Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
LA FUGA DEI CERVELLI E’ COSTATA ALL’ITALIA 4 MILIARDI DI EURO: IN VENTI ANNI OGNI RICERCATORE “TOP” VALE 148 MILIONI DI EURO IN BREVETTI…QUELLI CHE RESTANO IN ITALIA HANNO UN OTTIMO INDICE DI PRODUTTIVITA’ RISPETTO AD ALTRI PAESI EUROPEI….IL 35% DEI 500 MIGLIORI RICERCATORI ITALIANI HA ABBANDONATO L’ITALIA, ADDIRITTURA IL 50% DEI PRIMI 100
La fuga dei ricercatori italiani all’estero ha un costo, un costo molto alto.
Ha provato a calcolarlo l’Icom, Istituto per la Competitività , in un’indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica: negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso quasi 4 miliardi di euro.
La cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali “l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero” e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca.
Questi brevetti in 20 anni sono arrivati a un valore di 3,9 miliardi di euro, “cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annuncaita dal governo qualche mese fa”, osservano gli autori della ricerca.
Certo, si potrebbe obiettare, questi brevetti sono frutto, oltre che del genio italico, di èquipe ben strutturate, ben finanziate, sostenute da università o centri di ricerca di valore.
Probabilmente se questi preziosi cervelli, perfino i ‘top 20’ considerati dalla ricerca, fossero rimasti in Italia, non avrebbero brevettato un bel niente.
E però se invece in Italia fossero stati adeguatamente sostenuti, il nostro Paese sarebbe stato più ricco.
Secondo l’Icom, che ha presentato la ricerca al Senato, in media ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro (nel caso in cui arrivi ai livelli degli scienziati più produttivi della Top 20 elaborata dall’associazione Via Academy, costituita da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero).
Un calcolo che nello specifico può essere contestato, ma è indubbio che i tanti brevetti depositati dagli scienziati italiani all’estero si traducano in danaro.
“Guardando alla classifica elaborata da Via-Academy 1 – spiega il coordinatore della ricerca, Stefano da Empoli – si vede come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero”.
Insomma, il cervello quando fugge è più produttivo, probabilmente perchè viene messo nelle condizioni migliori.
“La ricerca non è solo in teoria uno dei motori dello sviluppo di ogni sistema Paese, ma è anche in pratica un grande investimento”, afferma il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi.
Che non manca di sottolineare come anche la riforma attualmente in via di approvazione, fortemente constestata dagli studenti, non migliori assolutamente nulla dal punto di vista della ricerca: “Il difetto vero è che mancano le risorse per i ricercatori – spiega – questo non va bene perchè sono la categoria più debole. Si devono trovare le risorse, non si parla di cifre astronomiche ma serve un miliardo di euro, che corrisponderebbe a un viadotto sull’autostrada Bologna-Firenze”.
Per arrivare ai quattro miliardi di perdite calcolate, spiegano gli autori della ricerca, si fa riferimento al database dell’Organizzazione Mondiale per la proprietà Intellettuale, che associa ad ogni scienziato il numero di domande internazionali presentate in base all’anno di pubblicazione.
Se il ‘top scientist’ l’autore principale, è italiano, emergono 11 brevetti nel settore chimico, 5 nell’ITC, e 139 nel settore farmaceutico, che comprende anche la medicina.
Secondo lo studio, il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il Paese.
Ma se si considerano i primi 100, ad essersene andato è addirittura la metà .
In rapporto alla scarsità di stanziamenti e al fatto che in Italia il numero dei ricercatori sia più basso rispetto agli altri principali Paesi del G7 (da noi sono complessivamente 70.000, in Francia 155.000, in Regno Unito 147.000, in Germania 240.000, negli USA 1.150.00, in Canada 90.000 e in Giappone 640.00), i nostri ricercatori possiedono un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28 % di pubblicazioni scientifiche.
La ricerca scientifica italiana risulta così essere superiore alla media dei principali Paesi europei, nonostante il più basso numero di ricercatori: l’Italia infatti si posiziona al terzo posto (2,28%), dopo l’Inghilterra (3,27%) ed il Canada (2,44%).
Dopo di noi ci sono, in ordine, gli Stati Uniti (2,06%), la Francia (1,67%) la Germania (1,62%) e il Giappone (0,41%)”.
Insomma, si fa di necessità virtù.
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Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
UNA PROFONDA ANALISI DEL MONDO UNIVERSITARIO, UNA BOCCIATURA DELLA RIFORMA GELMINI…. DIECI PUNTI CONCRETI SU CUI LAVORARE PER RESTITUIRE DIGNITA’ AGLI ATENEI ITALIANI… UNA ANALISI ANTICONFORMISTA DA PARTE DI UN UOMO DI CULTURA “SCOMODO” E NON ALLINEATO
Mi prendo la libertà di presentare alcune considerazioni sul decreto di legge astraendo da
quello che sarà il risultato del suo iter parlamentare.
Premetto di lavorare ininterrottamente nell’Università da oltre quarant’anni, per quanto abbia insegnato parecchio all’estero e abbia sempre rifiutato — per una specie di allergia — di assumere incarichi direttivi negli Atenei.
Non ho quindi una speciale competenza amministrativa o gestionale da rivendicare per corroborar le mie ragioni.
Tuttavia, posso — e debbo — dire qualcosa che a mio avviso dev’esser detto.
Sono entrato nell’Università nel 1967: si erano abolite da poco le “libere docenze” e si sarebbe di lì a poco eliminata l’istituzione (benemerita) degli “assistenti volontari”.
Erano i primi segni dell’incertezza e del caos che si sarebbero imposte e sarebbero regnate nei decenni successivi, tra provvedimenti e controprovvedimenti.
La Riforma Gentile del 1923, più liberale che non fascista (il fascismo si sarebbe trasformato in regime solo nel ’25), aveva retto piuttosto bene per quasi mezzo secolo: si sarebbe trattato solo di ritoccarla con misura e senso di responsabilità .
Ma gli eventi ci obbligarono a scegliere una strada differente: alcuni politici, docenti e studenti erano convinti che si fosse alla vigilia di grandi mutamenti sociali e politici e desideravano affrettare i tempi per un mutamento che, – secondo qualcuno tra loro — sarebbe stato addirittura rivoluzionario, per cui si trattava di rovesciare le vecchie “istituzioni borghesi”; altri (e fra loro, lo confesso, un po’ anch’io) si lasciarono sedurre dal fascino del vento che veniva da Berkeley e da Parigi e cedettero, spesso anche in buona fede, al we shall overcome; altri ancora, per viltà o per conformismo o per opportunismo o per disinteresse, pensarono che opporsi a un movimento che si annunziava impetuoso e perfino violento fosse inopportuno, o inutile, o che si potesse addirittura tentar di “cavalcare la tigre”.
Le prospettive della “rivoluzione giovanile” del Sessantotto e dintorni, l’inadeguatezza di molti politici e la viltà e/o la disonestà almeno intellettuale (ma non solo…) di troppi docenti ci hanno gradualmente portato — attraverso circa un quarantennio di scelte sbagliate e di deterioramento sia civile, sia culturale, sia morale – a questo punto: Università allo sbando, “tagli” e storni di fondi pubblici verso gli Atenei privati, una classe docente screditata in seguito a decenni di concorsi “ritoccati” o “truccati” (e, direttamente o indirettamente, tutti noi docenti ne siamo respnsabili: se non altro per aver accettato, sottovalutato, taciuto), l’impossibilità pratica di rinnovare correttamente il personale docente e ricercatore, “mortalità universitaria” (cioè studenti che abbandonano gli studi senza aver conseguito la laurea), disoccupazione dei laureati e dei “dottori (e postdottori”) di ricerca alla quale la “fuga dei cervelli all’estero” — su cui si è fatto troppo battage, e che troppo spesso si risolve in una nuova delusione) è lungi dal poter porre rimedio anche solo parziale.
Non nego che, nella lettera del testo di riforma e nelle intenzioni di chi l’ha redatto, ci siano cose buone: per esempio la “lista nazionale” per i concorsi, che si rende necessaria anche visto il tragico fallimento delle “idoneità a lista aperta” degli Anni Ottanta.
Ma l’idea di proporre come commissari solo i docenti ordinari è inopportuna: ed è ridicolo che provenga da un ministro che dice di voler combattere lo strapotere dei “Baroni”.
Ma i “Baroni”, ormai — a parte qualche residuale caso lobbistico, soprattutto in alcune facoltà scientifiche — non ci sono più: i professori universitari sono ormai una categoria screditata e oggetto quasi di dileggio, il loro prestigio sociale è ridotto a zero in una società che valuta pochissimo la cultura e non ne ha quasi alcun rispetto, i livelli economici delle loro riproduzioni li fanno apparire ridicolo in un mondo che rispetta la gente in misura direttamente proporzionale ai suoi profitti e alla sua visibilità .
Altri aspetti del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini appaiono positivi, o comunque interessanti: la fusione degli Atenei più piccoli (la loro proliferazione era uno dei segni più ridicoli e allarmanti della licealizzazione delle istituzioni universitarie), la razionalizzazione delle Facoltà (per quanto il limite massimo di 12 per Ateneo appaia inopportuno nel caso di alcune sedi più grandi e prestigiose), la limitazione a otto anni nella durata dei mandati. Queste sono caratteristiche da tenere presenti per un eventuale nuovo progetto di riforma.
Quello attuale, però, dev’essere respinto per due ragioni: una immediata, a carattere politico, istituzionale e gestionale; una pregiudiziale, a carattere etico.
Procedo per ordine, cominciando però dall’illustrare brevemente la seconda ragione.
Anzitutto, l’insufficienza delle risorse assegnate: prova che l’attuale governo non attribuisce per nulla alla riforma universitaria e all’Università il peso ch’esso dovrebbe a mio avviso avere nella vita del paese.
L’alibi avanzato — i tagli sarebbero giustificati dagli sprechi passati — è al riguardo ridicolo. Gli sprechi si rimediano migliorando gli strumenti di governo e i metodi di controllo, non azzerando i fondi a disposizione. Continua »
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
VA DATO ATTO CHE I FINIANI SI SONO BATTUTI PERCHE’ LA RIFORMA FOSSE IN MINIMA PARTE FINANZIATA: FOSSE DIPESO DA TREMONTI NON AVREBBE AVUTO UN’EURO… MA NON E’ UNA RIFORMA CHE PREMIA IL MERITO: LA GELMINI APPARE SOLO COME IL CURATORE FALLIMENTARE DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA ITALIANA…. I BARONI LI HA RESUSCITATI LEI
Mentre una gran parte del mondo universitario è ancora in mille piazze d’Italia a manifestare contro la riforma del ministro Gelmini, alla Camera si discutono emendamenti in un clima da assedio.
Non solo perchè le manifestazioni lambiscono le sedi del potere e delle isitituzioni, ma perchè lo stesso governo è andato in minoranza anche oggi su una proposta simbolica di modifica di Futuro e Libertà .
Al di là dei tatticismi, avremmo consigliato ai finiani una posizione più netta: chiedere che la riforma tornasse in commissione.
Non solo perchè questo è ormai un governo dai giorni o dalle settimane contate e non ha molto senso approvare riforme (meglio sarebbe dire tagli) quando il tempo è scaduto.
Ma anche per un atto “futurista” di coraggio: un atto politico che riportasse non ai giochini sui numeri, ma a una visione di fondo sul futuro della cultura italiana.
I finiani hanno avuto certo il merito di ottenere qualche minimo finanziamento alla riforma, fosse dipeso da Tremonti l’avrebbe accantonata.
Hanno fatto approvare qualche modifica che garantisce il lavoro a qualche migliaio di ricercatori, questo è certo.
Ma non hanno avuto non tanto il coraggio, quanto la visione strategica e ideale che invece avrebbe potuto premiare una scelta di campo.
Se Futuro e Libertà non vuole avere nulla a che fare con il Pdl e il governo degli spot, doveva avere l’intelligenza di smarcarsi.
Perchè questa non è una riforma seria, è un bluff.
Se si va al di là della lezioncina imparata a memoria che la Gelmini recita ogni sera ai Tg in tono dimesso: “Gli studenti sono con i baroni, la riforma premia la meritocrazia” è il caso di dire che “sotto lo spot c’è il nulla”.
Qualche verità andava detta.
I baroni non ci sono più dal post-sessantotto, perlomeno nella accezione vasta del termine, esiste qualche caso di parentopoli che era sufficiente estirpare con un semplice decreto.
Stessa cosa per le vergognose troppe sedi con più docenti che studenti.
Ma i baroni in realtà li ha fatti rinascere la Gelmini con la riforma dei concorsi due anni fa, mettendo nelle commissioni soltanto gli ordinari ed escludendone gli associati e i ricercatori.
Come andava detto che non di riforma enfatizzata si tratta, ma di un semplice dispositivo di tagli di spesa: basti pensare che ad oggi gli atenei non hanno ancora ricevuto il fondo di finanziamento ordinario per l’anno in corso e non ne conoscono neppure l’ammontare.
Come si fa a parlare di meritocrazia quando di taglia in misura di 100 e poi si destina solo il 7% della cifra tagliata per premiare (almeno in teoria) i più meritevoli?
Come si fa a parlare di futuro se si concede un sei anni di ricerca a stipendi da fame senza le garanzie finanziarie per poter poi assumere i meritevoli alla fine dei sei anni?
Si sta solo tracciando una futura università pubblica di basso livello e dal basso costo per lo Stato.
Rientreremo così nella media europea dei laureati, ma l’eccellenza la si troverà solo nelle università private.
Chi non potrà permettersele, resterà un laureato di serie B, questa è la strada su cui ci siamo incamminati.
Cosa ha tutto questo a che vedere con la mentalità “futurista”, con una visione non economicista della cultura, con la volontà di cambiamento reale?
Nulla.
Per questo oggi i finiani hanno perso un’occasione per far intendere la loro diversità .
Se la perdessero anche il 14 dicembre, dando magari retta a qualche “colomba” incline all’inciucio, tanto valeva che continuassero a fare le comparse nel Pdl.
Rivoluzionari in parte si nasce, ma lo si può anche diventare: se non si vive di tatticismi, ma con dei punti di riferimento culturali e ideali.
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
PASSA UN EMENDAMENTO DI FABIO GRANATA E IL GOVERNO VA SOTTO…APPROVAZIONE PREVISTA PER LE 20, MA IN TUTTA ITALIA CRESCE LA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA GELMINI…A MILANO TENTATA IRRUZIONE A PALAZZO MARINO, A BARI OCCUPATO IL PETRUZZELLI, ROMA IN STATO D’ASSEDIO, A BOLOGNA INVASE AUTOSTRADE
Proteste in tutta Italia contro la riforma dell’Università , mentre la Camera ha ripreso
l’esame del ddl Gelmini.
Il via libera sul testo, secondo accordi presi in conferenza dei capigruppo, potrebbe giungere verso le 20 mentre centinaia di cortei di studenti e ricercatori si riversano per le strade dei capoluoghi italiani.
A Roma almeno 50mila studenti si sono diretti in piazza Montecitorio e ad attenderli una fila di camionette delle forze dell’ordine si è disposta a semicerchio per circondare piazza Montecitorio ed impedire che gli studenti possano fare irruzione davanti al portone della Camera.
Presidiata anche via del Plebiscito, davanti alla abitazione privata del Premier.
A Brescia mattinata di tensione per gli scontri in piazza Loggia e l’occupazione dell’aula magna della facoltà di Economia e Commercio. Intorno alle 10 il corteo degli studenti ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che si trovava di fronte a palazzo Loggia, per entrare nella sede dell’amministrazione comunale. Ne sono nati dei tafferugli in cui i manifestanti hanno lanciato bottiglie contro le forze dell’ordine e gli agenti hanno fatto ricorso al manganello.
A Torino, mentre i cortei paralizzano il centro città , alcune decine di studenti si sono staccati e hanno effettuato un blitz negli uffici del Ministero dell’istruzione università e ricerca (Miur), in via Pietro Micca.
Dapprima hanno colpito il portone d’ingresso dell’edificio con un lancio di uova, poi hanno sfondato due portoni e sono saliti al secondo piano, dove si trovano gli uffici, rompendo una sbarra. Si sono fermati soltanto davanti ai vetri antiproiettile che proteggono i dipendenti del ministero.
A Genova circa 3.000 manifestanti gridano «Ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città » gridano, mentre nell’atrio del rettorato universitario di via Balbi alcuni ricercatori precari dell’ateneo hanno installato un maxi schermo per seguire in diretta dalla tarda mattina la discussione della riforma in Parlamento.
A MilanoI manifestanti hanno occupato per una ventina di minuti i binari della stazione Cadorna e Garibaldi, causando il ritardo di alcuni convogli. Una decina di studenti ha cercato, senza riuscirci, di entrare a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano.
A Napoli lanci di uova, sacchetti di immondizia e vernice rossa contro il portone della sede dell’Unione degli industriali di Napoli, in piazza dei Martiri.
A Palermo gli universitari di Lettere e Filosofia e Scienze hanno occupato simbolicamente la Cattedrale di Palermo. Un troncone della protesta si è poi mosso verso viale Regione siciliana, paralizzando il traffico dell’arteria che si immette nell’autostrada, all’altezza di corso Calatafimi.
All’Aquila tante le adesioni, nonostante la neve caduta copiosa stanotte e le temperature rigide. Per la città dell’Aquila, l’occupazione di facoltà universitarie rappresenta un evento straordinario: gli ultimi episodi, ad eccezione di qualche caso sporadico, risalgono a quindici anni fa.
A Firenze «Blocchiamo la riforma, blocchiamo la città ». Questi i cori dei manifestanti.
A Bari gli studenti hanno occupato il ponte di corso Cavour, nel centro cittadino. L’occupazione sta creando notevoli disagi alla circolazione dei veicoli. Un’altra parte del corteo si sta dirigendo invece verso il teatro Petruzzelli.
A Foggia, questa mattina un centinaio di studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Foggia sono saliti sul tetto della sede di via Arpi.
Intanto il Governo è stato battuto in aula alla Camera.
Le opposizioni e il Fli hanno votato a favore di un emendamento presentato da Fabio Granata.
Si tratta dell’articolo 19 sugli assegni di ricerca che vieta «oneri aggiuntivi» anzichè «nuovi o maggiori oneri».
Il testo, su cui c’era il parere contrario di governo, commissione e commissione Bilancio, è stato approvato con 277 sì e 257 no.
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Novembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
NELL’INTERVISTA AL “FATTO QUOTIDIANO” IL FISICO ITALIANO DI FAMA INTERNAZIONALE DEFINISCE LA RIFORMA “UN BEL DISASTRO”… LA VALUTAZIONE DEGLI ATENEI, I BILANCI, LA SPERIMENTAZIONE, L’EMENDAMENTO CANCELLATO SUI RICERCATORI…. L’INVADENZA DELLA POLITICA E IL RUOLO DEL PRIVATO
“Questa riforma è un bel disastro”. E se a dirlo è Giorgio Parisi, uno dei più autorevoli fisici viventi, padre della “teoria del caos”, c’è di che preoccuparsi. Sessantadue anni, professore all’Università La Sapienza di Roma, la scorsa settimana ha ricevuto la medaglia Max Planck per i suoi studi, riconoscimento ricevuto nella storia da scienziati del calibro di Albert Einstein ed Enrico Fermi.
In Italia potremmo non avere più un Giorgio Parisi.
Perchè gli studenti migliori ormai portano il loro cervello all’estero, e non riescono a rientrare nel sistema universitario.
Che con questa legge non cambierà in meglio.
Professore, l’Italia ha bisogno di una riforma dell’Università . Perchè non questa?
à‰ vero, c’è una grande necessità di cambiamento. Ma nella direzione contraria a quella in cui va questa legge.
Cioè?
La prima cosa da fare è valutare gli atenei. Noi conosciamo la situazione a macchia di leopardo, alcune eccellenze, altre situazioni dissestate. Ma non abbiamo un quadro globale.
Eppure la Gelmini dice che la riforma premia il merito.
Veramente l’Anvur (l’Agenzia nazionale per la valutazione universitaria, ndr) varata dal governo Prodi non è ancora in funzione. E poi nella prima stesura del provvedimento ho letto 23 volte le parole “ministero dell’Economia”. Ma che c’entra?
È un modo per chiarire chi comanda?
Gli dà un peso troppo alto. Addirittura la riforma dice che chi non è in regola col bilancio non può fare sperimentazione. Ma che significa? Semmai deve avere meno soldi, ma è proprio con la sperimentazione che si possono ottenere risultati, e far abbassare il deficit. Hanno sbagliato tutto.
Cos’altro?
C’è un emendamento, per esempio, in cui si dice che le medaglie olimpiche possono valere come esami in determinate facoltà . Ma perchè una legge che contiene principi generali deve per forza accontentare tutte le volontà personali? Gli istituti superiori di educazione fisica valuteranno da soli quanto valgono le medaglie e se vogliono pure gli scudetti. Non sono queste le riforme che servono. Ma danno l’idea di come questo governo vuole fare le leggi.
Quindi condivide la protesta dei ricercatori?
Reputo la protesta giustissima. La legge è fatta sulla loro pelle e su quella di chi è andato all’estero. In solidarietà con loro, lunedì farò una lezione sul tetto della facoltà di Fisica alla Sapienza.
Poi c’è la questione precari. Lei è favorevole o contrario alla cancellazione della terza fascia docente e i contratti a tempo determinato per i ricercatori?
In linea di principio non era sbagliato. Ti assicuro un contratto di 6 anni, nel frattempo accantono i soldi per assumerti e se la valutazione finale che otterrai sarà positiva puoi entrare nell’Università . Altra cosa è farti lavorare 6 anni, con un contratto che costa meno, sapendo già che non ci saranno i soldi per assumerti.
Infatti l’emendamento che prevedeva l’accantonamento è stato cancellato . Sapere che se hai fatto bene verrai premiato non è un problema. La precarietà lo è.
C’è molta differenza di considerazione tra i giovani fisici di via Panisperna e gli studenti di oggi. I ragazzi che incontra sono preoccupati?
L’altro giorno uno di loro, che si è laureato con me, ha detto di non aver intenzione di fare il dottorato perchè in Italia non è riconosciuto e perderebbe solo 3 anni senza avere sbocchi.
Il rischio è quello che resti solo chi se lo può permettere?
Ci sarà una fortissima selezione sul censo.
Quanti studenti e scienziati eccellenti si perderanno in questo modo?
Non mi preoccupano gli eccellenti, loro se la caveranno, sicuramente andando all’estero. Mi preoccupano tutti coloro che hanno grandi capacità e che altrove farebbero ricerca ma che nel nostro paese saranno fatti fuori. Se ci sarà un Mozart emergerà , ma non potrà più suonare perchè gli mancheranno gli orchestrali.
Qual’è la conseguenza peggiore della riforma?
L’ingresso nei Consigli d’amministrazione di persone esterne. Se non si capisce chi sono la procedura può diventare un disastro. Le Asl lo sono perchè nei loro Cda è entrata la politica.
Ha maggior timore delle conseguenze dell’ingresso della politica nei cda o dei privati che possono indirizzare la ricerca?
I privati possono mettere i ricercatori a servizio della produzione, e a rimetterci sarebbe la ricerca di base, quella che permette i veri progressi nel lungo periodo. Ma la spartizione politica è quella che temo di più.
Caterina Perniconi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 26th, 2010 Riccardo Fucile
LA SPERANZA DI RISCATTO, IN FONDO, SI CERCA SEMPRE IN MEZZO ALLE STELLE
Pensate alla gru degli operai immigrati di Brescia che combattono in nome di sacrosanti diritti dei lavoratori; e adesso pensate ai tetti degli studenti che riscoprono una nuova stagione d’impegno in nome della cultura e della ricerca.
E poi pensate a un alpinista che cerca se stesso sulle vette più alte.
Infine pensate al desiderio di fuga da un’Italia caduta sempre più in basso: moralmente, culturalmente, esteticamente.
Ecco, in questa spinta all’ascesa c’è, fortissimo, il desiderio di riscatto.
C’è il desiderio di mettersi tutto alle spalle, di guardare finalmente dall’alto in basso una classe dirigente che non dirige nulla, che non può più spacciarsi come tale.
È la realtà che prende il sopravvento su una politica che non ha saputo nè voluto cambiare davvero il paese, che non ha saputo nè voluto esaudire le promesse fatte, che non ha saputo nè voluto scegliere tra il giusto e lo sbagliato.
Sì, in questa Italia che sale in alto, c’è anche bisogno di una gerarchia valoriale che sappia indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Perchè non è vero che è tutto uguale.
C’è il bisogno tutto politico di un’Italia finalmente cresciuta che vuole prendere in mano il proprio destino facendo suo il credo di Franco Battiato: “Non sto nè a destra nè a sinistra. Sto in alto”.
Salire sui tetti e sui monumenti non significa solo protestare per cose sacrosante e concrete.
Significa cercare una via di fuga culturale per un paese che non vuole più essere coinvolto e gettato a terra, che non vuole più vivere nei bassifondi e nelle fogne della civiltà .
E che non vuole nemmeno ricadere nel tragico errore della piazza come luogo di scontro ideologico.
Salire per crescere, per migliorarsi.
Un paese stufo di vergognarsi di se stesso che vuole usare il cervello e non la pancia.
Che vuole alzarsi in piedi alla ricerca di un nuovo eroismo collettivo.
Perchè tutti insieme si ha meno paura.
E per salire lassù bisogna combattere le proprie paure.
Perchè la speranza di riscatto si cerca sempre lassù, tra le stelle, tra i sogni di un popolo.
In ogni cultura, l’ascesa verso l’alto è sinonimo metaforico di conoscenza, di sapienza, di sacro.
Di autenticità , anche.
Ecco quello che urlano i giovani sui tetti d’Italia.
Basta, fatela finita, è giunta l’ora di vivere pericolosamente per guardare l’orizzonte e costruire finalmente il futuro.
Filippo Rossi
FareFuturoweb
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Novembre 25th, 2010 Riccardo Fucile
GRANATA, PERINA, DELLA VEDOVA E CHIARA MORONI HANNO ACCETTATO L’INVITO DI ANTONELLO VENDITTI E SONO SALITI SUL TETTO DELLA FACOLTA’ ALLA SAPIENZA…. “VOGLIAMO MARCARE LA DIFFERENZA TRA CHI CONDANNA LA PROTESTA E CHI CREDE INVECE CHE LE RICHIESTE DI STUDENTI E PROFESSORI VADANO ASCOLTATE”… E’ QUESTA LA DESTRA CHE VOGLIAMO, NON QUELLA DI UN INDAGATO PER SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE CHE DAGLI SCHERMI TV INCITA A MENARE GLI STUDENTI
Una delegazione di deputati di Futuro e libertà è salita sul tetto della sede di Fontanella Borghese della facolta di Architettura della Sapienza.
A rispondere all’invito del cantautore Antonello Venditti e dei ricercatori della facoltà , i parlamentari Benedetto Della Vedova, Flavia Perina, Fabio Granata e Chiara Moroni.
“Abbiamo accettato l’invito di Venditti – spiega Chiara Moroni – per marcare la differenza tra chi condanna la protesta e chi crede invece che le richieste di studenti e professori vadano ascoltate”.
“Riteniamo opportuno – ha quindi concluso la Moroni – ascoltare le loro richieste e vogliamo spiegare la battaglia che Fli ha portato avanti sulla riforma universitaria”.
Finalmente una destra che non sfugge al confronto, una destra che non si nasconde dietro le manganellate che tutelano da sempre il Palazzo, ma che vuole rappresentare la società civile, i lavoratori, i ricercatori, gli studenti.
Una segnale importante per la destra sociale che vuole essere presente e lottare per il nostro Paese, che vuole essere a fianco di chi difende il proprio lavoro e la propria dignità .
Una destra diversa che nulla ha a che vedere con chi, imputato per sfruttamento della prostituzione, si permette, dagli schermi di una tv berlusconiana, di istigare all’odio e al pestaggio con queste infami parole: “Intervenire e menare, questa gente capisce solo di essere menata…venti i fermati, ma poveri cuccioloni saranno già a casa fra le coperte a prendersi del tè caldo.”.
C’è chi si mette in gioco per difendere i propri diritti, c’è chi prende “amaramente” due sberle per futili motivi.
Con questa sedicente destra affaristico-puttaniera non abbiamo mai avuto e non vogliamo avere nulla a che fare.
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Novembre 25th, 2010 Riccardo Fucile
MAGGIORANZA ANCORA BATTUTA SU UN EMENDAMENTO DEL FINIANO GRANATA… GELMINI E ALFANO IN CONFUSIONE: SI SBAGLIANO E VOTANO UN EMENDAMENTO CON L’OPPOSIZIONE…OCCUPATA LA TORRE DI PISA E BLITZ AL COLOSSEO, SCONTRI A FIRENZE, BOLOGNA E TORINO TRA STUDENTI E POLIZIA… GELMINI: SE STRAVOLGONO IL DECRETO, LO RITIRO
Il voto finale alla Camera sulla riforma dell’Università avverrà nella giornata di martedì
30 novembre entro le 20, lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio.
Intanto questa mattina il governo è stato nuovamente battuto nell’Aula della Camera su un emendamento di Fli alla riforma dell’Università su cui l’esecutivo aveva reso parere contrario.
L’emendamento, all’articolo 16 di cui primo firmatario Fabio Granata, è passato con 261 no, 282 sì e tre astenuti.
«Questa mattina è stato approvato un emendamento di scarso rilievo. Finchè Fli su un emendamento non particolarmente significativo marca una differenza questo rientra nella tecnica parlamentare e non entro nel merito. Mi auguro che non accada che vengano votati emendamenti il cui contenuto stravolga il senso della riforma, non sarebbe accettabile, se così fosse come ministro mi vedrei costretta a ritirarla», ha dichiarato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini.
Sul fronte delle proteste, gli studenti universitari, dopo il sit-in di mercoledì e il blitz al Senato, hanno proseguito le manifestazioni contro la riforma Gelmini. A Roma rinforzati i presidi delle forze dell’ordine che hanno bloccato gli accessi per impedire l’accesso in piazza Montecitorio, ma Roma è attraversata da stamani da cortei studenteschi.
Alla Sapienza, l’inaugurazione dell’anno accademico (prevista venerdì) è stata rimandata dal rettore.
A Milano un corteo ha attraversato il centro: tensioni con la polizia al Politecnico e in piazzale Loreto, due ragazzi sono rimasti contusi.
A Napoli, la sede dell’Università degli studi Orientale è stata occupata così come il rettorato dell’Università Federico II.
A Palermo sei cortei formati un migliaio di studenti si sono diretti all’Ufficio scolastico provinciale e in seguito hanno bloccato la stazione per un’ora e l’ingresso al porto.
A Bari gli studenti hanno occupato la facoltà di ingegneria del Politecnico.
A Torino sfidando il freddo i ricercatori dell’università hanno trascorso la seconda notte sul tetto della sede delle facoltà umanistiche, sono state occupate le sedi del Politicnico e ci sono stati picchetti davanti alle facoltà di fisica e chimica.
Inoltre davanti alla sede della Regione Piemonte sono stati lanciati uova e fumogeni e la stazione di Porta Susa è stata bloccata per mezz’ora.
Ad Ancona un gruppo di studenti ha occupato il tetto della facoltà di ingegneria del Politecnico.
A Bologna un corteo di qualche centinaio di studenti ha creato qualche difficoltà agli autobus in centro.
A Firenze carica di alleggerimento delle forze dell’ordine davanti a scienze sociali dove si erano raccolti circa 500 giovani dei collettivi di sinistra, che protestavano contro la partecipazione del sottosegretario Daniela Santanchè a un dibattito sull’immigrazione.
In precedenza dai manifestanti erano stati lanciati alcuni fumogeni.
A Cagliari è proseguita l’occupazione del tetto del Palazzo delle scienze: agli studenti si sono associati alcuni ricercatori.
A Pisa gli studenti sono saliti sulla Torre Pendente e hanno srotolato uno striscione.
E’ accaduto alla Camera anche un episodio che la dice lunga sulla tensione che si annida tra le file del governo: Mariastella Gelmini ed Angelino Alfano, nel corso dell’esame degli emendamenti alla riforma dell’Università , hanno votato per errore con l’opposizione, con richiesta di correzione del risultato della votazione.
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Novembre 25th, 2010 Riccardo Fucile
LE CONTRADDIZIONI DELLA RIFORMA GELMINI: SI DICE DI VOLER PREMIARE IL MERITO, MA SI DESTINA AD ESSO SOLO IL 7% DEI FONDI TAGLIATI.. SI CREA IL RICERCATORE A TEMPO SENZA DARGLI PROSPETTIVE… LA FUGA DEI CERVELLI NON SI FERMA PAGANDO I RICERCATORI MENO CHE IN QUALSIASI ALTRA NAZIONE EUROPEA.. LE BORSE DI STUDIO RIDOTTE DA 96 A 70 MILIONI, SERVIZI E RICERCA ABBANDONATI A SE STESSI: GIOVANI SENZA FUTURO
Ci sono molte buone ragioni per riformare l’università italiana. 
Razionalizzare la frammentazione di corsi di laurea, facoltà , materie, che spesso corrisponde solo a logiche vuoi corporative, vuoi territoriali.
Premiare il merito delle università sia nel campo della ricerca che in quello della qualità didattica.
Reclutare i docenti con criteri che valutino la competenza e la congruità ai bisogni della facoltà che chiama, e non l’appartenenza a consorterie varie, o l’anzianità di servizio o di pazienza nello stare in coda.
Istituire percorsi di carriera chiari nei passaggi, nei doveri e nelle ricompense, rovesciando la situazione attuale per cui spesso capita che i ricercatori, o perfino gli assegnisti o varie figure precarie, abbiano maggiori carichi didattici degli ordinari, essendo pagati molto meno e mangiandosi così il tempo necessario per ricerca e pubblicazioni.
Fornire agli studenti spazi e relazioni didattiche di qualità , in cambio chiedendo anche a loro maggiore assunzione di responsabilità nei percorsi di studio, riducendo, se non eliminando del tutto, la possibilità di rimanere parcheggiati indefinitamente.
L’elenco è lungo.
Purtroppo, però, negli ultimi anni, a partire dalla riforma di Berlinguer, sull’università italiana si sono succedute riforme più o meno ben intenzionate, che hanno occupato migliaia di ore e di defatiganti negoziazioni per essere messe a punto, solo per essere distrutte dal ministro successivo.
Si è molto parlato di merito e di valutazione, ma nè il sistema di finanziamento nè quello di reclutamento sono realmente mutati in questa direzione.
Certo, i professori, specialmente gli ordinari, come categoria, hanno le loro gravi responsabilità , sia per quanto attiene alla frammentazione delle facoltà , delle sedi e dei corsi, sia per quanto attiene a un sistema di reclutamento troppo spesso senza qualità .
Anche i concorsi universitari più recenti, fatti con il nuovo sistema introdotto dal ministro Gelmini, hanno mostrato in più di un caso la capacità delle corporazioni di produrre risultati che poco hanno a che fare con il merito e molto con le appartenenze.
Ma altrettanta responsabilità hanno i ministri, che non hanno saputo o voluto mettere in campo meccanismi premianti e viceversa disincentivanti, invece scrivendo riforme che non solo cancellano quelle precedenti per pura voglia di lasciare un segno, ma prescindono dal contesto su cui arrivano e dalle risorse disponibili.
La riforma Gelmini da questo punto di vista è esemplare.
Dice di voler premiare il merito, ma, dopo aver operato un taglio robusto ai finanziamenti, distribuisce in base al merito solo il 7% del finanziamento rimasto.
Certamente un incentivo largamente insufficiente ad assumere con attenzione alla qualità scientifica all’interno del nuovo sistema di reclutamento.
Istituisce la figura del ricercatore a tempo, in analogia a quando avviene nella maggior parte dei paesi europei (ma non tutti) e negli Usa, ma non fornisce alcuna garanzia che i concorsi per entrare nelle posizioni successive avverranno effettivamente con cadenza regolare, con il rischio di creare una massa di precari che poi inevitabilmente premerà per qualche ope legis.
Dice di voler invertire la fuga dei cervelli, ma i ricercatori italiani sono tra i peggio pagati nel mondo sviluppato (e il blocco degli scatti biennali si scarica in modo particolarmente duro su di loro) e i fondi per la ricerca sono miserandi.
Ricordo che i ricercatori italiani sono tra i meno pagati in Europa.
Dice di essere dalla parte degli studenti, ma taglia le borse di studio, dopo che il taglio ai finanziamenti ha già ridotto la qualità delle prestazioni delle università .
Il fondo che finanzia le borse di studio scenderà infatti da 96 milioni di euro nel 2010 a 70 nel 2011, tornando ai livelli del 1998.
Ciò non è compensato da altri interventi per il diritto allo studio: alloggi, spazi di studio e così via rimangono in Italia una risorsa risicata, anche se con ampie variazioni.
Peraltro, ciò è in contraddizione con la riduzione delle sedi universitarie.
Se, come è opportuno, si auspica una maggiore mobilità degli studenti, occorre anche prevedere i servizi e i sostegni necessari, altrimenti la frequenza all’università ridiventerà una chimera per chi non vive in una sede universitaria e non ha genitori abbienti.
Tra gli studenti che protestano ci sarà sicuramente chi vorrebbe un’università che promuova senza chiedere troppo in cambio e che più che alla qualità dell’istruzione che riceve sia interessato ad averla al più basso costo – finanziario e di investimento – possibile.
Ed è anche possibile, anzi probabile, che qualche docente utilizzi il malcontento di studenti e ricercatori per la riduzione delle risorse e delle prospettive future per nascondere le proprie responsabilità individuali e collettive.
Così come è inevitabile che i partiti di opposizione cavalchino la situazione.
Purtroppo lo spazio pubblico per un confronto anche duro, ma teso a ridefinire obiettivi, responsabilità , costruire percorsi condivisi di riforma sembra inevitabilmente eroso.
Siamo di fronte alla progressiva delegittimazione dell’università e della ricerca pubbliche in Italia, sulla pelle delle nuove generazioni, che di questo dovrebbero innanzitutto preoccuparsi, e del futuro della nostra società .
Il governo e il suo ministro non ne portano per intero la responsabilità .
Ma vi hanno molto contribuito, sia con lo stile prepotente delle argomentazioni che con la faciloneria con cui sono stati affrontati i diversi nodi, che infine per il sistematico disprezzo mostrato per chi lavora nell’università e per l’università come istituzione, proprio in un paese in cui ricerca e cultura hanno pochi sostenitori, soprattutto nel mondo delle imprese spesso portato ad esempio.
In Francia e Germania, per nominare solo due paesi, a fronte della crisi economica, scuola, università , ricerca sono stati considerati investimenti prioritari, non solo da salvaguardare, ma da rafforzare.
Chiara Saraceno
(da “la Repubblica“)
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