Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile
A FINE GIUGNO FINIRANNO I SOLDI PER I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA MENTRE NON SI HANNO NOTIZIE PER GLI INTERVENTI SULL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE, I CUI COSTI VENGONO SCARICATI SUL DIPARTIMENTO GIA’ GRAVATO DAI TAGLI… SPARITI 19 MILIONI IN TRE ANNI: ECCO IL DETTAGLIO DEI TAGLI ALLA SICUREZZA
Immigrati e pentiti, Mantovano ammette “Il Ministero sta finendo i soldi”
“Mancano i fondi per la gestione dei pentiti, con lo stanziamento del 2011 si riuscirà appena a superare il semestre”.
A lanciare questo allarme è stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario dell’Interno che nei giorni scorsi s’è dimesso (per poi ritirare le dimissioni) per contrasti con la politica governativa sull’immigrazione.
Mantovano, davanti a tutti i segretari nazionali dei sindacati di polizia che lo incalzavano chiedendogli quante risorse il governo fosse intenzionato a stanziare per l’emergenza immigrazione, ha risposto così: “Sappiate che il problema della mancanza dei fondi c’è. Io lo sto vivendo in prima persona come presidente della Commissione pentiti: rischiamo di non arrivare alla fine dell’anno”.
È la prima volta che un governo, da quando i “pentiti” sono diventati un’arma fondamentale per l’aggressione alle mafie, si trova in crisi di liquidità addirittura per la gestione dei collaboratori di giustizia.
“Sì, è vero – ha confermato Alfredo Mantovano – il problema c’è, ma stiamo lavorando per risolverlo. Cercheremo di attingere al Fug, il Fondo unico giustizia”.
I pentiti sono circa 900, i loro familiari intorno ai tremila, un’ottantina i testimoni di giustizia e 300 i loro parenti.
Per capire il perchè dell’allarme del sottosegretario dell’Interno, basta osservare il trend delle spese per collaboratori di giustizia (in discesa negli ultimi anni dopo il picco di 70 milioni del 2006): 53 milioni nel 2009, 49 milioni nel 2010, 34 milioni nel 2011.
Un taglio nell’ultimo triennio di 19 milioni.
“È facile immaginare – commenta Enzo Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia – che non si possa arrivare alla fine dell’anno con il 35 per cento di risorse in meno rispetto a tre anni fa”.
Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil, ricostruisce l’incontro con Mantovano: “Sono stato io a porre il caso dell’immigrazione perchè è inaccettabile che il governo la consideri una emergenza europea, e poi scarichi i costi solo sul dipartimento di Pubblica sicurezza. Volevo sapere se Palazzo Chigi fosse intenzionato a prevedere risorse specifiche perchè con i tagli di Tremonti abbiamo già raschiato il fondo”.
Franco Maccari, del Coisp: “Mantovano ha fatto una battuta, “coi pentiti, ha detto, fra un po’ dovremo fare come per gli immigrati, e chiedere che gli altri Stati europei se ne prendano un po’ per uno”.
Enzo Letizia: “Il sottosegretario ci ha riferito che le risorse finanziarie per i pentiti non sono sufficienti per arrivare alla fine del semestre. Per quanto riguarda l’emergenza Libia, ci ha detto che “siamo solo all’inizio””.
Giuseppe Tiani: “Mantovano era amareggiato, ad un certo punto ha commentato: “Ragazzi, anche con il fondo dei pentiti fra un po sarò costretto a dire i fondi sono finiti, prendeteveli voi che non so più come fare”.
Non sono mancate le reazioni nel mondo della giustizia e in quello politico.
Pier Giorgio Morosini, gip antimafia a Palermo: “Al di là della politica dei proclami e degli annunci rispetto all’azione antimafia, i fatti concreti per dimostrare che si fa davvero sul serio si manifestano anche attraverso una oculata politica di gestione dei fondi da dedicare a tutte le strutture di sostegno dell’azione anticriminalità . Il caso dei fondi per i collaboratori di giustizia è uno dei punti più importanti e delicati di questa politica di reperimento delle risorse in vista del contrasto alle mafie. Ai ministri della Giustizia e dell’Interno vorrei dire: meno proclami e più azioni concrete”.
Per il leader dell’Italia del valori, Antonio Di Pietro, il taglio al comparto sicurezza e giustizia “non può essere solo una esigenza di ristrettezze economiche, ma è una precisa scelta ideologica e programmatica del governo finalizzata non alla lotta al crimine, ma a rendere più difficile la lotta al crimine. Tagliare i fondi per i pentiti significa mettere il bastone tra le ruote agli operatori di giustizia sia sul piano della repressione che della prevenzione. È come togliere il bisturi al chirurgo”.
Le parole di Maroni secondo cui questo è il “governo che più di ogni altro ha combattuto la mafia” vanno ribaltate: questo è il governo che più di ogni altro ha tagliato fondi per la lotta alla mafia.
Ecco gli altri tagli alla sicurezza che stanno creando difficoltà al Dipartimento di Polizia.
Acquisto automezzi: 40 milioni nel 2009, 45 nel 2010, e 31 nel 2011. Manutenzione automezzi: 60 milioni nel 2009, 59 nel 2010, 41 nel 2011.
Fondo funzionamento Dia: 18 milioni 2009, 17 milioni nel 2010, 15 nel 2011. Missioni interno (pedinamenti, appostamenti, cattura latitanti): 20 milioni nel 2009, 22 nel 2010, 15,5 nel 2011.
Missioni estero (indagini all’estero): 9 milioni nel 2009, 9 nel 2010, 6 nel 2011. Fondo riservato traffico stupefacenti (pagamento fonti): 800 mila nel 2009, 800 mila nel 2010, 500 mila nel 2011.
Fondo riservato lotta alla delinquenza: 1 milioni nel 2009, 1 milione nel 2010, 600 mila nel 2011.
Affitti: 154 milioni nel 2009, 152 nel 2010, 84 nel 2011).
E nonostante questo, Maroni e Co. hanno ancora il coraggio di prendersi il merito degli arresti di latitanti mafiosi, invece che vergognarsi.
Merito esclusivo di magistrati e forze dell’ordine costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori.
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
NEL ROGO MORIRONO SETTE OPERAI, ACCOLTE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA…FU UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA, CAUSATA DALLA COLPEVOLE OMISSIONE DELLE MISURE DI SICUREZZA ALL’INTERNO DI UNO STABILIMENTO IN VIA DI DISMISSIONE
Non appena risuona la parola “colpevole”, i parenti delle sette vittime della strage della
Thyssen Krupp trattengono a stento un moto di gioia.
Poi, con il passare dei minuti, non trattengono più le lacrime.
Fino a che un padre, sopraffatto dall’emozione, non viene adagiato su una barella.
Non hanno perso un’udienza e non potevano certo mancare alla lettura della sentenza che, seppure niente e nulla potrà mai ripagare il dolore di una morte, li premia.
Un verdetto pesantissimo quello della Corte d’Assise di Torino, che accoglie in pieno (e anche oltre) tutte le richieste dell’accusa.
Harald Espenhahan, amministratore delegato della Thyssen Krupp Italia, è stato condannato a sedici anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale.
È la prima volta che un Tribunale riconosce un reato così grave per “incidente” sul lavoro.
Tredici anni e sei mesi ai dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, al direttore dello stabilimento torinese Raffaele Salerno e al responsabile sicurezza Cosimo Cafueri, imputati di omicidio colposo con colpa cosciente; 10 anni e dieci mesi (l’unica pena superiore alle richieste della pubblica accusa) al dirigente Daniele Moroni.
E’ da poco passata l’una del 6 dicembre 2007, quando, sulla linea 5 dell’acciaieria di corso Regina Margherita, si sviluppa un principio d’incendio. Antonio Schiavone, 36 anni e tre figli, si china per tentare di spegnerlo; improvvisamente cede un tubo, fuoriesce una gran quantità d’olio che provoca un’esplosione.
Schiavone muore sul colpo.
Dietro di lui sei compagni di lavoro vengono travolti dalle fiamme.
L’ottavo componente della squadra, Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd, riesce miracolosamente a scampare.
Sei ore dopo l’esplosione muore Roberto Scola, 32 anni e due figli, giunto al reparto grandi ustionati del Cto di Torino pienamente cosciente.
Il cuore di Angelo Laurino, 43 anni e due figli, si ferma all’Ospedale San Giovanni Bosco il pomeriggio del 6 dicembre. Bruno Santino muore di sera; aveva 26 anni e della fabbrica non ne poteva più e di lì a poco si sarebbe licenziato per aprire un bar con la fidanzata ventunenne.
La Torino post olimpica, d’un tratto, scopre che gli operai esistono ancora. E che muoiono sul lavoro.
Il 16 dicembre 2007 la città accompagna in duomo i funerali delle prime quattro vittime, poche ore prima che, in una stanza delle Mollinette, finisca la lotta di Rocco Marzo, 54 anni e due figli, il più anziano (sarebbe andato in pensione dopo poche settimane) del gruppo.
Tre giorni dopo, il 19 dicembre, muore anche Rosario Rodinò, 26 anni, stessa età di Giuseppe Demasi, che resiste fino al 30 dicembre.
Sette morti, una strage mai vista.
Il verdetto della Corte d’Assise di Torino arriva dopo un processo celebrato a tempo di record, tre anni e cinque mesi dopo quella notte maledetta.
Indagini chiuse il 23 febbraio 2008, un primo risarcimento record di 12 milioni e 970 mila euro da parte della Thyssen-Krupp alle famiglie delle vittime (giugno) poi l’udienza preliminare e il rinvio a giudizio (novembre), quindi il dibattimento iniziato a gennaio 2009 e conclusosi ieri.
Ottanta udienze spesso concitate in cui non sono mancati colpi di scena, su tutti l’indagine parallela a carico di una decina di persone che, “avvicinate” dall’azienda, avrebbero dichiarato il falso in dibattimento.
Secondo l’accusa il rogo della Thyssen Krupp fu una “tragedia annunciata”, causata dalla colpevole omissione di adeguate misure di sicurezza all’interno di uno stabilimento in via di dismissione: sistemi di rilevazione incendi assenti, estintori vuoti o malfunzionanti, carenza di manutenzione, sporcizia e, soprattutto, quell’email firmata Harald Espenhahan in cui l’amministratore delegato dichiarava il dirottamento di un investimento di 800 mila euro (sollecitato dalle assicurazioni nel 2006 dopo un analogo incendio nello stabilimento tedesco di Krefeld) “from Turin”, cioè non a Torino, ma a Terni, dove la linea 5 avrebbe dovuto essere smontata e trasferita (nonostante il picco di produzione raggiunto appena due mesi prima della strage).
Per i pubblici ministeri Guariniello, Longo e Traverso “from Turin” era la pistola fumante, motivo dell’imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale a carico di Espenhahan, che avrebbe coscientemente risparmiato sulla sicurezza accettando il rischio di incidenti anche gravi.
Secondo i difensori — tra cui spiccava l’avvocato Franco Coppi, già legale di Giulio Andreotti — l’imputazione di omicidio volontario era “obbrobriosa”, formulata dalla Procura “in modo frettoloso sull’onda dell’emozione”, addirittura un “processo politico” contro “la fabbrica dei tedeschi” (dal titolo del documentario di Mimmo Calopresti).
Secondo la difesa l’azienda non trascurò la sicurezza degli operai, cercando in qualche modo — pur dichiarando di volerlo evitare a tutti i costi — di addossare ai lavoratori la responsabilità di quanto accaduto.
La Corte d’Assise di Torino non ci ha creduto.
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Aprile 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA TRASCORRE PIU’ TEMPO A GENOVA CHE A ROMA, MA HA UNA SCORTA DI AGENTI ROMANI CHE LO “PROTEGGE” ANCHE IN LIGURIA… I COSTI DELLA LORO MISSIONE FUORI SEDE POTREBBERO ESSERE RISPARMIATI CON UNA SCORTA DI AGENTI GENOVESI, VISTO CHE GIA’ NON VI SONO RISORSE PER LA SICUREZZA
L’origine della scorta al sottosegretario leghista Francesco Belsito è misteriosa, trattandosi di personaggio più da fumetti che di nobile taglio politico.
Un passato da autista di Alfredo Biondi, quando militava in Forza Italia, da buttafuori di discoteca, da laureato fantasma in un ateneo estero mai rivelato, da portaborse leghista in Regione Liguria.
Fino a diventare segretario amministrativo della Lega, dopo la scomparsa di Maurizio Balocchi.
Appena nominato gli è stata assegnata la scorta a causa pare di un proiettile recapitatogli per posta.
I maligni che pensavano che avesse più nemici all’interno della Lega ligure che fuori sarebbero così stati smentiti.
Anche se qualcuno ritiene esagerata un misura di protezione per un semplice sottosegretario al nulla (ovvero alla Semplificazione di Calderoli), non certo obiettivo sensibile rispetto a personaggi leghisti ben più in vista.
Sempre che all’origine della minaccia postale vi sia una motivazione politica e non di altro genere personale.
In ogni caso Belsito non rinuncia certo al suo status symbol, anzi, con la scusa della minaccia, parcheggia pure il Porsche Cayenne nei posti riservati della Questura, abitando nei pressi.
I sindacati di polizia hanno già protestato per questo privilegio e il questore ha dovuto precisare che il Belsito è “sotto protezione”, anche se pare più probabile che si faccia del male da solo, con i suoi atteggiamenti, rispetto all’ipotesi che qualcuno glielo possa fare.
Ora ritornano alla carica i sindacati di polizia: “la sua scorta con agenti romani fuori sede costa circa 50.000 l’anno, mentre i fondi per le pulizie degli uffici e delle caserme sono stati dimezzati”.
“Abbiamo una cronica carenza di risorse economiche: il governo lancia slogan mediatici, ma nei fatti è incoerente”, dicono i sindacalisti del Silp.
E arrivano a Belsito: “Non si capisce perchè il Viminale abbia affidato il servizio al personale di Roma e non di Genova, quando il Belsito si trova nel capoluogo genovese in media 20 giorni al mese”.
Con un costo di circa 50.000 euro annuali, dato che ogni giorno di missione fuori sede dei due agenti romani costa 220 euro, straordinari esclusi.
Costi che potrebbero essere risparmiati con una scorta di Genova.
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Aprile 14th, 2011 Riccardo Fucile
I DETENUTI SONO SEMPRE 67.648 RISPETTO AI 45.000 POSTI MASSIMI DISPONIBILI E IN MOLTI ISTITUTI LE CONDIZIONI DI VITA SONO DISUMANE…AUMENTANO I SUICIDI E I FERIMENTI DELLE GUARDIE CARCERARIE…IL PIANO PROMESSO DA ALFANO DOPO 15 MESI E’ SEMPRE FERMO E 700 MILIONI SONO INUTILIZZATI IN BANCA
Scene da far west, di là dal muro che divide le persone libere da quelle recluse.
Otto detenuti si fronteggiano con l’uso di lamette, alcune delle quali applicate a piccole aste, in modo da formare rudimentali rasoi.
Alcuni di loro rimangono feriti. A dividerli i troppo pochi agenti penitenziari. Accade il 10 marzo, nel carcere di Reggio Emilia, in cui vivono 322 persone, 150 in più rispetto al numero previsto.
Due giorni dopo parte la protesta nella casa circondariale di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba: a orari stabiliti i detenuti percuotono i cancelli delle celle con pentole e ogni oggetto reperibile.
Sono rinchiuse qui 310 persone contro una capienza di 238.
Il 21 marzo il teatro della rivolta è il Marassi di Genova: due risse nell’arco di una sola giornata, tunisini contro albanesi, anche in questo caso tutti armati di lamette. Uno di loro rimane sfigurato al volto.
Lo scorso fine settimana, a Novara, un detenuto aggredisce due sovrintendenti della polizia penitenziaria.
Nello stesso giorno, a Sollicciano, un agente si è ritrovato con la frattura del setto nasale.
Proteste pacifiche invece a Venezia, dove il vicesindaco ha chiesto l’intervento del ministero della Giustizia e l’Ordine degli Avvocati la chiusura della struttura.
Il motivo delle rivolte è, ovunque, lo stesso: in cella non si vive, costretti a stare anche in otto persone, in letti a castello a tre piani, senza neanche la possibilità di stare tutti in piedi contemporaneamente.
Con i cessi accanto alla branda, con gli spazi comuni che diventano formicai per poche decine di minuti al giorno.
Senza attività ricreative, senza rieducazione, senz’aria.
Rispetto a una capienza media di 45 mila, quasi 68 mila persone (67.648 secondo i dati dell’associazione “A buon diritto”) vivono così, anzi, non vivono così.
Ecco perchè sono quotidiane le risse, così come i suicidi.
Mehedi Kadi era un 39enne algerino, arrestato nell’ottobre del 2008 in seguito a una rapina.
Il 3 aprile si è tolto la vita impiccandosi nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Mario Germani, 29 anni, è ricoverato in condizioni gravissime dopo aver tentato di suicidarsi nella sua cella del penitenziario di Viterbo il 2 aprile.
Era stato arrestato nei giorni precedenti per essere evaso dai domiciliari. Nello stesso giorno è morto a Novara un suo omonimo, Mario Coldesina, 42 anni.
Secondo i primi accertamenti, il decesso è avvenuto per soffocamento. Giovedì scorso a non farcela è stato Carlo Saturno, il ragazzo barese di 22 anni per la morte del quale la Procura sta procedendo con l’ipotesi di istigazione al suicidio.
Dall’inizio dell’anno sono già 39 le persone morte nelle carceri italiane.
La loro età media era di 37 anni.
“Vige una cappa censoria — spiega Irene Testa, segretaria radicale de “Il detenuto ignoto” —. Nessuno ne parla. Non lo fanno i parlamentari, non lo fa il governo, non lo fanno gli enti locali, non lo fa la tv. Gli italiani non sanno cosa accade oltre i muri”.
La deputata radicale Rita Bernardini qualche mese fa ha depositato un disegno di legge per estendere anche ai sindaci e ai presidenti delle Province la prerogativa di sindacato ispettivo.
“Se anche i primi cittadini potessero entrare in carcere come i parlamentari — prosegue Testa — forse si renderebbero conto dell’emergenza”.
Finora alla proposta hanno aderito 62 sindaci e 21 presidenti di Provincia.
Nel gennaio 2010, il ministro Alfano decise lo stato d’emergenza .
Sarebbe dovuto cambiare tutto e invece, 15 mesi dopo, la situazione è peggiorata.
Il Piano straordinario è morto nei cassetti del Guardasigilli e del commissario Franco Ionta.
È stato inaugurato qualche padiglione che poi è rimasto vuoto per mancanza di poliziotti.
Ionta ha dichiarato a Rai News che i 700 milioni di euro necessari al Piano carceri sono depositati su un conto presso la Banca d’Italia.
Non si comprende dunque perchè non vengano subito spesi.
E il famoso ddl “svuotacarceri” tanto sbandierato?
Ne sono usciti 1500.
Vergogna nella vergogna: per far “non vivere” 68 mila persone, lo Stato ha speso — tra il 2001 e il 2010 — oltre 28 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i fondi stanziati per il Piano e la spesa per l’assistenza sanitaria, 90 milioni annui.
Il 79 per cento dei costi dipendono dal personale, solo il 13 per cento dal mantenimento dei detenuti, il 4 per cento dalla manutenzione delle carceri.
Silvia D’Onghia
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Aprile 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA I DIVIETI ANTI-ACCATTONAGGIO E ANTI-LUCCIOLE ADOTTATI DA DIVERSI COMUNI, IN SEGUITO ALLA LEGGE DEL 2008…IN PASSATO ERA GIA’ STATO BLOCCATO IL REATO DI CLANDESTINITA’ INTESO QUALE AGGRAVANTE
Nuovo stop della Consulte alle misure contenute nel pacchetto sicurezza
varato dal governo nel 2008.
Questa volta a finire nel mirino dei giudici costituzionali sono stati i poteri che la legge attribuiva ai “sindaci-sceriffi” e che ne avevano approfittato per prendere misure anti-accattonaggio o anti-lucciole in numerose città d’Italia. La Corte Costituzionale ha infatti bocciato la legge 125 del 2008 nella parte in cui consente che il sindaco adotti provvedimenti “a contenuto normativo ed efficacia a tempo indeterminato” per prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano la sicurezza urbana, anche al di fuori dai casi di “contingibilità e urgenza”.
A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tar del Veneto, cui si era rivolta l’associazione ‘Razzismo stop’ contro l’ordinanza anti-accattonaggio del sindaco di Selvazzano Dentro.
I giudici costituzionali, con la sentenza n. 115 scritta da Gaetano Silvestri, hanno ritenuto violati gli articoli 3, 23 e 97 della Costituzione riguardanti il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge, il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative.
Le ordinanze dei sindaci, così come previste dal ‘pacchetto sicurezza’ – scrive la Consulta – incidono “sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati”.
Ma – fa notare la Corte – “la Costituzione italiana, ispirata ai principi fondamentali della legalità e della democraticità , richiede che nessuna prestazione, personale o patrimoniale, possa essere imposta, se non in base alla legge”, così come previsto dall’art. 23 della Carta.
Pertanto – sottolinea la sentenza – “nel prevedere un potere di ordinanza dei sindaci, quali ufficiali del Governo, non limitato ai casi contingibili e urgenti”, il ‘pacchetto sicurezza’ “viola la riserva di legge relativa” perche ‘ non prevede una qualunque delimitazione della discrezionalità amministrativa in un ambito, quello della imposizione di comportamenti, che rientra nella generale sfera di libertà dei consociati”.
“Questi ultimi – aggiunge la Corte – sono tenuti, secondo un principio supremo dello Stato di diritto, a sottostare soltanto agli obblighi di fare, di non fare o di dare previsti in via generale dalla legge”.
Ma c’è di più: la “assenza di una valida base legislativa” nell’amplio potere di ordinanza conferito ai sindaci non solo “incide negativamente sulla garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione” ma – afferma la Consulta – lede anche il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art. 3 della Costituzione).
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Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile
DAL VERTICE CON IL MINISTRO DEGLI INTERNI FRANCESE IL GOVERNO ITALIANO ESCE SOLO UN IMPEGNO COMUNE A PATTUGLIARE LE COSTE TUNISINE…IN COMPENSO ORA PURE MALTA CI ACCUSA DI ESSERE DEGLI IRRESPONSABILI E DI AVER VIOLATO LE NORME INTERNAZIONALI
«Per sollecitare la Ue a contrastare l’immigrazione clandestina abbiamo
concordemente deciso un pattugliamento comune sulle coste tunisine fra Italia e Francia per bloccare le partenze dalla Tunisia».
Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al termine dell’incontro bilaterale con l’omologo transalpino Claude Gueant, preceduto alla vigilia da dichiarazioni tutt’altro che concilianti tra i due Paesi.
Il governo francese aveva minacciato di rimandare in Italia tutti gli immigrati che valicheranno la frontiera in possesso del solo permesso temporaneo di soggiorno che le autorità italiane hanno deciso di rilasciare agli immigrati sbarcati nelle ultime settimane a seguito delle crisi nord-africane.
E Maroni aveva replicato spiegando che «mettere le truppe, come a Risiko, alla frontiera tra noi e la Francia è la cosa più sbagliata» e che c’è un solo modo per i francesi di impedire che i migranti circolino liberamente anche in territorio francese: «che la Francia esca da Schengen o sospenda il trattato». Dopo l’incontro milanese sembra invece profilarsi un clima di collaborazione, anche se sull’applicazione delle norme europee in materia di accoglienza le posizioni restano distanti.
La disputa maggiore era proprio sull’interpretazione del trattato di Schengen, che prevede la libera circolazione entro i confini dei Paesi che vi aderiscono. La Francia aveva fin dall’inizio sostenuto che il solo permesso di soggiorno temporaneo non sarebbe stato sufficiente e che i migranti avrebbero dovuto avere con sè quantomeno un passaporto valido e le risorse economiche necessarie al proprio sostentamento.
«I permessi temporanei di soggiorno rilasciati dal governo italiano – ha precisato Gueant al termine dell’incontro con Maroni – aprono la possibilità di libera circolazione ma nel rispetto dell’articolo 5 di Schengen, che prevede il possesso di risorse finanziarie e documenti».
Il ministro di Sarkozy ha poi sottolineato che «spetta ad ogni paese verificare queste condizioni».
Non è dunque passata la linea italiana che con i permessi temporanei riteneva di avere trovato la chiave per far sì che anche altre nazioni facessero la propria parte nell’accoglienza ai migranti.
Molti dei quali, tra l’altro, hanno dichiarato di essere sbarcati in Italia per questioni di vicinanza ma di essere in realtà interessati a raggiungere altri Paesi, in primis proprio la Francia, punto di riferimento naturale (a causa del suo passato coloniale) per tutte le popolazioni dell’area maghrebina.
Ma proprio per questo il governo di Sarkozy teme una vera e propria invasione e per questo ha stabilito ulteriori restrizioni per l’ingresso di stranieri sul proprio territorio.
Il vertice milanese di questa mattina si è limitato in realtà a ratificare un’intesa che era già stata trovata ieri. I termini della “pace” erano stati comunicati infatti in serata a Bruxelles.
Marcin Grabiec, ricordando come “le decisioni prese da un paese abbiano conseguenze anche sugli altri”. Grabiec, ha poi confermato che “la Commissione ha ricevuto ieri sera tardi la lettera del governo italiano e quella del governo francese”, nella quale vengono spiegate a Bruxelles le disposizioni prese dai due governi relativamente alla concessione dei permessi di soggiorno temporanei da parte dell’Italia agli immigrati tunisini ed alle condizioni poste dalla Francia, secondo gli accordi di Schengen, per permettere l’ingresso nel Paese.
Su questi punti, Grabiec ha ribadito che “avere un permesso di soggiorno temporaneo non garantisce automaticamente il diritto a viaggiare negli altri paesi”, essendo condizionato al rispetto di alcune condizioni previste dagli accordi di Schengen, elencate nella circolare diramata due giorni fa dal ministro dell’Interno francese, Claude Gueant.
Per l’Italia si apre però ora un nuovo fronte diplomatico con Malta.
Il ministro dell’Interno maltese, Carm Mifsud Bonnici, ha accusato infatti le autorità italiane di essere “irresponsabili” per essersi rifiutate di accogliere 171 migranti soccorsi in mare da una motovedetta maltese.
“Gli italiani hanno violato i loro obblighi giuridici e umanitari e l’atteggiamento è sbagliato quando si tratta di tali circostanze”, ha affermato Bonnici.
Secondo il ministro, le autorità italiane hanno negato il permesso per il trasporto dei migranti a Lampedusa che dista circa 13 miglia nautiche dal punto del soccorso in mare e quindi molto più vicina di Malta.
I migranti, per lo più eritrei e libici tra i quali tre bambini, erano partiti dalla Libia e sono stati soccorsi dalla motovedetta maltese dopo che le autorità italiane avevano dato l’allarme, ha aggiunto Bonnici.
Sulla questione immigrazione è intervenuto oggi anche il presidente della Camera Gianfranco Fini.
“E’ un paradosso – ha commentato – nello stesso momento in cui risulta evidente a tutti che l’Unione Europea deve avere politiche comuni, l’Unione Europea balbetta”.
“Le istituzioni europee – ha aggiunto – appaiono inadeguate rispetto alle sfide di oggi. Proprio oggi, che servono politiche comuni si hanno maggiori difficoltà “.
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Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL NODO RESTA IL PERMESSO DI SOGGIORNO: IN REALTA’ NON CONSENTE AUTOMATICAMENTE LA LIBERA CIRCOLAZIONE NEI PAESI UE… BERLUSCONI TEME IL CROLLO DEI VOTI, NELLA LEGA DELLE CONTRADIZIONI CRESCE IL NERVOSISMO
“Sull’emergenza immigrazione ci giochiamo le amministrative, rischiamo di perdere anche il 5% dei voti”.
Silvio Berlusconi lancia l’allarme.
Italia e Francia sono di nuovo ai ferri corti.
Per Roma i permessi di soggiorno sono in grado di far circolare nel resto d’Europa i migranti sbarcati a Lampedusa. Per Parigi no.
Accuse e minacce sono ormai all’ordine del giorno, con il governo italiano che non riesce a risolvere l’emergenza immigrati. I
l premier allora si sfoga con i suoi fedelissimi. E in vista delle elezioni la Lega è ancora più spaventata. La partita si gioca tutta nei prossimi giorni.
Oggi alla prefettura di Milano il vertice tra il ministro degli Interni Maroni e il collega francese Gueant.
Lunedì il summit dei ministri dell’Unione europea a Lussemburgo. La strada è tutta in salita.
Da Bruxelles arrivano notizie sconfortanti: al momento non c’è una maggioranza in grado di sostenere la richiesta italiana di attivare la direttiva europea che imporrebbe a tutte le capitali di accogliere i migranti arrivati in Italia.
E sul contenzioso italo-francese la Ue non si sbilancia, limitandosi a dire che i permessi non consentono automaticamente la libera circolazione in Europa.
A questo punto il Cavaliere non ha più molte carte da giocare, se non quella delle minacce. Più o meno velate.
Chi ieri gli ha parlato spiega: “Se non troveremo un accordo con la Francia o un sostegno dagli altri governi europei faremo capire a tutti che non siamo più in grado di controllare le frontiere, non solo quelle con la Francia”.
Come dire, partirà l’esodo dei migranti anche verso Austria e Slovenia, da dove poi si riverseranno nel resto del continente.
Che la tensione sia alle stelle lo conferma il ministro degli Esteri Frattini: “Siamo convinti che i nostri permessi valgano per circolare in tutta Europa, al riguardo abbiamo anche un parere dell’avvocatura di Stato. Ma ormai la partita è politica”. Anche perchè, aggiunge, solo la Corte di giustizia Ue potrebbe dirimere la disputa, “ma i tempi sarebbero troppo lunghi”.
E così il governo trema.
Berlusconi e Maroni chiedono a Bossi di tenere a freno le esternazioni anti-immigrati dei leghisti, ansiosi di smarcarsi per non perdere voti ma in grado di mettere a repentaglio le trattative internazionali.
Trattative che sono partite ieri.
A Bruxelles la prima riunione tra gli ambasciatori Ue in vista del vertice dei ministri degli Interni di lunedì. Qualche risultato l’Italia lo porterà a casa. I governi chiederanno a Bruxelles di dare a Roma nuovi fondi per gestire l’emergenza e di farsi sentire nei negoziati con i paesi di origine e di transito dei migranti, promettendo aiuti in cambio di chiusura delle frontiere, rimpatri e lotta ai trafficanti di esseri umani.
Ma i guai inizieranno quando si chiederà di ripartire gli immigrati tra i 27 paesi Ue.
L’attivazione della solidarietà è stata chiesta 10 giorni fa da Malta e solo ieri dall’Italia con una lettera ufficiale alla Commissione Ue.
Ma oltre a Spagna e Grecia non sono in molti a sostenere il governo italiano (la decisione passa a maggioranza qualificata).
Con i nordici, guidati dai francesi, decisamente contrari.
Oltretutto l’eventuale solidarietà varrebbe solo per i rifugiati e non per gli “immigrati economici”, come i tunisini sbarcati a Lampedusa.
L’Italia chiederà di estendere l’accoglienza anche a loro, spiegano dalla Farnesina, ma sarà difficile.
Frattini avverte: “I governi che voteranno contro se ne dovranno assumere la responsabilità “.
Di fronte alle rispettive opinioni pubbliche (in questi giorni bombardate dalle immagini delle tragedie nel Canale di Sicilia, fa notare un europarlamentare italiano).
E sulle possibili fughe di massa dall’Italia.
Ma la tensione a Roma resta alta.
Ieri al consiglio dei ministri in molti si sono scagliati contro la Francia. Poi il dibattito è stato troncato da una telefonata del capogruppo pdl Cicchitto: ha chiesto Berlusconi di spedire i ministri alla Camera per dare manforte sulla prescrizione breve.
Assorto nei problemi sulla giustizia, Berlusconi resta comunque convinto di poter chiudere la partita nel vertice con Sarkozy del 26 aprile.
Ma potrebbe rivelarsi una speranza vana, visto che anche Sarkò sull’immigrazione si gioca l’Eliseo.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Aprile 7th, 2011 Riccardo Fucile
E’ UNA SANATORIA MASCHERATA, UN “LIBERI TUTTI”: I PERMESSI DI SOGGIORNO TEMPORANEI NON VALGONO NELLA UE, A MENO DI FUTURI ACCORDI BILATERALI TRA I PAESI MEMBRI…IN PRATICA NESSUNO POTRA’ RAGGIUNGERE LA FRANCIA O LA GERMANIA COME VORREBBERO MOLTI TUNISINI… ALLA FINE NON SERVIRANNO NEANCHE LE TENDOPOLI: FALLIMENTO LEGHISTA
Una sanatoria mascherata. 
Un lasciapassare per il territorio nazionale, che varrà poco alle frontiere di Schengen.
Eccolo il giallo del permesso di soggiorno temporaneo: pensato per aprire a oltre 23mila immigrati le porte dell’Europa, potrebbe rivelarsi carta straccia fuori dall’Italia.
Così, a meno di futuri accordi bilaterali o interventi europei, la scelta del governo rischia di tradursi solo in un nuova regolarizzazione.
Quanto all’accordo con Tunisi, Umberto Bossi sbotta: «Siamo costretti a fidarci della Tunisia».
Il decreto sui permessi temporanei dovrebbe essere firmato oggi e accordato ai 23mila immigrati (non solo tunisini) arrivati in Italia dal primo gennaio scorso al 7 aprile, ad esclusione di chi ha precedenti penali o procedimenti d’espulsione alle spalle.
Il ministro dell’Interno ha assicurato ieri ai governatori delle Regioni che i permessi (che saranno elettronici) varranno in tutta l’area Schengen per tre mesi, aggiungendo che lunedì illustrerà il decreto a Bruxelles e chiederà l’applicazione della direttiva 55 del 2001.
La solita balla fel governo.
«Il permesso – confida una fonte qualificata del Viminale – è in verità solo un lasciapassare per l’Italia. Consentirà di liberare le tendopoli, senza assistere ancora a fughe di massa, ma non sarà valido per l’espatrio».
Insomma, in vista del vertice Berlusconi-Sarkozy del 26 aprile, «la concessione del permesso potrebbe servire come strumento di pressione per un accordo bilaterale».
L’articolo 20 della Bossi-Fini prevede «misure di protezione temporanea per rilevanti esigenze umanitarie».
È una norma in bianco: la durata del permesso è decisa discrezionalmente dal Governo.
«Alla scadenza – spiega Marco Paggi dell’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione – l’immigrato torna in situazione di irregolarità , ma il Governo può decidere di prorogarlo o convertirlo in un permesso di lavoro».
Il permesso permetterebbe la libera circolazione solo sul territorio nazionale: «A meno di accordi bilaterali o decisioni del Consiglio europeo, il documento non dovrebbe essere valido per l’espatrio».
Gli stessi francesi non nascondono i loro dubbi, visto che – come scrive il quotidiano Le Monde – «vogliono esaminare la conformità al codice Schengen» del permesso temporaneo.
Ma è dal fronte europeo che potrebbe arrivare la soluzione: la commissaria agli affari Interni, Cecila Malmstrom, si dice pronta a proporre la direttiva 55 del 2001.
Per attivare questo meccanismo di protezione – che viene concesso agli «sfollati provenienti da Paesi terzi» e che consente loro di circolare tra Stati membri – è necessario che la Commissione presenti la proposta al Consiglio Ue, che deve poi approvarla a maggioranza qualificata.
Una maggioranza che in questo momento, a quanto sostengono fonti della Commissione, non c’è.
E mentre l’Europarlamento chiede anche una procedura unica di permesso di soggiorno per i rifugiati in tutti gli Stati; il leader della Lega, Umberto Bossi, torna sulle promesse strappate a Tunisi da Maroni: «Siamo costretti a fidarci della Tunisia. Spero che mantengano la parola».
Poche ore fa il ministro Maroni non ha avuto migliore fortuna alla Camera: aveva appena finito il suo intervento quando Pierfelice Zazzera, deputato dell’Idv, espone un cartello con la scritta «Maroni assassino”.
E si scatena la solita bagarre.
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Aprile 5th, 2011 Riccardo Fucile
GELO TRA IL PREMIER E MARONI, ACCUSATO DI AVER CREATO IL CAOS… LA LEGA, STRETTA TRA L’IMPOSSIBILITA’ DI RIMPATRIARE I TUNISINI E IL TIMORE DI TENDOPOLI AL NORD, PRIMA MINACCIA LA CRISI POI SI CALA LE BRAGHE.. 62 DEPUTATI PDL: NO AI CAMPI DI ACCOGLIENZA SOLO AL NORD
Dopo fallimento della missione di ieri in Tunisia, che avrebbe dovuto portare a un accordo “nero su bianco” per i rimpatri, il rinculo dentro la maggioranza è enorme.
Scende il gelo tra il Cavaliere e il ministro dell’Interno mentre Umberto Bossi, ospite di Berlusconi a cena, minaccia di far saltare il governo nel caso non si trovi una soluzione “chiara e immediata” al problema dei clandestini.
Da palazzo Grazioli filtra invece tutta l’irritazione del premier nei confronti del ministro dell’Interno, accusato di non aver facilitato il raggiungimento di un’intesa politica con la leadership tunisina.
“La Lega – è il ragionamento degli uomini vicini a Berlusconi – non può continuare a essere di lotta e di governo, è ora che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e faccia il proprio dovere”.
Il premier, dopo oltre due ore di trattativa serrata sotto i mosaici dell’ex palazzo del Bey, è tornato ieri a Roma senza aver ottenuto altro che una generica “disponibilità a discutere dei rimpatri”.
Furente, ha preteso che Maroni ci mettesse la faccia, insistendo per farlo tornare oggi stesso a Tunisi.
Una trasferta che si potrebbe anche prolungare, se necessario, fino a domani. Nel frattempo gli sherpa italiani (guidati da Rodolfo Ronconi, il direttore centrale della polizia di frontiera) proveranno a convincere i tunisini ad accettare almeno di bloccare nuove partenze.
Perchè soltanto di questo si tratta, visto che la questione dei rimpatri di massa è stata esclusa dal premier Beji Kaid Essebsi.
Il Cavaliere, prima di alzare le mani, ha tentato di tutto, tirando anche in ballo la televisione: “I turisti italiani – ha spiegato a tavola con le autorità tunisine – quando vedono nei tg queste migliaia di giovani che fuggono dal vostro paese, pensano: ma questi scappano come disperati e noi dobbiamo proprio andare in vacanza lì? Pensateci bene, conviene anche voi fermare un esodo che dà una brutta immagine della Tunisia”.
I commensali annuivano, ma quando si è passati a discutere dei numeri dei clandestini da riportare a casa, i tunisini hanno iniziato a fare melina, cambiando discorso.
Niente da fare. La delegazione italiana ha dovuto constatare la “fragilità ” politica del governo provvisorio, che “non può dare garanzie di sorta – spiega uno dei partecipanti al summit – perchè è seduto su un vulcano. Se qualche centinaio di clandestini inscenasse manifestazioni contro di loro per essere stato rimpatriato, il governo probabilmente sarebbe travolto”.
Insomma, a Tunisi la situazione è appesa a un filo.
E tuttavia anche Roma le fibrillazioni dovute alla migrazione di massa stanno portando la maggioranza sull’orlo del baratro.
Raccontano che il vertice di ieri notte a via del Plebiscito, con il Cavaliere rimasto da solo a fronteggiare l’intero stato maggiore del Carroccio, sia stato molto teso. Bossi è preoccupato per le prossime amministrative e non lascia molti margini alla trattativa diplomatica: “Se si perdono le elezioni si va tutti a casa”.
Da via Bellerio la parola d’ordine è una soltanto: fuori i clandestini dall’Italia.
“La soluzione è blocco delle partenze e rimpatri. La Lega non può accettarne altre, altrimenti salta il governo”.
Una rigidità che rende ancora più difficile il lavoro del ministro Maroni, alle prese con l’allestimento dei nuovi centri di raccolta dei clandestini tunisini.
Dopo il vertice a palazzo Grazioli la soluzione che emerge – dato il rifiuto della Tunisia a riprendersi in massa i suoi emigranti – è quella di risolvere l’emergenza clandestini concedendo a tutti un permesso temporaneo di soggiorno.
Una sanatoria di massa insomma, finora rifiutata dalla Lega, sulla quale Bossi avrebbe infine concesso un sofferto via libera.
E intanto 62 parlamentari del Pdl hanno firmato una lettera aperta per chiedere a Berlusconi di redistribuire i clandestini anche nelle regioni guidate dalla Lega, “senza continuare a gravare soltanto sul Sud”.
Prima firmataria Barbara Saltamartini, vicina al sindaco Alemanno.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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