Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
CI SONO UNA SERIE DI PROBLEMI INTERNI CON IL BLACKOUT DIGITALE E LA MISTERIOSA STRAGE DEL BESTIAME IN SIBERIA … AL QUINTO ANNO DI GUERRA, LO SCONTENTO ESPLODE PERFINO NELL’AULA DELLA DUMA, DOVE IL DEPUTATO COMUNISTA MIKHAIL MATVEEV HA DENUNCIATO IL “CAMPO DI CONCENTRAMENTO DIGITALE” COSTRUITO DAL REGIME, E HA AVVERTITO CHE IL SISTEMA RISCHIA DI “SGRETOLARSI”. INTANTO I DRONI UCRAINI METTONO FUORI USO LE RAFFINERIE RUSSE SUL BALTICO
Pyotr Polezhaev si era cosparso di benzina il suo giubbotto verde militare, ed era salito sul
tetto della stalla: «Se mi ammazzate le bestie resterò senza mezzi per campare, quindi tanto vale che mi dia fuoco», ha comunicato con voce piatta ai funzionari, veterinari e operai schierati fuori dalla sua casa nel villaggio Chernogorye.
«Le mucche non valgono la nostra vita», ha detto infine tra le lacrime la moglie di Pyotr, e Chernogorye ha subito lo stesso destino dei villaggi circostanti, dove le autorità avevano sterminato mucche, capre, pecore, e perfino qualche cammello
Una strage svolta con modalità quasi militari, senza spiegazioni, senza mostrare carte o fare analisi, senza risarcimenti, spesso in assenza dei proprietari, che avevano scoperto le stalle vuote.
Il mistero delle mucche siberiane è esploso sui social, tra le ipotesi più inquietanti, da una operazione intentata dai colossi agricoli legati al governo ai danni dei piccoli produttori, a un complotto per lasciare i contadini senza un rublo e spingerli così ad arruolarsi al fronte in Donbas.
Il 31 marzo, una delegazione di allevatori siberiani ha portato a Mosca una petizione con 31 mila firme, che chiedeva a Vladimir Putin di fermare la strage del bestiame. «Se non ci aiuta lui chi potrà aiutarci?», ha detto Svetlana Panina, 30 anni trascorsi nelle stalle: «Il nostro villaggio sembra morto, nessuno che bela e muggisce, i giovani si sono arruolati, gli altri bevono vodka».
Il 1 aprile il governatore della regione di Novosibirsk ha comunicato di aver concluso con successo l’operazione per la distruzione del focolaio di una infezione imprecisata. Il 2 aprile, la televisione ha mostrato un gruppo di “allevatori siberiani” – rapidamente identificati come burocrati locali – che ringraziavano il governo di aver ucciso le loro bestie con rapidità ed efficienza.
Il 3 aprile, il tribunale di Novosibirsk ha decretato che il processo sui risarcimenti intentato dai contadini si svolgerà a porte chiuse. Il 4 aprile, l’agenzia Reuters ha riferito che nel Nord della Cina è esplosa un’epidemia di afra epizootica, provocata dal contagio arrivato dalla Russia.
La triste vicenda delle mucche siberiane avrebbe potuto essere rimasta una delle tante storie di soprusi della Russia profonda, quella che uno stereotipo diffuso considera una riserva inesauribile di amore per Putin. Non si direbbe, a giudicare dai commenti sui social locali, pieni della stessa rabbia che si legge all’altro capo dell’impero, nelle chat della regione di Belgorod, dove dopo l’oscuramento di Internet ordinato dalle autorità moscovite i droni ucraini bombe arrivano prima delle sirene di allarme.
Perfino il governatore Vyacheslav Gladkov ha criticato il bando della messaggistica di Telegram da parte di Mosca. Dove intanto l’oscuramento del traffico dati, dopo la paralisi dei taxi e degli aeroporti, ha mandato ieri in tilt le grandi banche, e perfino la metropolitana. Un black out che l’esperta digitale Natalya Kasperskaya ha attribuito a un sistema sovraccaricato di blocchi di censura, per poi rimangiarsi le accuse in serata con un post pubblico di scuse all’ente di controllo Roskomnadzor.
Al quinto anno di guerra, in un Paese che sembrava ormai totalmente sottomesso al Cremlino, all’improvviso lo scontento esplode perfino nell’aula della Duma, dove il deputato comunista Mikhail Matveev ha denunciato il «campo di concentramento digitale» costruito dal regime, e ha avvertito che il sistema rischia di «sgretolarsi».§
Un segnale che è stato colto perfino dai sondaggisti governativi del centro Fom, che hanno registrato un brusco calo della fiducia verso il presidente: meno cinque punti in una sola settimana. È vero che Putin sarebbe passato dal 76 al 71%, ma il quotidiano Kommersant nota che i consensi ufficiali al dittatore russo non erano mai scesi così rapidamente in così poco tempo dal 2019, dai tempi della riforma delle pensioni.
Il bando di Telegram e WhatsApp ha fatto arrabbiare più della metà dei russi, o meglio, il 55% dei russi ha avuto il coraggio di esprimere la sua rabbia ai sondaggisti, e un altro dato appare ancora più eloquente: a marzo, il 10% degli acquirenti di case a Minsk sono stati cittadini russi, che a quanto pare ormai considerano la dittatura belarussa più vivibile di quella del Cremlino.
Uno “sgretolamento” che non riguarda più l’opposizione, ma i pilastri del consenso putiniano, come i contadini siberiani, la burocrazia moscovita o i blogger della propaganda militare, i più espliciti ormai a denunciare l’incapacità dei generali di russi di avanzare in Ucraina.
Nonostante una campagna pubblicitaria martellante, soltanto duemila studenti hanno firmato un contratto con l’esercito, e mentre i droni ucraini mettono fuori uso le raffinerie russe sul Baltico, e il governatore Gladkov registra i suoi messaggi con sullo sfondo il rumore delle esplosioni, anche l’élite moscovita non riesce più a fingere che la guerra sia altrove.
(da La Stampa)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA C’E’ QUALCOSA CHE NON TORNA, VISTO CHE L’AZIENDA E’ STATA FONDATA SOLO NOVE MESI PRIMA
Mentre il caso Claudia Conte-Piantedosi continua ad alimentare polemiche istituzionali, emergono elementi nuovi che vanno ad aggiungersi alla ricostruzione del profilo pubblico della giornalista: un’interrogazione presentata da consiglieri comunali di Italia Viva a Firenze sulla sua nomina nel cda di una fondazione museale, gli incarichi da 79.300 euro affidati dalla Regione Campania alla sua società senza gara.
Fanpage.it ha ricostruito un capitolo fino ad ora rimasto in ombra: la Regione Campania, durante la gestione dell’ex vicepresidente Fulvio Bonavitacola, ha affidato alla Shallow srls — la società di Claudia Conte con sede a Roma, in Borgo Pio — due incarichi professionali per un totale di 79.300 euro IVA inclusa.
Il primo riguarda Ecomondo 2023, la fiera di Rimini svoltasi tra il 7 e il 10 novembre: alla Shallow viene affidata la comunicazione e la divulgazione stampa per la delegazione campana, per 36.600 euro. Il secondo incarico è per il Green Med Expo & Symposium di Napoli, nel giugno 2024: servizio di promozione territoriale da 42.700 euro, affidato tramite trattativa diretta sul MePA senza consultazione di altri operatori.
In entrambi i casi, la scelta fiduciaria viene giustificata negli atti regionali con la “maturata, specifica, pregressa e documentata esperienza” della società. Un dato però contrasta con questa motivazione: la visura camerale della Shallow srls indica come data ufficiale di inizio attività il 10 gennaio 2023. Il primo affidamento arriva appena nove mesi dopo. A ciò si aggiunge un’anomalia nei pagamenti per Ecomondo: 25.000 euro dei 30.000 pattuiti vengono liquidati prima ancora che la fiera apra i battenti, con scadenze contrattuali ancorate a date fisse piuttosto che al completamento delle prestazioni.
Dal 24 marzo 2025, Conte ha ceduto la carica di amministratrice unica della Shallow a Cristina Simona Dragut, indicata in varie fonti come sua assistente personale, pur mantenendo il 100% delle quote societarie.
(da Fanpage)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
ALLE PRIMARIE DEL CAMPO LARGO SCHLEIN BATTE CONTE IN CASO DI UNA GARA A DUE. IL LEADER M5S È DAVANTI IN UNA CORSA CON PIÙ CANDIDATI… ELLY HA MAGGIORI CONSENSI TRASVERSALI FRA I PARTITI DELLA COALIZIONE. NON CONVINCE L’IPOTESI DEL FEDERATORE
Una buona maggioranza degli italiani, quasi 2 su 3 (61,9%), non desidera oggi elezioni
anticipate. Tra le file della maggioranza questa indicazione registra forti polarizzazioni, soprattutto in Forza Italia (90,2%) e Fratelli d’Italia (92,7%), dove la percentuale supera il tetto del 90%. Anche tra le opposizioni emerge una certa reticenza ad “andare alle urne”, come si dice in gergo, non così marcata come tra i partiti di governo ma comunque significativa.
Sulle barricate del centro sinistra è come se convivessero due spinte opposte: da un lato il desiderio di replicare al più presto il sapore della vittoria appena assaggiato con il risultato referendario, dall’altro il timore di cadere in un possibile tranello elettorale.
Solo il partito di Giuseppe Conte esce allo scoperto su possibili elezioni anticipate, differenziandosi dagli altri con 1 elettore su 2 (52%) che desidererebbe esprimere propria partecipazione politica al più presto. Un dato interessante riguarda anche coloro che vengono classificati tra gli “indecisi”, dove il 23,8% di chi oggi non
esprime un orientamento politico si dichiara pronto a tornare alle urne, forse galvanizzato proprio dal voto referendario e dalla sua capacità di mobilitazione.
A questo punto, il centrosinistra è chiamato a sciogliere il nodo della leadership. L’ipotesi di un “federatore” esterno ai partiti viene chiaramente accantonata (23%), mentre prevale nettamente – con il 62,6% delle preferenze – l’idea di individuare un leader interno alla coalizione.
Se oggi si votasse per le primarie, con tutti i leader in campo, gli elettori del centrosinistra indicherebbero Giuseppe Conte come candidato premier del “campo largo” con il 30,3% dei consensi, seguito da Elly Schlein al 28%.
Tuttavia, in un ipotetico ballottaggio tra i due, sarebbe Schlein a prevalere, ottenendo il 40% delle preferenze tra l’insieme degli elettori delle opposizioni.
Nel dettaglio, le scelte convergerebbero sulla segretaria del Partito democratico grazie al sostegno del 58% degli elettori del suo partito e di Italia Viva, a cui si aggiungerebbe circa un elettore su quattro di Alleanza Verdi e Sinistra.
Conte, invece, oltre al consenso del proprio partito, raccoglierebbe la quota maggioritaria proprio dell’elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra.
Si tratta, naturalmente, di una fotografia del momento, destinata a mutare rapidamente. Le variabili sono molte tra cui possiamo elencare l’errore – forse di tempistica – di aver aperto troppo presto il dibattito sulle primarie, quando ancora si consolidava la vittoria del No al referendum. A ciò si aggiungono la difficoltà di costruire un programma realmente condiviso tra gli alleati del cosiddetto “campo largo” e, soprattutto, la necessità di intercettare quel consenso fluido e trasversale rappresentato da chi ha votato No senza riconoscersi – almeno per ora – pienamente in un partito.
Alessandra Ghisleri
per la Stampa
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
DA SETTIMANE E’ IMPOSSIBILE PER I RUSSI ACCEDERE A MOLTI SITI WEB INTERNAZIONALI E UTILIZZARE LE APP DI MESSAGGISTICA PIU’ DIFFUSE AL DI FUORI DEL PAESE, CON GRAVI DISAGI PER LA POPOLAZIONE
Come si vive in Russia al tempo del blocco internet relativo a siti stranieri e ai principali servizi di messaggistica Whatsapp e Telegram? La situazione infatti differisce molto da regione a regione, i disagi si verificano soprattutto a Mosca, la capitale, e San Pietroburgo, tra le prime città a sperimentare i disagi alle connessioni. La vita quotidiana di moltissime persone sta risentendo di ripercussioni nelle comunicazioni che possono avere un forte impatto anche sulla vita lavorativa. Così alcune fonti raccontano a Open come continua la difficile quotidianità.
Verso un modello cinese?
Mentre i siti degli organi di stampa russi, tra cui la TASS (Agenzia di Stampa Russa) pubblicano quasi ogni giorno notizie sul ban internet imposto in Iran, sono meno trasparenti e frequenti i riferimenti al blocco internet russo. Eppure, milioni di cittadini ne sono colpiti. Il governo fa sapere che è dovuto a delle migliorie sulla rete nazionale interna RuNet, dovute a un’implementazione dei sistemi di difesa di cybersecurity. Sono in molti a pensare però che la ragione sia il desiderio di avvicinarsi sempre più al modello cinese. Sarebbero quindi in corso le prove del sistema che presto verrà impiegato nel Paese, e per questo motivo internet non funzionerebbe a dovere.
Controlli a campione sui cellulari alla ricerca delle app proibite
Il problema però non è nuovo: è solo peggiorato. Da tempo è infatti difficile, se non impossibile, accedere a moltissimi siti internazionali. Facebook e Instagram, oltre a essere vietati, non funzionano con una normale connessione mobile. Non sono infrequenti controlli a campione sui dispositivi dei cittadini che si aggirano per le strade: le autorità chiedono solo di mostrare loro la home del proprio cellulare: un normale controllo di routine, al quale è meglio farsi trovare senza le app proibite sul proprio dispositivo. Così chiunque, ormai da tempo, deve utilizzare una VPN, ovvero un servizio che crea una connessione internet crittografata e sicura tra un dispositivo e un server remoto, nascondendo il vero indirizzo IP e proteggendo i dati di navigazione. In Paesi come la Russia, è uno strumento essenziale per poter mantenere qualunque forma di contatto con il mondo esterno.
Le app “made in Russia”
Dagli inizi del 2026 anche Whatsapp, Telegram e YouTube fanno i capricci in Russia, dopo essere stati a lungo territorio franco e percorribile: sono in molti i giovani abituati a muoversi con destrezza da una app all’altra, pronti a ovviare al problema della chiusura dei social network e sistemi di messaggistica stranieri. Tutto si muove nella direzione di una scelta, o di un’imposizione, di sistemi esclusivamente nazionali. Così ormai da tempo ci si è arresi ad utilizzare Макс (che si pronuncia Max) una super-app di messaggistica “made in Russia”, lanciata nel 2025 da VK e sostenuta dal Cremlino, progettata come alternativa nazionale a WhatsApp e Telegram. Obbligatoria sui telefoni e tablet venduti dal 2025 in poi in Russia, fungerebbe anche come una sorta di riconoscimento ID nei servizi statali e pagamenti. Al posto di Facebook, è da sempre diffuso VK, acronimo di VKontakte, lanciato nel 2006 da Pavel Durov, inventore a sua volta anche di Telegram. Durov era stato però estromesso nel 2014 dal controllo di VK. Se prima entrambi i social erano disponibili, ora Facebook non lo è più e sarebbero accessibili solamente siti russi.
Gli interessi economici minati dal blocco interne
Diverse compagnie locali o con sede nel Paese si sarebbero lamentate con il Governo di Vladimir Putin, portando alla sua attenzione le ripercussioni economiche sofferte a causa delle limitazioni nelle comunicazioni con i propri
clienti: con i sistemi di messaggistica interdetti, sarebbe difficile mantenere contatti operativi con partner internazionali.
Disturbi del segnale GPS
Continuano ormai dall’inizio del conflitto i disturbi al segnale GPS, soprattutto nella capitale, motivati da ragioni di sicurezza: servirebbero infatti per disorientare i droni che entrano nella regione. Ciò comporta da sempre forti disagi per chi si deve spostare: i tassisti di Yandex, il più diffuso sistema di noleggio taxi, faticano ogni giorno a raggiungere i loro clienti. Anche i servizi di mappatura e navigazione satellitare come Yandex Maps e 2GIS soffrono molto del segnale disturbato, che garantirebbe però il funzionamento dello scudo aereo contro attacchi droni. Questi problemi interesserebbero però maggiormente la capitale: come riporta una delle nostre fonti, nella provincia della Siberia la situazione sarebbe molto più tranquilla e con sistemi meno disturbati.
Chiusura degli spazi aerei e alert sui cellulari
Continuano poi le chiusure temporanee degli spazi aerei. Sono sempre frequenti i rinvii di voli, per non meglio precisate procedure di controllo dello spazio aereo. Solo in alcuni casi è stata riportata la ricezione di alert sui cellulari da parte di residenti, che raccomandavano di rimanere al riparo a causa di non meglio precisati oggetti volanti.
L’ironia degli influencer russi
Eppure i russi, soprattutto i giovani, non si abbattono e hanno spesso deciso di reagire con ironia all’isolamento dal mondo che stanno soffrendo, con video ironici sui social. Così Sha.dov alla domanda: «Come usare un telefono nel centro di Mosca?» decide di proporre soluzioni creative: usare il cellulare – ormai privato dell’accesso ad internet con il resto del mondo – come racchetta da ping-pong, oppure come pestello per fare il purè di cetrioli o ancora utilizzarlo per realizzare delle cavigliere alla moda.
Un altro utente ironizza sull’impossibilità di accedere al servizio di mappatura satellitare e decide di consultare i tarocchi per scegliere se andare a destra o sinistra agli incroci. Per fare gli auguri all’amica Marina prova a mandarle un messaggio
sul cercapersone e per avvistare eventuali taxi in arrivo si arma di cartina e binocolo.
(da Open)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL MINISTERO DELLA CULTURA NON HA “INTERESSE CULTURALE”
Mentre il Mic finanzia documentari su locali di Capri, re delle fettuccine e icone del vintage,
nega i fondi all’opera sulla storia del ricercatore ucciso al Cairo. Il produttore Domenico Procacci attacca: «Questa storia dovrebbe indignare tutti, invece è diventata una battaglia di parte»
Per lo Stato italiano la storia di Giulio Regeni non merita il sostegno pubblico destinato al cinema. Mentre la commissione del ministero della Cultura (Mic) ha dato il via libera ai finanziamenti per documentari dedicati allo storico locale caprese Anema e Core, alla vita di Gigi D’Alessio o alle vicende del «re delle fettuccine» Alfredo, per l’opera dedicata al ricercatore sequestrato, torturato e ucciso in Egitto nel 2016 la risposta è stata un netto rifiuto. Come riportato da Repubblica, la motivazione addotta dai tecnici ministeriali è quella di una mancanza di «interesse culturale», un giudizio che stride con il percorso che la pellicola sta compiendo nelle istituzioni e nelle università italiane.
Un’opera già premiata e riconosciuta
Il documentario in questione, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh insieme a Fandango, si intitola Tutto il male del mondo. Il titolo richiama le parole strazianti che la madre di Giulio pronunciò dopo aver visto il volto del figlio nell’obitorio del Cairo. Non si tratta di un progetto sulla carta, ma di un lavoro già finito e apprezzato: è uscito nelle sale con successo, ha vinto il Nastro d’Argento per la legalità e ha già incassato l’adesione di ben settantasei università italiane per proiezioni negli atenei. Nonostante questo, e nonostante la proiezione prevista al Parlamento europeo il prossimo 5 maggio, la commissione incaricata di valutare la «qualità artistica» e l’«identità culturale» dei progetti ha deciso di non concedere nemmeno un euro di contributo.
La denuncia di Domenico Procacci di Fandango
Secondo Domenico Procacci di Fandango, uno dei produttori coinvolti, la spiegazione dietro questo stop non ha nulla a che vedere con l’arte. «Una scelta politica», denuncia Procacci senza giri di parole. Il produttore sottolinea quanto sia amaro constatare che la ricerca della verità per un cittadino italiano sia diventata un tema divisivo: «Ed è incredibile che lo sia, perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese – spiega – ma tutti quelli che hanno un
minimo di umanità: la ricerca di verità e giustizia. Invece fatalmente è diventata una battaglia politica».
Procacci insiste sul fatto che, trattandosi di un’opera già realizzata e pluripremiata, sia impossibile nascondersi dietro presunte carenze qualitative del copione o della messa in scena. «È vero, questa è una battaglia politica – continua Procacci – ma dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro». Ma in questo caso, il giudizio della commissione sembra ignorare i fatti: «Il documentario è stato fatto, è uscito nelle sale, ha già vinto il Nastro della legalità. Bocciare un progetto del genere non puoi vederla come una scelta artistica. È una scelta soltanto politica».
Il valore civile oltre il profitto
La questione, per i produttori, non riguarda il mero ritorno economico, dato che il film ha già trovato una sua strada distributiva e approderà presto sia su Sky che in Rai. Procacci ci tiene a precisare che «alla mia società non viene in tasca niente. Mi dispiace per la Ganesh di Mazzarotto, che ha fatto un lavoro straordinario, ma sono sicuro che il pubblico premierà ancora questo lavoro. Sarà visto e continuerà a essere visto. Andrà sia su Sky sia in Rai». Resta però l’amarezza per un segnale istituzionale che sembra allinearsi a certi tentativi politici degli ultimi anni di rimuovere o ignorare i simboli della battaglia per Giulio Regeni. La chiusura del produttore è dedicata al piano umano: «Da cittadino, sono scosso. Perché questa non può essere una scelta di merito».
(dea agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEGAME CON IL VIMINALE TRA PRESENTAZIONI DI LIBRI E TRASFERIMENTO DI PREFETTI
Il fantasma del caso Boccia-Sangiuliano torna ad aggirarsi tra i palazzi della politica e i corridoi di Viale Mazzini. Al centro della nuova bufera c’è Claudia Conte, la giornalista che ha recentemente reso pubblica la sua relazione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A far discutere non è solo il legame sentimentale, ma una serie di messaggi sibillini affidati ai social e un documentario prodotto dalla sua società, la Shallow srls, finito nel catalogo di RaiPlay in esclusiva. Come scrive Repubblica, Conte sta adottando una strategia comunicativa fatta di allusioni: dopo aver dichiarato ai cronisti che «Presto saprete», ha aggiornato il suo stato WhatsApp con una frase emblematica: «Il silenzio del sabato santo».
Il documentario acquistato dalla Rai
Il documentario in questione, intitolato 2023. L’onda maledetta, vittime ed eroi, è diventato un piccolo caso all’interno della tv pubblica. Trasmesso in esclusiva su RaiPlay dal maggio 2024, il lavoro dura appena venti minuti e si concentra sull’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, l’opera è composta quasi interamente da materiale di repertorio dei vigili del fuoco e non darebbe voce agli sfollati o alle famiglie delle vittime, preferendo concentrarsi sulle interviste a esponenti dell’esercito, della Protezione civile e dei vigili del fuoco, ai quali vengono rivolti lunghi ringraziamenti. Nonostante la brevità e l’assenza di premi, il lavoro è stato acquistato dalla Rai per una cifra simbolica, circa 500 euro, permettendo però alla giornalista di aggiungere al proprio curriculum la prestigiosa qualifica di regista per la tv di Stato.
I libri, il Viminale e i tour nelle prefetture
Oltre all’attività cinematografica, si accendono i fari sulla promozione editoriale della Conte, in particolare per il romanzo La voce di Iside, dedicato al disagio giovanile e alla violenza di genere. Il volume è stato protagonista di diversi eventI istituzionali documentati ufficialmente sul sito del Viminale. A Pistoia, nel maggio 2024, la giornalista ha presentato il libro davanti a mille studenti, tornando poi a gennaio 2025 per parlare di bullismo. In quell’occasione, sul sito del ministero dell’Interno si leggeva che l’opera era stata «diffusa nelle scuole della provincia nell’ambito dell’organizzazione dell’iniziativa». La prefetta dell’epoca, Licia Donatella Messina, ha chiarito che non ci sono stati finanziamenti diretti dal ministero e che la giornalista non ha ricevuto «nessun gettone di presenza, solo un rimborso spese. L’ho invitata perché mi è stata presentata da amici comuni, il mondo è piccolo. Il suo libro non è un capolavoro, è un libro molto semplice, ma proprio perché semplice è stato apprezzato dai ragazzi».
Il trasferimento a Caltanissetta e le interrogazioni politiche
Il legame professionale tra la prefetta Messina e Claudia Conte sembra essere proseguito anche dopo il trasferimento della funzionaria a Caltanissetta. Anche nella nuova sede siciliana è stato organizzato un evento in teatro per presentare il libro, notizia prontamente rilanciata ancora una volta dai canali ufficiali del ministero guidato da Piantedosi. Messina ha tenuto a precisare che «Piantedosi non c’entra nulla. Lo conosco, ma non è stato lui a presentarmi Conte», poco prima che la giornalista venisse insignita del titolo di «Ambasciatrice del sorriso nel mondo». Ma le attività della giornalista non si fermano qui: la sua nomina nel consiglio di amministrazione della Fondazione Marini a Firenze, avvenuta durante la giunta Nardella, ha sollevato le proteste di Italia Viva, che ha annunciato un’interrogazione per fare luce sui criteri di selezione. Dal partito di Matteo Renzi la richiesta è perentoria: «Chiediamo trasparenza».
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
COME L’HA SFRUTTATO PER LE SUE PUBBLICHE RELAZIONI
Si chiama Borgo Pio 92, ed è in comproprietà con la mamma e la nonna. Nonostante gli
aiuti Covid però perde 60 mila euro. Molto meglio i conti della Shallow srl, la società di eventi e pr della Conte. Che all’anagrafe si chiama Annaclaudia
È partita ancora una volta da un ristorante la scalata al successo di Claudia Conte, diventata lady Viminale dopo avere svelato una relazione sentimentale con il ministro Matteo Piantedosi. Il locale si chiama Borgo Pio 92, è a due passi dal Vaticano, ed è l’insegna della società di ristorazione Framat srl, di cui è azionista di maggioranza mamma Maria Pia, ma di cui anche lady Viminale è proprietaria, con una quota del 25% e con la nuda proprietà di un’altra quota del 15% il cui usufrutto è lasciato alla nonna Matilde, di 90 anni.
Da Arisa ad Enrico Brignano, ecco chi si è attovagliato dalla Conte in questi anni
La proprietà di quel ristorante in un luogo strategico è stata fondamentale per la Conte, che all’anagrafe si chiama in realtà Annaclaudia, che a quei tavoli ha intrecciato rapporti con personaggi del mondo dello spettacolo, del giornalismo, dello sport e talvolta anche della chiesa e della politica. Gli account social di Borgo Pio 92 sono zeppi di foto sue insieme al personaggio importante passato al ristorante e tante volte sedutosi al tavolo con lei. Per altri invece ha fatto solo la pr del locale.
Le gallerie fotografiche inquadrano nell’uno o nell’altro caso la cantante Arisa, l’ex velina Laura Freddi, il comico Enrico Brignano con la moglie Flora Canto, la cantante Annalisa Minetti, Vittorio Sgarbi, il prete antimafia delle periferie romane, don Antonio Coluccia, l’attore americano Vincent Riotta e tanti altri vip.
La finzione dell’ospite di onore (lei invece ha il 40% del locale) nelle foto social
Gli account social del locale non dicono mai che lady Viminale ne è proprietaria, anzi illustrano le sue foto in posa come si trattasse di una vip arrivata lì per caso e ingolosita dai piatti. Così scrivono «Claudia Conte ci onora sempre con la sua presenza per i nostri eventi», oppure «la meravigliosa Claudia Conte anche oggi ci onora con la sua presenza».
D’altra parte, il ristorante di famiglia serve alla Conte più per le relazioni che come business: nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2024, ha fatturato 449.069 euro perdendo 60.874 euro nonostante i molti aiuti arrivati in questi anni dalle leggi Covid (fra questi un finanziamento agevolato di 250 mila euro dalla Banca del Mezzogiorno/Mediocredito centrale. Migliori i conti della società di pubbliche relazioni interamente posseduti dalla Conte, la Shallow srl. Nel 2024 ha fatturato 102.977 euro riportando un utile netto di 9.278 euro.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVISTAMENTO PARTITO DALL’AEREO DEL ONG SEA WATCH
Un barcone di legno partito da Tripoli con 110 persone a bordo, tra cui donne e bambini, si è rovesciato sabato pomeriggio nel Mediterraneo, in zona di soccorso libica. «Siamo partiti in 110», hanno raccontato alcuni dei sopravvissuti giunti al molo Favarolo di Lampedusa, lasciando intendere che una ottantina di persone siano finite in mare prima dell’arrivo dei soccorsi.
La motovedetta Cp327 della Guardia costiera, affiancata dalle navi a vela Ievoli Grey e Saavedra Tide, ha recuperato 32 naufraghi di nazionalità egiziana, pakistana e bengalese, rimasti in acqua per diverse ore prima di essere localizzati. Recuperati anche due cadaveri.
Le immagini aeree scattate al momento dell’allarme hanno ripreso il rovesciamento del barcone, lungo tra i 12 e i 15 metri. I superstiti e le salme sono stati trasferiti a Lampedusa. La ong Mediterranea ha comunicato sui propri canali social che le persone disperse sarebbero «oltre settanta», un bilancio che potrebbe aggravarsi ulteriormente nelle prossime ore con il proseguire delle ricerche. S
econdo la ricostruzione di Repubblica, che cita il rapporto dell’aereo Seabird 2 della ong Sea-Watch, impegnato in pattugliamento nel Mediterraneo Centrale, ieri 4 aprile il velivolo ha ricevuto segnalazione da un aereo della Marina Militare francese che stava sorvolando un’imbarcazione in difficoltà.
Quando Seabird 2 ha raggiunto la zona, lo scenario era già drammatico: un barcone di legno rovesciato, una quindicina di persone aggrappate allo scafo, altre in acqua
e alcuni corpi galleggianti. I mercantili Saavedra Tide e Ievoli Grey, che si trovavano nelle vicinanze, sono intervenuti lanciando zattere di salvataggio e recuperando i sopravvissuti.
Questa mattina la nave Ievoli Grey ha trasferito 32 naufraghi e due salme sulla motovedetta CP327 della Guardia costiera, che li ha poi accompagnati a Lampedusa. I sopravvissuti hanno riferito di essere partiti in 105 dalla costa libica: il che porterebbe a 71 il numero delle persone ancora disperse in mare, un bilancio che resta provvisorio in attesa del completamento delle operazioni di ricerca.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
NEMMENO LA SCONFITTA AL REFERENDUM, PER CUI SI È STRENUAMENTE BATTUTA, E LE “TENSIONI LATENTI” CON GIORGIA, HANNO SCALFITO LA SUA IMMAGINE… FOSSE IN UN ALTRO PARTITO, ARIANNA SAREBBE STATA SILURATA INSIEME A DELMASTRO, BARTOLOZZI E SANTANCHE’
È l’intoccabile per antonomasia, la figura più vicina per il rapporto strettissimo di parentela
con la presidente del Consiglio. Arianna Meloni è la Sorella d’Italia, che con la vittoria alle politiche del 2022 è uscita dal cono d’ombra di militante-dirigente locale per diventare la guida di Fratelli d’Italia. A celebrare l’investitura§ufficiale è stata l’assegnazione del ruolo di capo della Segreteria politica. Da una Meloni all’altra. Nemmeno la sconfitta al referendum, per cui si è strenuamente battuta, ha scalfito la sua immagine, né è stata sfiorata da polemiche. Fosse in un altro partito, a trazione meno familiare, dovrebbe fare un primo bilancio. Ma a via della Scrofa è meglio evitare di proporre il discorso. Altrimenti più che un rendiconto si dovrebbe aprire una resa dei conti. Mettendo in discussione l’operato di Arianna Meloni. Impossibile.
Intanto tutto intorno vengono sacrificati dirigenti. Il primo è stato quello dell’ex sottosegretario della Giustizia, Andrea Delmastro, arrostito nell’affaire-bisteccheria, seguito da Daniela Santanchè, che ha salutato – non proprio in punta di piedi – la poltrona di ministra del Turismo. Altri vengono messi un po’ in discussione, come il responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli. La più grande delle sorelle Meloni continua a godere dell’aura di infallibilità per eredità familiare. Per lei sono pronte a spalancarsi le porte del Parlamento, al prossimo giro.
L’ultima vicenda di gestione discutibile di Fratelli d’Italia ha provocato problemi al governo: a innescare la rivelazione della giornalista Claudia Conte, sulla «relazione» con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è stata una domanda di Marco Gaetani, volto e voce di Radio Atreju, il vivaio meloniano. Dimostrando che la segreteria politica fatica a tenere sotto controllo addirittura i giovani, fedelissimi alla linea di Fratelli d’Italia. Con conseguenze imprevedibili. Tanto che il povero Gaetani è stato convocato dai vertici del partito, come hanno rivelato alcuni retroscena, per una ramanzina. Ma ormai il pasticcio era compiuto.
Moto referendario
Arianna Meloni ha avuto il grande merito di essere una delle dirigenti più presenti nella campagna referendaria. Da Sassari a Pescara, dalla sua città natia Roma fino a Milano, è stata una trottola: nessuno si è speso tanto. Un’attività per portare a casa la vittoria del Sì da intestare al partito, soprattutto alla sorella, e per spianare la strada alle altre riforme care a casa Meloni. È stata proprio la capa Segreteria di FdI a continuare a battere il tasto del premierato, spiegando anche durante la campagna per il referendum sulla Giustizia, che sarebbe stato il prossimo passo per cambiare la Costituzione. Favorendo – secondo i rumors del Transatlantico – la tesi delle opposizioni di una sovrapposizione delle riforme. Prima i magistrati, poi la forma di governo.
Un assist alla campagna del No, secondo i ragionamenti di Lega e Forza Italia.
La missione è dunque fallita: i selfie, i comizi e i video social non hanno spostato i voti necessari. La svolta pop non è stata un trionfo, anzi è arrivato il segnale che qualcosa non ha funzionato nella mobilitazione del proprio elettorato. L’evidenza arriva dall’analisi dei flussi elettorali. La stima è che tra bocciatura della riforma e astensione, circa il 15 per cento degli elettori meloniani ha voltato le spalle a FdI. La responsabilità, però, non è stata attribuita ai vertici, l’addebito è arrivato sul conto di Santanchè.
Non c’è solo la vicenda referendaria, che ha provocato sconquassi nel governo. Con un’onda lunga che ancora non si è fermata. La capa della Segreteria di Fratelli d’Italia ha gestito in maniera “leggera” le dinamiche locali.
Da mesi, per esempio, il partito in Sicilia è una polveriera. Nemmeno la fuoriuscita di Manlio Messina, ex vicecapogruppo alla Camera e a lungo riferimento meloniano nell’isola, ha fatto scattare l’allarme sulla situazione, che ha continuato a deteriorarsi. Fino a determinare una guerra per bande. I vertici nazionali, in testa Arianna Meloni, hanno lasciato correre, lasciando solo Messina. Solo la débâcle referendaria ha riacceso i riflettori sull’isola, mettendo sotto osservazione il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno (uomo di fiducia di Ignazio La Russa), e l’assessora Elvira Amata. Comunque vada, alla fine, ci saranno molte macerie politiche intorno ai meloniani.
In Lombardia il clima non è tanto più tranquillo. Ha lasciato strascichi il siluramento dell’assessora regionale al Turismo, Barbara Mazzali, per far posto a Debora Massari, proprio su impulso della sorella della premier. Il “dimissionamento” di Santanchè, da sempre sodale di La Russa, non contribuirà a portare il sereno. E di conseguenza potrà complicare la partita per il candidato alla presidenza della Regione.
Nel Lazio, storico feudo di FdI, il cortocircuito familistico è raddoppiato: la separazione sentimentale tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni ha avuto ripercussioni sui rapporti nel partito. I fedelissimi del ministro dell’Agricoltura
hanno iniziato a muoversi in contrapposizione con il corpaccione di Fratelli d’Italia, creando attriti nella giunta presieduta da Francesco Rocca.
Nomine e ministri
E se non ha brillato sulla gestione del partito, la capa Segreteria di FdI non può rivendicare le scelte dei ministri. Il marchio è impresso sul profilo di Orazio Schillaci, ministro della Salute (tecnico in quota FdI), che oggi sarebbe una delle vittime di un eventuale rimpasto al pari del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, individuato come sostituto di Gennaro Sangiuliano. Ma con risultati non soddisfacenti, secondo i rumors di via della Scrofa, e le veline provenienti da Palazzo Chigi.
Anche sui manager la strategia della sorella della premier è stata al centro di discussioni. La scelta di puntare su Fabio Tagliaferri alla guida di Ales, società in house del ministero della Cultura, ha provocato molte polemiche per il curriculum poco solido in materia culturale del dirigente laziale di FdI. Così come il caso di Cinecittà, dove è approdata come amministratrice delegata, Manuela Cacciamani, la manager che oggi rivendica il rilancio della società, ma che per mesi è stata al centro di tensioni nella società di via Tuscolana.
In questi mesi, Arianna Meloni è stata anche al centro del caso Garante. Nel pieno della tensione tra l’Authority e Report, ha pensato bene di conversare con Agostino Ghiglia, componente del collegio, addirittura nella sede del partito. Da via della Scrofa la versione ha sempre puntato a minimizzare: «È stato un breve incontro in cui si sono scambiati convenevoli». Ma senza sollevare alcun appunto sull’inopportunità di quella visita di Ghiglia.
Del resto fin dagli esordi sulla ribalta nazionale, non sono mancati errori. Il primo risale a qualche tempo fa, quando Arianna Meloni ha sponsorizzato, convincendo la sorella a puntarci, Enrico Michetti come candidato sindaco a Roma alle elezioni del 2021, sfidando le perplessità degli alleati. L’esito è stato noto: il Campidoglio è stato consegnato a Roberto Gualtieri, quando il centrodestra era dato come favorito. Un indizio di una aspirante leader, che altrove sarebbe messa in discussione.
Ma dentro Fratelli d’Italia si tappano la bocca pur non di farsi sfuggire anche un solo sibilo critico contro Arianna Meloni. In un partito a trazione familiare, il cognome è uno scudo. Basterà a proteggersi dalle bufere continue?
(da editorialedomani.it)
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