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IGNAZIO LA RISSA, L’ASSALTO AD ANNO ZERO: E IL GIORNO DOPO ANCORA MINACCIA: SO CHI E’ QUEL GIOVANE”

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

AGGREDISCE A FAVORE DI TELECAMERA UNO STUDENTE, GLI DA’ DEL VIGLIACCO E GLI INTIMA DI STARE ZITTO, UNA PENOSA FIGURA DA MACCHIETTA… FA FINTA DI DIFENDERE GLI AGENTI MA DIMENTICA CHE LE FORZE DELL’ORDINE IL GIORNO PRIMA GLI HANNO DATO DEL BUFFONE…E IL FIGLIO GERONIMO ENTRA NEL CD DELL’ ACI

Nome, cognome ed eventuali precedenti.
Attenzione a mettersi contro il ministro della Difesa Ignazio La Russa, attenzione a contraddirlo: lui si informa, non dimentica.
L’abbiamo provato martedì sulla nostra pelle quando ci ha aggredito in Transatlantico, o visto tante volte in Parlamento durante i lavori.
E ancora nelle trasmissioni televisive, pronto a saltare alla giugulare degli avversari. Ma l’ultima ha del clamoroso.
Giovedì sera durante Annozero si è scagliato contro Luca Cafagna, rappresentante del Collettivo di Scienze politiche di Roma, reo di aver cercato di spiegare le ragioni della manifestazione del 14 dicembre.
La tecnica? Sempre la stessa: alza la voce, dà  sfogo alla sua raucedine, porta il petto in avanti e “gioca” sulle punte.
Paonazzo sgrana gli occhi e mostra i denti.
Ragionare con lui, impossibile.
Così giovedì eccolo protagonista mentre attacca a colpi di “vigliacchi-vigliacco” ripetuto all’ossesso, “fifone” detto a mo’ di sfida, “incapace” come accusa preventiva, quasi provocatoria.
E ancora “la tua è apologia di reato”, tanto per dare forma a un’accusa, fino a “la polizia avrebbe potuto spazzarvi via”, pronunciato con un tono vicino al rammarico.
Quindi il dito portato al naso corredato da un classico “stai zit-to!!!”.
Lo ordina il ministro.
Chi era presente non ha dubbi: “Sembrava un uomo poco in sè, uno che non stava proprio bene”, il commento di uno dei ragazzi, anonimo, perchè ora ha paura. Una scena inedita, mai vista da parte di un rappresentante delle istituzioni, con lo stesso Nicola Porro allibito e pronto a vestire il ruolo del paciere, con frasi del tipo “stai tranquillo, resta qui, se te ne vai sbagli”.
“È stato incredibile — ricorda lo stesso Cafagna —, non ho mai visto un ministro comportarsi così, mai visto uno con il suo ruolo saltare in piedi e bloccare la trasmissione con un atteggiamento intimidatorio”.
Non solo un atteggiamento.
Il giorno dopo di La Russa è anche peggio del precedente, se possibile, visto che dal Senato lancia nuove accuse allo studente: “Sapevo chi era quel ragazzo, conosco il suo nome e cognome e cosa fa, so che si è distinto contro ragazzi inermi”.
Quindi “l’ho chiamato vigliacco — aggiunge il ministro — perchè difendeva chi ha colpito proditoriamente uomini delle forze dell’ordine nel corso degli scontri di martedì, ma anche per qualche episodio universitario”.
Insomma, ha cercato sue informazioni. E i canali non gli mancano.
“Sembra quasi una minaccia — continua uno stupito e preoccupato Cafagna —, una minaccia inquietante. Voglio precisare una cosa: sono incensurato, non ho alcun precedente, faccio parte di un collettivo e il massimo delle mie colpe è stato di aver organizzato qualche manifestazione non autorizzata. Basta. E pensare che ieri, alla fine della trasmissione, si è anche avvicinato per giustificare la sua reazione”.
Dopo lo schiaffo, la carezza: si è alzato, è andato dai ragazzi e gli ha detto di non avercela con loro.
La reazione? “Un deciso rifiuto — spiega uno degli universitari presenti —, inammissibile: ci ha accusato di cose vergognose, di avercela con le forze dell’ordine, di essere dei delinquenti. Poi quel paragone con i suoi figli e quelli di Casini, così bravi da non scendere in piazza…”.
Già , polizia e prole.
Partiamo dalla prima: l’ex colonnello di aenne ha accusato Michele Santoro di non aver invitato nessun rappresentante delle forze dell’ordine. Nessuno a difenderli.
Eppure, interpellati da “il Fatto” i sindacati di polizia, ci hanno spiegato che la serata di Annozero non era la loro priorità , a differenza “degli ulteriori tagli apportati con l’ultima Finanziaria al comparto sicurezza e difesa: una cifra vicina ai due miliardi e mezzo di euro”.
Tradotto vuol dire: tetto agli straordinari, nessun riordino delle carriere, quindi meno sicurezza per i cittadini. Auto ferme per mancanza di benzina o manutenzione, caserme fatiscenti o dismesse, fino alla mancanza di fogli per ricevere le denunce.
Proprio lunedì 13, nel primo giorno di discussione in Parlamento per la fiducia a Berlusconi, abbiamo intercettato i sindacati di polizia mentre manifestavano davanti a Montecitorio, urlare “buffone” e “bruttone” allo stesso La Russa mentre attraversava la piazza.
Lui non li ha degnati di uno sguardo, spalle contro, più attento a rilasciare interviste. Questo il bilancio.
Secondo aspetto: i figli maschi del ministro si chiamano Geronimo, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache.
Gli ultimi due sono appena maggiorenni, Geronimo, avvocato con velleità  da notaio (ha partecipato all’ultimo concorso annullato per irregolarità ) è uno dei più introdotti nel belvivere milanese, tanto da sedere nel cda di Premafin, la holding del gruppo Ligresti.
Vuol dire serie A della finanza, altro che disoccupazione.
Appendice alla serata di Annozero: ieri La Russa ha incontrato Di Pietro, anche lui presente in trasmissione, davanti Montecitorio: il ministro l’ha salutato, il leader dell’Idv gli ha risposto “fascista”, e testimoni raccontano che, ancora una volta, la reazione di La Russa è stata a dir poco stupefacente.
Come sempre.

Alessandro Ferrucci
da “Il Fatto Quotidiano“

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CONTRO LA RUSSA, NOVELLO CARADONNA: CON GLI STUDENTI, RIBELLI MA NON VIOLENTI, BISOGNA SAPER DIALOGARE

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

I GIOVANI MANIFESTANO CONTRO UN SISTEMA DI POTERE CHE LI IGNORA E COSTRUISCE CONSENSO SULLA LORO PELLE… NON TUTTI, COME IL FIGLIO DI LA RUSSA, ARRIVANO AI VERTICI DELL’ACI PER NOMINA DALL’ALTO…NON SI ENTRA A PIEDI UNITI CONTRO I GIOVANI SENZA ASCOLTARLI, LA DESTRA NON HA BISOGNO DI ALTRI CARADONNA

Ricordate Giulio Caradonna?
Per i più giovani, si trattava di un deputato del Movimento Sociale Italiano, noto, tra l’altro, per aver guidato le pattuglie dei 200 missini e “volontari nazionali” che fecero irruzione all’Università  “La Sapienza” nel 1968 per mettere fine, con metodi non certo ortodossi, all’occupazione studentesca. Scelta che, anche all’interno della destra di allora, aveva provocato qualche malumore soprattutto tra i più giovani, perchè chiudeva definitivamente le porte di quell’occasione storica di ribellismo giovanile alla parte non di sinistra di quella generazione.
Ecco, giovedì Caradonna si è reincarnato in Ignazio La Russa, ministro della Difesa del governo Berlusconi, che ospite di Santoro ad Annozero si è scagliato con una violenza verbale inaudita contro un rappresentate del movimento studentesco che stava esponendo la propria opinione, con qualche ragione e altrettanti torti, sui fatti del 14 dicembre che hanno messo a ferro e fuoco Roma.
Ecco, su quegli atti violenti, si è già  espresso Filippo Rossi su Farefuturo e Roberto Saviano su quelle di Repubblica.
E non c’è molto da aggiungere.
Violenza mai, ribellismo non violento magari.
Ma sull’atteggiamento della destra dei Caradonna di oggi ci sarebbe molto da dire.
C’è da dire, ad esempio, che mentre migliaia e migliaia di giovani manifestano legittimamente e pacificamente contro un sistema di potere che li ignora e costruisce consenso e clientele sulla loro pelle, altri giovani, magari figli proprio di un ministro, arrivano ai vertici dell’Aci di Milano per nomina dall’alto.
Ecco perchè quei figli, forse, non erano in piazza.
Perchè quei figli hanno il sedere coperto e non hanno certo bisogno di contestare chicchessia.
Ma l’atteggiamento di una certa destra nei confronti del ribellismo giovanile è un cancro che ha provocato mostri, proprio perchè nessuno ascoltava le ragioni di una protesta, condivisibile o meno, di intere generazioni abbandonate e smarrite.
Ecco, non abbiamo bisogno di altri Caradonna, che entrano a piedi uniti contro i giovani senza ascoltarli e prendendoli solo a manganellate (anche solo verbali).
C’è bisogno di ascoltare le ragioni di questa generazione smarrita e tradita, proprio per evitare che si rifugi nel ventre di una violenza senza senso, alla ricerca di risposte estreme e inconcludenti che alla fine rafforzano proprio il sistema che vuole i giovani fuori da tutto.
Ecco perchè La Russa, novello Caradonna, rappresenta l’atteggiamento peggiore nei confronti dell’improcrastinabile questione giovanile.
Ecco perchè, se proprio dobbiamo, scegliamo di stare con i giovani, contro un ministro della Repubblica che non lascia parlare un ventenne e lo attacca con parole offensive e vigliacche.
Ecco perchè, se Ignazio La Russa farà  quello che ha fatto Caradonna, noi saremo lì, con i giovani, ad aspettarlo.

Domenico Naso
Farefuturoweb

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IMMIGRAZIONE: PER LA CORTE COSTITUZIONALE “NON E’ REATO RESTARE IN ITALIA PER POVERTA’ ANCHE DI FRONTE A UN ORDINE DI ALLONTANAMENTO”

Dicembre 17th, 2010 Riccardo Fucile

BOCCIATA UNA DELLE NORME DEL “PACCO SICUREZZA” DI MARONI… NON CONTEMPLA IL   “GIUSTIFICATO MOTIVO” PER NON AVER OTTEMPERATO AL DECRETO DI ESPULSIONE A CAUSA DELLA MANCANZA DI MEZZI ECONOMICI… FACILE PREVEDERE SOLO ANNI DI CARCERE QUANDO BASTEREBBE FORNIRE I MEZZI PER L’ESPATRIO: IL GOVERNO DEGLI SPOT

Non è punibile lo straniero che in “estremo stato di indigenza”, o comunque per “giustificato motivo”, non ha reiteratamente ottemperato all’ordine di allontanamento del questore, continuando a rimanere illegalmente in Italia.
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che ha così in parte bocciato una delle norme del ‘pacchetto sicurezza’ del 2009 relative al reato di clandestinità .
A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale di Voghera, chiamato a giudicare sul caso di una donna clandestina, più volte raggiunta da un decreto di espulsione, ma che, per motivi di estrema indigenza, non aveva potuto lasciare l’Italia con i propri mezzi.
Si tratterebbe, dunque, di un “giustificato motivo” che però non è stato previsto dall’art.14, comma 5 quater del testo unico sull’immigrazione, così come modificato dall’ultimo ‘pacchetto sicurezzà  del governo Berlusconi (legge 94 del luglio 2009).
Ebbene, dopo aver rilevato che il ‘pacchetto sicurezza’ ha aumentato nel massimo (da quattro a cinque anni) le pene per lo straniero destinatario di un decreto di espulsione adottato dopo l’inottemperanza ad un precedente ordine di allontanamento, la Corte Costituzionale censura la mancata previsione di un “giustificato motivo”.
Si tratta infatti – scrivono i giudici costituzionali nella sentenza n.359 depositata oggi in cancelleria – di una clausola che, come la Corte ha già  rilevato, è tra quelle   “destinate in linea di massima a fungere da ‘valvola di sicurezzà  del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorchè, anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione, l’osservanza del precetto appaia concretamente ‘inesigibilè in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative al carattere soggettivo od oggettivo”.
Nel caso, ad esempio, di “estrema indigenza, indisponibilità  di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo, difficoltà  nell’ottenimento dei titoli di viaggio, etc”, la clausola di “giustificato motivo” esclude – sottolinea la Corte – la “configurabilità  del reato”.

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“IN ITALIA DIRITTI UMANI NEGATI”: UNA CONDANNA ALLA NOSTRA POLITICA VERSO CHI HA DIRITTO ALL’ASILO POLITICO

Dicembre 12th, 2010 Riccardo Fucile

CON UNA SENTENZA CHOC, LA GIUSTIZIA TEDESCA HA RIFIUTATO IL RINVIO NEL NOSTRO PAESE DI UN CITTADINO SOMALO…DA NOI “NON CI SONO GARANZIE PARI AGLI ALTRI PAESI UE” PER CHI CHIEDE PROTEZIONE INTERNAZIONALE…L’ENNESIMA BRUTTA FIGURA DEL GOVERNO FORZALEGHISTA

Un’ordinanza tedesca che per l’Italia ha il sapore amaro della condanna.
Il 9 novembre il giudice del Tar di Darmstadt, capitale dell’Assia, ha bloccato il rinvio in Italia di un richiedente asilo somalo di 28 anni, Y. E. M., perchè, si legge nella sentenza, “emergono dubbi fondati sulla capacità  della Repubblica italiana di offrire sufficienti garanzie” a chi chiede protezione internazionale.
Il regolamento di Dublino prevede che un richiedente asilo, indipendentemente da dove presenti la domanda, venga inviato nel primo Stato europeo in cui ha messo piede e che lì mandi avanti le pratiche, giovandosi però di uno standard di assistenza e protezione che dovrebbe essere uniforme in tutti i paesi Ue.
Ma non sempre è così.
In Grecia e a Malta le condizioni sono disastrose, ma anche l’Italia mostra ora lacune evidenti, come rileva il giudice tedesco nella sua ordinanza, “in particolare in riferimento alla situazione umanitaria e soprattutto economica, sanitaria e abitativa”.
“La situazione per i richiedenti asilo in Italia è peggiorata in maniera inaccettabile”, incalza Stephan Hocks, avvocato difensore del somalo. Y. E. M., che ha subito violenze nel suo Paese fino a perdere un occhio, e decide, come molti compatrioti, di scappare dal caos che ha divorato la Somalia.
Risale l’Africa e dalla Libia, nell’aprile 2009, si imbarca alla volta di Lampedusa.
Il calvario però non finisce.
Il somalo viene spostato in un campo per i rifugiati, quindi, una volta ricevuto il permesso di soggiorno, va a Roma dove trova assistenza per qualche giorno in una chiesa.
Ma dura poco e il giovane, non trovando una sistemazione decente parte per la Finlandia, da cui viene rinviato in Italia, secondo gli accordi di Dublino, a maggio scorso.
Pochi giorni vissuti per strada lo convincono a cercare in Germania l’assistenza che dovrebbe ricevere da noi.
Ma anche qui scatta Dublino e la mannaia del rinvio. “Siamo intervenuti bloccando la procedura perchè in Italia non si rispettano gli standard europei”, dice ancora Hocks.
Il suo collega Dominik Bender è stato a Roma e Torino e assieme a dei ricercatori ha preparato un dossier sulla situazione dei richiedenti asilo.
Il suo è un giudizio duro: “Mancano gli alloggi e senza residenza non si riceve il codice fiscale e la tessera sanitaria: non si può lavorare e non si ha l’assistenza medica. L’integrazione in Italia per i richiedenti asilo è un miraggio, non hanno accesso ai servizi garantiti dalle convenzioni internazionali e dalle norme Ue. Non hanno diritti e se ce li hanno, nessuno glieli spiega”.
Un’analisi confermata da Christopher Hein, direttore del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: “A Roma ci sono 800 richiedenti asilo in lista di attesa per trovare una sistemazione. Queste persone sono costrette a stare per strada. E parlo solo di Roma”.
“La decisione del Tar tedesco era attesa”, insiste Hein, “già  da Germania, Regno Unito, Svezia e Danimarca ci avevano chiesto di valutare se c’erano elementi per bloccare i rinvii”.
“Nei campi per rifugiati tedeschi”, spiegano ancora gli avvocati, “abbiamo raccolto 200 storie, tutte uguali: i richiedenti asilo arrivati a Lampedusa venivano chiusi nei centri per rifugiati nel Meridione per 5-6 mesi e poi, una volta avuto il permesso di soggiorno, invitati ad andare a Roma, Torino e Milano. Ma una volta lì, non trovano strutture, lavoro”.
Il caso di Y. E. M. potrebbe ora fare scuola. “Non è stato facile per il giudice tedesco”, riconoscono gli avvocati, “affrontare questo caso, c’è di mezzo un grande Paese come l’Italia, ma ha visto il nostro materiale e ha avuto coraggio nel dare la sua sentenza. Dall’Italia, invece, sono arrivate solo risposte superficiali”.
“Ora”, conclude Bendere, “speriamo che grazie a questa sentenza l’Ufficio federale per l’immigrazione blocchi i rinvii verso l’Italia, come già  fatto per la Grecia”.
Una retrocessione.

Alberto D’Argenzio
(da “l’Espresso“)

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“BASTA TAGLI ALLA POLIZIA”: GLI AGENTI PROTESTANO SOTTO CASA DI BERLUSCONI AD ARCORE

Dicembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

SPUTTANATO IL GOVERNO DEL “FARE NULLA”: MANIFESTAZIONI DELLE FORZE DELL’ORDINE IN TUTTE LE CITTA’ D’ITALIA… SONO PRESENTI TUTTE LE SIGLE SINDACALI, IN PRIMIS QUELLE DI DESTRA: HANNO ADERITO ANCHE VIGILI DEL FUOCO E GUARDIE FORESTALI… UN CENTINAIO DI AGENTI SONO SOTTO VILLA SAN MARTINO

Un centinaio di agenti della Polizia di Stato, fra poliziotti, vigili del fuoco e guardia forestale, sta dando vita a una manifestazione ad Arcore.
I poliziotti, appartenenti a tutte le principali sigle sindacali, stanno protestando davanti a Villa San Martino, residenza del premier Silvio Berlusconi.
Il presidio è stato deciso a livello unitario per protestare contro i tagli al bilancio delle forze dell’ordine.
Analoghe manifestazioni sono in corso in tutto il territorio nazionale, a Roma all’esterno del Senato e con volantinaggi davanti le prefetture.
E per il 13 dicembre i sindacati hanno indetto una manifestazione nazionale a Roma, in piazza Montecitorio.
In particolare, le 22 sigle sindacali di settore radunatesi ad Arcore rivendicano la necessità  di fondi e denunciano la scure dei tagli alla sicurezza che dal 2008 si sta abbattendo sulle forze di polizia.
“Nelle ultime finanziarie i tagli sono stati di oltre due miliardi di euro e siamo al collasso. Oltre alla mancanza di personale dobbiamo anche fare i conti con il blocco degli stipendi. Vuol dire che se sono necessari straordinari per far fronte alla mancanza di personale, questi non vengono pagati”.
“Manifestiamo contro lo smantellamento della sicurezza. Il governo dà  un’ulteriore colpo alla sicurezza e di fatto ora abbiamo serie problematiche legate al controllo del territorio. Solo in Lombardia, ad esempio, c’è un ammanco di 1.300 persone, -40% per la Stradale, -45% alla Polfer, -80% alla Postale.
Anche per il parco mezzi la situazione grave, da tempo non viene rinnovato, le auto spesso non sono in condizione con il risultato che i pattugliamenti vengono svolti a piedi. La situazione è allarmante”.
I presidi in tutta Italia precedono la manifestazione unitaria indetta per il 13 dicembre, il giorno prima della fiducia, in piazza Montecitorio alla quale aderiscono Siulp, Sap, Siap-Anfp, Silp-Cgil, Ugl-polizia, Coisp, Sappe, Sinappe, Uil-Penitenziari, Fns-Cisl, Fp-Cgil, Ugl-Polizia penitenziaria, Sapaf, Ugl-federazione nazionale corpo forestale dello Stato, Fns-Cisl, Fp-Cgil, Conapo, Confsal, Fp Cgil Vvf, Fns-Cisl, Ugl-vvf, Uil-Pa.

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CASO YARA, IL MAROCCHINO TORNA LIBERO: ORA QUALCUNO GLI CHIEDA SCUSA

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

I LEGALI: CHIEDEREMO I DANNI PER INGIUSTA DETENZIONE.. NONOSTANTE LA TESTIMONIANZA DEL SUO DATORE DI LAVORO E A CAUSA DI UNA TRADUZIONE SBAGLIATA, IL GIOVANE E’ STATO INDICATO SUI MEDIA COME UN ASSASSINO PER GIORNI: SAREBBE SUCCESSA LA STESSA COSA PER UN ITALIANO?…. ORA LE ISTITUZIONI BUSSINO ALLA SUA PORTA E GLI CHIEDANO PERDONO…E PER CHI FOMENTA ODIO RAZZIALE SI APPLICHI LA LEGGE MANCINO

Mohamed Fikri, il marocchino accusato di aver sequestrato e ucciso Yara Gambirasio, torna in libertà .
Lo ha deciso il gip di Bergamo, Vincenza Maccora, che ne ha disposto la scarcerazione.
L’inchiesta sulla scomparsa della 13enne promessa della ginnastica ritmica di Brembate deve quindi praticamente ripartire da zero.
A determinare la decisione del giudice, il venir meno dei ‘gravi indizi di colpevolezzà .
In particolare, cinque periti nominati dal giudice, hanno verificato la cattiva traduzione di una frase intercettata del magrebino.
Inizialmente, si era detto che Fikri aveva pronunciato le parole: «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io».
A una seconda, più attenta valutazione, la frase è risultata essere: «Allah mi protegga».
Secondo quanto accertato dal gip, il giovane stava parlando con un uomo al quale doveva 2mila euro.
Questa persona è stata sentita dagli inquirenti e ha confermato la circostanza, avvalorando la seconda e corretta traduzione della frase.
Il fermo è stato convalidato, pur con la disposizione della scarcerazione, perchè viene riconosciuto, nel provvedimento di cinque pagine del Gip, che, al momento della misura cautelare, esistevano i ‘gravi indizi di colpevolezza’, poi venuti meno.
Accertato inoltre che non vi era alcun pericolo di fuga, dal momento che Fikri si stava recando a Tangeri, in Marocco, per le ferie, come ha confermato anche il suo datore di lavoro.
Sono stati sette i consulenti che, in momenti diversi, hanno tradotto la frase di Mohammed Fikri, indagato in relazione alla vicenda della scomparsa di Yara Gambirasio, dalla quale in un primo momento si è ritenuto che lo straniero fosse coinvolto nei fatti.
Fikri, indagato in relazione alla vicenda della scomparsa di Yara Gambirasio, nel corso dell’udienza di convalida ha categoricamente negato di conoscere la ragazza.
In particolare, secondo quanto si evince dall’ordinanza di convalida del fermo e di liberazione di Fikri, l’uomo oltre a negare «ogni suo coinvolgimento nelle ipotesi di reato contestategli», ha affermato «di non conoscere Gambirasio Yara ma di averla vista solo nella fotografia mostratagli dai carabinieri in occasione del provvedimento di fermo».
Gli avvocati di Mohammed F. stanno valutando di chiedere un risarcimento per l’ingiusta detenzione del loro assistito, scarcerato qualche ora fa dopo essere stato recluso nel carcere di Bergamo lo scorso sabato sera con l’accusa di aver rapito e ucciso la 13enne Yara Gambirasio e di averne occultato il cadavere.
Lo ha spiegato ai giornalisti Giovanni Fedeli, uno dei legali dell’operaio.
A quanto sembra, oltre alla telefonata mal tradotta, sarebbe caduto un altro elemento che aveva portato i carabinieri ad accusare l’immigrato.
Mohammed F. avrebbe infatti spiegato di essersi liberato della scheda del telefono cellulare della fidanzata perchè la giovane subiva delle molestie telefoniche su quel numero e lui, dovendo rientrare in Marocco, non voleva che la fidanzata continuasse a subire le molestie.
«Nel momento in cui Yara è scomparsa Mohammed Fikri era con me in cantiere» ha dichiarato Roberto Benozzo datore di lavoro del marocchino indagato per la scomparsa della tredicenne bergamasca.
Benozzo non ha dubbi sulle mosse del giovane extracomunitario il 26 e 27 novembre: «Eravamo in cantiere e su di lui non ho certo sospetti lo conosco da quattro anni».
In pratica, nonostante la testimonianza del suo datore di lavoro e grazie a una intercettazione mal tradotta, un uomo è stato additato all’opinione pubblica per due giorni come un feroce assassino.
Chiediamoci se sarebbe successa la stessa cosa se il sospettato fosse stato italiano.
E che ora qualche rappresentante delle istituzioni si rechi dal giovane e gli chieda scusa: è il minimo che un Paese civile dovrebbe fare.
E a quei mentecatti che, strumentalizzando il fermo del giovane, volevano istigare alla cacciata di tutti gli stranieri, sarebbe ora che qualcuno ricordasse che esiste la legge Mancino per i reati di istigazione al’odio razziale.
E che qualcun’altro rammentasse che non è stata promulgata per non applicarla.

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L’INDULTO OCCULTO (SUL QUALE IL GOVERNO E LA LEGA NON FANNO SPOT)

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

DAL 16 DICEMBRE   I DETENUTI POTRANNO SCONTARE L’ULTIMO ANNO DI DETENZIONE A CASA PROPRIA, SULLA BASE DEL DECRETO ALFANO: SI TRATTA DI CIRCA 12.000 CARCERATI…. MA GIA’ SI POTEVA OTTENERE QUESTA MISURA, ESAMINADO CASO PER CASO: ERA DAVVERO NECESSARIA? … CHI PICCHIAVA LA MOGLIE POTRA’ TORNARE NELLA STESSA CASA DEL CONIUGE, CHI HA COMMESSO UN REATO ENTRO IL 2006 ORA AVRA’ 4 ANNI DI FRANCHIGIA

Zitti zitti, nel silenzio delle tv, della stampa e dell’opposizione, la maggioranza di centrodestra votata all’insegna della “certezza della pena” e della “tolleranza zero”, ha appena approvato un bell’indultino mascherato che farà  uscire anzitempo dal carcere migliaia di delinquenti.
Il ddl Alfano, approvato dal Parlamento tra il lusco e il brusco, in vigore dal 16 dicembre, prevede che i detenuti che scontano condanne definitive possano trascorrere l’ultimo anno di detenzione a casa propria (“disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno” e degli analoghi “residui di maggior pena”, esclusi mafia, terrorismo e omicidio).
Ma attenzione: già  oggi i detenuti possono scontare gli ultimi due anni di pena agli arresti domiciliari e gli ultimi tre in affidamento al servizio sociale, cioè liberi.
In pratica, chi deve scontare condanne fino a tre anni sa che non farà  un giorno di carcere e, se ha avuto l’accortezza di delinquere entro il maggio 2006, prima dell’indulto (sconto automatico di 3 anni), non fa un giorno di galera nemmeno se condannato a 6 anni.
Per esempio, Cesare Previti: condannato a 6 anni, ne defalcò tre per l’indulto e per gli altri tre ottenne l’affidamento alla Caritas, cavandosela con due giorni a Rebibbia.
Ora, con l’ulteriore saldo natalizio targato Alfano, la franchigia sale a 4 anni (e addirittura a 7 per i reati coperti da indulto).
Insomma, per finire dentro e restarci bisogna proprio fare una strage.
Oltre al danno, c’è pure la beffa per le vittime dei reati: chi li ha commessi potrà  tornare a casa senza l’obbligo di abbandonare il domicilio della persona offesa o il “locus commissi delicti”.
Quindi chi è finito dentro perchè molestava la vicina di casa o picchiava la moglie può tornare comodamente sul luogo del delitto a scontare la pena e a ripetere il delitto.
Prepariamoci dunque all’ennesima ondata di scarcerazioni (usciranno chi dice 2 mila, chi 7 mila, chi 12 mila carcerati su 70 mila) che per giunta, non essendo accompagnata da investimenti per reinserire gli ex detenuti nella società , li porterà  a tornare a delinquere, con un aumento dei reati e dell’insicurezza sociale.
Il tutto a opera del centrodestra, sempre pronto ad accusare il centrosinistra di “mettere fuori i delinquenti”.
Naturalmente, come tutte le leggi di questo governo, peggio se firmate da Alfano, anche questo indulto mascherato è incostituzionale: per amnistie e indulti occorrono i due terzi del Parlamento, mentre qui han votato solo Pdl e Lega.
Quella stessa Lega che inizialmente si era opposta al ddl Alfano per bocca del ministro Maroni, che poi, alla chetichella, ha digerito tutto.
Quella stessa Lega che nell’agosto 2003, quando passò l’“indultino” (sospesi gli ultimi 2 anni di pena a chi ne avesse scontata metà , salvo reati gravissimi: 5900 scarcerati) coi voti di FI, Udc, mezza An e centrosinistra, fece fuoco e fiamme.
Calderoli chiese a Ciampi di rinviare la legge alle Camere “per     manifesta incostituzionalità ” e al ministro della Giustizia Castelli di “riferire in Parlamento sui reati commessi in futuro da quanti verranno scarcerati grazie a questo squallido indulto mascherato.
Le recidive saranno molte ed è giusto che il popolo sappia quali reati verranno commessi ai suoi danni grazie a questo provvedimento e a chi lo ha promosso”.
Castelli tuonò: “Da ottobre ritroveremo in cella ospiti che avevamo appena liberato e in 12 mesi la popolazione carceraria sarà  quella di prima. Ma abbiamo un programma epocale per costruire e aprire 23 nuove carceri”. Anche Mantovano (An, oggi Pdl) denunciò: “Così la certezza della pena diventa ancora più flebile: l’indultino contribuirà  a rafforzare la convinzione che tutto sommato a commettere reati anche gravi non si paga poi un costo così elevato”.
Naturalmente, del mirabolante piano Castelli e Alfano per costruire nuove carceri, non s’è mai saputo nulla.
E rieccoci, nel 2010, a metter fuori qualche migliaio di criminali. Stavolta, di nascosto.
Complimenti alla maggioranza e anche, scusandoci per il termine un po’ forte, all’opposizione.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’INTERCETTAZIONE: COME LA ‘NDRANGHETA AL NORD PROGETTA DI INSERIRE GLI AMICI NEI MUNICIPI, LISTE DELLA LEGA COMPRESA

Dicembre 6th, 2010 Riccardo Fucile

ATTRAVERSO UN PARLAMENTARE DEL PDL, PINO GALATI, SI SPERAVA DI INTRODURRE QUALCHE AMICO NELLE PICCOLE AMMINISTRAZONI DEL’HINTERLAND MILANESE….L’OPERAZIONE GRAVITAVA SULLA MOGLIE DEL GALATI, LA DEPUTATA LEGHISTA CAROLINA LUSSANA

Le cosche calabresi in Lombardia alternano manovre per entrare nei cantieri dell’Expo 2015 a progetti per inserire gli ‘amici’ nei municipi dell’interland meneghino, in particolare nelle liste della Lega.
Come dimostra una conversazione intercettata e acquisita dai pm di Milano
(18 novembre 2010)
La domanda è semplice: “A Milano ci sono le elezioni provinciali. Abbiamo la possibilità  di candidare qualcuno noi?”
E la risposta intercettata dai carabinieri del Ros è altrettanto elementare: “Io posso sentire qualche amico, là  a Milano, qualche calabrese…”.
Sono brani da uno dei rapporti antimafia più inquietanti degli ultimi anni, acquisito adesso dai pm di Milano, in cui si alternano manovre per entrare nei cantieri dell’Expo 2015 a progetti per inserire “gli amici” nei municipi dell’hinterland meneghino.
E quelle di cui parlano nel marzo 2009 sono proprio le liste della Lega.
Nulla di penalmente rilevante, perchè finora i giudici non vi hanno riscontrato ipotesi di reato.
Ma il documento è sorprendente, anche per i soggetti a cui si fa riferimento.
A parlare è un imprenditore, considerato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro un prestanome al servizio del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Che discute con un maresciallo delle Fiamme Gialle, collaboratore del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, ossia di uno dei magistrati più attivi nella lotta alle cosche.
È proprio il maresciallo che propone: “Ieri sera mi sono visto con Pino Galati… rimangono dei candidati in alcuni paesi… abbiamo la possibilità  di candidare qualcuno noi?”.
Pino Galati è un parlamentare calabrese del Pdl.
Ma l’operazione gravita “sulla moglie del Galati”, che come scrivono gli investigatori, “si identifica nell’onorevole Carolina Lussana, nata a Bergamo, eletta nelle liste della Lega Nord”.
La bionda leghista che si impose alle cronache proprio per la storia d’amore sbocciata a Montecitorio con il deputato del profondo Sud.
Attraverso loro, i due soggetti intercettati studiavano il modo di inserire persone di fiducia nei municipi della provincia di Milano, paesi dove vive una folta comunità  calabrese.
Incredibile?
Il sottufficiale legge “un elenco di collegi”, comuni dove si dovevano rinnovare le giunte: Magenta, Cerro Maggiore, Cassano d’Adda, Pioltello, Sesto San Giovanni, Calabiago, Cassano Primo.
Il presunto uomo della ‘ndrangheta si mostra entusiasta: “Belli… belli… Bei collegi…”.
E il dialogo prosegue: “Non hai qualcuno là  che…”. “Che si interessa di politica sì… qualcuno che ha fatto il consigliere comunale pure a Cologno… Provo a sentirli…”.
“Vedi un po’ se riusciamo… noi… questa gente ci serve”.
Serve a cosa? Per ottenere appalti.
L’imprenditore agisce nel movimento terra, il grande business della ‘ndrangheta lombarda.
Si lamenta di avere “le macchine ferme”.
E commenta: “Adesso cominciano i lavori di Expo, sai quanta merda porterà  là  sopra… Si torna come l’alta velocità … Se la mangiano subito… chi tiene cinque camion, chi resiste, chi arriva all’Expo”.
Lui ritiene di avere trovato l’aggancio giusto: “Devo incontrare un costruttore grosso a Milano… Questo ha fatto la fiera di Milano… una parte dell’Expo ce l’ha lui… Devo andare a parlarci ma deve venire uno dalla Calabria apposta, un pezzo grosso…”.

Lirio Abbate
da “Il Fatto Quotidiano“

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LE IMPRESE DEL SETTORE INTERCETTAZIONI : “LO STATO CI DEVE 500 MILIONI DI ARRETRATI”

Dicembre 5th, 2010 Riccardo Fucile

LE AZIENDE COSTRETTE A DIRE DI NO ALLE RICHIESTE DELLE PROCURE… I TAGLI AGLI STANZIAMENTI DECISI DAL GOVERNO E I PAGAMENTI IN RITARDO DI DUE ANNI COMPROMETTONO LE INDAGINI

Le imprese del settore diranno “no” alle richieste delle procure: “Gravi danni per le indagini future e per quelle in atto”. Il ministero ha tagliato gli stanziamenti e paga con due anni di ritardo
Hanno comprato una pagina del Corriere della Sera rivolgendosi al presidente della Repubblica e al premier.
E poi hanno diramato un comunicato stampa durissimo, intitolato: “Comparto intercettazioni, stop ai lavori”.
Le aziende che, per conto delle procure, si occupano di intercettazioni telefoniche e consulenze tecnologiche alle indagini (ad esempio microtelecamere) annunciano la serrata, “perchè — spiega l’Iliia, associazione che li rappresenta — il ministero della Giustizia ha un debito nei nostri confronti di 500 milioni”.
Così le procure non potranno più avviare intercettazioni su utenze telefoniche di persone indagate che ritengono meritevoli di attenzione, perchè le società  incaricate hanno deciso di non accettare nuovi incarichi.
Uno stop che, spiega il comunicato, “provocherà  un evidente pregiudizio dell’attività  investigativa futura e non potrà  assicurare anche il regolare espletamento degli incarichi in corso con grave danno per le indagini già  in atto”.
“Noi emettiamo fattura alle procure, ma le lungaggini burocratiche fanno sì che passino dei mesi prima che vengano contabilizzate”, spiega Andrea De Donno, titolare di due aziende del settore (di cui una in liquidazione) e membro del direttivo Iliia. “
Il vero problema — continua De Donno — è che poi il ministero della Giustizia stanzia fondi notevolmente inferiori rispetto alle richieste delle procure. E i tempi sono biblici: si arriva a due anni per vedersi pagare una fattura. Il paradosso è che aziende con utili e fatturati in crescita sono costrette a chiudere proprio per i mancati pagamenti”.
Solo cinque anni fa, le aziende del comparto erano 250. Ora son 98.
“A questo bisogna aggiungere che c’è stato un calo del 30 per cento della richiesta di intercettazioni. In generale sono diminuiti, negli ultimi anni, i fondi stanziati. E sono stati ritoccati al ribasso i listini”.
Questa scarsa efficienza da parte del ministero può essere letta come una volontà  di ostacolare le intercettazioni?
“E’ una lettura possibile — spiega De Donno — ma noi siamo solo imprenditori e non vogliamo schierarci politicamente”.
Le aziende fanno appello al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al premier Silvio Berlusconi “perchè possa essere varato un emendamento urgente al ddl di stabilità  in grado di programmare, già  per il 2011, uno stanziamento idoneo a colmare il peso del debito contratto dal ministero della Giustizia”.
“I risultati ottenuti dallo Stato, dalle forze di polizia e dalla magistratura per assicurare alla giustizia importanti criminali — sottolinea Iliia — hanno prodotto negli ultimi 2 anni un recupero di valore complessivo di 15 miliardi e mezzo di euro, di cui 2,5 miliardi di contanti depositati sul Fondo Unico Giustizia: un bilancio che stimola orgoglio nazionale, senso dello Stato e della giustizia, ma che non è stato utilizzato per colmare il debito e scongiurare lo stato di crisi delle imprese che lavorano silenziosamente a fianco delle forze dell’ordine e della magistratura inquirente nelle fasi di intelligence investigative e di monitoraggio del territorio nella lotta al crimine”.
Al di là  dei disagi, non è comunque controproducente dire no allo Stato che è di fatto il datore di lavoro esclusivo di queste aziende?
“Certo bisogna reinventarsi, ma non possiamo continuare così”, spiega De Donno: “Molte aziende possono riciclarsi lavorando per paesi esteri, specialmente dell’Est europeo. Altre possono fare sicurezza per grandi aziende. Quel che è certo è che non si può lavorare senza essere pagati”.

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