Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL MINISTRO E’ PREOCCUPATO PER QUANTO STA ACCADENDO AL VIMINALE, L’INCHIESTA INTERNA VA AVANTI A RILENTO…TRE PREFETTI E DUE INVESTIGATORI IN POLE POSITION PER SOSTITUIRE MANGANELLI
La reazione ufficiale è pacata: «La magistratura sta lavorando, aspettiamo tranquillamente gli esiti».
In realtà chi ha potuto parlarle in questi giorni racconta che il ministro Anna Maria Cancellieri è preoccupata, ma anche adirata per quanto sta accadendo al Viminale. Perchè si è trovata spiazzata quando ha letto quell’esposto anonimo sugli appalti gestiti dall’Ufficio Logistico rispetto ai quali nessuno le aveva mai evidenziato difficoltà o anomalie.
E perchè sa bene che tutto questo fa da sfondo a una guerra interna per la successione del capo della polizia Antonio Manganelli avviata molti mesi fa, quando il prefetto è stato un paio di mesi all’estero per effettuare alcune cure, e non è terminata adesso che è tornato in piena operatività .
Il ministro ha preteso l’apertura di un’indagine interna, ma pure su questo non sembra aver finora ottenuto quanto aveva sollecitato.
La sua raccomandazione era di fare in fretta, cercando di ottenere risultati da sottoporre all’esame della magistratura proprio per mostrare la volontà di fare immediata chiarezza.
E invece le verifiche amministrative procedono a rilento, l’esito tarda ad arrivare. In queste ore ci sono state nuove sollecitazioni.
È teso il clima al Viminale e questo fa si che tornino a circolare le voci di un’imminente rivoluzione in numerosi uffici.
Già nei prossimi giorni potrebbero essere sostituiti alcuni funzionari di alto livello, dando così il via a un giro di nomine che potrebbe coinvolgere anche alcuni prefetti. Quanto basta perchè si ricominci a parlare di possibili successori di Manganelli.
E nella «rosa» vengano inseriti prefetti come Giuseppe Procaccini, Giuseppe Pecoraro e Alessandro Pansa, ma anche investigatori di grande esperienza come Franco Gabrielli o Nicola Cavaliere.
«In questa fase storica così delicata per il Paese, è quanto mai inopportuno che venga ipotizzato un cambio al vertice del dipartimento della Pubblica Sicurezza», commentano i segretari generali del sindacato Siap e dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, Giuseppe Tiani ed Enzo Letizia.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
MORTALITA’ SUPERIORE DELL’11% RISPETTO AL RESTO DELLA PUGLIA… CASI QUASI RADDOPPIATI PER LE DONNE
Peggiorano da più 10 a più 11 per cento i dati della mortalità a Taranto secondo il Progetto
Sentieri dell’Istituto superiore della sanità sui siti inquinati.
Mentre nelle donne i tumori aumentano a seconda del tipo dal 24 al 100 per cento rispetto alla media della provincia e nei bambini crescono le malattie nel primo anno di vita.
“Dai risultati presentati emerge con chiarezza uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto”, scrive il ministero della Salute.
Si apre dunque con un serio allarme la settimana cruciale per il futuro dello stabilimento Ilva.
Dovrebbe infatti essere questione di ore la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’esercizio dell’attività industriale, che potrebbe avvenire martedì 23 ottobre facendo entrare in vigore il testo, approvato con molte osservazioni e critiche, dalla Conferenza di servizi il 18 ottobre scorso.
Intanto il ministro della Salute Renato Balduzzi ha incontrato le associazioni ambientaliste per presentare lo studio compiuto dall’Istituto superiore della sanità con l’Oms, denominato progetto Sentieri, che si riferisce ai dati aggiornati al 2009 sull’analisi della mortalità , del biomonitoraggio e del rischio sanitario connesso alla qualità dell’aria.
Il più 11 per cento si riferisce all’eccesso di mortalità rilevato a Taranto rispetto alle aspettative di morte di tutti i cittadini residenti in Puglia.
Si tratta di un dato ricavato dalla media tra l’eccesso di mortalità del 14 per cento registrato tra gli uomini e quello dell’8 per cento rilevato nelle donne nel periodo tra il 2003 e il 2009.
GLI UOMINI
Per gli uomini l’eccesso di mortalità per tutte le cause nel periodo che va dal 2003 al 2009 rispetto alla media regionale è del 14 per cento.
Per tutti i tumori è più 14, per cento malattie circolatorie 14 per cento, malattie respiratorie c’è un eccesso del 17 per cento, per i tumori polmonari si raggiunge il più 33 per cento e c’è un più 419 per cento di mesoteliomi pleurici.
Rispetto al resto della provincia, invece, per gli uomini che vivono tra Taranto e Statte si registra un più 30 per cento di tumori.
Nel dettaglio c’è un più 50 per cento del tumore maligno del polmone, più 100 per cento per il mesotelioma e per i tumori maligni del rene e delle altre vie urinarie (esclusa la vescica), più 30 per cento per il tumore della vescica e per i tumori della testa e del collo, più 40 per cento per il tumore maligno del fegato, del 60 per cento per il linfoma non Hodgkin, del 20 per cento per il tumore maligno del colon retto e quello della prostata e al 90 per cento per il melanoma cutaneo.
LE DONNE
Per le donne a Taranto invece è stato rilevato un eccesso di mortalità rispetto al resto della regione per tutte le cause nel periodo tra il 2003 e il 2009 dell’8 per cento.
I decessi legati ai tumori sono più 13 per cento, per le malattie circolatorie più 4 per cento, per i tumori polmonari più 30 per cento e per il mesotelioma pleurico più 211 per cento.
In particolare, rispetto però stavolta ai dati della provincia nel sito di Taranto e Statte si registra un incremento totela dei tumori del 20 per cento e nello specifico dei tumori al fegato (+75%), linfoma non Hodgkin (+43%), corpo utero superiore (+80%), polmoni (+48%), tumori allo stomaco (+100%), tumore alla mammella (+24%).
I BAMBINI
Per i bambini si registrano incrementi significativi di contrazione malattie per tutte le cause nel primo anno di vita.
“La situazione a Taranto è indubbiamente complessa. Credo sia necessario uno sforzo, anche da parte della sanità ‘ pubblica per un monitoraggio sanitario costante e un piano di prevenzione nei confronti dei lavoratori, dei bambini, di tutti, con iniziative mirate”. Lo ha detto il ministro Baluduzzi.
“I dati su Taranto sono allarmanti e ricalcano quelli già ‘ circolati: bisogna partire da questo dato di fatto per intervenire”, è stato invece il commento dell’assessore alla Sanità della Regione Puglia, Ettore Attolini, dopo l’incontro con il ministro.
Domani, martedì 23, Clini e Balduzzi saranno a Bari dove parteciperanno a una tavola rotonda sul “Caso Ilva” dopo l’illustrazione della relazione al Parlamento sulla gestione dei rifiuti nella Regione Puglia, elaborata dalla commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella.
Oggi e domani l’Ilva è anche al centro di due appuntamenti giudiziari.
Oggi ci sarà in Tribunale l’udienza sull’appello presentato dalla Procura di Taranto per far sospendere l’immediata esecutività dell’ordinanza del Tribunale del 28 agosto con la quale, tra l’altro, venne disposto il reintegro del presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, nella funzione di custode giudiziario degli impianti sequestrati.
L’appello è stato proposto in attesa della decisione sul ricorso presentato in Cassazione dalla procura contro la stessa ordinanza.
Il 23 ottobre il Tribunale del riesame esaminerà il ricorso dei legali dell’Ilva contro il secondo no del gip Patrizia Todisco alla rimessione in libertà di Emilio Riva, del figlio Nicola e dell’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, tutti agli arresti domiciliari dal 26 luglio nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell’azienda.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
FINITI NELLE CASSE DI TELECOM CHE HA FORNITO I DISPOSITIVI DI CONTROLLO
Quattordici bracciali al modico prezzo di 81 milioni di euro. 
Un regalo da sceicco?
Oppure è Silvio Berlusconi che torna alla carica con le Olgettine?
No, nessuna serata elegante in vista. Il conto l’ha saldato il Ministero degli Interni. Denaro pubblico, una montagna di soldi sprecati per finanziare un progetto fallimentare.
Un’ideona, almeno in teoria.
Che c’è di meglio dei braccialetti elettronici per sorvegliare i detenuti ai domiciliari? Lo fanno anche in America.
Già , solo che da noi, in Italia, si sono persi per strada più di 80 milioni di euro. Risultato: il nulla, o quasi.
Perchè l’ideona del governo è rimasta sulla carta.
I bracciali entrati davvero in funzione sono solo 14 nell’arco di 10 anni, dal 2001 al 2011. In media fanno 5,7 milioni a pezzo, una spesa da gioielleria di gran lusso.
Questo fiume di denaro è finito in gran parte nelle casse del gruppo Telecom Italia, che sin da 2001 ha fornito i dispositivi elettronici di controllo “nei confronti di persone sottoposte alle misure cautelari e detentive per l’intero territorio nazionale”, secondo quanto recita la convenzione ad hoc stipulata tra il ministero degli Interni e il più grande gruppo di telecomunicazioni nazionale.
A tirare le somme di questa incredibile vicenda è stata la Corte dei conti che al termine di un’indagine chiusa pochi giorni fa, il 14 settembre, ha definito “antieconomica e inefficace” la gestione dell’affare braccialetti.
Un affare solo per Telecom, a quanto pare.
Tutto comincia nel 2001, quando viene siglata una prima convenzione definita sperimentale e limitata a sole cinque province: Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania.
Nel 2003 il servizio viene esteso a tutto il territorio nazionale: Telecom si impegna a fornire e gestire 400 dispositivi elettronici di controllo, come li definisce la Corte dei conti. Insomma, i braccialetti.
Il costo del sistema ha superato i dieci milioni annui, segnalano i giudici contabili.
E cioè 81 milioni di euro spalmati su otto anni complessivi, tra il 2003 e il 2011. Peccato che dei 400 braccialetti che dovevano entrare in funzione se ne sono visti soltanto 14.
“Una spesa elevatissima”, commenta la Corte dei conti in vena di eufemismi.
L’anno scorso il contratto con Telecom arriva a scadenza.
E il governo che fa? Tira le somme e decide di chiudere una volta per tutte un esperimento quantomeno fallimentare, oltre che molto oneroso per la casse dello Stato. Macchè.
Il nuovo ministro degli Interni Annamaria Cancellieri, appena entrata in carica, si affretta a rinnovare la convenzione con Telecom. Un contratto di sette anni, questa volta, dal 2012 al 2018.
Su questa decisione, presa dal cosiddetto governo dei tecnici, il giudizio della Corte dei conti è inequivocabile.
Vale la pena riportarlo per intero.
“Il rinnovo della Convenzione con la Telecom, per una durata settennale, dal 2012 fino al 2018, ha reiterato perciò una spesa, relativamente ai braccialetti elettronici, antieconomica ed inefficace, che avrebbe dovuto essere almeno oggetto, prima della nuova stipula, di un approfondito esame, anche da parte del ministero della Giustizia, Dicastero più in grado di altri di valutare l’interesse operativo dei Magistrati, per appurare la praticabilità di un mancato rinnovo”.
Questa la posizione dei giudici contabili messa nero su bianco nella loro relazione datata 13 settembre. Di più.
Secondo la Corte, il rinnovo della convenzione, avvenuto a prezzi e prestazioni “non identici” e perciò qualificata “inesattamente come una “proroga” , avrebbe “dovuto, o potuto, essere oggetto di riflessione e/o di trattative, se non di comparazione con altre possibili offerte”.
In poche parole, il contratto non andava rinnovato tale e quale con lo stesso fornitore. Serviva una gara per mettere in condizione il ministero di scegliere l’offerta migliore, anche in termini di costi.
Non per niente, nel giugno scorso, su ricorso del concorrente Fastweb, il Tar del Lazio ha disposto con una sentenza che la nuova convenzione dovrà essere oggetto di una gara.
Sia il ministero dell’Interno sia Telecom Italia hanno fatto ricorso contro la decisione del tribunale amministrativo.
Sulla questione è chiamato a pronunciarsi il Consiglio di Stato. L’udienza è fissata per il 14 dicembre.
Niente paura, però, il Tar ha dichiarato inefficace la convenzione non immediatamente, ma dalla fine del 2013.
Un altro anno di ordinario spreco. E che sarà mai?
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 1st, 2012 Riccardo Fucile
L’ODISSEA DI 271 ASPIRANTI ALLIEVI VICE-ISPETTORI VA AVANTI DAL 2003… SPESI 3,5 MILIONI PER NULLA, RISCHIO DI RIPETERE GLI ESAMI PER LA TERZA VOLTA
Dieci anni per conquistare un posto di lavoro. Anzi, 271 posti di lavoro, come allievo viceispettore del Corpo di polizia penitenziaria.
Dieci anni che rischiano di diventare — e senza ormai garanzia di riuscita — quattordici e più, se l’Amministrazione penitenziaria non si adeguerà , entro gennaio, alle indicazioni del Tar del Lazio.
Una storia tipica dell’Italia dei paradossi e degli sperperi che parte dal lontano 2003.
E’ il 18 marzo quando vengono messi a concorso 271 posti di allievo vice ispettore nella polizia penitenziaria (un Corpo da 41.000 persone, con una carenza di organico da circa 7000 unità ).
“Un lavoro sicuro”, pensano alcuni, se non la realizzazione di un sogno.
Alla preselezione del febbraio 2004 si presentano in parecchie migliaia.
Ed è lì che tutto ha inizio.
Nessun concorso che si rispetti può fare a meno dei ricorsi di chi non ce la fa. E anche questo caso non si sottrae alla “prassi”: alcuni candidati contestano la regolarità delle prove.
In attesa che i deputati organi giurisdizionali (Tar e, in seconda battuta, Consiglio di Stato) si pronuncino, l’Amministrazione penitenziaria ammette al secondo “step”, cioè agli accertamenti psico-attitudinali, sia gli idonei che i non idonei ricorrenti.
Passano tre anni e, finalmente, il Consiglio decide, confermando la sentenza con cui il Tar del Lazio, su ricorso di un candidato, aveva annullato le preselezioni.
E’ il 14 dicembre 2007 e tutto è da rifare.
Il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) fissa il calendario per le nuove preselezioni, che si tengono a fine 2008.
Questa volta senza intoppi.
Le prove sono valide e l’iter continua per chi le ha superate.
I candidati, dopo i test psicofisici e attitudinali (per molti è la seconda volta), sono finalmente ammessi a sostenere lo scritto.
Naturalmente non subito, ma dopo un altro anno, a novembre 2009.
Tutto sembra procedere bene.
I 536 aspiranti vice ispettore che superano l’esame affronteranno l’orale, dinanzi all’apposita Commissione, a partire dall’8 novembre 2011.
Cioè a ben otto anni dal bando. “L’importante è che il traguardo è ormai vicino” — pensano i candidati — “il passato è passato, meglio ora concentrarsi sul futuro”.
Peccato, però, che il futuro si faccia ancora attendere. Il 19 giugno 2012 gli orali si concludono.
I 327 vincitori (nel frattempo, a luglio scorso, i posti a concorso sono stati estesi di 67 unità per le donne) esultano.
Sono ormai super competenti, hanno trascorso gli ultimi dieci anni della loro vita sui libri, per non farsi cogliere impreparati alla data (imprevedibile) delle selezioni.
Età media trent’anni, molti di loro erano appena maggiorenni quando hanno risposto al bando.
Si sono destreggiati tra lavori precari e disoccupazione e ora pregustano il momento della messa in pratica delle nozioni che conoscono ormai a memoria.
Un momento che, tuttavia, non arriva. Non ancora.
Un altro candidato escluso si è rivolto al Tar: il Presidente della Commissione è un dirigente del Corpo in “quiescenza”, andato in pensione tre mesi prima, il che violerebbe il bando (che vuole un dirigente in servizio).
La cosa era stata già segnalata al Dap da un sindacato prima degli esami, ma l’allora capo Franco Ionta aveva ritenuto di poter agire applicando la diversa normativa generale sui concorsi.
Il Tar si pronuncerà il 10 gennaio 2013.
Nel frattempo ha sospeso l’atto di nomina della Commissione, suggerendo all’Amministrazione di far ripetere l’esame — in autotutela — al candidato ricorrente, dopo aver nominato un altro Presidente, in servizio.
Il che potrebbe svuotare di senso una pronuncia del Tribunale, se il candidato superasse l’esame, e farebbe evitare il rischio che, per l’ennesima volta, gli atti del concorso siano annullati.
«Ci ritroveremmo a dover ripetere le prove per la terza volta — dice Carmelo Passaro, presidente del “Co.I.C.I.Pol.Pen.”, comitato spontaneo degli idonei del concorso — ma soprattutto a dovere ancora aspettare, magari tre o quattro anni, per vedere riconosciuto il nostro diritto. Ci siamo costituiti in Comitato da una ventina di giorni perchè stufi dell’inerzia dell’Amministrazione penitenziaria e la mattina di lunedì 1 ottobre saremo dinanzi alla sede del Dap, per protestare e tentare di sensibilizzarlo: non ottemperando alle indicazioni del Tar e rischiando così di fare annullare l’intera prova orale, può causare altri enormi danni per noi e per lo Stato».
Il concorso, infatti, è finora costato non solo in termini di stress ai partecipanti, ma anche in termini di soldoni alla collettività : circa tre milioni e mezzo di euro, uno spreco già molto pesante per le attuali casse pubbliche, ma che lieviterebbe ulteriormente se il Tribunale ordinasse la ripetizione dell’esame. Spese a cui potrebbe aggiungersi il risarcimento dei danni che i vincitori sono intenzionati a chiedere allo Stato in questa evenienza.
«Perchè dieci anni per superare un concorso sono davvero troppi».
Manuela Iatì
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
HA LA DELEGA SU SICUREZZA E POLIZIA MUNICIPALE…SOTTO ATTACCO DA MESI DA PARTE DELL’OPPOSIZIONE CON L’ACCUSA DI PORTARE SCARPE DA GINNASTICA… LEI REPLICA: “NON HANNO ARGOMENTI”
Avere 24 anni ed essere già assessore alla polizia municipale, sicurezza e immigrazione. Accade alla giovanissima amministratrice romagnola Martina Monti, nata nel 1988 a Lugo ed entrata in giunta a Ravenna con il sindaco Fabrizio Matteucci dopo aver iniziato a far politica nell’Italia dei Valori.
Ma dall’insediamento a Palazzo Merlato, avvenuto dopo la vittoria dell’attuale primo cittadino, eletto nel maggio 2011 al primo turno con quasi il 55% dei voti, è stata tutt’altro che semplice per l’assessore ultra green.
Che sarebbe “colpevole”, secondo l’opposizione, di non vestirsi come imporrebbe il suo ruolo istituzionale.
“Pretestuoso”, rispondo lei, “non hanno altro da criticare”.
In via cronologica, l’ultimo affondo non è stato sul suo operato, ma sul suo abbigliamento, troppo giovanile per il consigliere ravennate del Pdl Alberto Ancarani.
Il quale, sul suo profilo Facebook, annuncia di aver aperto la sua giornata indossando “i mocassini di ordinanza. Con fierezza”.
Tra un attacco a Obama, “profondamente inadeguato a guidare la più importante potenza militare del mondo” dopo i fatti di Bengasi, e un invito a seguire in diretta streaming qualche altro rimbrotto alla giunta, Ancarani prosegue nel commentare proprio il modo di vestire di Martina Monti.
“Continuo a trovare intollerabile”, ha scritto martedì scorso il consigliere d’opposizione, “che si presenti al cospetto del comandante dei carabinieri e del sindaco che l’ha nominata (mi chiedo anzi perchè continui a consentirglielo) così abbigliata. Datemi pure del bacchettone ma ci sono casi in cui l’abito fa il monaco. Lei già è un pessimo monaco di suo, in più non si mette neppure l’abito che la renda più ‘monaco’. Imbarazzante da ogni punto di vista”.
Per spiegare, Ancarani inserisce il link a un articolo di Ravenna Notizie in cui più delle parole ha potuto la fotografia.
Il summit del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica segue una sparatoria di qualche giorno fa a Ponte Nuovo e Monti in questa occasione ha dichiarato che “il controllo del territorio e la presenza visibile delle forze dell’ordine è una scelta che il Comune apprezza moltissimo”.
Ma nello scatto, accanto ai carabinieri in divisa, l’amministratrice indossa t-shirt, golfino, scarpe da ginnastica e borsa sportiva a tracolla.
Dunque, più che un più o meno reale rischio per la sicurezza pubblica, a far andare su tutte le furie il consigliere Ancarani è stata la tenuta.
Ma se l’argomento sembra faceto, di fatto si pone in una scia a una serie di attacchi contro Martina Monti.
Non più di una decina di giorni fa un altro esponenti dell’opposizione Pdl, Maurizio Bucci, aveva presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell’assessore a causa politiche definite “inutili e inefficaci” nel contrasto a “prostituzione, spaccio, fatti sangue, corruzione, cellule anarco-insurrezionaliste”.
Il sindaco Matteucci aveva preso le difese della giovane esponente della sua giunta siglando come “assolutamente inverosimile” la mozione e relativa richiesta di sospensione.
Ma ancora lo scorso aprile era accaduto qualcosa di analogo.
In quel caso, oltre al Pdl, erano scesi sul piede di guerra anche Lega Nord e la Lista per Ravenna. Era successo dopo un’altra sparatoria avvenuta in via Bassano del Grappa e si erano invocate le dimissioni di Monti mettendo in dubbio che “una persona della sua età possa interagire con sufficiente competenza in tutte le sedi in cui è chiamato a operare interloquendo con le altre autorità competenti con la dovuta autorevolezza”.
“Sono convinta che sia molto più facile attaccare me in quanto donna e per la mia giovane età ”, afferma l’assessore Martina Monti.
“Così si parla alla pancia della gente, ma reali motivazioni per mettere in discussione il mio operato finora non ci sono viste. Le parole dell’opposizione sono pretestuose e il mio abbigliamento sembra sia l’unico elemento su cui far leva. Poi va detto che le questioni della pubblica sicurezza sono di competenza dello Stato, ma il Comune è il primo fronte istituzionale per il cittadino e dunque noi rispondiamo anche di questioni al di fuori della nostra diretta pertinenza”.
Che fare, allora, per rispondere alle accuse di incompetenza?
“Ciò su cui intendo lavorare”, prosegue l’assessore ravennate, “è quello di riequilibrare la percezione di sicurezza con la situazione oggettiva. I reati sono aumentati in tutta Italia e Ravenna ne risente di più perchè è sempre stata una città tranquilla. Ma come assessore mi rendo conto che la limitatezza delle risorse economiche ci consente di realizzare solo un milionesimo di ciò che vorremmo. Confidiamo dunque nella Regione e nel bilancio 2013 per avere più disponibilità . Intanto, per quello che mi riguarda, non mi dimetto e mi si giudichi per qualcosa di più sostanzioso delle mie scarpe”.
Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
“MENO CORTEI A ROMA, NON E’ UN PALCOSCENICO”… “LA PROTEZIONE DEI POLITICI DEVE FINIRE CON IL TERMINE DEL MANDATO”
Al primo posto nella lista delle priorità da affrontare ha messo le manifestazioni di piazza. 
Ma c’è un altro problema che il ministro Annamaria Cancellieri vuole «analizzare e risolvere in via d’urgenza».
È quello che riguarda le scorte alle personalità «perchè la sicurezza è fondamentale, ma nessun privilegio potrà più essere tollerato».
Lo aveva detto qualche settimana fa. Lo ripete adesso che ha già dato disposizioni agli uffici per cambiare le regole.
Ministro, ora si passa ai fatti?
«Appena avrò la relazione dell’Ucis, la struttura che sovrintende ai servizi di protezione, interverremo, ma alcune scelte le abbiamo già fatte».
Sapete già come e dove tagliare?
«La revisione degli elenchi partirà immediatamente, però la mia decisione è di intervenire anche sui regolamenti. E incidere soprattutto su quei dispositivi che chiamerei “di status”. Faccio l’esempio del ministro dell’Interno che per legge doveva mantenere la scorta per i due anni successivi al proprio mandato. Il mio predecessore Roberto Maroni ha disposto la riduzione a un anno. Per quanto mi riguarda io vorrei che mi fosse abolita il giorno dopo il termine del mio mandato. E per le altre cariche istituzionali dobbiamo ugualmente riflettere su incisive riduzioni».
Lei sa che così attirerà critiche e proteste?
«So che la strada è giusta, quindi andrò avanti. C’è una necessità di risparmio, ma è giusto prendere provvedimenti di questo tipo soprattutto per rispetto nei confronti dei cittadini ai quali chiediamo gravi sacrifici. Continueremo a garantire la sicurezza, il nostro intervento servirà soltanto ad abolire i privilegi».
Quanto ha influito su questi provvedimenti la polemica sulle spese per i poliziotti che tutelano il presidente della Camera Gianfranco Fini?
«La revisione delle scorte era stata decisa ben prima in un’ottica di risparmio che, come si sa bene, riguarda tutti i dicasteri e più in generale gli uffici pubblici».
Questa mattina si riunisce il comitato nazionale per affrontare l’emergenza legata alle tensioni sociali. Che tipo di indicazione darà ?
«Ho deciso di coinvolgere i prefetti delle città più colpite dalla crisi perchè dobbiamo trovare soluzioni che riguardino soprattutto il territorio, non si può pensare che tutto si concentri nella capitale».
Pensa a una limitazione delle manifestazioni di piazza?
«Quello che è accaduto con i lavoratori dell’Alcoa è intollerabile. Soltanto una perfetta pianificazione dei servizi effettuata dal questore Fulvio Della Rocca ha consentito di scongiurare conseguenze ben più gravi. Ma dobbiamo stare attenti che Roma non diventi un palcoscenico esclusivo per tutte le pur legittime manifestazioni».
È la libera espressione di un disagio forte.
«Io lo rispetto e posso assicurare che il governo farà tutto quanto è in suo potere per aiutare chi è in crisi. Ma bisogna rendersi conto che stiamo vivendo un momento gravissimo e non si può pretendere che lo Stato intervenga nel libero mercato e si faccia carico di salvare le aziende in difficoltà economiche».
Non crede che questo rischi di fomentare ancor più la tensione?
«Io voglio lanciare un appello forte ai sindacati, ma anche agli imprenditori e alla società civile affinchè si rendano conto della fase difficile che stiamo attraversando. Ognuno deve fare la propria parte e assumersi le proprie responsabilità per smorzare questi focolai di tensione. Del resto quello assistenziale è uno schema che non può funzionare, anche dal punto di vista giuridico e della concorrenza».
Quali sono le aree che presentano maggiori criticità ?
«La Sardegna mi preoccupa maggiormente, perchè ci sono grandi industrie in crisi, ma anche i settori dell’agricoltura e della pastorizia hanno numerosi problemi. La situazione di Taranto è sotto gli occhi di tutti. Non dobbiamo dimenticare la Campania e la Sicilia, in particolare penso alla Gesip di Palermo. Questo soltanto per quanto riguarda l’economia. Poi ci sono le altre emergenze».
Si riferisce a Scampia?
«Certamente. Entro breve presiederò un comitato provinciale a Napoli allargato ai vertici della magistratura e affronterò il problema».
Pensate di schierare l’esercito?
«Certamente no. Quello della criminalità non è un problema che si risolve con la militarizzazione, soprattutto in una zona come quella. Io credo che la presenza dei soldati potrebbe creare un divario tra i cittadini e le istituzioni ancor più profondo di quello esistente. Aumenteremo gli organici delle forze dell’ordine, però ci dobbiamo muovere su più fronti e infatti abbiamo già preparato un nuovo patto per la sicurezza».
Pensa alla società civile?
«Quello è sicuramente un aspetto fondamentale, ma penso anche alla scuola e ai giudici. Abbiamo già coinvolto il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo e mi muoverò con quello della Giustizia Paola Severino. So che c’è un carico eccessivo presso l’ufficio Gip che provoca ritardi nelle decisioni, soprattutto per quanto riguarda i provvedimenti cautelari, e dunque ci confronteremo con i diretti interessati per provare a risolvere i problemi».
C’è un’emergenza criminalità a Milano?
«Quanto è accaduto negli ultimi giorni è grave, ma al momento non parlerei affatto di emergenza. Sono in contatto costante con il prefetto e il questore e non ho assolutamente questa percezione. Anzi, mi auguro che quello che sta succedendo non venga sfruttato in campagna elettorale».
Ci sono focolai di rischio che necessitano una maggiore presenza di forze sul territorio. Poliziotti e carabinieri hanno lamentato più volte i tagli che incidono sul comparto sicurezza sia dal punto di vista degli organici, sia per quanto riguarda stipendi e straordinari. Come pensate di risolvere il problema?
«Assieme ai colleghi della Difesa e della Giustizia, da cui dipendono rispettivamente i carabinieri e gli agenti della polizia penitenziaria, abbiamo già deciso di chiedere un intervento alla legge di stabilità che modifichi la percentuale del “turn over” del personale. Attualmente c’è un tetto al 20 per cento e non va bene».
Fino a dove si può arrivare?
«Dobbiamo aumentarlo fino al 50 per cento, altrimenti credo che non potremo garantire la funzionalità dei reparti. È un pericolo che non possiamo permetterci di correre. Sbloccheremo i fondi e daremo attuazione ai concorsi già svolti. È l’unica strada possibile».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
TRA SECONDIGLIANO, SCAMPIA E LA PERIFERIA DI NAPOLI IL PIU’ GRANDE SUPERMARKET DI DROGA D’EUROPA
A un certo punto, il questore di Napoli, Luigi Merolla, usa una immagine che rende la drammaticità della situazione, il giorno dopo l’ennesimo omicidio della nuova guerra di camorra: «La controffensiva dello Stato si fa sentire, ogni giorno occupiamo le loro piazze di spaccio rendendo complicata la loro esistenza».
Onesto il questore Merolla, consapevole che la situazione è difficile, che in alcuni territori di Napoli e provincia è la camorra che comanda, che lo Stato gioca di rimessa.
Da Sarajevo il cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, è senza speranze: «La camorra è un tumore. E’ un animale al quale tagliano la testa e se ne ritrova due. Tutto era stato previsto…».
E lo scenario di questa nuova guerra di camorra tra Secondigliano, Scampia e la periferia maledetta di Napoli, racconta di altro sangue che dovrà scorrere per il controllo del più grande supermarket di droga d’Europa, che fattura cento milioni di euro ogni anno e dà lavoro a 300, 400 dipendenti.
Anche di domenica gli uomini della Omicidi della Mobile di Napoli sono al lavoro. Raffaele Abete aveva 42 anni.
Tre colpi in testa all’uscita di un bar. Fratello del boss Arcangelo, detenuto proprio nel supercarcere di Secondigliano, era uno sprovveduto.
Ma poco importa se era inesistente il suo spessore criminale, l’importante è il cognome che portava.
Una risposta, la sua eliminazione, all’omicidio del 23 agosto sulla spiaggia di Terracina, di Gaetano Marino, fratello di Gennaro, il capoclan.
Due omicidi, gli ultimi, eccellenti. Che colpiscono al cuore, al vertice cartelli di clan contrapposti. E che fanno temere una nuova escalation.
L’avvio di questa guerra, per la Omicidi diretta da Fulvio Filocamo, ha una data d’inizio, il 9 gennaio, con il duplice omicidio di Luigi Stanchi e del suo autista, Raffaele Montò, ritrovati carbonizzati nella loro Smart al cimitero di Melito.
Stanchi era il «cassiere» delle Case dei Puffi di Secondigliano, la piazza di spaccio degli Abete-Abbinante-Notturno.
E prima ancora di Stanchi, sempre all’inizio dell’anno, almeno tre omicidi di altrettanti esponenti di un altro clan, i PaganoAmato, hanno dato il via a questa strana guerra di camorra.
«E’ probabile che a tirare le fila di questi omicidi siano gli esponenti dei Vanella-Grassi, il clan emergente di giovani spacciatori che chiedono spazio e lo conquistano con operazioni spericolate.
Ricordano i Corleonesi quando avviarono il golpe interno a Cosa nostra». L’immagine del funzionario della Mobile di Napoli rende l’idea. Insomma, non siamo ancora in grado di ricostruire mandanti ed esecutori di ognuno dei dieci omicidi della nuova guerra di camorra, ma lo scenario comincia ad essere abbastanza chiaro.
Nel 2004, 2005 si era compiuta la guerra di Scampia, con la vittoria degli Scissionisti sui Di Lauro oggi asserragliati nel loro «Terzo Mondo», dove controllano la piazza dello spaccio. Una guerra che aveva contato sessanta morti e un numero imprecisato di «scappati».
Oggi quegli assetti criminali che si formarono con la guerra cruenta tra clan, sono di nuovo rimessi in gioco.
I vecchi vincitori dell’ultima guerra, i Pagano-Amato, sono oggi confinati nelle piazze di Melito, Mugagno e, novità delle ultime ore, di Marano, piazza molto ricca e importante nella storia della camorra napoletana.
E questo farebbe ipotizzare che dalla periferia i Pagano-Amato potrebbero rientrare in gioco. Ci sono poi gli Abete-Abbinante-Notturno che controllano Scampia e infine gli emergenti Vanella-GrassiLeonardi e Marino che dalla vecchia Secondigliano si stanno espandendo nella 167, alle Velle, nelle piazze che contano.
Proprio l’omicidio di Gaetano Marino – Terracina, 23 agosto scorso – è quello «più difficile da decifrare», secondo gli investigatori della Mobile. A una prima lettura, sembrerebbe organizzato dal cartello «Abete-Abbinante-Notturno».
Ma gli investigatori non escludono che potrebbe essere una manovra degli stessi Vanella, nella logica «di un golpe corleonese».
E cioè di creare «tragedie» tra gli stessi cartelli per spingere a una guerra fratricida e conquistare così il potere interno.
I nuovi emergenti, dunque, sarebbero i fratelli Magnetti che guidano il cosiddetto cartello Vanella-Grassi.
Quelli che sembravano i nuovi boss, giovani ventenni come Mariano Riccio, genero del boss Cesare Pagano, o lo stesso Antonio Leonardi, sarebbero in ritirata.
Avvertono gli investigatori che bisogna «aspettare».
Lo Stato oltre a occupare le piazze dello spaccio è in grado oggi di arrestare le nuove pedine di questo gioco di morte che va in scena a Napoli?
Guido Ruotolo
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
SICUREZZA GLI INCIDENTI STRADALI, L’ITALIA FA MEGLIO DELLA FRANCIA… NEL 1972 LE VITTIME FURONO OLTRE 12.000
La cronaca ci insegue con tanti, troppi incidenti stradali. Di continuo. 
Ma le statistiche ci dicono anche che finalmente le morti sulle strade sono in deciso calo.
Secondo le ultime stime di Aci e Istat, nel 2011 l’Italia ha pianto 3.800 vittime. Sempre troppe.
Ma l’anno prima erano 4.090. E solo 5 anni fa, nel 2007, le vittime erano state 5.131. Eravamo la vergogna d’Europa per numero di decessi.
Quest’anno non più.
Nel 2011 ci sono state più vittime in Francia, con 3.963 morti, circa 160 più degli italiani.
Un altro obiettivo centrato, ancor più importante della finanza pubblica, dopo che nel 2007 ci eravamo impegnati con l’Europa a far qualcosa di serio contro la strage delle nostre strade.
Da allora si sono verificate alcune cose serie: un piano sicurezza stradale, un incremento esponenziale dei controlli con gli etilometri, una legge severa contro chi guida in stato di ebbrezza, tecnologie di controllo come Autovelox e Tutor.
E poi da ultimo ci si è messa la crisi: è evidente che se calano i volumi di traffico, se le autostrade e le statali sono meno intasate, di conserva calano anche gli incidenti. Specialmente quelli gravi.
Il trend di decrescita delle morti da incidente stradale è effettivamente costante. Secondo i dati raccolti dall’Asaps, associazione amici della polizia stradale, le morti sono diminuite con regolarità : cinquecento morti in meno ogni anno.
E così siamo arrivati al bel risultato di lasciare in testa i francesi, che pur avendo qualche milione di abitanti in più di noi, negli ultimi dieci anni avevano sempre avuto meno vittime della strada.
Il dato del calo è omogeneo anche se si va a guardare ai numeri del ministero dell’Interno, che raccoglie soltanto le statistiche di polizia e carabinieri e non quelli delle polizie municipali: a Ferragosto, risultavano 87.605 incidenti stradali nell’ultimo anno; l’anno prima erano stati 105.000.
E se anche ci si ferma ai morti registrati da polizia e carabinieri, e non alle diverse polizie municipali, che appunto sfuggono ai conteggi del ministero dell’Interno per via delle bizantinerie italiane, si scopre che a Ferragosto la ministra Annamaria Cancellieri aveva potuto vantare un buon risultato, passando da 2.458 a 2.058 vittime della strada in un solo anno.
Un piccolo miracolo italiano che si porta dietro una sforbiciata allo spread del dolore e dei costi sociali.
Un dato agghiacciante, sempre calcolato dall’associazione Asaps: l’Italia dal 1950 a oggi ha avuto più di 400 mila morti per incidente stradale e 14 milioni di feriti. L’anno peggiore della serie storica è stato il 1972: addirittura quell’anno furono 12.750 morti.
Fissato il successo di quest’anno, c’è però da fare di più.
Nei primi sette mesi del 2012, ad esempio, su 155 morti in incidenti stradali che si sono verificati sulla rete autostradale, ben 32 erano pedoni travolti.
Di questi, sedici erano scesi dal veicolo per una avaria al veicolo come un guasto al motore, una foratura, o addirittura perchè la vettura era rimasta senza carburante; dieci stavano camminando a piedi lungo l’autostrada (spesso stranieri scesi da autocarri) o stavano correndo per prestare soccorsi in precedenti incidenti; sei vittime sono definiti «superstiti da altro evento» ovvero si tratta di persone incorse in un precedente incidente e che, scese dal loro veicolo sotto choc, sono state travolte da un altro mezzo sopraggiunto.
L’Asaps spinge per una campagna di informazione su quanto sia pericoloso muoversi a piedi sull’autostrada.
In Parlamento, intanto, si ragiona su una modifica al codice della strada.
Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti, ha annunciato che si potrebbe arrivare alla sospensione della patente fino a 15 anni per chi causa un omicidio stradale e viene trovato in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti.
Se la Camera la voterà entro ottobre, potrebbe essere legge prima di Natale.
Francesco Grignetti
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Agosto 31st, 2012 Riccardo Fucile
QUEI CENTOMILA IN DIVISA CHE DOPO IL TURNO DI NOTTE DIVENTANO CUOCHI E OPERAI…”NOI AGENTI SOTTOPAGATI: UNO SU TRE COSTRETTO AL DOPPIO LAVORO”
Finanzieri che fanno i camerieri, vigili del fuoco che mettono infissi, poliziotti
elettricisti e pizzaioli.
Agenti massaggiatori di shiatsu o istruttori di palestra.
Qualcuno autorizzato, la maggior parte di nascosto.
Almeno il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nella pubblica sicurezza svolge abitualmente un altro impiego part-time.
Il problema è che con gli stipendi bassi si fatica ad arrivare a fine mese, e l’accesso al credito è diminuito
L’appuntato Pietro è stanco. La sua doppia vita lo sta sfinendo. “Ma non ho scelta – racconta mentre si toglie la divisa da carabiniere – ho due figli all’università , li devo pur mantenere in qualche modo, no?”.
Sono le 7 di mattina, un martedì di luglio a Napoli, già si boccheggia per l’afa. Pietro è appena rientrato a casa, tra un’ora lo aspettano in un appartamento da ristrutturare. Oggi gli toccano le tracce degli impianti elettrici.
Ha 51 anni, gli occhi arrossati per la nottata di pattuglia, la voce arsa dalle sigarette.
E uno stipendio che, dopo 25 anni di servizio nell’Arma, non supera i 1600 euro. “Pochi per mantenere la famiglia”.
E così, dopo il caffè, indossa la sua seconda vita di muratore, al nero.
“Vado a dare una mano nei piccoli cantieri tutte le volte che i turni me lo permettono – racconta, ora che addosso ha una vecchia tuta macchiata di calcina – è illegale e rischio il posto, lo so. Ma senza quei 300 euro in più al mese non ce la faccio. E come me, tanti miei colleghi. Conosco finanzieri che fanno i camerieri, vigili del fuoco che mettono infissi, poliziotti pizzaioli, massaggiatori di shiatsu o istruttori di palestra”.
I servitori dello Stato deputati alla nostra sicurezza, dunque, si trovano a fare i conti con mafiosi, criminali e quarte settimane che sembrano non arrivare mai. Ma in quanti hanno un secondo lavoro?
LA SECOND LIFE DEI POLIZIOTTI
La cifra la dice Massimiliano Acerra, dirigente nazionale e responsabile ufficio studi del sindacato di polizia Coisp.
“Almeno il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nelle forze dell’ordine svolge abitualmente un altro impiego part time”. Tre su dieci.
Sono centomila persone, solo considerando carabinieri, poliziotti e finanzieri.
“E tra appuntati e brigadieri, tra agenti e assistenti di polizia – continua Acerra, che sull’argomento ha scritto il manuale “Prestazioni occasionali” – la media arriva fino al 40-50 per cento. In pochissimi però, non più di uno su dieci, hanno l’autorizzazione del ministero”.
Dunque è tra i gradi più bassi e meno remunerati della scala gerarchica che bisogna cercare per trovare le storie degli statali con la doppia vita lavorativa.
E di storie, appena si garantisce l’anonimato, ne saltano fuori parecchie.
Da nord a sud.
Francesco, 46 anni, romano, è uno dei 39 mila assistenti della Polizia di stato.
Lavora in un reparto speciale.
“Siamo circa una quarantina in servizio – racconta – e a quanto ne so quasi tutti fanno qualcos’altro fuori dai turni”.
Lui in particolare ha una bancarella di collanine al mercato. Venditore ambulante.
Il suo collega di reparto, Saverio, molisano, 39 anni e una laurea in Giurisprudenza, quando non è di pattuglia collabora con uno studio legale.
“Per legge non posso iscrivermi all’albo degli avvocati – spiega – però conosco la materia, e con i seicento euro che mi danno ci pago le tasse”.
Qualcuno apre una propria attività , durante gli anni di servizio.
“Per coprire il mutuo ho messo in piedi un bed & breakfast – racconta Filippo, primo maresciallo dell’Esercito di stanza a Torino – affittavo la camera degli ospiti. Ho anche chiesto l’autorizzazione al ministero della Difesa. Ero sicuro che mi avrebbero concesso il permesso, era un’occupazione saltuaria. Invece quando l’hanno saputo mi hanno mandato la finanza e mi hanno costretto a restituire all’amministrazione militare tutto quello che avevo incassato, cioè 330 euro in un anno”.
Lorenzo, assistente capo della polizia a Modena, la dice così: “Ti mettono nelle condizioni di essere disonesto. Ho 41 anni, sono separato e con due figli. Guadagno 1600 euro al mese e di questi 700 vanno in alimenti. Amo aiutare i cittadini e ringrazio la pubblica amministrazione per il lavoro che mi dà , ma il dipartimento non può pensare che riesca a vivere senza una seconda entrata. Avere le autorizzazioni è impossibile, quindi vado a potare gli olivi, taglio e raccolgo legna, faccio l’imbianchino. Per 50 o 100 euro al giorno”.
È illegale due volte. Perchè si opera al nero e perchè un dipendente pubblico non può fare il doppio lavoro, salvo casi particolari. Si rischia il procedimento disciplinare e, qualche volta, il licenziamento.
Dal 2009 al 2011, la Guardia di Finanza ha scoperto 3.300 casi in Italia. Hanno guadagnato illegalmente oltre 20 milioni di euro, con un danno alle casse dello Stato di quasi 55 milioni.
Ma quanto guadagnano poliziotti, carabinieri e finanzieri?
E quando sono autorizzati ad avere un secondo impiego?
I PEGGIORI STIPENDI D’EUROPA
Una volta indossare la divisa significava posto fisso e stipendio più che dignitoso. Sinonimo di sicurezza, possibilità di mantenere una famiglia, capacità di sostenere le rate di un mutuo.
Oggi le cose sono un po’ cambiate.
Un poliziotto italiano appena assunto prende 1200 euro netti al mese.
Lo stesso vale per gli agenti della penitenziaria, della forestale, per carabinieri e i finanzieri.
I colleghi tedeschi del Bundeskriminalamt, la polizia criminale federale della Germania, a parità di condizioni, prendono 1626 euro.
In Francia, i neoassunti nella Police Nationale guadagnano 1683 euro.
Il corrispettivo spagnolo 1420, in Gran Bretagna addirittura 2516 sterline (3200 euro), che diventano 3171 (4000 euro) dopo i primi dieci anni. Insomma, i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa.
E gli scatti di anzianità in Italia portano ad aumenti di un terzo inferiori rispetto alle forze di polizia estere.
Anche per questo lo Stato permette ai suoi tutori dell’ordine di svolgere un lavoro extra, ma solo a certe condizioni e con l’autorizzazione scritta del ministero di competenza.
“Si possono avere occupazioni part time – spiega Massimiliano Acerra – che non compromettano in alcun modo il servizio e che non rientrino nella categoria delle libere professioni. Proibite invece le attività troppo stressanti o in cui possano sorgere conflitti di interesse, come nei casi di aziende di vigilanza privata o di investigazione. In polizia, ad esempio, vengono autorizzate fino a 30 prestazioni all’anno per un massimo di 5 mila euro lordi”.
Ma il problema è che le autorizzazioni non vengono concesse con facilità , le pratiche vanno a rilento, spesso si ignora la normativa base.
Racconta il vicebrigadiere Fausto Antonini, da Firenze: “Sono diplomato al conservatorio, ho avuto il permesso di fare il musicista, ma spesso sono in difficoltà perchè i teatri mi chiamano con un anticipo di dieci, quindici giorni, e per ottenere l’autorizzazione del ministero della Difesa ne servono almeno quaranta”.
“Il doppio lavoro oggi purtroppo è diventato una necessità – spiega Felice Romano, segretario generale del Siulp, il maggiore sindacato di polizia – E se prima ai poliziotti era garantito un accesso agevolato al credito, adesso non è più così facile. Così succede che gli agenti rischiano addirittura di finire nelle mani degli usurai. Abbiamo già dovuto salvare dei colleghi.
Ci sono due strade: o lo Stato si fa carico di mantenere dei livelli salariali tali da arrivare a fine mese, oppure bisogna dare ai poliziotti la possibilità di avere una seconda occupazione”.
Enrico Alessi, agente di Pavia in polizia da 17 anni, è riuscito a farsi dare il permesso per gestire una pensione per cani con degli amici.
Offre anche consulenze informatiche, che rientrano nelle prestazioni occasionali autorizzate.
“Le mie entrate extra non superano i limiti previsti – spiega – di tutti i colleghi che ho conosciuto nella mia carriera, almeno la metà ha bisogno di fare un secondo lavoro. Alcuni lo fanno di nascosto, illegalmente, perchè non conoscono bene le opportunità che abbiamo per legge”. Ma quali conseguenze ci sono?
STANCHI, DEPRESSI, POCO GRATIFICATI
“Mi è capitato di vedere un agente che si addormentava in servizio – racconta Antonio, poliziotto romano che accetta di farsi riprendere dalle telecamere di Repubblica, con il volto oscurato – poveraccio, faceva il cameriere in un ristorante e tornava a casa alle quattro. Oppure succede che chi ti sta accanto durante un pattugliamento in auto, all’improvviso ti chieda di cambiare strada per evitare di farsi vedere con la divisa addosso da chi potrebbe riconoscerlo e metterlo in difficoltà con l’altro mestiere. Deve quasi nascondersi. Risultato: muore l’orgoglio di essere poliziotto”.
Non è difficile intuire quali siano le conseguenze di tutto questo.
“Un’ora di straordinario in polizia viene pagata appena 6 euro – ragiona Antonio – non bastano neanche per pagare la babysitter di mio figlio. Così, chi ha un’occupazione alternativa, soprattutto nell’edilizia e nella ristorazione perchè è più facile nascondere l’abusivo, difficilmente vi rinuncia per prolungare il turno. E’ sopravvivenza, nient’altro”.
E questa facilità a cercare e trovare una seconda entrata, fenomeno diffuso in ogni reparto e in ogni forza di polizia, consegna alle cronache casi che vanno oltre il procedimento disciplinare.
L’ultimo, in ordine di tempo, ha riguardato Alessandro Prili, il carabiniere in servizio nell’ufficio Primi atti del Tribunale di Roma che, prima di venire investito da un’ordinanza di custodia cautelare, lavorava di fatto per due agenzie di investigazione, la Global security service e la Nuova Flaminia srl.
E i casi di poliziotti che la notte fanno i buttafuori non si contano.
“Si vivono due vite parallele – ragiona amaro Antonio – una continua acrobazia per non far incontrare le due identità . Di giorno poliziotti a cui viene chiesto di rincorrere un mafioso, di notte camerieri che devono rincorrere gli ordini dei tavoli. Ci mancano le gratificazioni, questa è la verità ! Quando inizi, da ragazzino, sei pieno di sogni e ideali. Poi cambia tutto, il nostro stipendio misero ti toglie la dignità “.
E finisci che, per arrivare a fine mese e pagare le tasse universitarie dei tuoi figli, violi quella legge che dovresti tutelare.
Valeria Teodonio e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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