discussione, delinea il programma di azione: «Abbiamo in mente di fare un decreto d’urgenza per i provvedimenti che rappresentano una priorità »: e cioè la semplificazione del reclutamento universitario; la quota ’96, ovvero quei 4000 docenti rimasti incastrati senza poter andare in pensione, «così risolvo un problema e lascio spazio a 4 mila giovani»; e il miglioramento dell’offerta formativa.
La legge delega
Per le altre misure allo studio, ovvero il potenziamento dell’Invalsi, la formazione degli insegnanti, la valutazione e la premialità per la didattica, «c’è bisogno di una riflessione più seria»: quindi, questi temi troveranno spazio in un altro provvedimento, probabilmente un disegno di legge delega, che dovrebbe prendere vita in autunno, dopo un confronto serio con sindacati e parti coinvolte.
L’unico passaggio che ha una data sicura è la messa in funzione del regolamento per il processo di autovalutazione delle scuole: partirà a settembre, e sarà uno dei tre elementi chiave per «valutare i punti di forza e di debolezza del sistema», insieme ai dati dei test Invalsi e al sistema di ispezione-valutazione esterna delle scuole, che invece dovrà essere elaborato successivamente.
Valentina Santarpia
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