Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
DEMOCRAZIE CHE PRODUCONO IDEOLOGIE TOTALITARIE, BAGGIANATE TEOCRATICHE E GUERRE DI AGGRESSIONE CHE DEMOCRAZIE SONO?
Come mi capita sempre più spesso di scrivere, da ragazzo non ero filocinese ma rischio di diventarlo da vecchio. Sentite il commento del governo cinese sulla crisi di Hormuz: “La sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Dipende dal fatto che le armi tacciano”.
Mettete a confronto questa saggezza — se volete: questa comoda banalità, pronunciata da una rassicurante distanza strategica, e in virtù di una solida autonomia energetica — con il delirio sconnesso del miliardario arancione (rubo la definizione ad Alberto Crespi) e ditemi se non mette in crisi alcune radicate convinzioni, o convenzioni, che ci hanno accompagnato fino a qui. La Cina è senza dubbio un regime monopartitico, Usa e Israele senza dubbio due democrazie elettive. Alla domanda “dove preferiresti vivere?”, pochi di noi avrebbero dubbi.
Eppure i due leader più prepotenti e aggressivi, e più nocivi per la pace mondiale, il miliardario arancione e Bibi Netanyahu, sono stati democraticamente eletti. Questo non porta a pensare con più favore ai regimi monocratici; ma sicuramente porta a pensare con meno favore a democrazie così degradate, così insipienti, così autolesioniste, da produrre leadership di così bassa caratura, e di così alta pericolosità. Democrazie che producono ideologie totalitarie (America First, Israele First), baggianate teocratiche (Dio è con noi!) e guerre di aggressione: che democrazie sono?
Un amico cinico e con uso di mondo mi ha detto: gli americani per dominarti ti bombardano, i cinesi ti comperano, e io preferisco essere comprato che bombardato. Mi ha fatto ridere. Ma mi ha fatto anche riflettere.
(da Repubblica)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
MA LA VERA GUERRA CHE LA PREOCCUPA E’ IL REFERENDUM
Ci si è messo, domenica, pure il meteo che l’ha costretta a disertare le Paralimpiadi di Cortina,
dove Giorgia Meloni era attesa alla cerimonia di chiusura. Un diversivo per tenersi alla larga per un giorno dai guai che continuano a moltiplicarsi.
La guerra in Iran scatenata da Trump, trascinato da Netanyahu in un conflitto che non promette bene neppure per gli Stati Uniti; il nostro contingente in Libano tra il fuoco incrociato di Israele e Hezbollah; i prezzi dell’energia e dei carburanti fuori controllo, sui quali il governo continua a rinviare; il rifiuto delle opposizioni a collaborare per gestire il momento più buio del suo mandato. Così ieri la presidente del Consiglio ha scelto il salotto tv, di certo non ostile, di Quarta Repubblica per il suo genere letterario preferito: un rassicurante monologo in vista del referendum che deciderà le sorti della riforma del Csm vergata dal ministro Nordio, ma non quelle del governo.
“Non lego il mio destino all’esito del referendum, perché la riforma della giustizia per me è una cosa super importante, dopodiché è una delle 400, 500, 600, 1000 cose che abbiamo fatto in questi quattro anni”, ha avvertito Meloni. Che a due settimane dall’inizio, non ha ancora idea di come attenuare gli effetti nefasti della guerra all’Iran sulla nostra economia.
La sedicente pontiera con gli Usa appare, del resto, sempre di più una spericolata equilibrista. Intervenire ad Hormuz, come pretende Trump, “vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento” nel conflitto, ha ammesso la premier. Aprendo invece al rafforzamento della missione Aspides nel Mar Rosso su cui la strada in Europa è già tutta in salita. Fumo negli occhi, come quello che rimprovera alle opposizioni di alzare sul referendum.
(da La Notizia)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINISTRA AVANTI A PARIGI, L’ESTREMA DESTRA DOMINA AL SUDIN BILICO LIONE E MARSIGLIA, FRANCE INSOUMISE SUPERA LA SOGLIA DEL 10% IN UN CENTINAIO DI CITTA’… AL SECONDO TURNO SARANNO DECISIVE LE ALLEANZE
L’astensione si conferma il primo partito di Francia: il 44% degli aventi diritto non si è presentato alle urne. Meno del picco del 66% registrato sei anni fa, elezioni svoltesi durante la pandemia di Covid-19, ma più di qualsiasi altro appuntamento elettorale locale dal 1959.
Un risultato preoccupante considerando che le amministrative sono le elezioni preferite dei francesi dopo le presidenziali, ben più sentite delle legislative o delle europee. Intervistato dal canale televisivo LCI, Frédéric Dabi, direttore generale dell’istituto di sondaggi Ifop, ha spiegato che la campagna si è svolta in un clima di indifferenza generale, schiacciata tra “il voto sulla legge di bilancio tardivo” e “l’attualità internazionale”, come il conflitto in Medio Oriente.
Nelle tre grandi metropoli francesi – Parigi, Lione e Marsiglia – gli elettori hanno votato per la prima volta con la nuova legge elettorale adottata ad agosto 2025. Questo sistema ha causato alcuni problemi, in particolare a Marsiglia, dove La France insoumise ha denunciato degli errori nell’ordine delle schede.
A Parigi i socialisti primi, flop dei Macronisti
Emmanuel Grégoire, deputato e ex vicesindaco della capitale per sei anni, sfiora il 40%. Dal suo quartier generale della Rotonde Stalingrad, il candidato dell’unione delle sinistre ha rilasciato una dichiarazione intorno alle 21:15: “domenica prossima è un incontro con la nostra storia”.
Nonostante un ampio margine sulla rivale Rachida Dati, la candidata del centrodestra e ministra della cultura fino a poche settimane fa, arrivata seconda con circa il 25,4%, Grégoire non è certo di vincere al secondo turno. Tutto dipenderà dalle scelte dei candidati di centro e d’estrema destra. Pierre-Yves Bournazel, candidato dei due grandi partiti centristi, Horizons e Renaissance, ha pubblicato un tweet in tarda serata, limitandosi a ringraziare gli elettori. Terzo con circa l’11,3%,
il suo mantenimento domenica prossima dipenderà anche da un eventuale accordo dietro le quinte tra centro e centrodestra in vista delle elezioni presidenziali del 2027.
A superare le aspettative è la sinistra radicale con Sophia Chikirou all’11,7%: “Parigi conferma l’avanzata de La France insoumise”, ha dichiarato la candidata, il cui obiettivo è entrare nel consiglio comunale. Chikirou ha minacciato di mantenersi al secondo turno se Grégoire non le propone un’alleanza. Possibilità che il socialista ha scartato durante tutta la campagna. Sarah Knafo, la giovane candidata del partito identitario Reconquête, ha superato di un soffio il 10%: un risultato decisamente più basso rispetto a quanto pronosticato dai sondaggi.
Nelle grandi città la sinistra resiste all’assalto dell’estrema destra
A Marsiglia, il sindaco socialista uscente Benoît Payan è in testa con il 36,7%. A tallonarlo, con il 35%, il candidato del Rassemblement national Franck Allisio. L’estrema destra capitalizza sul crollo del centrodestra, fermo al 12,4%.
A Lione invece, il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet recupera i dieci punti di distacco registrati nei sondaggi e raggiunge il rivale, sostenuto dalla destra e dal centro, Jean-Michel Aulas, l’ex presidente della squadra di calcio dell’Olympique Lyonnais.
A Lilla, capitale del nord della Francia, dove la socialista Martine Aubry ha governato per quasi 25 anni, è testa a testa tra Arnaud Deslandes, sindaco uscente e Lahouaria Addouche, candidata della France insoumise. L’ago della bilancia sarà l’ecologista Stéphane Baly, che ha raccolto il 17,7%. Il centrosinistra arriva primo anche a Strasburgo, Rennes, Nantes e Bordeaux.
Philippe tiene Le Havre, La France insoumise oltre le aspettative
Nella città portuale di Le Havre, l’ex premier Édouard Philippe, sindaco uscente, supera con il 43,7% lo sfidante comunista Jean-Paul Lecoq, al 33%. Un risultato molto scrutato per valutare la solidità della sua candidatura alle presidenziali.
A Roubaix, al confine con il Belgio, il candidato della France insoumise David Guiraud ha ottenuto il 46,6%: un risultato storico per il movimento di Jean-Luc Mélenchon, che vince al primo turno a Saint-Denis, nella periferia parigina.
La France insoumise supera gli altri partiti di sinistra anche a Limoges, nel centro del Paese, dove i socialisti hanno governato dal 1912 al 2014 e a Tolosa, dove ottiene quasi il 28%, subito dietro al candidato di centrodestra. Il candidato di centrosinistra François Briançon, arrivato terzo, è pronto ad allearsi con la sinistra radicale.
Rassemblement national in crescita ovunque
Perpignan, la più grande città in mano al Rassemblement national, conferma il proprio sostegno a Louis Aliot, vincente già al primo turno nonostante la condanna. L’ex compagno di Marine Le Pen ha vinto con il 50,6%. A Fréjus, in Costa Azzurra, David Rachline rimane sindaco con il 51,33% dei voti. Il partito di Marine Le Pen domina anche nel proprio feudo, a Hénin-Beaumont, dove il sindaco Steve Boris ha vinto con il 77%. A Toulon, la deputata RN Laure Lavalette è data al 42%, davanti ad altri due partiti di destra. L’unica candidata di sinistra, Magali Brunel, non raggiunge la soglia del 10%. A Nizza, dove la pioggia ha danneggiato decine di migliaia di schede elettorali durante il trasporto – ristampate d’urgenza dal comune nella notte tra sabato e domenica – il leader del partito satellite del Rassemblement national, Eric Ciotti, ha stravinto la sfida contro il rivale Christian Estrosi. Con il 43,4%, Ciotti supera di quasi 12 punti Estrosi, che si ripresenta per il quo quarto mandato. Il centrodestra tiene invece a Cannes, dove David Lisnard ha ottenuto l’81% dei voti.
Un secondo turno più incerto che mai
Domenica 22 marzo gli elettori saranno richiamati alle urne in tutti i comuni in cui la prima lista è rimasta sotto la soglia del 50%. Se Gabriel Attal, presidente del partito presidenziale Renaissance, ha escluso qualsiasi alleanza con gli estremi, la posizione del centrodestra non è così chiara e una convergenza tra Rassemblement national e i Républicains è possibile in alcune città, come a Marsiglia. Sul lato opposto, La France insoumise spinge per una fusione delle liste di sinistra per “costituire un fronte antifascista” al secondo turno. Una proposta che il segretario del partito socialista, Olivier Faure, esclude tranne in alcuni casi, come Tolosa. I candidati hanno tempo fino alle 18 di martedì 17 marzo per decidere di eventuali alleanze o se presentarsi al secondo turno, dopodiché saranno gli elettori a dire l’ultima, domenica 22 marzo.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
I PARTITI HANNO MESSO A DISPOSIZIONE I PROPRI RAPPRESENTANTI DI LISTA PER PERMETTERE AI FUORISEDE DI VOTARE… BOOM DI DOMANDE ARRIVATE AD AVS, M5S E PD
Sono almeno 20mila le richieste arrivate ai principali partiti di opposizione per diventare
rappresentanti di lista e partecipare come “fuorisede” al voto del referendum sulla Riforma della giustizia, previsto per sabato 22 e domenica 23 marzo.
Diecimila ad Alleanza Verdi-Sinistra, 3.500 al Movimento 5 Stelle e altrettante al Partito democratico, oltre mille al comitato “Giusto dire no” e circa un migliaio alla Cgil. Lo riporta Il Fatto Quotidiano.
Si tratta solo di una parte del totale, se si considerano anche le adesioni raccolte da federazioni e comitati locali. All’appello mancano però i dati delle richieste rivolte alle forze di maggioranza.
«C’è tanta voglia di partecipare, di prendere posizione e dire la propria», commenta Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra). Per il leader di Avs, il governo Meloni «ha commesso un errore nel negare il diritto di voto a 5 milioni di persone fuorisede».
Voto fuorisede, perché in Italia non è ancora possibile?
A fine gennaio, la commissione Affari costituzionali della Camera ha respinto tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni al decreto elezioni. La decisione riguarda circa 5 milioni di cittadini – tra studenti, lavoratori e persone costrette a curarsi fuori regione – che possono votare solo tornando nel proprio comune di residenza, sostenendo di tasca propria le spese di viaggio, con al massimo alcune agevolazioni offerte dalle compagnie di trasporto. La maggioranza ha giustificato la
scelta sostenendo che non ci fossero i tempi tecnici per introdurre il voto dei fuorisede per questo referendum e che il numero di elettori coinvolti nelle sperimentazioni precedenti fosse troppo esiguo.
I rappresentanti di lista e la (mancata) legge
Per ovviare al problema, nell’ultimo mese i partiti hanno messo a disposizione, tramite apposite piattaforme, i propri rappresentanti di lista per consentire ai fuorisede di votare. In Italia, infatti, non esiste ancora una legge strutturale, a differenza degli altri Paesi europei, che permetta a chi vive temporaneamente lontano dal proprio comune di residenza di esercitare il diritto di voto. Alle elezioni europee del 2024 e alle amministrative del 2025 era stato possibile votare nel comune di domicilio temporaneo perché la misura era stata inserita nei decreti che regolavano quelle singole consultazioni. Una previsione che, però, non è stata riproposta per questa tornata referendaria. Nel 2023 la Camera aveva approvato una proposta di legge – a prima firma di Marianna Madia del Partito democratico – con l’obiettivo di rendere strutturale il diritto di voto nel comune di domicilio. Il testo è stato successivamente trasformato in una legge delega e, una volta arrivato al Senato, si è fermato. Ed è ancora lì, bloccato da due anni.
Ma chi sono e cosa fanno i rappresentanti di lista?
I rappresentanti di lista sorvegliano le operazioni di voto e lo scrutinio delle schede, garantendo il corretto svolgimento delle procedure e tutelando gli interessi del soggetto che li ha nominati, che può essere un partito, un gruppo politico, un candidato o un comitato promotore. Nel caso dei referendum, la legge italiana stabilisce che possano essere designati rappresentanti «di ognuno dei partiti, o dei gruppi politici rappresentati in Parlamento, e dei promotori del referendum», con la nomina effettuata da una persona indicata da questi soggetti. In generale, i rappresentanti di lista – così come il presidente e il segretario di seggio – hanno diritto a votare nella sezione in cui svolgono la loro funzione, anche se non sono iscritti tra gli elettori di quella sezione. Grazie a questo meccanismo, nominando i fuorisede come rappresentanti di lista, partiti e comitati permettono di fatto a chi vive in un comune diverso da quello di residenza di votare nel luogo in cui risiede temporaneamente.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
MAGI: “MELONI E NORDIO HANNO FALLITO”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un nuovo allarme sullo stato delle carceri italiane e di ciò che avviene al loro interno. «Vi sono tanti problemi, il primo dei quali è la piaga dei suicidi che non si attenua: ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti», ha detto Mattarella incontrando il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e una rappresentanza della Polizia Penitenziaria. Una sconfitta dello Stato, appunto, se si considera quello che dovrebbe invece essere il ruolo reale del carcere in Italia. «Vi è un’esigenza che va sviluppata sempre di più, quella della finalità di reinserimento e di recupero dei detenuti. Vale per tutti, particolarmente per i più giovani. È un obbligo costituzionale ma è anche una scelta di civiltà ed anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza, perché l’opera di recupero conduce a una recidiva estremamente bassa. È una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare», ha ricordato ancora una volta Mattarella.
Il sovraffollamento «insostenibile» delle carceri
Perché tutto ciò non accade? Per i problemi cronici del sistema carcerario italiano, su cui puntualmente riprendono l’Italia istituzioni internazionali come il Consiglio d’Europa. Sarebbe ora di farsene carico una volta per tutte, ha fatto capire Mattarella inviando un implicito messaggio pure al governo. La polizia penitenziaria è chiamata a svolgere compiti «di grande responsabilità, sovente in condizioni di grande difficoltà, talvolta insostenibili, per le condizioni di sovraffollamento, per le condizioni strutturali degli edifici penitenziari non adeguati al compito a cui sono chiamati», ha ricordato Mattarella. A ciò si deve poi aggiungere «la carenza di personale e anche la carenza di professionalità, come quelle sanitarie e di formatori che sono essenziali nel mondo carcerario».
Magi (Più Europa): «Meloni e Nordio recepiscano»
«La presidente Meloni e il Ministro Nordio dovrebbero ascoltare e recepire le parole del Presidente Mattarella sui suicidi in carcere e sul reinserimento dei detenuti perché il 2026 si è aperto nel peggiore dei modi e l’azione del governo su questo è stata totalmente fallimentare», ha subito affondato il colpo dall’opposizione il segretario di Più Europa Riccardo Magi. «Dal Guardasigilli così come dal resto dell’esecutivo non c’è stata alcuna reale intenzione di intervenire sul tema carcerario né di ascoltare le opposizioni. Le proposte ci sono, a partire
dall’istituzione di case territoriali di reinserimento sociale e dall’introduzione del numero chiuso. Basterebbe la volontà politica, ma Meloni e Nordio evidentemente non vogliono né sentire, né vedere la drammatica realtà».
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME DI KALLAS: “CHE FINE HA FATTO GAZA?”
Le navi da guerra europee per aiutare gli Stati Uniti a sbloccare lo Stretto di Hormuz,
«assediato» dagli iraniani? Anche no.
I governi Ue chiudono la porta, almeno per il momento, alla richiesta di Donald Trump. Con una mossa decisamente sui generis nel weekend il presidente Usa aveva usato il suo canale Truth e poi una chiacchierata coi cronisti non per minacciare questo o quell’altro Paese, ma per chiedere aiuto: di fronte al rischio dello strozzamento dei commerci e soprattutto dell’impennata del prezzo del petrolio, chiedeva a Cina, Giappone, Francia, Regno Unito e in definitiva «tutti i Paesi che ricevono petrolio dallo Stretto di Hormuz» di inviare le loro navi da guerra per assicurare il passaggio sicuro delle petroliere. L’opzione sul tavolo per l’Ue, in termini concreti, poteva essere quella di rafforzare e allargare lo spettro d’azione di una missione navale già operativa nella regione: Aspides, lanciata due anni fa per proteggere i mercantili di passaggio nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi, la milizia sciita yemenita in guerra con Israele. Dopo le prime consultazioni informali tra le capitali, i ministri degli Esteri dei 27 ne hanno discusso oggi nel Consiglio Ue già in programma a Bruxelles e hanno, di fatto, risposto picche.
Il no alle navi a Hormuz e le critiche Ue a Trump
«La missione Aspides ha un ruolo chiave per salvaguardare la libertà di navigazione nel Mar Rosso. Oggi in Consiglio è emersa la chiara volontà di rafforzarla, ma per il momento non c’è l’appetito di modificare il mandato della missione», ha detto nel pomeriggio l’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas riassumendo il senso delle discussioni tra i 27. Tradotto? Aspides potrà essere sì rafforzata, son l’invio di più assetti navali, ma quello che resta fuori discussione al momento è lo spostamento del raggio d’azione. «In questo momento non c’è la volontà di andare a nord della linea di Muscat verso lo Stretto di Hormuz, nessuno vuole entrare attivamente in questa guerra, tutti sono preoccupati per quello che potrebbe succedere». «Le missioni Atalanta e Aspides restano con il mandato che hanno. L’auspicio è che si possa rafforzarle», ha confermato negli stessi minuti Antonio Tajani, con l’Italia assestata sulla linea della massima prudenza. D’altra parte, ha ripetuto Kallas, «questa non è la guerra dell’Europa, non l’abbiamo iniziata noi e non abbiamo interesse in una guerra senza fine». Quanto agli obiettivi che si è posto chi l’ha lanciata – ossia Donald Trump – questi «non sono chiari», ha sottolineato Kallas, che da tempo ormai non rinuncia ad accenti critici verso gli Usa: «Iniziare una guerra è facile, finirla è difficile, la situazione si sta facendo sempre più complessa in termini anche economici».
Ucraina e Gaza «dimenticate» dagli Usa?
L’Ue è anche estremamente preoccupata delle ricadute della guerra in Iran sulle altre situazioni di conflitto tutt’altro che risolte nel suo vicinato: in Ucraina si teme che Vladimir Putin, ringalluzzito dagli affari ripartiti sul petrolio, possa tentare una nuova spallata militare. Anche per questo, per mantenere il faro acceso sui crimini russi, il Consiglio Ue oggi ha deliberato nuove sanzioni individuali verso 13 individui – 9 militari considerati responsabili del massacro di Bucha del febbraio/marzo 2022 e 4 accusati di contribuire alla macchina della propaganda russa con minacce ibride all’Ue. Dall’altra parte la guerra in Iran «distrae l’attenzione da Gaza e dalla Cisgiordania», ha ricordato preoccupata Kaja Kallas, col risultato che secondo l’Ue stanno diminuendo gli aiuti umanitari in ingresso nella Striscia e il piano Trump per Gaza – rilanciato in grande stile solo poche settimane fa a Washington con la riunione del Board of Peace – è al palo. Mentre non accennano a placarsi le violenze sui palestinesi in Cisgiordania – è di ieri la notizia dell’uccisione a sangue freddo di una famiglia intera al passaggio da parte dei soldati israeliani di stanza ad un check point a Tammun. Quanto ai coloni, ha detto Kallas rispondendo alla domanda di un giornalista arabo, «la loro violenza è un grosso problema. 26 Paesi vorrebbero procedere con le sanzioni, ma uno le blocca, questa è la realtà». È l’Ungheria di Viktor Orbán.
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PARTITO E’ DIVENTATO “COLTELLI D’ITALIA”: IN ATTO UNA GUERRIGLIA TRA I RAS DI ”VIA DELLA SCROFA” (LOLLOBRIGIDA, LA RUSSA, RAMPELLI) E LA “FIAMMA MAGICA” DI FAZZOLARI E MANTOVANO. E STA MONTANDO UNA TENSIONE LATENTE ANCHE TRA GIORGIA E ARIANNA … LA STATISTA DELLA SGARBATELLA HA PERSO L’ANTICO VIGORE COATTO, E NON SA DOVE SBATTERE LA TESTA: AL COMIZIO PER IL “SÌ” AL REFERENDUM ERA MOSCIA E SENZA VERVE – SE VINCE IL “NO”, L’UNICA SCONFITTA SARA’ LEI
Urge davvero uno bravo per Giorgia Meloni. Dimenticate la Ducetta di ieri, la Regina di Coattonia, l’Underdog che con due occhiatacce e quattro sarcasmi ti sistemava per le feste. Oggi, la Poverina si ritrova in mezzo a mille tensioni e conflitti, alle prese con buriane internazionali e faide interne.
A livello geopolitico la Camaleonte di Colle Oppio, colei che doveva far da “pontiera” tra gli Stati Uniti di Trump e l’Europa di Ursula von der Leyen, è finita a far la “portiera” del Bundestag del cancelliere Merz, ultima forza economico e militare europea a cui attaccarsi per non finire nel girone del’inaffidabilità e quindi dell’irrelevanza.
La guerra in Iran, sovrapponendosi a quella in Ucraina, sta amplificando le distanze tra gli Stati Uniti e l’Ue, da un punto di vista di metodo (bombardamenti contro sanzioni e diplomazia/intelligence) ma anche di merito.
Ed è l’Europa, come al solito, a ritrovarsi come vaso di coccio tra Usa e l’asse Cina/Russia/Iran, e di conseguenza a pagare il prezzo più alto dal punt di vista economico.
Anche Giorgia Meloni, dopo aver abbracciato con mille piroette il Far West politico di Trump, si è resa conto che l’instabilità mentale e l’amoralità affaristica del Caligola della Casa Bianca non permette più mediazioni.
Quando ha tentato di trattare con i partner europei per trovare una via di uscita dal blocco dello Stretto di Hormuz da contrapporre al Trumpone (che anche oggi è tornato a minacciare la Nato: “Ci sarà un futuro molto negativo se non interverranno”), il marito di Melania l’ha subito messa in difficoltà.
In un colloquio telefonico con la corrispondente dagli Usa del “Corriere della Sera”, Viviana Mazza, Trump ha detto: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”. Un modo per sputtanarla con i Macron e i Merz, gli Starmer e i Sanchez.
La premier ha sperato di salvarsi attaccandosi alla giacchetta del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma la Melona ha fatto male i conti: prima il violento pronunciamento di Merz contro il mondo MAGA alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e poi, di fronte alla guerra Usa-Israele all’Iran, il Cancelliere ha cominciato a ridefinire la linea tedesca in una chiave più pragmatica, avvicinandosi a Emmanuel Macron e a Keir Starmer.
Questa mattina, alla richiesta di Trump di coinvolgere nel suo fallimento iraniano i paesi europei, Merz ha fatto dire al suo portavoce: “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”.
Anche di fronte alla decisione di Trump di revocare le sanzioni alla Russia (al momento, ha varato una deroga agli acquisti di greggio russo all’India, ma non esclude di allentare l’embargo in generale), la reazione di Merz è stata una ferma condanna, sulla stessa linea di Macron e della Commissione europea (soprattutto dell’Alto rappresentante per la politica estera, l’estone Kaja Kallas).
Se si isola dal gruppo di testa dell’Unione, a Giorgia Meloni restano solo i putiniani per convinzione e per lucro, come l’ungherese Viktor Orban e lo slovacco Robert Fico, e quelli per interesse, come il premier conservatore belga Bart De Weder, che ieri ha aperto alla normalizzazione dei rapporti con la Russia per “recuperare l’accesso all’energia a basso costo”.
La posizione di De Weder non è una novità: il Belgio, tramite la società Euroclear, detiene la maggior parte dei soldi russi congelati in Ue: a dicembre, insieme proprio a Giorgia Meloni, fu lui a impedire l’utilizzo dei beni di Mosca sequestrati in Europa.
Che farà Giorgia Meloni di fronte a questo dilemma? Tenere il piede in due staffe è sempre più complicato, anche per ragioni interne.
Non passa giorno che Matteo Salvini e la Lega, a loro volta in difficoltà per la concorrenza a destra del turbo-putiniano Roberto Vannacci, non prendano posizione a favore della riapertura di un canale con Mosca.
La maggioranza di governo di fatto è spaccata: il segretario del Carroccio è sempre più schiacciato sulle posizioni di Trump e Putin rappresenta un problema politico enorme: non solo si pone in contrapposizione con la linea del Quirinale, ma soprattutto con l’esecutivo stesso.
Agli scazzi con Salvini, non basta Tajani col tovagliolo sul braccio: si aggiunge la distanza siderale con Marina Berlusconi, che a febbraio, intervistata dal “Corriere della Sera”, aveva tuonato contro il tycoon: “Sono sempre più preoccupata. Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
“Melonia Trump”, inoltre, si sta accorgendo che mantenere sotto schiaffo la coalizione di governo, formata dal suo “maggiordomo ciociaro” di Forza Italia, e dal poco che resta del Tovarish della Lega, Matteo Salvini, è una passeggiata di salute rispetto alla governance sempre più turbolenta che attraversa il suo partito.
Come ai tempi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, gran contenitori di correnti con posizioni diverse, anche Fratelli d’Italia, diventato partito di massa, si ritrova infatti attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti.
Alle tensioni ideologiche (lo zoccolo giustizialista post-missino non riesce a trovare l’entusiasmo per recarsi alle urne a votare “Sì” alla riforma della giustizia), si sommano gli scontri tra le correnti di Via della Scrofa (Lollobrigida, Rampelli, La Russa, Mollicone) e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi (Fazzolari e Mantovano) per la partita delle nomine delle società di Stato e la riforma elettorale che fa fuori le preferenze.
Una parabola prevedibile, considerando che siamo davanti a un partito-miracolo: al suo esordio alle politiche del 2013 non arrivò al 2% e dopo cinque anni, nel 2018, raggiunse il 4,3% (contro il 14% di Forza Italia e il 17,4% della Lega). Più che un incremento di voti, un’autentica esplosione di consensi che ha issato, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna sulla poltrona di premier.
Una volta intronizzata a Palazzo Chigi, l’ex “gabbianella” di Colle Oppio, pur travolta tra salamelecchi e baci della pantofola dei tanti che sgomitavano per salire sul carro del vincitore, è stata costretta a prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, inadeguata e spesso impresentabile.
E quella manciata di politici, esponenti e manager della Fiamma che si salvavano, dopo trent’anni passati reietti e a digiuno ai margini della cuccagna del potere, erano ignari dei mille artifici e giochi di potere che serpeggiano, e avvelenano i pozzi, nei Palazzi romani.
Diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nella destra del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, o perlomeno in quella Alleanza Nazionale che Fini annacquò a Fiuggi, la “Melona” ha sempre governato il partito concentrando tutto il potere nelle sue manine.
Una volta a capo di un governo di coalizione dove brilla il suo nemico più intimo, quel rompicazzi in servizio permanente ed effettivo di Matteo Salvini, malgrado la sua cocciutaggine da secchiona e la dipendenza patologica al lavoro politico, gli otoliti del suo sistema nervoso hanno iniziato ad andare in tilt.
E anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste e sta montando una tensione latente anche tra sorelle: sono molti i punti d’attrito tra Giorgia e Arianna Meloni, in quanto espressioni della linea di governo di Palazzo Chigi una, e del partito di via della Scrofa l’altra.
Scazzi, sgambetti, veleni che si inseriscono nella crescita abnorme dei potentati del partito: grazie al potere, leaderini locali hanno coltivato la loro ubriacatura di posti e prebende, e hanno iniziato a sbroccare.
Rotti i ponti con l’antico demiurgo Fabio Rampelli, sostituito da Donzelli e Lollobrigida, dal 2023 la governance di via della Scrofa è passata da una sorella all’altra.
Ma pur contando due anni di più, Arianna è sempre rimasta nell’ombra di Giorgia: nel 2000 era solo una dipendente della Regione Lazio e la compagna di ‘’Lollo’’, nomignolato lo “Stallone di Subiaco”.
Benché negli ultimi tempi sia partita una campagna mediatica fitta di interviste e apparizioni pubbliche, che Arianna non possieda la “cazzimma” del potere, fatta di scaltrezza e determinazione e abilità oratoria che si trasforma in leadership, se n’è dovuta accorgere amaramente la secondogenita.
E finora Arianna, dal 24 agosto 2023 capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, non ne ha azzeccata una: dalla Sicilia (caso Cannata) alla Lombardia (dove non tocca palla con Ignazio La Russa), passando per il fattaccio Ghiglia-Ranucci, per finire a Cinecittà con la nomina della Cacciamani.
Le tensioni sulla gestione del potere che ieri vedevano contrapposte le varie anime di Piazza del Gesù, sede del partito, e i democristiani al governo di Palazzo Chigi, oggi si ripropongono tra via della Scrofa e la “Fiamma magica” intronizzata a Palazzo Chigi.
Non è un caso che al tavolo per il rinnovo dei vertici di numerose partecipate statali, con oltre 100 nomine in ballo tra cui spiccano i colossi quotati come Leonardo, Eni, Enel, Poste Italiane, Mps, Enav e Terna, per conto del primo partito della maggioranza, ci siano Francesco Lollobrigida in “quota partito” (grazie a una vigorosa dote di voti, storicamente rappresenta una forte base di consenso per FdI) e il sottosegretario Richelieu di Lady Giorgia, Giovanbattista Fazzolari, in “quota Governo”.
Molti analisti dei Palazzi del potere dimenticano che la tornata di nomine va considerata strategica non solo per gli equilibri del governo ma anche per gli equilibri interni dei partiti della maggioranza. E tra Lollo e Fazzo c’è fibrillazione sulle nomine e riconferme dei vertici dei colossi pubblici, da Eni a Enel, da Terna a Leonardo.
Una fibrillazione che coinvolge tutti i dossier, non solo le nomine (ad esempio Giuseppina Di Foggia e Flavio Cattaneo, rispettivamente ad di Terna e di Enel, sono difesi dal partito, mentre Fazzolari avrebbe in mente altri nomi), ma si allarga a ogni campo
Si veda il caso Biennale, dove Fazzolari e Mantovano, una volta messo il guinzaglio al ministro della Cultura Alessandro Giuli, caro ad Arianna, lo hanno lanciato all’inseguimento del ribelle veneziano Buttafuoco, caro al cuore di Giorgia
O il ruolo di Italo Bocchino, inviso a Giorgia e a Fazzolari nonostante i suoi salamelecchi e peana televisivi, mentre la sorella, come Ignazio La Russa, è più aperturista (al punto da aver partecipato sorridente e compiaciuta alla presentazione del libro dell’Italo tascabile e multi-tasking).
Altri esempi di scazzo sull’asse Scrofa-Chigi: il caso Sangiuliano (Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi in Campania, in barba alla “Fiamma Magica”); il duplex Nordio-Bartolozzi (il Governo li deve proteggere, gli esponenti del partito rumoreggiano contro la Zarina del ministero della Giustizia: “Deve tenere a freno la lingua”).
Oggi il caso Cirielli: a Giovanbattista Fazzolari, sposato con una donna ucraina e su posizioni intransigenti contro la Russia, di certo non può aver fatto piacere la notizia dell’incontro del viceministro degli Esteri con l’ambasciatore russo in Italia, Aleksej Paramonov.
Nella guerra sotto-traccia in Fratelli d’Italia ha un ruolo di primo piano anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa: in Lombardia, dove ‘Gnazio e il fratello Romano se la comandano, è partito da tempo il killeraggio contro Carlo Fidanza, l’eurodeputato su cui Giorgia e Arianna avevano puntato come candidato in Regione nel 2028 (La Russa, che già aveva tirato fuori dal cilindro il nome di Maurizio Lupi come candidato sindaco a Milano, vorrebbe invece Alessio Butti).
L’ala La Russa-Santanchè sgomita anche in tv: ospite fissa nei talk di Paolo Del Debbio c’è Grazia Di Maggio, 30enne di bella presenza, pupilla della seconda carica dello Stato.
Anche sulla linea politica, i contrasti non mancano. Il siculo-meneghino, che ha sempre goduto di un ottimo rapporto con la Procura di Milano, non ha nascosto la propria contrarietà alla riforma della giustizia: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela… L’esito del Referendum avrà conseguenze politiche ma non avrà conseguenze drastiche, come con Renzi. Del resto se dovessero vincere i Sì i leader di opposizione si dimetterebbero? Nessuno chiederà a Conte o a Schlein di dimettersi”.
E qualche giorno fa ha di fatto smentito la retorica sulla mala-giustizia, sostenendo: “Meno casi Garlasco? Non è l’obiettivo della riforma” (ma era stata la stessa Meloni a sfruttare l’omicidio di Chiara Poggi per la campagna elettorale)
Anche la regia del Governo Meloni al piano di Lovaglio-Caltagirone-Milleri per la scalata Mps-Mediobanca, obiettivo il forziere d’Italia di Assicurazioni Generali, non ha mai fatto girare la testa a La Russa, che non è mai stato trafitto dalle affinità elettive scoppiate tra la Fiamma Magica di Palazzo Chigi e l’imprenditore Caltagirone. (Del resto, il padre di ‘Gnazio ha guidato uno studio legale legatissimo a Salvatore Ligresti e al patron del mondo economico e finanziario italico che era incarnato da Enrico Cuccia con la sua Mediobanca)
Con questo triplo accerchiamento (Trump, Salvini-Tajani-Berlusconi, il partito), Giorgia Meloni si incupisce, e sta scemando la verve coatto-popolaresca in modalità “Io so’ una di voi” che l’ha fatta giganteggiare per tre anni e mezzo rispetto alla verbosa e arzigolata opposizione di Schlein e Conte.
Lo si è visto giovedì 12 marzo, al primo e unico comizio per il “Sì” della premier: lo sguardo basso, il discorso senza mordente, il vigore coatto d’un tempo perduto.
Come scrive Lorenzo Castellani su “Domani”: “Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto
alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale”.
Sì perché, mentre in Italia ci trastulliamo con il Csm e l’Alta corte, le sparate della “Zarina” Bartolozzi e il padiglione russo di Buttafuoco, il mondo sta andando gambe all’aria: Giorgia Meloni si sta rendendo conto che lo scenario è uan polveriera e le ripercussioni potrebbero esserle fatali.
Ad esempio, insieme al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva fatto affidamento sull’uscita dalla procedura di infrazione nel 2026, ma chiudere con un deficit inferiore al 3%, con l’aria che tira, rischia di diventare impossibile. Se così fosse, per l’Italia, che dal prossimo anno non avrà più i fondi del Pnrr a sostenere la propria economia, si chiuderanno le porte dei prestiti agevolati “Safe” della difesa.
Il Tesoro sta cercando di trattare con l’Eurostat un aggiustamento e una ridefinizione delle statistiche, ma niente è scontato.
Al punto che l’autoritaria Giorgia Meloni, che è sempre andata dritta come un treno, fregandosene dei partiti d’opposizione, ha improvvisamente cambiato strategia, e l’altro giorno ha telefonato a Elly Schlein, Giuseppe Conte e agli altri per tentare di aprire una sorta di gabinetto di guerra sull’Iran.
Ricevendo, prevedibilmente, una serie di no: dopo tre anni e mezzo passati a chiudere ogni porta al dibattito civile, non è questo il momento di andare in soccorso della Ducetta, e questo lo capisce anche un’opposizione incapace come quella che si ritrova questo disgraziato Paese…
Ps. Ciliegina sulla torta, ad aggravare la situazione ci sono anche gli attacchi iraniani ai contingenti italiani all’estero, a Erbil (Iraq) e in Kuwait. Una questione delicatissima da gestire per Giorgia Meloni: l’Italia è un paese che la guerra non vuole vederla nemmeno in televisione. È un attimo che la “madre” Meloni si ritrovi il “partito delle mamme” dei nostri militari a incatenarsi a Palazzo Chigi per il rimpatrio dei loro figli…
(da Dagoreport)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO FRENO PER MOSCA È STATO IL GELO, CHE HA RIDOTTO L’ATTIVITÀ DEI DRONI. POI È ARRIVATA LA BOTTA DI STARLINK. ORA I TECNICI DI MOSCA STANNO LAVORANDO PER RISOLVERE IL BUCO NELLE TRASMISSIONI SATELLITARI PROVOCATO DALLO STOP DELLA COMPAGNIA DI ELON MUSK
Nel mondo all’incontrario di Donald Trump, l’armata di Putin sta marciando trionfale verso la
vittoria. Ma sul campo di battaglia sono gli ucraini ad attaccare e avanzare. Lo fanno senza sosta dall’inizio di gennaio e hanno appena chiuso un’offensiva nella regione di Dnipropetrovsk, riconquistando 400 chilometri quadrati di territorio. Per l’esattezza, sono 434 come ha dichiarato il presidente Zelensky questa mattina: il suo esercito non registrava un successo simile dal novembre 2022.
Le truppe di Mosca sono bloccate da Natale. Non sono riuscite neppure a espugnare completamente Prokovsk, la città fortezza sotto assedio dal giugno 2024.
Il primo freno è stato il gelo, che ha ridotto l’attività dei droni: un settore in cui attualmente sono in vantaggio, grazie soprattutto a quelli guidati via cavo. Poi è arrivata la botta di Starlink: la compagnia di Elon Musk ha tagliato le connessioni ai russi, paralizzando le comunicazioni tra i comandi e i sistemi di guida delle armi hitech.
A questo punto, i generali ucraini hanno studiato come sfruttare la situazione e si sono lanciati sulla zona grigia che può unire il fronte del Donetsk a quello di Zaporizhzhia: quella nell’angolo più orientale del Dnipropetrovsk. Lì hanno superato le postazioni nemiche – quattro villaggi restano isolati – procedendo su due direttrici e preso il controllo dei 400 chilometri quadrati. Il cuore degli scontri adesso è a Huliapole, che fa da cerniera tra questi territori.
Analisti come il generale australiano Mick Ryan la considerano una manovra preventiva, per impedire l’assalto in grande stile pianificato dal Cremlino per aprile.
Gli ucraini non hanno abbastanza fanti per infliggere un colpo decisivo ma ora possono tenere sotto tiro le retrovie russe e impedirgli di accumulare uomini e mezzi.
Contemporaneamente Kiev ha intensificato i raid notturni contro le industrie in tutta la Russia, sia contro gli impianti petroliferi che contro le fabbriche belliche. Il più importante è stato messo a segno lo scorso 10 marzo contro lo stabilimento Kremniy El microelectronics di Bryansk, centrato da una raffica di cruise europei Storm Shadow: produce le componenti per i sistemi di guida di tutti i missili russi.
In queste incursioni vengono utilizzati ordigni più potenti come i Flamingo FP5 che causano danni maggiori: riparare raffinerie e catene di montaggio diventa più complesso. Gli ucraini si sono focalizzati pure sulle navi che trasportano rifornimenti verso la Crimea superando lo stretto di Kerch: hanno colpito i due traghetti più capienti, usati per trasferire munizioni senza esporre il lungo ponte, e i moli di imbarco del porto di Kavkaz. Sempre più spesso i droni puntano sul distretto della capitale, protetto adesso da una massiccia rete di difese contraeree: ne lanciano anche cinquanta contemporaneamente.
(da La Repubblica)
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