Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
TRA IL 9 E IL 10 FEBBRAIO TAJANI VIENE A SAPERE (NON DAL DIRETTO INTERESSATO) CHE IL SUO VICE, DA LÌ A POCHISSIMO AVRÀ UN INCONTRO CON L’AMBASCIATORE RUSSO A ROMA E AVVISA GIORGIA MELONI, CHE NON SAPEVA NULLA DELLA VICENDA (“NON È STATO L’UNICO APPUNTAMENTO”, AMMETTERÀ L’ESPONENTE DI FRATELLI D’ITALIA. ANCHE DEGLI ALTRI APPUNTAMENTI LA MELONI NON SAPEVA NULLA?) – LA PREMIER VIENE DESCRITTA “AMAREGGIATA” AL PARI DI GIOVANBATTISTA FAZZOLARI, SOTTOSEGRETARIO DA SEMPRE SCHIERATISSIMO PER KIEV – IL DEM SENSI CHIEDE LE DIMISSIONI DI CIRIELLI, RENZI INCALZA TAJANI E CALENDA GRAFFIA: “LA RUSSIA HA ATTACCATO PIU’ VOLTE IL CAPO DELLO STATO”
Troncare e sopire. Alle 8 di mattina il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (Fratelli
d’Italia) conferma la notizia svelata dal Corriere: lo scorso febbraio ha visto l’ambasciatore russo a Roma Alexey Paramonov. L’incontro, ormai alla luce del sole, rimbalza tra Palazzo Chigi e la Farnesina e suscita le reazioni delle opposizioni. Al ministro Antonio Tajani il compito di «circoscrivere il caso», mentre nessuno di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni e di Cirielli,
interviene. Al contrario del capo leghista Matteo Salvini: «Avrà avuto i suoi motivi: non siamo in guerra con Mosca».
Cirielli per l’intera giornata cerca di spiegare: «Non è un’anomalia: se un ambasciatore accreditato chiede di parlare, ci parliamo. E in genere per prassi con l’ambasciatore parla il viceministro», dichiara.
Aggiungendo che alla Farnesina erano «presenti un funzionario della direzione generale e il mio capo della segreteria: hanno preso nota di tutto». E che non è stata neanche l’unica occasione: «È capitato almeno un’altra volta un anno fa sempre su loro richiesta».
Cirielli assicura che con Paramanov «è stato molto rigido» e che con Meloni non ci sono problemi: «Quattro o cinque giorni dopo l’incontro sono stato con la premier in Etiopia, non ne abbiamo proprio parlato. Ho agito per conto del governo».
Da Bruxelles interviene Antonio Tajani: «L’incontro è servito a ribadire la nostra posizione, la stessa che ho ribadito 5 minuti fa a Rutte», il segretario generale della Nato. «Non è che cambia il nostro atteggiamento nei confronti della Russia perché è venuto alla Farnesina l’ambasciatore», dice ancora Tajani.
Matteo Renzi è tagliente: «Svegliate il soldato Tajani, non dico di sapere che cosa succede, cosa fanno gli israeliani quando bombardano in Iran, a lui non lo dicono, ma almeno di sapere che cosa sta facendo il viceministro potrebbe essere un’idea».
Carlo Calenda, leader di Azione: «Ricordo a Tajani che la Russia ha attaccato più volte il presidente della Repubblica e conduce continui attacchi ibridi contro l’Italia, come più volte ricordato anche dal ministro Crosetto. Cercate di difendere la dignità delle istituzioni e ammettere il grave errore: Cirielli deve lasciare». Sulla vicenda è dura anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Lo abbiamo scoperto oggi: Meloni chiarisca. Se il governo sta riaprendo le relazioni con la Russia, si allontana dalla posizione unitaria europea. Occorre capire di cosa abbiano discusso».
«Non servono spiegazioni evasive», incalza Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo. Lo stesso chiede il capogruppo in Senato Francesco Boccia e un gruppo di parlamentari, a partire da Lia Quartapelle. Il senatore del Pd Filippo Sensi vuole le dimissioni di Cirielli ed evoca un contesto di tradimento: «Il punto ormai non è più solo la Lega. Ma lo smottamento da Cirielli alla Biennale: si mette in dubbio la linea fin qui tenuta dal governo sulla Russia. Proprio mentre la
resistenza ucraina guadagna terreno sull’esercito russo». Non pervenuti i leader di M5S e Avs.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
A PARIGI E A MARSIGLIA I CANDIDATI SOCIALISTI IN TESTA HANNO SCELTO DI AFFRONTARE DA SOLI IL SECONDO TURNO DELLE MUNICIPALI, DOMENICA PROSSIMA… MA NEL RESTO DELLA FRANCIA, LA SINISTRA MODERATA SI STA ACCORDANDO CON L’ESTREMA SINISTRA
Nella capitale e a Marsiglia i candidati socialisti in testa hanno scelto di affrontare da soli il secondo turno delle municipali, domenica prossima. Ma nel resto della Francia, la sinistra moderata si sta accordando con l’estrema sinistra della France Insoumise, dopo polemiche, critiche e scontri nella gauche che non sono mai finiti dalle Europee e dalle successive Politiche anticipate del 2024, e che nelle ultime settimane sono cresciute di intensità con gli eccessi del leader radicale Jean-Luc Mélenchon.
Le grandi manovre a sinistra, ma anche nella destra e nel centro, attirano grande attenzione perché sembrano una prova generale di quel che accadrà in occasione del voto più importante, quello per l’Eliseo della primavera 2027.
La posta in gioco, per adesso, sono i sindaci delle grandi e medie città, mentre nella stragrande maggioranza dei municipi francesi tutto è già deciso: 33 mila 326 comuni, ovvero il 96 per cento del totale, hanno eletto il loro sindaco già nel primo turno della domenica appena passata; restano da eleggere solo 1.526 sindaci, ovvero il 4% del totale.
A Parigi il candidato socialista Emmanuel Grégoire ha rifiutato l’offerta di Sophia Chikirou della France insoumise, che evocava un’alleanza per frenare la destra, e spera di conservare comunque un municipio che da 25 anni è governato da socialisti (Delanoë poi Hidalgo). Ma i giochi restano aperti perché a destra Rachida Dati, ex ministra della Cultura arrivata seconda, ha trovato un accordo con il macronista Pierre-Yves Bournazel, nonostante gli attacchi delle scorse settimane.
Anche a Marsiglia il socialista sindaco uscente Benoît Payan arrivato primo ha rifiutato l’offerta del discusso melenchonista Sébastien Delogu, e cercherà di vincere da solo il testa a testa con il lepenista di origini piemontesi Franck Allisio,
che a sua volta non è riuscito a convincere la gollista Martine Vassal a passare dalla sua parte.
Ma a Tolosa, Nantes, Limoges, Avignone, Brest, Clermont-Ferrand, l’avanzata degli Insoumis ha spinto i socialisti a cercare un’intesa con il partito di Mélenchon. «Capisco perfettamente le scelte di questi candidati», ha detto ieri sera il segretario Olivier Faure, rifiutando di mettere sullo stesso piano le figure locali della France Insoumise con il leader Jean-Luc Mélenchon, e dopo avere escluso un’«intesa nazionale» con il rivale.
Il Rassemblement national conferma il suo nuovo radicamento locale con il sindaco di Perpignan, Louis Aliot, confermato con il 51% dei voti già al primo turno, e Steeve Briois largamente rieletto nella roccaforte lepenista Hénin-Beaumont, così come David Rachline a Fréjus
(da Corriere della Sera)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
L’AZIENDA AVREBBE SFRUTTATO MANODOPERA CINESE “IN STATO DI BISOGNO” NELLA PRODUZIONE DEI CAPI DEL BRAND
Andrea Dini, il cognato del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è indagato con
altre 5 persone per caporalato dalla Procura di Milano in un filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy. I pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci hanno disposto il controllo giudiziario d’urgenza della Dama spa, la società di produzione di maglieria e vestiario guidata dal fratello 61enne della moglie del governatore, e di Aspesi, noto marchio della moda.
L’accusa nei confronti dell’azienda da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, è di “sfruttamento” della manodopera cinese in “stato di bisogno” impiegata 7 giorni 7 dalle 8:00 del mattino alle 22:00 della sera nella produzione dei capi del brand Paul&Shark, il marchio internazionale la cui attività produttiva si svolge principalmente nella sede di via Piemonte a Varese. Le collezioni sono distribuite in tutto il mondo nelle “località più esclusive” dello shopping e attraverso il sito dell’azienda. La misura, che dovrà essere vagliata da un gip entro 10 giorni, è stata eseguita in mattinata, martedì 17 marzo, dalla guardia di finanza.
Caso camici in Regione Lombardia
Non è la prima volta che la Dama spa finisce nel mirino della procura di Milano. Già in passato, infatti, ad aprile 2020, in piena emergenza Covid-19, la società era stata coinvolta nel cosiddetto “caso camici” nel quale il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, era accusato di frode in pubbliche forniture assieme ad
altre 4 persone. In particolare, le indagini della procura si erano concentrate sull’affidamento della fornitura da 513mila euro di camici sanitari e altri dispositivi di protezione individuale alla società Dama spa, detenuta appunto al 90 per cento dal cognato del presidente della Regione, Andrea Dini.
Sin dall’inizio la difesa di Fontana aveva specificato come tali fatti “non corrispondono al vissuto del Presidente”. Al contrario, l’accusa aveva sempre ribadito che la presunta frode sarebbe stata realizzata “allo scopo di tutelare l’immagine politica del presidente della Regione una volta che era emerso il conflitto d’interessi derivante dai rapporti di parentela”. Poi, in occasione dell’udienza preliminare era arrivato il “non luogo a procedere” per il governatore, per il cognato Andrea Dini, titolare di Dama spa, per Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, ex dg e dirigente di Aria (la centrale acquisti di Regione Lombardia) e per il vicesegretario generale di Regione Lombardia, Pier Attilio Superti. Infine, a luglio 2023 era arrivato il proscioglimento anche in Appello.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
“GLI AGENTI DI INFLUENZA STRANIERA DEVONO ESSERE SMASCHERATI”
L’organizzazione Reporters Without Borders (RSF) ha assunto una posizione chiara e decisa contro gli organi di propaganda del Cremlino e dei loro collaboratori. Attraverso un post X, l’Ong sostiene apertamente le sanzioni UE contro il francese Adrien Bocquet, autore di bufale sulla strage di Bucha per coprire i crimini di guerra di Mosca. L’Organizzazione, che ogni anno stila la classifica mondiale della libertà di stampa, figure come Bocquet «fingono di essere giornalisti» al solo scopo di diffondere disinformazione e giustificare l’invasione russa in Ucraina, celebrando la politica estera russa.
L’affondo social colpisce direttamente l’agenzia russa International Reporters, dove opera l’italiano Andrea Lucidi in qualità di caporedattore, realtà con cui Bocquet ha collaborato in passato.
L’attacco di RSF: «Fingono di essere giornalisti»
In un post X, pubblicato il 16 marzo 2026, RSF ha rivendicato il ruolo della propria investigazione nell’esporre la rete di Adrien Bocquet. «Gli agenti di influenza straniera e disinformazione che, come Bocquet, fingono di essere giornalisti, devono essere smascherati e disciplinati» («disciplined*»), ha dichiarato l’Ong. Di fatto, RSF non si limita più a difendere la categoria, ma punta il dito su chi ne usa il nome minacciando la vera informazione.
Da finto volontario a reclutatore di Putin: l’affondo di Parigi su Adrien Bocquet
Il Ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha confermato l’inserimento di Bocquet nel 20° pacchetto di sanzioni UE. Secondo Barrot, Bocquet non sarebbe solo un diffusore di fake news, ma avrebbe agito come «reclutatore di combattenti stranieri» per conto di Vladimir Putin. Le misure sono state adottate per il suo ruolo attivo nel fabbricare narrazioni false sui massacri di civili a Bucha, spacciandosi per un volontario umanitario.
Nota: In merito al titolo e alle citazioni riportate, si precisa che nel post originale pubblicato su X il 16 marzo 2026, l’organizzazione Reporters Without Borders (RSF) ha utilizzato il termine inglese “disciplined”. L’espressione originale completa è: «Agents of foreign influence and disinformation who, like Bocquet, pretend to be journalists, must be outed and disciplined».
La scelta di rendere nel titolo il termine con “sanzionati” è motivata dalla necessaria contestualizzazione giornalistica: la presa di posizione di RSF è giunta in risposta immediata all’inserimento di Adrien Bocquet nel 20° pacchetto di sanzioni ufficiali dell’Unione Europea, che prevede misure restrittive economiche e di movimento.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
SILENZIO DI PALAZZO CHIGI SUGLI ATTACCHI DELL’OPPOSIZIONE E SULLE RICHIESTE DI DIMISSIONI… NESSUNO AVEVA AUTORIZZATO CIRIELLI
La regola aurea è quella del silenzio. Nessuna dichiarazione, tantomeno di difesa. Neanche in
caso di richiesta di dimissioni. E anche durante il suo intervento a Quarta Repubblica si parla di guerra e referendum, ma non del caso del giorno. Ovvero dell’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota FdI, e l’ambasciatore russo a Roma Alexey Paramonov. La premier Giorgia Meloni è «amareggiata e furiosa». Lei dell’abboccamento ha saputo tra il 9 e il 10 febbraio, su input del vicepremier Antonio Tajani. Che poi ha mandato anche un dirigente apicale della Farnesina all’appuntamento. Anche il Quirinale era all’oscuro.
Meloni furiosa con Cirielli
La premier ha già avuto un «confronto» con Cirielli. Notando che l’iniziativa non era concordata ed è stata scoperta in ritardo. E cercando di lasciare tutto coperto. Senza però rinunciare, ricostruiscono fonti di governo con il Corriere della Sera alla «sovranità del nostro Paese, alle relazioni diplomatiche, sebbene la nostra linea non cambi». Poi però la notizia finisce sui giornali. E allora le cose cambiano. Paramonov era stato convocato alla Farnesina il 30 luglio per le frasi di Guido Crosetto inserite sul sito del ministero degli Esteri di Mosca e considerate «russofobe». Poi alla fine di gennaio proprio Paramonov aveva auspicato un riallacciamento dei rapporti con Roma. Mentre il 3 marzo aveva risposto proprio alla premier sulla crisi del diritto internazionale «figlia dell’aggressione russa all’Ucraina», sostenendo che in realtà la colpa fosse «delle bugie occidentali».
Il faccia a faccia
L’incontro è avvenuto a febbraio. «Non è stato l’unico appuntamento», ha anche fatto sapere l’esponente di Fratelli d’Italia. Che ieri ha tentato più volte di contattare Meloni mentre si difendeva dagli attacchi dell’opposizione. Ma Palazzo Chigi è rimasto in silenzio. Un silenzio furioso, spiegano le fonti. Mentre dentro FdI la linea è stata subito chiarissima: silenzio, nessuna dichiarazione anche davanti alle
richieste di dimissioni. Sarà il ministro degli Esteri a parlare del caso. Anche perché la premier è «amareggiata» per una storia che non doveva tornare a galla. E anche il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari è molto arrabbiato.
L’Ucraina
Intanto anche l’ambasciata ucraina si dice sorpresa: «Nessuno ci aveva avvisato di questo incontro». E, quanto alle spiegazioni di Tajani e Cirielli, gli incaricati d’affari di Kiev dicono di «non essere convinti» fino in fondo. E il Pd ha subito depositato un’interpellanza. «Il governo deve fare chiarezza su cosa hanno discusso l’ambasciatore russo e Cirielli», dice Schlein. Iv annuncia una interrogazione: «Svegliate il soldato Tajani», punge Matteo Renzi. E Carlo Calenda – anche lui firmatario con Azione di una richiesta di chiarimenti – lo esorta a «difendere la dignità delle istituzioni e ammettere il grave errore». «Meloni chiarisca se Cirielli fa diplomazia parallela», attacca infine Riccardo Magi (+Europa).
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA DEL PRESIDENTE DEL SENATO, VISTA COME L’ENNESIMA OCCASIONE PER COLPIRE I MAGISTRATI, HA SCATENATO UN PUTIFERIO NELL’OPPOSIZIONE CHE HA PARLATO DI “BECERA PROPAGANDA”, E LUI È STATO COSTRETTO A POSTICIPARE L’INVITO
Ignazio La Russa ci ripensa e l’invito riservato alla famiglia nel bosco – «Vi aspetto a Palazzo Madama» – slitta a dopo il voto del referendum sulla giustizia. Questione di opportunità per evitare che l’iniziativa del presidente del Senato potesse essere interpretata come “strumentale” dalle opposizioni a pochi giorni dalla chiamata alle
urne dei cittadini. E infatti c’era chi aveva già lanciato i primi affondi dopo la mossa della seconda carica dello Stato.
Come la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità e lotta alle mafie del Pd, parla di invito «grave e profondamente inopportuno». Alessandra Maiorino, M5s, di «becera propaganda costruita sfruttando una vicenda che fa presa sull’opinione pubblica, ma che non c’entra nulla con la scellerata riforma portata avanti dalla maggioranza».
Mamma Catherin e papà Nathan dovranno dunque rinviare l’appuntamento romano assieme ai legali della famiglia.
«La cosa che mi ha veramente stupito – replica La Russa – è l’acrimonia per un’eventuale visita adesso come in un’altra data, quasi che il presidente del Senato debba chiedere scusa o addirittura il permesso a lor signori per incontrare privatamente chi ritiene. La notizia la do e la confermo ora, li vedrò i genitori degli sfortunati bambini della vicenda del bosco, mercoledì prossimo – 25 marzo – con buona pace delle polemiche inutili».
La mossa di La Russa aveva in realtà rischiato di spiazzare la stessa maggioranza di governo. Perché oggi, al Tribunale dei minori dell’Aquila, è atteso l’arrivo degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. E forse sarebbe stato più prudente attendere l’esito dell’indagine.
Sempre a Palmoli, era atteso in questi giorni anche il vice premier Matteo Salvini. Invece sembra che da quelle parti ci sarà oggi la tiktoker napoletana Rita De Crescenzo (quella degli assalti sulle nevi di Roccaraso): «Voglio dire che ci siamo, con il cuore, per sostenere i bambini e i genitori».
Tutto questo mentre all’interno della casa protetta di Vasto si lavora per rendere possibile il ricongiungimento della famiglia australiana.
Il clima, però, resta tutt’altro che disteso. Le assistenti sociali interessate al caso hanno denunciato i legali della coppia per violenza privata.
Le parole pesanti volate nella drammatica giornata di dieci giorni fa, che ha portato all’allontanamento della madre dal centro della Diocesi, hanno lasciato il segno.
Nella casa famiglia di Vasto si lavora anche per favorire un incontro di mamma Catherine con i suoi bambini, che non vede dal giorno del suo allontanamento
Tra un paio di settimane al Tribunale dei minori dell’Aquila ci sarà un importante avvicendamento. L’attuale presidente, Cecilia Angrisano, la giudice che ha firmato le due ordinanze prima di allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco di Palmoli e poi della madre dalla centro accoglienza di Vasto, lascerà il posto a Nicoletta Orlandi per fine mandato.
Giovanissima deputata del Pci-Pds tra il 1987 e il 1992, a soli 26 anni prima di intraprendere la carriera in magistratura, Orlandi ha fatto parte del collegio della Corte d’Appello dell’Aquila che ha rigettato il primo ricorso della famiglia Birmingham-Trevallion, ritenendo legittimo l’allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco, ma sottolineando i «significativi passi avanti» fatti dalla coppia
(da La Stampa)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ A CECILIA ANGRISANO, LA PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DEI MINORI DELL’AQUILA… L’INVITO E’ UN MESSAGGIO GRAVE CHE SANCISCE CHE LO STATO STA DALLA PARTE SBAGLIATA
Non so se conoscete il nome di Cecilia Angrisano. È la presidente del Tribunale dei Minori de
L’Aquila, la donna che ha disposto l’allontanamento dei tre figli della famiglia Trevallon dai loro genitori, la cosiddetta “famiglia nel bosco”, rei di non aver dato loro ciò che dovrebbe esser loro garantito dalla nostra Costituzione: condizioni minimali di salute, istruzione e socialità.
Cecilia Angrisano, qualche giorno fa è stata messa sotto scorta per le minacce ricevute di persona e via social per aver “tolto i bambini alla famiglia nel bosco”. Ed è notizia di ieri che lascerà il tribunale dei minori de L’Aquila per essere trasferita a Perugia.
Fossimo in un Paese normale, Angrisano sarebbe stata protetta dalle istituzioni. Ci sarebbero state prese di posizioni dalle più alte cariche dello Stato per farle sentire la loro vicinanza di fronte a inaccettabili minacce per aver semplicemente svolto il suo lavoro: applicare la legge.
Ma siamo in Italia, alla vigilia del referendum sulla giustizia. E ahilei, Angrisano è un giudice. Quindi, silenzio totale. Nessuna solidarietà per le minacce ricevute, tali da prevedere una scorta. Nessuna dichiarazione di fronte a un trasferimento che sa di sconfitta, per lo Stato.
Anzi, altro che silenzio. Perché a rendere irrespirabile l’aria attorno a una servitrice dello Stato sono stati proprio quegli stessi rappresentati delle istituzioni che avrebbero dovuto difenderla, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini. E che invece, per opportunità politica,hanno deciso di cavalcare e strumentalizzare il caso della famiglia nel bosco, alzando la tensione in modo insopportabile di fronte a una storia come tante, in un Paese in cui 350mila bambini sono a carico dei servizi sociali, e quasi 40mila sono in affido presso altre famiglie o in una casa famiglia.
Ciliegina sulla torta, l’invito di Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carico dello Stato, ai coniugi Trevallon. Un messaggio potentissimo per far capire dove stia il potere, in questa brutta storia. Non accanto a una servitrice dello Stato minacciata e trasferita. Ma accanto a una famiglia-feticcio, usata come clava per delegittimare un giudice, vincere un referendum e magari abbattere pure un altro pezzo di Stato sociale: quello che mette in salvo i bambini, quando finiscono per essere vittime delle loro stesse famiglie.
Dura cadere così in basso. Ma anche questa volta, complimenti vivissimi, ci siamo riusciti.
(da Fanpage)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
TRASMISSIONE REGISTRATA DOMENICA NEL TENTATIVO DI RECUPERARE QUALCHE VOTO TRA I GIOVANI CHE SEGUONO FEDEZ
Giorgia Meloni ha nella manica l’arma finale per vincere il referendum che teme di perdere: Pulp podcast con Fedez e Mister Marra. Fonti vicine al governo dicono al Fatto che la trasmissione sarebbe già stata registrata domenica e che andrà online giovedì in modo che la bomba virale esploda sui social a due giorni dall’inizio del silenzio elettorale. C’è un 40% di elettori indecisi. Tantissimi giovani. La vittoria o la sconfitta si gioca su questa trincea. Dopo essersi consultata con i suoi, Giorgia avrebbe deciso di giocarsela. Pulp podcast è stato scelto per il numero dei follower (302mila su Youtube) e per la capacità di fare visualizzazioni sui contenuti politici. Se Vannacci ha fatto 1,8 milioni e Renzi o Gasparri un milione – si ragiona a Palazzo Chigi – che numeri potrà fare Giorgia ‘l’influencer’?
Siamo di fronte all’ennesima svolta (involutiva) nella comunicazione istituzionale. Certo, Giorgia ci aveva abituato a performance pre-elettorali pop. Tipo i due celebri meloni ammiccanti del 2022: “25 settembre, t’ho detto tutto”. Però non er
presidente del Consiglio. Di fronte ai sondaggi in bilico ogni freno inibitorio viene meno: à la guerre comme à la guerre.
Sui particolari della registrazione regna il segreto, nemmeno fossero i Pentagon papers. Il Fatto ha provato a chiedere lumi a Fedez e all’ufficio comunicazione di Palazzo Chigi (invano). Sul profilo Instagram, unica labile traccia: il podcaster Davide Marra ha postato una foto mentre dialoga in studio con qualcuno. Si vede solo una mano (che sembra femminile) sbucare dalla manica. Intanto c’è da interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto la presidente del Consiglio a pensare di spiegare a Pulp podcast la sua prima (e speriamo ultima) riforma costituzionale. Va detto che il solco era stato tracciato già dal vicepremier. Tajani a dicembre aveva offerto ottimo materiale per Luca e Paolo. A DiMartedì il duo comico aveva mostrato la foto del ministro sorridente in giacca accanto a Fedez con una sobria maglietta gialla con la scritta “Nesquirt” (concetto ignoto al ministro degli Esteri come la minaccia di guerra in Iran a Crosetto).
Non sappiamo nemmeno se, tra i tanti casi di malagiustizia e media-giustizia evocati nella fantomatica conversazione online ci sarà il Pandorogate di Chiara Ferragni. Uno dei pochi casi in cui i due influencer (Meloni e Fedez) si siano incrociati mediaticamente prima d’ora. Magari Fedez avrà fatto ascoltare quel che disse di Meloni il 19 dicembre 2023 su Youtube: “Evento alquanto singolare è che pochi minuti fa – arringava Fedez – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul palco della sua fantastica festa del partito abbia deciso di salire sul palco e di parlare delle priorità del paese. Avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col culo (…)? No. (…) Ha deciso di dire: ‘Diffidate dalle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro presidente del consiglio! (…) Quando siamo noi che dovremmo diffidare dei politici (…) Mia moglie impugnerà (…) anche perché mia moglie a differenza di Santanchè non ha potuto usufruire dell’immunità (…) voi invece avete questo poterino in più. Ma magari se la Santanchè non avesse avuto questo potere forse dal palco avrebbe detto diffidate di noi stessi”. Due ottimi slogan da riproporre anche per questa campagna referendaria: “Diffidate delle persone che lavorano sul web. Diffidate di noi stessi”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
AI GENITORI NORMALI NESSUNO LI INVITA A PALAZZO, GLI OFFRONO UAN CASA GRATIS E UNA MAESTRA A DOMICILIO
Dalla casetta di Palmoli agli stucchi dorati del Senato ed ecco i genitori nel bosco tornare in
scena in una nuova versione, non più eroi romantici della vita selvaggia e ultimi renitenti all’educazione artificiale, alla plastica, alle siringhe, ma simboli accarezzati dallo stesso Stato che rifiutano, anarchici addomesticati dal potere, o forse solo due poveretti che passano sotto le forche caudine di un sistema odiato e disconosciuto pur di avere una chances in più di ricongiungersi con i loro tre figli. L’invito a Palazzo Madama di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham da parte del presidente del Senato Ignazio La Russa fa scalpore. Si diceva fosse fissato per domani, per ore le opposizioni hanno scatenato un putiferio sulla mossa a “bassi scopi referendari”, poi il presidente del Senato ha precisato: è mercoledì quell’altro, il 23, quando il referendum sarà già storia. Visita privata, ne avrò pure il diritto?
E tuttavia, la connessione tra i Trevallion, la campagna referendaria e la polemica del centrodestra sui giudici “che dividono le famiglie” è cosa fatta da un pezzo, e l’invito nella solenne sede istituzionale di Palazzo Madama costituisce in qualche modo il coronamento dell’impresa.
Si vorrebbe dire: sicuri che questo tipo di attenzione paghi, nelle urne e nelle simpatie degli italiani? La glorificazione degli irregolari, dei border line, dei disobbedienti è stata finora specialità dei progressisti, e ogni Greta Thumberg, ogni Soumahoro, ogni Carola Rakete, ogni Ilaria Salis, ha seguito la stessa parabola: sovraesposizione, noia e alla fine “uffa, ancora questo?”. I genitori del bosco sono sugli scudi da mesi, il loro dramma è stato spremuto dalle destre fino all’ultima goccia in tv, nei comizi, nelle polemiche politiche, accademiche e giudiziarie.
Di sicuro nell’opinione pubblica c’è disagio per quella famiglia spezzata, ma vai a vedere che l’annuncio della passerella istituzionale non faccia emergere altri sentimenti. Ad esempio, la saturazione di chi ogni giorno fa i salti mortali per portare i figli a scuola come dice la legge, paga per i libri, lo sport, le ripetizioni, e mica lo invitano a palazzo, mica gli danno una medaglia, mica gli offrono una casa e una maestra a domicilio per facilitargli la vita.
Il passaggio dalla casetta di Palmoli agli stucchi dorati del Senato, dal no al sondino di plastica al sì al pass plastificato, demolisce anche la parte più suggestiva del racconto di Catherine e Nathan: l’irriducibile rifiuto della modernità che soprattutto Catherine ha interpretato con ostinazione cinematografica, opponendosi a ogni singola regola dettata dall’esterno della sua “famiglia combattente”, dagli orari della cena ai materiali degli spazzolini da denti. Fa un certo effetto vedere i Trevallion trasformati in pupazzi del mercato del demonio che avevano rifiutato e
denunciato, della polis che hanno abbandonato, della tv che odiano, della giungla dei social che disprezzano, del Palazzo che disconoscono e, da ultimo, pure del trash quintessenziale della tiktoker Rita De Crescenzo. Oggi sarà a Palmoli (ha annunciato) per portare pure lei “solidarietà e conforto”. Poveri ex-neorurali, poveri noi che per dovere di cronaca dobbiamo continuare a parlarne.
(da La Stampa)
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