Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
SULLO SFONDO, IL RISCHIO SANZIONI DELL’UE. BUTTAFUOCO EVITA I TONI ACCESI MA NEL GOVERNO LA SPACCATURA È NETTA: LA LEGA DEL FILOPUTINIANO SALVINI CONTINUA A SCHIERARSI CON BUTTAFUOCO… FDI ALLARGA LO SCONTRO, IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ALLA CAMERA FEDERICO MOLLICONE PUNGE BUTTAFUOCO “PER L’ASSENZA DI ARTISTI ITALIANI IN SFREGIO ALLO STATUTO ORIGINARIO”
«Io giovedì a Venezia al posto di Giuli? Ma no, sarò a Roma», taglia corto il sottosegretario alla
Cultura, Gianmarco Mazzi (FdI), 65 anni, già direttore artistico del Festival di Sanremo e dell’Arena di Verona, grande amico e produttore di big come Morandi, Mina e Celentano.
E però «è un’ipotesi», confermano al Mic, in una domenica di calma apparente, mentre la guerra a destra continua tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, per la storia del Padiglione russo che il 9 maggio, salvo colpi di scena, riaprirà dopo 4 anni di stop per la guerra in Ucraina. Buttafuoco è d’accordo, Giuli (e 22 Paesi europei, pronti a bloccare i 2 milioni di euro già stanziati) no.
Così, giovedì 19 marzo, ore 12, a Venezia ci sarà la cerimonia per la fine dei lavori di restauro del Padiglione centrale, realizzati con i fondi Pnrr del Mic.
E la presenza di Giuli, annunciata martedì scorso da Buttafuoco, non è più scontata. «Se andrà, lo farà solo per l’Italia, vedremo cosa dice Palazzo Chigi», chiosa una voce vicina al ministro della Cultura. Già, Palazzo Chigi
Con cui, separatamente, da giorni si stanno confrontando sia Giuli che Buttafuoco. La premier Giorgia Meloni e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano seguono con attenzione l’ affaire del Padiglione russo («Inaccettabile», per l’Ucraina). Oggi da Venezia dovrebbero arrivare i documenti chiesti dal ministro per scandagliare i rapporti tra la Biennale e i russi in questi mesi: sullo sfondo, il rischio sanzioni dell’Ue. Ma Buttafuoco evita i toni accesi («Non voglio prestare il fianco, devo tenere salda l’istituzione») e intanto riceve l’appoggio di Iv e della Lega («La libertà di pensiero è da difendere sempre — ha ripetuto ieri Matteo Salvini — perciò mettiamo fine a polemiche che non hanno senso e non fanno bene a nessuno»).
Il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (FdI) ieri però ha rinnovato l’altolà: «Noi stimiamo Buttafuoco, perciò auspichiamo un suo ripensamento, motu proprio , affinché prevalga l’interesse nazionale. La Biennale, sui russi, è andata oltre».
Lo strappo istituzionale tra ministero della Cultura e Fondazione della Biennale si fa ancora più profondo e si arricchisce di una nuova anomalia: a segnalarla è il presidente della commissione alla Camera Federico Mollicone: «La Biennale è indipendente per indirizzi artistici, ma ci risulta che sia stata anche criticata per la totale assenza di artisti italiani in sfregio allo statuto originario che prevedeva la promozione della cultura italiana a confronto con quella mondiale».
Un fatto che apre uno scontro più ampio e giudicato quantomeno singolare da Mollicone che fa notare come Buttafuoco abbia «optato per l’invito agli artisti russi scelti dal governo russo». Sul caso sono attesi sviluppi nelle prossime ore: la consegna dei carteggi con la Russia da parte della Biennale così come richiesto dal ministro Giuli, diversamente si procederà con l’invio degli ispettori. L’obiettivo è, una volta verificati i documenti, accertare che la gestione logistica dei padiglioni dell’Esposizione, di proprietà dei singoli Stati, rientri nel perimetro del regime sanzionatorio imposto dall’Ue, escludendo la possibilità di una partecipazione di Mosca
Mollicone stigmatizza il comportamento della rappresentante del Mic (Tamara Gregoretti, ndr) che ha respinto la richiesta di dimissioni del ministro appellandosi all’autonomia conferita dal decreto di nomina: «È una fiduciaria, la sua risposta è irricevibile»
Lo scontro però crea anche una frattura all’interno della maggioranza con la Lega che si schiera in difesa di Buttafuoco e della partecipazione russa alla Biennale, posizione che secondo il presidente della commissione Cultura di fdi è “indelicata” ma si tratta di «normale dialettica interna alle coalizioni, basta che il voto in aula sia allineato a tutto il centrodestra».
Dal partito del vicepremier leghista in effetti sono molte le voci che si schierano in favore di una maggiore apertura nei confronti di Mosca precisando che “la cultura deve unire”.
(da La Stampa)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESTO, RECUPERATO NONOSTANTE UN TENTATIVO DI CANCELLAZIONE, E’ STATO REDATTO TRA OTTOBRE E NOVEMBRE 2024… SU X, A FEBBRAIO 2025, MILEI PRESENTÒ $LIBRA COME PARTE DI UN PROGETTO PER “FINANZIARE PICCOLE IMPRESE ARGENTINE”, INNESCANDO UNA CORSA AGLI ACQUISTI CHE FECE SALIRE IL VALORE DELLA CRIPTOVALUTA FINO AL 1.000%. POCHE ORE DOPO IL PRESIDENTE FECE DIETROFRONT E CANCELLÒ IL POST E A QUEL PUNTO…
La procura argentina ha recuperato dal telefono del lobbista Mauricio Novelli una nota che descriverebbe un presunto accordo da 5 milioni di dollari in cambio del sostegno pubblico del presidente Javier Milei alla criptovaluta $Libra. Lo riferisce il quotidiano La Nación, secondo cui il caso potrebbe segnare una svolta nell’inchiesta sullo scandalo esploso lo scorso anno.
Il testo, recuperato nonostante un tentativo di cancellazione, sarebbe stato redatto tra ottobre e novembre 2024 e indirizzato all’imprenditore statunitense Hayden Davis, tra i promotori dell’iniziativa. Gli investigatori non hanno trovato prove che l’intesa sia stata effettivamente approvata, ma il contenuto del testo coincide con alcuni eventi successivi, tra cui l’incontro tra Milei e Davis alla Casa Rosada il 30 gennaio 2025. I tabulati recuperati indicano anche numerose comunicazioni tra Novelli e l’entourage presidenziale nelle ore precedenti e successive al lancio del progetto.
In una pubblicazione su X di febbraio 2025 Milei aveva presentato $Libra come parte di un progetto privato per “finanziare piccole imprese e startup argentine”, innescando una corsa agli acquisti che fece salire il valore della criptovaluta fino al 1.000%. Poche ore dopo il presidente fece però marcia indietro e cancellò il messaggio, provocando un crollo. Il movimento avrebbe causato perdite per oltre 100 milioni di dollari a centinaia di investitori nel mondo, garantendo al tempo stesso guadagni milionari ad altri operatori e portando all’apertura di un’inchiesta.
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO MOUSAVI A MIGLIORARE GLI ECONOMICI DRONI “SHAHED”, CHE RIESCONO A COLPIRE AEROPORTI E A INCENDIARE DEPOSITI DI CARBURANTE
Giugno 2025. L’Iran è sotto attacco israeliano, vengono uccisi molti dirigenti. Tra questi Amir
Hajidazeh, l’artefice del sistema aerospaziale. L’ayatollah Khamenei nomina come successore Majid Mousavi, il generale dei pasdaran vice della Divisione dal 2009. Nell’investitura lo esorta a promuovere il programma di droni e missili, armi che il nuovo comandante conosce bene.
Mousavi, 61 anni, originario della capitale, appartiene a quel cerchio di ufficiali che, dopo l’esperienza nel conflitto contro l’Iraq, si è dedicato all’ammodernamento dell’arsenale. A coordinarli c’era Hassan Moghaddam, responsabile dello sviluppo di vettori che all’epoca erano un’evoluzione degli Scud sovietici e di altri sistemi analoghi.
Interagiscono con regimi arabi, nordcoreani, cinesi e russi, per poi essere in grado di produrre in modo autonomo. Adattano, quando è possibile, la tecnologia straniera ai loro prototipi, vanno a caccia di componenti all’estero, aggirano i controlli.
I piani procedono con la messa a punto di sistemi a lungo raggio, la produzione di combustibile solido per il nuovo missile Sejil 2 — impiegato ieri, portata di 2 mila chilometri —, la creazione di basi all’interno di bunker. Le chiamano le città dei missili: gallerie dove nascondere i lanciatori e le munizioni.
I pasdaran attuano una dispersione di apparati per sottrarli agli attacchi, usano bersagli esca, cercano di avere impianti multipli per resistere il più a lungo possibile, concedono autonomia alle singole batterie in modo che sparino nel caso le comunicazioni siano bloccate.
I mezzi con lunga «gittata» sono completati da quelli per il corto-medio raggio, necessari per colpire le installazioni americane sull’altra sponda del Golfo. Ne avrebbero migliaia. Come sono migliaia i droni-kamikaze diventati l’insidia maggiore: secondo gli esperti c’è la mano di Mousavi nel miglioramento degli Shahed lanciati per incendiare depositi di carburante, bloccare aeroporti, mettere in crisi la sicurezza dei «vicini» ritenuti complici di Washington. E il miglior apprezzamento di questi droni è arrivato indirettamente dagli Stati Uniti che li hanno copiati.
Su Israele, invece, hanno sparato oltre 400 missili, compresi quelli con testate a grappolo, altra soluzione per costringere la difesa ad un alto consumo di intercettori. Tel Aviv ha negato di esserne a corto, come hanno suggerito fonti anonime americane. Il tema delle scorte esiste. La rappresaglia dei Guardiani prima ha cercato di mettere fuori uso la rete di avvistamento dei missili e, successivamente, ha puntato le postazioni dotate di strumenti costosi e lenti da rimpiazzare.
Ancora gli esperti hanno annotato un calo netto dei lanci di vettori iraniani rispetto alle salve iniziali, molto intense. Una diminuzione imputata alla distruzione di lanciatori, ai danni della rete logistica, ai raid israelo-americani su alcune «città dei missili» (Shiraz, Isfahan, Tabriz, Khorgo). Alcuni bunker sarebbero ora inaccessibili in quanto le bombe hanno provocato macerie estese. Le perdite comincerebbero ad essere rilevanti.
Altri osservatori sono meno convinti e offrono una spiegazione tattica: i pasdaran puntano sul logoramento e risparmierebbero gli ordigni limitandosi ad una quota ridotta, magari affidandosi — come domenica — a ordigni più moderni e veloci. Perché pochi «colpi» sono sufficienti a tenere in scacco il nemico.
(da l “Corriere della Sera”)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
CLASSE 1958, VAHIDI GESTISCE LA GUERRA NELL’OMBRA, INSIEME AGLI ALTRI COMANDANTI NASCOSTI IN BUNKER … IL SUO PRIMO COMPITO È SOPRAVVIVERE: GLI ANALISTI MILITARI SONO STUPITI DALLE SUE CAPACITÀ ORGANIZZATIVE. STA GESTENDO UNA DIFESA DECENTRALIZZATA, CON COMANDI E UNITÀ AUTONOME
A dicembre, due mesi prima di essere ucciso dagli israeliani, Ali Khamenei aveva deciso che ai
Sepah Pasdaran serviva un nuovo numero due. Un generale esperto, fedele, che avesse anche conoscenza della macchina burocratica dei Guardiani: soldi, aziende, relazioni politiche.
Qualcuno in grado di condurre una guerra esistenziale con l’America e Israele, se il suo capo fosse stato eliminato. È successo, nelle prime ore del conflitto: Mohammad Pakpour, il comandante dei pasdaran, è stato ucciso e a guidare i Sepah ora è il suo ex numero due, Ahmad Vahidi, scelto da Ali Khamenei.
Dal giorno della sua nomina è sparito dalla scena: nessun messaggio, nessuna apparizione. Gestisce la guerra nell’ombra insieme agli altri comandanti militari nascosti probabilmente in bunker e sparpagliati.
Il suo primo compito è sopravvivere, anche se il suo nome non compare nella lista dei most wanted, i ricercati dal dipartimento di Stato americano che valgono una taglia da dieci milioni di dollari, come Ali Larijani e Mojtaba Khamenei. Vahidi è però su un’altra lista con un mandato di cattura dell’Interpol per il suo presunto
coinvolgimento nell’attentato del 1994 al centro ebraico Amia di Buenos Aires, 85 morti.
Nato nel 1958 a Shiraz, la città del sud conosciuta per la poesia e il suo spirito più liberale, ingegnere con un dottorato in studi strategici, incarna alla perfezione la storia e l’ideologia della Repubblica islamica.
Entra nei pasdaran agli inizi, si arruola durante la guerra con l’Iraq, ricopre posizioni chiave nell’intelligence e nell’esercito, e fonda la forza Quds, l’unità d’élite che si occupa delle operazioni all’estero, guidata dopo di lui dal generale Soleimani, ucciso nel 2020 dagli americani. Quel ruolo gli consente di stabilire legami forti con tutto il cosiddetto asse della resistenza – gli Hezbollah in Libano, le milizie Houthi nello Yemen – mentre il suo lavoro nell’intelligence lo porta a trattare col nemico americano.
A metà degli anni Ottanta, secondo Mohsen Kangarlu, allora capo della sicurezza, Vahidi partecipa ai negoziati segreti con la Casa Bianca di Reagan nello scandalo Iran-Contra, quando gli americani fornirono clandestinamente armi all’Iran. Secondo l’analista Ali Alfoneh, dell’Arab Gulf States Institute, quei colloqui diedero a Vahidi ampia conoscenza di Israele e degli Stati Uniti.
La sua carriera nei Pasdaran avviene per molto tempo sotto la guida dell’ex comandante delle Guardie, Mohsen Rezai, l’uomo che ha ampliato il raggio d’azione dei Sepah allargando la loro influenza all’economia e alla politica. Vahidi impara a gestire l’amministrazione
Quando arriva al potere il populista Ahmadinejad, nel 2005, si occupa della logistica delle forze armate e della pianificazione. Col secondo mandato di Ahmadinejad, diventa ministro della Difesa e poi con il presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi, morto in un incidente aereo, assume l’incarico di ministro dell’Interno.
Gli analisti militari ne sottolineano le capacità organizzative: sta gestendo una difesa decentralizzata, con comandi e unità autonome, per adesso senza che questo abbia prodotto colpi di mano da parte di qualche reparto. La sua storia, nella politica interna iraniana, è segnata dalla paura e della repressione.
(da La Repubblica)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “PECHINO ATTENDE; TOKYO E SEUL FANNO CAPIRE CHE POTREBBERO STARCI; LONDRA E PARIGI POSSONO FORNIRE DRONI MA NON PORTAEREI”… “DA VECCHIO AFFARISTA, DONALD SA COSA FARE NEI FALLIMENTI: COINVOLGERVI ALTRI”
Nelle acque di Hormuz la guerra di Donald Trump urta un muro di gomma iraniano. Le navi non passano. Il problema, creato dagli Stati Uniti, è più grande dell’America. È mondiale. Dal cappello trumpiano esce così l’idea di, e l’appello a, una coalizione cui vengono invitati – per ora – Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito.
In ordine alfabetico. L’ordine logico, alquanto diverso, si rispecchia nelle risposte a caldo. Pechino attende; Tokyo e Seul fanno capire che potrebbero starci; Londra e Parigi droni e simili sì, le portaerei servono altrove. Non esattamente una corsa alle armi, piuttosto una coalizione di non volenterosi.
Ma Trump è già comunque riuscito a scaricare il transito di Hormuz anche su spalle non sue. Dopo tanta denigrazione di alleati e partner, il presidente americano scopre di averne bisogno. O, almeno, che gli serve coinvolgerli in un’avventura sulla quale non li aveva minimamente consultati e dalla quale preferirebbero tenersi alla larga.
Se lo Stretto rimane chiuso, con tutte le ricadute che sta provocando in America e nel resto del mondo, “Furia Epica” si rivela un fallimento epico
Energetico immediatamente, economico a ruota, geopolitico in prospettiva. Quanta fiducia gli Usa si sono bruciati in Medio Oriente? Ma questi sono conti che si faranno a mente fredda e a guerra conclusa. Il problema urgente è energetico – perdere un quinto delle forniture mondiali di gas e petrolio non è uno scherzo – e, per immediata conseguenza, economico.
L’inflazione è in agguato, le Banche Centrali sul chi vive. Le attese riduzioni dei tassi d’interesse – Trump ci puntava in vista delle elezioni di novembre – sono ora in predicato. Forse si faranno, quando la guerra finirà e lo sconquasso prezzi-forniture sarà riassorbito.
Trump ha provato di tutto per stabilizzare il mercato; promesse di assicurazione del Tesoro Usa agli armatori, annuncio di scorta della Navy Usa, eliminazione delle sanzioni sul petrolio russo. Le navi restano a bollire all’ancora; pochissime (targate “petrolio per la Cina”) azzardano il transito dello Stretto. Per gli Usa – qui le finalità potrebbero divergere da Israele – più della guerra il nodo diventa sempre più la navigazione.
Da vecchio affarista di dubbia fama, Donald Trump sa cosa fare nei fallimenti: coinvolgervi altri. La logica non fa una grinza. La chiusura di Hormuz vi sta danneggiando? Lasciamo perdere chi o cosa l’abbia causata – la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Lasciamo perdere la prevedibilità della risposta iraniana su Hormuz – tutti gli analisti l’avevano anticipata. Se vi sta danneggiando dovete darci una mano a riaprire la navigazione nello Stretto.
Non a caso l’invito a far parte della coalizione era rivolto ai tre Paesi asiatici più in sofferenza di forniture dal Golfo. Francia e Uk vi si aggiungono in quanto i due Paesi occidentali che ne hanno mezzi e capacità aeronavali, e che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Trump ha aperto così la partita dell’allargamento del conflitto extra-Medio Oriente. Non sarà la temuta Terza guerra mondiale, non fino a che Russia, non chiamata in causa ma addolcita con petrolio e, forse, concessioni sull’Ucraina, e Cina, “parte lesa” nell’ottica dell’invito, ne rimangono fuori. Per il momento non è quello il rischio all’orizzonte.
Ma è sicuramente un pericoloso salto nel buio. Per due motivi. L’Iran considererà nemico chiunque partecipi ad operazioni di messa in sicurezza della navigazione via Hormuz. La protezione dei natanti richiederà un intervento agguerrito, forse anche con azioni a terra, altrimenti a cosa servono i 5.000 marine Usa
Secondo, non ci sarebbe da stupirsi se Donald Trump chiedesse aiuto o comunque sostegno anche ad altri alleati ponendoli di fronte a un difficile «che fare?».
L’Italia non ne è stata ancora oggetto. Per il momento può limitarsi a difendersi da attacchi come quello, via drone, subito dai nostri militari in missione di
stabilizzazione in Iraq – per Teheran, la presenza in area, militare o civile (ambasciate) basta a farne legittimo bersaglio.
Ma il problema potrà porsi in un futuro non lontano. Il coordinamento con Ue e Uk per una linea comune è essenziale. Non si può improvvisare a titolo nazionale. Il «Cosa fare se» sarà sicuramente sul tavolo del Consiglio europeo del 19-20 marzo.
(da La Stampa)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER: “L’ITALIA DEVE CONTINUARE A STARE NELLO STATO DI DIRITTO”
Al referendum del 22 e del 23 marzo «voterò no, non per punire il governo, non per favorire le
opposizioni, ma soltanto per una ragione che a me sembra molto più fondamentale: che l’Italia continui a stare dalla parte dello Stato di diritto, nella vita del Paese e nel sistema internazionale». A dirlo è l’ex premier Mario Monti in una intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Nella quale sostiene che «l’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo. Se mi preoccupa? Molto. Può sembrare un limitato smottamento, al confine tra due terreni. Ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana».
Per Monti «l’insofferenza profonda ha spesso caratterizzato l’atteggiamento dell’attuale governo quando la magistratura o la Corte dei Conti hanno sanzionato suoi atti. La coerenza propositiva è quella che lega tra loro più proposte del governo, accomunate dall’intento di depotenziare alcuni presidi dello Stato di diritto, visti come inaccettabili ostacoli all’esecutivo. Mi riferisco alla riforma sul premierato intesa ad accrescere la governabilità e la legge elettorale recentemente presentata, con meccanismi intesi a rafforzare notevolmente la maggioranza».
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO GREGARI ALLA LEZIONE DEL TECNO-PROFETA THIEL: “DONALD QUI PIACE POCO”… I BIG SOVRANISTI DISERTANO L’INCONTRO A ROMA CON IL FONDATORE DI PALANTIR
Più che l’arrembaggio della tecno-destra, la minaccia è la palpebra calante. Ti aspetti i ministri, ci sono i portaborse. Dici: all’uscita saranno estasiati dalla lectio, invece è la sagra dello sbadiglio. Domenica, Palazzo Taverna, tra piazza Navona e Castel Sant’Angelo, dove abitavano gli Orsini e ora si organizzano convegni. Capienza massima: 165 posti. Attorno alle tre di pomeriggio, un centinaio di invitati varca il portone. Solo chi è in lista, tipo Piper, ma con meno allegria. L’oratore è il miliardario Peter Thiel, creatore di Paypal e poi di Palantir, colosso dei big data in affari pure col governo israeliano, anche per la sciagurata guerra a Gaza, che oggi discetta di religione e Anticristo. Gran finanziatore di Trump, ovvio.
Da giorni, dopo la prima anticipazione della Stampa, il sottobosco politico e imprenditoriale favoleggia: chi ci sarà? Dietro al Colosseo appare un’inquietante striscione di «benvenuto», altri organizzano un flash mob di protesta. Ma alla fine chi c’è? La destra si tiene alla larga, anche perché il Vaticano non è in linea con le teorie di Thiel, anzi. S’intravede l’assistente di Marco Osnato di FdI. Per la Lega, il «responsabile esteri dei Giovani», Davide Quadri. E uno storico collaboratore di Lorenzo Fontana, Cristiano Cerasani, convinto che pure le bizze del clima siano colpa di Satana. Il volto più conosciuto è Daniele Capezzone, direttore del Tempo. C’è un suo predecessore, Roberto Arditti. Un paio di volti Rai, Oliviero Bergamini e Barbara Carfagna. Imprenditori? Paolo Messa e il finanziere Guido Maria Brera. Lo storico Giovanni Orsina. Antonio Zanardi Landi, ambasciatore dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede. Alberto Mingardi dell’istituto Bruno Leoni. Spunta persino un ex 5 Stelle, Pietro Dettori. Insomma, nomi così. C’è da capire la delusione dei fotografi. O almeno il ridimensionamento delle aspettative. Il grosso sono ragazzi con l’abito buono, del giro delle confessioni romane, tendenza neo-con. Parecchi seminaristi del North American College, più uno sparuto numero di
preti americani e studenti di quell’Angelicum, dove all’inizio si era pensato di tenere il seminario.
Thiel appare dietro a un leggio, rischiarato da luci soffuse. Parla due ore scarse. Dice subito che «Trump qui non va di moda, ma io non sono d’accordo». Forse per la latitanza dei big di FdI e Carroccio. Sostiene che oggi, più che la terza guerra mondiale, siamo nel mezzo «di una seconda guerra fredda». Biasima la «pace ingiusta» tra Cina e Usa. Fa un mucchio di citazioni, da Benedetto XVI a Robert Hugh Benson, autore di “Lord of the World”, a Vladimir Solovev che ha scritto “Il racconto dell’Anticristo”. Sull’intelligenza artificiale, la sua specialità, sembra accorciare le distanze con Leone XIV, che chiede paletti: «Bisogna stare attenti – è in sintesi il ragionamento che riportano più presenti – non è la soluzione di tutti i mali, ma non va demonizzata». I democratici americani, profetizza Thiel, nel ‘28 saranno contro. Si salta da un argomento all’altro. Mostra il video di un’esplosione nucleare, chiedendosi che sarebbe capitato al mondo se fosse avvenuta in una città degli States. Critica il nucleare per le armi, sì, ma rilancia quello civile, per contrastare «la dipendenza dalle energie fossili». Poi chiede ai governi di investire contro la de-natalità, pallino di Elon Musk.
Molti si aspettano una qualche rivelazione sull’Anticristo. Ma lui dice solo: «Ne ho paura, la conoscenza va aumentata». Rivelazioni rimandate: «Parlerò l’ultimo giorno». Perché ci sono altri tre seminari nei prossimi tre giorni, tutti obbligatori per gli iscritti, anche se qualcuno già ieri azzardava la mossa, tentando di sfilarsi: «Magari passo domani, ma poi ho avuto un imprevisto». Lo spazio per il blocco “domande e risposte” era di 30 minuti. Ma dura un quarto d’ora. Si fanno avanti quelli dell’Hoover Institution, think thank legato alla Stanford University, dove Thiel ha studiato, che organizzano le sue conferenze in giro per il mondo. Visto il tenore della discussione, diversi ospiti sull’uscio, alla fine, si chiedono: ma perché tanta segretezza? Ridacchiano per alcune leggende circolate alla vigilia, come la penale da 10mila euro (o 20, o 25) per chi avesse violato il riserbo. Pure i cellulari restano perlopiù nelle tasche degli invitati, nessuno li sequestra. L’unico appello del miliardario è una citazione di Daniele, 12:4: «Tieni nascoste queste parole».
Finito il convegno, si va a messa, alla vicina Trinità dei Pellegrini, gestita dalla Fraternità sacerdotale San Pietro, gruppo tradizionalista che, a differenza dei lefebvriani, non ha però mai rotto con la Santa Sede. Messa in latino, ça va sans dire. Celebra don Brice Meissonnier, come vuole il messale antico, ad orientem (cioè “spalle al popolo”). Per i seminaristi domani è stata fissata una cena riservata, organizzata dal Cluny Institute, e intitolata “Seeing Like a State, Seeing Like a Church”, lo sguardo dello Stato, lo sguardo della Chiesa. Probabile riferimento a un testo della cultura libertaria alla quale Thiel si rifà, contro la pianificazione statale il politically correct nella Chiesa. Ultima sorpresa: alla messa, Thiel non c’è. E nessuno lo cita. A Roma spesso va così: si annuncia l’Apocalisse e resta solo la liturgia.
(da Repubblica)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
LE TANTE PROMESSE TRADITE E LA REALTA’
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della
magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ecco cosa spaventa davvero la premier
Si può vincere un referendum senza che i leader politici della maggioranza facciano campagna elettorale? È questa una delle caratteristiche più peculiari del prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.
Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno partecipato alla promozione del Sì in tono minore. Per il primo la riforma della giustizia non è tra le priorità, se il referendum fallisse ci rimetterebbero di più gli alleati del suo partito; il secondo è stato sorpreso dalla nuova guerra in Iran ed è stato costretto a occuparsi interamente della propria funzione istituzionale.
Colpisce ancora di più la cautela di Giorgia Meloni, anch’ella rimasta sostanzialmente confinata a interviste e messaggi istituzionali senza spendersi particolarmente nelle piazze. La premier, tuttavia, è l’unica che può mobilitare vasti settori dell’elettorato. È vero che teme un effetto contrario di personalizzazione e polarizzazione, ma senza uno sprint negli ultimi giorni Meloni rischia che gli elettori di centrodestra rimangano a casa mentre i contrari vadano tutti a votare.
Governo incastrato
Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto. Nei circoli finanziari internazionali inizia ad aleggiare lo spettro del seguente scenario: la guerra in Iran che prosegue per settimane, lo stretto di Hormuz impraticabile per l’Occidente e quello di Suez con passaggio ridotto per lungo tempo, rapida risalita dell’inflazione, aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e possibilità di stagflazione.
Se fino a qualche giorno fa questa ricostruzione era data per possibile ma non probabile, oggi si avvia a diventare quella più credibile per i prossimi mesi. Se così fosse, per un esecutivo che si avvia a entrare nell’anno elettorale, l’economia rischia di divenire un problema quasi insormontabile.
I rischi della crisi
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e
imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale.
L’unico vero patrimonio del governo in questo momento resta l’opposizione, ancora divisa e alla ricerca di un assetto e di una leadership unitaria. Certo, una vittoria del No potrebbe compattare il centrosinistra, ma le sue debolezze lascerebbero anche a una Giorgia Meloni azzoppata la speranza di fare il bis nel 2027 contando sulla nuova legge elettorale con premio di maggioranza.
Le guerre e il senso di insicurezza possono spingere l’opinione pubblica a essere maggiormente conservativa e a rimettersi nelle mani sicure dell’unica leadership che ha già governato per una legislatura invece che optare per un campo largo, semmai si farà, senza una guida chiara.
Non si può poi escludere nemmeno un allungo del Sì in extremis nell’ultima settimana di campagna elettorale. Se ciò accadesse Meloni potrebbe affrontare con un importante obiettivo raggiunto i prossimi mesi, che sarebbero comunque difficili per il governo seppur meno impervi rispetto allo scenario della sconfitta al referendum.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
NEL CDA DELLA GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE INSERITI DUE CANDIDATI NON ELETTI ALLE ULTIME ELEZIONI… IL MINISTRO GIULI HA INDICATO LA SUA SEGRETARIA AL MINISTERO COME CONSIGLIERA DEI MUSEI DI CAPRI
Sul museo sventola la bandiera della Fiamma. Mese dopo mese, il partito di Giorgia Meloni si sta infatti appropriando di tutti i fortini della cultura a suon di candidati non eletti, dirigenti locali, semplici militanti.
E addirittura diretti collaboratori del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, come la segretaria particolare e attuale responsabile dell’ufficio stampa, Elena Proietti Trotti, finita nel consiglio di amministrazione dei musei e dei parchi archeologici di Capri.
Sono, insomma, tanti i nomi legati al partito indicati nei templi della cultura italiana. Dal David di Michelangelo di Firenze al Mann di Napoli, dalla Reggia di Caserta alla pinacoteca di Brera, l’assalto di Fratelli d’Italia è sistematico. Con il ministro della Cultura a firmare i decreti. Ma la bulimia di poltrone non sempre produce risultati.
Le cronache degli ultimi giorni sono una conferma. Venezia è il crocevia dei nervosismi a destra. Alle Biennale, il presidente della fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, vuole dare spazio al padiglione russo, facendo scattare l’allarme al governo.
Il ministro Giuli e il presidente della commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, spesso ai ferri corti, questa volta sono stati concordi sulla necessità di fare un passo indietro. Il Mic ha avanzato la richiesta di dimissioni alla consigliera Tamara Gregoretti, responsabile della decisione, nominata proprio dal ministero. Sempre a Venezia la tensione è alta intorno al nome della direttrice d’orchestra, Beatrice Venezi, graditissima alla destra meloniana. Le dimissioni del consigliere Alessandro Tortato sono solo l’ennesima conferma del valzer sul teatro.
Senza dimenticare il perenne caos intorno a Cinecittà, prima a colpi di possibili conflitti di interessi (con il caso di scuola dell’ex presidente Chiara Sbarigia) e poi con le tensioni intorno Manuela Cacciamani, gradita ad Arianna Meloni, grazie al
rapporto con la sorella della manager, Maria Grazia Cacciamani. Repubblica ha rivelato che l’ad sarebbe indagata, lei ha seccamente smentito con una dettagliata nota.
Fratelli di Firenze
Mentre i riflettori sono puntati altrove, dunque, il ministero della Cultura a guida meloniana fa man bassa di poltrone: piazza fedelissimi sul territorio, da Nord a Sud.
Il caso più significativo riguarda Firenze. Nel cda della Galleria dell’accademia di Firenze e musei del Bargello è stato nominato Andrea Fossi, candidato nelle liste di FdI alle elezioni comunali, vinte dal centrosinistra con Sara Funaro. Fossi ha racimolato appena 126 preferenze, finendo lontano dalla soglia per essere eletto in consiglio comunale. A distanza di quasi due anni, però, è arrivato un incarico di prestigio.
La Galleria dell’Accademia, tra le varie cose, ospita il David di Michelangelo. Sempre nel capoluogo toscano, un’altra poltrona è stata assegnata ad Alessia Galdo, rampolla dello studio notarile di famiglia molto noto in città, entrata nel cda delle Ville e residenze monumentali fiorentine, che tra le varie cose gestiscono la villa Medicea della Petrai e il Giardino della Villa medicea di Castello. Un incarico importante firmato Mic.
Galdo, come Fossi, è stata candidata con il partito di Meloni, a sostegno di Eike Dieter Schmidt: è stata la quinta più votata di FdI, con 587 voti personali, diventando la prima delle non elette.
E ancora: nello stesso consiglio di amministrazione ha trovato posto Chiara Mazzei, di professione architetta ed ex consigliera comunale di Rufina, 7mila abitanti in provincia di Firenze, e dirigente provinciale di Fratelli d’Italia. Una serie di decisioni che ha scatenato proteste. La deputata del Pd, Simona Bonafè, insieme al collega Federico Gianassi hanno presentato un’interrogazione a Giuli: «Queste scelte invece sollevano interrogativi sull’opportunità di inserire nei vertici dei musei statali figure impegnate nella politica di partito».
Ma Fratelli d’Italia non è intenzionata ad arretrare. «Si può essere scelti per un cda pubblico anche se non si ha la tessera del Pd», hanno commentato l’eurodeputato toscano di FdI, Francesco Torselli, Alessandro Draghi, consigliere comunale fiorentino. Oggi basta una candidatura andata male con i meloniani
Dalla Reggia al Mann
La musica non cambia in un altro luogo tempio della cultura: la Reggia di Caserta. In questo caso nel cda è stato indicato Paolo« Santonastaso, che nel marzo del 2025 era diventato segretario cittadino di Fratelli d’Italia, a Caserta, e già consigliere comunale nella stessa città. Poche settimane prima della nomina aveva presenziato ad Atreju, festa di FdI.
Ancora più temeraria la decisione di Giuli per i musei nazionali di Capri: come consigliera è arrivata la potente segretaria del ministro, Elena Proietti Trotti, oggi una delle figure più importanti al Mic (gestisce anche l’ufficio stampa), che è inoltre dirigente di spicco di Fratelli d’Italia in Umbria, sua regione d’elezione.
Una mossa che ha provocato le proteste del Pd. «Dalle informazioni disponibili, non risultano competenze riconducibili ai requisiti previsti dalla legge», ha accusato il deputato dem, Piero De Luca.
Proietti Trotti, interpellata da Domani, respinge le critiche: «Polemiche? Dovrebbero essere contenti che il ministro leghi Capri a Roma. È un passaggio importante e un segnale positivo». Stessa pratica seguita a Milano: il consigliere diplomatico del ministro, Clemente Contestabile, è consigliere alla pinacoteca di Brera.
Altro museo in Campania, altra nomina di partito: nel cda del museo archeologico nazionale (Mann) di Napoli è stato indicato Diego Militerni, già vicecoordinatore regionale del partito, fedelissimo del deputato napoletano Michele Schiano di Visconti. L’incarico politico per Militerni è arrivato nel 2025, qualche mese dopo la sconfitta per la leadership a Napoli contro Marco Nonno.
Area meloniana
Il modello-Giuli non conosce confini: è stato seguito pure in Abruzzo. La prescelta questa volta è stata Laura D’Ambrosio, candidata con FdI alle regionali con Marco Marsilio nel 2024, nella provincia di Teramo, ottenendo 3.500 preferenze. Un risultato deludente. Ma a febbraio è arrivato l’inserimento – su indicazione del Mic – nel cda dei musei archeologici nazionali di Chieti.
Ai musei nazionali di Perugia è scattata una sorta di occupazione targata fiamma: tra i consiglieri c’è Andrea Assenza, vicedirettore del day time della Rai, uomo di fiducia di Angelo Mellone, una delle punte di diamante di TeleMeloni. Nello stesso organismo è stato nominato il politologo Alessandro Campi, in passato direttore di FareFuturo, la fondazione finiana, sotto l’egida dell’attuale ministro Adolfo Urs
Non mancano le competenze al critico Roberto Litta, inserito nel cda dei musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii. Ma c’è anche un po’ di appartenenza: di recente ha moderato un incontro di campagna referendaria per il Sì, a Roma, con un parterre di Fratelli d’Italia, tra cui il segretario romano del partito, Marco Perissa, e il deputato Paolo Trancassini.
Nell’assalto alla cultura, c’è poi Alberto Samonà, ex assessore (in quota Lega) della giunta Musumeci in Sicilia, passato al timone dell’istituto Villa Adriana e Villa d’Este dopo essere stato nel cda del Parco archeologico del Colosseo (in quel caso voluto dal precedente ministro Gennaro Sangiuliano). Nonostante l’adesione leghista, Samonà è una vecchia conoscenza della destra: ha trascorsi giovanili nel Msi. La fiamma come punto in comune per ottenere un posto firmato Giuli nei cda.
(da EditorialeDomani)
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