Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
CATANIA: UN BANDO FATTO SU MISURA DIVENTA UN CASO NAZIONALE… IL PRESUNTO DEFRAUDATO: “DOV’E’ LA MERITOCRAZIA?”
Laurea in Architettura a Venezia, lei. 
Laurea con il massimo dei voti in Storia Contemporanea a Firenze, lui.
Un master in pianificazione e progettazione urbana, lei.
Un dottorato in studi storici, lui.
Assegni di ricerca e incarichi di docenza in Storia dell’Architettura, lei.
Assegnista di ricerca per cinque anni in Storia, lui (e pubblicazioni con Carocci e Bruno Mondadori).
Tra le pubblicazioni di lei, invece, due saggi contenuti in due volumi curati dal presidente della commissione, Simone Neri Serneri («una semplice coincidenza», replica quest’ultimo, trincerandosi dietro a un no-comment perchè «c’è un processo in corso, ma comunque l’unica condizione ostativa erano le pubblicazioni a doppia firma e non questo è il caso»).
Vincitrice del concorso? Come sbagliarsi: lei.
Per un posto da ricercatore in Storia Contemporanea alla facoltà di Lingue di Ragusa (sede decentrata del polo di Catania) della durata di tre anni, prorogabili altri due. Secondo arrivato, lui.
Lei è Melania Nucifora, una vita da assegnista di ricerca, globetrotter per l’Italia (fino all’università catanese, appunto), un pedigree formativo evidentemente più congruo con gli studi di architettura, ma tant’è.
Lui è Giambattista Scirè, storico molto apprezzato nei circuiti accademici, che ora grida al concorso truccato, ricorrente al Tar di Catania che aveva parzialmente accolto la sua richiesta invitando la Commissione a chiarire nel merito i punteggi attribuiti ai titoli e alle pubblicazioni dei due candidati.
L’esito, però, non è cambiato: «La vincitrice è Melania Nucifora», hanno messo nero su bianco Luigi Masella (Università di Bari), Alessandra Staderini (Firenze) e appunto Simone Neri Serneri.
La vicenda ha destato così tanto scalpore che il deputato Paolo Corsini, ha presentato un’interrogazione al ministro della Pubblica Istruzione, Francesco Profumo, chiedendogli di attivare «procedure ispettive».
Per ora — in attesa — di un parere del Consiglio di Stato la sospensiva del Tar (di un anno) ha messo sostanzialmente in ghiacciaia il concorso, provocando la delusione del ricorrente e gettando un’ombra sulle procedure concorsuali lasciate alla discrezione delle commissioni esaminatrici e ai bandi delle università che possono — a loro insindacabile giudizio — “cucire” dei concorsi attribuendo a valutazioni e titoli una casistica infinita di punteggi.
Creando così inevitabili distorsioni tra procedure selettive analoghe e il disappunto di chi (da anni) attende che arrivi finalmente il proprio turno.
Scrive Corsini nella sua “arringa” depositata a Montecitorio che «la commissione si è discostata dai criteri frequentemente usati all’interno dello stesso settore disciplinare, soprattutto perchè avrebbe abbassato di quattro punti (invece di sette) il punteggio massimo attribuito al titolo di dottore di ricerca (quello conseguito da Scirè, Nucifora invece ne è sprovvista) e aumentando a venti punti (anzichè dieci) il punteggio massimo attribuito a ciascuna monografia (favorendo così la Nucifora).
Al contrario Scirè veniva penalizzato di circa 40 punti, riguardo al punteggio (eventuale) di 110 punti derivante dalle sue pubblicazioni (perchè autore di quattro volumi con case editrici di rilevanza nazionale)».
Perchè? «La commissione aveva stabilito in precedenza che il punteggio massimo da attribuire alle pubblicazioni era di 70 punti».
Un capolavoro di contabilità per favorire l’architetto Nucifora risultata al termine del concorso vincente con un punteggio di 89,3 punti contro gli 86,45 di Scirè?
Non è dato saperlo, per ora anche la magistratura amministrativa ne è stata ben lungi dal dimostrarlo, certo colpisce l’evidente distonia con la quale un posto da ricercatore in Storia Contemporanea venga assegnato ad un’architetto per le sue conoscenze in Storia dell’Architettura (ecco la giustificazione addotta dalla commissione) e per i suoi innumerevoli incarichi di docenza a Catania nelle facoltà di Ingegneria, Lettere e Filosofia.
Cosa c’entri la Resistenza e la svolta di Salerno da parte di Togliatti nel curriculum (ineccepibile, intendiamoci) della Nucifora, è il quesito da porre al sistema universitario italiano.
Per il momento deleghiamo tutto alla giustizia.
In attesa di un fischio da Viale Trastevere.
Fabio Savelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMA VITTORIA DEGLI STUDENTI: “E’ UNA LOTTERIA, SERVE UNA GRADUATORIA UNICA”
Con un’ordinanza depositata lo scorso 18 giugno, su ricorso dell’Unione degli universitari, il Consiglio di stato ha rinviato alla Consulta la decisione su uno degli argomenti più controversi degli ultimi anni in ambito universitario.
Il meccanismo attuale – che prevede il numero programmato a livello nazionale per Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e per le Professioni sanitarie (infermieri, ostetriche, fisioterapisti, per citane alcune), ma con graduatorie finali stilate da ogni singolo ateneo – sceglie veramente gli studenti migliori?
Li mette tutti nelle stesse condizioni di partenza?
O l’ammissione è anche in parte frutto del caso?
I giudici di Palazzo Spada nutrono più di qualche dubbio sul meccanismo messo in piedi nel 1999 che, a parità di test, per ogni singola facoltà seleziona gli studenti con punteggi diversi.
La contesa ha preso le mosse da un ricorso al Tar dell’Emilia Romagna presentato da un gruppo di studenti esclusi nel 2007/2008 dal corso di laurea in Medicina e chirurgia dell’università di Bologna perchè si collocarono oltre i posti messi a concorso.
In quella tornata di quiz successe di tutto: dopo una valanga di polemiche, due domande vennero estromesse dal computo finale – la numero 71 che non aveva risposte corrette e la numero 79 che ne aveva più di una – e le graduatorie vennero compilate su 78 quesiti validi invece degli 80 previsti. Non solo.
Il ministero fu costretto a ripetere il test di ammissione alla facoltà di Medicina dell’università della Magna Grecia di Catanzaro per irregolarità : un tecnico, poi condannato, aveva venduto in anticipo le soluzioni
Gli esclusi dalla facoltà di Medicina di Bologna si rivolsero dunque al Tar perchè ritennero di avere subito un danno dall’annullamento delle due domande in questione. I giudici respinsero i motivi avanzati, così questi ultimi si rivolsero in appello al Consiglio di Stato, che lo scorso 18 giugno ha nuovamente respinto le richieste avanzate, tranne una: quella che lamenta la disparità di trattamento che deriva dalla compilazione di graduatorie diverse per ogni ateneo, piuttosto che di una graduatoria unica nazionale.
«Mentre a Bologna sono stati necessari 47 punti per il collocamento utile in graduatoria, a Sassari ne sarebbero stati sufficienti 37 e a Napoli 40,75», si legge nell’ordinanza dei giudici.
«La prospettata questione (di eccezione di costituzionalità ) è non manifestamente infondata – continuano – , atteso che il sistema delle graduatorie di ateneo in luogo di una graduatoria unica nazionale appare lesiva» di tre articoli della Costituzione.
E concludono: «A fronte di una prova unica nazionale, con 80 quesiti, l’ammissione al corso di laurea non dipende in definitiva dal merito del candidato, ma da fattori casuali e affatto aleatori legati al numero di posti disponibili presso ciascun Ateneo e dal numero di concorrenti presso ciascun Ateneo, ossia fattori non ponderabili ex ante».
Siamo soddisfatti, dice il coordinatore nazionale dell’Udu, Michele Orezzi, «per un ulteriore passo avanti nella battaglia contro il numero chiuso. Siamo certi che il sistema dell’accesso programmato è illegittimo in quanto tale e per la illecita compressione del diritto allo studio. Siamo d’accordo con il Consiglio di Stato, oggi in Italia il sistema è dominato dal caso: siamo di fronte ad una sorta di lotteria».
Salvo Intravaia
(da”la Repubblica“)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
RIVOLTA DEI RETTORI: “INTERVENGA IL MINISTERO, NON SI PUO’ SOSTENERE IL MERCATO DI UN’AZIENDA PRIVATA CON SOLDI PUBBLICI”
La pubblicità non è chiara. Le parole mettono sulla strada sbagliata.
E soprattutto le borse di studio sono selettive: lo Stato paga soltanto se ci si iscrive all’università privata Lum e non agli altri atenei statali.
“Così non va bene, si prendono in giro gli studenti”. Nel calderone campanilistico della sesta provincia pugliese (“vogliamo un’università per la Bat!” gridano da mesi politici e comitati vari), è finita ora anche l’istruzione accademica.
L’operazione non ha lasciato però indifferente il resto della Regione: da giorni si è alzata la protesta delle istituzioni e dei sindacati che, chiamando in causa anche il ministero stanno cercando di bloccare o di riportare nei giusti binari l’operazione. “Perchè aprire un’università non può essere come aprire un negozio”, spiega l’assessore regionale all’Istruzione Alba Sasso.
I fatti: la Lum, la Libera università mediterranea che ha sede a Casamassima, ha deciso di aprire una succursale nella Bat.
Dopo mesi di lavori, è pronta all’inaugurazione anche la sede individuata tra Andria e Trani.
Palazzo ristrutturato, grande campagna di comunicazione, il magnifico rettore Lello Degennaro (che ben conosce la qualità dell’università creata dal padre, essendosi lui stesso laureato nell’ateneo di famiglia) che si presenta sorridente davanti ai microfoni delle televisioni locali per assicurare: “Saremo l’università della provincia Bat”.
Ecco, questo è il primo punto della vicenda. “Non c’è e non ci può essere nessuna università nella Bat perchè è vietato” spiega l’assessore Sasso.
Che si rifà al documento licenziato dal Comitato universitario regionale di coordinamento, un’assise composta dai rappresentanti di tutte le università pugliesi. “L’iniziativa – si legge – non riguarda, nè può riguardare, l’attivazione di corsi di laurea nè tantomeno di facoltà , e che l’attività da svolgere a Trani non potrà comportare erogazione di lezioni, ma solo azioni di tutorato, e che la stessa potrà essere espletata esclusivamente in favore degli studenti iscritti alla Lum e non di iscritti presso altri atenei”.
La Lum ha lanciato i corsi di Giurisprudenza ed Economia. Ma, come spiega il Comitato, i docenti non potranno nè fare lezioni nè tantomeno gli esami.
Solo tutoraggio, perchè la sede dell’università rimane a Casamassima.
Nel centro commerciale. “In sostanza – sintetizza la Sasso – la Lum può fare solo il Cepu nella Bat, niente di più”.
Le cose però non sembrano così chiare. Visto che la provincia Bat e i comuni del Patto territoriale nord barese ofantino hanno deciso di stanziare complessivamente 700mila euro da destinare a studenti che si iscriveranno alla Lum. E solo alla Lum. Cioè se uno studente (meritevole o bisognoso) di Trani vuole andare a Bari o a Foggia non prende un euro.
Se si iscrive alla Lum ha a disposizione borse da 2.500 euro ciascuno.
“Non ci sembra legittimo – dicono dal Comitato regionale – l’erogazione da parte di un ente pubblico di somme così rilevanti a favore solo degli studenti che operino la scelta di iscriversi a un determinato ateneo, escludendo, in tal modo, tutti gli altri studenti, in aperta violazione del principio di par condicio”.
“Una scelta di dubbia legittimità oltre che politicamente inopportuna” attacca il segretario regionale della Uil, Domenico Raimondo. “Non si possono utilizzare fondi pubblici per sostenere il mercato di una azienda privata”.
Sulla questione era intervenuto anche il segretario della Cgil Bat Luigi Antonucci secondo il quale “è paradossale che la Provincia, non più tardi di un anno fa, non potendo far fronte alle spese per l’arredo scolastico, sia andata a caccia di sponsor per comprare banchi e lavagne e oggi, al contrario, decida di spendere questi soldi per far frequentare un’università privata, di conseguenza finanziandola, a giovani che potrebbero tranquillamente studiare negli atenei e nei politecnici pubblici”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
I TAGLI DEL GOVERNO BERLUSCONI HANNO RIDOTTO IL FONDO PER IL DIRITTO ALLO STUDIO UNIVERSITARIO DA 246 A 12 MILIONI DI EURO
Decine di migliaia di studenti italiani hanno diritto ad una borsa di studio ma non la riceveranno mai. 
Il mega taglio al fondo per il Diritto allo studio universitario (il Dsu) operato dalla coppia Gelmini/Tremonti, prima di passare la mano al governo tecnico guidato da Mario Monti, ha lasciato al palo 145.000 studenti universitari che, stando alla normativa vigente, per reddito familiare e per merito, dovrebbero ricevere un sostegno.
A denunciarlo è l’Unione degli universitari .
“La situazione è ormai insostenibile, il governo deve intervenire con urgenza”, spiega Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu. Tra la crisi che colpisce le famiglie, la riduzione della spesa pubblica, le persone che non studiano nè lavorano – i cosiddetti Neet – e la disoccupazione giovanile galoppante, la situazione degli studenti si sta facendo davvero pesante.
“Nell’ultimo anno accademico, più di 145.000 studenti si sono visti riconoscere dallo Stato il diritto ad avere la borsa di studio – continua Orezzi – ma sempre dallo stesso si sono sentiti dire che questa borsa non la riceveranno mai: migliaia di studenti sono riconosciuti idonei alla borsa di studio in base al reddito e al merito accademico, ma vengono poi scaricati dal sistema e abbandonati a loro stessi”.
Il taglio inferto dal governo Berlusconi sei mesi fa è stato memorabile: da 246 milioni si è passati a poco meno di 26 milioni nell’anno corrente per raggiungere il minimo storico, appena 12 milioni, nel 2013.
A conti fatti, meno 95 per cento, e borse di studio nel 2013 soltanto per 18.000 studenti, “mentre paesi europei come Francia o Germania investono nel diritto allo studio miliardi di euro ogni anno”.
“Senza nessun intervento – aggiunge Orezzi – questi studenti non solo non avranno alcun tipo di prospettiva per i prossimi anni, ma avranno anche un futuro sempre più precario e buio”.
L’ultimo bollettino di ‘guerra’ divulgato dall’Istat fa intravedere per i giovani un futuro a tinte fosche: a marzo 2012, 36 ragazzi italiani su 100 in cerca di lavoro, con età compresa fra i 15 e i 24 anni, sono stati costretti a rimanere con le mani in mano.
In Europa, la disoccupazione conta ormai 11 milioni di giovani destinati ad un futuro di precarietà e incertezza.
Per coprire completamente le borse di studio occorrerebbero 130 milioni.
“Proprio in questo momento di grave crisi sociale anche solo la vendita delle frequenze televisive potrebbe garantire risorse sufficienti almeno ad un piano triennale di finanziamento delle borse di studio per tutti gli studenti aventi diritto”, dice il coordinatore dell’Udu.
Con mille o duemila euro annui, i fortunati che la borsa di studio riescono ad ottenerla riescono a coprire parte dell’affitto mensile, di pranzi e cene lontano da casa e dell’abbonamento mensile al bus o alla metro.
Per acquistare i libri e le dispense, per viaggiare per motivi di studio e per tutte le altre spese da sostenere durante l’intero percorso universitario devono intervenire invece i genitori sempre più alle prese con nuove tasse e disoccupazione. “Non si può pensare – conclude Orezzi – di far uscire l’Italia dalla crisi senza liberare nuove energie per rendere più dignitoso il nostro sistema d’istruzione, non si può pensare di risollevare il Paese senza creare nuovo lavoro, non si può vedere un futuro per l’Italia se non si investirà nei giovani”.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica”)
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA PRESENTATA ALL’AMBASCIATA ITALIANA DI TIRANA… SCOPPIATA L’INCHIESTA SU BELSITO, VENNE PRECIPITOSAMENTE RITIRATA
Renzo Bossi ha tentato di far riconoscere in Italia il diploma di laurea in Economia conseguito all’università Kristal di Tirana in Albania, ritirando poi la richiesta nell’aprile di quest’anno, dopo che erano emerse le inchieste della magistratura sulla Lega Nord.
La circostanza emerge da una lettera inviata dall’ambasciata italiana a Tirana alla procura di Milano.
Nell’informativa si specifica che a fine luglio 2011 un cittadino albanese ha presentato copia della laurea di primo livello di Renzo Bossi, richiedendo all’ambasciata italiana la relativa dichiarazione di valore, ovvero il riconoscimento del titolo in Italia.
Nella lettera si parla di stupore di fronte alla richiesta in quanto da Internet i funzionari avevano appreso che Renzo Bossi si era diplomato nel luglio 2009, quando la laurea era datata 29 settembre 2010.
Di fronte a questo l’ambasciata non ha avviato la pratica per il riconoscimento del titolo di studio.
Nell’ottobre 2011 l’avvocato Dragoj si è fatto carico della vicenda e si è presentato all’ambasciata portando una serie di documenti tra cui una delegata firmata da Renzo Bossi e un certificato di ammissione alla maturità del 18 maggio 2007 (quando il figlio dell’ex leader della Lega Nord tentò la prima volta di superare l’esame, cosa riuscita solo al quarto tentativo nel 2009).
Lo stesso avvocato si è rivolto nuovamente all’ambasciata nel marzo 2012, portando copia del passaporto di Renzo Bossi.
A questo punto le autorità italiane in Albania hanno avviato la procedura per il riconoscimento del titolo, rivolgendosi all’università Kristal per avere prova della veridicità del diploma.
Il 4 aprile 2012 l’avvocato Dragoj (il giorno dopo che sono emerse le inchieste sulla Lega Nord) ha presentato richiesta per ritirare la documentazione, dicendo che non erano più interessati al riconoscimento del titolo di studio.
Tuttavia, la pratica era già stata avviata e il professor Skender Kercucu della Kristal ha dichiarato che Renzo Bossi risulta aver conseguito il diploma.
L’ateneo, continua l’ambasciata, ha poi dichiarato alla stampa che Renzo Bossi era iscritto dalla Kristal dall’anno accademico 2007-2008 (prima del conseguimento del diploma in Italia).
L’altro titolo di studio conseguito presso la Kristal è quello di Piergaetano Moscagiuro, l’ex guardia del corpo di Rosi Mauro.
Per quanto riguarda la sua laurea non è mai stata avviata alcuna pratica, in quanto la facoltà di Scienze politiche non è accreditata presso il ministero dell’Istruzione albanese.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 5th, 2012 Riccardo Fucile
I GIOVANI: “BOSSI DA CLANDESTINO NON POTEVA LAUREARSI”… DAL DATA BASE DELLA POLIZIA DI FRONTIERA ARRIVA LA CONFERMA: “RENZO BOSSI MAI ENTRATO IN ALBANIA”
I guai, l’imbarazzo e la polemica. La Procura di Tirana vuole vederci chiaro sulla laurea triennale presa da Renzo Bossi (e Pier Moscagiuro) all’Università privata «Kristal».
Gli inquirenti, poi, cercano anche di capire se il figlio del Senatur – chiamato a Tirana «Trofta» (trota, in albanese) – abbia mai messo piede nel Paese e come.
Secondo fonti della Polizia di frontiera nel «Tims» (il sistema che in Albania memorizza arrivi e partenze da porti e aeroporti) non ci sarebbe nessun documento riconducibile a Renzo Bossi.
E anche dall’Ambasciata italiana, in via preliminare, fanno sapere che a loro non risulta una comunicazione sull’arrivo dell’ex consigliere regionale lombardo.
Soprattutto dal 2010, anno del suo incarico al Pirellone.
«Per prassi – spiega un funzionario in servizio nell’ufficio diplomatico italiano a Tirana – l’arrivo nel Paese degli esponenti politici, nazionali e locali, ci viene comunicato».
Il «Trota», stando al certificato di laurea, è diventato «dottore» il 29 settembre 2010.
L’università privata «Kristal» giovedì sera ha confermato la veridicità del documento (che in Albania si chiama «diploma») e ha aggiunto che Renzo Bossi «si è laureato in Gestione aziendale.
È stato regolarmente iscritto, sulla base delle leggi albanesi, nell’anno accademico 2007/2008».
Più di un anno prima dell’esame di maturità superato nel 2009 non si sa come e dove.
Ma c’è di più.
«Come ha fatto il figlio del Senatur con gli esami in lingua albanese?», si chiedono ancora i magistrati.
Dall’università hanno deciso di non comunicare più con i giornalisti.
Ma una docente dell’ateneo ha detto che «le lezioni al “Kristal” sono quasi tutte in lingua locale e senza traduttori».
Poi c’è il giallo di uno dei professori che ha firmato il certificato di laurea.
Marenglen Spiro prima ha detto di non aver mai firmato quel documento, poi ha confermato che la sigla è la sua, aggiungendo che «Renzo Bossi ha studiato qui per ben quattro anni».
Il professor Spiro ai tempi era rettore del «Kristal». Ora fa lo stesso lavoro, ma in un altro ateneo privato di Tirana.
L’inchiesta italiana sull’ex tesoriere della Lega finisce per scatenare polemiche e accuse anche nell’altra parte dell’Adriatico.
Il leader socialista albanese Edi Rama – da Firenze, dove ha incontrato i connazionali che studiano in Italia – si è scagliato contro le «fabbriche dei diplomi a pagamento».
Mentre sul web molti lettori ironizzano sulla vicenda. «Ma il figlio di Umberto Bossi ha studiato da clandestino in Albania?», si sono domandati ieri decine di giovani albanesi di fronte al ministero dell’Educazione (che ha deciso di fare luce sull’ateneo privato).
Capeggiati da un partito appena nato, l’«Alleanza Rossonera», hanno chiesto le dimissioni del ministro Myqerem Tafaj.
«A noi in Italia ci fanno sputare sangue per avere il permesso di soggiorno per motivi di studio», hanno raccontato alcuni. «Renzo Bossi ce l’aveva quel pezzo di carta?».
A far luce sul caso ci penserà una task force della sezione «Crimini economici», hanno precisato dalla Procura di Tirana.
Nel gruppo «ci saranno alcuni esperti del ministero dell’Educazione».
Le indagini «si concentreranno soprattutto sul registro delle presenze dei corsi universitari per capire se Renzo Bossi sia davvero stato iscritto all’ateneo e se abbia mai frequentato una lezione».
Immersa tra grandi centri commerciali e altri atenei privati, la sede dell’università «Kristal» – fondata nel 2005, alla periferia della capitale albanese – vive negli ultimi giorni momenti di notorietà indesiderata.
È appoggiata da una tv privata, «Planet Television», che non manca di ricordare le eccellenze dell’ateneo.
E di far vedere la facciata della sede di Tirana (ce ne sono altre sparse in Albania) con il suo ingresso che vorrebbe ricordare un college americano.
Intanto ai microfoni di Radio24 Matteo Salvini, europarlamentare del Carroccio, non ha nascosto il suo fastidio per la vicenda: «Mi incazzo con Renzo Bossi, con quelli che fanno furbate. Rispetto e capisco chi non ci voterà più dopo questi fatti. Preferisco perdere questo giro piuttosto che avere l’indifferenza degli elettori».
E il «Trota»? «Ha chiuso con la politica – ha risposto l’europarlamentare -. Se si dovesse candidare di nuovo glielo diranno gli elettori».
Leonard Berberi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
FINORA IL 10% DEI FONDI DESTINATI ALLA RICERCA ERA GESTITO IN MODO VIRTUOSO E VALUTATI SEPARATAMENTE DA UN COMITATO MISTO E NON DALLE COMMISSIONI MINISTERIALI
Il dieci per cento dei fondi nazionali destinati alla ricerca fino a ieri finivano nelle tasche dei
giovani ricercatori con un metodo diffusissimo nei paesi anglosassoni: la peer review.
La regola, introdotta nel 2007 dal governo Prodi, grazie all’impegno congiunto del premio nobel Rita Levi Montalcini e il senatore Ignazio Marino, stabiliva che i progetti dei giovani scienziati sotto i 40 anni venissero valutati separatamente “tra pari”, non dalle commissioni ministeriali ma da un comitato formato per metà da ricercatori italiani e metà stranieri sempre sotto i 40 anni.
Una novità assoluta per il panorama italiano, che ha permesso di assegnare oltre cento finanziamenti da mezzo milione di euro.
Ma in futuro non ci sarà più.
Perchè nel decreto Semplificazioni c’è una norma che prevede l’abolizione del sistema.
Secondo il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il meccanismo andava ripensato per le difficoltà di formare le commissioni, soprattutto con membri stranieri. “Nessuna difficoltà — spiega Anna Ipata, ricercatrice alla Columbia University di New York e revisore lo scorso anno per i fondi del ministero della Salute — secondo me, e tutte le persone arrivate dall’estero come me con cui ho avuto occasione di parlare, era davvero l’occasione per migliorare l’assegnazione dei fondi, basandosi finalmente sui criteri come quelli usati anche qui negli Stati Uniti. Abbiamo lavorato giorno e notte. Tra l’altro, per risparmiare soldi, era stato deciso che da quest’anno la revisione sarebbe avvenuta direttamente in video conferenza dai paesi dove lavoriamo. Davvero non capisco come sia possibile che si faccia di nuovo un passo indietro”.
Non lo sapeva nemmeno il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, come la norma per la cancellazione fosse finita lì, ma si era impegnato ad approfondire l’argomento.
Eppure è stato lo stesso Pd a bocciare la proposta di revisione, condivisa anche dal Pdl, in Commissione Affari costituzionali al Senato.
Marino e Montalcini avevano presentato infatti un emendamento che abrogava l’articolo del decreto, facendo così rivivere la loro norma.
Ma in Commissione è intervenuto il ministro dell’Istruzione e dell’Università , Francesco Profumo, che ha espresso la contrarietà del governo.
L’emendamento è così stato bocciato per 9 voti a 7. Paradossalmente contro l’emendamento di Marino ha votato il Pd (tranne Marilena Adamo e lo stesso Marino), a favore la Lega, il Pdl e Idv.
Profumo, trincerandosi dietro la difficoltà di reclutare i reviewers all’estero — lasciando quindi intuire da dove venisse una proposta di abolizione — ha preannunciato un disegno di legge del governo, “di pochi articoli”, che riproporrà una norma simile ma più applicabile. In realtà i revisori venivano reclutati grazie ad associazioni di scienziati italiani all’estero come l’Issnaf, le valutazioni fatte prima online, poi scelti 15 reviewers per ogni disciplina che in una “study session” stilavano una classifica dei circa 1500 progetti rimasti in corsa.
Ora, ha spiegato Marino, “i fondi torneranno ad essere gestiti dai ‘ baroni’ e dai burocrati del ministero”.
Per i parlamentari del Pdl Giuseppe Ferruccio Saro, Nitto Palma, Carlo Sarro e il senatore Maurizio Saia di Coesione nazionale “sono state tradite le aspettative dei giovani ricercatori. La condivisione dell’emendamento Marino sul ripristino di una quota di finanziamenti riservata ai progetti di giovani ricercatori era una decisione coerente anche con la salvaguardia dei principi della riforma universitaria voluta dal ministro Moratti, improntata ai principi di trasparenza e di effettiva valorizzazione del merito”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile
HA 32 ANNI E RACCONTA LA SUA STORIA DI DONNA “MOLTO QUALIFICATA” MA PRIVA NON SOLO DI UN IMPIEGO, MA ANCHE DI UNA PROSPETTIVA DI VITA
Sono una laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche, ho 32 anni, mi sono laureata a Pavia, parlo tre lingue…e sono esausta.
Ho lavorato in ospedale, due anni, a gratis, per la tesi di laurea. Due anni della mia vita!
Più uno in farmacia, sempre gratis (per il tirocinio).
Ho lavorato in un’azienda farmaceutica. Prima in stage, 400 euro al mese, poi assunta come operaia addetta al campionamento categoria E4, nemmeno 1000 euro di stipendio per lavorare a turni.
Lavoro effettivo: convalide metodi di produzione e dei processi di analisi.
Ho visto ogni forma di porcheria.
Contavano anche il numero di volte che la gente andava in bagno.
Seconda azienda, contratto a tempo determinato, 1100 euro al mese, assicurazione qualità . Lavoro effettivo: controllare l’incontrollabile e mettere firme su fogli, firme che sarebbero servite a scaricare la responsabilità su di me se e quando fosse successo qualcosa.
Ricatti continui: “Tu non sei nella posizione di dire di no”.
Mio padre è morto e io mi sono ammalata di psoriasi.
Difficile continuare a lavorare in una azienda chimica.
Insegno chimica nelle scuole superiori ora, precaria da 5 anni, in attesa dell’abilitazione.
Ho insegnato anche in centri che ti preparano agli esami universitari: 10 euro lorde all’ora .
Le donne delle pulizie (con tutto il rispetto) prendono più soldi.
Mi sono informata e ho scoperto che biologi, chimici puri, chimici industriali, biotecnologi, tutti possono insegnare matematica alle medie, io no.
Ho scoperto che i biologi insegnano biologia ma anche chimica nei licei, io non posso insegnare biologia.
Ho scoperto che ora i biologi insegneranno le chimiche tecniche nei licei delle scienze applicate ma io, laureata in chimica, non lo potrò più fare.
Ho una laurea considerata importante che viene presa per i fondelli dalle graduatorie di insegnamento che stanno riformando per farle diventare ancora più assurde.
Mi sento derisa e presa in giro. Io sono esausta, ho 32 anni e sono incastrata a casa di mia madre senza potermene andare perchè non posso affittare casa senza sapere dove lavorerò e se lavorerò il mese prossimo, senza sapere se la potrò pagare.
Non posso avere una vita mia, una famiglia mia, non posso sposarmi nè tanto meno posso avere dei bambini, perchè non si può essere cosi folli da mettere al mondo un bambino senza un lavoro stabile.
Non posso nemmeno comprare un frigorifero a rate; non me lo fanno il finanziamento, non ho un contratto a tempo indeterminato, figuriamoci un mutuo o un prestito.
Ho una forma di psoriasi che non mi permette di svolgere un normale lavoro da chimica a causa dei prodotti con cui verrei a contatto.
Una laurea buttata, una laurea sudata di cui non me faccio niente e pare che ora non potrò più nemmeno insegnare visto che il miraggio di un posto si allontana per i tagli e per le assurde riforme senza senso delle classi di concorso.
Ora che mi ero anche iscritta ad un corso in Canada (10 settimane) per ottenere il livello C1 di inglese e poter sperare nell’immissione in ruolo, corso in cui ho impegnato i miei pochissimi risparmi, invece di mettere via i soldi per me.
Io sono esausta e ho finito le idee.
Lo chiedo a voi: cosa devo fare per poter vivere?
A me va bene anche mettere l’Infasil sugli scaffali alla Bennet, ma sono troppo qualificata, non mi assumono.
Ho già provato a vivere all’estero ma sono tornata in Italia perchè mi mancava il mio paese, volevo vivere qui dove sono nata, ma il mio paese mi ha tradito e mi ha tolto la possibilità di avere una vita normale.
Come me ce ne sono tante di persone, vi prego, ridatemi la speranza di poter avere una vita. Io non sono libera, non posso scegliere di fare dei sacrifici per costruire un futuro perchè per me sarebbero già un lusso.
Non ho più la speranza che le cose migliorino, vivo nella consapevolezza che peggioreranno e mi inquieta vedere che le persone che stanno decidendo della mia vita, nonostante abbiano sulle spalle il peso della devastazione di almeno una generazione, continuano imperterrite a fare tutto quello che ci ha portato qui, dimenticandosi il principio dei vasi comunicanti: se io affogo, l’acqua prima o poi arriva anche da te.
Un gruppo su Facebook dice: “L’unica soluzione è iniziare a sparare”. Io sono troppo stanca anche per questo e se mai sparerò un colpo sarà autoinflitto.
Ma qualcuno potrebbe leggere in quella frase l’unica reale soluzione e forse non ha nemmeno tutti i torti.
Con immensa tristezza,
un’italiana.
Marcella
La lettera è firmata con nome e cognome ma abbiamo scelto di non pubblicarlo per intero per la delicatezza dell’argomento trattato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
STUDIO ALMALAUREA: AUMENTA IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DEI NEOLAUREATI, DIMINUISCE IL SALARIO DI INGRESSO….MA NEGLI ALTRI PAESI AUMENTA L’OCCUPAZIONE DI FASCIA MEDIO-ALTA, IN ITALIA NO
Per tutti quelli che da tempo si accalorano nel dire quanto inutile sia la nostra università , gli
ultimi dati dell’indagine Almalaurea potrebbero sembrare una conferma delle loro opinioni.
Aumenta infatti il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea, sia per coloro che escono dalla triennale (dal 16% al 19%) che per quelli che hanno intrapreso la specialistica (dal 18% al 20%).
Mentre tra i laureati che invece lavorano aumenta il tasso di «precarietà » e diminuisce, in termini reali, il salario di ingresso.
E’ prevedible quindi che adesso riemergano interpretazioni che leggono in questi dati i sintomi dell’inutilità del titolo di studio, della cattiva qualità delle nostre università o delle cattive abitudini dei nostri giovani, che cercano la laurea quando non è necessaria, o che si rifiutano di spostarsi o di fare lavori più umili e via dicendo.
Questa lettura non solo è parziale e incompleta (perchè comunque l’occupabilità e gli stipendi dei laureati restano complessivamente migliori che per gli altri) ma anche profondamente ipocrita, soprattutto quando a farla non sono accademici in vena autocritica, ma rappresentanti del mondo delle imprese, della politica e del lavoro. Infatti, nonostante le indubbie debolezze del nostro sistema universitario, non possiamo ignorare che l’Italia ha un sistema economico-produttivo che non ha mai compiuto fino in fondo quel processo di trasformazione e riqualificazione produttiva avvenuto in altri Paesi, ed è in larga parte incapace di valorizzare e assorbire competenze, talenti e nuove tecnologie.
Questa incapacità la si coglie, per esempio, dalle previsioni di assunzione delle imprese raccolte ogni anno da Unioncamere, che mostrano un’incidenza della domanda di laureati del 12.5% su tutta la domanda di lavoro (contro il 31% degli Stati Uniti, per esempio).
Ma la si coglie soprattutto osservando, più in generale, la composizione dell’occupazione in Italia e il suo andamento nel tempo.
Gli ultimi decenni hanno visto, in tutti i Paesi industrializzati, un enorme cambiamento nella struttura occupazionale, con un progressivo svuotamento delle fasce operaie ed impiegatizie e un aumento di tutte le occupazioni più qualificate: tecnici specializzati, manager, imprenditori, professionisti (accompagnato anche da un parallelo aumento delle occupazioni senza alcuna qualifica).
Un fenomeno legato all’avvento delle nuove tecnologie, alla crisi della vecchia industria e all’emergere di nuovi settori economici più smaterializzati: informatica, nanotecnologie, telecomunicazioni e via dicendo, fino all’intrattenimento e ai videogames.
L’aumento di queste occupazioni di fascia alta è stato consistente in tutti i Paesi industrializzati, ed il loro peso sulla forza lavoro è arrivato, in casi come Inghilterra e Olanda, a superare il 30% della forza lavoro, assorbendo e attraendo grandi dosi di «capitale umano», ovvero laureati, specialisti e dottorandi.
Tutto questo in Italia non è avvenuto: la crescita delle occupazioni di fascia alta è stata abbastanza contenuta negli Anni Novanta, e negli ultimi anni ha avuto un trend negativo che, come mostrano i dati Eurostat, l’ha riportata sotto il 18% dal 19% di qualche anno fa.
Un calo moderato, ma che colpisce di fronte agli andamenti positivi di tutti i più grandi Paesi europei.
E sulla mancata riqualificazione del sistema economico italiano i nostri politici, imprenditori, e sindacalisti non possono incolpare studenti e professori, ma devono assumersi le proprie, enormi responsabilità .
Perchè sanno benissimo come in Italia per troppo tempo questo processo sia stato temuto e osteggiato dalla maggior parte delle forze sociali e politiche in campo.
Ed è noto come ogni investimento in nuove tecnologie e ricerca sia stato visto spesso come accessorio, e come ogni industria che non fosse sufficientemente «pesante», che non fosse «manifattura» sia stata considerata minore, o come ogni discussione sul ruolo dei servizi avanzati, delle industrie creative e culturali sia stato spesso derubricato come «fuffa».
Una fuffa che negli altri Paesi non solo genera milioni di posti di lavoro qualificati, dando opportunità di crescita a tanti giovani laureati, ma che aiuta le stesse industrie tradizionali ad essere più efficienti, internazionalizzate e creative nel modo di riorganizzarsi e competere nei mercati internazionali. Recuperare il tempo perduto non sarà semplice.
E non si dica che il salto si potrà fare aggiungendo nuovi e costosi incentivi: non serviranno.
La situazione si cambia facendo dell’Italia un Paese dinamico e competitivo, con un mercato del lavoro che supporta efficacemente le riorganizzazioni aziendali e le riqualificazioni dei lavoratori, che si apre agli investimenti stranieri, che cambia i criteri con cui da decenni si appaltano servizi nella pubblica amministrazione e con cui si distribuiscono sussidi, incentivi e protezioni varie alle imprese, e che introduca una concorrenza chiara e trasparente che dia la possibilità alle imprese davvero più brave di competere e crescere.
Perchè la meritocrazia e la competenza di cui tanti amano parlare non si instaurano nè per decreto nè per incentivo, ma creando un sistema in cui diventino necessità .
Irene Tinagli
(da “La Stampa”)
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