Destra di Popolo.net

LA RELAZIONE RISERVATA DELLE FORZE DELL’ORDINE: «CON I TAGLI SICUREZZA A RISCHIO»

Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile

ESCLUSA LA POSSIBILITA’ DI RIDURRE ULTERIORMENTE GLI UOMINI IN CAMPO

Le forze dell’ordine dicono no ai tagli alla spesa previsti dal governo.
L’avviso all’esecutivo guidato da Matteo Renzi sul piano di spending review del commissario Carlo Cottarelli arriva direttamente dai vertici di polizia, carabinieri e Guardia di Finanza.
È la relazione riservata – cinquanta pagine oltre agli allegati – trasmessa a Palazzo Chigi al termine del lavoro svolto dal comitato interministeriale a fissare i paletti del progetto di risparmio escludendo la possibilità  di ridurre ulteriormente il numero degli uomini in campo.
Con un avvertimento che appare eloquente: «Le forze di polizia, in quanto chiamate a garantire la sicurezza, bene indefettibile e precondizione di ogni diritto, sono a un bivio molto delicato e ulteriori azioni di “cost reduction” che dovessero essere individuate non potranno ancora impattare sul personale o, attraverso ulteriori tagli lineari, sui capitoli di bilancio già  sofferenti, se non con un preoccupante abbassamento degli standard operativi».
Dopo le proteste dei sindacati, sono i documenti elaborati con l’assenso del capo della polizia Alessandro Pansa, del comandante generale dei carabinieri Leonardo Gallitelli e di quello della Guardia di Finanza Saverio Capolupo a imporre un ripensamento. «Non toglieremo i poliziotti dalle strade», ha dichiarato due giorni fa il presidente del Consiglio.
Ma le sue parole non bastano a rassicurare e martedì, nel corso dell’incontro già  previsto con il ministro dell’Interno Angelino Alfano, i rappresentanti di base evidenzieranno i rischi derivanti dai tagli previsti.
Blocco assunzioni e stipendi bass
La relazione contiene grafici e tabelle per dimostrare, conti alla mano, quanto già  è stato risparmiato. Ma soprattutto quale sia il limite che non si può oltrepassare «senza incorrere nel rischio di intaccare ulteriormente la funzionalità  e l’operatività  degli apparati già  sensibilmente messi in crisi dalle riduzioni degli ultimi tempi».
Ecco dunque l’analisi sulla situazione finanziaria: «Il generale obiettivo di riduzione della spesa nel bilancio dello Stato corrisponde a 32 miliardi di euro, pari al 4 per cento. Tale quota, riportata alla componente di pertinenza del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, pari a 7 miliardi e 800 mila euro, potrebbe corrispondere per il 2014 a un’ipotesi di risparmio di 313 milioni di euro oppure, se calcolata sulla quota di 836 milioni di euro per i soli consumi intermedi, di 33 milioni di euro».
La conclusione sembra lasciare pochi spazi di manovra: «La seconda ipotesi è sicuramente quella più realisticamente percorribile perchè riguarda le risorse non destinate al personale rispetto al quale non è più possibile immaginare ulteriore compressione senza determinare impatti fortemente critici sulla funzionalità  minima della struttura, già  sensibilmente intaccata dai blocchi di turnover e contrattuali che cominciano a determinare difficoltà  di gestione degli organici e della necessaria motivazione del personale».
Esclusa l’ipotesidi accorpamento
L’analisi di situazione espressa nel dossier si occupa dei numeri, ma anche ella distribuzione degli uffici sul territorio.
Ed esclude la possibilità  che si arrivi a una unificazione delle forze di polizia evidenziando i risultati che sono stati ottenuti grazie a un programma di coordinamento.
Non a caso viene sottolineato come questa logica di collaborazione «nasce dall’esigenza di creare un modello efficiente attraverso il quale prevenire e limitare al massimo possibili duplicazioni e sovrapposizioni in un’ottica di ottimizzazione delle risorse e di efficacia del servizio reso alla collettività ».
E infatti si ricordano quelle direttive dei vari ministri dell’Interno che hanno già  previsto «il potenziamento della presenza di uffici della polizia nei capoluoghi di Provincia e di quelli dei carabinieri nelle altre località , oltre alla definizione degli ambiti di intervento delle rispettive specialità », così comprendendo anche l’attività  delle Fiamme Gialle prevalentemente impegnata nel settore economico ma comunque coinvolta, come prevede la legge, anche nelle operazioni di controllo dell’ordine pubblico.
I commissariati e le stazion
Nei giorni scorsi i sindacati di polizia, primo fra tutti il Sap, avevano denunciato un piano segreto del governo che prevede la chiusura di circa 200 commissariati.
Il documento inviato a Palazzo Chigi fissa i limiti della riduzione possibile e contiene cifre di gran lunga inferiori.
La soglia sotto la quale non si ritiene di poter scendere indica per la polizia «la soppressione di 11 commissariati, 29 reparti della Stradale, 73 della Ferroviaria, 73 della Postale, 13 della polizia di frontiera, 50 squadre nautiche, oltre a un sostanzioso numero di accorpamenti»; per i carabinieri, che già  hanno effettuato sostanziosi tagli, «la chiusura di 6 stazioni e 2 presidi presso scali ferroviari e aeroportuali, l’accorpamento di 3 stazioni e la rimodulazione di 9 Compagnie».
La relazione individua nel trasferimento della maggior parte degli uffici la vera fonte di risparmio «grazie alla riduzione delle locazioni passive», tenendo conto che soltanto nel 2013 la polizia ha speso in affitti ben 139 milioni di euro mentre i carabinieri sono arrivati a quota 183 milioni di euro.
E dunque, tirando le somme «la polizia prevede di risparmiare grazie al trasferimento in immobili demaniali 27 milioni di euro nei prossimi due anni, ai quali si aggiungono i 25 milioni di euro dei carabinieri e i 7 milioni e mezzo della Guardia di Finanza».
L’impennata di furti e rapine
È l’Associazione funzionari di polizia a evidenziare la necessità  di non abbassare il livello di guardia escludendo, come sottolinea Enzo Letizia, «la possibilità  di rispolverare vecchi progetti che prevedevano la chiusura di commissariati e stazioni». Anche perchè bisogna tenere conto «dell’accresciuta domanda di sicurezza dovuta sia alle “piazze calde” sia all’aumento dei reati che sono arrivati a 2,8 milioni, vicino al picco di 2,9 milioni toccato dopo l’indulto del 2006 con un aumento forte dei delitti di tipo predatorio».
Ecco perchè secondo il segretario dell’Associazione Lorena La Spina «chiedere 800 milioni di euro di taglio di spesa nel 2015 e 1,7 miliardi di euro nel 2016 significa non aver capito come funziona il sistema di prevenzione e repressione dei reati e di tutela dell’ordine pubblico.
Infatti, nonostante oggi si richieda un taglio che andrà  ad incidere negativamente sull’operatività , cioè sui servizi di ordine pubblico, sulle missioni per le indagini di polizia giudiziaria, sugli straordinari, sugli automezzi, polizia e carabinieri in pochi anni hanno perso 16.000 autovetture.
L’organico delle forze dell’ordine si contrarrà  ulteriormente, polizia e carabinieri hanno già  27 mila unità  in meno, sarà  così inevitabile una chiusura di uffici ben più dolorosa di quella ad oggi prospettata, con serie ripercussioni sulla sicurezza, reale e percepita.
Eppure, i dati statistici dal 2011 ci dicono che servono più uomini e più mezzi nel controllo del territorio per contrastare efficacemente l’aumento costante dei reati predatori. Se non viene scongiurata la sforbiciata di 2,5 miliardi si minerà  alla radice l’intero sistema di sicurezza.
Senza contare che il blocco stipendiale nelle progressioni di carriera, che ha inciso negli ultimi quattro anni per 1,7 miliardi sul personale del comparto sicurezza, sta compromettendo l’organizzazione gerarchica e in particolare la leva motivazionale: è del tutto irrazionale il meccanismo che ormai concede a chi ha un grado inferiore e non ha subito il “fermo” di percepire uno stipendio superiore a chi è stato promosso e quindi ha maggiori responsabilità ».

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)

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ALTRO CHE LOTTA ALLA MAFIA, RENZI TAGLIA 1,8 MILIARDI DI STIPENDI AGLI AGENTI DI POLIZIA ED ELIMINA 200 SEZIONI SUL TERRITORIO

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

ECCO IL DOCUMENTO CHE CAMBIERA’ IL VOLTO DELLA POLIZIA E RIDURRA’ LA SICUREZZA DEI CITTADINI… E NEGLI ULTIMI TRE ANNI AGENTI, CARABINIERI E G.D.F. DERUBATI DI 1.300 EURO L’ANNO

Il ministero dell’Interno taglia un miliardo e 800mila euro agli stipendi delle forze dell’ordine, proprio mentre si fa un gran parlare di lotta alla mafia, con Saviano che lancia un appello contro l’economia criminale, il premier che promette cinque punti per aggredire i patrimoni mafiosi, il presidente dell’Antimafia che sprona ad appovare un decreto per i reati spia, il sottosegretario ai servizi segreti che conferma che la mafia durante la crisi s’è rafforzata.
Ma il Viminale non taglia solo gli stipendi: propone la chiusura di undici commissariati; la soppressione di due compartimenti e 27 presidi della Stradale; la cancellazione di 73 sezioni di polizia ferroviaria.
In un momento in cui si denunciano nuovi reati telematici, elettronici compreso il cybercrime, saranno chiuse 73 sezioni provinciali della polizia postale, deputata a fronteggiare questa nuova frontiera del crimine online.
E in un momento in cui in Italia si registra un’emergenza immigrazione, con flussi migratori che attraversano soprattutto le frontiere Schengen (oltrechè il Mediterraneo), saranno chiuse due zone di frontiera e 10 presidi minori.
Tutte le 50 squadre nautiche infine saranno soppresse, quattro sezioni di sommozzatori, undici squadre a cavallo e perfino quattro nuclei artificieri.
È in corso anche la riduzione delle scuole di formazione.
Le forze dell’ordine sono sul piede di guerra, nei giorni scorsi la Silp-Cil ha inscenato una manifestazione di protesta davanti a Montecitorio.
Il malumore serpeggia anche tra i carabinieri che, essendo privi di formazioni sindacali, ufficialmente non parlano.
Ma anche tra le alte sfere c’è chi lamenta che prima dei piani di riordino, il governo dovrebbe saldare agli agenti e ai militari i conti dei loro salari.
Dal 2011 a oggi, infatti, i tagli fatti dai governi Berlusconi, Monti e Letta alle buste paga delle forze dell’ordine (tra tagli agli scatti di carriera, promozioni, indennità ) ammontano a 1 miliardo e 800 mila euro.
Facendo una media, è come se ad ogni operatore della sicurezza fosse stato tagliato lo stipendio per 1300 euro all’anno negli ultimi tre anni.
Oggi alle 18, tutte le sigle sindacali della polizia di Stato (dall’Anfp al Siap, dal Coisp al Siulp, dall’Ugl al Sap) saranno ricevute dal capo vicario Alessandro Marangoni per discutere il piano di riordino.
Del resto, la   circolare di “razionalizzazione” firmata dal direttore degli Affari Generali Gaudenzio Truzzi non lascia presagire nulla di buono fin dalle prime righe.
“Si evidenzia – scrive Truzzi – l’esigenza di una condivisa razionalizzazione della dislocazione dei presidi di polizia sul territorio che tenga conto la conclamata carenza di organico in cui versano le forze dell’ordine e l’attuale congiuntura economica”.
I tagli a commissariati e caserme dei carabinieri arrivano dopo l’allarme lanciato su Repubblica qualche mese fa dal capo della Polizia.
“Tutti mi chiedono di aumentare il livello di sicurezza sul territorio – aveva dichiarato Pansa il 22 novembre scorso, gelando il ministro dell’Interno Angelino Alfano – ma con 15.000 poliziotti in meno non possiamo offrire lo stesso grado di qualche anno fa. Nel 2014 saremo 94mila e non possiamo darci i compiti come se fossimo ancora 110mila”.
Il 2014 è arrivato e Pansa, Marangoni, con l’avallo politico del ministro Alfano, stanno mantenendo quanto annunciato.
La sicurezza sarà  parametrata su 94mila addetti con gli stipendi decurtati.
I commissariati saranno tagliati a Osimo (Ancona), Treviglio (Bergamo), Bressanone (Bolzano), Alassio (Savona), Duino (Trieste), Tolmezzo (Udine), Descia (Pistoia), Colleferro, Frascati e Genzano (ROma), Porto Tolle (Rovigo).

Alberto Custodero

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“IL 112 AFFIDATO AI CALL CENTER”: POLIZIA CON LE PEZZE AL CULO

Dicembre 29th, 2013 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL SEGRETARIO DEL SAP: “NON CI SONO SOLDI PER COMBATTERE LA CRIMINALITA’, MA QUELLI DEL FONDO UNICO GIUSTIZIA CHE FINE HANNO FATTO?”

Macchine ferme ai box perchè non ci sono i soldi per riparare i freni, uffici di polizia giudiziaria azzoppati, pochissime risorse per fare operazioni di intelligence.
E paradossi come le centinaia di milioni di euro del Fondo Unico Giustizia, che dovrebbero servire anche alla riqualificazione della polizia e che invece non si sa dove siano e perchè siano “intoccabili”.
O ancora, l’idea di affidare a un call center privato le telefonate d’emergenza al 112, sperimentazione già  in corso in Lombardia.
“Siamo in una situazione gravissima”, spiega all’HuffPost Nicola Tanzi, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap). “L’anno prossimo inizierà  con 15 mila uomini in meno nella polizia di Stato. Una riduzione che significa meno sicurezza reale per i cittadini”.
Cosa manca oggi alla polizia? Quali sono le difficoltà  con cui vi scontrate ogni giorno?
Oggi mancano le risorse per tutto. Non abbiamo i soldi per fare operazioni di intelligence, nè tanto meno per le missioni. Il che vuol dire non poter svolgere le attività  necessarie per contrastare le organizzazioni criminali che sempre più spesso si scambiano uomini, risorse e favori tra le varie regioni. Le nostre operazioni di contrasto alla mafia, alla camorra e alla sacra corona sono azzoppate in partenza se non possiamo spostarci da una regione all’altra come richiede una seria indagine giudiziaria. Le risorse previste dalla legge di Stabilità  (100 milioni di euro) verranno utilizzate per pagare l’operatività  e le attività  di servizio. Tutto il resto — intelligence, addestramento, aggiornamento, mezzi, strutture — rimane scoperto.
Mancano le autovetture per la polizia giudiziaria. In molti casi ci sono gli agenti, ma non ci sono i mezzi. Quindi abbiamo uffici di polizia presso i tribunali che però non possono svolgere attività  sul territorio, non possono andare a svolgere il lavoro richiesto dai magistrati. Stesso discorso per le squadre volanti, che per uscire devono aspettare che rientri la volante di turno. Il tutto mentre – paradosso dei paradossi – abbiamo autovetture ferme ai box perchè non ci sono i soldi per la manutenzione: per cambiare i freni, le ruote, cose così, non dico per rimetterle a nuovo.
Di fronte alla scarsità  di risorse, quali sono le vostre proposte? Da dove si inizia?
Sono sei anni che il sindacato chiede una razionalizzazione delle forze in campo. Non è più possibile avere cinque corpi di polizia sul territorio nazionale. È giunta l’ora di studiare un meccanismo di razionalizzazione che miri a ottimizzare le risorse. Come è successo in Francia, anche in Italia è arrivato il momento di mettere tutte le forze di polizia alle dipendenze del ministero degli Interni. Non ci possiamo più permettere nessuno spreco. Cinque sale operative nelle diverse città  sono troppe.
Cosa vi aspettate dal governo? Quali sono le mosse che vi hanno infastidito di più nel 2013?
Siamo stanchi della mancanza di coraggio da parte della politica. Dal governo ci aspettiamo più coraggio. Soprattutto, siamo stanchi di finte soluzioni. Le faccio un esempio eclatante. La Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia per inadempienza sull’attivazione del numero telefonico d’emergenza europeo 112. E l’Italia cosa fa? Invece di attrezzarsi per risolvere la questione, sperimenta una soluzione che affida a un call center privato lo smistamento delle telefonate d’emergenza, con evidenti problemi per la privacy dei cittadini e mettendo a rischio la capacità  delle forze dell’ordine di garantire la sicurezza.
Ci spieghi meglio. Se io chiamo il 112 per denunciare un reato mi potrebbe rispondere l’operatore di un call center?
Esatto. In alcune città  è in corso una sperimentazione che affida a delle società  private lo smistamento delle telefonate al numero d’emergenza. Questo vuol dire che se un cittadino in difficoltà  chiama il 112 a rispondergli è un altro cittadino, dipendente (o magari collaboratore) di una società  privata che ha vinto l’appalto. Le criticità  di un sistema del genere sono moltissime. Come la mettiamo, ad esempio, con i reati perseguibili d’ufficio? Se a rispondere al telefono è un pubblico ufficiale ha il dovere di comunicare il tutto all’autorità  giudiziaria, altrimenti compie il reato di omissione d’atto d’ufficio. Il cittadino normale, invece, non è obbligato a riferire il fatto costituente reato. Ma è solo uno dei problemi. Sulla privacy, ad esempio, si aprono punti interrogativi enormi. Se ad esempio chiamo per denunciare una violenza sessuale, non è forse lecito aspettarsi che dall’altra parte del telefono ci sia un pubblico ufficiale, e non l’operatore di un call center di cui non so neanche il nome? Infine, non sono neanche sicuro che con questa soluzione si finisca con il risparmiare davvero. Bisogna considerare i soldi per l’appalto privato.
Dove è in corso questa sperimentazione?
In alcune città  soprattutto della Lombardia. È stata voluta dal presidente della Regione Roberto Maroni, uno dei politici che in questi anni hanno più insistito sulla sicurezza. Un paradosso, non le pare?
Ma non è tutto. Torniamo alla differenza tra sicurezza reale e percepita. Mi accennava di una trovata dell’ex ministro La Russa ancora in piedi…
Sì, siamo rimasti a bocca aperta quando abbiamo saputo che il governo ha stanziato 60 milioni di euro per il rifinanziamento nei prossimi sei mesi dell’operazione Strade Sicure, una trovata che risale al 2008 quando il ministro della Difesa era Ignazio La Russa. L’obiettivo centrale di quella operazione — che consiste nell’affiancare militari alle forze di polizia per il pattugliamento delle strade — consiste nell’aumentare la sicurezza percepita dalla popolazione. Ma non si riesce proprio a capire il vantaggio di aumentare la sicurezza percepita in un momento in cui quella reale fa acqua da tutte le parti. Affiancare ai poliziotti dei militari che passeggiano per la città  non è certo il miglior modo di rispondere alle esigenze dei cittadini. Anche perchè un conto sono gli obiettivi sensibili (le ambasciate o il cantiere Tav, per capirci), un altro sono i comuni interventi urbani (come una rapina, ad esempio), per i quali i militari non sono preparati. In questo modo non si fa altro che proseguire sulla linea della sicurezza percepita portava avanti dal governo Berlusconi. Anche se ora è chiaro che le priorità  sono altre.
E invece cosa mi dice sul Fondo Unico Giustizia?
Questa situazione fa ancora più rabbia perchè, volendo, i soldi ci sarebbero. Da parecchi anni abbiamo un appostamento di risorse che si chiama FUG (Fondo Unico Giustizia), composto da capitali e liquidi sequestrati alla criminalità  organizzata. Secondo una legge dello Stato, i soldi di questo fondo vanno ripartiti tra ministero degli Interni, ministero di Grazia e Giustizia (45%) e Tesoro (1%). Ecco, il punto è che questi soldi non si riescono a usare. E parliamo di centinaia di milioni di euro, visto che non è neanche dato sapere la cifra esatta. In una relazione alla Camera qualche anno fa l’ex ministro degli Interni Alfredo Mantovano parlò di oltre 600 milioni di euro esigibili, che si suppone debbano essere aumentati, dal momento in cui non se ne conosce la sorte. Ecco, la domanda è proprio questa: questi soldi dove sono? Quanti sono? E come vengono utilizzati?
Quali sentimenti accompagnano il lavoro di un poliziotto chiamato a contenere le manifestazioni di rabbia di chi si sente escluso dalla società  e preso in giro dalla politica?
È inutile girarci intorno, le forze di polizia oggi vivono un disagio profondo. Anzi, direi un disagio doppio: da un lato condividono le difficoltà  di tutti gli altri cittadini (blocco contrattuale da quattro anni, tagli, poche gratificazioni, impossibilità  del riordino delle carriere); dall’altro sono percepite da chi protesta come dei nemici cui dare addosso ogni volta, perchè il poliziotto se non interviene è inefficiente, se interviene è violento. Spesso ci troviamo tra due fuochi, il proprio disagio e quello delle persone che protestano.

G. Belardelli
(da “Huffingtonpost”)

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“IMPOSSIBILE GARANTIRE LA SICUREZZA”: L’ALLARME DEL CAPO DELLA POLIZIA, ORGANICI RIDOTTI DA 110.000 A 94.000

Novembre 25th, 2013 Riccardo Fucile

“CON 15.000 AGENTI IN MENO NON GARANTIAMO PIU’, CALERANNO I CONTROLLI, POI’ FURTI E RAPINE NELLE GRANDI CITTA'”

Il capo della Polizia, Alessandro Pansa, lancia l’allarme: “Troppi tagli, diminuisce il servizio di sicurezza reso ai cittadini”. Le parole del numero uno della Polizia italiana si incrociano con i dati, ancora top secret, del Viminale.
I numeri confermano come la crescita dei reati sia direttamente proporzionale a quella dei tagli al comparto.
“Ogni tanto qualcuno mi chiede di aumentare il livello dei controlli in alcune città  o in alcune parti del Paese. Voglio essere chiaro con tutti: oggi non siamo in grado di accrescere la sicurezza in nessuna parte del territorio”.
Pansa è al vertice del Dipartimento sicurezza del ministero dell’Interno. Da lui dipendono Polizia, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza.
Insomma, è il capo delle forze dell’ordine.
Ed è la prima volta che dalla massima autorità  della sicurezza del Paese arriva un segnale così forte di “resa” alla criminalità .
Un allarme drammatico, rivolto al mondo della politica e in particolare al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che sul tema tace.
Pansa ha parlato così di fronte a un centinaio di funzionari dell’associazione Anfp. Davanti ai dirigenti Polstato, il loro capo ha ammesso che ormai “non è pensabile che noi possiamo offrire lo stesso servizio di sicurezza al cittadino che offrivamo qualche anno fa, con 15 mila poliziotti, 15 mila carabinieri e migliaia di finanzieri in meno. E con la riduzione delle risorse”.
“È pacifico – ha ribadito – che in questo momento noi stiamo offrendo un servizio di sicurezza inferiore al passato”.
Inutili, ha aggiunto, i “meccanismi di ottimizzazione delle risorse per rendere più efficiente la macchina organizzativa della sicurezza. Comunque il segno resterà  meno”.
E ancora: “Non è più pensabile – ha spiegato – ragionare come se sul territorio siano schierati 110 mila uomini. Dal 2014 ce ne saranno solo 94 mila”.
Pansa ha espresso anche la preoccupazione che i tagli possano penalizzare il comparto della sicurezza a favore di quello della Difesa, impegnato da anni nelle “pattuglie miste” e in compiti di presidio di obiettivi a rischio nelle città .
“Bisogna chiarire – ha dichiarato – chi ha la legittimità  dell’uso della forza nell’ambito della sicurezza”. “Perchè – ha polemizzato con la Difesa – se spostiamo l’asse verso il sistema militare, creiamo qualche scompenso anche rispetto ai principi costituzionali”.
Il segretario dell’Anfp Enzo Letizia ha poi sottolineato come “il taglio delle risorse, in un momento di crisi economica, comporti un aumento della criminalità  perchè mancano uomini e mezzi”.
Complessivamente, infatti, in tutta Italia sono in aumento furti e rapine.
Nel dettaglio delle grandi città , è Firenze in vetta alle classifiche per l’aumento dei delitti nel 2012 (9,2%) rispetto all’anno precedente.
Da gennaio ad agosto di quest’anno, ultimi dati disponibili, a Firenze sono cresciuti del 100% gli omicidi volontari, del 16% i furti in abitazione, del 50% le rapine in banca.
A Bari i delitti sono aumentati del 2,2%, negli ultimi otto mesi del 50% gli omicidi, del 16% i furti, del 70% le rapine in abitazione.
A Roma crescita dei delitti del 3,2%, con un incremento tra gennaio e agosto del 43% degli omicidi volontari, del 4,3% dei furti in generale e dell’8,7% dei furti negli esercizi commerciali.
A Bologna i delitti sono aumentati del 2,2%. Nei primi otto mesi sono aumentati dell’11% i furti in abitazione, del 20% negli esercizi commerciali, e del 47% le rapine in abitazione.
A Cagliari da gennaio ad agosto sono aumentati del 28% i furti in abitazione, a Napoli crescono dell’11,4% le violenze sessuali e del 18,6% le rapine.
A Catania i delitti sono aumentati del 4%, con un incremento nei primi otto mesi di quest’anno del 100% degli omicidi volontari, del 225% delle rapine in banca.
A Milano, nei primi otto mesi dell’anno si è registrato un aumento del 17% di furti in abitazione, del 73% di rapine in abitazione, del 96% di rapine in banca.
In crescita i delitti anche a Palermo (più 5,8%), con un incremento nei primo otto mesi del 250% di omicidi volontari, del 18% di furti in abitazione, del 12% di rapine in banca.
L’aumento di criminalità  non risparmia il Nord Ovest (salgono del 30% nei primi otto mesi i furti a Torino, del 47% le rapine in abitazione e del 10,4% quelle negli esercizi commerciali).
Nè il Nord Est: a Trieste i delitti crescono del 4,7%, in particolare si registra un’impennata di reati contro le donne, con un più 33,3% di violenze sessuali, mentre a Venezia i delitti crescono del 3,5% con una crescita ad agosto del 14% dei furti in abitazione e del 24% dei furti negli esercizi commerciali.

Alberto Custodero
(da “La Repubblica“)

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SUL BUS 128, DOVE GRIDARE AIUTO NON SERVE

Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile

CRONACA DI UN’AGGRESSIONE A ROMA, CONSUMATA NEL SILENZIO E NELL’INDIFFERENZA

Ci sono luoghi dove dopo mezzogiorno nessuno con un po’ di giudizio metterebbe il naso fuori di casa, se ha una casa.
Dove le donne girano con le borse legate alle spalle con doppie cintole. E dove se si ha bisogno di aiuto si fa prima a trovare da solo un modo per tirarti fuori dai guai.
Uno di questi luoghi è la l’autobus 128 a Roma, una linea ad alto rischio dove è stato necessario blindare le cabine degli autisti per proteggerli.
E i passeggeri? Quelli farebbero meglio a pregare il loro Dio se ne hanno uno.
Si parte dalla basilica di san Paolo e si va verso la Magliana.
Sono sulla vettura 5047, mercoledì 23 ottobre, poco dopo le cinque di pomeriggio. Palazzine e negozi passano in fretta, l’autobus si inoltra in strade di ex-campagna abbandonata al suo destino, tra viadotti, sfasciacarrozze, discariche e alloggi di fortuna. Quando si supera anche la stazione di Muratella si ha la sensazione di aver varcato un confine.
Ad ogni fermata persone di ogni età  e origine salgono e scendono. Per salvarsi bisognerebbe guardare tutti in faccia e sulle mani per essere pronti a reagire quando arriva il momento.
Perchè il momento arriva sempre e non è piacevole: c’è chi viene insultato, chi viene borseggiato, chi viene deriso, chi viene molestata.
Il mio momento è arrivato quando la Magliana stava per terminare.
Si sono aperte ancora una volta le porte dell’autobus. Sono scese alcune persone, non so chi e nemmeno quante esattamente, ero girata verso il finestrino, non pensavo che fosse una posizione a rischio.
All’improvviso sento qualcuno o qualcosa tirarmi una mano.
Avevo un telefonino, sperava di prenderlo e fuggire rapidamente fuori dalla porta ancora aperta. Ho serrato la presa intorno al telefonino.
Il ragazzo ha dato un secondo strattone. Più forte, stavolta, facendomi cadere a terra.
Ne ha approfittato per guadagnare qualche metro, è sceso dall’autobus. Siamo rimasti molti secondi così: io sul pavimento dell’autobus, lui fuori, a lottare per un cellulare. Quanti secondi? Tanti. Troppi.
Li sentivo scorrere tutti mentre cercavo di non mollare la presa e mi chiedevo dove fossero finiti tutti, perchè nessuno facesse qualcosa.
Ad un certo punto il ragazzo si è arreso, ha lasciato la presa ed è corso su per una collinetta nel nulla assoluto.
L’autista ha chiuso le porte dell’autobus ed è ripartito.
Mi sono rialzata, e sono tornata al mio posto. Nel silenzio più totale.
Nell’autobus c’erano almeno dieci persone più un autista nella cabina.
Nessuno ha battuto ciglio. Il ragazzo avrebbe potuto tirare fuori un coltello e risolvere così a favore suo il nostro stupido braccio di ferro, nessuno avrebbe mosso un dito per me.
Mi sono seduta, l’autista è ripartito. Come se nulla fosse.
Perchè sul 128 un’aggressione è vita quotidiana.
Chi vive qui ogni giorno vede di tutto, non è un tentativo fallito di rapina a rompere il muro della rassegnazione.
Un istante dopo essermi seduta mi sono alzata. Mi sono avvicinata   all’autista per dirgli che non si può lasciare le persone in balia di qualunque orrore senza accorgersi di nulla quando si hanno specchi retrovisori a volontà  e pulsanti per chiudere le porte.
Dalla cabina blindata è emerso un giovane dall’aria spaurita.
Accanto al volante di guida aveva un testo universitario, qualcosa sull’economia, il prossimo esame da dare per sperare di non dover più vivere guidando uno degli autobus più a rischio di Roma.
Ha spiegato di non aver visto nulla e ha chiamato l’ispettore capo.
Dopo undici minuti di attesa ha risposto qualcuno che non la smetteva di fare domande.
Avevo ferite? No.
Avevo subito un furto? Nemmeno.
E allora che cosa chiedevo? Perchè insistevo a voler far mettere a verbale l’aggressione? Avanzavo qualcosa?
Sì, il diritto di tutti a vivere senza paura.

Flavia Amabile

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CARABINIERI CONTRO GOVERNO: “NO AI TAGLI ALLA SICUREZZA PER ABOLIRE L’IMU”

Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL COCER: “BASTA CON LE ELEMOSINE, SERVONO SOLDI: SI FACCIA ECONOMIA SUGLI SPRECHI”

È un vero e proprio ultimatum quello lanciato dai carabinieri al Governo dopo l’annuncio del taglio dei fondi destinati alla sicurezza.
Servitori di uno Stato che prima stanzia fondi per 50 milioni di euro per l’assunzione di personale nelle forze armate, di polizia e nei vigili del fuoco e poi fa marcia indietro perchè costretto a far fronte alla mancanza di entrate dovuta all’abolizione dell’Imu.
È il Cocer (Comitato centrale di rappresentanza), una sorta di sindacato degli appartenenti all’Arma, a sfogare prima tutta la rabbia: “Adesso diciamo basta e, stavolta, lo diciamo con forza”.
A scatenare la bufera è stato l’incontro di ieri tra i rappresentanti del comparto sicurezza e il ministro della Funzione Pubblica, Gianpiero D’Alia.
Un confronto secondo il Cocer “inconcludente”.
“Basta con le elemosine — hanno spiegato i militari in un comunicato — basta con l’una tantum su avanzamenti di grado e assegni di funzione”: per il Cocer il Governo deve provvedere “urgentemente a reperire i necessari fondi, facendo, magari, economia sui ben noti scandalosi sprechi della pubblica amministrazione e sulle vergognose prebende delle varie caste”.
Uno scontro vero e proprio, insomma. Senza mezzi termini. Anzi.
“Accusiamo le istituzioni — rilanciano infatti i carabinieri — anche di costringerci ad alzare i toni della protesta, facendoci venir meno, nostro malgrado, alla peculiare, secolare compostezza degli uomini dell’Arma”.
Non solo.
I militari parlano di “colpevole indifferenza” delle istituzioni che solo un atteggiamento nuovo e forte come questa protesta può smuovere perchè “sono anni che questo organismo si fa interprete, inascoltato, del sempre crescente disagio di un intero comparto, sempre più penalizzato da dissennate politiche di tagli, praticate nella bieca, cinica, vergognosa considerazione che, in quanto militari, non ci è permesso di praticare più adeguate forme di protesta per far sentire la nostra voce”.
Una situazione di estrema stanchezza quella denunciata dai rappresentanti dei militari che da tempo hanno sollevato le diverse problematiche che riguardano i carabinieri. Una situazione iniziata con il blocco degli aumenti con il decreto “salva Italia” sul quale il prossimo 5 novembre si dovrà  esprimere la Corte costituzionale.
Un blocco prolungato fino al 2014 che costringe gli esponenti del comparto sicurezza-difesa a ricoprire incarichi di responsabilità  con stipendi inferiori a 2mila euro.
Il Governo, infatti, nel 2010 ha bloccato gli scatti di anzianità  sui quali in tanti contavano per pagare i mutui e sostenere un costo della vita sempre in aumento.
Ma i tagli non riguardano solo gli stipendi.
Il rischio della mancanza di assunzione di personale è che si arrivi ad avere sempre meno uomini per le strade e soprattutto personale sempre più anziano.
Le parole dell’insediamento del presidente del Consiglio Enrico Letta avevano acceso una speranza quando aveva parlato dei risultati ottenuti contro la criminalità  organizzata “presente anche nel resto del Paese” e che “in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e quasi militare del territorio. E questo nonostante lo spirito di servizio e il sacrificio di tanti servitori dello Stato — magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine anzitutto — che troppo spesso abbiamo avuto la responsabilità  di lasciare soli. Anche per questo dobbiamo dare effettiva concretezza al valore della specificità  della professione svolta dal personale in divisa delle Forze Armate e della Polizia”.
Parole che oggi per molti sono solo l’ennesima illusione.

Francesco Casula

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LO SVINCOLO DELL’AUTOSTRADA? CON IL PALO AL CENTRO DELLA CARREGGIATA

Maggio 23rd, 2013 Riccardo Fucile

STRADA ULTIMATA A PONTICELLI, NESSUNO SI E’ POSTO IL PROBLEMA: E’ L’EMBLEMA DEL MENEFREGHISMO CHE REGNA IN ITALIA

Caso surreale: una strada con un palo al centro.
No, non è una barzelletta, ma è un «incubo» infrastrutturale: «Sembra tutto pronto – racconta il capogruppo M5S al comune di San Giorgio a Cremano, Danilo Roberto Cascone – per l’apertura dell’uscita autostradale su via della villa Romana a Ponticelli, utilissimo per chi proviene da Salerno, se non fosse per un piccolo particolare… C’è un palo in mezzo alla carreggiata. Da diverso tempo i lavori sono terminati, ma l’uscita, non è ancora operativa»
LA PROTESTA
Eppure il nuovo svincolo potrebbe alleviare gli annosi problemi di traffico agli automobilisti diretti alla zona alta di San Giorgio e ai paesi limitrofi.
Sono stati chiesti chiarimenti in merito, ma per il momento il palo resta dove è.
Ci si domanda come sia stata possibile una cosa del genere.
Questo svincolo – denunciano il responsabile regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli – è atteso da anni ed è inconcepibile che sia stato realizzato un palo della luce proprio al centro della carreggiata. E’ inspiegabile un errore così grossolano che non solo sta ritardando l’ apertura dello svincolo ma aumenterà  i costi della realizzazione del tratto autostradale»
REPLICA AUTOSTRADE MERIDIONALI
«Il palo – spiega Autostrade Meridionali – non c’entra nulla con l’apertura dello svincolo perchè è un’opera cosiddetta “provvisionale”, cioè temporanea. La rampa, tuttavia – aggiunge Autostrade Meridionali -, non si apre ancora perchè su questi lavori manca ancora il via libera comunale, dopo che è stata, da tempo, effettuata la conferenza dei servizi».
Dato che il palo è stato ben piantato al centro della carreggiata, ci chiediamo chi (e senza il controllo di chi) abbia potuto piantare tale palo proprio al centro della corsia appena sistemata.
Cose che possono accadere solo in Italia…

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TARANTO IN PIAZZA CONTRO LA “SALVA ILVA”: IN CINQUEMILA CONTRO LA SALUTE NEGATA

Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile

CORTEO DI ASSOCIAZIONI E CITTADINI NELLA CITTA’ JONICA: “VOGLIONO FRENARE LA MAGISTRATURA”… I MEDICI: “OGNI GIORNO UNA DIAGNOSI DI TUMORE”

Un grande serpentone, con i medici in prima fila, ma anche le mamme.
Poco prima delle 13 s’è fermato nel centro di Taranto che si era riempito per tutta la mattinata (oltre cinquemila persone) per il corteo organizzato dalle associazioni ambientaliste.
Con in testa i medici in camice bianco, (ma anche numerosi anziani e disabili) a testimoniare il dramma dei tanti tarantini che hanno perso la vita a causa dell’inquinamento; loro che ogni giorno “lottano contro il cancro e le gravi patologie generate dall’inquinamento”.
Associazioni, cittadini comuni, numerosi medici appunto e qualche rappresentante istituzionale (c’è il deputato del movimento Cinque Stelle, Alessandro Furnari) si sono prima concentrati dinanzi all’Arsenale da dove il corteo si è srotolato su via Di Palma.
Il primo striscione diceva tutto: “Taranto, miniera di diamanti ricoperta da monnezza”. E anche le mamme si sono fatte sentire: “Corte costituzionale, ricordati di me”, diceva uno striscione issato da una donna con una freccia che indica il figlio nel passeggino. Secondo Fabio Matacchiera, presidente della fondazione antidiossina, “Taranto scende in piazza per rcelamare il diritto alla salute e perchè proprio la salute vale molto di più dell’acciaio”.
C’era anche un’immagine di papa Francesco. “Taranto era bella, ora santa perche’ martire e povera. Vieni Francesco”: questa la frase scritta su un cartello portato a mano da una manifestante.
Nel corteo è comparso anche uno striscione di ‘Amici di Mauro Zaratta’, il padre di Lorenzo, un bimbo che ora ha 3 anni e vive in Toscana e che sin dalla nascita ha contratto una grave forma tumorale tanto da aver perso già  quasi completamente la vista.
Nel corteo c’è stato chi ha portato anche un enorme crocifisso a simboleggiare il ‘martirio’ che la città  di Taranto subisce da anni a causa dell’inquinamento proveniente dal siderurgico.
Tra i manifestanti anche gruppi del comitato ‘No al carbone’ di Brindisi e del comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore di Massafra, paese ad una dozzina di chilometri da Taranto.
“La situazione è drammatica. Non c’è giorno in cui non faccio una diagnosi di tumore”. Lo ha detto Gennaro Viesti, primario pneumologo della casa di cura Villa Verde di Taranto, uno dei medici che partecipa alla manifestazione.
“Voglio lanciare – ha aggiunto il medico – un grido di allarme per tutte le malattie respiratorie che a Taranto sono le uniche in aumento. Sono un costo non solo per le famiglie ma anche per la società “.
La situazione drammatica è stata confermata anche da una radiologa del presidio onco-ematologico dell’ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto. “Non riusciamo a fare argine – diceva la dottoressa – c’è un oceano di persone che ha bisogno di cure, con patologie sempre più gravi e di età  sempre più giovane”.
Martedì, invece, appuntamento a Roma, quando al vaglio della Consulta passerà  la cosiddetta legge “salva Ilva”.
La domenica nella città  jonica è stata dei movimenti che sono scesi in piazza contro la legge 231 del 24 dicembre scorso che autorizza l’Ilva a produrre e a commercializzare quanto prodotto prima del 3 dicembre, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto da cui è poi nata la legge di conversione.
In corteo ci sono state anche le mamme “No al carbone”, pronte a sostenere anche il sit-in che si terrà  nella capitale il 9 aprile davanti al palazzo della Corte Costituzionale quando sarà  valutata la legittimità  della legge 231 a seguito delle eccezioni di costituzionalità  sollevate nei mesi scorsi dal gip, Patrizia Todisco, e dal Tribunale dell’appello.
La manifestazione a Taranto e il sit-in a Roma sono stati indetti proprio a ridosso del pronunciamento della Consulta e a pochi giorni dal referendum consultivo, pro o contro la chiusura parziale o totale dell’ Ilva, che si terrà  nel capoluogo jonico il 14 aprile, non senza polemiche.
L’ obiettivo finale è la cancellazione di una legge che, a detta di molte associazioni ambientaliste, “mette un freno alla magistratura che indaga sui reati contro l’ambientee la salute”.
Come denunciano le mamme “No al carbone”, “questa legge riguarda tutti gli stabilimenti inquinanti d’interesse strategico nazionale e purtroppo toglie alle procure la possibilità  di compiere sequestri degli impianti”.
Intanto nel giorno della manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva, il comitato ambientalista Legamjonici ha annunciato di aver depositato presso la Procura di Taranto un esposto-denuncia per il presunto mancato rispetto della normativa Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) e la “omessa applicazione dell’articolo 29-decies del D.lgs. 128/2010, che costituisce il recepimento della direttiva comunitaria sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento”.
Nell’esposto si fa riferimento all’Ilva, al Ministero dell’Ambiente e della Salute, al Ministro dell’Ambiente attualmente in carica Corrado Clini, al Sindaco e al Prefetto di Taranto.
I sottoscrittori, è detto in una nota, “chiedono che l’autorità  giudiziaria proceda nei confronti dei soggetti sopra menzionati, nonchè di tutti gli altri che eventualmente dovessero risultare responsabili con particolare riferimento a fatti, azioni e omissioni in danno della salute pubblica”.

Mario Diliberto

argomento: radici e valori, sanità, Sicurezza | Commenta »

APPALTI DEL VIMINALE: ALMENO SEI PROGETTI PAGATI E MAI ATTIVATI

Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

I PM: SPESI MILIONI IN SISTEMI INUTILIZZABILI

Milioni di euro dei fondi europei per la Sicurezza investiti in apparecchiature che non sono mai state utilizzate.
Sistemi di tecnologia e palmari computerizzati per potenziare i servizi di controllo del territorio che si sono rivelati inutili oppure che è stato impossibile mettere in funzione perchè incompatibili con le reti già  esistenti.
Rischia di trasformarsi in un ciclone l’inchiesta avviata dalla procura di Roma sugli appalti gestiti dall’ufficio Logistico del Viminale.
Perchè si accavalla con gli accertamenti avviati ormai da tempo a Napoli che potrebbero avere nei prossimi giorni sviluppi clamorosi.
Non c’è soltanto la denuncia del «corvo» nei fascicoli aperti dai pubblici ministeri.
C’è soprattutto la storia di almeno sei «commesse» pagate con i finanziamenti arrivati dal «Pon – Progetto Operativo Nazionale Sicurezza» gestiti dal vicecapo della polizia Nicola Izzo. L’esposto anonimo arrivato a centinaia di indirizzi mail del ministero dell’Interno e indirizzato al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri prende di mira proprio Izzo e il prefetto Giuseppe Maddalena, ex direttore del Logistico.
Nell’elenco degli indagati dei magistrati partenopei oltre a Izzo c’è il prefetto de L’Aquila Giovanna Iurato, che è già  stata trasferita dal capoluogo abruzzese e questa mattina prenderà  servizio all’Ispettorato.
Anche lei deve rispondere delle scelte effettuate quando era al Logistico. Ma l’indagine potrebbe coinvolgere altri funzionari che in questi anni hanno gestito le risorse. Tenendo conto che in ballo ci sono centinaia di milioni.
Non a caso è stata attivata anche un’indagine interna che possa verificare il rispetto delle procedure, soprattutto tenendo conto che nella maggior parte degli investimenti è obbligatorio procedere per gara pubblica, anzichè a trattativa privata come invece sarebbe accaduto.
Tra gli appalti finiti sotto osservazione dei magistrati c’è quello per il sistema «Imas» finanziato con 6 milioni di euro.
Serviva a gestire tutte le attività  informatiche della Polizia ferroviaria e di altri uffici specializzati. Per farlo entrare in funzione sono stati acquistati i server e le licenze Microsoft. Ma quando si è trattato di installarlo presso la vecchia sede del Cen, il Centro Elettronico di Napoli, non è stato possibile attivarlo perchè – secondo quanto è stato verificato – non c’erano nè gli spazi, nè la potenza elettrica necessari.
Sono rimasti praticamente inutilizzati anche i palmari che dovevano essere dati in dotazione alla Polizia ferroviaria per il controllo dei «sospetti».
Funzionano infatti soltanto con la copertura di rete Umts, ma la maggior parte della linea – soprattutto al Sud – non ha neanche quella Gsm.
Problema analogo a quello riscontrato per il progetto «Siai», costato oltre tre milioni di euro. Si tratta di un dispositivo che consente di ottenere verifiche su una targa o sull’identità  di una persona in tempo reale perchè dovrebbe essere in collegamento non soltanto con la banca dati del Viminale, ma con tutti gli altri «archivi» compatibili.
«Abbiamo gli apparecchi – hanno più volte denunciato i sindacati degli agenti – ma non sono mai entrati in funzione».
Stessa fine hanno fatto i cosiddetti Spaid, gli apparati che dovevano servire all’identificazione veloce delle persone fermate, senza bisogno di portarli in questura o in commissariato.
Servono a prelevare le impronte digitali e a confrontarle con quelle custodite nell’archivio del Viminale: il problema è che sono stati acquistati nonostante non fossero compatibili e dunque sono rimasti inutilizzati.

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)

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