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SUPER PARTES IN CHE SENSO?

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

LA CRISI ISTERICA DI BRUNO VESPA

La crisi isterica di Bruno Vespa con Peppe Provenzano mi è sembrata sincera: questo significa che Bruno Vespa si considera per davvero un giornalista al di sopra delle parti. Mi sono chiesto, dunque, perché non vedo nemmeno un minuto di una sua trasmissione da una trentina d’anni, come minimo (la sfuriata a Provenzano l’ho intercettata in una delle decine di repliche online): forse perché io sono decisamente di parte, e dunque non sopporto quelli super partes come lui?
La risposta non è questa. Vespa, da sempre, non fa parte del mio palinsesto perché è un uomo di potere, abita dentro il potere, parla il linguaggio del potere. Ne è il cerimoniere, l’accompagnatore, l’illustratore (vedi lo show di Berlusconi con il modellino del Ponte sullo Stretto: era il 2001, santiddio, pensa da quanto tempo ci prendono per i fondelli, con il Ponte).
Non mi aspetto da lui neppure un grammo di inedito o di inaspettato o di spiazzante. Ultimamente, del potere, Vespa è anche il tour operator, visto che ospita fior di potenti nella sua tenuta di Nonsodove. Alle presentazioni dei suoi libri annuali ci sono sempre o quasi sempre: un cardinale, un politico di destra, un politico di sinistra, l’affresco del consociativismo capitolino.
Curiale e di destra, dicono che ultimamente trascuri la curialità in favore del tifo per la destra — si sa che da vecchi in un certo qual senso si ringiovanisce, perché si perdono i freni inibitori. Non si conoscono frizioni o scontri tra politici di destra e Vespa, che nella Rai melonizzata si trova come un pesce rosso nella sua boccia. Super partes, dunque, che cosa vorrebbe dire, esattamente? Nel mio caso, per esempio, vuol dire vivere lontano dal potere, dunque da Bruno Vespa. Vedi come è relativo, il concetto.
(da Repubblica)

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IL PESO ENORME DEL VOTO SU ORBAN

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

LA GEN Z IN PIAZZA A BUDAPEST, MAXI CONCERTO CONTRO LA FECCIA SOVRANISTA

Per capire la posta in palio delle elezioni di domani in Ungheria basta leggere l’ultimo post di Donald Trump: “Viktor Orbán è un leader veramente forte e potente, con un record di risultati fenomenali. Ama il suo grande Paese e il suo popolo, proprio come faccio io per gli Stati Uniti… Lavora duramente per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare lavoro, promuovere il commercio, fermare l’immigrazione illegale e garantire legge e ordine… Domenica votate per Orbán, è un vero amico, combattente e vincitore… sono con lui fino in fondo!”.
Il “voto a distanza” del commander in chief è la prova di quanto sia cruciale per le destre trumpiste il ruolo politico-ideologico del fedelissimo “amico magiaro”. Se rivince, continua la sua missione speciale: quella di “agente patogeno” che si insinua nelle vene del continente europeo per svuotarlo e distruggerlo da dentro.
Se perde, il processo di decostruzione endogena della Ue subisce una seria battuta d’arresto: i tre imperi che speculano sulla disunione europea perdono un asset strategico, e la sua caduta può diventare preludio di una frana più vasta dell’Internazionale sovranista. Dice bene Romano Prodi: dal risultato ungherese può dipendere il futuro della libertà e della democrazia in Europa.
I sondaggi danno in vantaggio “Tisza”, il partito di opposizione guidato da Péter Magyar, più liberale e più vicino a Palazzo Justus Lipsius che non alla Casa Bianca. Ma il dispotico Viktor, a conferma del suo irriducibile disprezzo per le regole, non è tipo che si ritira in buon ordine. Al pari del maestro di Washington — che dopo la vittoria di Biden lanciò l’assalto a Capitol Hill — anche l’allievo di Budapest prepara già il suo quasi-golpe, accusando gli avversari di brogli e di complotti con le intelligence straniere. Cosa farebbe, di fronte a una sconfitta? Non esagera Anne Applebaum, a chiedersi se manipolerà il risultato, invaliderà le elezioni o farà esplodere qualche scandalo.
In sedici anni di governo ininterrotto,Orbán ha assegnato a se stesso e alla sua piccola nazione da 9,5 milioni di abitanti un compito ambizioso e sedizioso: far
del suo partito, Fidesz, un modello di conservatorismo autoritario, ultra-nazionalista e xenofobo da offrire al suo paese, all’Europa e al mondo. La sua dottrina l’ha illustrata nel luglio 2014 in Romania, in un discorso alla Bálványos Summer Free University: la democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno “stato illiberale”. Non a caso, la stessa teoria che Putin perfezionò nel 2019, spiegando al Financial Times che “l’ideologia liberale è ormai obsoleta” perché con il multiculturalismo e le politiche migratorie “non tutela gli interessi dei popoli”.
“We were Trump before Trump”, come ha giustamente ricordato qui Paolo Gentiloni: con quel progetto, Orbán ha ispirato l’America First prima ancora che il tycoon ce l’avesse in testa e lo usasse come slogan per vincere le presidenziali del 2016. Nell’attuarlo, il primo ministro ungherese è stato inesorabile, trapiantando in Europa quel regime di “democratura” che negli stessi anni si consolidava in Russia. Orbán ha picconato sistematicamente la Costituzione, per abbattere tutti i contropoteri (e il Partito popolare europeo, al quale Fidesz ha aderito dal 2004 al 2021, ha l’enorme responsabilità di averlo tollerato). Il primo fronte è stato quello della giustizia, aggredita con “riforme” che ora a noi italiani suonano assai familiari. Ha disarmato la Corte costituzionale, aumentando il numero dei membri “laici” nominati dal partito. Ha introdotto norme che accrescono l’influenza politica sulla giurisdizione della Corte Suprema. Ha creato l’Ufficio giudiziario nazionale, organo di disciplina della magistratura guidato sempre da figure vicine a Fidesz. Ha ridotto da 70 a 62 anni l’età pensionabile dei giudici, sostituendo i più “anziani” con toghe di nomina politica. Il secondo fronte è stato quello dell’informazione, silenziata con bavagli di ogni genere. Ha creato una “Fondazione della stampa e dei media”, nella quale ha fatto confluire giornali, tv, radio e siti web sotto il controllo governativo. Ha fatto chiudere più di 90 media indipendenti, obbligando le aziende pubbliche a negargli la pubblicità. Ha varato decreti persecutori, contro i migranti e le comunità Lgbtq. Per queste continue violazioni dello Stato di diritto, l’Ungheria è tuttora sottoposta a una procedura d’infrazione Ue, che le ha congelato 16 miliardi di fondi del Next Generation Eu.
Oggi l’Ungheria è un paese in crisi. Poca crescita e alta inflazione, bassi salari e tanta corruzione. Nonostante questo, Orbán è diventato capofila tra i 27 delle forze
sovraniste che impediscono all’Europa di accelerare sulla via dell’integrazione, imbrigliandola con le catene del voto all’unanimità. Per questo i tre imperi l’hanno scelto come “utile idiota”. L’America di Trump, che chiede agli ungheresi di rivotarlo perché divide e indebolisce la Ue. La Cina di Xi Jinping, che lo usa come testa di ponte per i suoi investimenti nel Vecchio continente. E la Russia di Putin, che lo foraggia con gas e petrolio ottenendo in cambio un’interdizione continua, a colpi di diritto di veto, sui tentativi europei di rafforzare gli aiuti militari a Kiev o inasprire le sanzioni contro il Cremlino. A suggellare l’asse del male Mosca-Budapest c’è la trascrizione della telefonata del 17 ottobre 2025, pubblicata da Bloomberg, con Orbán che dice “Vlady, sono pronto ad aiutarti in qualunque modo, sono al tuo servizio”, e Putin che risponde “grazie caro Viktor, apprezzo molto il tuo atteggiamento flessibile sull’Ucraina”. E tutti e due, naturalmente, si sdilinquiscono per Trump: “Ha una sorprendente abilità”, “si muove come un carrarmato”. E via così, “spasibo” e “dasvidania”.
La rielezione di Orbán è essenziale, per le autocrazie che odiano la democrazia e per le destre che non amano l’Europa. Ecco perché il voto ungherese conta anche per l’Italia. Come ha riconosciuto martedì scorso il vicepresidente Vance, in visita “pastorale” al Mathias Corvinus Collegium di Budapest, l’Amministrazione Usa è rimasta “molto delusa dai leader europei, abbiamo avuto aiuti solo da alcuni, il più utile è stato Viktor, ma anche Giorgia Meloni è stata molto utile…”. Dal punto di vista dello sceriffo di Washington, Fidesz e Fratelli d’Italia fanno parte della stessa catena di comando, funzionale al signoraggio americano e al sabotaggio europeo. Dal punto di vista della Sorella d’Italia, il sostegno alla campagna elettorale orbaniana è stato costante e imbarazzante. Lo testimonia quel video di gennaio, dove lei si spertica di lodi per l’amico magiaro: “Insieme difendiamo un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose, Dio vi benedica tutti!”. La premier non esita a “metterci la faccia”, accostando la sua a quella dei peggiori estremisti occidentali: da Netanyahu a Milei, da Marine Le Pen ad Alice Weidel. Dopo la disfatta referendaria, e prima dell’ordalia del mid-term di novembre, si profila un altro test decisivo, per fiutare il
vento di un possibile cambiamento. Se Viktor va a casa, la campana suona anche per Giorgia.
(da Repubblica)

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IL BOARD DI PACE DI TRUMP E’ UNA PATACCA: PROMESSI 17 MILIARDI, NE E’ ARRIVATO 1”, SOLO TRE PAESI HANNO VERSATO

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

COSI’ GAZA RESTA NEL LIMBO TRA ISRAELE E HAMAS… E IL GOVERNO TECNICO PALESTINESE NON PUO’ NEPPURE ENTRARE NELLA STRISCIA

Che fine ha fatto il Board di Pace lanciato in pompa magna da Donald Trump a Washington il 19 febbraio? Non serve un mago per capire che pochi giorni dopo quell’evento il presidente Usa le velleità da peace-maker mondiale le ha messe decisamente da parte per vestire le parti del Commander in chief di guerra all’Iran.
Né che la Striscia di Gaza non sia esattamente in cima ai suoi pensieri. Ma se il lavoro di ricostruzione fisica e politica dell’enclave palestinese a sei mesi dal cessate il fuoco non decolla è anche per un’altra ragione: il Board trumpiano non ha una lira. Dei 17 miliardi di dollari promessi da vari Paesi per consentire il lavoro del nuovo Comitato tecnico palestinese per Gaza e per avviare progetti di ricostruzione nella Striscia si sono visti sinora solo gli spiccioli, svela Reuters citando fonti a conoscenza del dossier. Solo Stati Uniti, Marocco ed Emirati Arabi hanno messo per ora qualcosa, per un tesoretto totale da meno di un miliardo di dollari. Anche per questo, spiegano le fonti, il Comitato guidato dal tecnocrate palestinese Ali Shaath non ha tuttora mai potuto mettere piede nella Striscia di Gaza, continuando a operare «in remoto» dal Cairo. «Non ci sono soldi disponibili», avrebbe detto a interlocutori palestinese il rappresentante del Board sul terreno, il diplomatico bulgaro Nikolay Mladenov.
Cosa succede nella Striscia
A parole Hamas continua a dire di essere pronta a cedere il potere a quel Comitato. Di fatto però pare ben lieta delle difficoltà operative del nuovo Comitato, che le consentono di continuare a governare di fatto Gaza. O meglio la porzione della Striscia rimasta sotto il suo controllo. L’altra resta controllata da Israele, che aveva accolto con analoga il freddezza sia il cessate il fuoco che il Board of Peace firmati Trump, e vuole tenersi le mani libere per gestire direttamente la sicurezza nell’area. Per la ricostruzione dei Gaza, dove quattro quinti degli edifici sono stati rasi al suolo in due anni di guerra, si stima un fabbisogno di circa 70 miliardi di dollari. Trump a febbraio aveva annunciato che i soli Usa ne avrebbero investiti 10 nel Board, e che una decina di altri Paesi ne avevano già promessi 10. I Paesi europei – Italia compresa – avevano guardato con sospetto a quella nuova istituzione made in Usa «parallela all’Onu» ma alla fine fatto buon viso a cattivo gioco. Poco dopo però con la guerra all’Iran il clima è drasticamente cambiato e ogni promessa di spesa – o quasi – è stata congelata. E così nel frattempo la realtà per l’enclave palestinese resta per ora uno status quo senza futuro.
(da agenzie)

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GIOVENTÙ SBALLATA: SEMPRE PIÙ RAGAZZINI, ANCHE DI 11 O 12 ANNI, FANNO USO DI DROGHE: LE SOSTANZE SINTETICHE SONO PIÙ ECONOMICHE, SOFISTICATE E FACILI DA ACQUISTARE ONLINE, E ANCHE LE “DROGHE LEGGERE” COME LA MARIJUANA SONO MOLTO PIÙ POTENTI DI PRIMA

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

C’È IL RISCHIO DI DANNI PERMANENTI: IL CERVELLO DEI PISCHELLI È IN FASE DI SVILUPPO FINO AI 25-26 ANNI E L’ESPOSIZIONE PRECOCE A STUPEFACENTI PUÒ PROVOCARE DEFICIT COGNITIVI O DISTURBI COMPORTAMENTALI SPESSO IRREVERSIBILI

Undici, dodici anni e la voglia di trasgredire, sperimentare, sentirsi grandi, incuranti di pericoli e divieti. Il consumo di sostante stupefacenti, raccontano le ultime operazioni di polizia, non è più un fenomeno relegato all’adolescenza avanzata o ai contesti di marginalità: è una realtà che attraversa scuole, famiglie, ambienti sociali insospettabili.
Maria Carla Bocchino, dirigente superiore della polizia di Stato della Direzione centrale per i servizi antidroga, parte proprio da questo per analizzare il fenomeno: «Il cervello dei ragazzi è ancora in formazione almeno fino ai 25-26 anni e le sostanze agiscono direttamente sul sistema nervoso centrale, alterandone le funzioni».
«Ciò significa che l’esposizione precoce a droghe può tradursi in deficit cognitivi, disturbi comportamentali e problemi della sfera psicomotoria spesso irreversibili». Più bassa è l’età, più gravi possono essere le conseguenze.
Le sostanze sintetiche – come ecstasy, ketamina o le cosiddette «droghe di design» – sono sempre più sofisticate e accessibili, vendute sotto forma di pillole colorate che ricordano le caramelle, con nomi che fanno riferimento al mondo delle auto, dei cartoni e così via. I prezzi? Tra i 15 e i 20 euro a dose. A «misura» di adolescente.
Anche le cosiddette «droghe leggere», sottolinea la dirigente, sono cambiate e «il contenuto di Thc, il principale principio attivo psicotropo, in alcuni casi può arrivare anche al 99%». Non è raro, poi, che la marijuana venga contaminata con sostanze chimiche capaci di amplificare gli effetti fino a centinaia di volte.
Internet e i social network, poi, hanno aperto nuovi canali e alcune sostanze possono essere ordinate online e recapitate tramite pacchi postali, all’insaputa dei genitori. «In altri casi – prosegue Bocchino – farmaci presenti in casa, come analgesici potenti o psicofarmaci, possono essere utilizzati impropriamente dai ragazzi, spesso senza consapevolezza dei rischi».
E da alcune testimonianze raccolte nelle comunità di recupero emerge come il primo contatto con la droga avvenga all’interno della famiglia, per imitazione o, nei casi più estremi, con una sorta di tacita legittimazione degli adulti.
(da agenzie)

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“IN ITALIA EMERGE L’ANTI MELONI”: IL PRESTIGIOSO MEDIA USA BLOOMBERG LANCIA SILVIA SALIS PREMIER

Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO IN ITALIA IL CAMPO LARGO CONTINUA A IGNORARE L’UNICA VERA CANDIDATA CHE PUO’ MANDARE A CASA I SOVRANISTI… LEI A BLOOMBERG: “IO ELETTA PER FARE LA SINDACA DI GENOVA, SE MI CHIEDESSERO IN MODO UNITARIO DI CANDIDARMI PREMIER SAREBBE UNA BUGIA DIRE CHE NON LA PRENDEREI IN CONSIDERAZIONE”

“Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga”. Lo ha detto la sindaca di Genova Silvia Salis alla domanda del giornalista del media americano Bloomberg che da poche ore è online. L’influente portale statunitense ha dedicato alla sindaca di Genova Salis un lungo reportage nelle sue pagine di politica descrivendola come il volto nuovo italiano e possibile candidata anti Giorgia Meloni.
Quest’intervista, in lingua inglese, la stessa Salis l’ha richiamata sulle proprie stories di Instagram con in evidenza appunto il titolo di lei che emerge in Italia come l’anti Meloni.
Questi alcuni passaggi del reportage. “La sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni il mese scorso sta galvanizzando l’opposizione italiana. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente alle prossime elezioni: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento a Roma, bensì a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. Per ora l’ex lanciatrice di martello olimpica scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile”.
Quindi Bloomberg riporta le parole della Salis al proprio reporter inviato a Genova. “Sono una candidata progressista che crede fermamente che sviluppo economico e giustizia sociale possano coesistere – le sue parole – Questo governo di destra non è stato in grado di realizzare né l’uno né l’altro, rendendo infelici sia i pochi che i molti. Il che, di per sé, è già un grande risultato”.
E sull’Italia la fotografia scattata dal media di New York è questa. “Sebbene l’opposizione – composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Partito Democratico di centrosinistra, al Movimento Cinque Stelle populista, fino ai Verdi e all’Alleanza di Sinistra di sinistra e ad altri partiti minori – sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i voti contrari al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni generali. I due principali contendenti sono il leader del Movimento Cinque Stelle, l’ex premier Giuseppe Conte, ed Elly Schlein, leader del Partito Democratico dal 2023.…”.
Quindi si chiede. “Salis è dunque pronta per il grande salto?”. Domanda rivolta a lei stessa, a cui Silvia Salis replica: “È chiaro che non posso sfuggire a questa attenzione nazionale, non posso eludere le domande. È una cosa interessante, mi
lusinga” ha detto, precisando che non parteciperà però ad alcuna elezione primaria. Ma, qualora le venisse chiesto direttamente di candidarsi? Chiosa finale di Salis: “Di fronte a una richiesta unificante non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione, sarebbe una bugia”.
La precisazione della sindaca Salis
Dopo il clamore mediatico suscitato dal colloquio con Bloomberg la sindaca di Genova ha tenuto a precisare: “Sono la sindaca di Genova e sono stata eletta dai genovesi per occuparmi della città almeno per cinque anni. Non ho nessuna intenzione di venire meno al mio mandato”.
E ancora: “Nell’intervista a Bloomberg, tra le tante altre cose mi è stato chiesto che cosa farei se, pur non prendendo parte alle primarie, qualcuno mi chiedesse di fare la candidata. E ho risposto come ho sempre fatto, anche in un recente passato, a domande molto simili a questa. Ovvero che di fronte a una richiesta unitaria sarebbe falso dire che non ci penserei neppure. Come d’altronde immagino farebbe chiunque di fronte a una richiesta del genere. Ho pure aggiunto un altro passaggio che, però, nell’intervista non è stato riportato. Ovvero che rimane il fatto che sono stata eletta per essere cinque anni la sindaca di Genova. E, rispetto ad altri nomi che si fanno, ho già un altro incarico”.
(da il Secolo XIX)

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DIO, PATRIA E CAMORRA: LE SPERICOLATE CONNESSIONI DI GIOACCHINO AMICO. L’IMPRENDITORE LEGATO AL CLAN SENESE E OGGI PENTITO, SALITO ALL’ATTENZIONE DELLE CRONACHE PER UNA FOTO CON GIORGIA MELONI DI SETTE ANNI FA, AVEVA TESSUTO RAPPORTI CON POLITICI DI DESTRA E PRESO LA TESSERA DI FDI

Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2019, DURANTE IL CONGRESSO DI GRANDE NORD, MOVIMENTO CHE SI ISPIRAVA A BOSSI, PRIMA FU SALUTATO DAL PALCO DA CARLO FIDANZA, OGGI CAPO DELEGAZIONE A BRUXELLES DI FDI, POI PRESE LA PAROLA ILLUSTRANDO LA SUA “IDEOLOGIA”: ATTACCÒ IL REDDITO DI CITTADINANZA (“CREA DANNI ALLE IMPRESE E SIGNIFICA RECESSIONE”), SPROLOQUIÒ DI LEGITTIMA DIFESA: (“SE ENTRA IL LADRO IN CASA MIA IO SPARO”) E ARRIVÒ A DIRE CHE “LA CRIMINALITÀ ESISTE PERCHÉ LA GENTE HA FAME”

Gioacchino Amico, oggi collaboratore di giustizia, è l’imprenditore camorrista che mette tutto insieme. Da una parte triangola le mafie che da anni hanno occupato il nord: camorra, mafia e ‘ndrangheta. E dall’altra alza ponti con professionisti e politica. Ma fa anche altro: l’ideologo.
Parla da imprenditore di reddito di cittadinanza e anche di criminalità organizzata. Dobbiamo tornare al 2019 per scoprire la piattaforma programmatica del rampollo della famiglia della mala più potente della capitale: i Senese.
In questi giorni si parla molto del boss, tra i principali imputati nel maxi processo Hydra, per la foto pubblicata da Report nella quale si mostra in un selfie con Giorgia Meloni, l’attuale presidente del Consiglio.
Era il 2019 e, in mezzo a mani, volti e appassionati durante un evento politico in vista delle Europee, c’era anche lui. Scatto che ha scatenato l’ira della premier: «Squallidi attacchi di gente in malafede».
Amico ha costruito, in quegli anni, da imprenditore in doppio petto relazioni con la destra, è entrato in contatto con l’attuale sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. Nelle carte è documentato un incontro nel 2020 alla presenza anche della senatrice Carmela Bucalo. Ha anche ottenuto la tessera di Fratelli d’Italia da una collaboratrice dell’esponente meloniana, come già raccontato da Domani.
Durante un altro evento politico, svoltosi sempre nel febbraio 2019, viene salutato dal palco da Carlo Fidanza, oggi capo delegazione a Bruxelles di Fratelli d’Italia. Si tratta del congresso di Grande Nord, movimento legato alle idee del leader leghista Umberto Bossi. Dal palco il meloniano ringrazia «Gioacchino Amico per l’invito».
Il boss-imprenditore non sembra un imbucato, non è estraneo a quel mondo, spinto dall’esigenza antica della criminalità di farsi mafia penetrando settori produttivi e politici.
Monica Rizzi, tra le fondatrici di Grande Nord, ha raccontato: «Gioacchino Amico era un personaggio che bazzicava intorno alla politica, millantando rapporti con la destra e con le imprese». Era stato anche coordinatore cittadino del movimento politico di Flavio Tosi, oggi deputato forzista, quando era uscito dalla Lega.
Il suo pensiero era tutto raccolto in quell’intervento, ripreso da Radio Radicale. «Vi ringrazio tutti, la Monica (Rizzi, ndr)… per questo invito. Oggi abbiamo fatto molta politica, ma vi riporto la voce del popolo e del mondo delle imprese.
Si parlava di reddito di cittadinanza, ora vi racconto quanto danno può arrecare alle imprese. Io che ho 123 dipendenti, 45 part time. Sapete cosa hanno fatto i lavoratori part time da un mesetto?», si chiedeva Amico.
«Si sono licenziati, preferiscono stare a casa davanti al divano prendendo il reddito piuttosto che lavorare con 550 euro più i contributi. Questo cosa comporta all’imprenditore? (…) stiamo abbassando la domanda interna, significa recessione totale. Italia, svegliatevi! E a Roma non si mettano a parlare di legittima difesa, se entra il ladro in casa mia io sparo», ragionava Amico con eloquio claudicante.
In fondo lui problemi di legittima difesa non li ha mai avuti, a un debitore diceva: «Ti stermino la famiglia, ti stermino tutto».
All’epoca non era indagato per mafia, aveva rimediato una condanna per falso. L’ideologo, però, era pronto anche a illuminare la platea sul tema criminalità, un momento autobiografico: «La criminalità esiste perché la gente ha fame. Andiamo avanti con Grande Nord, ringrazio anche il mio amico Carlo Fidanza di Fratelli d’Italia che è andato via».
(da Domani)

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ORA I PUTTANIERI SOVRANISTI DEDICANO LA LORO ATTENZIONE MORBOSA ALLA VITA PRIVATA DELL’EURODEPUTATA ILARIA SALIS

Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile

LEI RIBADISCE: “NESSUNA RELAZIONE STABILE CON L MIO ASSISTENTE BONNIN”

Ilaria Salis è «esterrefatta» per l’attenzione «morbosa» nei confronti della sua vita privata. «Soprattutto in un momento in cui tra guerre, crisi, dubbi legami tra esponenti di governo e clan, vi sono questioni di ben altra rilevanza pubblica. Sono bersaglio di una campagna della destra che arriva a spiarmi in casa: si è andati oltre», dice oggi in un’intervista a Repubblica. Si parla del presunto rapporto tra lei e il suo assistente parlamentare Ivan Bonnin. Vietato dalle regole del parlamento europeo
Nell’intervista Salis tiene il punto sul “partner stabile”, come da policy di Strasburgo. Sembra negare proprio la stabilità della relazione: «Bonnin non è il mio partner stabile. Lo conoscevo di vista prima della mia carcerazione in Ungheria, in seguito alla liberazione ho pensato che il suo curriculum fosse adatto al ruolo. Ora è diventato un carissimo amico, una persona verso cui nutro piena fiducia, con lui ho scritto a quattro mani il libro Vipera. E di tutto questo non ho mai fatto mistero». Ivan è solo «uno dei miei quattro assistenti, il più stretto, viaggiamo insieme e si è appoggiato nella mia camera. Non è raro per gli europarlamentari. E poi io tendo a girare con persone di cui mi fido, non ho la scorta e così sono più tranquilla: la mia storia mi chiede di essere prudente».
La residenza
E sulla residenza a casa sua a Milano sostiene: «Quando sono tornata da Budapest ho dovuto ricostruirmi di botto una vita. In meno di due anni ho cambiato quattro volte residenza e dall’inizio del 2025 fino al marzo scorso l’ho fissata in un appartamento di proprietà di Bonnin. Questo non significa che abbiamo una relazione stabile o che viviamo insieme: lui è quasi sempre a Bruxelles per lavoro e io giro in Italia e in Europa. Sono stata coinquilina di molti altri amici in passato. E non sono certo l’unica parlamentare ad averlo fatto».
Il cambio di residenza il giorno dopo la perquisizione è invece avvenuto perché «la destra e i giornali di quella parte politica avevano iniziato a strumentalizzare da subito la sua presenza in camera mia e per non lasciare alcuno spazio a questa manipolazione ho cambiato indirizzo. C’è anche un problema di sicurezza».
Le minacce
Salis dice di ricevere minacce quotidiane: «A casa dei miei genitori ci sono state infrazioni (forse intende effrazioni, ndr), su social e mail sono oggetto di insulti e avvertimenti. Persino un europarlamentare dell’Afd, Alexander Jungbluth, con il quale a fine marzo ho condiviso l’auto messa a disposizione dall’Europarlamento al ritorno da una plenaria, una volta arrivati alla mia abitazione mi ha detto “Ora sappiamo dove abiti”. Ho segnalato l’episodio alla presidente del Parlamento europeo». E aggiunge: «Per nascondere i veri problemi del governo Meloni si cercano finti scoop. Ma io nel mio privato faccio ciò che voglio».
La residenza di Bonnin
E conclude: «Avere la stessa residenza del mio assistente non significa far parte dello stato di famiglia. Se dovessimo indagare su chi dorme con chi, non so dove finiremmo». Infine, sul regolamento europeo che prevede che Bonnin abbia la residenza nella sede di lavoro, spiega lo stesso assistente di Salis: «Ho mantenuto la residenza anagrafica a Milano anche perché il mio è un contratto part time, ma sono regolarmente registrato in Belgio. C’è una sorta di status particolare riconosciuto per prassi. Al Parlamento Ue ho consegnato il casellario giudiziario: è risultato corrispondente agli standard».
(da agenzie)

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IL VERO PROBLEMA DI GIORGIA MELONI E’ CHE HA FATTO MALE I CONTI E ORA NON CI SONO PIU’ SOLDI

Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL DESTINO E’ APPESO A 678 MILIONI DI EURO, TRE DECIMALI DI PIL, QUELLI CHE SERVONO PER USCIRE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE… SE NON LI TROVA SARA’ UNA LENTA AGONIA

Le parole più importanti ieri al Parlamento non le ha dette Giorgia Meloni, ma il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Ha detto che la crisi energetica rallenterà le stime di crescita. Ha detto che anche per questo motivo il deficit rispetto al PIL è pari al 3,07%. E che per arrivare al fatidico 3,04% che consentirebbe all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, mancano 678 milioni di euro.
Ha detto anche, Giorgetti, che “crede nei miracoli”, bontà sua, e che il governo ha circa un mese per venire a capo del problema. Dovesse farcela, potremmo aumentare il budget sulla difesa fino al 3% del PIL come abbiamo promesso a Donald Trump, senza gravare sui bilanci pubblici – e quindi senza fare nuovo debito a tassi italiani, o senza alzare le tasse, o senza tagliare la spesa sociale – grazie al piano di riarmo europeo.
Non dovessimo farcela, invece, quel poco di soldi che abbiamo da spendere, se ne andrebbe in buona parte in armamenti, anziché in scuola, sanità, pensioni, crescita, nell’ordine che volete voi.
C’è poco da fare i romantici, e molto da fare i contabili: il destino della legislatura passa da qui, da quanto saranno bravi i ragionieri del ministero dell’economia e delle finanze, o da quanto saranno zelanti e indipendenti dalle pressioni politiche gli statistici dell’Istat. Se ci sono i soldi, Giorgia Meloni potrà provare a invertire la rotta decadente della sua parabola di governo. Altrimenti, sarà solo una lenta agonia fino al voto.
Lei stessa ne è consapevole del resto, visto che ieri a Camera e Senato ha rivendicato molto l’azione del governo finora, e ha detto molto poco sul futuro. Perché sa benissimo che per parlare di futuro servono soldi che, per ora, non ha.
A dire il vero, l’unico momento di verità in ore di chiacchiere è stato quando ha detto che se la crisi dovesse perdurare e peggiorare, l’Unione Europea dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità, consentendo ai governi del continente – cioè, a lei – di spendere quel che vogliono, senza alcun vincolo. Cosa che potrebbe succedere, paradossalmente, solo se saltassero le trattative tra Usa e Iran, tra un paio di settimane. Solo se, cioè, la crisi globale diventasse talmente grave da far saltare tutto.
Di fatto, il destino di Giorgia Meloni e del suo governo è nelle mani di ragionieri italiani e negoziatori pakistani, e di quel che combineranno nelle prossime due settimane. Non esattamente il finale che avrebbe sognato, Giorgia Meloni. Ma forse, dopo aver buttato miliardi in progetti senza senso come i centri per migranti in Albania, è il finale che si merita.

(da Fanpage)

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COSA ASPETTARSI DAI COLLOQUI DI ISLAMABAD TRA USA E IRAN?

Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE STEFANINI: “ENTRAMBI HANNO CONCLUSO CHE PROSEGUIRE LA GUERRA HA UN COSTO TROPPO ELEVATO. ED ENTRAMBI DEVONO POTERSI DICHIARARE VINCITORI. MA PRIMA DELLA GUERRA IL PROBLEMA HORMUZ NON ESISTEVA. L’HA CREATO TRUMP, DANDO A TEHERAN IL FORMIDABILE ASSO NELLA MANICA AI NEGOZIATORI IRANIANI. RICONOSCERE UN DIRITTO DI PEDAGGIO SULLO STRETTO RENDEREBBE L’IRAN PADRONE DEL GOLFO”

Al sollievo per il cessate il fuoco è subito subentrata la confusione. La tregua è parziale, lo Stretto non si riapre, Israele continua la guerra contro Hezbollah in Libano, gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo si sono trascinati.
Unico elemento certo è la volontà di trattare sia di Washington che di Teheran, pur nel disaccordo sulla base da cui cominciare a negoziare. Iraniani e americani ne offrono versioni diverse.
Nessuno dei due minaccia però di disertare Islamabad. Con un diverso calcolo costi-benefici, entrambi hanno concluso che proseguire la guerra ha un costo troppo elevato
Inoltre, entrambi devono potersi dichiarare vincitori – l’hanno già fatto prima di cominciare. Cosa aspettarsi dunque da Islamabad? Al meglio, consolidamento della tregua e Stretto aperto alla navigazione mentre il negoziato continua. La trattativa sarà infatti complessa e lunga, sullo sfondo di fortissime tensioni se non di ripresa delle ostilità che Trump ha già minacciato: «Se non c’è accordo si riprende a sparare».
Dal canto suo, Teheran non si presenta a Islamabad come parte sconfitta ma potenza che ha resistito. Con richieste concrete: garanzie di non essere nuovamente attaccata, riparazioni di guerra, rimozione delle sanzioni; sottinteso, basta eliminazione sistematica della leadership politica e militare.
I padroni dell’Iran non si accontenteranno di un’intesa politica ma vorranno negoziare ogni dettaglio e virgola del futuro accordo, mettendo a dura prova la (mancanza di) pazienza di Donald Trump. Come già avvenuto nei due precedenti negoziati Usa-Iran mediati dall’Oman, interrotti prematuramente dall’intervento militare americano.
Alla trattativa bilaterale, con mediazione pakistana, non partecipano attori che subiscono le conseguenze della guerra e della crisi energetica-economica: Europa, Cina, Russia, India. Non presenti neppure i vicini regionali pur direttamente coinvolti. Israele, cobelligerante. La guerra finisce solo se e quando anche Gerusalemme smette di farla.
Celando la malavoglia, Netanyahu si è accodato alla tregua con l’Iran, ma ha subito intensificato l’offensiva contro Hezbollah dicendo che non si applicava al Libano. Iran e mediatori pakistani l’hanno prontamente smentito; da parte americana ha avuto un contorto supporto.
Quindi continuava la “sua” guerra. Può far saltare il cessate il fuoco, così come aveva convinto Trump a iniziare la guerra? No, tant’è che ieri ha fatto un mezzo passo indietro
Non dimentichiamo il commento attribuito a Bill Clinton dopo un incontro con Bibi, allora giovanissimo premier: «Chi si crede di essere la superpotenza?».
Le monarchie del Golfo, alleati importanti degli Usa, oggetto di una guerra che non volevano ma che ora temono lasci un Iran più aggressivo di prima, colpite severamente in esportazioni ed economie, vedono sul tavolo delle trattative le richieste iraniane di controllo dello Stretto di Hormuz.
A parte il pesantissimo precedente – sono acque internazionali – è per loro un cordone ombelicale, la via all’Oceano Indiano, all’Asia, all’Africa.
Prima della guerra il problema Hormuz non esisteva. L’ha creato Donald Trump. Dando all’Iran il formidabile asso nella manica con cui i negoziatori iraniani, lo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghhi, pur prostrati militarmente, si sentono in grado di porre condizioni alla fine della guerra.
Le richieste di partenza sono massimaliste – equivalgono ad aggiungere un dollaro a barile sul petrolio in transito – ma hanno un nocciolo geo-economico duro, col coltello dalla parte del manico.
Il vice presidente americano JD Vance, fiancheggiato dagli infaticabili Steve Witkoff e Jared Kushner, ha un compito difficile. Deve portare a casa quanto era in negoziato prima della guerra: rinuncia iraniana al programma nucleare, trasferimento dei 500 chili di uranio arricchito, limitazione delle capacità missilistiche. È il minimo sindacale.
In più adesso c’è la riapertura di Hormuz. Ha pochi margini di manovra. Riconoscere un diritto di pedaggio renderebbe l’Iran padrone del Golfo. Rimozione o alleggerimento delle sanzioni?
La minaccia di guerra era la leva più potente in mano americana. Lo è ancora ma di seconda mano. E, a Washington, Vance era il più avverso a ricorrervi. Nei corridoi di Islamabad corre voce che gli iraniani abbiano insistito per negoziare con lui.
Forse non solo perché è Vice Presidente.
(da “la Stampa”)

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