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CINQUE PERSONE STAVANO CAMMINANDO SUL LAGO DI BRAIES GHIACCIATO, QUANDO LA SUPERFICIE HA CEDUTO: SONO STATI SALVATI MENTRE RISCHIAVANO DI ANNEGARE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOCCORRITORE: “QUANDO SIAMO ARRIVATI SUL POSTO C’ERANO ANCORA CENTO PERSONE SULLA SUPERFICIE DEL LAGO, UNA FOLLIA”

«Quando siamo arrivati sul posto c’erano ancora cento persone sulla superficie del lago con il ghiaccio che si scioglieva: il rischio era altissimo. Fa cadere le braccia». Simon Feichter, 39 anni, da diciannove colonna del Soccorso Alpino dell’Alta Pusteria, non usa giri di parole per descrivere la situazione che ieri, domenica di Pasqua, ha trasformato un gioiello all’ombra delle Dolomiti in una potenziale trappola mortale.
«Siamo prontamente intervenuti anche noi, ma quando siamo arrivati sul posto i cinque turisti erano già stati portati in salvo – racconta Feichter -. Abbiamo prestato le prime cure per riscaldarli con le coperte termiche in alluminio e li abbiamo accompagnati ai mezzi di soccorso.
Non è stato un intervento spettacolare, ma il pericolo sanitario era reale. Sotto il ghiaccio l’acqua tocca i 2-3 gradi, al massimo arriva a 5. Se non riesci a uscire subito, il rischio termico si aggrava in pochi minuti».
«C’era un sacco di gente sulla superficie fragile del lago e più di mille persone sulle passeggiate tutto intorno – riferisce il soccorritore -. La temperatura è alta: se c’è ghiaccio, si scioglie. È come una pallina di gelato al sole, ma non tutti lo capiscono. Forse qualcuno pensa che ci sia sempre uno smartphone vicino a dirti cosa fare».
Feichter scuote la testa di fronte alla richiesta di nuove norme o divieti. «Sono del parere che se regoliamo tutto finiamo in un ginepraio di regole in cui nessuno sa più cosa fare. Io sono un montanaro: se vado al mare e mi tuffo senza saper nuotare, non è colpa di chi non mi ha fermato con una bandiera rossa. Ci vuole logica, bisogna accendere la testa. Invece vediamo turisti distratti, inconsapevoli. Quattro anni fa, sempre a Pasqua, siamo intervenuti cinque o sei volte per incidenti con la stessa dinamica e di recente abbiamo dovuto estrarre dalle acque gelide persino una mamma con un neonato».
(da agenze)

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IL PREZZO DELLA BENZINA CONTINUA A CRESCERE: LA VERDE IN MODALITÀ SELF VIENE VENDUTA A 1,78 EURO AL LITRO, IL GASOLIO SI ASSESTA A 2,140 EURO, SI MOLTIPLICANO I DISTRIBUTORI CON I CARTELLI “CARBURANTE ESAURITO”

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

NON SI TRATTA DI UN’EMERGENZA DI FORNITURE, MA DI UN EFFETTO COLLATERALE DELLA MISURA VARATA DAL GOVERNO IL 19 MARZO SCORSO

Ancora in salita il costo dei ‘pieno’ in Italia: la benzina in modalità ‘self’ viene oggi venduta, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti
del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), a 1,781 euro al litro (era 1,777 sabato), mentre il prezzo del gasolio si assesta sui 2,140 euro al litro (2,130 sabato). Sulla rete autostradale invece, fa sapere il Mimit, il prezzo medio ‘self’ è di 1,816 euro al litro per la benzina e 2,157 euro al litro. Continua così l’operazione di controllo del Mimit lungo la rete distributiva dei carburanti.
I cartelli con scritto «carburante esaurito» o «benzina esaurita» comparsi qualche settimana fa in diversi distributori italiani — da Treviso a Como, lungo la rete urbana e in alcuni casi anche su quella autostradale — hanno riacceso un riflesso ormai familiare tra gli automobilisti: la paura di restare senza rifornimento.
Ma al momento si tratta più di una percezione alimentata dal contesto internazionale, con il nuovo rialzo delle tensioni geopolitiche e la guerra in Iran che ha riportato volatilità sui mercati energetici, che ad una vera emergenza su presunte mancanze di materia prima raffinata. Non siamo di fronte ad uno «shortage», ma è chiaro che bisognerà monitorare l’andamento del conflitto e la riapertura (o meno) dello stretto di Hormuz da dove passa il 20% del petrolio globale.
Gli effetti collateral
Il fenomeno osservato nelle settimane scorse è stato molto circoscritto e, soprattutto, temporaneo. A svuotare alcuni serbatoi non è stata una rottura strutturale della filiera, bensì un effetto collaterale della misura varata dal governo il 19 marzo scorso: il taglio delle accise di 24,4 centesimi al litro deciso con decreto d’urgenza per contenere l’impatto della crisi petrolifera sui consumatori. Una riduzione che, almeno in teoria, avrebbe dovuto alleggerire il conto alla pompa. In pratica, però, aveva innescato una corsa selettiva verso i distributori più convenienti.
La corsa alle pompe più economiche
D’altronde quando il prezzo cala all’improvviso, il comportamento dei consumatori tende a cambiare. Si cerca di fare il pieno prima del necessario, a rifornirsi più spesso, a «bloccare» il risparmio finché dura
Secondo i dati dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nei giorni successivi al 23 marzo solo il 60% delle stazioni ha effettivamente abbassato i prezzi, mentre in alcuni casi — l’11,4% — si sono registrati addirittura aumenti. Il
risultato è stato un forte spostamento degli automobilisti verso le pompe più convenienti.
Quel che è certo è che i benzinai non lavorano con riserve illimitate. Ogni impianto ha una capacità di stoccaggio definita — generalmente tra 15mila e 30mila litri — e i rifornimenti seguono una logica programmata, non istantanea. Se in pochi giorni la domanda raddoppia o triplica perché un distributore vende a un prezzo molto più basso degli altri, una scorta pensata per durare una settimana può finire in 48 ore.
Per questo i cartelli “esaurito” visti una ventina di giorni fa non vanno letti come il segnale di una crisi di approvvigionamento nazionale, ma come il sintomo di una distorsione locale e temporanea: alcuni impianti sono stati letteralmente presi d’assalto, altri — spesso meno competitivi sul prezzo — hanno continuato a lavorare con flussi normali.
Non c’è un’emergenza carburanti in Italia, né una rottura generalizzata della rete distributiva. C’è però una filiera sotto pressione, stretta tra l’instabilità geopolitica, la reazione dei consumatori ai prezzi e la necessità di trasferire rapidamente gli sconti fiscali senza creare squilibri tra un impianto e l’altro. Il rischio più concreto, almeno nel breve periodo, non è quello di non trovare benzina o diesel, ma di continuare a pagarli molto più del previsto, soprattutto se la crisi internazionale dovesse prolungarsi. Ed è proprio su questo terreno — più che sulla paura delle pompe vuote — che si giocherà nelle prossime settimane la partita tra governo, operatori e consumatori.
(da agenzie)

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SONO SERVITI OLTRE DUE ANNI, PRIMA CHE L’INPS CORREGGESSE UN MEGA PASTICCIO PREVIDENZIALE SCATURITO DALLA MANOVRA 2024: LA LEGGE USCITA DAL PARLAMENTO AVEVA RISTRETTO IL TAGLIO ALLE SOLE PENSIONI ANTICIPATE ORDINARIE, ESCLUDENDO INVECE CHI USCIVA CON I REQUISITI DELLA VECCHIAIA, MA L’ISTITUTO HA APPLICATO A TUTTI LO STESSO RICALCOLO DELLE QUOTE RETRIBUTIVE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

COLPITI DIPENDENTI DI SANITÀ, SCUOLA, ENTI LOCALI, GIUSTIZIA. SOTTRATTI AGLI IGNARI PENSIONATI IN TOTALE 40 MILIONI DI EURO. ORA SCATTANO ARRETRATI E INTERESSI

Altro errore dell’Inps sulle pensioni. Stavolta riguarda una platea di dipendenti pubblici iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug penalizzati dalla manovra 2024 sul ricalcolo delle quote retributive.
La legge uscita dal Parlamento aveva ristretto il taglio alle sole pensioni anticipate, ordinarie e dei precoci, escludendo invece chi usciva con i requisiti della vecchiaia. L’Inps però non ne ha tenuto conto.
E solo con il messaggio numero 787 del 5 marzo scorso, dopo due anni e due mesi dall’entrata in vigore della norma, ammette il problema: le pensioni di vecchiaia liquidate applicando le nuove aliquote dovranno essere riesaminate d’ufficio, con restituzione degli arretrati, interessi legali e rivalutazione monetaria
La platea colpita è all’interno degli 81.500 indicati dalla Ragioneria come gli interessati ai tagli, dato che però somma sia pensionati di vecchiaia che in anticipata. Il taglio “indebito” dell’Inps vale circa 40 milioni: tanto quanto, dai documenti parlamentari, pesava l’esclusione della stretta per gli assegni di vecchiaia. Esclusione “dimenticata” dall’Inps per ben 26 mesi.
La norma nasce nella legge di bilancio 2024 e interviene sulle aliquote di rendimento delle quote retributive delle pensioni di quattro gestioni ex Inpdap: Cassa dipendenti enti locali, sanitari, insegnanti di asilo e ufficiali giudiziari.
Nonostante la correzione parlamentare, l’Inps ha continuato ad applicare le nuove aliquote anche a pensioni di vecchiaia liquidate dal 2024. Il messaggio del 5 marzo scorso lo dice ora in modo esplicito: le nuove aliquote dell’allegato II della legge
213 del 2023 «si applicano solo alle pensioni anticipate», mentre «non si applicano alle pensioni di vecchiaia, anche in cumulo».
Non conta che il lavoratore si sia dimesso dalla pubblica amministrazione. Conta solo il tipo di trattamento: se è anticipato, la stretta resta; se è vecchiaia, tornano le vecchie aliquote, più favorevoli. È una correzione che arriva dopo ricorsi amministrativi e dopo approfondimenti condivisi con il ministero del Lavoro.
La conseguenza pratica è pesante. L’Inps dispone il riesame d’ufficio delle pensioni di vecchiaia calcolate con le aliquote sbagliate. Ai pensionati interessati dovranno essere riconosciute le differenze sui ratei arretrati, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria calcolata a ritroso dalla data di riliquidazione.
Gli eventuali indebiti già contestati andranno annullati con una formula netta: «Insussistenza originaria del debito per errore nel calcolo della pensione».
Quanto valga esattamente l’errore sulle sole vecchiaie non è ancora quantificabile dalle carte disponibili, perché le vecchie tabelle della Ragioneria non distinguono tra pensioni anticipate e di vecchiaia. Ma il punto politico e amministrativo è già chiaro: il Parlamento aveva escluso le vecchiaie dal taglio, l’Inps se ne accorge solo ora.
(da Repubblica)

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L’INDICE DI GRADIMENTO DI TRUMP È SCESO DI 17 PUNTI IN MENO DELL’INIZIO DEL MANDATO, L’APPOGGIO DEGLI ISPANICI, CHE FURONO DECISIVI NEL 2024, È ANDATO A FARSI BENEDIRE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

AGLI AMERICANI NON FREGA NIENTE DEL REGIME CHANGE A TEHERAN: VOGLIONO SOLO CHE SI FERMI L’IMPENNATA DEL PREZZO DELLA BENZINA. TRUMP AVEVA PROMESSO CARBURANTE SOTTO I DUE DOLLARI AL GALLONE: IN ALCUNI STATI HA APPENA SUPERATO I SEI

Trump vive un momento delicato se consideriamo gli indici di gradimento dei sondaggi americani. V E’ vero che è meno popolare adesso, a meno di 15 mesi dall’insediamento, di quanto lo fosse allo stesso punto del suo primo mandato. È vero anche che è meno popolare adesso (secondo alcuni sondaggi, non tutti) di quanto lo fosse il povero Joe Biden dopo la disastrosa prestazione nel dibattito elettorale che lo condannò a chiamarsi fuori dalle presidenziali del 2024.
È soprattutto vero che, da settimane, i sondaggi indicano un’erosione importante nell’appoggio degli ispanici, uno dei fattori decisivi della sua vittoria schiacciante del 2024 (7 «stati in bilico » a 0 a suo favore, vittoria anche nel voto popolare oltre che nel collegio elettorale dei 50 stati). Però, sette mesi sono lunghi
I recenti sondaggi collocano il suo indice di gradimento complessivo tra il 35-40% circa: la media calcolata da Nate Silver (sondaggista che peraltro viene da una serie di gravi errori di calcolo) ha mostrato recentemente un calo di Trump sceso nei consensi al di sotto del 40%, con un indice di gradimento netto intorno a -17.
Gli sviluppi in Iran potrebbero cambiare le cose nei prossimi giorni, ma le difficoltà economiche più generali sembrano pesare maggiormente in questo momento. Perché l’impressione è che Trump potrebbe anche sgominare gli ayatollah e insediarsi personalmente a Teheran come nuovo Leader Supremo (con o senza turbante) ma senza riportare i prezzi della benzina a livelli accettabili e, magari, i prezzi del carrello della spesa al supermarket, servirebbe a poco in materia di consensi
La promessa fatta a ottobre – benzina sotto i due dollari al gallone: in California però ha appena superato i sei dollari – sarà usata contro di lui e contro il partito in estate, nella fase finale della campagna elettorale di novembre quando Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera e (forse, ma è più difficile) anche al Senato.
In un sistema bipartitico però conviene anche guardare l’altra parte: gli indici di gradimento del partito democratico (che al momento è senza leader) sono bassini, e lo sono ormai da tempo. Non superano Trump in modo significativo nella percezione generale dell’opinione pubblica; entrambi i partiti sono ampiamente impopolari presso il grande pubblico.
Dati recenti sul gradimento del partito Democratico: RealClearPolitics (fine marzo 2026): 36% di opinioni favorevoli / 56% di opinioni sfavorevoli (saldo netto -20). Sondaggio Cnn (fine marzo): 30% favorevole / 58% sfavorevole.
Altri sondaggi condotti tra il 2025 e l’inizio del 2026 (NBC, YouGov, ecc.) hanno mostrato che il dato si aggira tra il 30% e il 35% di favorevoli, con una percentuale di sfavorevoli compresa tra il 55% e il 60% — spesso descritta come una delle peggiori valutazioni del partito degli ultimi decenni.
Anche all’interno della propria base, l’entusiasmo e le opinioni positive sul partito si sono attenuati dopo il 2024 (ad esempio, AP-NORC ha rilevato che solo circa il 70% dei democratici vede il proprio partito in modo positivo, in calo rispetto al recente passato).
Anche il Partito Repubblicano è in difficoltà, ma spesso registra risultati leggermente migliori rispetto ai democratici in termini di gradimento sebbene entrambi siano impopolari con la maggioranza degli indipendenti e dall’elettorato nel suo complesso.
(da Corriere della Sera)

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ORA ANCHE ISRAELE HA PAURA: I MISSILI IRANIANI BUCANO LA DIFESA AEREA SEMPRE PIÙ SPESSO. IERI UN RAZZO PARTITO DA TEHERAN HA COLPITO LA CITTÀ DI HAIFA, SUL MEDITERRANEO, E SONO MORTE ALMENO QUATTRO PERSONE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

I PASDARAN HANNO COLPITO UN EDIFICIO RESIDENZIALE, SENZA ESSERE FERMATI DAL SISTEMA ANTI-MISSILE ARROW (QUELLO PROGETTATO PER NEUTRALIZZARE MISSILI A LUNGO RAGGIO; L’IRON DOME SERVE PER I RAZZI A CORTO RAGGIO DA GAZA E LIBANO, MENTRE LA “FIONDA DI DAVID” QUELLI DEL LIVELLO INTERMEDIO

Sale a 4 morti il bilancio delle vittime di un attacco iraniano ieri su Haifa: i cadaveri di una coppia di ottantenni erano già stati ritrovati, oggi i soccorritori hanno raggiunto il figlio (di circa 40 anni) e la sua compagna (di circa 35 anni), una cittadina straniera. I quattro, secondo i media di Tel Aviv, avevano cercato riparo nella tromba delle scale ed erano rimasti sepolti sotto le macerie.
Dopo ore di ricerche questa mattina sono stati ritrovati due corpi senza vita sotto le macerie di un edificio colpito ieri da un missile iraniano ad Haifa. Altre due persone risultano ancora disperse. Le ricerche dei dispersi – una coppia di anziani, il loro figlio e un’assistente domiciliare – sono proseguite per tutta la notte. Lo scrive la testata israliana N12.
Il comandante del Comando del Fronte Interno, il generale di divisione Shai Klapper, ha dichiarato sul luogo dell’incidente durante la notte: “Si tratta di una situazione complessa che richiede operazioni di soccorso avanzate. Intendiamo agire con decisione, professionalità e accuratezza fino al ritrovamento dei dispersi. Stiamo impiegando le migliori risorse, menti e sforzi che le Forze di Difesa Israeliane, il Comando del Fronte Interno e le altre organizzazioni di soccorso”.
(da agenzie)

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BELLA STRONZATA HA FATTO TRUMP CON LA GUERRA: IL REGIME IRANIANO NON È CADUTO E AVRÀ IN MANO UN RICATTO PERENNE SULLO STRETTO DI HORMUZ

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

I PASDARAN AVVERTONO: “LO STRETTO NON TORNERÀ MAI PIÙ AL SUO STATO PRECEDENTE” – TEHERAN SI PREPARA A QUELLO CHE DEFINISCE “UN NUOVO ORDINE REGIONALE”: NELLE ULTIME 24 ORE 15 NAVI SONO TRANSITATE DIETRO AUTORIZZAZIONE DEL REGIME DEGLI AYATOLLAH. CHE AVRÀ IL POTERE DI APRIRE E CHIUDERE I RUBINETTI AL COMMERCIO GLOBALE

La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane ha annunciato che lo strategico Stretto di Hormuz “non tornerà mai più al suo stato precedente”, aggiungendo di star completando i preparativi per quello che ha definito un nuovo ordine regionale, secondo un post su X attribuito alla forza, scrive Haaretz.
La dichiarazione non specificava quali misure operative fossero in fase di preparazione, ma lasciava intendere un cambiamento a lungo termine nel modo in cui Teheran intende gestire questa vitale via navigabile, in particolare nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.
L’agenzia di stampa Fars, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc), ha riferito che nelle ultime 24 ore 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz dopo aver ricevuto l’autorizzazione dall’Iran.
Nonostante il traffico limitato, Fars ha affermato che il traffico marittimo complessivo attraverso questo punto strategico rimane inferiore di circa il 90% rispetto al periodo precedente l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Un alto consigliere della Guida Suprema iraniana ha lanciato un duro avvertimento sulle rotte energetiche globali, suggerendo che i principali punti strategici marittimi oltre lo Stretto di Hormuz potrebbero essere presi di mira se Stati Uniti e Israele dovessero intensificare ulteriormente le tensioni. Lo scrive Al-Jazeera.
Ali Akbar Velayati, consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che un singolo passo falso da parte di uno dei due Paesi potrebbe perturbare gravemente i flussi energetici globali e il commercio internazionale. Secondo la televisione di stato iraniana Press Tv, Velayati ha dichiarato che il “comando unificato della resistenza” considera lo Stretto di Bab el-Mandab “altrettanto strategico dello Stretto di Hormuz”.
Le sue dichiarazioni giungono dopo che Trump ha minacciato di “scatenare l’inferno” sull’Iran se non riaprirà completamente lo Stretto di Hormuz entro domani. Velayati ha aggiunto che, sebbene gli Stati Uniti abbiano imparato alcune lezioni dalla storia dell’Iran, “devono ancora comprendere la geografia del potere”.
Lo stretto di Bab el-Mandab, al largo delle coste dello Yemen, collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Mar Arabico, rappresentando un punto di strozzatura cruciale per il traffico marittimo diretto al Canale di Suez. I ribelli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno in passato avvertito di essere pronti a colpire lo stretto in segno di solidarietà con l’Iran.
(da agenzie)

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COSI’ LA LOBBY E’ DIVENTATA UNA ZAVORRA: IL MARCHIO FILOISRAELIANO AIPAC

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

PER I PARTITI USA AVERE LEGAMI CON IL GRUPPOD INTERESSE AIPAC E’ PIU’ UN PROBLEMA CHE UN VANTAGGIO

Il marchio Aipac è diventato tossico. Per anni la più potente lobby filo-israeliana d’America ha influenzato il Congresso a Washington, sostenendo campagne elettorali con milioni di dollari e costruendo una rete di relazioni bipartisan, spesso lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica. Oggi, però, quella sigla è essa stessa un fattore politico, capace di pesare sia sulle imminenti elezioni di midterm sia, soprattutto, sulla corsa presidenziale del 2028. Tanto che si fa strada un’idea fino a poco tempo fa impensabile: per vincere potrebbe essere necessario rompere ogni legame con l’organizzazione, ormai percepita come troppo allineata all’agenda politica del primo ministro Benjamin Netanyahu.
«Ritengo che Aipac (American Israel public affairs committee) sia destinata a restare influente soprattutto nel partito repubblicano. Tra i democratici, invece, potrà mantenere la presa su alcuni esponenti più conservatori, ma non avrà più il potere del passato», commenta con l’Espresso Matthew Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders e ora al Center for international policy. «Non credo che nel 2028 un candidato democratico potrà ottenere la nomination senza riconoscere le atrocità di massa commesse a Gaza e senza impegnarsi a porre condizioni agli aiuti militari americani all’alleato, se non addirittura a interromperli. Biden sarà l’ultimo presidente dem ad aver avuto quel tipo di legame».
Se da tempo l’elettorato progressista mostrava un crescente disagio verso l’asse Washington-Tel Aviv e una consapevolezza sempre più chiara del ruolo di Aipac (nata negli anni Cinquanta e divenuta nel tempo il principale presidio filo-israeliano), il genocidio a Gaza, insieme al ruolo attribuito al governo Netanyahu nella decisione di Donald Trump di colpire l’Iran, hanno accelerato ulteriormente questo cambiamento. Un sondaggio Nbc News mostra che il 57 per cento dei democratici ha un’opinione negativa di Israele, mentre altre rilevazioni indicano
che la maggioranza considera eccessivo l’appoggio garantito da Washington. C’è persino chi chiede che l’organizzazione venga registrata come soggetto che opera negli Stati Uniti nell’interesse di un governo straniero.
«Non avevamo mai visto così tanti leader democratici criticare le politiche israeliane», osserva Duss, convinto che la svolta sia iniziata nel 2016, quando durante le primarie presidenziali «Bernie Sanders disse che l’America avrebbe dovuto sostenere anche i palestinesi e non soltanto Israele. Da allora sono emersi altri nomi, come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib che hanno espresso posizioni simili».
Nelle ultime settimane, diversi possibili protagonisti della corsa alla Casa Bianca del 2028 in campo dem si sono esposti pubblicamente: il senatore moderato del New Jersey Cory Booker ha dichiarato a Politico di aver rinunciato ai fondi; il governatore della California Gavin Newsom ha ribadito di non aver mai accettato donazioni dalla lobby, arrivando a sostenere la possibilità di rivedere il supporto militare a Tel Aviv. Impermeabili ai soldi Aipac anche governatori come Josh Shapiro in Pennsylvania e Andy Beshear in Kentucky. Questo non significa che vi sia stata una levata di scudi contro Israele, che continuano anzi a difendere con forza, quanto piuttosto che un numero crescente di esponenti politici inizi a mettere in discussione quello che fino a ieri era un tabù, ovvero l’aiuto incondizionato all’alleato.
Un primo banco di prova del peso elettorale di Aipac in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, è stato quello delle primarie democratiche in Illinois. La lobby ha investito 20 milioni di dollari per orientare la scelta di candidati in collegi chiave; ha ottenuto due vittorie, ma ha subito due sconfitte nelle sfide in cui aveva concentrato più risorse.
Se la stella di Aipac – criticata da molti per essere ormai diventata la longa manus in Usa di Netanyahu e del partito nazionalista Likud – oggi brilla meno, resta comunque rilevante. «Il nostro obiettivo sarà fermare i candidati critici nei confronti di Israele o che vogliono porre condizioni agli aiuti», ha dichiarato a The Jerusalem Post il portavoce dell’organizzazione Patrick Dorton.
Peter Beinart, una delle voci più autorevoli del dibattito, concorda sul fatto che siamo davanti ad una rottura. Per l’editorialista della rivista Jewish Currents, l’elemento oggi sorprendente e meno prevedibile «è la crescita di un’opposizione a Israele anche tra i repubblicani, in particolare tra i più giovani». Non a caso, nei podcast di Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex volti di Fox News oggi commentatori indipendenti, così come negli interventi della controversa Candace Owens, torna spesso il tema del “complotto sionista” e dell’influenza del governo Netanyahu sulla politica estera di Washington. Posizioni per le quali sono stati accusati di antisemitismo. «Per loro, il concetto “America First” significava che gli Stati Uniti dovessero concentrare risorse solo all’interno del Paese», spiega Beinart. Sfruttando il mutato clima politico, stanno inoltre nascendo nuovi Pac, con l’obiettivo di favorire l’ingresso al Congresso di figure più vicine alla causa palestinese.
Anche il rapporto tra Washington e Tel Aviv potrebbe in futuro cambiare e di conseguenza gli equilibri stessi in Medio Oriente. «Se gli Stati Uniti riducessero il sostegno militare e l’Europa ne seguisse la linea altresì sul piano economico, Israele probabilmente non sarebbe in grado di essere così aggressivo», ci dice concludendo Beinart. «La mia speranza è che, senza le armi, sia costretto a cercare soluzioni diplomatiche. Innanzitutto con i palestinesi, come pure con il Libano e naturalmente con l’Iran».
(da l’espresso)

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CARO CARBURANTI PER GLI AEREI, COSA SI RISCHIA TRA VOLI CANCELLATI E PREZZI IN AUMENTO

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO LUFTHANSA E RYANAIR GIA’ A MAGGIO AVREMO PROBLEMI SERI

Si fanno sempre più concreti sia i rincari dei biglietti aerei che la conferma dei tagli dei voli. In quattro aeroporti italiani, Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia da ieri sono scattate delle limitazioni alle forniture di carburante che dureranno fino al 9 aprile. Uno dei principali fornitori del settore, Air Bp Italia, ha infatti comunicato che la priorità verrà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato ed ai voli con durata superiore a 3 ore. Per Pierluigi Di Palma, presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), «sono difficoltà legate al periodo pasquale di traffico intenso, non la blocco di Hormuz».
Ma l’orizzonte si prospetta nebuloso se la guerra in Medio Oriente continua. Le due più importanti compagnie aeree europee, la low cost Ryanair e la tedesca Lufthansa, hanno già lanciato l’allarme sui rischi di approvvigionamento degli gli hub europei. I primi problemi potrebbero verificarsi già da fine maggio.
Aumenti e approvvigionamento cherosene
Le compagnie aeree sono costrette a fare i conti con il raddoppio del prezzo del jet-fuel e la prospettiva che tra qualche mese le forniture potrebbero non essere sufficienti a soddisfare la domanda. E così sono iniziate le contromosse, dal taglio delle partenze all’adeguamento del costo del biglietto.
Il nodo Hormuz
Secondo i dati forniti dal monitoraggio del Fondo monetario internazionale, la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’importante snodo marittimo da cui passa buona parte dell’energia venduta nel mondo,in seguito allo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, ha quasi azzerato il numero delle navi cisterna che hanno attraversato lo stretto: da una media di 60 al giorno (fino al 28 febbraio) a massimo un paio in seguito. Tra queste ci sono anche decine di navi che, oltre al greggio, trasportano migliaia di barili di cherosene nel Vecchio Continente.
La stima associazione Internazionale del Trasporto Aereo
L’associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) stima che circa il 25-30% della domanda europea di carburante per aerei provenga proprio dal Golfo Persico, il che rende il continente europeo una delle aree maggiormente esposte, rispetto alle forniture, all’impatto della guerra. Quindi, se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare, le forniture di carburante per gli aerei che volano in Europa potrebbero subire interruzioni a partire già da maggio.
A rischio le scorte di Rayanair tra fine maggio e giugno
La compagnia irlandese Ryanair nell’immediato non ha annunciato cancellazioni. Il problema potrebbe crearsi nel pieno dell’estate. Sta, infatti, valutando la soppressione del 5-10% dei voli tra giugno, luglio e agosto e un aumento delle spese per i passeggeri del 4%. «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione – fa sapere la low cost -. Al momento i nostri fornitori di carburante possono garantire le forniture fino a metà o fine maggio». Ma se non ci sarà una tregua e una ripresa dei normali flussi commerciali entro giugno, «non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei».
Lufthansa e ITA Airway
Il Gruppo Lufthansa – proprietario di Ita Airways al 41% – valuta se fermare, parcheggiandoli negli hangar, tra i 20 e i 40 aerei. Nello scenario peggiore, con 40 “sospensioni”, il gigante tedesco bloccherebbe quasi il 5,5% dei suoi mezzi, avendone 737 nella flotta. Un team è stato incaricato di valutare la situazione e di predisporre eventuali misure a riguardo, ha dichiarato l’amministratore delegato, Carsten Spohr, durante una riunione virtuale con i dipendenti, secondo quanto scrive il quotidiano tedesco Handelsblatt.
Lo scenario peggiore di Lufthansa coinvolgerebbe anche ITA Airways, di cui possiede il 41%. Se il fermo del 5,4% dei velivoli venisse applicato in maniera lineare su tutti i marchi del gruppo tedesco, potrebbe riguardare circa 3-4 aerei della compagnia italiana.
Scandinavi di SAS hanno iniziato a marzo a tagliare
Gli scandinavi di SAS hanno iniziato a marzo, tagliando un paio di centinaia di decolli. Più drastica la cura ad aprile quando il vettore cancellerà mille voli.
United Airlines taglierà le partenze nei prossimi due trimestri
United Airlines taglierà le partenze nei prossimi due trimestri (tra aprile e settembre). Saranno ridotti del 3% i voli off-peak (in fasce a bassa richiesta, dunque a metà settimana, a metà giornata e in bassa stagione). Ma ridimensionerà anche le partenze in momenti di alta domanda. A fine anno, le riduzioni si attesteranno così al 5%. Tra l’altro, United Airlines ha già imposto 10 dollari in più per prima e seconda valigia in stiva, passate così a 45 e 55 dollari.
Air New Zealand rinuncerà al 5% dei voli
Air New Zealand rinuncerà al 5% dei voli, circa 1.100, fino ai primi di maggio. La compagnia avrà, dunque, 44mila passeggeri da riproteggere. Sono persone che, in molti casi, hanno già un biglietto per un volo che non partirà più e devono trovare posto su un altro velivolo.
Vietnam Airlines ha sospeso 23 voli a settimana dal primo aprile
Vietnam Airlines – vettore scelto anche da turisti italiani in estate – ha sospeso 7 rotte domestiche e 23 voli a settimana dal primo aprile per risparmiare carburante. Ma il taglio dei volumi di volo si spingerebbe al 10%-20% al mese, nel prossimo trimestre, se il jet fuel restasse fra 160 e 200 dollari al barile
Aumenti dei biglietti e, anche, dei bagagli
I primi a muoversi sono stati i vettori asiatici: Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways sono state costrette a fermi operativi e parziali riaperture, con ripercussioni sul flusso dei voli e sui prezzi dei ticket. Qantas, Cathay Pacific, Air India, Air New Zealand hanno alzato le tariffe. A metà marzo Air France-Klm ha annunciato un rincaro di 50 euro sui biglietti economy di andata e ritorno per i viaggi intercontinentali.
Lorenzo Lagorio. country manager per l’Italia di easyJet, parla di «ricadute inevitabili sui prezzi». «Gli aumenti toccheranno tutti gli operatori – assicura – se diventano strutturali, si rifletteranno sulle tariffe». L’americana Jet Blue ha annunciato un aumento delle tariffe per il bagaglio, citando come motivo «l’aumento dei costi operativi». «Pur riconoscendo che gli aumenti delle tariffe non sono mai l’ideale, valutiamo attentamente che tali modifiche vengano implementate solo quando necessario», ha dichiarato la compagnia aerea.
Gli operatori consigliano di acquistare un’assicurazione
Visto lo scenario che si prospetta, tra aumenti, possibili cancellazioni o riprogrammazioni, gli operatori consigliano di acquistare un’assicurazione, ma questo fa alzare ancora di più le spese per i consumatori. Per RimborsoAlVolo, società specializzata in trasporto aereo e assistenza ai passeggeri, «eventuali restrizioni ai voli dovute a carenza di carburante rientrerebbero nelle circostanze eccezionali non imputabili alle compagnie aeree, facendo venire meno il diritto dei passeggeri al risarcimento fino a 600 euro previsto dalla legge comunitaria in caso di cancellazione dei volo».
Le misure dell’Ue
Dall’Ue è già arrivato un invito a limitare l’uso dei carburanti. Il commissario Ue all’energia, Dan Jørgensen, ha inviato una missiva ai 27 Stati membri, prima del Consiglio dei ministri competenti del 31 marzo. Il testo invita a razionare le scorte di combustibile, a privilegiare i mezzi pubblici rispetto all’auto privata e a ricorrere allo smart working quando possibile. Suggerite poi anche misure per dissuadere dal prendere voli non necessari. Poi l’avvertimento: «Lo choc sarà prolungato».
(da agenzie)

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LA GUERRA IN UCRAINA NON SARA’ VINTA O PERSA SULLA LINEA DEL FRONTE”: l’ANALISI DI KEIR GILES

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

IMPASSE RUSSA E CONTROFFENSIVE UCRAINE DIMOSTRANO CHE IL CONFLITTO “SI DECIDERA’ SU POLITICA, ECONOMIA E ACCORDI TRA POTENZE”

Non saranno i soldati e i loro generali a vincere o a perdere la guerra in Ucraina, dice a Fanpage.it Keir Giles, senior consulting fellow di Chatam House: “Nessuna delle due parti vincerà al fronte. Tutto dipende da strategie politiche, accordi e guerra economica”.
La narrativa russa di un inesorabile attrito fino al crollo delle difese nemiche è sempre meno sostenibile. In marzo i soldati di Putin non hanno guadagnato terreno. In alcune zone sono arretrati. Secondo l’Institute for the Study of War, le truppe ucraine hanno riconquistato circa nove chilometri quadrati. Quasi 40 ne avevano ripresi in febbraio, rilevano le analisi OSINT di Black Bird. I 400 chilometri rivendicati da Kiev vanno quindi ridimensionati. Conteggio forzato.
Sensazionalismo. Fatto sta che le controffensive ucraine nel sud-est hanno stabilizzato e spesso invertito la situazione.
Un fattore conta: all’inizio di febbraio le autorità ucraine e SpaceX — la società di Elon Musk che gestisce Starlink — hanno introdotto un sistema per cui i terminali in uso alle forze russe sono stati disattivati. Niente più guida dall’alto assicurata, per le truppe di Mosca. Strutturalmente svantaggiate nella IMINT (Imagery Intelligence) e nella ricognizione satellitare.
“La vittoria di Mosca è tutt’altro che inevitabile”, secondo Giles. E la “distrazione” mediorientale di Donald Trump non crea solo vantaggi per il Cremlino. Anzi, viene a mancare “la pressione di Washington per una resa di fatto degli ucraini”. Niente, nei fatti recenti, è in grado di sbloccare lo stallo.
Keir Giles è uno dei maggiori esperti delle forze armate russe e del conflitto tra Mosca e l’Occidente, a cui ha dedicato sei libri. Chatam House, ovvero il Royal Institute of International Affairs con sede in St James’s a Londra, è tra i più autorevoli think tank mondiali. L’intervista che segue è stata rivista per brevità e chiarezza. È integrale nei suoi contenuti.
I russi non sono avanzati né in febbraio né in marzo. Che significa?
“È una prova contro l’argomento russo secondo cui la vittoria è inevitabile. Servito per convincere molti, in Europa e negli Stati Uniti, che la guerra deve finire subito. Visto che Kiev l’ha già persa.
È anche una conferma dell’importanza di Starlink. L’inizio delle controffensive ucraine ha coinciso con la disattivazione dei dispositivi satellitari Starlink in mano ai russi”.
Starlink è così importante da cambiare il corso della guerra?
“No. Ha importanza limitata. La guerra non sarà vinta o persa sulla linea del fronte. Ma con le strategie e gli accordi politici. E con la guerra economica”.
E perché questa guerra non si può vincere al fronte?
“È chiaro almeno dal 2023. Il fronte è in stallo. Motivo: gli sviluppi tecnologici e il modo in cui si combatte. È la guerra dei droni. Lo stallo ha spinto la Russia su altre strade. Ha tentato di sconfiggere l’Ucraina non più con l’invasione militare diretta, ma colpendo la sua capacità di funzionare come Stato”.
Con i bombardamenti sulle strutture civili e le città, quindi. Mosca però continua a sostenere che i suoi soldati avanzano. Proclama per la terza volta volta in quattro anni di aver conquistato quel poco della oblast di Luhansk ancora controllata dalle forze di Kiev. E lascia intendere di preparare un’offensiva per l’estate. Tutta propaganda?
“La propaganda è importante. È servita alla Russia per convincere mezzo mondo che la sua avanzata in Ucraina fosse lenta ma inarrestabile, e che il crollo del nemico fosse imminente. In questo clima, in cui gli stessi alleati di Kiev hanno spinto per una sua resa di fatto, la percezione conta, per mantenere il sostegno all’Ucraina”.
Fanpage.it ha potuto constatare come pattuglie russe vengano mandate a “conquistare” anche due o tre isba disabitate per poi fotografarsi con la bandiera. Su alcuni fronti le linee non sono definite. Azioni del genere sono irrilevanti dal punto di vista tattico. E molto spesso suicide. Che motivo hanno?
“I comandanti russi sono sotto pressione per mostrare risultati. E sono disposti a fabbricarli. È normale, nel sistema russo. Non sorprende”.
Anche gli ucraini fanno simili incursioni “simboliche”. Come oltre il fiume a Kherson, riportano alcuni canali Telegram. Intanto, per l’anniversario di Bucha da Cremlino e dintorni è partita una campagna propagandistica impressionante. Per qualità, quantità e noncuranza della realtà. Eppure si conoscono addirittura nomi di unità e militari responsabili. Perché ostinarsi a negare?
“È una anomalia. Negli ultimi tempi, la Russia aveva dedicato meno sforzi a negare crimini di guerra e atrocità, arrivando talvolta a rivendicare alcuni fatti con orgoglio, per motivi di consenso interno. Strano vedere un ritorno alle smentite impossibili. L’attenzione internazionale sull’anniversario di Bucha è stata sfruttata per riproporre le narrative del Cremlino. Ma potrebbe essere semplice inerzia del sistema, che funziona in automatico, più che una nuova campagna strategica”.
Mosca ha risposto con disprezzo annoiato alla proposta di Zelensky per un cessate il fuoco a Pasqua. Eppure lo scorso anno Putin aveva proposto la stessa cosa. Anche se la tregua si rivelò poi fittizia. Cosa è cambiato?
“Putin non trarrebbe alcun vantaggio da una tregua, oggi. Gli Stati Uniti stanno impiegando gran parte delle loro armi e dei loro missili in Medio Oriente, invece che per difendere l’Ucraina o l’Europa. Va bene così, per il Cremlino. Che può andare avanti con la propria agenda senza ricorrere a mosse artificiali per costruire una leva politica e indebolire il sostegno internazionale a Kiev”.
Che impatto ha la guerra in Medio Oriente sulla guerra in Ucraina?
“Positivo per Putin. L’attacco di USA e Israele all’Iran ha indirettamente fornito un sostegno economico importante alla Russia, proprio mentre si prevedeva che le difficoltà economiche avrebbero limitato la sua capacità di combattere. Ci sono benefici immediati, come l’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche effetti più ampi. Come l’allentamento delle sanzioni sul petrolio russo destinato ad altri Paesi. Potrebbe diventare permanente.
In più, gran parte dei missili per i sistemi di difesa aerea che gli americani avrebbero destinato all’ Europa e quindi a Kiev vengono ora lanciati altrove. Gli stessi fondi europei per l’acquisto di sistemi d’arma americani vengono reindirizzati per rifornire gli arsenali degli Stati Uniti. Tutto questo è motivo di soddisfazione a Mosca”.
Ma son poi così contenti, a Mosca? La popolazione è depressa per la censura di internet e per l’inflazione, rilevano i sondaggi. E l’aumento dei prezzi energetici non risolve tutti i problemi dell’economia. Tanto che Putin ha chiesto ai suoi oligarchi di tirar fuori il portafoglio per sostenere lo sforzo bellico…
“Non è la prima volta che Putin chiede agli oligarchi di contribuire economicamente alla guerra. Fa parte di un patto implicito. Gli ha concesso di riportare i loro capitali in Russia gratis. In cambio, devono sostenere lo Stato”.
Non si parla più dei negoziati di pace. Riprenderanno?
“Gli Stati Uniti sono concentrati altrove. Erano loro a guidare i cosiddetti colloqui di pace. L’amministrazione Trump ha pochi decisori e capacità limitata di seguire più crisi contemporaneamente. Ma questo cambierà quando l’attenzione tornerà sull’Ucraina”.
Una soluzione politica è ancora possibile? Ci sarà almeno un cessate il fuoco, nei prossimi mesi?
“Non era realistico prima della guerra in Medio Oriente e non lo è ora. Ma questo non impedirà agli Stati Uniti di riprovarci”.
Il rinvio dell’impegno USA sull’Ucraina aiuta Mosca?
“È un quadro misto. Per il Cremlino è negativo che la pressione americana sull’Ucraina sia diminuita. Perché Trump ha cercato di convincere Zelensky a una resa di fatto. Ma tutti gli altri fattori giocano a favore di Mosca. Nel frattempo, non è cambiato nulla di sostanziale nei rapporti tra Russia e Stati Uniti. La Russia continuerà a trarne vantaggio quando gli Stati Uniti saranno meno concentrati altrove”.
Russia e Stati Uniti sono partner?
“Gli interessi, in questa fase, sono allineati contro l’Europa e contro l’attuale configurazione degli equilibri occidentali. Non è un’alleanza formale. Ma è una convergenza di interessi”.
(da Fanpage)

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