Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA GRAVE RESPONSABILITA’ DI GIORGIA MELONI E’ AVER NASCOSTO AGLI ITALIANI LA VERITA’
Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell’economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.
La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa.
Non l’avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l’hanno messa tutta po’racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.
Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti?
Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l’accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l’imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.
(da Repubblica)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
A PARTE CHE ADESSO GIORGIA MELONI VESTE SCERVINO, CHE PER UNA CHE FACEVA LE FLESSIONI ALLA SEZIONE COLLE OPPIO E’ IL MASSIMO, COS’E’ CAMBIATO DA QUANDO SI E’ INSEDIATO IL GOVERNO? UNA MAZZA
A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla
sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito.
La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente.
L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti
l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta.
L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare.
Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati.
Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti
E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito,
con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti.
La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione.
Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni.
C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RACCONTO NEL LIBRO “PADRE” DI SALVATORE CERNUZIO, GIORNALISTA E UNA DELLE PERSONE PIÙ VICINE A PAPA FRANCESCO… SCIVOLARE” – L’APPREZZAMENTO ALL’ALLORA CARDINALE PREVOST: “LUI È UN SANTO”
Il sogno di andare in Cina, come anche a Mosca e Kiev, o in Libano, e fino all’ultimo, quando era già molto malato, il desiderio di andare di persona alla parrocchia di Gaza alla quale telefonava tutte le sere. Le battute su Giorgia Meloni per la quale nutriva simpatia.
L’umorismo anche nel ricordare quello storico 27 marzo del 2020 quando da solo pregò in una Piazza San Pietro vuota e bagnata dalla pioggia per invocare la fine del Covid. Che cosa pensò? “In realtà a non scivolare… E poi che c’era bisogno davvero di pregare in quel momento”. E poi l’apprezzamento per quello che sarebbe diventato il suo successore, il cardinale Robert Francis Prevost: “Lui è un santo”.
Ad aprire lo scrigno dei ricordi e a raccontare il Bergoglio più intimo è Salvatore Cernuzio, giornalista dei media vaticani, ma soprattutto una delle persone più vicine a Papa Francesco.
Dal viaggio in Iraq del 2021, dopo una lettera del giornalista, si era stabilito un rapporto, fatto di incontri, messaggi, telefonate, pomeriggi a mangiare insieme il gelato, benedizioni alla famiglia, la moglie e i quattro figli piccoli. Confidenze e anche un rapporto spirituale. Ora lo racconta nel libro “Padre” che uscirà il 7 aprile per Piemme
Dalle pagine emerge tutta l’umanità del Pontefice argentino e in questo anche i racconti del Giovedì Santo trascorsi nei luoghi di grande sofferenza, come le carceri o i centri di accoglienza per i migranti. E si scopre tutta l’energia che Bergoglio ha speso fino all’ultimo, con il desiderio, ancora pochi mesi prima di morire, di compiere, per esempio, un lungo viaggio in Africa. Non nella sua Argentina però: “C’è qualcosa che non mi torna”.
Non usava il telefonino, non ne era capace. Ma alcune clip le aveva viste, tipo quella “del presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, che stringeva la mano al governatore della Campania, Vincenzo De Luca. In quel video Meloni utilizzava una parola colorita con la quale lo stesso De Luca l’aveva apostrofata.
‘Salvatore, l’hai visto quel video? Fortissimo!’ mi aveva detto, ridendo. Sempre su Giorgia Meloni – si legge nel libro -, mi aveva raccontato un giorno: ‘L’ho vista sul palco (agli Stati generali della Famiglia nell’Auditorium della Conciliazione) vestita di bianco e le ho detto: è venuta a fare la prima comunione?'”.
Il senso dell’umorismo conservato sempre, anche nelle tragedie: prima di partire per un viaggio in Ucraina, organizzato dalle ambasciate ucraine e polacche presso la Santa Sede con cinque giornalisti di varie testate e nazionalità nei luoghi devastati dalla guerra, Bergoglio chiamò per telefono Cernuzio: “Vuoi passare? Così prima di partire ti do l’assoluzione finale”. Ma nel ‘Popecast’ realizzato per Vatican News aveva pronunciato parole commoventi: “Mi fa soffrire vedere i morti, ragazzi – sia russi che ucraini, non mi interessa – che non tornano. È dura”.
L’autore racconta anche “la delusione” del Papa quando il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov rispose ad una sua lettera invitandolo a parlare con Kirill, “quasi a voler sminuire un suo possibile contributo a un mero colloquio tra ecclesiastici”, racconta il giornalista.
Non si aspettava di essere il Papa che guidava la Chiesa universale nel tempo della terza guerra mondiale, ‘a pezzi’ come lui la chiamava: “Non lo aspettavo… Pensavo che la Siria fosse una cosa singolare, poi c’è stato lo Yemen, la tragedia dei Rohingya in Myanmar quando sono andato lì e ho visto che c’era una guerra mondiale…”.
Infine le ultime parole in un incontro al Gemelli: “Sai, qui non si sa come va a finire. Può essere che sì e può essere che… sì. E dato che per me sei un figlio, un nipote, un fratello, ti volevo salutare”.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
“BERSANI FEDERATORE? LUI LO SA? PRIMA IL PROGRAMMA E POI IL LEADER”
Prima le idee sviluppate dagli attivisti del M5S, nel percorso Nova 2.0. Poi, terminata verso
giugno la fase più frutto del lavoro del partito, il M5S sarà pronto ad aprirsi al tavolo della coalizione assieme a Pd, Avs, +Europa e socialisti, Italia viva. Questo è il cronoprogramma indicativo del Movimento per le prossime Politiche.
Ai rossoverdi che insistono per aprire subito il cantiere programmatico, invito accolto anche da Elly Schlein, Giuseppe Conte non risponde. Prima c’è il «processo di apertura ai cittadini e alle istanze dal basso», che tra le altre cose era stato annunciato lo scorso novembre dopo la vittoria di Roberto Fico e del campo progressista in Campania.
Il percorso è cominciato ieri online, con il primo evento di formazione dei 500 iscritti al M5S che dovranno gestire e guidare i confronti nei 100 spazi aperti in giro per l’Italia, previsti invece a maggio. In contemporanea, per Conte c’è anche la promozione del suo libro, Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio. Dove l’ex presidente del Consiglio lancia «il suo progetto per un futuro diverso, fondato su una visione di rottura rispetto alla destra nazionale e nazionalista, e alternativa rispetto all’Unione europea dei burocrati e all’America dei tecnocrati», recita la descrizione del volume
Una postura da futuro candidato premier, a ben vedere. Ma questo si vedrà poi, alle primarie, quando saranno fissate.
Ieri, ospite di Paolo Del Debbio a Dritto e rovescio, il leader del M5S ha detto che adesso “è importante definire un programma condiviso, che coinvolga anche la società civile: una volta condiviso ci porremo questo tema di scegliere un candidato, un leader”. Io, ha aggiunto Conte, “sono stato l’ultimo a parlare di primarie. Quando ho visto quel voto referendario, quella grandissima partecipazione dei cittadini, ho detto ‘qui c’è voglia di partecipazione, allora apriamo alle primarie’. Non sono nella nostra tradizione, ma in quella del Pd, però ho detto ‘chiamiamo tantissimi a partecipare, a contribuire anche alla scelta del leader che può essere più competitivo’ e secondo me ci sta tutta quest’indicazione”.
La mossa delle primarie ora non convince Romano Prodi. “Chi vuol farle oggi ha già perso. È cominciato un giochino autodistruttivo, l’unica cosa che può far vincere la squadra di Meloni che non ha fatto nulla da quando è andata al governo”, dice l’ex premier ai microfoni di SkyTg24.
E chi sarebbe la persona giusta per rappresentare il centrosinistra contro Giorgia Meloni? Forse Giuseppe Conte? “Se continua così, tutte sono le persone giuste per perdere. Una gara di questo tipo fatta oggi – sottolinea – vuol dire litigare, lasciare spazio ai gol della Bosnia. Io non capisco davvero perché Conte abbia fatto questa mossa, perché alla fine è una mossa che non può che mettere più in crisi questa gara strana delle primarie anticipate.
Allora, prima si faccia la squadra, prima si discuta sulla tattica e sulla strategia, su quello che bisogna dare ai giovani che hanno votato per il No al referendum, dar loro un futuro per il loro lavoro”, suggerisce Prodi
Pierluigi Bersani federatore per il centrosinistra o primarie? “A parte il fatto che non so nulla. Ma lui lo sa? Non ritengo che il federatore sia pronto in questo momento. Che si cominci a discutere di politica e di proposte. Lo dicono tutti: prima il programma e poi il leader”, precisa Prodi. Che sembra essere condividere il il coinvolgimento della società civile: “Il programma non vuol dire che quattro persone si mettono a scrivere qualcosa, vuol dire consultazioni, parlare con la gente come abbiamo fatto noi con centinaia di migliaia di persone. Non vedo questo movimento. Allora, è ripresa la voce delle primarie. In questo momento così come siamo che cosa sarebbero le primarie? Sarebbe come eleggere il capitano della Nazionale che va a perdere con la Bosnia”,
(da Repubblica)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA FINE SI È ARRIVATI A UN COMPROMESSO SUL NOME DI QUEL DEMOCRISTIANONE BUONO A NIENTE (MA CAPACE DI TUTTO) DI MAZZI, A CUI CASA MELONI DEVE LA GENIALE ORCHESTRAZIONE DEL CASO FENICE-COLABIANCHI-VENEZI … L’OMBRA DEI CONFLITTI DI INTERESSE, DA SANREMO ALL’ARENA DI VERONA (DOVE SCEGLIEVA LE PRODUZIONI DEI SUOI AMICI-SOCI, DALLA FRIENDS&PARTNERS SPA DI FERDINANDO SALZANO A LUCIO PRESTA) … I COLLOQUI IN RAI CON L’AD GIAMPAOLO ROSSI PER PARLARE DI CELENTANO… IL CASO GERGIEV E LE RELAZIONI CON LA RUSSIA
La nomina al turismo del multi-tasking Gianmarco Mazzi rappresenta una mezza sconfitta sia per La Russa, che voleva al posto della Pitonessa il siculo Caramanna, sia per la Ducetta con la stampella che ne ha le palle piene dei fratelli di Ignazio (chi scegliera’ il candidato sindaco di Milano?).
Alla fine si è arrivati a un compromesso sul nome di quel democristianone buono a niente (ma capace di tutto) di Mazzi, a cui casa Meloni deve la geniale orchestrazione del caso Fenice-Colabianchi-Venezi
Il nuovo incarico di Gianmarco Mazzi sarebbe quello di ministro del Turismo, ma c’è chi pensa che ministro di Sanremo sia un titolo più adatto.
Lavorando in silenzio, però, è stato la longa manus di FdI per piazzare attraverso lo spoils system persone di fiducia in posizioni chiave presso numerose fondazioni, festival e teatri: una strategia che, come scritto da Domani, ha riguardato tra gli altri il San Carlo di Napoli e il Carlo Felice di Genova. Oltre, ovviamente, alla sua Verona, dove ha organizzato eventi per diversi lustri e ha stretto rapporti numerosi e variegati: al suo matrimonio ha cantato Riccardo Cocciante, per dire. E così, pur essendo alla prima legislatura (è stato candidato da FdI nel 2022 a Padova), è riuscito a scalare in tempi brevissimi la gerarchia interna al partito.
Nel partito Mazzi non appartiene a nessuna corrente, ma ha sempre gravitato intorno al mondo di Fratelli d’Italia. Qualcuno paragona la sua parabola alla traiettoria di Carlo Nordio, considerato nel 2022 una sorta di tecnico d’area. Vicino alla destra fin dai tempi del liceo classico, lo Scipione Maffei di Verona, è forte di un rapporto solido con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa.
Per ora il suo posto al ministero della Cultura rimane vuoto. Dopo questo nuovo addio e le dimissioni dell’anno scorso di Vittorio Sgarbi rimane dunque sottosegretaria unica di Giuli la leghista Lucia Borgonzoni, da tempo discussa plenipotenziaria dell’audiovisivo.
Ma c’è qualcuno pronto a scommettere che Mazzi si farà uno e trino, continuando a occuparsi anche del mondo della cultura e di quello televisivo.
Con la scelta di Stefano De Martino come successore di Carlo Conti, il sottosegretario è infatti il più indiziato per supportare, con la sua comprovata esperienza, il prossimo conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo.
Non c’è dunque da stupirsi se a fargli le congratulazioni pubbliche per la nomina ci sono due delle poche donne che hanno condotto, a oggi, il Festival, Antonella Clerici e Simona Ventura. A cui si aggiunge anche l’augurio di Celentano, che nel suo stile criptico scrive che i passi del neoministro «lungo il tortuoso cammino della politica saranno senz’altro giusti, perché io ti conosco»
Ma di Sanremo – spesso assieme al manager Lucio Presta, che nel suo libro L’uragano dedica un capitolo intero al suo amico – Mazzi ne ha fatti anche con Paolo Bonolis, Gianni Morandi e Amadeus.
Dalla nomina politica in poi ha continuato a recarsi in Liguria per i rapporti con Siae e Assomusica, altri legami da coltivare come, ovviamente, quello con la Rai di Giampaolo Rossi.
Niente da fare dunque per Gianluca Caramanna. Anche lui alla prima legislatura, senza un profilo tecnico forte come quello di Mazzi, era comunque nella rosa dei possibili successori di Daniela Santanchè.
A fare la differenza, oltre alla relativa inesperienza, forse anche i possibili conflitti d’interessi del deputato. Come ha scritto Domani, oltre alla sua impresa personale di affittacamere, Caramanna si è assicurato diverse consulenze per gli assessori al Turismo delle regioni governate dalla destra, che spesso e volentieri assegnavano quella delega proprio al partito di Meloni.
In effetti, quello del Turismo è un ministero a cui Fratelli d’Italia tiene molto. E che quindi va assegnato a qualcuno di fiducia.
Il fatto è che il neoministro ha l’abitudine di non scordarsi dei vecchi amici e, pare, abbia continuato a rappresentarli anche quando era stato nominato al governo come sottosegretario alla Cultura (siamo nell’ottobre 2022), in barba alle norme della legge Frattini. Gli archivi sono pieni di episodi di questa ubiquità del Mazzi, seduto alla sua scrivania al Collegio Romano e contemporaneamente chiamato come agente dei divi che rappresenta.
Lo scorso anno, per dire, la Rai pensa di affidare un programma ad Adriano Celentano. E chi accompagna Claudia Mori, moglie e manager del Molleggiato, a viale Mazzini a parlare con l’ad Giampaolo Rossi? Proprio il sottosegretario alla Cultura, già agente di Celentano. Lo ha fatto per antica amicizia, che diamine.
Come per amicizia ha rappresentato il giornalista Massimo Giletti nelle trattative con La7, anche quando era al governo da un bel po’. Di questo c’è anche la prova documentale, diciamo così, nei verbali della procura di Firenze che indagava all’epoca sulla strana figura di Salvatore Baiardo, già favoreggiatore dei fratelli Graviano, che avrebbe mostrato a Giletti una vecchia fotografia di Berlusconi insieme ai mafiosi.
Finisce che i pm chiamano il sottosegretario a testimoniare sotto giuramento nel giugno del ’23, per chiedergli come mai, a suo avviso, l’editore Cairo avesse chiuso all’improvviso il programma “Non è l’arena”. A verbale Mazzi dichiara di avere «rapporti di amicizia e di collaborazione professionale con Massimo Giletti, almeno fino a quando sono diventato sottosegretario».
Ma bisogna andare a Verona per capire fin dove arriva il vero potere di Mazzi. Nominato nel 2017 dall’allora sindaco Federico Sboarina come amministratore delegato di Arena di Verona srl, Mazzi fa il bello e il cattivo tempo. Oggi Sboarina a Repubblica difende quella scelta e ricorda che «è stato un manager bravissimo che ci ha fatto fare un vero salto di qualità».
Ma capitava che il Mazzi amministratore scegliesse le produzioni degli amici del Mazzi produttore. Come Friends&Partners spa di Ferdinando Salzano, a cui nel 2022 vengono assegnate 36 date su 56, proprio quel Salzano con il quale Mazzi è stato socio per il musical Giulietta e Romeo.
Stesso schema con Lucio Presta, socio di Mazzi nella produzione del tour di Checco Zalone, al quale viene poi concessa l’Arena di Verona per due serate nel maggio del 2023. Tra schiamazzi&imbarazzi, Mazzi finisce in mezzo per l’altra sua passione (oltre alla musica): la Russia.
Lo ha ricordato ieri la dem Pina Picierno: «Vi ricorderete, forse, delle sue condotte opache per il caso di Gergiev a Caserta la scorsa estate. Ci mancava solo la nomina
a ministro, per un soggetto noto per le sue relazioni con il potere moscovita. Non c’è fine al peggio».
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
TANTO E’ BASTATO PER GETTARE IN ANSIA PALAZZO CHIGI E IL CENTRODESTRA TUTTO – UN BIG DI FRATELLI D’ITALIA, ANONIMAMENTE, NON NASCONDE IL FASTIDIO: “UN MINISTRO DELL’INTERNO NON DEVE ESSERE RICATTABILE” – GIORGETTI DIFENDE PRUDENTEMENTE PIANTEDOSI: “CREDO CHE NON SIA UNA QUESTIONE POLITICA, ALMENO IN QUESTO MOMENTO”
«Dove nascono i silenzi», il titolo dell’ultimo libro di Claudia Conte. Oggi, però, quel che
interessa di più alla politica è quando quei suoi silenzi muoiono e iniziano le rivelazioni, perché lei,nla fidanzata confessa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – che nel frattempo sembra essersi “allontanato” da questa liaison – ha annunciato (o minacciato, a seconda di come la si legga) di voler parlare «il prima possibile», raccontando le cose come stanno davvero.
«Non vi preoccupate – dice alla cronista di È sempre Carta Bianca che la intercetta sotto casa -, avrete tutte le risposte».
Parole che, per effetto pavloviano, fanno scattare nel centrodestra gli stessi pensieri angosciati di un anno e mezzo fa, quando chi diceva alla stampa di voler far conoscere la verità sulla sua relazione era Maria Rosaria Boccia, ai tempi amante del ministro Gennaro Sangiuliano.
Da ora ci si muove quindi su due piani diversi. Uno ufficiale, in cui Piantedosi viene difeso a spada tratta, tra pubblici attestati di stima e pacche sulle spalle dei colleghi incontrati ieri in Consiglio dei ministri.
L’altro è quello in cui invece tornano a strisciare dubbi e paure. Giorgia Meloni ha incassato le rassicurazioni del titolare del Viminale e per ora le bastano.
Ma a Palazzo Chigi, così come nel centrodestra, sono ancora memori dello stillicidio subito ai tempi dell’affaire Boccia-Sangiuliano e allora tracciano una linea rossa: «Un ministro dell’Interno non deve essere ricattabile, questo è ovvio», spiega un big di Fratelli d’Italia.§Le parole di Conte mettono una buona dose d’ansia, alla luce delle tante coincidenze e dei tanti incarichi maturati tra Parlamento, polizia e prefetture. Come la conduzione del programma su Rai Radio Uno, La mezz’ora legale ottenuto quando alla direzione c’era Francesco Pionati, che è stato compagno di scuola di Piantedosi ad Avellino.
Ma è un atto di fiducia accompagnato da molta moltissima prudenza. Basta sentire il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per capire il clima: «Credo che non sia una questione politica, almeno in questo momento». Insomma, la mano sul fuoco non la mette nessuno.
A chi cerca Conte per capire il motivo di tante esperienze maturate negli ultimi anni nel mondo della sicurezza e della legalità, la trentaquattrenne risponde con messaggi fiume in cui è concentrato un curriculum che nemmeno in due vite una persona normale riuscirebbe ad avere. Ma tant’è.
Anche lei come Piantedosi ha affidato la vicenda a un legale «che sta tutelando la mia immagine e la mia reputazione». In attesa di dare «tutte le risposte». Per ora, però, temporeggia: «Vi ringrazio dell’interesse, ma vi chiedo un po’ di rispetto. Basta con l’odio, bisogna mandare un messaggio di pace. Siamo a Pasqua».
(da La Stampa)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE DI TRAPANI HA DICHIARATO ILLEGITTIMO IL FERMI DELLA “MARE IONIO” DISPOSTO A OTTOBRE DEL 2023… SANZIONI ANNULLATE E IL VIMINALE DOVRA’ RISARCIRE LE SPESE LEGALI
Il Tribunale di Trapani ha stabilito con una sentenza che il fermo amministrativo imposto alla nave ONG Mare Jonio – era l’ottobre del 2023 – fu illegittimo. La conseguenza è la stessa già vista in più di un caso recente: il ministero dell’Interno sarà tenuto a risarcire la ONG per le spese legali. La ‘falla’ legale alla base di queste sentenze è sempre la stessa, ovvero il cosiddetto decreto Piantedosi. Una misura varata a gennaio del 2023, che è stata disapplicata più e più volte dai tribunali.
Il caso Mare Jonio, Viminale dovrà risarcire le spese legali
Nel caso della nave Mare Jonio 69 persone, tra cui donne, bambini e un neonato, vennero salvate da un gommone che si trovava in una zona tecnicamente assegnata alla Libia per le operazioni di ricerca e soccorso. Visto che la Libia non può essere considerata un porto sicuro, le autorità italiane non possono imporre alle navi ONG di interfacciarsi con quelle libiche, ha stabilito il tribunale. La Libia viene descritta nella sentenza come un Paese “che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati”, con una “volatile situazione di sicurezza in generale” e con “particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri”.
Dunque, la scelta dell’imbarcazione di dirigersi verso l’Italia invece di far coordinare l’operazione ai libici (cosa che poi era stata punita con il fermo) era corretta. “Cade così uno dei presupposti chiave utilizzati per ostacolare le Ong”, ha commentato la ONG Mediterranea, che gestisce la nave. E in effetti l’obbligo di
rapportarsi con le autorità di Tripoli era uno degli aspetti su cui puntava il decreto per allontanare gli sbarchi delle missioni di salvataggio dalle coste italiane.
Quello annullato dall’ultima sentenza è stato solo il primo fermo per la Mare Jonio: ce ne sono stati altri due, negli anni successivi, su cui i processi sono ancora in corso. La sentenza è attesa entro il 2026 per entrambi, e sembra plausibile che l’esito sarà lo stesso
Il decreto Piantedosi smontato più volte dai tribunali
“Non è un caso isolato: diversi tribunali stanno smontando l’uso del decreto Piantedosi contro le navi di soccorso, mentre nel Mediterraneo continuano morti e violazioni dei diritti umani. Questa sentenza conferma il fallimento di politiche che ostacolano il soccorso invece di salvare vite. Per questo, la richiesta resta chiara: Piantedosi si dimetta”, ha concluso la ONG. È innegabile che negli ultimi mesi le sentenze simili siano state moltissime – e la situazione è la stessa fin dal 2023, quando per la prima volta il decreto venne messo alla prova dei tribunali.
Il problema di questo “impiego illegittimo e strumentale del decreto Piantedosi” è che, di fatto, le navi ONG vengono bloccate. Solo dopo, a seguito di una causa legale, gli viene data ragione. Ma nel frattempo i soccorsi sono rimasti fermi per settimane, e l’intero lavoro delle ONG viene reso più complesso: i processi pesano, così come le spese legali; anche se nella maggior parte dei casi vengono risarcite, per ottenere i soldi bisogna aspettare anni. E ogni imbarcazione sa che, per ciascuna operazione in mare in cui salva decine o centinaia di persone, rischia di essere bloccata in porto per venti giorni.
Il decreto Piantedosi fu tra i primi provvedimenti del governo Meloni, steso a fine 2022 e varato a inizio 2023, pochi mesi dopo l’inizio del mandato. A oltre tre anni da quel momento, il bilancio è negativo su tutti i fronti. Dal punto di vista dei soccorsi in mare, le operazioni vengono rallentate e ostacolate. Dal punto di vista dello Stato, fioccano le sentenze avverse e i risarcimenti. Nonostante questo, l’esecutivo non ha dato segno di voler cambiare questa norma.
(da Fanpage)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
CONTRO CINGOLANI GIOCHEREBBERO ANCHE FATTORI PIÙ “POLITICI”, A PARTIRE DAL SUO RAPPORTO PRIVILEGIATO COSTRUITO CON CROSETTO
L’uscita di Roberto Cingolani da Leonardo è più vicina; anzi, è cosa fatta, a sentire le fonti
che da ieri mattina danno l’ad del gruppo della difesa congedato da Palazzo Chigi. A Cingolani, secondo le stesse fonti, è stato comunicato sempre ieri che non comparirà nella nuova lista per il cda di Leonardo. Inutile cercare conferme dal diretto interessato, che non commenta mai le vicende istituzionali.
È arduo trovare una motivazione “tecnica” della mancata riconferma di Cingolani, che la stessa Giorgia Meloni aveva voluto ad tre anni fa e che nel suo mandato – complice la corsa al riarmo – ha portato il titolo a quadruplicare il suo valore e ha ideato Michelangelo Dome, un sistema di coordinamento delle difese spaziali nazionali.
Contro Cingolani giocherebbero fattori più “politici”, a partire dal suo filoeuropeismo per arrivare al rapporto privilegiato costruito con il ministro della Difesa Guido Crosetto. Dopo gli scandali e le dimissioni in Fratelli d’Italia, Meloni avrebbe infatti deciso di rendersi meno attaccabile e di scegliere manager che facciano riferimento solo a lei: non a caso da Leonardo potrebbero uscire altre figure apicali vicine a Crosetto.
I possibili successori di Cingolani? Tra i più quotati Lorenzo Mariani, manager del gruppo che tre anni fa proprio Crosetto avrebbe voluto ad del gruppo: sarebbe un compromesso fra Chigi e la Difesa.
Tra gli altri papabili l’ad di Fincantieri Piergiorgio Folgiero, quello di Fs Stefano Donnarumma e Alessandro Ercolani di Rheinmetall Italia.
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
“AIR BP ITALIA” CHE FORNISCE IL COMBUSTIBILE, HA AVVISATO LE COMPAGNIE AEREE DEL RAZIONAMENTO: LA PRIORITÀ NEL RIFORNIMENTO SARÀ DATA AI VOLI AMBULANZA, AI VOLI DI STATO E AI VOLI CON DURATA SUPERIORE A TRE ORE. PER TUTTI GLI ALTRI CI SARÀ UNA DISTRIBUZIONE CONTINGENTATA
Sono scattate, all’aeroporto di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia le prime limitazioni di carburante per i voli.
Air Bp Italia, uno dei principali operatori ha infatti emesso un ‘Notam’, ovvero un bollettino aereonautico rivolto alle compagnie aeree, per informarle che per i prossimi giorni, fino al 9 aprile, nei quattro aeroporti ci saranno delle limitazioni per il carburante.
La priorità nel rifornimento, ha spiegato la società che fa parte del colosso britannico Bp, sarà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a 3 ore. Per tutti gli altri ci sarà una distribuzione contingentata.
(da agenzie)
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