Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile
IL RE DELLE CLINICHE, GIA’ PROPRIETARIO DI “LIBERO”, HA OFFERTO 12,5 MILIONI PER LA TESTATA
Con un taglio netto del 70% dei giornalisti, la testata Il Tempo si prepara a passare di mano. 
Lascia il costruttore romano Domenico Bonifaci — che aveva acquistato il giornale dal gruppo Caltagirone alla fine degli anni ’90 — ed entra in campo la famiglia Angelucci, già proprietaria di Libero.
Il panorama editoriale romano si avvia così ad un riassetto di poteri a pochi mesi dall’appuntamento elettorale forse più delicato degli ultimi decenni, le prossime elezioni comunali.
In campo rimangono il colosso Caltagirone, proprietario del Messaggero, con interessi diretti nella gestione degli acquedotti romani e laziali (controlla una quota importante di Acea), con la new entry del gruppo Tosinvest, saldamente in mano al re delle cliniche Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia presente in cinque commissioni parlamentari.
La Tosinvest (società cassaforte del gruppo Angelucci) ha presentato la scorsa estate ai commissari giudiziali incaricati di gestire la crisi aziendale de Il Tempo un’offerta da 12,5 milioni di euro per l’acquisto della testata.
Le condizioni poste sono durissime: riduzione del personale giornalistico dagli attuali 38 redattori a 15 (oltre al direttore) e un taglio non ancora definito nei dettagli del personale poligrafico. Una vera emorragia.
L’intenzione della famiglia Angelucci sembrava chiara fin dall’inizio: cercare una “sinergia” tra Libero e Il Tempo, mantenendo due testate con un corpo redazionale ridotto.
Il 9 gennaio scorso i commissari giudiziali nominati dal Tribunale di Roma per gestire il concordato preventivo del gruppo editoriale hanno sostanzialmente accolto il piano Angelucci, inviando una nota ai creditori, che entro marzo dovranno esprimersi.
Il taglio netto di circa il 70% dei giornalisti contrattualizzati pesa ovviamente come un macigno.
“Vedremo se ci saranno margini per un’ulteriore trattativa”, ha commentato a ilfattoquotidiano.it il direttore Gian Marco Chiocci. Per poi aggiungere: “Ma in ogni caso meno male che ci sono gli Angelucci, così riusciamo a salvare la testata”.
La reazione del Cdr è sostanzialmente di attesa. Dopo una riunione con la Fnsi e con l’associazione stampa romana, i rappresentanti sindacali dei giornalisti spiegano che i numeri dei tagli dovranno passare per una fase di trattativa con la nuova società .
Di certo la nuova fase nasce con la peggiore prospettiva: “Il documento dei commissari giudiziari non lo abbiamo ancora ricevuto, formalmente non ci è stato inviato”, commentano i rappresentanti del Cdr.
Il documento, che girava informalmente, per ora lo hanno ricevuto solo i creditori.
Andrea Palladino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
E LE AZIENDE HANNO TAGLIATO IL 20% DEI POSTI DI LAVORO…ANCHE GLI INTROITI DELLA TV SCESI DEL 15,7% E MILLE ADDETTI LASCIATI A CASA
Tra il 2010 e il 2014 i ricavi complessivi delle imprese editoriali italiane sono diminuiti di 2
miliardi, pari al 31,2% del totale, e quelli dei gruppi televisivi di 1,5 miliardi, il 22,5% degli introiti 2010.
La flessione risulta dall’osservatorio periodico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che rileva come la redditività dell’intero settore si sia ridotta ma le tlc mostrino in media livelli di profittabilità più alti.
Al contrario l’editoria quotidiana e periodica, più colpite dalla crisi, negli ultimi cinque anni ha registrato un margine netto negativo del 2,7% contro il +5,2% medio del 2010.
In particolare nel 2012 e 2013 il comparto editoriale ha registrato rispettivamente margini del -12,2 e -10,2 per cento, risalendo al +1,1% nel 2014.
Le aziende hanno reagito in molti casi tagliando il costo del lavoro, con il risultato che nei quattro anni considerati gli addetti sono diminuiti del 20%, da 19.300 a 15.200. Anche se secondo Annuario statistico italiano 2015 dell’Istat dopo anni di calo la percentuale di cittadini che leggono quotidiani e libri si è stabilizzata benchè “l’abitudine alla lettura dei quotidiani riguarda comunque meno della metà della popolazione (47,1% delle persone di 6 anni e più)” mentre la quota di lettori di libri è al 42 per cento, stabile rispetto al 2014.
Per le imprese televisive gran parte della flessione dei ricavi, rileva l’Autorità , è stata determinata dalla contrazione degli introiti pubblicitari, ma pesano anche le minori entrate da abbonamenti pay tv.
Così il margine lordo (Ebitda) è passato dal 29,1% del 2010 al 23,1% del 2014, mentre il margine netto (Ebit) è sceso dal 6,4% al -0,1%.
L’occupazione si è ridotta nel frattempo di circa 1000 addetti (-4,5%): nel 2014 i lavoratori erano circa 20.800.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UN GALLEGGIATORE, RENZI SARA’ CONTENTO”
“Mario Calabresi a Repubblica è perfetto”. Parola di Vittorio Feltri, secondo cui il
presidente del Consiglio Matteo Renzi sarà ben contento della nuova direzione del quotidiano, dopo 20 anni di guida di Ezio Mauro.
Un giudizio a cui aggiunge la considerazione : “È l’orfano d’Italia che fin da ragazzo riuscì a lavorare nel giornale che si era schierato senza riserve e senza remore contro il padre. Quanto a capacità di galleggiamento, in confronto a lui un sughero diventa un sasso”
Feltri considera positiva per Matteo Renzi la scelta caduta su Mario Calabresi.
“Credo che Calabresi cercherà di toccare molto poco per i primi tempi, poi di sicuro metterà del suo, qualche tocco di buonismo, di ottimismo. Parliamo di un buon interprete del politicamente corretto, bravissimo nel prevedere tutto ciò che è prevedibile. È probabile che Repubblica tenderà a perdere gradualmente la sua coloratura storica, passando dal rosso mattone al rosa Renzi. Di sicuro si stempererà l’anti-renzismo, che peraltro sotto la direzione Mauro è sempre stato piuttosto episodico, mai perfido. Se a La Stampa arriverà Aldo Cazzullo, Renzi il vero affare lo farà lì”.
Feltri avrebbe rifiutato una proposta di dirigere La Repubblica.
“Avrei detto di no, sia pure a malincuore. Mi sarebbe piaciuto molto, ma sarei stato consapevole che avrei perso un sacco di copie. Sono associato da sempre all’area di centrodestra, anche più di quanto non lo sia realmente”.
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
“BELPIETRO E’ UNO ABBASTANZA COGLIONE, HA PROBLEMI DI TIRAGGIO DEL QUOTIDIANO, IN TUTTI I SENSI”
“Il quotidiano ‘Libero’? Quel giornale fa schifo, non mi ci pulirei nemmeno il culo, anche perchè il piombo è cancerogeno. Preferisco i settimanali colorati. Almeno hanno un po’ più di classe”.
Sono le corrosive parole del fotografo Oliviero Toscani, ospite de La Zanzara, su Radio24, a proposito della discussa prima pagina del quotidiano, all’indomani degli attentati a Parigi.
E spiega: “Il titolo “Bastardi islamici” di Libero? E’ un titolo molto forte, ma fare una pagina così è da coglioni. Belpietro? E’ abbastanza coglione, uno viene giudicato per quello che è. Io trovo che provocare sia fantastico” — continua — “vuol dire rimettere tutto in discussione e far vedere le cose in modo diverso. Ma quel titolo è una trovata banale, gratuita, poco intelligente. Serve solo ad aumentare il numero di copie, Belpietro ha problemi di distribuzione e di tiraggio del quotidiano. E per ‘tiraggio’ intendo anche in un altro senso, perchè uno così è un po’ impotente”.
Toscani si dichiara assolutamente contrario a un intervento militare contro l’Isis, così come declamato più volte dal leader della Lega Matteo Salvini: “In realtà , qui abbiamo di fronte un cancro sociale, una grande malattia, che è prodotto dalla religione. La religione è stata la manifestazione più deteriorata e più negativa della creatività umana. Le religioni sono la cosa peggiore dell’uomo. Hanno fatto solo disastri, sono una perdita di tempo. Sono un’invenzione per dare sicurezza all’uomo, per delegare a qualcun’altro e non assumersi le proprie responsabilità ”.
E rincara: “Con le religioni si spera di andare in Paradiso e intanto nessuno vuole davvero morire, perchè non c’è sicurezza che ci sia questo Paradiso. Anche gli stessi papi, quando stanno per morire, si curano, no?
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA NUOVA FRONTIERA DEL GIORNALISMO ITALICO: QUELLO CHE DECIDE RENZI E’ COSA BUONA E GIUSTA
L’altra sera a Otto e mezzo si discuteva con Gennarino Migliore, ex Rifondazione comunista
(avete capito bene: comunista), poi Sinistra ecologia e libertà (avete capito bene: sinistra), ora Partito democratico (avete capito bene: democratico), dell’abolizione della tassa su tutte le prime case, compresi i primi attici, le prime ville, i primi castelli, le prime regge.
Migliore sosteneva che le abitazioni di lusso non erano esentate dall’Imu. Gli citai l’intervento in commissione del sottosegretario Enrico Zanetti, che confermava tutto.
Lo stesso Renzi l’aveva rivendicato in tv, sostenendo che è troppo complicato escludere dall’esenzione le case di pregio, con gli estimi catastali fermi agli anni 60.
E proprio questo prevedeva la bozza della manovra approvata sulla parola — la solita tradizione orale, da Omero a Matteo — dal Consiglio dei ministri il 15 ottobre: una porcheria che non aveva osato neppure B.
L’Unità , giornale fondato da Antonio Gramsci (avete capito bene: Gramsci), si affrettò a giustificare quell’ignobile regalo ai miliardari che avrebbe fatto arrossire persino Maria Antonietta di Francia, col decisivo argomento che castelli, ville e regge sono pochi (appena 74.430), dunque il gioco di tassarli non varrebbe la candela.
Titolo di prima pagina: “Il ballo del mattone. La verità sulla Tasi: per ville e castelli vale 85 milioni, per le prime case 3,6 miliardi”. Ancora martedì tal Mario Lavia, l’editorialista che sta a Renzi come Fede stava a B., scriveva con grave sprezzo del ridicolo: “Si fa un gran parlare della necessità di non togliere l’Imu su castelli e villoni,anche se — come dice il sottosegretario Baretta — ‘io tutti questi castelli non li vedo’: ma come bandierina può funzionare, chi se ne importa se nel merito la misura porterebbe poco o nulla”.
Però i gufi della minoranza Pd e di qualche giornale, soprattutto il nostro, insistevano a sottolineare l’iniquità della misura.
Così l’altroieri, tomo tomo cacchio cacchio, Renzi ha annunciato che chi ha un castello o un villone continuerà a pagare.
Ma attenzione: non ha detto “Avevano ragione i gufi, mi ero sbagliato e ora cambio la manovra”.
No: ha finto di averlo sempre previsto, irridendo ai “commenti divertenti” dei soliti “scandalizzati” a ufo. Sono loro che non hanno capito niente,non è lui che ha cambiato idea. I turiferari dell’esenzione dall’imposta per ville e castelli si son subito messi a vento. Gennarino ha ritwittato l’ukase renziano con una sonora risata, come a dire: visto che avevo ragione io?
E gli scudi umani dell’Unità (che ieri pubblicava un editoriale entusiasta della manovra firmato da Ernesto Auci, già capufficio stampa della Fiat di Romiti, già direttore e poi Ad del Sole 24 Ore, già direttore centrale di Confindustria, già candidato trombato della Lista Monti: a quando un bell’editoriale di Marchionne?) si sono precipitati ad applaudire il contrordine con lo stesso fervore con cui applaudivano l’ordine di segno opposto.
È la nuova frontiera del giornalismo libero: tutto quello che decide Renzi è cosa buona e giusta. A prescindere.
Il guaio è che spesso Renzi si contraddice, costringendo i suoi supporter a piroette,giri di valzer e tripli salti mortali carpiati con avvitamento.
Le loro tragicomiche evoluzioni ricordano quelle degli scudi umani berlusconiani.
Nel 2006 il Cavaliere ne sparò una delle sue: “Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il Libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi”. Anzichè chiamare l’ambulanza e farlo portare via, i suoi cari mobilitarono i Signorini Grandi Lingue a giurare che B. aveva ragione da vendere, con tanto di supporti storiografici.
Il più svelto fu Renato Farina, su Libero:“Ecco le prove: mangiavano i bimbi. Un libro conferma la verità di Berlusconi. E la sinistra, negando, li uccide un’altra volta…Siccome la frase è di Berlusconi, diventa una battuta. Altro che balle. Balle una sega. Berlusconi ha assolutamente ragione”.
La prova? Betulla citava “episodi di cannibalismo, causati da una carestia voluta da Stalin”.
Riscontro deboluccio: Stalin stava in Urss, non nella Cina di Mao e il cannibalismo in Cina, per quanto deplorevole, aveva poco a che fare con la bollitura dei bambini per farne concime?
Farina allora estrasse l’arma segreta:la lettera di un missionario su un altro missionario morto in Cina e sepolto in un cimitero cristiano poi“distrutto dai comunisti per avere più spazio da coltivare”.
Storia tristissima, per carità , ma che minchia c’entrava con i bambini bolliti per concimare?
Allora, a dare manforte allo storico Farina, sopraggiunse il noto Senofonte con le mèches, allora al Giornale: “Li mangiano ancora. In Corea del Nord ultimamente si sono perpetuati cannibalismi e assassini a scopo alimentare per carestie, inondazioni e disperazione”.
Altra vicenda commovente, non c’è che dire, ma l’attinenza tra i cannibalismi nell’odierna Corea e i bambini bolliti nella Cina di Mao sfuggiva ai più.
Intanto l’ambasciata cinese protestò col governo italiano e, onde evitare una crisi diplomatica con un paese piuttosto strategico e popoloso, B. fece retromarcia: “Beh, sì, sulla Cina ho fatto un’ironia discutibile”.
Aveva scherzato, e pazienza per i due storici della mutua, che non persero la faccia solo perchè se l’erano giocata da un pezzo.
Si pensava che mai più un giornalista si sarebbe ridotto in quello stato pietoso.
Nessuno poteva prevedere l’avvento di Renzi e della sua Pravda.
Quod non fecerunt scudi umani, fecerunt casi umani.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
FILIPPO FACCI E L’OSSESSIONE DEL BAVAGLIO
Filippo Chatouche è sfortunato. Ieri, su Libero che caritatevolmente lo ospita, ha scritto l’ennesimo
pezzo pro legge bavaglio e contro chi la contrasta (il sottoscritto e l’avvocato Caterina Malavenda) e pubblica intercettazioni penalmente irrilevanti (tipo De Girolamo, Maroni e altri, come sta facendo il Fatto a puntate).
Titolo: “Travaglio vuole libertà di sputtanare e pubblica intercettazioni irrilevanti”. Sono dieci anni che ci prova.Chiedeva di essere imbavagliato già nel 2006, ai tempi del bavaglio Mastella: non passò.
Ci riprovò due o tre anni dopo col bavaglio Alfano,quando tornò al governo l’amato Silvio, che l’ha in carico da vent’anni dopo la dipartita degli adorati Craxi e Pillitteri: invano.
Oggi che con Renzi & Orlando pare la volta buona, è tutto eccitato: finalmente i politici vieteranno ai giornalisti di pubblicare intercettazioni di personaggi non indagati e su vicende penalmente irrilevanti.
Ora, a parte il fatto che un giornalista gongolante perchè gli mettono la museruola è come un fornaio che invoca l’abolizione del pane, almeno si capisce quale mestiere non esercita Chatouche (e resta da comprendere quale eserciti).
Ma la sua posizione è bizzarra sotto altri profili.
1) Se un giornalista non vuole pubblicare notizie penalmente irrilevanti, può benissimo non farlo già oggi, senz’attendere che il governo glielo proibisca: il fatto che sia (ancora per poco) consentito, non significa che sia obbligatorio.
Ma Facci non si accontenta di fuggirle e scansarle come la peste bubbonica: vorrebbe che gli altri che, facendo i giornalisti, le pubblicano, venissero sanzionati con pene esemplari, affinchè non lo facciano più evitando così di creare una spiacevole distinzione tra giornalisti che danno le notizie e giornalisti (si fa per dire) che non le danno.
2) Chatouche sostiene che già oggi è proibito pubblicare intercettazioni non penalmente rilevanti e cita un articolo del Codice di procedura penale a lui particolarmente caro: il 114, che vieta “la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto” fino al processo e consente soltanto “la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto”.
Cioè: si può riassumere il “contenuto” di atti depositati, ma non si può riportarli testualmente.
È una norma ambigua e assurda, che nasce dall’antico principio per cui il giudice, prima di decidere nel contraddittorio delle parti, non deve conoscere gli atti nel dettaglio,ma solo in sintesi.
Roba che poteva avere senso nel mondo arcaico, non nel villaggio globale dell’informazione immediata e totale.
Del resto, è interesse dei cittadini conoscere le parole esatte di atti e intercettazioni, senza che intervenga il giornalista a riassumerle secondo la sua soggettività . In ogni caso, l’art. 114 è sostanzialmente inapplicato perchè è punito con una piccola multa. Ma soprattutto perchè la giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha stabilito infinite volte che l’interesse pubblico, specie quando ci sono di mezzo personaggi pubblici, è prevalente su tutto: e l’unico criterio a cui deve attenersi il giornalista è la verità dei fatti.
Dunque lo Stato che condanni un giornalista per aver pubblicato un atto autentico e interessante viene a sua volta condannato a risarcirlo. Chatouche però cita l’art. 114 senza conoscerlo: infatti lo tira in ballo a proposito delle intercettazioni penalmente irrilevanti, mentre il divieto di pubblicazione testuale le riguarda tutte: penalmente rilevanti e irrilevanti.
E allora: se è già vietato pubblicarle integralmente tutte, che bisogno c’è di vietare quelle irrilevanti?
Il problema è la sanzione, che oggi è irrisoria (una multa di 200 euro o giù di lì), e domani potrebbe essere ben più severa e dissuasiva.
Sarebbe incompatibile con la giurisprudenza europea, ma lasciamo andare, perchè c’è un altro punto che fa cascare l’asino.
3) Da che pulpito Chatouche ci insegna che il bavaglio è cosa buona e giusta e chi si oppone è un “passacarte” che vuole “sputtanare la gente tanto per sputtanarla”? Il pulpito è quello di uno che da 24 anni, da quando Di Pietro osò toccargli il suo Bettino e il suo Pillitteri, raccoglie dossier e scrive sempre lo stesso libro e lo stesso articolo contro Di Pietro, accusandolo di fatti penalmente irrilevanti (case, Mercedes, prestiti), dai quali infatti è stato sempre archiviato o prosciolto o assolto.
E pubblica intercettazioni penalmente irrilevanti, come quelle del 1995 fra l’ex pm e De Benedetti, Passera, Tremaglia e Veltri.
Ed è il pulpito di Libero diretto da quel Belpietro che nel 2006, quando guidava il Giornale, pubblicò la famosa telefonata tra Fassino e Consorte sul caso Unipol, rubata da un dirigente della ditta privata che l’aveva registrata per conto della Procura di Milano e portata in dono a Paolo e Silvio B.
Fu quest’ultimo —la Cassazione l’ha definitivamente accertato proprio l’altro ieri — a dare l’ok alla pubblicazione sul suo Giornale alla vigilia della campagna elettorale, per “sputtanare” — direbbe Chatouche — il leader avversario.
La telefonata rubata non era neppure stata trascritta nè depositata perchè penalmente irrilevante, dunque segreta.
Belpietro fece benissimo a pubblicarla, perchè era politicamente e moralmente rilevantissima, visto che dimostrava il pieno coinvolgimento del segretario Ds nella scalata Unipol-Bnl.
Ma sarebbe interessante conoscere la sua posizione, magari in un articolo su Libero con sei anni di ritardo dal titolo “Belpietro vuole libertà di sputtanare e pubblica intercettazioni irrilevanti”: mica vorrà far arrestare il suo direttore?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
TAGLIATI I COMPENSI DOPO APPENA DUE ANNI DALL’ACQUISTO DELLE TESTATE… “VELTRONI? SCRIVE GRATIS”
Puoi vedere il bicchiere mezzo vuoto: Daniela Santanchè non paga da mesi i collaboratori delle sue testate e fa pagare all’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti italiani, circa un terzo dello stipendio dei suoi giornalisti.
Lei lo vede mezzo pieno: “Continuo a credere nei giornali e ho deciso di non licenziare nessuno, nelle mie testate. Per farlo, ho firmato con il sindacato un accordo di solidarietà ”.
Questa storia comincia il 1° aprile 2014, quando Daniela Santanchè, politica di Forza Italia e donna d’affari, diventa anche editrice.
E non è un pesce d’aprile: rileva due testate, Ciak e Pc professionale, dalla Mondadori che se ne voleva disfare. Le aggiunge a Villegiardini, comprata nell’autunno 2013, e dà vita a Visibilia Editore, che affianca a Visibilia, la sua società che raccoglie pubblicità .
Rilascia subito dichiarazioni ottimistiche, in cui dice di credere nel futuro dei giornali, malgrado la crisi che taglia le copie vendute e riduce la pubblicità raccolta.
“Sono orgogliosa”, dice nel maggio 2014 al festival di Cannes, “di essere qui. Ho acquisito Ciak perchè sono un imprenditore che crede allo sviluppo di questa rivista in maniera verticale e di nicchia. Mentre molti licenziano, io ho assunto 18 giornalisti e ho confermato la direzione di Piera Detassis che stimo molto. Credo occorra portare su Ciak il lusso e il glamour che è un settore estremamente interessante. Per ora, solo in questo numero, abbiamo aumentato il trend pubblicitario del 200 per cento e siamo solo all’inizio”.
Obiettivo dichiarato: portare le vendite da 35mila a 50mila copie.
Non va come sperato, per la storica rivista di cinema diretta da Piera Detassis fin dal 1997 e per Pc professionale, rivista specializzata rivolta agli appassionati e ai professionisti del personal computer.
Le due testate sono realizzate da due redazioni composte rispettivamente da quattro e sei giornalisti, oltre i direttori (Detassis e Giorgio Panzeri) e un gran numero di collaboratori esterni.
Molti di questi hanno smesso di ricevere i pagamenti. C’è chi li aspetta dal febbraio 2015, chi dal dicembre 2014. Nessun seguito alle e-mail di sollecito, nessuna risposta al telefono.
Intanto l’azienda apre una trattativa con le redazioni, proponendo un contratto di solidarietà : riduzione dell’orario di lavoro del 30 per cento, con una pari riduzione dello stipendio, che viene però quasi del tutto integrato dall’apposito fondo dell’Inpgi. La trattativa viene condotta dall’Associazione lombarda dei giornalisti, l’articolazione locale del sindacato dei giornalisti, a cui Visibilia Editore prospetta una situazione nera: i ricavi del 2014 (4,5 milioni di euro) producono un bilancio in perdita e sono destinati a calare del 10 per cento nel 2015 e di un ulteriore 10 per cento nel 2016.
Il 30 luglio viene firmato l’accordo: è dichiarato lo stato di crisi, i dieci giornalisti accettano la riduzione di orario e stipendio, l’Inpgi paga, l’editore s’impegna a non licenziare nessuno e a pagare i collaboratori, regolarizzando anche il pregresso. Questa parte dell’accordo, finora, non è stata realizzata.
“Ma noi abbiamo mantenuto il patto stretto con le redazioni quando abbiamo acquisito le testate”, protesta Santanchè. “Abbiamo tenuto in vita due giornali che Mondadori voleva chiudere, non abbiamo licenziato nessuno, abbiamo lasciato piena autonomia giornalistica alla redazione e ai due direttori, in particolare a Piera Detassis”.
E i pagamenti ai collaboratori? “Abbiamo sospeso i pagamenti a quelli di cui volevamo fare a meno”, confessa. Tra questi c’è anche Walter Veltroni, da tempo collaboratore di Ciak? “A Veltroni ho telefonato io”, risponde Santanchè, “per dirgli che sarei stata contenta di continuare a pubblicare i suoi interventi, ma che non eravamo più in grado di pagarli. Lui mi ha risposto che ci avrebbe pensato. Mi risulta che abbia comunque continuato a scrivere. Anche se ora forse è più interessato al calcio che non al cinema”.
Com’è la situazione economica della Visibilia Editore? Difficile da decifrare.
La società è quotata in Borsa, perchè è nata da una fusione con Pms, società di consulenza già sul listino Aim di Milano.
Dunque è tenuta a depositare bilanci e fornire cifre e relazioni.
Ebbene, le cifre del 2014 indicano una perdita di bilancio di ben 2 milioni e 74mila euro.
“Ma è l’effetto della svalutazione della società che è stata necessaria perchè abbiamo dismesso Sel Press, che realizzava rassegne stampa”, spiega Daniela Santanchè, che si mostra tranquilla: “Continuo a credere nei giornali di nicchia e i conti, faticosamente, li mettiamo a posto. Quest’anno poi si è arrestata anche la discesa di Visibilia pubblicità ”.
Meno tranquilli i collaboratori, che continuano ad aspettare mesi di compensi arretrati.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile
FELTRI SI RACCONTA: VITA, CARRIERA, SFIDE E VELENI…”RENZI E’ UN RAGAZZOTTO CHE SI CREDE ONNIPOTENTE”
“Ai soldi ho sempre guardato, sarà perchè sono nato povero. Mio padre è morto quando avevo sei anni: ho solo qualche flash, sfocato, di lui. Mia madre aveva tre figli e ha dovuto lavorare sempre: siamo cresciuti così, un po’ per contro nostro”.
Vittorio Feltri si racconta al Fatto Quotidiano, da quando a 14 anni e mezzo faceva “il fattorino per un negozio di cristalli” al passaggio “a una bottega di confezioni” fino al “corso di vetrinista” utile per il suo mestiere perchè “fare una vetrina è come fare una prima pagina”.
Quel diplomino “ancora lo conservo”, mentre “la laurea superflua in Scienze politiche non ricordo dove l’ho messa”.
Poi l’assunzione in Provincia, “sono stato il capostipite dei fannulloni” dice, “però a me non piaceva, mi annoiavo. E allora ho cominciato a collaborare all’Eco di Bergamo”.
Aveva 20 anni il primo incarico da “vice critico cinematografico” e un matrimonio perchè “ho messo incinta una ragazza” e nascono “due gemelle. Ma lei è morta, in conseguenza del parto – racconta Feltri – È stato uno choc terrificante, non sapevo cosa fare, dove mettere queste bambine”.
Le portò al brefotrofio e lì c’era “una signora giovane. Teneva anche le mie gemelle, le guardava, le curava: l’ho sposata. Lei non mi voleva, l’ho corteggiata a lungo e poi alla fine ce l’ho fatta. E ha preso le bambine, le ha fatte diventare grandi”.
Dall’Eco di Bergamo è nata una carriera che lo ha portato alla Notte, inizialmente come praticante per tre mesi, poi assunto grazie a un articolo su una prostituta accoltellata in casa dal fidanzato davanti a una bambina di tre anni mentre affettava il panettone.
Poi al Corriere della Sera, l’Europeo e quindi all’Indipendente: “l’ho trasformato da sala da thè in una trattoria. Ho sfruttato tantissimo Mani pulite” spiega Feltri, anche perchè Antonio Di Pietro “era stato a Bergamo a fare il pm: mi dava delle notizie pazzesche. Quando è scoppiata Tangentopoli, Di Pietro mi ha chiesto di dargli una mano. Gli ho fatto un’intervista e sono diventato una specie di organo ufficiale di Mani Pulite”.
Ed ancora il passaggio al Giornale del dopo Indro Montanelli, quello di Silvio Berlusconi: “Mi sono fatto pagare bene. Non che guadagnassi male dall’altra parte: 500 milioni. E qui un miliardo. Nel 1994 hai presente cos’era un miliardo? E chi è lo scemo che ci sputa su?”.
Feltri spiega che “a me piaceva l’idea di sostituire Montanelli e di mantenere le copie di Montanelli. E sono raddoppiate. Io non mi sto dando delle arie, perchè le opinioni si discutono, i fatti no”.
E faceva il direttore del quotidiano del premier: “mica dicevo che Berlusconi era un cornuto. Come alla Stampa: non ho mai visto un articolo che dicesse che le Fiat sono bare a rotelle”.
Comunque poi Feltri fonda Libero “perchè ne avevo piene le balle. Dopo quattro anni .. i giornali sono come le donne, a un certo punto ti stufi”.
Vittorio Feltri guarda la situazione politica e vede un Silvio Berlusconi “politicamente morto” e un Matteo “innovatore per finta”.
Sul primo fronte, il direttore editoriale del Giornale spiega che “nel 2008 il centrodestra era un bel salame. La prima fetta la taglia Casini, che se ne va. La seconda Fini. La terza Alfano. Poi altra fetta la Meloni, insieme con quello .. La Russa. A Berlusconi è rimasto il culetto. So che a lui piace il culetto, però è il culetto”.
Sul secondo fronte, “ho fatto il tifo per Renzi quando doveva diventare segretario del Pd, mi sembrava se non altro un innovatore. Ma era un innovatore per finta”.
È, secondo Feltri, “un ragazzotto con la sindrome di onnipotenz, del faso tuto mi. Ma non è nemmeno capace di usare le persone che gli servono”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
CHI L’HA DETTO CHE LE NOTIZIE PENALMENTE IRRILEVANTI DEVONO RESTARE SEGRETE?
C’è almeno un aspetto positivo nell’ennesimo bavaglio in cantiere alla Camera: quando un governo, anzichè degl’interessi dei cittadini, si fa gli affari propri tentando di occultare le vergogne del potere, ha già un piede nella fossa.
Il primo bavaglio lo tentò il quadripartito nel 1992, all’inizio di Tangentopoli, con la legge Correnti: un anno dopo era già morto e sepolto (il bavaglio, ma anche il quadripartito).
Il secondo bavaglio lo azzardò il I governo B. nel luglio ’94 col decreto Biondi: 5 mesi dopo era già caduto.
Il terzo bavaglio lo lanciò Mastella nel 2007, II governo Prodi: tempo qualche mese e tutti a casa.
Il quarto bavaglio lo provò nel 2010 il III governo B. con la legge Alfano: un anno dopo, bye bye Silvio con tutto il cucuzzaro.
Forse la museruola alla stampa porta sfiga. O, più semplicemente, è un terrificante segnale di debolezza: un governo forte e autorevole non ha paura della verità , specie se non ha niente da nascondere.
Se invece ce l’ha, in un modo o nell’altro la verità verrà fuori: una prece.
Prendiamo l’ultima legge delega sul processo penale che l’altra notte, come i ladri di Pisa, il Nuovo Centro Detenuti ha emendato col divieto di registrare e filmare di nascosto i propri colloqui per poi diffonderli all’insaputa degl ‘interlocutori.
Il Pd l’ha votata, poi dinanzi alle proteste dei 5Stelle e di alcuni giornalisti, s’è spaventato e ha fatto marcia indietro, annunciando un emendamento all’emendamento che è la classica toppa peggiore del buco: prevede che nessuno possa registrare nulla di nascosto salvo che per motivi “professionali” o per esercitare il “diritto di difesa”.
Che senso ha? Il delitto di Graziella Campagna fu risolto grazie alle indagini private, non nell’ambito della sua professione, del fratello della vittima, appuntato dei carabinieri, che dopo anni di depistaggi decise di assumere informazioni di nascosto visto che nessuno le avrebbe mai messe a verbale.
Fosse già stata in vigore la legge porcata, anzichè i colpevoli dell’omicidio, sarebbe stato condannato lui.
C’è poi la parte della legge-delega che i partiti danno ormai per acquisita, e cioè che i magistrati non devono inserire agli atti (ma conservare in un archivio top secret) nè i giornalisti divulgare intercettazioni di “estranei” all’inchiesta, per tutelarne la privacy. Solennissima sciocchezza.
Intanto, 99 volte su 100 l’indagato intercettato parla con estranei all’indagine.
Ed è impossibile sbianchettare una frase sì e una no.
Ma poi tutto dipende da chi è l’estraneo: se è un politico o un titolare di funzioni pubbliche, non sempre ciò che dice è coperto da privacy.
Prendiamo l’ultima intercettazione dell’Espresso: giudiziaria o privata che sia, se davvero il dottor Tutino ha detto “facciamo fuori la Borsellino come il padre” e Crocetta non ha fatto una piega, quest’ultimo deve dimettersi, punto.
Se invece non esiste, Crocetta ha diritto a un risarcimento per diffamazione.
E fa benissimo a difendersi nel merito, anzichè invocare la privacy, che all’evidenza non esiste
L’aveva capito anche Nunzia De Girolamo quando fu intercettata da un privato mentre decideva in casa propria i vertici dell’Asl di Benevento, e si dimise da ministro.
La verità è che sulle intercettazioni, giudiziarie o private che siano, non occorre alcuna riforma: basta e avanza la legge sulla privacy.
Se un fidanzato registra un colloquio o un incontro amoroso con una ragazza e lo diffonde sul web, questo è già oggi un reato.
Se invece una squillo registra o annota un incontro erotico in casa del capo del governo e questi paga il suo silenzio in un processo per corruzione di testimoni, non c’è privacy che tenga: i giudici devono utilizzare l’intercettazione o l’annotazione al dibattimento e i giornali devono pubblicarla.
E se un indagato (poi archiviato) come il generale Michele Adinolfi, numero 2 della Guardia di Finanza, parla con Matteo Renzi, segretario Pd e futuro premier, delle manovre per cacciare Letta e poi, a cena con l’allora vicesindaco di Firenze Dario Nardella, accenna a possibili ricatti al presidente Giorgio Napolitano sui presunti altarini del figlio Giulio, non sono i giornali a dover spiegare perchè hanno pubblicato quei colloqui, ma il premier, il generale e il vicesindaco a dover spiegare le loro parole.
Da qualunque parte la si guardi, questa è una legge folle: chi l’ha detto che le notizie penalmente irrilevanti devono restare segrete?
Ed è una legge di Casta: fatta su misura non per i cittadini comuni, il cui diritto alla privacy è totale, ma per i potenti, il cui diritto alla privacy è affievolito dal ruolo pubblico. Se politici & compari non vogliono rischiare che qualche loro conversazione finisca sui giornali, si ritirino a vita privata. In Italia invece pretendono addirittura più privacy della gente comune.
Quando la stampa pubblicò i diari privati di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, due private cittadine, per giunta minorenni e morte ammazzate, nessuno alzò un sopracciglio.
Quando invece il Fatto pubblicò il diario, allegato agli atti del processo Ruby ter, dunque depositato e quindi pubblico, della maggiorenne Iris Berardi sul bunga-bunga alla rovescia con B., il Garante della Privacy si scomodò per farcelo rimuovere dal sito e dall’archivio online.
Ma c’è poco da preoccuparsi.
Se anche la legge passasse, noi la violeremmo subito per seguitare a informare i lettori, avendo dalla nostra parte la Costituzione e la Corte di Strasburgo.
E sarebbe comunque l’ultimo rantolo di un regimetto che già puzza di cadavere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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