Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
BOCCIATO IL TENTATIVO DEL GOVERNO DI CANCELLARE IL REFERENDUM SUL RITORNO ALL’ENERGIA ATOMICA…TRASFERITO IL QUESITO SULLE NUOVE NORME EMANATE COL DECRETO OMNIBUS… L’AGCOM RICHIAMA LA RAI: “SUI REFERENDUM INFORMAZIONE INSUFFICIENTE”
Si voterà il referendum sul nucleare. 
La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza presentata dal Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel decreto legge omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).
La decisione è stata presa a maggioranza dal collegio dell’Ufficio Centrale per il referendum della Cassazione, presieduto dal giudice Antonio Elefante.
Dovranno però essere ristampate le schede, visto che i quesiti andranno riformulati in base al testo del decreto omnibus.
Secondo indiscrezioni trapelate ieri dal Viminale, i tempo tecnici per rifare tutto il materiale entro il 12 e 13 giugno ci sarebbe, ma mancano ancora conferme ufficiali. Per trovare l’unico precedente simile, bisogna riandare indietro nel tempo al 1978 quando il via libera definitivo alla consultazione su legge Reale e finanziamento pubblico dei partiti arrivò a dieci giorni dalla scadenza (anche in quel caso era stata cambiata in extremis dal Parlamento la legge oggetto dei quesiti) senza comprometterne l’esito.
Altro problema è poi rappresentato dal voto degli italiani all’estero, che hanno già iniziato a votare per corrispondenza sul vecchio quesito.
“Si afferma la forza serena della Costituzione contro il tentativo giuridicamente maldestro di raggirare il corpo elettorale, cioè 40 milioni di cittadini”, ha commentato l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha sostenuto per il Pd le ragioni referendarie davanti alla Cassazione.
La sentenza della Suprema corte è stata accolta naturalmente con entusiasmo anche dal comitato promotore. “Questa volta le furberie alle spalle degli italiani non passano. La Cassazione censura l’arroganza del governo e riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro”, commentano dal quartier generale di ‘Vota Sì per fermare il nucleare’.
La Corte, prosegue la nota, “ha arginato i trucchi e gli ipocriti ‘arrivederci’ al nucleare e ha ricondotto la questione nell’alveo delle regole istituzionali, contro l’inaccettabile tentato scippo di democrazia”.
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Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile
DA UN SONDAGGIO SWG EMERGE UN ELETTORATO GIOVANE E COLTO PER IL CENTROSINISTRA E UNA SVOLTA LABURISTA DELLE PARTITE IVA…AUDIENCE ANZIANA E TELEVISIVA AL CENTRODESTRA, INCAPACE DI ASCOLTARE E INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E L’INSICUREZZA SOCIALE
Due novità di carattere socio-politico hanno tenuto banco in queste settimane a Milano ed entrambe hanno in qualche misura accompagnato la vittoria di Giuliano Pisapia.
Il radicale pronunciamento di settori della borghesia più tradizionale e (soprattutto) lo spostamento di consensi dentro il lavoro autonomo, che pure aveva rappresentato storicamente una constituency del voto di centrodestra.
La prima novità è stata scandita dalle interviste pro-Pisapia di diversi esponenti delle èlite industriali e finanziarie e dalla nascita di un gruppo di saggi capitanati da Piero Bassetti.
La seconda è stata fotografata da alcune analisi del voto del primo turno, realizzate dalla «Swg» per conto dello staff di Pisapia, analisi che segnalano come tra gli elettori laureati ci siano stati 30 punti di differenza a favore del centrosinistra e come tra i lavoratori autonomi Pisapia abbia sopravanzato la Moratti di ben 17 punti (tra i lavoratori dipendenti Giuliano stava sopra Letizia di 15 punti).
A stare all’insieme delle elaborazioni «Swg» il centrosinistra avrebbe avuto dunque un elettorato più giovane, più colto, più inserito nell’attività produttiva mentre il centrodestra avrebbe presidiato meglio gli strati a bassa scolarità e più avanti con gli anni.
Un’audience molto televisiva, viene da commentare.
Come si spiega questo che appare un vero e proprio ribaltone?
Non è facile rispondere a caldo, però è probabile che sia in qualche maniera mutata la cultura di fondo dei professionisti, dei commercianti e delle partite Iva milanesi.
La Grande Crisi che ha colpito questi strati, che ne ha tarpato le ali e evidenziato una condizione di debolezza in termini di protezioni sociali, può aver favorito una migrazione – non sappiamo quanto temporanea – da un orientamento prettamente «liberale» a una visione «laburista» della propria collocazione sociale.
Anche da un punto di vista lessicale ormai siamo abituati ad accomunare un giovane avvocato o un architetto junior alla voce «precario», cosa che evidentemente sarebbe stata improponibile dieci o forse ancora cinque anni fa.
Se dai giovani passiamo ad analizzare chi tra i legali, i commercialisti e gli architetti il lavoro ce l’ha vediamo che c’è sicuramente uno strato d’eccellenza (il 24%) che si è internazionalizzato e che dovrebbe aver risentito meno della crisi, ma il grosso (ben il 57%) lavora solo per la città o al massimo per la Lombardia.
Mentre non si è ancora sviluppato un intenso rapporto con il resto del Nord.
Se focalizziamo la condizione di vita e il posizionamento delle partite Iva il senso di retrocessione appare ancora più evidente.
Chi sceglieva la via del lavoro autonomo lo faceva in nome dell’indipendenza e di un certo gusto del rischio, oggi accade esattamente il contrario.
Spesso si apre una partita Iva sotto il segno della dipendenza da un unico committente e della totale assenza di potere negoziale.
Che c’entra Pisapia con tutto ciò?
Soggettivamente forse poco e tutto sommato i temi del lavoro autonomo non sono stati certo centrali nella sua campagna ma il candidato-sfidante ha comunque usufruito della svolta laburista per affinità politica e in certa misura per una maggiore capacità di ascolto dispiegata attraverso il presidio dei social network.
Il voto alla fine ha risentito di questa nuova composizione sociale, dei conseguenti slittamenti culturali e della disillusione nei confronti di alcune parole-chiave tipiche del centrodestra.
Un caso a sè è il meccanismo della gestione separata dell’Inps, un tema molto sentito sulla piazza milanese.
Si può far ricorso alla retorica del lavoro autonomo nei comizi e poi, pur avendo le leve dell’amministrazione comunale e provinciale, non avanzare nemmeno la più elementare delle proposte come quella di creare una «casa delle partite Iva» che fornisca a pagamento servizi e formazione continua?
Ma torniamo alla borghesia tradizionale.
Sicuramente Milano è un terreno d’osservazione privilegiato per analizzare le trasformazioni del capitalismo italiano.
Oscurato il ruolo delle grandi famiglie, in ribasso la stella della finanza dura e pura, il cuore del sistema ormai gira attorno alle grandi banche.
Se le imprese milanesi una volta facevano la spola con Roma per il giro dei sette ministeri, ora nell’epoca della spesa-pubblica-zero tutto si sposta in banca.
Torna a Milano e mostra l’inutilità dei partiti che stanno al governo.
I criteri di finanziamento, la creazione delle reti di impresa, l’impostazione delle politiche di settore e di filiera via via tendono a passare dalle anticamere dei grandi player del credito.
Se davvero come si dice Intesa e Unicredit dovessero cooperare per il rilancio delle infrastrutture del Nord, ciò diventerebbe evidente anche per quanto riguarda la trasformazione del territorio.
E si realizzerebbe un’ulteriore perdita di ruolo dell’intermediazione della politica romana.
Anche qui: che c’entra tutto ciò con Pisapia?
Direttamente poco, ma spiega come tutte queste esperienze e culture non tendono più ad affluire nel centrodestra ma prendono le strade più disparate facendo mancare però linfa vitale all’asse Pdl-Lega. E determinando anche un distacco con la borghesia più tradizionale.
Lo stesso ragionamento vale per il ruolo delle fondazioni bancarie e anche qui la causa sta nella difficoltà di finanziare dal centro le politiche di welfare.
Per dirla con Nanni Moretti di «Habemus Papam», c’è «un deficit di accudimento» da parte della politica nei confronti dei ceti urbani vulnerabili che invece nel momento del bisogno si trovano a fianco istituti della società civile, una rete di secondo welfare fatta di fondazioni, filantropia, volontariato, fondi privati.
Ed è abbastanza evidente che le reti della solidarietà non presentano molti punti di contatto con il centrodestra, anche in virtù della fortissima e controproducente polemica scatenata a Milano dalla Lega contro il cardinale Tettamanzi, che ha dato vita proprio a un fondo di sostegno alle vittime della crisi.
Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
VIA PADOVA, DALLA RIVOLTA ALLE FESTE DI STRADA: DOVE IL BERLUSCONISMO PAGA DAZIO E LA LEGA PERDE IL 25% DI CONSENSI… MARONI E LA RUSSA HANNO MANDATO I MILITARI, MA LA SINISTRA CON L’ASCOLTO HA PRESO PIU’ VOTI…”PISAPIA OGNI SETTIMANA SI FACEVA VEDERE, LA MORATTI L’ABBIAMO SOLO VISTA IN TV A FARE PROMESSE”
I destini dell’Italia si decidono a Milano e il destino di Milano si è già deciso in periferia, per esempio a via Padova.
La casbah, il ghetto, il Bronx di Milano per le cronache.
Nella realtà , un mondo in miniatura.
Quattro chilometri, cinquecento negozi, cento più di corso Buenos Aires, 130 mila abitanti, ovvero un milanese su dieci, cinquanta comunità straniere da tutti i continenti.
Durante i mondiali di calcio dell’estate scorsa, con le bandiere di ogni colore, sembrava d’essere a New York.
Una media città italiana che per un anno e mezzo, dopo la rivolta del febbraio 2010 in seguito all’assassinio di un ragazzo egiziano alla fermata dell’autobus 56, è diventata la capitale della paura, il laboratorio del rancore politico contro gli immigrati.
Con Maroni che schierava l’esercito per strada, il vicesindaco della Moratti, Riccardo De Corato che firma per il coprifuoco, l’assessore al decoro urbano, Maurizio Cadeo, che arriva a far oscurare le luminarie natalizie con gli auguri in inglese, cinese e arabo.
Non bastasse, in campagna elettorale, gli strateghi della destra aggiungono il carico da novanta della «grande moschea» («Pisapia la farà qui, dove sennò?») e della «zingaropoli» di via Idro.
Il risultato, la risposta dei cittadini spaventati?
In un anno, dalle regionali del 2010 al primo turno delle comunali, nei nove seggi di via Padova la Lega perde un elettore su quattro, il centrosinistra balza avanti di dieci punti, Berlusconi e lo sceriffo De Corato franano nelle preferenze.
Una piccola rivoluzione, come nel resto di Milano.
Ma qui, nel laboratorio della paura cittadino, ancora più inattesa.
Il giorno dopo è partito un ciclopico scaricabarile.
La Moratti se l’è presa con De Corato, impegnato a imprecare contro la Lega, che nel frattempo attribuiva tutte le colpe alla latitanza del sindaco e, massì, «all’estremismo del Pdl».
«Perchè di colpo – spiega il Davide Boni presidente del consiglio regionale – quelli di Berlusconi, alla disperata caccia di voti, si son messi a fare i leghisti più leghisti di noi, con quelle trovate del piffero di smontare gli auguri di Natale».
In mancanza di meglio, alla fine la destra milanese s’è inventata un altro, formidabile spauracchio da affiancare alla magistratura di sinistra.
Ed ecco, dopo le toghe rosse, le tonache rosse.
Pericolosa categoria di preti sovversivi che spazia dal cardinal Tettamanzi allo storico parroco di via Padova, il settantacinquenne popolarissimo don Piero Cecchi.
Passando s’intende per don Virginio Colmegna, il sindaco dei poveri che secondo i berluscones avrebbe trasformato la casa della carità in fondo a via Padova, mirabile esempio di solidarietà e accoglienza, in un «covo di propaganda elettorale per Pisapia».
Una verità un po’ più onesta la racconta uno dei tanti leghisti «smarronati», Alessandro Valsasina, presidente dell’associazione dei commercianti di «via Padova futura», fondata subito dopo la rivolta di febbraio, con la benedizione del Carroccio.
«Premesso che non sono diventato di sinistra, tocca ammettere che Pisapia è partito dalle periferie. Qui passava ogni settimana e ascoltava tutti, mentre la Moratti l’abbiamo vista soltanto in tv a fare promesse».
Cinque anni di promesse, il recupero del parco del Trotter, che era una promessa elettorale già ai tempi di Pillitteri, le piste ciclabili, i bellissimi progetti da archistar per il rilancio delle periferie, i poliziotti di quartiere, la lotta ai racket e così via, per cinque anni.
Ma nel terremoto elettorale delle periferie milanesi non ci sono soltanto gli errori degli strateghi della destra o l’abilità di un candidato della sinistra che finalmente mette il naso oltre la fatidica cerchia dei Navigli e per giunta è proprio di sinistra, non un prefetto, un industriale o un tardo imitatore dei leghisti con la fissa dei campi rom.
La ribellione di via Padova alla paura ha radici più profonde, che rivelano il limite ultimo del berlusconismo.
Quella presunzione di volere e potere cambiare la natura dei milanesi, degli italiani, oltre ogni limite, azzerando di colpo la storia.
Prima o poi la storia di questa città , perfino di questa via, si sarebbe ribellata alla falsa immagine nello specchio.
Negli anni ’50 e ’60 via Padova era il ponte d’integrazione degli immigrati del Sud, la prima tappa dalle coree verso la conquista del benessere cittadino. Un passaggio che in altre città , Torino per esempio, non c’era, un luogo d’incontro e di solidarietà , una rete di associazioni, un quartiere vero, un fiore all’occhiello per i sindaci riformisti milanesi.
Una periferia dove le scuole erano buone come quelle del centro, con le prime elementari montessoriane e il liceo di zona, il Carducci, che valeva come i più rinomati Berchet e Parini della borghesia; le librerie e i centri culturali e i circoli sportivi; perfino il cineforum dove vedevi Ferreri e Bunuel senza doverti travestire da intellettuale di sinistra come al mitico Obraz cinestudio; bei ristoranti e negozi, la gente in strada fino a notte.
Di tutto questo paesaggio della Milano più aperta e vitale, oggi è rimasto a via Padova soltanto il parco Trotter, una scuola modello per mille bambini, dei quali seicento di cognome straniero, la più multietnica d’Italia e uno dei luoghi d’infanzia più belli e verdi di Milano, l’unica a prevedere una fattoria didattica e una piscina fra gli alberi.
Una magnifica istituzione pubblica che tira avanti grazie al sacrificio degli insegnanti, al volontarismo degli «Amici del Trotter», alla passione dei genitori che ridipingono le classi e riparano i cessi nel fine settimana.
Qui gli impresari della paura hanno spedito le camionette dell’esercito a pattugliare le notti vuote.
Pisapia e i suoi sono venuti invece in bicicletta e sono tornati con le ventotto pagine di progetto del parco da affidare all’architetto ed ex rivale Stefano Boeri.
Fra una finzione di Bronx blindato e un progetto di parco giochi per bambini, forse non ci volevano tanti spin doctors per capire dove sarebbero andati i voti.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
CREATO NEL 2006 DAL MINISTRO PISANU, PERMETTEVA DI FARE DENUNCE SENZA USCIRE DI CASA, EVITANDO DI INTASARE I COMMISSARIATI…SCADUTO IL CONTRATTO CON LA SOCIETA’ CHE GESTIVA IL SERVIZIO, SI SCOPRE CHE MANCANO PERSINO I FONDI PER IL RINNOVO… MARONI AD APRILE, INSERENDO IL POTENZIAMENTO DEL SERVIZIO NEL PROGRAMMA STRATEGICO, MENTIVA SAPENDO DI MENTIRE
Mancano i fondi, e il commissariato online del ministero dell’Interno chiude le
principali attività .
Fra queste, il fiore all’occhiello del Viminale, ovvero la facoltà offerta ai cittadini di fare le denunce via web, evitando lunghe code nei commissariati.
I tagli del ministro dell’Economia Giulio Tremonti continuano a provocare effetti preoccupanti sul comparto sicurezza.
E’ di pochi giorni fa la notizia che a Palermo gli agenti sono costretti a comunicare con la centrale a proprie spese tramite cellulare, perchè i ponti radio fuori uso non possono essere riparati.
Ma il taglio ai fondi delle forze di polizia effettuato dal governo Berlusconi ha fatto un’altra vittima eccellente: è il commissariato virtuale, attraverso il quale fino a ieri il cittadino poteva presentare una denuncia online in attesa di conferma presso un ufficio di polizia.
La sospensione del servizio è l’ennesimo passo indietro che il governo sta imponendo al Paese sulla strada della modernizzazione e dell’efficienza delle forze di polizia.
Dopo le auto ferme, le divise bucate e le fotocopiatrici senza carta, ora chiude pure il commssariato online.e sicuramente non è finita qui.
Al Viminale confermano la notizia. “Tutto vero – dicono fonti interne – il contratto con la società che assicurava il supporto teelmatico è scaduto. Ma per il rinnovo mancano i fondi”.
Il “Commissariato online” inaugurato dall’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu aveva vinto il premio “European eGovernment Awards 2007″ perchè, aveva spiegato la giuria, riduce sensibilmente l’iter burocratico per inoltrare le denunce e consente alle persone anziane, disabili e a quanti sono impossibilitati a recarsi di persona al Commissariato di zona, di sbrigare celermente le pratiche per segnalare alla Polizia di Stato eventuali reati”.
Ed era stato anche finalista nel 2008 alla “Challenge Trophy” di Stoccolma: il concorso mondiale sulle innovazioni tecniche al servizio della comunità , bandito ogni due anni dal Royal Institute of Technology e sponsorizzato dal comune di Stoccolma.
Per il Dipartimento, erano stati “due importanti riconoscimenti per quanto realizzato dalla polizia per i cittadini e per la loro sicurezza nel mondo della comunicazione informatica”.
La chiusura inaspettata del prestigioso servizio web contrasta ora con il documento firmato il primo di aprile da Roberto Maroni intitolato “Obiettivi strategici del ministero dell’Interno” per il prossimo triennio.
Il secondo obiettivo strategico fissato da Maroni riguardava infatti proprio la “realizzazione e il potenziamento di banche dati e altri progetti di digitalizzazione e di semplificazione dei servizi, per incrementare il flusso di comunicazioni interne ed esterne, migliorandone la qualità e l’efficienza”.
Obiettivi che, però, rischiano ora di non corrispondere alla realtà .
Alberto Custodero
(da “La Repubblica“)
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
GUASTE ANCHE TRE MOTO SU QUATTRO IN USO AI “FALCHI”…IL MINISTRO DELLE CHIACCHIERE CONTESTATO DAI SINDACATI DI POLIZIA: SU 39 PONTI RADIO NE RESTANO IN FUNZIONE SOLO 10, NON CI SONO SOLDI PER RIPARARLI….I FONDI PER LE MANUTENZIONI SONO STATI RIDOTTI A UN OTTAVO
Una vecchietta è stata ferita durante uno scippo e deve essere trasferita in ospedale. 
Un poliziotto ha acciuffato un rapinatore e deve portarlo in caserma.
Il capopattuglia di una volante ha bisogno di essere affiancato da un’altra auto per un intervento delicato.
Sono alcune tra le emergenze di ogni giorno che si verificano durante i turni delle forze dell’ordine.
Ma per la polizia, alle difficoltà quotidiane adesso si aggiunge anche il disagio di non riuscire a comunicare con la centrale.
Il motivo?
Dei 39 ponti radio installati tra Palermo e la provincia solo dieci sono in funzione.
Due quelli che reggono tutte le comunicazioni in città .
Ventinove rimangono fuori uso ma nessuno li ripara.
Mancano i fondi.
Risultato: il traffico sulle frequenze è congestionato e i poliziotti non riescono a comunicare con la centrale.
E così, da alcuni mesi, gli agenti per ovviare alle emergenze sono costretti a contattare la centrale del 113 con i cellulari privati.
Alcuni esempi.
Difficoltà di comunicazione si registrano ogni giorno nella zona dello Stadio.
Il ponte radio non funziona da anni. Stessa storia per la stazione radio installata vicino al ponte Corleone e a Punta Raisi.
Anche il ponte radio Gradara, che copre la zona di Partinico, uno dei territori a più alta densità mafiosa, è fuori uso.
I ponti radio guasti e mai riparati sono una delle conseguenze dei tagli alla sicurezza imposti dal governo e contro i quali si battono i sindacati delle forze dell’ordine.
“È l’ennesima conferma che il governo nazionale sta disattendendo tutti gli impegni assunti sul fronte della sicurezza – dice Vittorio Costantini, segretario generale provinciale Siulp Palermo – Ciò che è più grave è che si riesce a raggiungere determinati risultati solo grazie ai sacrifici degli operatori di polizia, che in alcuni casi mettono a rischio la loro stessa sicurezza”.
La ditta che ha l’appalto per la manutenzione dei ponti radio, la “Marconi impianti”, attende dal ministero dell’Interno il pagamento di commesse per 50.000 euro solo per l’anno 2010.
Ma i tagli al comparto sicurezza hanno messo in ginocchio anche il parco auto e moto della polizia.
Dagli 800.000 euro di qualche anno fa stanziati per la manutenzione dei mezzi si è passati a 116.000 euro.
Delle 550 tra volanti e auto di servizio, 190 sono in attesa di riparazione e 40 devono essere rottamate.
Ma accade anche che delle 40 moto della sezione Falchi, in città se ne vedono girare solo 10.
Tutte le altre si trovano nell’officina della caserma Lungaro, in quello che si sta trasformando ogni giorno di più nel cimitero dei mezzi della polizia.
Romina Marceca
(da “La Repubblica“)
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI CHI SOPRAVVIVE AL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE TRA VIOLENZE, REGOLE RIGIDISSIME, DOCUMENTI INCOMPRENSIBILI E IL TERRORE DEL RIMPATRIO
Chiuso in un campetto circondato da una rete. Osservato giorno e notte dagli agenti.
Costretto in una tenda con dieci persone.
E alla fine, magari, rispedito in Tunisia.
Per finire nella “piccola Guantanamo”, come viene chiamata dai migranti, Samir ha dato tutti i risparmi agli scafisti e ha rischiato di morire su un relitto fino a Lampedusa.
“Sarai ospitato in un centro di accoglienza”, gli hanno detto portandolo a Santa Maria Capua Vetere.
E invece lo hanno rinchiuso in questo campo di calcio che con un decreto è stato trasformato in Cie (Centro di identificazione ed espulsione).
Una specie di prigione.
Difficile accertare come siano trattati gli “ospiti” del Cie di Santa Maria Capua Vetere. Entrare è impossibile.
Devi salire all’ultimo piano di uno dei condomini che si affacciano sulla vecchia caserma che ospita il campo.
Da lassù capisci: da una parte il carcere militare, dall’altra la caserma.
Nel campo ecco una quarantina di tende blu.
Intorno decine di poliziotti e carabinieri con le camionette. Gli immigrati sono costretti a passare le giornate dentro le tende.
Lo chiamano Cie, ma ricorda un po’ le immagini del Sudamerica negli anni Settanta: “Il 26 aprile quei disperati si sono ribellati: hanno cercato di scavalcare il muro di cinta alto sei metri. C’erano ragazzi che cadevano, che si ferivano con i cocci di bottiglia in cima al muro. Urla, sangue. Decine sono scappati, gli altri sono rimasti al campo”, racconta Luisa, una donna che dal suo appartamento si vede davanti la scena.
Ma che cosa è successo davvero a Santa Maria Capua Vetere?
Gli avvocati Cristian Valle e Antonio Coppola hanno raccolto i racconti di Samir e dei suoi compagni nei verbali della polizia: “Ci hanno portato qui il 18 aprile. Nonostante ci dicessero che avremmo avuto un permesso di soggiorno temporaneo, da quel giorno è come se fossimo in prigione. Addirittura il 21 aprile il governo ha trasformato il campo in un Cie, senza nemmeno che fossimo avvertiti”.
Quando i tunisini apprendono che la struttura che doveva accoglierli, curarli e restituirli alla libertà , si è trasformata in una prigione, scoppia la ribellione che il 26 aprile porta alla maxi-evasione.
Da quel momento le condizioni di detenzione per chi non è riuscito a fuggire diventano durissime. “Dicono che abbiamo firmato un foglio che li autorizzava a trattenerci, ma non è vero”, raccontano gli immigrati nei verbali.
Già , il primo punto è questo: “Le autorità dicono che i tunisini avrebbero autorizzato la polizia a trattenerli. Ma gli immigrati a noi raccontano di aver firmato per ottenere i vestiti. Alcuni giurano che le firme non sono le loro”, sostiene Mimma D’Amico del centro sociale Ex Canapificio di Caserta.
Mimma è una ragazza con gli occhi azzurri che contrastano con questo ambiente duro.
Con i suoi amici da anni segue gli immigrati, a cominciare dagli africani che a due passi da qui, a Casal di Principe, vivono — e vengono uccisi — come bestie.
I ragazzi dell’Ex Canapificio, insieme con la Caritas, seguono i tunisini del campo: “Abbiamo presentato un esposto. Non si può trasformare l’assistenza in detenzione”.
Ma in mezzo all’ondata di decine di migliaia di immigrati, i 102 ospiti di Santa Maria Capua Vetere sono stati dimenticati.
È Abdul, il nome è di fantasia, a raccontare la loro storia: “Siamo 11 per ogni tenda, senza vestiti. Ci lasciano andare in bagno una volta al giorno… dobbiamo fare i nostri bisogni nelle bottiglie. E non possiamo nemmeno andare in infermeria… siamo trattati come animali. Di notte c’è freddo, ci hanno dato solo una coperta. Siamo costretti a dormire sempre perchè non c’è la luce”.
Abdul adesso potrebbe essere rispedito in Tunisia: “Sarebbe una tragedia. Ben Alì se n’è andato, ma ci sono i suoi amici. La gente come noi che ha partecipato alle manifestazioni rischia grosso”.
Tutto vero? Questo raccontano Abdul e i suoi amici.
Di sicuro i tunisini secondo la legge avrebbero il diritto di essere ascoltati uno per uno.
Dovrebbero essere ospitati in condizioni dignitose, anche se negli ultimi giorni (da quando la Croce Rossa gestisce il campo) le tende sono meno affollate e i controlli più elastici.
Il racconto di Abdul trova comunque conferme nelle parole di Marco Perduca, senatore radicale che ha visitato il campo: “Questo centro è fuori della legge. Non può ospitare persone addirittura per sei mesi. Non si può stare così… nei giorni scorsi ha piovuto, ci sono materassi bagnati, gente che dorme praticamente per terra. E poi mancano controlli sanitari: se ci fossero persone con malattie infettive qui non si saprebbe. Per non dire dei feriti… ho visto persone ingessate, altre con tumefazioni che potrebbero essere provocate da scontri fisici”.
Non basta: “Le persone che richiedono assistenza non dovrebbero stare nel Cie, invece noi abbiamo visto anche famiglie, perfino un minore… gente che vive ignorando che cosa li aspetta”.
Dalla Prefettura di Caserta la raccontano diversamente: “Gli immigrati vivono in condizioni dignitose. Emergenze? C’è stata una fuga di massa. Qualcuno si è ferito scavalcando il muro”. Gli immigrati dicono che non vi hanno mai autorizzato a trattenerli… “Hanno firmato di loro spontanea volontà ”.
Gli agenti del campo, però, sussurrano: “Qui è un casino: da una parte ci sono questi poveracci, dall’altra ci arrivano ordini da Roma. E noi siamo in mezzo”.
La signora Luisa dalla finestra della sua casa sorride amara: “Mi sembra impossibile che quei ragazzi abbiano firmato per essere trattati così. Chissà … parlano arabo, non capiscono una parola di italiano, se un carabiniere gli dice di firmare un foglio che cosa volete che facciano?”.
Poi Luisa guarda lontano, verso la campagna di Casal di Principe, verso l’orizzonte, dove si vede il bagliore del mare, Napoli: “Questa è una terra difficile. Abbiamo un sacco di guai per conto nostro, ma quei ragazzi fanno pena. Chissà cosa direbbero le loro madri se li vedessero ridotti così”.
Ferruccio Sansa
(fa “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile
SULLA STRADA ASPETTANDO IL CAPORALE CHE TI FA LAVORARE…. TRA ABUSI, INGIUSTIZIE E MORTI SENZA NOME… IL “LAVORO SPORCO” DI TANTI “INVISIBILI” SOLO A CHI NON LI VUOLE VEDERE, IN UNO STATO SOCIALE LATITANTE
Sono le 5 del mattino, sulla statale a ridosso della Magliana, periferia sud di Roma. Vicino a un viadotto, si distinguono delle sagome sul ciglio della strada: vanno avanti e indietro tra le auto che sfrecciano.
Saranno una cinquantina, da lontano sembrano prostitute.
In realtà sono uomini: lavoratori, operai.
Tutti in cerca di un lavoro. «In nero, ovviamente».
Moldavi, ucraini, rumeni, polacchi in attesa del caporale che di lì a poco li assolderà in qualche cantiere, «in nero ovviamente».
Costano la metà e lavorano quasi il doppio rispetto a un operaio regolare.
Un manovale in nero prende 40 euro per dieci ore di lavoro; si sale fino
a un massimo di 70 euro per quelli con più esperienza.
Vuol dire che devono saper fare di tutto: muratura, pittura, intonaco, massetti, pavimenti, idraulica etc.
Nessuno può discutere o contrattare il salario.
Se ti sta bene sali in macchina, altrimenti resti in strada ad aspettare la prossima opportunità , se ci sarà .
Perchè le strade della capitale sono sempre più piene di lavoratori che si offrono senza condizioni.
Con una telecamera nascosta abbiamo anche filmato quello che succede
quotidianamente sulle strade provando a fotografare la paura, la rassegnazione e l’indignazione di chi non ha altra scelta per vivere.
Ma anche la spudorata arroganza con la quale i caporali abusano di queste persone.
Per un giorno ci siamo trasformati in uno di loro: siamo diventati operai in nero. “Invisibili” ma parte integrante di quella terribile piaga del lavoro senza diritti che affligge l’Italia.
Dopo alcune ore in piedi e sotto al sole si ferma una macchina.
Il socio di un’impresa locale ci ingaggia per il rifacimento della retefognaria di una residenza sanitaria.
Il prezzo per la giornata è 50euro.
Appena arrivati prendiamo ordini a ripetizione e iniziamo a fare quello che qui chiamano il «lavoro sporco».
Inutile parlare di sicurezza sul lavoro.
Se chiedi un paio di guanti o un casco ti ridonoin faccia: «Qui si lavora così … lavora piano piano».
Un altro operaio spiega che se ci facciamo male o sbagliamo a fare qualcosa è meglio che ce ne andiamo subito perchè il capocantiere nemmeno ci pagherà . Ma l’infortunio è il minimo che può capitare.
In casi peggiori nessuno dovrà mai sapere come e cosa è successo.
Insomma, dei fantasmi.
Inesistenti anche per le statistiche che non li contemplano neppure alla voce «morti sul lavoro».
Tragica realtà quotidiana nell’Italia che produce e lavora senza regole e diritti.
Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera“)
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Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile
LETTERA APPELLO AL “FATTO”: “NON SI TRATTA PIU’ DI DESTRA O SINISTRA PER CAPIRE CHE UN UOMO COSI’ NON PUO’ GOVERNARE NESSUN PAESE”
Caro direttore, ma soprattutto cari studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza.
Come avrete letto su tutte le prime pagine dei giornali, il governo non demorde.
Continua, sfidando l’intelligenza anche di chi lo ha votato, nella sua demoniaca voglia di avvelenare gli italiani.
Gli unici che, fino a prova contraria, hanno saputo distinguersi da tutti gli altri popoli imbecilli per aver avuto, già 24 anni fa, la saggia intuizione di dire no alla bevanda radioattiva che, in nome di quel “benessere” tanto sbandierato da Berlusconi, ti uccide in cambio di un voto contro la vita.
Ma oggi purtroppo il pericolo radioattivo, e quindi di morte lenta e dolorosa, è di gran lunga maggiore di quanto è avvenuto in quegli anni.
Che peso può avere oggi la saggezza degli italiani se poi chi ci governa fa dei discorsi cretini come quello che abbiamo ascoltato a Porta a Porta dal ministro Paolo Romani?
“Innanzitutto essere nuclearisti — ha detto — non può essere definita una bestemmia. Lo sono tutti i più grandi paesi del mondo, l’America, la Russia, la Cina, il Giappone e tutti i paesi europei. L’unica grande potenza industriale che non ha il nucleare è solo l’Italia”.
Come dire che, se la maggioranza dei paesi industriali vogliono suicidarsi, la logica vuole che chi non si suicida è un mascalzone.
Purtroppo invece, caro ministro, essere nuclearisti non solo è una bestemmia, ma significa essere dementi fin dalla nascita.
La verità è che il vostro è un trucco per indebolire il referendum: senza il quesito del nucleare (e ora state tentando di far saltare anche quello sull’acqua), sperate che il legittimo impedimento non raggiunga il quorum. Stavolta credo che sarà proprio il governo a finire con “il quorum a pezzi”. Non so come si pronuncerà la Cassazione.
È a lei che spetta l’ultima parola per decidere se il quesito referendario è venuto meno o no.
In ogni caso non si potrà fare a meno di andare a votare.
Che Di Pietro stia cercando di salvarci dall’immane catastrofe lo si capirà prima di quanto si creda.
La “Pubblica Ottusità ” dei vari Romani, Sacconi, Quagliarielli, Gasparri e Prestigiacomo ha quasi raggiunto il punto di non ritorno.
E la natura, la cui pazienza è ormai a pezzi, non tarderà molto a darci i suoi nuovi segnali.
E a tal proposito voglio dire due parole non a Berlusconi, ormai in preda a uno stato confusionale, ma a ciò che è rimasto della sua coscienza che, per meglio identificarla a chi legge la chiamerò con lo stesso nome del presidente del Consiglio, ma al femminile, poichè mi piace immaginare che la voce della coscienza abbia piuttosto i modi dolci e gentili di una bella figura femminile che non quelli rudi e maschili.
Cara Silvia, il fatto che tu sia inascoltata non significa che tu debba calare le braghe, scusa volevo dire la gonna, non so come sei vestita, non ha importanza; ma al governo c’è qualcuno di cui forse tu hai smarrito la fisionomia e che sta sbagliando tutto.
Se tu lo molli si perde definitivamente e chi ci va di mezzo poi è la povera gente che lo ha votato.
È il momento invece di alzare la voce e fargli capire come stanno le cose. Devi dirgli che gli italiani non sono così cretini… anche le formiche lo hanno capito che questa mossa di soprassedere sul nucleare non solo è una truffa ai danni di chi vuole vivere, ma serve soprattutto a tener fede a quel contratto di morte che Berlusconi ha firmato con Sarkozy per la costruzione di quattro nuove centrali nucleari.
Devi dirgli che non si può far gestire l’acqua ai privati. L’acqua è un bene comune, di tutti.
Come si può pensare che, se io ho sete, devo pagare per bere?
E poi devi dirgli che all’estero tutte le sue strategie risultano assai sospette, ridicole e soprattutto non chiare.
Cara Silvia, a tutti capita di dire qualche bugia, ma a fin di bene.
Forse anche a te sarà capitato, o no?…
Scusa dimenticavo, tu non puoi dire bugie… neanche a fin di bene… Il compito che ti è stato affidato, fin dai più remoti albori del mondo, è quello di dirci sempre la verità anche se noi continueremo a rifiutarla.
Scusa, me l’ero scordato, per un attimo anch’io mi sono fatto prendere dalle puerili voglie di grandezza del mondo esterno….
Ora capisco perchè fin dalla nascita il presidente del Consiglio ti ha ripudiata. Le bugie che lui dice infatti sono spacentose e senza un minimo di
pudore.
Vuol farci credere che lui davvero pensava che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
Vuol cambiare la Costituzione a furia di barzellette che non fanno ridere, ce l’ha coi magistrati che vogliono processarlo.
Le accuse su di lui non si contano ormai: magari è davvero innocente, però non lo sapremo mai.
Lui continua a non presentarsi ai processi e non si accorge che i suoi elettori cominciano a farsi delle domande, a chiedersi se è giusto essere governati da un bugiardo.
Certo, è difficile pensare che non lo sia, anche se il dubbio traspare lontanamente e subito svanisce di fronte alll’arroganza di tacere ciò che tutti si aspettavano da lui.
Ossia, l’unica bugia che il Cavaliere avrebbe dovuto dire e che volutamente non ha detto per non condannare il malsano gesto di Lassini e i suoi tristi manifesti.
Anzi ha fatto esattamente il contrario.
Ha telefonato all’attacchino e gli ha espresso il suo pieno sostegno, naturalmente seguito a ruota dalla coppia Daniela Santanchè e Giorgio Straguadagno i quali, anche loro, gli hanno assicurato il voto nonostante il giusto aut aut del sindaco Moratti.
Un gesto, quello della coppia “Daniela-Straguadagno”, da cui è chiaro il riferimento a possibili frizioni tra la Moratti e l’incantatore di serpenti.
Lui è inafferrabile per i giudici che, a malapena, il massimo che hanno ottenuto è stato quello di portarlo fuori dal tribunale e non “dentro”, dove purtroppo non è possibile stabilire se i suoi comportamenti sono giusti o sbagliati.
Però, anche senza un tribunale, noi lo possiamo intuire dalle sue azioni. Come parla, come ride, come racconta le barzellette e soprattutto capire il motivo per cui le racconta.
Capire cosa c’è dietro quella barzelletta raccontata con aria apparentemente ingenua e, cosa importante, dove è diretto l’amo che aggancerà la sua prossima vittima.
E la sua prossima vittima purtroppo sono ancora gli italiani.
Da qualche parte ho letto che due signor “nessuno” telecomandati hanno presentato due emendamenti al regolamento della Rai in campagna elettorale, affinchè tutto sia compiuto sul colossale scippo perpetrato ai danni del referendum sul nucleare, nel caso la Cassazione vada contro la richiesta del governo, e si pronunci invece a favore della sua validità .
Il primo emendamento consiste nel togliere alle tribune elettorali il 30% di spazio e darlo al “comitato per il non voto”, in modo da ridurre gli spazi promozionali per il Sì contro le centrali atomiche a un terzo.
Il secondo vuole completare l’opera di devastazione facendo cominciare la campagna referendaria solo dopo le amministrative, anche qui per ridurre i tempi di dibattito che rimarrebbero di soli 12 giorni.
Come vedete non si tratta più di destra o sinistra per capire che un uomo come Berlusconi non solo non può governare l’Italia, ma nessun paese.
Al massimo lui e i suoi falsi trombettieri, come li chiama Travaglio, possono andar bene per una piccola tribù, dove tutti quanti, raccolti intorno al capo, si nutrono a vicenda della loro stessa falsità .
Cari amici fascisti, studenti, leghisti, comunisti e operai insicuri.
Mi sembra chiaro che a questo punto non ci resta che l’unico mezzo di sopravvivenza. Il voto.
Non possiamo assolutamente mancare.
Il 12 Giugno dobbiamo andare tutti a votare anche se, come è prevedibile, il governo tenterà l’impossibile per togliere dalle schede referendarie pure il legittimo impedimento.
E, se lo dovesse togliere dobbiamo essere ancora più numerosi davanti ai seggi.
E, se per caso le sedi elettorali fossero chiuse, il vostro voto lasciatelo pure per terra scritto su un piccolo foglietto già preparato a casa, in modo che l’indomani tutti i marciapiedi d’Italia siano invasi da quaranta milioni di bigliettini.
Contro il nucleare, contro la provatizzazione dell’acqua, contro il legittimo impedimento.
Adriano Celentano
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, emergenza, Giustizia, governo, la casta, PD, PdL, Politica, radici e valori, Sicurezza | Commenta »
Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile
LA CORTE DI GIUSTIZIA DEL LUSSEMBURGO CONSIDERA LA PENA DELLA RECLUSIONE PER GLI IRREGOLARI IN CONTRASTO CON LA DIRETTIVA COMUNITARIA SUI RIMPATRI “NEL RISPETTO DEI DIRITTI FONDAMENTALI”…L’ORGANISMO INVITA I GIUDICI ITALIANI A NON APPLICARE LA LEGGE: QUESTO E’ IL RISULTATO DELLA POLITICA XENOFOBA DEL GOVERNO DEGLI ACCATTONI
Quasi isolati, a destra, lo avevamo sostenuto due anni fa.
Ora la Corte di Giustizia della Ue ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinità , introdotto nell’ordinamento italiano nel 2009 nell’ambito del “pacchetto sicurezza” e che punisce con la reclusione gli immigrati irregolari.
La norma – spiegano i giudici europei – è in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini.
Nell’esprimere il suo verdetto, la Corte, composta da un giudice per ognuno degli Stati membri dell’Unione, assolve alla più importante delle sue prerogative: garantire che la legislazione Ue sia interpretata e applicata in modo uniforme in tutti i paesi dell’Unione per rendere effettivo il principio che la legge è uguale per tutti.
A porre in evidente contrasto la legge italiana con la direttiva comunitaria, si legge in una nota diffusa dalla Corte, è la reclusione con cui l’Italia punisce “il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato a un ordine di lasciare il territorio nazionale”.
Reclusione che compromette la realizzazione dell’obiettivo della direttiva Ue “di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”.
Compromette l’obiettivo della direttiva comunitaria, ad esempio, il caso di Hassen El Dridi, algerino condannato a fine 2010 a un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato l’ordine di espulsione.
Sentenza che El Dridi impugnò presso la Corte d’appello di Trento, da cui partì la richiesta alla Corte di Giustizia di chiarire se la legge italiana fosse in contrasto con la direttiva Ue sul rimpatrio dei cittadini irregolari di paesi terzi.
Secondo i giudici europei, “gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perchè un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.
In conseguenza della sentenza Ue, conclude la Corte del Lussemburgo, il giudice nazionale “dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva – segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni – e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.
La Corte afferma come gli Stati membri non possano applicare regole più severe di quelle previste dalle procedure della direttiva Ue sui rimpatri.
Una procedura graduale, divisa in più fasi.
La prima consiste nell’adozione di una “decisione di rimpatrio”, nell’ambito di tale fase va accordata priorità , spiega ancora la Corte, “a una possibile partenza volontaria, per la quale all’interessato è di regola impartito un termine compreso tra sette e trenta giorni”.
Nel caso in cui la partenza volontaria non sia avvenuta entro il termine stabilito, “la direttiva impone allo Stato membro di procedere all’allontanamento coattivo, prendendo le misure meno coercitive possibili”. Lo Stato può procedere al fermo soltanto “qualora l’allontanamento rischi di essere compromesso dal comportamento dell’interessato”.
Il trattenimento deve avere “durata quanto più breve possibile”, essere “riesaminato a intervalli ragionevoli”, deve cessare “appena risulti che non esiste più una prospettiva ragionevole di allontanamento” e la sua durata “non può oltrepassare i 18 mesi”.
Inoltre, ricorda la Corte di Giustizia, “gli interessati devono essere collocati in un centro apposito e, in ogni caso, separati dai detenuti di diritto comune”.
Il primo a commentare la bocciatura comunitaria della legge italiana è Antonio Di Pietro. “E’ ormai provato – afferma il leader di Idv – che siamo di fronte a una dittatura strisciante in cui vengono presi provvedimenti contro la Carta dei diritti dell’uomo, si dichiara guerra senza passare per il Parlamento e si occupano le istituzioni per fini personali”.
Per il Pd, si tratta di “un altro schiaffo al ministro Maroni”.
“Sin da quando Maroni presentò il reato nel pacchetto sicurezza – ricorda Sandro Gozi, responsabile per le politiche europee del partito – avevamo denunciato l’evidente violazione delle norme europee e sono due anni che chiediamo al governo di recepire la direttiva Ue sui rimpatri, che giace dimenticata da qualche parte alla Camera, surclassata da processo breve e testamento biologico”.
Laconico il commento di Rosy Bindi. “Sull’immigrazione le figuracce del governo italiano non finiscono mai – dice la presidente dei democratici -. La Corte di Giustizia europea mette a nudo le violazioni dei diritti umani, l’approssimazione e i ritardi di norme approvate solo per fare propaganda, dimostrando un’efficacia che alla prova dei fatti pari a zero. Del resto, cosa aspettarsi da un governo prigioniero delle parole d’ordine della Lega e incapace di affrontare con serietà e giustizia il fenomeno globale e inedito dell’immigrazione”.
Per Benedetto Della Vedova, capogruppo di Fli alla Camera, la bocciatura “non è, come molti vorranno fare apparire, una sentenza buonista. A essere stata bocciata è una norma demagogica e inefficiente, che aggrava l’arretrato giudiziario e il sovraffollamento carcerario, senza migliorare e al contrario intralciando le procedure di espulsione e rimpatrio degli immigrati irregolari”.
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, Giustizia, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori, Sicurezza | Commenta »