Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
UN ESEMPIO DA SEGUIRE: UN MIX DI PREVENZIONE E CONTENIMENTO DEI DANNI
Il Giappone, uno dei Paesi più esposti al rischio sismico, è davvero un esempio da seguire.
Grazie a un mix di misure di prevenzione e di contenimento dei danni, riesce a limitare in modo notevole perdite umane e distruzioni.
Anche in occasione di terremoti gravissimi, come quelli di Kobe del 1995 o quello del Tohoku del 2011.
Imitarle non è facilissimo però. In Italia si cerca di preservare gli edifici storici e le città antiche; in Giappone – dove da sempre gli edifici residenziali sono basati su materiali leggeri come il legno, che periodicamente per terremoti e guerre vengono distrutti – si preferisce buttar giù e ricostruire.
Utilizzando, ovviamente, tutte le più moderne e aggiornate tecnologie antisismiche. Secondo, i governi laggiù spendono per ricostruzione, prevenzione e retrofitting antisismico risorse ingentissime, da noi impensabili.
Infine, la popolazione giapponese è preparata agli eventi sismici, e disposta a rispettare le regole mirate a ridurre i rischi e i danni.
Ridurre, non eliminare: il 14 e il 16 aprile scorsi due sismi hanno colpito Kumamoto, nel Sud del Giappone, con 80 morti e danni diretti e indiretti stimati in molti miliardi di euro.
La prima misura è quella che riguarda le procedure di costruzione degli edifici.
I codici delle costruzioni sono periodicamente rivisti e aggiornati per tenere conto delle più innovative tecniche antisismiche.
Tra queste, sistemi di molle o di cuscinetti che permettono alle strutture di assecondare i movimenti del terreno, e strutture molto elastiche che consentono ai grattacieli grandi ondeggiamenti senza arrivare a rotture strutturali.
Ancora, appositi sistemi impediscono che rotture dei cavi elettrici o delle tubazioni del gas generino incendi o altri disastri: treni e metropolitane si arrestano subito.
Poi, come detto c’è una popolazione assolutamente preparata al rischio sismico. Sin da piccoli gli scolaretti giapponesi sanno che appena la terra comincia a tremare forte bisogna coprirsi la testa con un tatami e mettersi sotto un tavolo.
In tutti gli uffici, pubblici o privati, si svolgono periodiche esercitazioni. In casa tutti tengono un kit di sicurezza con documenti, acqua, medicine e cibo per un paio di giorni.
Terzo, in Giappone esiste un sofisticato sistema di pre-allarme in grado di avvertire la popolazione dell’arrivo di un sisma importante, o di uno tsunami, basato su una rete di sensori situati in tutto il Paese.
Non appena si avverte l’imminenza di un sisma, immediatamente l’allarme viene lanciato sovrapponendosi ai programmi televisivi in diretta, indicando forza e localizzazione presunta del sisma o dell’onda in arrivo.
Sono quasi sempre soltanto pochi secondi di anticipo: forse quelli che fanno la differenza tra la vita e la morte.
Da poco ha avuto un gran successo una app per gli onnipresenti smartphone, Yurekuru, che in caso di sisma individuato dalle autorità squilla fortissimo.
Il primo agosto, però, per un errore tecnico dell’Agenzia pubblica, un (falso) allarme terremoto ha gettato nel panico milioni di giapponesi.
Roberto Giovannini
(da “La Stampa)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
SIAMO ALL’AVANGUARDIA NEL SETTORE… IL COSTO? SOLO IL 10% DI QUELLO CHE PAGHIAMO PER LA RICOSTRUZIONE
Si chiama «seismic retrofit», ovvero adeguamento sismico: un complesso di tecniche per intervenire sui
vecchi edifici esistenti e renderli più sicuri contro i terremoti.
Un campo in cui gli ingegneri italiani sono all’avanguardia a livello mondiale.
Eppure poi solo in rarissimi casi queste misure sono applicate nel nostro Paese.
«È certamente un problema di risorse – dice il professor Paolo Bazzurro, docente di tecnica delle costruzioni allo Iuss di Pavia, uno dei massimi esperti italiani – ma anche di volontà politica, ovvero di scelte su come spendere i soldi. Purtroppo scontiamo decenni di scarse azioni. Spesso anche le comunità locali fanno resistenza, temono effetti negativi sul turismo».
Per l’adeguamento degli edifici privati non ci sono obblighi di legge, solo gli incentivi fiscali del 65% per i Comuni inseriti nelle zone 1 e 2.
Per gli edifici definiti strategici gli obblighi invece ci sarebbero, «eppure – osserva il professor Bazzurro mentre nel pomeriggio torna dalla riunione della commissione Grandi rischi a Roma – in tutto l’epicentro non è rimasto più un edificio pubblico agibile.
L’ospedale è andato giù, le scuole pure, la caserma dei carabinieri è lesionata.
Ci sono programmi per intervenire, ma poi per attuarli di solito si aspetta la catastrofe. Dove è stato fatto, come a Norcia dopo il sisma del 1997, ha dimostrato la sua efficacia.
La forza del terremoto che l’altra notte ha colpito la cittadina umbra è stata solo di poco inferiore a quella di Arquata del Tronto. Quest’ultima è distrutta, mentre a Norcia non c’è stato un solo morto e credo neanche un ferito».
Cosa possiamo fare dunque per proteggere i vecchi edifici di cui l’Italia è piena?
«Se partiamo con l’idea di trasformare quelli in muratura raggiungendo livelli di sicurezza comparabili con gli edifici moderni costruiti con criteri antisismici, bisogna rassegnarci: non ci si arriverà mai. Ma sarebbe già un grande risultato renderli sicuri, fare cioè in modo che non collassino e che la gente non resti sotto».
E quanto costa?
«Si può fare con una spesa abbordabile, nell’ordine del 10 per cento di quello che costerebbe la ricostruzione».
«Gli antichi edifici in muratura – osserva ancora il professore pavese – stavano in piedi con catene, tiranti, morsature agli angoli, tetti in legno. Poi le catene sono state tolte, magari per ragioni estetiche, le finestre sono state ingrandite, sono state aggiunte porte, il tetto è stato rifatto in cemento armato che pesa di più. Risultato: l’edificio è diventato più vulnerabile».
Per migliorare la sicurezza può bastare poco, dalle semplici piastre per aggiungere vincoli, ad esempio tra pilastro e trave, alla posa di tendini d’acciaio all’aggiunta di elementi di rinforzo come archi o puntelli.
Per gli edifici in cemento armato si va dal rendere le colonne più resistenti con un «jacket», un cappotto di calcestruzzo o materiali compositi, all’isolamento alla base, cui si ricorre di solito per edifici più importanti come ospedali e che si può adottare anche per quelli esistenti, dopo averli «sollevati».
All’Aquila è stato impiegato diffusamente anche per i moduli abitativi del progetto Case. Soprattutto per gli edifici in acciaio si usano gli smorzatori o dissipatori sismici. Altre tecniche più complesse, come il cosiddetto «slosh tank», si utilizzano per edifici più alti come i grattacieli.
Gli strumenti a disposizione sono parecchi, per decidere quali adottare serve un’attenta analisi delle caratteristiche di ciascun edificio.
Certo, il problema è che sono centinaia di migliaia: «Ci vogliono tanti soldi – conclude il professor Bazzurro – ma sono comunque meno di quelli che spendiamo per ricostruire».
Claudio Bressani
(da “La Stampa”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
“RICOSTRUIREMO LA CITTA’ CON LO STESSO VOLTO, LE CASE DISTRUTTE SONO 400, NON MIGLIAIA, MI FIDO DI ZINGARETTI”
Da quando ha pronunciato la frase “Amatrice non esiste più”, il sindaco Sergio Pirozzi, alla guida con una lista civica da sette anni di uno dei tanti piccoli comuni d’Italia, ex Alleanza Nazionale (“si, una volta, quando c’erano queste cose…”), di mestiere allenatore sportivo (“ragione per cui Renzi mi chiama Mister”) è diventato il volto globale della tragedia del suo paese, e dell’Italia.
Parla con tutti, fa conferenze stampa ogni volta che serve. Ma ha ancora molto molto da dire. L’aria è quella di chi per ora sta tranquillo. Ma basta prenderlo da solo, in un raro momento di pausa, per capire che, più che tranquillità , il suo è il controllo di chi sa che le energie non vanno sprecate, perchè la strada sarà molto lunga.
In sintonia con il resto dei suoi cittadini, il terzo giorno è anche per lui il momento in cui si contano i corpi, si tentano i primi bilanci, e si ammette l’inquietudine sul futuro. E il futuro è fatalmente la ricostruzione. “La città la voglio ricostruita qui, con la stessa estetica, lo stesso volto. La voglio proprio uguale, così come l’ha disegnata nel 1500 Cola Filotesio”.
Proprio così uguale, con lo stesso aspetto e stesse pietre? Decine di sindaci prima di Lei hanno giurato la stessa cosa e poi la promessa non è stata mantenuta dalle cose. L’Aquila è forse il caso più celebre, e certo il più vicino…
“Sarà che sono un sognatore” risponde, con una battuta, ma, tanto per essere sicuri, si infila in un pantheon politico “e come me la pensano Renzi, Delrio, Nicola (Zingaretti, il governatore del Lazio nda), Franceschini”.
Sarà . Ma il nome dell’Aquila, l’esempio di lunghi mesi di attesa per case mai arrivate, e di tante promesse disattese, è tuttavia l’ombra che si stende su ogni episodio di queste ore, su ogni scelta.
“Probabile, possibile. Ma io sono tranquillo”.
Ci sono condizioni qui molto diverse, argomenta. “All’Aquila c’erano sessantamila sfollati. Un campo infinito, una intera città . Qui invece nella disgrazia c’è una consolazione, ed è quella delle nostre piccole dimensioni: le case distrutte davvero sono soprattutto le 400 del centro. Amatrice è diffusa in ben 60 piccole frazioni, e il totale degli abitanti è di 2633, prima del terremoto, più i turisti dell’estate. I morti sono tanti per questa piccola cifra, ma le dimensioni si possono affrontare”.
Per questa ragione, è centrale per il sindaco che non si creino campi fuori dal paese, “ogni gruppo di sopravvissuti deve rimanere lì, vicino al proprio paese. Il rischio è che questa popolazione piuttosto anziana, una media di 49 anni, vada lentamente via”.
Ma anche così, in queste piccole dimensioni, il progetto di gestione ha bisogno di tempi certi, non le pare? E il calendario della ricostruzione è sicuramente il primo assillo nella mente di tutti coloro rimasti senza casa.
“Cinque mesi”, dice il sindaco.
Cinque mesi per cosa?
“Cinque mesi per la consegna delle case di legno con modello adatto alle temperature e alle condizioni di questa montagna alta”.
Cinque mesi significano che gli attuali sfollati saranno qui almeno fino a gennaio. In un clima molto rigido. Non una piacevole prospettiva.
“Infatti, ho già chiesto i sacchi a pelo”, dice con un filo di amarezza. “Ma mi hanno detto che questi sono i tempi minimi per realizzare l’opera”.
E i tempi per la ricostruzione delle case
“Io sognerei in un anno, ma sono un realista e mi accontento di due”, e stavolta il sorriso è proprio di sfida. “In ogni caso la ricostruzione sarà gestita da un commissario” che è molto probabilmente Zingaretti, “un uomo con cui dopo un epico scontro due anni fa sono in perfetto accordo”, precisa subito il Sindaco.
Pronto a requisire seconde case, visto che ce ne sono tante
“Molti di quelli che ne hanno le hanno già messe a disposizione. Ma se sarà necessario chiederne altre, non vedo problemi a farlo”.
Insomma, a voler riepilogare, a dispetto di tutta la sua energia, degli sforzi e delle poche ore di sonno, alla fine anche il Sindaco di Amatrice entra nella lunga fila di sindaci alle prese con grandi disgrazie, come tanti ne abbiamo conosciuti. Forti, seri, e gia’ un po’ disperati
Il ritratto non lo sconvolge. Gli provoca solo un abbassamento di tono di voce: “Io non ho perso nessuno di famiglia stretta, ma ho perso ogni singolo cittadino che è morto. Da giorni non trovo Gianni il panettiere, era il mio migliore amico, e l’unico che a quell’ora era già al lavoro”.
Come è possibile non trovarlo?
“Così. Semplicemente scaviamo e non si trova nulla, è li, lo sappiamo, ma è come svanito”.
O forse bisognerebbe dire una parola più forte, ma qui, quando la morte è così presente, le parole che si usano ridiventano rispettose, lievi.
Come lieve è l’accenno , che emerge dal flusso di parole, a quello che per ogni sindaco nei suoi panni deve essere il maggiore dei dubbi: poteva capire? Avrebbe dovuto sapere di più? fare di più
“Eppure io me ne sono occupato”, dice scuotendo la testa. “Abbiamo fatto tanto in questo paese: la scuola alberghiera che è qui davanti a noi era da riparare dal 2009, e vi abbiamo destinato I pochi fondi che sono arrivati”.
E gli errori sui fondi europei ?
“Si, c’è stato un errore di un nostro funzionario, che abbiamo sanzionato. Ma l’anno dopo la richiesta presentata da noi alla Protezione Civile non è comunque entrata nella lista dei progetti approvati e non per carenze di compilazione”.
Qualcosa però aveva capito il sindaco.
“Mesi fa abbiamo messo in moto la richiesta, che è stata discussa ufficialmente, di far rafforzare i ponti. Amatrice è circondata a valle da una rete di acque, tre fiumi e un lago, che compongono come un un cerchio intorno alla base della montagna su cui si trova. Sono gli stessi ponti che in queste ore sono stati chiusi perchè in pericolo di crollo”.
Qualcosa temeva allora
“Si ma non tutto questo… Per me il simbolo di questa disgrazia è Porta Carbonara, la porta medievale del XIII secolo che segna l’accesso della città . È il simbolo di Amatrice, è li da secoli, robusta, larga, ed è sopravvissuta senza danni a tanti terremoti che abbiamo subito… e stavolta è la prima cosa che ho visto la notte della prima scossa, ma stavolta non ce l’ha fatta…”
Mi pare che in questa storia della torre lei ricavi la lezione che alla fine non è possibile mettere in sicurezza alla fine tutto di questa fragile Italia…
Scuote la testa. “Non è possibile infatti…Impossibile”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
A CITTAREALE IMPEGNATI DECINE DI MIGRANTI A SCAVARE NELLE MACERIE
Lavorano in silenzio.
Non hanno voglia di parlare, impegnati da ore nella macchina dei soccorsi messa su dai volontari del comune di Cittareale, in provincia di Rieti.
Qui si trova uno dei centri logistici, dove arrivano gli aiuti per le zone colpite duramente dal sisma del 24 agosto. Sono giovani rifugiati politici.
Tra loro incontriamo Samiullah, 18 anni, afgano, in Italia da 10 mesi. Vive nella frazione di Marianitto e si è mobilitato da subito con gli operai del comune. Ramazan, invece, è turco. Non parla bene l’italiano, ma conosce la lingua della solidarietà .
I migranti fanno parte del progetto SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati attivo dal 2008 e – si legge sul sito ufficiale del comune – finanziato dal Fondo Nazionale per le politiche e i servizi dell’Asilo previsto dalla legge 189/2002.
Ezio D’Ippolito, operaio del Comune, coordina i lavori.
Volontari italiani e stranieri insieme per far ripartire Amatrice e i comuni distrutti dal terremoto.
Italiani e stranieri che lavorano fianco a fianco in nome della solidarietà , mentre i razzisti stanno in pantofole davanti alla Tv o su internet a seminare il loro odio da malati psichici.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA RABBIA DI UNA SOPRAVVISSUTA: “VERGOGNATEVI, HANNO SCAVATO NELLA NOTTE INSIEME A NOI E HANNO AVUTO I LORO MORTI, SONO PARTE DELLA NOSTRA COMUNITA'”
“Uno che scappa dalla guerra lo senti un po’ un tuo simile”….”non esistono i “noi” e “loro””. 
Dopo le polemiche sulle assurde frasi rilanciate su Facebook che invitavano a cacciare i rifugiati dagli alberghi per metterci i terremotati una residente di Amatrice, Francesca Spada, scrive tutta la sua rabbia sul social contro quelle folli proposte.
Il suo post, condiviso più di 20mila volte, appare come una risposta chiara da parte degli amatriciani alla polemica nata su Facebook.
“La mia casa di Amatrice è inagibile. Non è la mia prima casa quindi un posto dove andare ce l’ho. Ma posso assicurare che a NESSUN amatriciano sentirete dire che bisogna cacciare gli immigrati dagli alberghi per metterci i terremotati.
Primo perchè per chi ha vissuto un dramma così la solidarietà è un sentimento molto forte – specie se sei vivo solo grazie a chi ti ha aiutato. E uno che scappa dalla guerra lo senti un po’ un tuo simile.
Secondo, perchè a Amatrice era ospitato un gruppo di richiedenti asilo, a cui tutti si erano affezionati – sì, si possono percepire gli immigrati come parte della comunità .
E perchè l’altra notte erano anche loro a scavare, e perchè anche qualcuno di loro sta sotto le macerie
Quindi grazie lo stesso, e accoglienza per TUTTI quelli che ne hanno bisogno, senza ‘noi’ e ‘loro’.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA LEGGE ESCLUDE DAI FINANZIAMENTI LE SECONDE CASE… E UNA DISTRAZIONE HA PENALIZZATO CHI AVEVA PRESENTATO LA DOMANDA
Un dirigente distratto, che si dimentica di inviare in tempo l’elenco dei (pochi) che hanno deciso di mettere in sicurezza la casa.
Una legge sbagliata che esclude dai finanziamenti le seconde abitazioni, e quindi il 70 per cento di Amatrice.
Gli edifici pubblici che si sbriciolano: la scuola elementare Capranica, il Municipio, un intero ospedale chiuso nel momento in cui più servirebbe, il ponte di Retrosi che si lesiona.
Potevano piovere un paio di milioni di euro per consolidare le case fragili, in questa terra. Invece negli ultimi sette anni sono arrivati gli spiccioli. Poco più di 200 mila euro.
Quando sarà terminata la conta e l’identificazione dei morti, l’inchiesta per disastro colposo aperta dal procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva, dovrà accertare le responsabilità .
Un responsabile, però, già si intravede. La burocrazia. La solita vischiosa burocrazia che in Italia impedisce di usufruire a pieno, e rapidamente, dei contributi che lo Stato eroga dopo ogni calamità . E così, a catastrofe segue catastrofe. In una prassi che non impara mai da sè stessa.
Subito dopo il terremoto dell’Aquila, i comuni di Amatrice e Accumoli furono classificati “categoria 1”, cioè massimo rischio sismico.
L’allora governo Berlusconi stanziò quasi un miliardo da utilizzare entro il 2016 per le zone rosse: i soldi sono gestiti dalla Protezione civile, l’assegnazione ai comuni passa attraverso una graduatoria regionale.
A cosa dovevano servire? Ad esempio a dare contributi ai privati cittadini per sistemare le loro case e renderle più sicure.
Lo Stato garantisce da 100 a 200 euro al metro quadrato, per piccoli interventi di consolidamento. Non sono la soluzione finale, ma sicuramente possono limitare i danni durante le scosse più forti e salvare vite.
Ora, Amatrice ha un centro storico con edifici e appartamenti che risalgono al Settecento. E se in estate la sua popolazione supera le 15mila persone, per l’ufficio anagrafe i residenti effettivi non sono più di 2.750.
Quasi tutte le abitazioni private sono seconde case, dunque. Si riempiono d’agosto, restano vuote il resto dell’anno.
A rigor di logica, Amatrice avrebbe dovuto beneficiare di una buona fetta dei 10 milioni destinati al Lazio per i suoi 61 comuni dell’Appennino a rischio sismico. Invece, nei primi due-tre anni, da queste parti non si è visto un euro. Anzi, i bandi non furono nemmeno resi pubblici.
L’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, fece un tour nel reatino proprio per promuovere la misura, perchè nessuno pareva sensibilizzare i cittadini su questa opportunità .
In seguito ad Amatrice è accaduto anche che un dirigente poco solerte abbia spedito a Roma le richieste dei suoi cittadini quando ormai erano scaduti i tempi di consegna, facendo perdere così ogni diritto ai finanziamenti a chi (meno di dieci persone) che aveva fatto domanda.
Un caso emblematico di come fosse stata presa seriamente l’opportunità del consolidamento antisismico.
Ma c’è un altro motivo per cui fino ad oggi dei 10 milioni assegnati al Lazio ne sono stati spesi appena tre.
E ancora una volta, torna la manina della burocrazia più cieca.
La Regione Lazio, infatti, ha inserito tra i requisiti per accedere ai fondi, la “residenza”, e non la semplice proprietà della casa come invece prevede l’ordinanza della Protezione civile.
Risultato: su 1342 domande presentate per il 2013-2014 alla regione, ne sono state accolte soltanto 191. Undici ad Amatrice per un totale di 124.700 euro, e sette appena ad Accumoli per 86.400.
Diciotto piccoli interventi sull’ordine dei 10-15 mila euro per diciotto case. Pochissimo.
Non solo: da un primo accertamento sembrerebbe che parte di questi soldi non siano stati ancora liquidati, a causa problemi della Regione con la legge di stabilità .
E siccome gli intoppi non finiscono mai, negli ultimi due anni l’erogazione si è bloccata del tutto. Anci e Protezione civile nei mesi scorsi hanno per questo convocato un tavolo (che già si è riunito tre volte) per commissariare in qualche maniera le regioni e cercare di velocizzare le faticosissime procedure.
Ma il miliardo di euro del post sisma dell’Aquila era destinato anche ad opere strategiche (ponti, scuole, ospedali) dei comuni in zona rossa. Al primo bando in tal senso aveva risposto il comune di Accumoli. Un piano è stato anche realizzato ma, evidentemente, non è stato poi così efficace.
Il Lazio è riuscito a finanziare cinque ponti per adeguarli al rischio sismico. Uno si trova proprio in una frazione di Amatrice (gli altri sono a Cantalice, Castelnuovo di Farfa, Contigliano e Rieti). Al “ponte Rosa”, località Retrosi, vanno ad aprile del 2014 170mila euro. Teoricamente è viabilità di competenza della provincia, ma non si ricordano di interventi di consolidamento effettivamente fatti.
Il ponte, che si trova su un arteria di alto passaggio, ha tremato come il resto del paese martedì notte, e si è lesionato in alcune parti.
Dove sono finiti quei soldi?
(da “La Repubblica”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
“LA PRIMA CHE INCONTRO E’ PROPRIO CASA MIA. LA ABBRACCIO PERCHE’ HA SALVATO MIO PADRE, MA CAPISCO SOLO IN QUEL MOMENTO CHE NON CI ENTRERO’ MAI PIU'”
Torno ad Amatrice dopo un mese dall’ultima volta che l’ho vista. Qui sono nata, qui sono cresciuta, qui
alle 3 e 36 del 24 agosto un terremoto ha ucciso oltre duecento persone, tra le quali anche le mie due zie e mia cugina.
Quello che è successo quella notte lo vedo nello sguardo terrorizzato di mio padre. Un sopravvissuto. Insieme al cane Ugo ha superato un armadio che gli cadeva addosso, sceso le scale tra calcinacci e quadri che volavano, preso la porta per scappare. La porta era bloccata, la casa si era spostata. Ha rotto la porta, è fuggito. Ha risalito la strada fino all’imbocco del paese.
Il paese non c’era più. La casa dove le sorelle e la nipote dormivano disintegrata. E non c’era neanche stamattina quando sono arrivata.
Torno ad Amatrice passando per una strada che non conoscevo, appena asfaltata e con un ponte che non avevo mai visto. Le altre vie di accesso sono chiuse.
Da est, il paese sembra intatto ma appena superi l’ultimo blocco, quello al quale accedono solo i parenti delle vittime, si aprono violenti i vuoti sulle case e sui palazzi.
La prima che incontro, in questa dolorosa camminata verso un passato che non c’è più, è proprio casa mia. La abbraccio, perchè ha salvato mio padre, ma capisco solo in quel momento che non ci entrerò mai più.
Continuo, manca l’orizzonte che conosco. Quei tetti che coprono le montagne, ora sono a terra, e tra una tenda che sventola – quella di casa di Marisa – e la testiera di un letto che si è trasformato in tomba, ora spuntano le cime verdi.
Sarebbe quasi più bello il cielo di questa Amatrice nuova, dove sul corso svetta solo la torre – senza campana, caduta dopo l’ennesima scossa – senza case, senza vita.
Sarebbe quasi perfetto se non fosse che sotto alle macerie sono sepolti ancora i corpi di tanti amatriciani.
I sopravvissuti vagano con le lacrime agli occhi e i vestiti sporchi, chi con una busta di plastica, chi – i più fortunati – ancora con gli occhiali a specchio.
Tra giornalisti, soccorritori e forze dell’ordine, quando incontro i miei compaesani lo sguardo si addolcisce, le braccia si tendono e anche l’uomo più burbero del paese finisce per stringerti, in lacrime per la perdita del figlio; l’altro, il compagno delle elementari diventato alto, ha perso madre, sorella e cugina.
Tutti hanno perso qualcosa, tutti lo vogliono raccontare presto, con dettagli, senza indugiare sui sacchi neri che contengono i corpi, le lenzuola bianche che coprono la morte.
Il vuoto sul bar di “Fofò” e sull’edicola, sull’unica boutique del paese, sul fotografo Caramella, quello con l’occhio storto.
Manca la vetrinetta dove esponeva le foto del carnevale e io da bambina mi cercavo sperando di essere venuta bene.
E manca il sonno, manca la dignità a Lisetta che tutta la vita ha indossato un abitino composto e ora si aggira in ciabatte con lo sguardo perso. Le case molti non le hanno più e ora dormono nella tendopoli al campo sportivo, le signore eleganti con le popolane. Tutti a mangiare una fetta di formaggio.
Intanto si scava ancora nella zona rossa e al tramonto si vede alzarsi ancora qualche nuvola di calcinacci tra le scosse che non smettono di agitarsi sotto i piedi. Una supera il quarto grado, gli occhi di Alfredo si sgranano in mezzo alla strada che conduce alla piscina. Ora è diventata una sorta di bar all’aperto.
Nessuno vuole fare la fine di Benito e Maria, li hanno appena estratti dalla piazza più nuova del paese.
Sotto queste macerie gli amatriciani sono morti dopo una vita di lavoro. E che amara ironia quelle case ora polverizzate per le quali hanno faticato senza sosta. Sin da giovani, senza divertirsi troppo.
Costruire, come la miglior educazione contadina insegna, per poi lasciarsi schiacciare dai sacrifici di una vita. La sera al massimo un bicchiere al bar dei Baccari, scomparso; una fidanzata da far passeggiare sul corso che non c’è più per poi affiggere le partecipazioni sotto le logge che abbellivano il comune, se guardavi bene c’era disegnato anche il volto di Mussolini.
I più fortunati si sposavano a San Francesco, semidistrutta. Mamma e papà si sono sposati li. Dove abbiamo vissuto per dieci anni sono morte tre persone, madre, padre e figlia.
Dove compravo il panino al prosciutto prima di andare a scuola a piedi ancora si scava e l’edicola, che si illuminava nei giorni di neve alta e mi faceva sognare il mondo, ora è spenta.
Benedetta Perilli
(da “la Repubblica”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
SERVONO CASE PROVVISORIE PER MASSIMO DUE ANNI, COME IN FRIULI E IN EMILIA
Case a pezzi su esistenze che non si arrendono. Vorrebbero ricrescere sulle macerie come se i mattoni fossero erba, tornare a sorgere uguali ma più forti, in grado di dondolare e vibrare senza accartocciarsi su se stesse, senza uccidere.
“Ho dovuto far demolire un pezzo di municipio per recuperare due persone di Arquata finite sotto la loro casa” che si trovava proprio lì, attaccata, dice Aleandro Petrucci sindaco di Arquata del Tronto. Ha dovuto togliere un altro pezzo alla sua città per liberare una delle case cadute giù col terremoto del 24 agosto.
Sono 46 i morti del comune che contava 1178 abitanti della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche. Fino a ieri era noto per la rocca medioevale e per il vino Pecorino. Oggi lo è per il sisma che ha raso al suolo quel comune d’Europa racchiuso tra il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, a sud, e il Parco nazionale dei Monti Sibillini a nord.
“I nostri paesi d’inverno sono quasi totalmente disabitati, d’estate almeno triplicano il numero degli abitanti”, spiega il primo cittadino.
“Mi ha telefonato il premier Renzi ieri sera, non me lo aspettavo – racconta il sindaco – mi ha sostenuto e spronato, mi ha assicurato che oggi il Consiglio dei ministri si sarebbe riunito. Mi ha detto ‘tieni forte’. Presidente siamo nelle sue mani, ho risposto io, e se volete che il comune rinasca servono interventi massicci. Renzi mi ha assicurato che già nel Consiglio dei Ministri di oggi ci saranno gli interventi straordinari”. Lo stanziamento dei primi 50 milioni per l’emergenza.
“Il problema – continua Petrucci – non è la prima accoglienza; speriamo che non ci abbandonino, altrimenti è finita, è desolante stare qui, tutte le case sono lesionate. Gli anziani non vogliono andare nelle tendopoli ma questo potrà durare per pochi giorni”.
Gli anziani non si spostano, sopravvivono dove hanno messo radici, a fondo, nella propria terra. Sono fieri del paese dove passò san Francesco nel 1215 e pernottò Garibaldi nel 1849, sulla strada per Roma. “Che alcuno non se parta della terra d’Arquata e suo contado con animo de non ritornare a detta terra”, si legge nello Statuto d’Arquata del 1574, una delle frasi più note legate a questo comune.
“La gente vuole che le case vengano ricostruite dove erano” dice il sindaco, “tutti pensano già al futuro. Mi hanno chiesto di ricostruire dove già erano le case. Arquata è un monumento storico con la Rocca, che dovrà essere il simbolo della rinascita, e le case del Cinquecento. Anche Pescara ha una sua storia. La gente vuole restare qua”. E anche ad Amatrice sindaco e cittadini vogliono che la città rinasca dov’è ora. L’obiettivo per il primo cittadino, Sergio Pirozzi, è di ricostruire dov’è ora “più simile possibile a prima”.
E chi ha dormito nelle tende, si sveglia dopo poche ore di sonno. Torna tra le macerie. “La notte è andata bene e abbiamo riposato ma siamo senza niente” dice Emidia, ospite del campo di Pescara del Tronto.
“Devo tornare in casa – aggiunge – per recuperare medicine e documenti. Mio marito non ha voluto abbandonare casa”. Come molti altri. Così, da stasera, una seconda tendopoli oltre quella di Pescara, sarà pronta a ospitare chi vuole restare il più vicino possibile alle proprie abitazioni. Allestita dalla Protezione civile, si trova nel campo sportivo a ridosso del centro di Arquata.
Federico Oliva, condirettore della Rivista Urbanistica e professore di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, è ottimista. “Le polemiche non servono. All’Aquila uno dei problemi fu la grandezza del centro storico. E ci furono scelte sbagliate, dalle quali però abbiamo imparato.
L’approccio delle New Town è stato un errore. Quelle 19 città che Berlusconi fece sorgere in luoghi disponibili, con una scelta del tutto casuale e che non durarono, perchè erano fatte male. Quello che è davvero importante per la ricostruzione è agire per gradi”. Con metodo giusto.
“Superata l’emergenza delle tendopoli, che sorgono subito dopo il terremoto – continua Oliva – si fanno le costruzioni temporanee. Map, i Moduli abitativi provvisori della Protezione civile.
Ma questa parte temporanea deve davvero essere temporanea, durare due, tre anni, poi deve essere smontata.
Così si fece in Friuli, dopo il terremoto del ’76, che distrusse Gemona dove questo metodo ha funzionato.
Negli anni della ricostruzione in molti si spostarono nelle campagne vicine per non restare in case provvisorie. Ma alla fine tornarono a ‘casa’. E così è stato anche dopo il sisma del ’97 in Umbria e nelle Marche del 1992 come nel 2012, nel terremoto in Emilia”, spiega. “Il sindaco di Arquata ha ragione, bisogna ricostruire, ci vorrà tempo. Ma si può fare, lì come ad Amatrice e Accumoli. Si faranno case nello stesso punto, magari non nello stesso modo. Saranno abitazioni dal punto di vista energetico più confortevoli, più adatte a famiglie di questo secolo. Se si affronta la ricostruzione con quello che abbiamo imparato, se si aspetta, si può fare”.
D’accordo il ministro dei beni Culturali Dario Franceschini: “Ricostruire i borghi è una grande sfida inedita che il paese dovrà condurre, ma che l’Italia deve a quelle comunità locali straziate che vogliono avere nella loro prospettiva poter tornare a vivere nei loro borghi così come erano. Le possibilità ci sono. È un percorso più difficile e più lungo, ma che credo che si deve condurre. L’Appennino ha già il problema di borghi abbandonati, di una bellezza straordinaria”.
Arquata è crollata, collassata su stessa. Mentre Norcia, distante pochi chilometri, è ammaccata ma ancora in piedi. “Siamo fortunati ma questa nostra fortuna è stata aiutata da scelte politiche importanti: dopo il terremoto del 1979 è stata messa in atto una ristrutturazione di Norcia e di tutte le frazioni, non è stato semplice, ci sono voluti anni, ma abbiamo voluto ricostruire tutto rispettando le norme antisismiche, visto che siamo una zona sismica ad alto rischio”, racconta l’assessore del Comune di Norcia, Giuseppina Perla. “Dopo aver preso quella decisione – dice -, abbiamo ristrutturato secondo la normativa antisismica, per cui, dopo le scosse di ieri, le lesioni e i crolli più importanti li abbiamo avuti solo negli edifici vecchi non ristrutturati. Certo, questo non vuol dire che le case costruite con criteri antisismici non abbiano subito lesioni, ma sono lesioni contenute, che hanno salvato tante vite umane. Quindi aver speso quei soldi in più per una ricostruzione che tenesse conto dei criteri antisismici, ha dato i suoi frutti”.
Si può fare.
Ricostruire. La gente già ci pensa, si aggrappa all’idea di una casa anche se è ancora troppo presto, ci sono le macerie, i dispersi, le tende sono nuove. “Stiamo già lavorando a una serie di cose – spiega una fonte dell’Esecutivo -. Adesso c’è la gestione dell’emergenza. Poi c’è da progettare l’intervento di ricostruzione ma visto che il problema del rischio sismico è più generale, una delle ipotesi è quella di lavorare a un programma integrale”. Un piano che potrebbe mettere insieme fondi pubblici, agevolazioni ai privati e risorse europee.
Nel Lazio, al termine della Giunta regionale convocata in seduta straordinaria, il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, sui tempi non si sbilancia: “Valuteremo presto con il governo i costi della ricostruzione che faremo con i sindaci di Amatrice e Accumoli”.
Per le aree colpite dal terremoto serve “un piano”, con “fondi, finanziamenti e aiuti” e la politica deve dimostrare senso di unità “, afferma la presidente della Camera Laura Boldrini che ha visitato la nuova tendopoli di Arquata del Tronto, “le persone preferiscono dormire in macchina pur di non lasciare il loro posto e noi dobbiamo tenere conto di questo. Anche perchè abbiamo visto in passato che allontanare le persone in via definitiva è molto negativo, non funziona”. “Dobbiamo evitare – conclude Boldrini – per quanto possibile, le New Town”.
New Town. Città nuove col nome da cartone animato che fanno immaginare tetti rossi e finestrelle verdi. Troppo lontane dalla nostra storia. E non compromettere la “bella articolazione urbana” dei centri colpiti dal terremoto “con l’edificazione di New Town, come è stato fatto a L’Aquila”, è quanto sostiene anche Vittorio Sgarbi, che è anche assessore alla Rivoluzione al Comune di Urbino e ricorda il buon modello del Friuli e di Nocera.
Il critico parla di Arquata che, insieme a Amatrice e Accumoli, è “un centro importante”. C’è la chiesa di San Francesco che custodisce una copia della Sindone di Torino, rinvenuta nel corso del restauro nel 1600. Il telo si trovava piegato e racchiuso in un’urna dorata, nascosta dentro la nicchia di un altare. Nessuno vuole lasciare le proprie case a pezzi, ricostruire è possibile, case di pietra, che il vento non sposti e che il fuoco non distrugga.
Per il post-terremoto, con un provvedimento previsto dall’ultima legge di Stabilità e attuato con una delibera pubblicata in Gazzetta Ufficiale proprio venti giorni fa, afferma Confedilizia, il governo “ha varato un sistema di gestione delle calamità naturali che permette a cittadini e imprenditori danneggiati di ottenere considerevoli aiuti per la riparazione o ricostruzione delle case e per il ripristino delle attività produttive. Confidiamo che le relative risorse siano incrementate, a beneficio delle popolazioni colpite dal sisma che ha colpito Lazio e Marche”.
Censimento del costruito, agevolazioni per aiutare i privati a sostenere i costi di eventuali interventi, polizza assicurativa obbligatoria per ridurre le spese che lo Stato si trova a dover affrontare per la ricostruzione.
Ci sono cose da fare per ridurre i mille pezzi che un terremoto sbriciola. Paolo Clemente, ingegnere civile e responsabile del laboratorio prevenzione rischi naturali e mitigazione effetti dell’Enea, parla di prevenzione. “Per gli edifici di nuova costruzione sappiamo cosa va fatto: dalla scelta di un sito adeguato ai materiali che vanno utilizzati, al modo in cui va realizzato. Il problema – dice – sono gli edifici già esistenti”.
“In Italia la classificazione sismica si è evoluta lentamente. Fino al terremoto dell’Irpinia nel 1981, solo il 25% del territorio nazionale era classificato sismico. Oggi circa il 70% del costruito non risponde ai requisiti attuali”. Gli edifici di oggi risalgono quasi tuti a prima degli anni Settanta. “Si dovrebbero raccogliere i dati di ogni edificio, analizzarli e operare una prima classificazione tra gli edifici che sono in regola e quelli che invece presentano criticità e per questi ultimi effettuare ulteriori approfondimenti per capire come intervenire”.
Oggi però la gente guarda le case a pezzi, non le lascia, le aspetta, le immagina di nuovo in piedi. E si cominicia a progettare. Tutte le 13 chiese di Arquata del Tronto e delle sue diverse frazioni, che si estendono su un area montuosa di 93 chilometri quadrati, sono semidistrutte o inagibili. Il vescovo di Ascoli Piceno mons. Giovanni D’Ercole sta pensando di costruire chiese in legno. “Il recupero potrebbe essere molto lungo – dice D’Ercole – bisogna farle in legno, è la via più praticabile”, la più veloce. Le pietre cadute devono aspettare, ma torneranno in piedi.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile
SI VA DA 100 A 300 EURO A METRO QUADRO… PER UN PALAZZO DI MEDIE DIMESIONI UNA SPESA DI CIRCA MEZZO MILIONE… LE DETRAZIONI FISCALI CI SONO, MA PARZIALI E SPALMATE NEL TEMPO
L’Italia ha una delle legislazioni più all’avanguardia, in tema di normativa antisismica. Il problema è
che interessa solo le nuove costruzioni.
E in un Paese dove l’edilizia storica di vario tipo rappresenta l’80-90 per cento, è come dire che – se i lavori sono eseguiti come si deve – solo una piccolissima fetta di edifici è davvero al sicuro.
Oltre il 40 per cento del territorio italiano è a rischio sismico elevato e il 60 per cento degli edifici è stato costruito prima del 1974, quanto sono entrate in vigore le prime norme antisismiche. Almeno un terzo degli immobili andrebbe adeguato.
Sulla base di questi parametri nel 2013 l’Oice, l’associazione delle organizzazioni di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica, stimava che il mercato per questo tipo di interventi valesse 36 miliardi .
Gli esperti concordano: il governo dovrebbe utilizzare i 10 miliardi della flessibilità concessi dalla Ue per investire sulla sicurezza. Con un ulteriore duplice effetto: aumentare l’occupazione e rilanciare l’economia
Perchè pure se l’adeguamento costa salato, può salvare la vita.
Ma di che cifre parliamo? “Con una spesa compresa fra 100 e 300 euro a metro quadro è possibile mettere al sicuro un edificio” spiega Camillo Nuti, a lungo docente di Tecnica delle costruzioni in zona sismica alla facoltà di Ingegneria di Roma Tre e attualmente ordinario di Progettazione strutturale ad Architettura: “Vuol dire 30 mila euro per appartamento di dimensioni medio-grandi e 200-600 mila euro per un classico condominio di quattro piani. Non poco ma si tratta di cifre che spesso, a pensarci, nel complesso vengono spese per una serie di interventi di tanti alti tipi ma assai meno importanti. Bisogna mettersi in testa che non ha senso rifare la cucina se poi le strutture della casa sono a rischio”.
Il campionario dei lavori che si possono effettuare è lungo: isolatori o cuscinetti antisismici da disporre alla base degli edifici, l’utilizzo della fibra di carbonio attorno ai pilastri che riduce notevolmente il rischio di fratture, la disposizione di controventi dissipativi tra un piano e l’altro per ammortizzare le scosse, rinforzi tramite l’installazione di catene o il risarcimento delle murature.
L’ultimo ritrovato, ancora allo studio, sono particolari pannelli in legno che coprono le tamponature all’interno e che sono in grado di fare da dissipatori. “È la dimostrazione che abbiamo un grande patrimonio di conoscenze e che le tecnologie esistono. Tutto sta a favorirne l’impiego” sintetizza Nuti.
Destinato a crescere ancora il numero dei morti accertati, 250. Mentre si organizzano le raccolte di abiti e scatolame e le collette dei deputati, Renzi annuncia: “Niente polemiche e ricostruzione in tempi certi”.
E il governo potrebbe mettere sulla messa in sicurezza tutta la flessibilità chiesta a Merkel, l’equivalente degli 80 euro
Ma ecco sorgere il problema economico. Chi effettua lavori di adeguamento sismico in zone a elevata pericolosità può recuperare il 65 per cento della spesa, ma in dieci anni. Proprio come previsto per gli interventi per il risparmio energetico.
Il problema così è che, trattandosi di somme ingenti, in pochi vi ricorrono. Anche perchè si tratta di un investimento sul futuro che non dà ritorni immediati in bolletta, nè estetici, come nel caso di una ristrutturazione.
Così, se la proposta di ricorrere ai margini di flessibilità concessi dalla Ue potrebbe essere una soluzione, si potrebbe pensare anche a un’altra strada: una detrazione immediata o quanto meno in un arco di tempo assai più ristretto rispetto a quello attuale. E le mancate entrate potrebbero essere compensate dal gettito Iva derivante dagli incentivi e dalle tasse pagate da imprese e progettisti.
Con un mercato dei lavori stimato in 36 miliardi, solo l’imposta sul valore aggiunto potrebbe portarne sette nelle casse dell’erario. A meno che non si voglia pensare che la vita di una persona, dal punto di vista fiscale, valga quanto una caldaia a condensazione.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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