Aprile 11th, 2016 Riccardo Fucile
OGNI ANNO SPESI 87 MILIARDI PER BENI E SERVIZI, SOLO IL 17% DELLA SPESA E’ FATTA TRAMITE LA CENTRALE UNICA DEGLI ACQUISTI
Personal computer che potevano essere pagati 310 euro e che invece ne sono costati 373. Bollette annuali di un punto luce liquidate a 210 euro invece di 135. Stampanti in bianco e nero acquistabili per 36 euro e per le quali invece si è staccato un assegno di 103 euro.
Storie di tutti i giorni in buona parte delle amministrazioni pubbliche italiane, che spesso sprecano denaro pubblico senza cercare le migliori soluzioni sul mercato e sono poi costrette a rivalersi sui cittadini aumentando il prelievo fiscale o riducendo i servizi erogati alla collettività .
Comuni, Province, Regioni, Asl, Università , ministeri e organi costituzionali costituiscono un esercito di migliaia di soggetti che ogni anno spende più di 87 miliardi di euro per acquistare beni e servizi indispensabili al funzionamento della macchina pubblica.
E che non sfrutta le opportunità offerte dall’esistenza di una centrale unica di acquisto, gestita dal ministero dell’Economia tramite la Consip.
Soldi al vento
Nel 2015 – in base all’ultimo rapporto Mef-Istat – la Consip ha attivato strumenti di acquisto che hanno coperto forniture di beni e servizi presidiando 40 miliardi, mettendo in vetrina 7,5 milioni di articoli.
Le amministrazioni si sono rivolte alla centrale unica per un giro d’affari che ha intermediato 6,6 miliardi, il 17 per cento della loro spesa: cioè ancora soltanto un euro su sei transita da lì.
Da sola però questa percentuale ha generato risparmi per 3,2 miliardi di euro.
Se tutte le amministrazioni si fossero rivolte alla Consip o agli altri enti appaltanti, il risparmio per il bilancio dello Stato si sarebbe avvicinato virtualmente a 20 miliardi, quanto un’intera manovra.
Macchine d’oro
Sono tante le amministrazioni che non badano a spese quando si tratta di comprare automobili.
Il fatto che la maggior parte degli acquisti non siano per auto di fascia alta sembra far dimenticare che si può risparmiare anche su quelle piccole.
Così mediamente per una citycar i comuni pagano 9.707 euro, quando potrebbero comprare la stessa auto tramite Consip sborsando 7.911 euro, il 18 per cento in meno. Stesso discorso per le piccole 4×4: assegno medio di 13.099 euro contro i 12.139 di quello che si paga se si ricorre alla convenzione.
Lo spreco è ancora più evidente per i furgoni, che le amministrazioni locali acquistano pagandoli 15.945 euro quando potrebbero averli per 11.847: il “regalo” ai fornitori è pari al 25 per cento del valore.
Energia salata
Anche l’energia presenta un conto spesso ingiustificato. Se il canone annuale di un punto luce fuori convenzione è superiore del 35% rispetto a quello ottenibile tramite convenzione, è più caro anche il gas naturale, pagato 0,746 euro a metro cubo (Iva esclusa) contro 0,694 euro in convenzione Consip: quasi il 7% in più.
Denaro pubblico sprecato anche per il gasolio da riscaldamento: nell’insieme le amministrazioni lo pagano 0,68 euro al litro (Iva e accise escluse), il 5,66% in più di quanto potrebbero fare.
E in questo comparto spiccano per sprechi i ministeri, che lo pagano 0,699 euro, quasi il 10% in più del prezzo in convenzione.
Mani bucate anche per l’energia elettrica in bolletta: sono ancora i ministeri i più generosi e lasciano sul tavolo una “mancia” pubblica di oltre il 7%.
Caro fotocopie
L’amministrazione pubblica è notoriamente grande produttrice di documenti che riempiono faldoni su faldoni. Una morigeratezza sulle copie sarebbe doverosa. Invece lì la spesa corre.
Le amministrazioni locali nel 2014 hanno speso per ogni copia fatta da una macchina fotocopiatrice a noleggio capace di 35 copie al minuto 0,1158 euro per ogni foglio riprodotto.
Se si fossero servite dei servizi in convenzione avrebbero speso 0,0658 euro, il 43% in meno. Ancora peggio per le copie in bianco e nero: quelle fatte con appalti propri sono costate il 52,2% in più.
Hi tech fuori mercato
Se non tutti hanno dimestichezza con i prezzi delle fotocopie, più facile è capire il livello degli sprechi se si affronta il comparto dei computer.
Un desktop ultracompatto comprato da un ministero ha un prezzo medio di 403 euro, mentre con l’acquisto agevolato lo si può avere a 310 euro, il 23 per cento in meno: ogni 4 acquistati, in pratica, uno sarebbe gratis, ma le amministrazioni centrali non lo sanno o preferiscono non saperlo.
E chiudono gli occhi anche sui server: 2.690 euro per un midrange rack da 19 pollici sono troppo pochi, meglio pagarlo 3.765 euro, il 28 per cento in più. Tanto paga Pantalone.
Fabio Bogo
(da “La Repubblica”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
FAMILY LAB E FAMILY LINE, I RISULTATI DELLE DUE CONVENZIONI: 5 CHIAMATE AL GIORNO…E IN UN ANNO E MEZZO APPENA 455 LIKE SU FB E 117 FOLLOWER SU TWITTER
Ottocentomila euro in totale per due progetti che, dati alla mano, stanno dando risultati tutt’altro che
entusiasmanti. Soldi pubblici, ovviamente.
Ciononostante il Dipartimento delle politiche per la famiglia ha deciso di rinnovare, per “una durata di 16 mesi di attività a decorrere dal primo maggio 2016”, l’accordo stipulato il 28 novembre 2014 con Formez Pa, il centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle pubbliche amministrazioni che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia.
I due contratti in oggetto sono stati stipulati per la realizzazione del “Family Lab — Cooperare per un welfare sostenibile e abilitante” e della “Family Line”.
Il primo progetto è “volto a creare — dice la convenzione — reti orizzontali e verticali tra gli operatori pubblici impegnati nelle politiche familiari presso le Amministrazioni di tutti i livelli di governo”.
Il secondo, invece, ha come scopo quello di “offrire e rendere più accessibili le informazioni e le opportunità utili alla vita quotidiana mettendo a disposizione, tra l’altro, un servizio di Contact Center mediante l’attivazione del numero verde 800.254.009 al fine di facilitare i rapporti tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione”.
FAMILY FLOP
Tutto molto bello. Almeno sulla carta. Se non fosse che, come detto, i costi delle operazioni sono molto alti: 450 mila euro nel primo caso (45 mila da versare a seguito della sottoscrizione dell’accordo e i restante 405 mila da saldare in tre tranche) e 350 mila euro nel secondo, con le stesse modalità di pagamento.
A fronte, però, di feedback modesti da parte dei cittadini.
Non solo sui social network, dove la pagina Facebook e l’account Twitter della “Family Line” hanno totalizzato — rispettivamente — 455 ‘like’ e 117 ‘follower’ (dati aggiornati al 3 marzo).
Ma soprattutto in termini di telefonate al Contact Center e accessi al sito Internet del progetto. Fra marzo 2015 e febbraio 2016, stando ai dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, le telefonate pervenute sono state 1.778: una media di 148,2 chiamate al mese. Più o meno cinque al giorno, insomma.
Il portale, invece, “ha registrato 19.087 visitatori unici” (circa 70 al giorno) e “105.688 pagine visualizzate” (387 ogni ventiquattrore), fa sapere il report che racchiude i dati raccolti fra il 26 maggio 2015 e il 22 febbraio 2016.
I dati disaggregati mostrano una forbice fra picchi positivi e negativi alquanto significativa.
Il 10 luglio 2015, per esempio, al sito si sono collegati 422 visitatori (record di contatti), mentre il 21 febbraio 2016, penultimo giorno di monitoraggio, appena 13. Un po’ poco, se si rapportano i risultati a quanto ha speso il dipartimento di Palazzo Chigi per l’accordo con Formez Pa.
Insomma, dopo la visita della Guardia di Finanza, che martedì scorso, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, su mandato della Procura regionale della Corte dei Conti ha acquisito documenti relativi ad una serie di convenzioni stipulate con diversi enti per l’esternalizzazione di alcuni servizi, in via della Ferratella in Laterano si respira un’aria pesante.
E qualcosa pare si stia già muovendo. Tanto che ora anche il ministro per gli Affari regionali di Ncd, Enrico Costa , che con l’ultimo rimpasto ha assunto, oltre alla guida del dicastero, anche la delega alla famiglia, vuole fare chiarezza sulle situazioni ereditate dal passato.
Antonio Pitoni e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 28th, 2016 Riccardo Fucile
I COSTI IN UN DOSSIER DELLA DIFESA: 15 MILIONI L’ANNO
Quindici milioni di euro. Tanto ci costerebbe nel 2016 l’Airbus 340-500 che accompagnerà il premier nei futuri viaggio di Stato.
Lo scrive il Fatto Quotidiano riportando un dossier esclusivo della Difesa dal quale emerge il contratto faraonico di leasing con la compagnia aerea Etihad.
Scrivono Toni De Marchi e Carlo Tecce sul Fatto:
Un acquisto avvolto nel segreto più che nel mistero, nel senso che tutti sapevano del lussuoso capriccio del premier ma nessuno conosceva l’importo. Il contratto d’acquisto è stato secretato, come ha rivelato il Fatto
Un segreto disvelato da un atto ministeriale, si legge sempre sul giornale diretto da Marco Travaglio:
In una delle ultime pagine del fascicolo che illustra le spese del ministero della Difesa c’è anche una voce relativa al trasporto aereo di Stato.
Di solito sono 2,5-3 milioni di euro l’anno.
Nel 2016 fa un balzo di 15 milioni, a 17,4 milioni, un aumento del 622% rispetto al 2015….Se dai 15 milioni sottraiamo 5-6 milioni di lavori per gli allestimenti dell’aereo restano dai 9 ai 10 milioni che sono probabilmente il vero costo annuale del leasing.
Senza poi dimenticare, si legge ancora sul Fatto, il costo della benzina che per un aereo di questa portata è molto alto.
Secondo i calcoli l’Airbus 340-500 “beve” 21mila dollari l’ora, 4 volte quello degli aerei per trasporto Vip.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 21st, 2016 Riccardo Fucile
SCESO IL CUMULO DI INCARICHI SU UNO STESSO SOGGETTO
Torna a salire, anzi ad impennarsi, la spesa per consulenti e collaboratori esterni a cui sono stati affidati incarichi nelle amministrazioni pubbliche.
«Una variazione percentuale in aumento del 61,32%» ha registrato «l’ammontare dei compensi erogati, che sono passati da 737.879.446,55 a 1.190.319.167,47 euro, in controtendenza con la diminuzione della spesa» degli anni precedenti. Così la relazione del ministro P.A, in base ai dati dell’Anagrafe delle prestazioni, per il monitoraggio e la trasparenza della spesa pubblica.
In realtà il numero degli incarichi dati a consulenti o collaboratori esterni nel 2014 è aumentato solo leggermente, mentre c’è stata una forte crescita degli incarichi liquidati, ovvero pagati.
Inoltre ha subito un boom l’importo medio.
Infatti, sempre dalla relazione presentata al Parlamento dal ministro della P.A, Marianna Madia, si legge: «Nel 2014 il numero di incarichi conferiti è aumentato lievemente (1,55%) e, in modo più considerevole, è aumentato il numero di incarichi liquidati (40,24%). Allo stesso modo, il numero dei soggetti cui sono stati conferiti gli incarichi ha subito un aumento del 15,66% e il numero dei consulenti e collaboratori esterni che ha ricevuto un compenso per incarichi è aumentato del 47,94 % rispetto all’anno 2013».
La relazione sottolinea come sia in parallelo sceso il cumulo di incarichi su uno stesso soggetto (con una «variazione negativa del 12,20% per gli incarichi conferiti e una diminuzione del 5,21 % per quelli liquidati ad ogni soggetto rispetto all’anno precedente».
Quanto al compenso medio per incarico, «ha avuto un aumento del 15,03%, passando da 3.844,50 euro a 4.422,33 euro erogati rispettivamente nel 2013 e nel 2014».
Se aumentano le consulenze è anche vero che si alza il numero delle amministrazioni pubbliche per le quali è stata ricevuta comunicazione.
Le P.a. che collaborano con l’Anagrafe delle prestazioni per gli incarichi affidati a consulenti e collaboratori esterni è d’altra parte in costante crescita negli ultimi anni, sottolinea sempre la relazione firmata da Madia.
Ciò si spiega, viene evidenziato, sia attraverso le «sempre più stringenti regole di pubblicità e trasparenza che il legislatore ha imposto alle amministrazioni, determinando un maggiore coinvolgimento dei soggetti tenuti all’adempimento», sia con «il rafforzamento dei poteri di controllo dell’Ispettorato del Dipartimento della funzione pubblica».
È da notare che `l’operazione verità ‘ sugli incarichi precede il decreto Trasparenza appena arrivato in Parlamento per i pareri (la relazione è stata siglata a fine 2015 e pubblicata venerdì scorso).
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2016 Riccardo Fucile
CAMERON USA UN AEREO RIADATTATO DELLA RAF, LA MERKEL UN EX VELIVOLO DELLA LUFTHANSA… E OBAMA INDICA PERSINO IL COSTO ORARIO PRECISO: 206.337 DOLLARI
Aerei di Stato della flotta militare o dalla compagnia di bandiera, Airbus comprati per gravare
meno sui contribuenti ed evitare voli charter più costosi.
Costi comunicati in Parlamento o direttamente dai ministeri della Difesa, dai loro bilanci o da altri organismi nazionali.
Per non lasciare all’oscuro cittadini e opinione pubblica sulle spese che i governi devono sostenere.
Se in Italia il trasporto aereo di Matteo Renzi è segreto, in tanti altri Paesi non funziona allo stesso modo.
Si chiede e si esige trasparenza, proprio quella che manca intorno al contratto che riguarda l’Air Force di Palazzo Chigi, di cui nulla si sa. Niente gara d’appalto, zero chiarezza sui costi del leasing e informazioni classificate.
Uk, aereo comprato per risparmiare
Non funziona così nel Regno Unito, esempio virtuoso — ma non esente da critiche — riguardo agli aerei di Stato utilizzati dal governo e dalla famiglia reale. A novembre 2015 Downing Street ha annunciato di volersi dotare di un Voyager A330 della Raf (Royal Air Force), risistemato ad hoc per trasformarsi nell’Air Force inglese.
Costo: 10 milioni di sterline. Risparmio annuale calcolato “come minimo per i prossimi vent’anni”: 775mila sterline.
Una cifra diffusa dal governo prima dell’entrata in uso del velivolo e dunque contestata dai Labour — che attendono di verificare la spesa reale una volta avviato l’uso del Voyager — e anche dallo Scottish National Party, che fin dalla vigilia dell’annuncio, ha chiesto la massima trasparenza intorno alla cifra.
Diffuse da membri del governo anche le cifre relative al costo orario col nuovo aereo: duemila sterline al posto delle 6700 spese con voli charter.
La scelta di Cameron è arrivata anni dopo quella di Tony Blair, che aveva scelto la linea anti-austerity. Il suo progetto era infatti quello di acquistare due jet al costo di 100 milioni di sterline. Progetto bloccato dall’allora cancelliere dello scacchiere Gordon Brown e poi definitivamente eliminato quando è diventato primo ministro. In più, il Voyager di Cameron, quando non è in uso, viene utilizzato come aereo cisterna. Ovvero nella sua funzione iniziale.
E gli Usa rispondono sui costi
Pressione trasparenza anche sui voli del presidente Usa Barack Obama, spesso criticato dall’opinione pubblica per gli elevati costi di acquisto e manutenzione del suo Air Force One. Che, in realtà , si compone di due aerei.
In ogni caso, gli attuali velivoli — Boeing 747-200 ordinati da Ronald Reagan, attivi dal 1990 e allora pagati ciascuno 250 milioni di dollari (fonte: Die Welt) — saranno sostituiti nel 2023 da due Boeing 747-8, in un programma dal costo complessivo superiore ai tre miliardi di dollari.
Attualmente il costo all’ora per il viaggio (cost per flying hour — CPFH) è di 206.337 dollari. Precisi.
Un dato reso noto dal Dipartimento dell’Air Force — Headquarters Air Mobility Command in un documento che risponde alle richiesta avanzate dalla fondazione Judicial Watch.
A ottobre 2014, in base alla legge che regolamenta l’accesso agli atti pubblici (Foia) aveva chiesto informazioni sul costo orario dell’Air Force presidenziale e sui presenti a bordo nel corso di due viaggi di Obama in California. Nel documento, il dipartimento aveva fornito soltanto il costo del volo, motivando le mancate risposte con ragioni di pubblico interesse e riservatezza.
Per Angela Merkel un ex aereo Lufthansa
Proprio come accade nel Regno Unito, nessun velivolo nuovo di zecca nemmeno per la Germania di Angela Merkel, che solo nel 2011 ha acquisito una nuova flotta, comporta da due Airbus SAS A340, da due A319 di dimensioni più ridotte.
A questi si aggiungono quattro aerei Bombardier Global Express.
I primi due sono aerei usati Lufthansa riadattati per le esigenze e con i comfort di Stato. Valore totale della nuova flotta: un miliardo di euro.
Il velivolo sul quale viaggia la cancelliera è dotato di un imponente sistema di sicurezza ed è stato ribattezzato Konrad Adenauer, primo cancelliere della Germania del secondo dopoguerra.
La nuova flotta va a sostituire velivoli che risalivano al 1990. In particolare, l’A340 della Merkel era stato acquistato dall’ex governatore della Ddr Erich Honecker prima della caduta del muro di Berlino.
Rajoy risponde alle interrogazioni parlamentari
Per quanto invece riguarda la Spagna, il premier Mariano Rajoy e la casa reale si servono della flotta del Grupo 45, che appartiene alla Fuerzas Aèreas Espaà±olas e si occupa proprio dei loro spostamenti.
E’ composta da sette aerei, due Airbus A-310 e cinque Dassault Falcon-900. Spesso il governo si è trovato a rispondere a interrogazioni parlamentari intorno al costo sostenuto coi mezzi di Grupo 45.
Nel 2014, ad esempio, il parlamentare Gaspar Llamazares, ex leader della coalizione Izquierda Unita e attualmente esponente del Partito comunista spagnolo (Pce) aveva chiesto all’esecutivo quanto fosse costato il viaggio di Rajoy a bordo del Falcon di Stato diretto a Dublino, dove aveva partecipato a un congresso europeo del PP.
E il governo, come altre volte, ha risposto: 14.500 euro.
Eleonora Bianchini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2016 Riccardo Fucile
LE INFORMAZIONI SONO TOP SECRET, DOCUMENTI SEGRETATI
Scordatevi di sapere quanto paga Palazzo Chigi per il nuovo mega-aereo voluto dal premier
Matteo Renzi, rassegnatevi a non sapere se si tratta di un salasso per il contribuente italiano o di un benefit concesso da James Hogan e dalla sua Etihad nell’ambito della trattativa che ha portato la compagnia araba ad acquisire il 49 per cento di Alitalia: sull’Airbus A340-500, meglio noto come Air Force Renzi, è tutto un segreto. Ed è segreto perchè il contratto è stato segretato.
Non è un gioco di parole, ma la spiegazione ufficiale che arriva da Palazzo Chigi. All’articolo 17, il codice degli appalti prevede che si possa derogare agli obblighi di trasparenza e di gara “per i contratti al cui oggetto, atti o modalità di esecuzione è attribuita una classifica di segretezza” e anche “per i contratti la cui esecuzione deve essere accompagnata da speciali misure di sicurezza, in conformità a disposizioni legislative, regolamentari o amministrative”.
Visto che sull’Air Force Renzi è previsto che viaggino, oltre al premier, anche il presidente della Repubblica e membri del governo, Palazzo Chigi ha giustificato il ricorso alla procedura di segretazione.
Oltre all’accordo nascosto con Etihad, in questa circostanza, i documenti collegati hanno ottenuto una protezione ancora maggiore: una classificazione di riservatezza.
In Italia ci sono quattro livelli di segretezza per le “informazioni la cui conoscenza non autorizzata sia idonea a recare pregiudizio agli interessi fondamentali della Repubblica”, come recita il glossario del Dis, il coordinamento dei Servizi segreti prezzo la Presidenza del Consiglio.
In ordine crescente di segretezza, le informazioni possono essere classificate come Riservato (R), Riservatissimo (RR), Segreto (S) e Segretissimo (SS).
A differenza del segreto di Stato vero e proprio, per questi livelli di sicurezza non è precluso l’accesso alle informazioni per l’autorità giudiziaria che, però, deve “curarne la conservazione in modo da salvaguardarne la riservatezza, assicurando il diritto delle parti coinvolte nel procedimento a prenderne visione”. Sul contratto, invece, può vigilare solo la Corte dei conti.
Tutta la pratica è stata gestita da Palazzo Chigi, coinvolgendo per lo stretto indispensabile il Tesoro e il ministero della Difesa, che si è occupato soltanto di alcuni passaggi amministrativi.
Per quello che ne sappiamo finora, lo schema è questo: Palazzo Chigi paga un canone ad Alitalia che a sua volta lo paga all’azionista Etihad la quale, secondo quanto ha ricostruito La Notizia Giornale, a sua volta potrebbe essere ancora impegnata da un contratto di leasing con una delle società di noleggio del settore che ha comprato l’aereo da Airbus, l’azienda produttrice dell’A340-500 in servizio dal 2006.
Alitalia non comunica il canone di leasing che versa a Etihad, Palazzo Chigi ha classificato l’informazione per tenerla coperta, Etihad non risponde.
Da parte sua, Alitalia ha precisato di non sostenere alcun onere nell’operazione se non quello per la “manutenzione ordinaria”.
Neanche quella è stata messa a gara, pur non essendo — formalmente — l’Airbus A340-500 un velivolo Alitalia, bensì del suo partner industriale Etihad.
Che bisogno c’era di costruire questa complessa struttura contrattuale?
Palazzo Chigi non poteva fare direttamente un contratto con Etihad o con la compagnia di leasing titolare della proprietà ultima del velivolo?
La risposta sembra essere, ancora una volta, nell’esigenza di segretezza di tutta l’operazione.
Secondo quando spiegano fonti di Palazzo Chigi al Fatto, Alitalia è stata “scelta” (quindi senza alcun tipo di gara) perchè nella ex compagnia di bandiera, oggi completamente privata, lavorano persone in possesso del Nos, il Nulla osta di sicurezza.
Cioè il permesso concesso dalla Presidenza del Consiglio “che consente alle persone fisiche la trattazione di informazioni classificate riservatissimo o superiore”.
Il Nos non è necessario per fare lavori collegati a contratti che richiedono “speciali misure di sicurezza” o con la classifica “riservato”.
Questo significa che sotto il contratto segretato dal governo Renzi ci sono informazioni e documenti che hanno bisogno di un permesso speciale per essere maneggiate.
Nel 2010 il governo Berlusconi confermò che dentro la Rai c’era un gruppo di giornalisti dotati di Nos che serviva per “l’espletamento di incarichi di natura amministrativa e non riguarda l’attività giornalistica”.
Ci furono molte polemiche sulle reali mansioni di questo gruppo di giornalisti che aveva anche mansioni non giornalistiche. Ma il mistero è rimasto.
Come sull’Air Force Renzi. Almeno per ora.
Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
L’AIR BUS E’ ATTERRATO A FIUMICINO, PRONTO PER I NUOVI VIAGGI DEL PREMIER
Eccolo il nuovo aereo di Matteo Renzi. E’ atterrato questa notte, poco dopo l’1,45, all’aeroporto di Fiumicino, il nuovo Airbus 340-500 preso in leasing da Etihad da parte della Presidenza del Consiglio e che sarà utilizzato per i viaggi di Stato a lungo raggio, spostamenti ufficiali del premier e di altre autorità istituzionali, come il Capo dello Stato.
Giunto da Abu Dhabi con alla cloche un equipaggio di Etihad, l’aereo, che era decollato intorno alle 19 ora italiana, sarà sistemato in un hangar appositamente dedicato di Alitalia che, secondo gli accordi intercorsi, è delegata ad occuparsi della sicurezza e della manutenzione del velivolo. Per i prossimi viaggi di Stato, invece, l’equipaggio continuerà ad essere composto da piloti dell’Aeronautica Militare appartenenti al 31° Stormo di stanza all’aeroporto militare di Ciampino, che hanno già concluso i corsi per il nuovo velivolo
La scritta Repubblica italiana sulla fusoliera bianca ed il tricolore sulla coda: è la livrea scelta per il nuovo Airbus, spinto da 4 motori Rolls Royce Trent 553-61.
La necessità di utilizzare il nuovo tipo di aeromobile deriva dall’esigenza di effettuare i voli più lunghi senza compiere uno scalo tecnico per il rifornimento di carburante.
L’Airbus A340-500 è infatti l’aereo con la più ampia autonomia prodotto dal costruttore europeo: nelle versione passeggeri è accreditato di 16,600 chilometri di portata, mentre la versione executive dell’aereo, con meno posti e serbatoi ausiliari, può volare per 18,500 chilometri.
Non a caso l’A340-500 è stato utilizzato da Singapore Airlines e Thai Airways per i loro servizi transpacifici verso gli Stati Uniti: per un decennio la tratta Singapore-Newark è stata la più lunga del mondo con ben 15,345 km.
Come ricorda il Corriere della Sera sulla cifra che Palazzo Chigi sborserà per l’aereo c’è ancora riserbo: “Il tarrifario internazionale per quel tipo di velivolo si aggira tra i 230 e i 315 mila euro al mese”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 28th, 2016 Riccardo Fucile
LA NUOVA SEDE DI CATANZARO: 65.000 METRI QUADRI, COME VERSAILLES…14 EDIFICI PER 2.141 PERSONE, COSTI TRIPLICATI FINO A 160 MILIONI…MA RESTA ANCHE LA SEDE DI REGGIO CALABRIA
Dicono che con i 46 anni di affitti pagati finora per alloggiare gli uffici della Regione Calabria si sarebbe costruita la reggia di Versailles. Ma non è esatto. Perchè – invece – l’hanno costruita davvero.
Si trova a Catanzaro, località Germaneto: dove la grandeur calabrese ha potuto avere pieno sfogo, come avrà modo di verificare anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che venerdì 29 gennaio andrà a inaugurarla.
La nuova sede della giunta regionale oggi presieduta dal democratico Mario Oliverio è un immenso complesso edilizio che raggiunge un’altezza di 39 metri, come un palazzo di 13 piani, per una superficie coperta di 65 mila metri quadrati.
Appena duemila in meno rispetto ai 67.121 della reggia del re Sole.
In compenso, però, la reggia regionale progettata dall’architetto Paolo Portoghesi ha 2.400 metri quadrati di garage e più 2 mila posti auto scoperti: ma ai tempi di Luigi XIV non era stato ancora inventato il motore a scoppio.
E come per costruire il palazzo reale di Versailles ci vollero più di vent’anni e i costi lievitarono in modo astronomico, così è accaduto anche per la «Cittadella», come l’hanno battezzata, di Germaneto.
Il primo bando per costruirla risale addirittura al 1987, e quando dieci anni fa iniziarono i lavori il costo preventivato era di 53 milioni: alla fine siamo arrivati a 160,5. Il triplo, e se basta.
Con il risultato di avere oggi una specie di astronave a forma di C in grado di ospitare comodamente in 14 edifici da 3.500 a 5.500 mila persone, in base alle specifiche dell’agenzia del Demanio secondo cui la superficie ottimale per ogni dipendente pubblico varia da un minimo di 12 a un massimo di 20 metri quadrati.
Peccato che gli occupati della giunta regionale calabrese, pur non essendo un numero propriamente esiguo, non siano che 2.141: compresi, si badi bene, quei 481 trasferiti dalle Province dopo l’entrata in vigore della legge che porta il nome del ministro Graziano Delrio. Così da far meravigliare l’implacabile Antonio Ricchio sul Corriere della Calabria che «in una superficie tanto sterminata non siano stati previsti spazi per ospitare gli archivi».
Dicono pure che grazie alla «Cittadella» si risparmieranno 5 milioni e mezzo l’anno, il che consentirebbe di ammortizzare il costo dell’enorme manufatto in vent’anni.
Ma anche questo non è esatto: perchè di anni ne servirebbero una trentina almeno. Non bastasse, restano aperti gli uffici di palazzo Alemanni, declassata a semplice sede di rappresentanza della Regione nel centro di Catanzaro e che ora ospita la struttura del commissario ad acta per la Sanità : circostanza, questa, che fa sorgere almeno un paio di domande.
La prima, è a che cosa serva una sede di rappresentanza a tre chilometri e mezzo in linea d’aria dal nuovo gigantesco quartier generale regionale. La seconda, è come mai gli uffici del commissario non abbiano trovato posto nella Cittadella, dove i metri quadrati davvero non mancano.
Di domande, però, ce n’è una terza ben più seria. È accettabile che ancora nel 2016 la giunta regionale abbia sede a Catanzaro e il Consiglio si trovi invece a Reggio Calabria?
Soprattutto con la valanga di soldi spesi per la reggia di Germaneto e dopo il taglio del numero dei consiglieri regionali, ridotti per legge da 50 a 30?
Questa assurda situazione, capace di superare nella realtà perfino le suggestioni immaginifiche delle Città Invisibili di Italo Calvino, è figlia della rivolta del 1970 a Reggio, quando con la nascita delle Regioni si decise che il capoluogo calabrese non fosse la città dello Stretto bensì Catanzaro.
Al grido di «Boia chi molla» i neofascisti reggini scatenarono per mesi un inferno: dovette intervenire l’esercito, e i moti si conclusero con la garanzia che una fetta del potere sarebbe comunque rimasta a Reggio. Il Consiglio regionale, appunto.
Mentre la giunta veniva invece insediata 157 chilometri più a Nord, nella città di Catanzaro. Restava però sempre con un pugno di mosche in mano il terzo capoluogo provinciale: la Cosenza del potentissimo leader socialista calabrese Giacomo Mancini. Così, visto che i pezzi della Regione erano esauriti, ci piazzarono la sede della Rai: a 91 chilometri da Catanzaro e a 180 da Reggio Calabria.
Dodici dipendenti per ogni consigliere
Impossibile dire quanti denari sia costata a tutti noi questa folle dicotomia geografica fra giunta e Consiglio, in una Regione con meno di due milioni di abitanti.
Può dare tuttavia un’idea il rimborso chilometrico concesso cinque anni fa a un ex presidente del Consiglio regionale (il diessino Giuseppe Bova) per 1.340 giorni di uso dell’auto propria: 211.842 euro e 42 centesimi.
Anche se toccare questo tasto equivale sicuramente in Calabria a provocare una feroce guerra fra campanili, non c’è dubbio che l’unificazione delle sedi sarebbe stata per i contribuenti una mano santa: considerato che il Consiglio regionale costa 58 milioni l’anno.
Nei 65 mila metri quadrati della reggia di Germaneto avrebbero potuto trovare facilmente collocazione non soltanto i 30 consiglieri con i loro staff di quattro persone ciascuno, per un totale di 120. Ma anche i dipendenti dell’assemblea regionale, che sono 362.
Ben 12 per ogni consigliere, a ulteriore riprova delle generose opportunità occupazionali offerte dalla politica regionale.
Per capirci, i dipendenti di Camera e Senato non arrivano a duemila unità , con un rapporto di poco superiore a due dipendenti per ogni onorevole. Sei volte inferiore.
E poi parlano di risparmi…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
SPRECHI DELLA CASTA: IL BLUFF PADAGNO CI COSTA UN MILIONE L’ANNO
Chi di voi ricorda la “devolution”, l’ambiziosissimo e visionario progetto del leghista Roberto Calderoli, che avrebbe dovuto rivoluzionare in modo epocale e definitivo i rapporti tra lo stato centrale e le autonomie, miseramente naufragato con la caduta di Berlusconi e con l’avvento di Mario Monti?
Il pilastro della riforma era un provvedimento-monstre, la legge-delega sul federalismo fiscale, che tra le sue innumerevoli e spesso incomprensibili norme conteneva anche l’istituzione di una commissione bicamerale “a tempo”, con il compito di vigilare sull’approvazione in tempi celeri dei decreti attuativi.
Ebbene, a sei anni e mezzo di distanza e ad una legislatura dall’approvazione di quella legge, in Parlamento quella commissione, presieduta dal leghista Giancarlo Giorgetti, è incredibilmente sopravvissuta alla legge che l’ha generata, pur non sussistendo più alcuna delle condizioni che ne avevano giustificato la nascita.
Non esistono più i decreti attuativi previsti dalle legge sul federalismo fiscale, non è mai iniziata la fase transitoria alla fine della quale la stessa legge imponeva la soppressione della commissione (che comunque era stata fissata inderogabilmente al 2014), eppure quest’ultima è riuscita addirittura a scavallare una legislatura.
Il paradosso assume dimensioni ancora maggiori se si considera che la commissione è tenuta a redigere un rapporto semestrale sullo stato di attuazione del federalismo fiscale e, arrendendosi all’evidenza, nell’ultimo di questi rapporti si ammette candidamente che, con la scadenza di tutti i termini previsti dalla legge originaria, le competenze restano nel vago.
Una situazione di cui si è reso conto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che nell’ultima legge di stabilità ha soppresso la commissione paritaria che la stessa delega aveva istituito al Mef (la Copaff).
La logica induce quindi a pensare che una decisione analoga verrà presa in Parlamento, ma l’esperienza di un’altra commissione in carica, quella per la Semplificazione, presieduta da Bruno Tabacci, istituita per effetto di una legge del 2005 e reiterata nelle due legislature successive, rappresenta un precedente allarmante.
Anche perchè, a scorrere le convocazioni e i resoconti di entrambi le commissioni, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di molto simile a un dopolavoro: la bicamerale sul federalismo fiscale si riunisce di norma il giovedì mattina, per un’ora scarsa se all’ordine del giorno c’è un’audizione, per qualche minuto se non c’è nemmeno quella.
In genere si aggiorna il calendario e si scioglie la seduta.
A dicembre la commissione si è riunita due volte, mercoledì 2 e giovedì 17: nel primo caso ha ascoltato per circa un’ora in audizione “rappresentanti della Ragioneria generale dello Stato” e poi si è sciolta, nel secondo caso si è riunita per 15 minuti, immaginiamo per un proficuo scambio di auguri tra i suoi componenti.
Stesso andazzo a novembre, con tre sedute in tutto (il 5, il 19 e il 26), che hanno compreso un’audizione di Luca Antonini, presidente della commissione gemella del MEF, ora abolita da Padoan, e una certamente interessante disquisizione sul federalismo fiscale negli Usa.
Di provvedimenti da esaminare nessuna traccia anche perchè, trattandosi di una commissione consultiva, il lavoro sarebbe platonico.
Quanto ai costi, questi sono ripartiti equamente tra Camera e Senato, ma nel bilancio interno delle due istituzioni non è possibile consultarli, poichè questi vengono assorbiti nella voce “altri organismi bicamerali”, che nel complesso gravano per circa 300mila euro l’anno, con una proiezione di un milione e mezzo di euro su tutta la legislatura.
Una cifra di tutto rispetto per un organismo parlamentare tecnicamente abusivo.
(da “Huffingtonpost“)
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