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IL GOVERNO VERSO IL LOCKDOWN ENERGETICO A MAGGIO: CONDIZIONATORI, TARGHE ALTERNE E SMART WORKING

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRIMO PROBLEMA SARA’ IL GAS, POI IL RAZIONAMENTO TRA PRIMAVERA ED ESTATE… IN INVERNO TOCCHERA’ AI TERMOSIFONI

C’è la data, ci sono le prime misure allo studio e l’escalation in atto. In Italia il lockdown dell’energia può scattare a maggio. Senza una riapertura rapida dello Stretto di Hormuz il rischio è concreto. E il governo Meloni si prepara. Perché l’Italia, come ha ammesso la premier, non ha riserve di energia sufficienti. E alla domanda del Corriere della Sera sul rischio tutto si blocchi nel giro di un mese il ministro della Difesa Guido Crosetto risponde con sincerità: «È ciò che si teme. Non tutto ma molto». Il primo problema sarà il gas. Per il quale è pronto un piano d’emergenza. Poi c’è il razionamento. Che potrebbe portare a nuove regole sui condizionatori d’estate e sui termosifoni d’inverno. Le altre ipotesi allo studio riguardano l’illuminazione ridotta, le targhe alterne e lo smart working.
Il lockdown energetico a maggio
«I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme. Questa è l’occasione per dimostrare di essere in linea con i tempi senza limitarsi ad applicare la burocrazia. L’Europa deve capirlo», spiega Crosetto. Mentre in Italia «dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che, come ho detto, non ha precedenti». I numeri oggi verranno consegnati alla premier Giorgia Meloni.
La prima fonte di preoccupazione è appunto il gas. Non per il coefficiente di riempimento dei magazzini, che è al 44% e al di sopra della media europea. Ma, spiega oggi Repubblica, per il flusso che dovrebbe cominciare a rallentare entro tre settimane. Per questo il ministro Gilberto Pichetto Fratin porterà a Palazzo Chigi il lavoro del ministero sul consumo. A maggio è previsto il cambio di fase. Con frenata delle scorte. Per questo sarà necessario calmierare il consumo. Sul modello della crisi del 2022.
Il razionamento
Il piano di razionamento prevede di contenere di un grado il consumo dei condizionatori in estate o tagliare un’ora di utilizzo. In inverno anche i termosifoni dovranno andare giù di un grado. Cosa che farebbe risparmiare tra i 75 e gli 80 miliardi di metri cubi di gas. L’esecutivo riflette anche sulla proposta di smart working nel settore pubblico e, se possibile, nel privato, avanzata dai sindacati. E si riflette sull’utilizzo delle targhe alterne per i mezzi di trasporto. C’è anche l’idea di massimizzare la produzione delle centrali a carbone e l’incremento della produzione di rinnovabili. Più in là, si pensa al taglio dell’illuminazione per edifici, monumenti e luoghi pubblici. E all’inevitabile rimodulazione dell’attività industriale delle filiere energivore. Come le industrie dell’acciaio e della meccanica. Mentre la Lega torna a chiedere di riattivare l’importazione del gas russo.
Volete Trump o il lampione acceso?
Anche secondo Il Foglio la possibilità di un lockdown energetico, dopo le parole di Meloni, il viaggio in Arabia, la fine delle scorte negli aeroporti, fa parte dello scenario. E il quotidiano riporta d’attualità la frase di Mario Draghi: «Volete la pace o il condizionatore?». Stavolta diventerebbe: «Volete Trump o il lampione acceso?». Il dettaglio è che le misure di lockdown sono molto simili a quelle che Meloni criticava quando era all’opposizione. E che la situazione è stata certamente provocata da quel Trump che definisce “amica” la premier italiana. La misura sulle accise che scadrà il prossimo mese è difficile, se non impossibile da prorogare.
Lo smart workin
Poi c’è lo smart working. Per il quale il governo studia un’estensione sul modello Covid. La base sono le norme e il piano studiato dal governo per l’emergenza pandemica vissuta tra il 2020 e il 2022. Già oggi, si fa notare proprio dal governo, circa 555 mila dipendenti pubblici fanno ricorso allo smart working, pari al 17 per cento della forza lavoro della Pa (con una crescita di oltre il 10 per cento registrata a fine 2025 rispetto a un anno prima).
Mentre i settori da salvaguardare saranno scuola e sanità. Niente didattica a distanza e tagli delle visite. Intanto proprio oggi entrano in vigore i nuovi obblighi nei confronti dei dipendenti per il lavoro a distanza. Che prevedono pene da due a quattro mesi di reclusione, passando per sanzioni pecuniarie fino a 7.500 euro. Sono regole valide per le piccole e medie imprese (Pmi), come disciplinato da un aggiornamento del 2017 del Testo unico sulla sicurezza, approvato nel 2008.
Come funziona e cosa cambierà
A oggi un dipendente pubblico del Mef se vuole può usare fino a 8 ore di lavoro agile ogni 30 giorni. I giorni di lavoro a distanza per chi lavora a Palazzo Chigi erano due al mese, dimezzati a uno. Il tutto potrebbe essere ampliato facilmente e in tempi brevi. Meloni è attesa dopodomani in Parlamento. E comincerà a parlarne. Per preparare l’Italia al lockdown energetico.
(da agenzie)

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LE SCUSE DI GIORGIA: PIU’ CHE UNA PREMIER E’ UN’ABILE FUGGIASCA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ARTE DI SCAPPARE QUANDO E’ IN DIFFICOLTA’ E QUELLA DI PRENDERSI I MERITI QUANDO NON SE NE HANNO

Tra gli infiniti e per molti versi mitologici rovesci che sta collezionando Giorgia Meloni dopo la batosta referendaria, c’è anche quello di essersi fatta umiliare da Elio Vito, storico ex parlamentare (e ministro) di Forza Italia, che ha lasciato il partito berlusconiano quattro anni fa per tornare tra i Radicali.
Scatenato su X e assai critico nei confronti del governo, Vito ha incenerito così Meloni dopo il viaggio nei paesi del Golfo: “Giorgia, hai consumato più carburante di quanto ne hai ottenuto…”. Gioco, partita e incontro.
Il governo Meloni sta perdendo i pezzi, ma c’è un aspetto su cui la premier non perde lo smalto dei giorni migliori: la propensione alla fuga quando è in difficoltà (spesso, ultimamente). Se c’è da intestarsi – spesso in maniera del tutto pretestuosa – una vittoria, Donna Giorgia è scaltrissima a richiamare in ogni modo l’attenzione; se c’è da affrontare una polemica, una sconfitta o un rovescio, si imbosca invece senza alcun pudore.
Un po’ è istinto di fuga e un po’ inclinazione alla tanatosi, la tecnica adottata da molti animali (tipo l’opossum) di fingersi morti per scampare a qualche pericolo incombente. Il viaggio nei Paesi del Golfo è pienamente rientrato in questa logica. Meloni ha perso il referendum; ha perso pezzi di governo; ha perso un fratello di Italia come Delmastro; ha perso il tocco magico. Invece di affrontare il problema, è scappata un’altra volta, stavolta addirittura dall’Italia, con la scusa della missione per conto di Dio. Quante volte è fuggita Donna Giorgia in questi tre anni e mezzo di governo? Tante, tantissime. È un cliché di quasi tutti i leader, ma con lei si è verosimilmente raggiunto il parossismo. Se c’è un caso giudiziario, uno scoop giornalistico, una scoppola elettorale o qualsiasi cosa possa ammaccarla, lei marca visita. Manda in Parlamento e tivù qualche sottoposto. Cerca pateticamente di sviare l’attenzione con qualche famiglia nel bosco. E scappa sempre. Più che una premier, è una fuggiasca.
Con il passare degli anni, Meloni ha escogitato una gamma considerevole – e per certi versi ammirevole – di scuse. Gliene va dato atto. Ora, però, il giochino della fuga sistematica è stato usato così tanto da essere arrivato alla saturazione. Il bluff rischia di non funzionare: servono nuovi diversivi. Nuovi capri espiatori. Nuovi alibi. Nuove arme di distrazioni di massa. In questo senso, Meloni dovrebbe forse adottare d’ora in poi le seguenti tattiche.
Mossa Blues Brothers. Quando qualcosa andrà storto, Meloni potrà sciorinare la storica scusa di John Belushi: “Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”. L’Italia ha creduto financo a Ruby nipote di Mubarak, quindi si berrebbe tranquillamente pure questa.
Variante Minnie. Dare la colpa a Donzelli: funziona sempre. “Ho perso il referendum? Colpa di Donzelli”. “La Nazionale non si è qualificata ai Mondiali? Colpa di Donzelli”. “Musetti non vince più? Colpa di Donzelli”. Di fronte ad argomentazioni così granitiche, nessuno potrà mai darle torto.
Mahatma Bocchino. Quando un evento non va come previsto, uscirsene così: “Mi sono fidata delle previsioni di Bocchino”. Non è una scusa geniale, perché fidarsi del povero Italo equivale a darsi dei bischeri da soli, ma sempre meglio di niente.
Si prospettano tempi grami per la Premier Fuggiasca. Serviranno continui escamotage. Usare Bignami come scudo umano. Senaldi come punching ball. Bau Bau Montaruli come diversivo. Qualsiasi cosa. L’importante è scappare quando si è in difficoltà e prendersi i meriti quando non se ne hanno. E in questo, almeno in questo, Meloni ha pochi rivali.

(da ilfattoquotidiano.it)

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IL CINEMA DELLE FETTUCCINE

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LA FAZIOSITA’ SMACCATA DIVENTA RIDICOLA

Le scelte della commissione ministeriale incaricata di distribuire fondi pubblici al cinema italiano sono pura satira contro il governo: no Bertolucci, no Archibugi, di un film su Regeni (zecca rossa) chi se ne frega, vuoi mettere il biopic su Gigi D’Alessio e quello sul re delle fettuccine? Vuoi mettere il nuovo progetto di Pingitore? Volendo portare il tutto a sintesi: vuoi mettere Novecento con il Bagaglino? Sembra una parodia spietata della cultura di destra, invece è proprio la cultura di destra del nostro Paese, che con poche eccezioni (alla luce dei fatti: eroiche) incarna, spietatamente, un complesso di inferiorità devastante, che toglie lucidità di giudizio e impedisce dignità nei comportamenti.
Il ministro Giuli, che qualche libro ha l’aria di averlo letto, verifichi le scelte della “sua” commissione ministeriale e dica se si sente rappresentato da una faziosità così smaccata da risultare, alla fine, ridicola.
Ridicola, per altro, risalendo alle radici del problema, è anche l’intenzione di premiare, nelle opere finanziate, «l’identità culturale italiana»: provincialismo becero se applicato al cinema in generale, e al cinema italiano in particolare,
internazionale per fama e per ispirazione. O è sconsigliabile, per un regista italiano, girare un film su Parigi o sul Tibet? O sullo stoccafisso invece che sulle fettuccine?
Il nazionalismo, che esprime un pensiero rattrappito in qualunque campo, è particolarmente insensato se applicato alle arti. Nessun artista è così misero e sprovveduto da pensarsi così piccino. Date a Buttafuoco, Veneziani e Cardini il compito di commissariare (con spietatezza) la cultura di destra. Ne avremmo grande sollievo anche noi di sinistra.
(da Repubblica)

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LA FOTO DEL PENTITO DEI SENESE CON GIORGIA MELONI. REPORT RIVELA: VICINO A FDI, AVEVA UN PASS ALLA CAMERA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCATTO DEL 2019 CON GIOCCHINO AMICO CHE AVEVA GIA’ PRECEDENTI PENALI E NON ERA ANCORA COLLABORATORE DI GIUSTIZIA… I RAPPORTI CON ESPONENTI DI FDI

Una convention in un grande albergo di Milano nel 2019. Uno scatto con l’allora leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Davanti a tutto lo stato maggiore del partito. Davanti al flash e in prima fila anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia.
Oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra di Milano. Report, nella puntata in onda il prossimo 12 aprile su Rai 3, torna a indagare sui rapporti tra esponenti di Fratelli d’Italia e ambienti legati al clan Senese, dopo il caso del ristorante aperto dall’ex sottosegretario Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia, ritenuto prestanome della stessa organizzazione. E lo fa partendo da un selfie scattato il 2 febbraio del 2019.
Quel giorno, all’Hotel Marriott di Milano, si riunisce il vertice del partito. È la prima grande iniziativa al Nord in vista delle elezioni europee. In sala ci sono i dirigenti di allora e quelli che diventeranno, di lì a poco, i volti del governo: Ignazio La Russa, Raffaele Fitto, Daniela Santanchè, Adolfo Urso, Guido Crosetto. Il momento più atteso è l’intervento conclusivo della leader Giorgia Meloni. Tra i militanti e i dirigenti, in prima fila, seduto accanto al palco, c’è anche Gioacchino Amico. Quando Meloni entra, lui la saluta: «Salve presidente». Lei risponde rapidamente, «Ciao», e prosegue. Alla fine dell’incontro, Amico si avvicina e chiede una foto. La leader accetta. Scatto, sorriso, contatto diretto. È quell’immagine che, nelle ore successive, Amico comincia a far circolare.
La invia a una rete di conoscenze, tra cui un ex parlamentare.«All’epoca diceva di avere agganci importanti dentro Fratelli d’Italia», ha raccontato oggi a Report. «Quella foto serviva per accreditarsi, per far vedere fin dove arrivava». In quel momento, Amico non è ancora formalmente indagato per mafia. Ma il suo profilo giudiziario è tutt’altro che pulito: una condanna definitiva per ricettazione, arresti per truffa e associazione a delinquere. E soprattutto, secondo quanto emergerà poi nelle indagini, è già un punto di snodo nei rapporti tra gruppi criminali. Le carte dell’inchiesta Hydra lo descrivono come una figura chiave del sistema mafioso lombardo: un intermediario capace di mettere attorno allo stesso tavolo esponenti legati a Matteo Messina Denaro, capi delle locali di ’ndrangheta e uomini del clan dei Senese, guidato da Michele «’o pazzo». Siciliano di nascita, ma cresciuto nell’orbita della camorra romana, Amico è un raccordo tra mondi diversi. Alla convention del 2019 non è un intruso. Alcuni dirigenti del partito sanno chi è.
Due settimane dopo, accompagna il deputato Carlo Fidanza al congresso di Grande Nord, formazione vicina alla vecchia Lega bossiana. «Si presentava come referente territoriale di Fratelli d’Italia e molto vicino a Fidanza», racconta a Report Monica Rizzi, tra le fondatrici del movimento. Dal palco, Fidanza lo saluta e lo ringrazia pubblicamente. Nei mesi successivi, Amico partecipa attivamente alla campagna elettorale per le europee proprio a sostegno del deputato. Nel frattempo, amplia i suoi contatti, spingendosi oltre la Lombardia.
Secondo il racconto dell’ex parlamentare che aveva ricevuto il selfie, nella seconda metà del 2018 Amico lo avrebbe portato negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, per un incontro informale con Giovanni Donzelli. Il diretto interessato, interpellato da Report, però nega: «Non ho memoria di quell’incontro. Per il ruolo
che avevo allora, non avrei avuto motivo di vederlo. Credo che non sia mai avvenuto». Ma è un altro dettaglio a emergere come il più inquietante.
L’ex parlamentare sostiene che Amico sia entrato a Montecitorio senza controlli, «come se avesse un tesserino o un accredito speciale». Una circostanza che combacia con quanto lo stesso Amico ha raccontato agli investigatori dopo aver deciso di collaborare: la disponibilità di un badge che gli avrebbe consentito di entrare e uscire dal Parlamento senza difficoltà. Un dettaglio che lo stesso Amato avrebbe confermato agli investigatori raccontando di aver avuto a disposizione un badge per entrare e uscire dal Parlamento.
(da Repubblica)

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“MAZZI? È PERFETTO COME NUOVO MINISTRO DEL TURISMO: I TEATRI ITALIANI LI HA RIDOTTI A CHIOSCHETTI E I DIRETTORI LI HA DECLASSATI A BAGNINI”

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “A VENEZIA, INSIEME A COLABIANCHI, È RIUSCITO A INIMICARSI LA CITTÀ, GLI ORCHESTRALI PER LA NOMINA DELLA DIRETTRICE D’ORCHESTRA BEATRICE VENEZI. CREDE, OBBEDISCE E INCASSA”

È perfetto come nuovo ministro del Turismo: i teatri italiani li ha ridotti a chioschetti e i direttori li ha declassati a bagnini. E’ Gianmarco Mazzi, il ministro ultima spiaggia, già sottosegretario alla Cultura, e prende il posto di Santanchè. La sola cosa che può vantare è la fiducia di Fazzolari. Mazzi crede, obbedisce e incassa.
Era il ministretto di Sangiuliano e Giuli e adesso è l’ottone del bagnasciuga, il fiato corto di governo. Manca il gas, la giornalista Claudia Conte, innamorata di Piantedosi, chiamato il “lupo di Avellino”, promette: “Parlerò presto”. Il vecchio Mazzi, impresario musicale, avrebbe già allestito uno spettacolo: la “Carmeninprefettura” o “ilquesturino e Giulietta”.
Mazzi passa da ministretto a ministrone. Si è meritato i gradi di fedele dopo aver accompagnato Meloni al Teatro Brancaccio a vedere lo spettacolo di Checco Zalone (che Mazzi aveva prodotto insieme a Lucio Presta, suo vecchio socio) e ha piantato ombrelloni in ogni teatro italiano, in Rai.
Solo per aggiornare la marcia,va segnalata Venezia: prima ha indicato come sovrintendente, Nicola Colabianchi, dopo, insieme a Colabianchi, è riuscito a inimicarsi la città, gli orchestrali per la nomina (mal gestita) della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Mazzi lascia un mondo di orfani e fugge all’inglese evitandosi la rivolta di quelli che chiama “amici miei”. Si vanta di capitanare il mondo della musica, ma confonde il pop con il classico. Riccardo Muti sarebbe furibondo con lui perché sono stati tagliati fondi all’orchestra Cherubini.
Esiste un Mazzi, agente di Giletti, Celentano, direttore artistico del festival di sanremo,amico di Bonolis, socio di Presta e Ferdinando Salzano,un Mazzi che ha aperto(e chiuso)otto società. Esiste un Mazzi che pretendeva, da sottosegretario di farsi ancora pagare da La7 tanto da chiedere pareri di compatibilità perché in Italia non esiste l’authority alla faccia tosta. Ma esiste anche il Mazzi politico ed è il Mazzi che segue la sinfonia del tempo
Ogni volta che entrava in Sala Spadolini, la sala dove si organizzano le conferenze del Mic, pretendeva che partisse un jingle e urlava se non partiva a tempo. E’ stato eletto con FDI, a Padova, ha militato nel fuan,ma è stato anche leghista e stava per farsi candidare da Salvini.prima dientrare in parlamento, al governo, Mazzi si è fatto nominare ovunque, alla Casa dei Cantautori, e quando èentratosièscritto la riforma sullo spettacolodalvivo, ilsettore dove tornerà appena finito questo voyage lungo La Russa.
Deve a Ignazio La Russa questa nomina a ministro e deve in realtà a Sangiuliano la scalataalcielo
Mentre Sangiulianosoffriva,mazzipianificava.consangiuliano, non aveva le deleghe allo spettacolo dal vivo e le ha ricevute da Giuli. Da allora si è scatenato. Ha provato a fare delle fondazioni lirico-sinfoniche il suo pascolo e i sindaci d’italia hanno minacciato di rivolgersi a Meloni.
In piena vicenda Baiardo, il pentito di mafia ospite di Giletti, Mazzi (ed era sottosegretario) è stato convocato dalla procura di Firenze perché rappresentava Giletti (e non si è mai compreso come potesse rappresentarlo da uomo di governo). Quando si è parlato di un ritorno in Rai di Celentano, Mazzi ha partecipato alla trattativa con la moglie Claudia Mori e l’ad Rai, Rossi, e non si capisce dove trovasseiltempo. Si è intestato con Meloni il successo delle Olimpiadi Milano-cortina, che in realtà è di Zaia e Malagò, mentre alla Camera, si aggirava, fino a pochi mesi fa, urlando: “Si fa come dico io”.
Dietro il caso Caserta, l’invito del direttore russo gergiev a tenere un concerto, c’è Mazzi che aveva stretto un’alleanza con Vincenzo De Luca (in funzione anti Manfredi). In FDI c’è una generazione che ha allevato lo stesso Fazzolari che non riesce ancora a trovare spazio. Da anni si occupa di cultura, e bene, Alessandro Amorese, di giustizia Sara Kelany, di economia, Marco Osnato e Ylenia Lucaselli, di esteri, Francesco Filini, di turismo, Gianluca Caramanna … e se ne potrebbero citare ancora.
Vince Mazzi, che non vede l’ora di presentarsi a Verona al Vinitaly come podestà in braghettoni ma Mazzi è anche il segno dell’ultima spiaggia, della stagione che finisce. Al posto della ramazza, Meloni ha scelto i Mazzi
(da Il Foglio)

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LA CLASSE DIRIGENTE DI “FUTURO NAZIONALE”: UN PO’ “ZANZARA” E UN PO’ BAR DI STAR WARS: JOE FORMAGGIO ENTRA NEL PARTITO DI ROBERTO VANNACCI

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX CONSIGLIERE REGIONALE VENETO DI FRATELLI D’ITALIA, NOTO PER LE SUE SPARATE CONTRO I NERI E PER LA PASSIONE PER ARMI E CACCIA, È STATO BOCCIATO DAGLI ELETTORI ALLE REGIONALI … ORA VANNACCI È PRONTO A IMBARCARE ANCHE IL LEGHISTA STEFANO VALDEGAMBERI, CON POSIZIONI FILO-PUTINIANE

Per tutti era “il segreto di Pulcinella”. Adesso però il dado è tratto. Certo, manca l’ufficialità, ma che Joe Formaggio abbia chiuso la porta in faccia a Fratelli d’Italia per accasarsi in Futuro Nazionale, il nuovo movimento di Roberto Vannacci, ormai pare evidente. Visto che il suo numero di telefono compare in bella mostra sulla locandina che annuncia il passaggio in città, sabato prossimo, di Vannacci.
L’appuntamento è al civico 7 di viale della Fisica dove ha sede una fonderia e la locandina recita “Incontro con aziende del territorio per un futuro industriale”. Quindi, pare di capire, un incontro a porte chiuse in cui chiamare a raccolta gli imprenditori. E poco sotto, per informazioni, per chi fosse interessato a partecipare, è impresso un numero di cellulare senza riferimenti.
Ai più attenti però non è sfuggito che il numero corrisponde a quello di Formaggio. È l’indizio decisivo di una scelta che, come detto, era nell’aria da tempo. Da subito dopo le elezioni Regionali.
Quando Formaggio, vulcanico consigliere regionale uscente, non è riuscito a centrare la rielezione. Una botta, per un risultato personale sotto le aspettative. Con i meloniani che alla fine a Venezia hanno portato il solo Francesco Rucco, sostenuto da Elena Donazzan e Silvio Giovine. Anche in questo caso l’esito è stato sotto le aspettative, non per Vicenza in particolare ma in tutto il Veneto, dove la discesa in campo di Luca Zaia con la Lega e il fatto di non avere il traino di un proprio candidato governatore, ha portato FdI ad ottenere un risultato poco brillante. Chiusa parentesi.
Formaggio, si diceva. Ecco, dopo la sconfitta elettorale è sparito dai radar. Ed evidentemente questi mesi di riflessione solitaria lo hanno portato allo strappo con il partito in cui militava dal lontano 2013, quando FdI era lontanissima dai numeri di oggi. «Passa con Vannacci», la frase che da tempo circolava negli ambienti politici. E lui? Silenzio. Anche ieri i tentativi di avere una sua dichiarazione sono andati a vuoto. Ma, pur in attesa della sua conferma, la notizia c’è tutta: quel numero impresso vale già una conferma.
In Veneto l’altro nome noto è quello del consigliere regionale Stefano Valdegamberi. I primi contatti tra Vannacci e Formaggio risalgono a memoria al 2023 quando il generale andò proprio nel ristorante di Formaggio a presentare il suo contestatissimo libro. Contatti che evidentemente, dopo l’uscita di Vannacci dalla Lega, si sono fatti più insistenti, sino all’avvicinamento definitivo. E tutto sommato non stupisce perché il campo di entrambi è l’estrema destra. Manca solo l’ufficialità. Ma quel numero vale già più di mille parole.
(da agenzie)

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DA DOMANI INIZIA UNA NUOVA VIA CRUCIS PER L’ARMATA BRANCA-MELONI: LO SCANDALO PIANTEDOSI-CONTE È COMUNQUE UNA MINA PIAZZATA SOTTO PALAZZO CHIGI. L’UNICO CHE GODE È MATTEO SALVINI, CHE DA TEMPO SOGNA DI PRE-PENSIONARE IL SUO EX CAPO DI GABINETTO PIANTEDOSI PER TORNARE AL VIMINALE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHÉ I DONZELLI E LE ARIANNE HANNO LASCIATO SENZA GUINZAGLIO IL GIOVANE VIRGULTO DI ATREJU, MARCO GAETANI? PERCHÉ LA DUCETTA HA PERMESSO UNA TALE BIS-BOCCIA? E SOPRATTUTTO: QUANTO POTRÀ RESISTERE PIANTEDOSI? QUALI RIVELAZIONI E QUANTE INTERVISTE HA IN SERBO LA MESSALINA CIOCIARA? NEI PROSSIMI GIORNI SALTERANNO FUORI MAIL, POST E CONTRATTI CHE POTRANNO ANCOR DI PIÙ SPUTTANARE IL MINISTRO INNAMORATO?

Gesù è risorto, ma per l’Armata Branca-Meloni la Via Crucis potrebbe iniziare da domani.
Dietro lo scandalo Piantedosi-Conte si intravvede una rivalsa sentimentale della giovane donna sedotta e abbandonata dal potentone, che va intrecciarsi a un disegno politico.
Del resto, a chi giova la messa in piazza delle mutande pazze del Viminale? Non certo a una Melona azzoppata dal referendum e con le rotelle del sistema nervoso del tutto fuori controllo, che ha portato alla repentina decapitazione di Bartolozzi, Delmastro e Santanché.
E allora perché i Donzelli e le Arianne di via della Scrofa hanno lasciato senza guinzaglio il ventenne virgulto di Radio Atreju Marco Gaetani, che ha apparecchiato la frittata dell’intervista sul sito di Money.it?
All’interno di Fratelli d’Italia i contraccolpi sarebbero devastanti: chi sceglie ‘sti pischelli così cojoni o così ingenui? Che male abbiamo fatto per meritarci una classe dirigente così incapace
Perché l’Underdog della Garbatella ha permesso una tale bis-Boccia? Il caso Sangiuliano non è bastato? Magari, a Palazzo Chigi erano giunti a un punto di non ritorno e occorreva urgentemente attutire e sopire un botto scandalistico alla Corona, magari arricchito di foto compromettenti, sulla chiacchieratissima liaison, ben nota ai lettori di Dagospia da tre anni?
Ancora: perché la messalina della Ciociaria si è piegata a quella intervista? E’, diciamo così, finita ‘’sotto pressione’’? Ah, saperlo…
Quello che è certo che il benservito è piombato sul collo di Claudia Conte circa due mesi fa e di sicuro non le avrà fatto piacere. La prezzemolona di Aquino avrebbe infatti sbandierato a destra e a manca l’”affettuosa amicizia” con il prefetto arrapato, dopo essersi sentita sciorinare il copione dell’”amour fou” ben impressionato su grande schermo dall’’’Angelo Azzurro” di Joseph von Stenberg (con la seduttrice Marlene Dietrich che strega lo spasimante a pigolare “chichirichì”; quindi “amore eterno”, “figli maschi” e “nessuno ci potrà separare…”).
E non sono pochi gli addetti ai livori che si domandano quanto potrà resistere Piantedosi nel tritacarne mediatico. Finirà come Sangiuliano: dopo averlo difeso di sopra e di sotto, poi la Fiamma Magica costringerà Piantedosi a farsi ‘’confessare’’ da Chiocci al Tg1?
E soprattutto: quali rivelazioni e quante interviste ha in serbo la messalina ciociara? Nei prossimi giorni salteranno fuori mail, post e contratti che potranno ancor di più sputtanare il ministro innamorato?
Comunque, nel Belpaese di Arlecchino in cui la via diritta è un labirinto, il Piantedosi in calore potrebbe anche cavarsela e restare al Viminale, avendo la Fiamma Magica ai suoi piedi il 90 per cento della cosiddetta informazione, con due alleati altrettanto malconci come Lega e Forza Italia.
Certo, il solo e unico che di tale bordello gode, immaginando un Piantedosi ai giardinetti, si chiama Matteo Salvini. Il nemico più intimo di Giorgia Meloni non ha mai nascosto il sogno di far ritorno sulla prima poltrona del dicastero dell’Interno; anzi, è diventato il tormentone preferito che lo liberebbe dal ministero delle Infrastrutture e da quella farsa di chiacchiere che è diventato il Ponte sullo Stret
Ps. Quando le vicende politiche intrecciano quelle amorose, a via della Scrofa perdono la “bussola” e tendono a combinare pastrocchi. È successo con il caso Sangiuliano, prima difeso dalla Meloni (che finì sbugiardata in diretta da Maria Rosaria Boccia: mentre la premier in tv metteva “la mano sul fuoco” che l’influencer di Pompei non aveva avuto accesso a documenti governativi, quella pubblicava su Instagram un documento del G7), e poi mandato ad ammettere la relazione al Tg1, per essere infine costretto a dimissioni
Fu un autogol comunicativo anche la vicenda della deputata ex grillina Rachele Silvestri e la sua misteriosa lettera al “Corriere della Sera”, negoziata dal partito, in cui sosteneva di essere stata “costretta” a fare il test di paternità per suo figlio di soli tre mesi, per la “presunta notizia uscita su qualche organo d’informazione” (ma senza rivelare né il risultato, ne i nomi dei protagonisti).
Qualche giorno toccò ad Arianna Meloni intervenire per fermare il gossip che impazzava. Fu infatti la sorella d’Italia a rivelare, in un’intervista a Simone Canettieri, penna per niente ostile alla Fiamma magica, che il nome che girava tra i palazzi era quello del compagno di allora, Francesco Lollobrigida, smentendo (“Sì, anche questa abbiamo dovuto sopportare, ma abbiamo le spalle larghe. peccato che nessun giornale abbia scritto in maniera chiara una cosa del genere. così saremmo andati in vacanza con i soldi del risarcimento delle querele”). L’anno successivo, in un’altra intervista, rilasciata ancora a Canettieri, Arianna annunciò la separazione da “Lollo”…
(da Dagoreport)

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CINGOLANI OUT: COSÌ PARLÒ FAZZOLARI. L’OFFENSIVA DI FRATELLI D’ITALIA CONTRO L’AD DI LEONARDO: “A DIVIDERE LE FETTE PIÙ GHIOTTE DELLA TORTA È SEMPRE LUI: GIOVANBATTISTA FAZZOLARI, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE CHE DALLE SEGRETE STANZE DISTRIBUISCE POSTI E PREBENDE PER CONTO DELLA ‘CAPA’. MA PERCHÉ DOVREMMO FIDARCI DI UNO COSÌ?

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

DICONO LE GOLE PROFONDE CHE IL FIDO ‘FAZZO’ VORREBBE INTRONARE ALESSANDRO ERCOLANI, COUNTRY MANAGER DI RHEINMETALL ITALIA. VI PARE CONGRUO IL SALTO DA UN’AZIENDINA CHE FATTURA 70 MILIONI A UN COLOSSO DA 20 MILIARDI? L’UNICO CRITERIO CHE VALE È LA FEDELTÀ

Come in ogni arietta da fine impero che si rispetti, anche per il potere meloniano arriva il momento di “Incitatus”. Era il famoso cavallo che Caligola, ormai a corto di fiato e di futuro, voleva nominare senatore e addirittura console. Non fidandosi più dei membri del Senato di Roma, il despota capitolino preparava la nomina del quadrupede trattandolo da gran signore: una stalla di marmo, una coperta di porpora e una mangiatoia d’avorio.
Chi saranno i prossimi “Incitatus” dell’imperatrice Giorgia, in questo mesto scampolo di fine legislatura che la vede declinare insieme alla sua corte […]? Tra i danni collaterali della disfatta referendaria c’è anche questo: […] la premier vuole accelerare il rinnovo delle cariche nelle aziende partecipate dallo Stato.
E, stavolta più di sempre, l’unica regola che conta è solo il colore della “maglia”. Così si spiega l’assalto dei Fratelli d’Italia alle poltrone più appetite e riverite
Prima del voto, e nella prospettiva di una vittoria agevole del sì, a Palazzo Chigi sembrava prevalere la regola conservativa, almeno per le magnifiche tre, Eni, Enel e Leonardo: conferma di tutti gli amministratori delegati, e tutt’al più avvicendamenti indolore nelle presidenze.
Dopo il trionfo del no, contrordine camerati: bisogna arraffare e occupare in fretta, prima che venga giù tutto.
Nasce così la becera offensiva dei patrioti su Leonardo, la gallina dalle uova d’oro della difesa tricolore. Nel mirino, oltre al presidente Stefano Pontecorvo, c’è adesso anche il ceo Roberto Cingolani.
Proprio lui, l’ex ministro della Transizione ecologia del governo Draghi, che tre anni fa proprio Meloni fece carte false per portare sulla tolda di comando della ex Finmeccanica, in barba a Guido Crosetto che invece puntava sul suo amico Lorenzo Mariani.
Da allora, Cingolani ha portato in cassa un bel gruzzolo: nel 2025 i ricavi hanno sfiorato i 20 miliardi e il portafoglio ordini ne ha raggiunti 47,3, staccando lauti dividendi di 0,63 euro per azione e confermandosi una dei primi dieci gruppi di difesa integrata al mondo. Il colosso italiano ha staccato sempre ricche cedole: 0,63 euro per azione sull’esercizio 2025, e una stima di ulteriori dividendi di 1,3 miliardi nel triennio 2026-2028. L’azionista pubblico potrebbe e dovrebbe accontentarsi.
Ma il punto non sono i soldi: è il potere, che per il partito dell’Underdog di Colle Oppio deve durare anche oltre la fine della legislatura e l’eventuale rivincita del campo largo.
Così è partito l’insano tam tam sulla sostituzione di Cingolani, che a metà settimana ha fatto pure precipitare il titolo in Borsa. E nella logica del regolamento di conti interno a questo esecutivo di dilettanti allo sbaraglio, queste voci hanno creato l’ennesima frattura tra la premier e il ministro della Difesa, già “mascariato” dalla sua misteriosa vacanza a Dubai, e a quanto pare all’oscuro delle manovre sotterranee dell’inner circle meloniano.
A dividere le fette più ghiotte della torta è sempre lui: Giovanbattista Fazzolari, il principe delle tenebre post-missine che dalle segrete stanze distribuisce posti e prebende per conto della “capa”. Ma perché dovremmo fidarci di uno così, per scegliere i vertici delle poche conglomerate rimaste nel Paese?
Dicono le gole profonde che al posto di Cingolani il fido “Fazzo” vorrebbe intronare Alessandro Ercolani, country manager di Rheinmetall Italia. Vi pare congruo il salto da un’aziendina che fattura 70 milioni a un colosso da 20 miliardi? Per carità, c’è l’affinità industriale. Ma qui l’unico criterio che vale è la fedeltà personale. Pare che Ercolani condivida con Fazzolari le gaie sparatorie nei poligoni di tiro della Capitale. In questi tempi bui, una skill più che sufficiente per promuoverlo “Incitatus”.
(da La repubblica)

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SONDAGGIO GHISLERI: IL CENTROSINISTRA GUADAGA TERRENO, AUMENTA LA PARTECIPAZIONE E IL QUADRO POLITICO TORNA INCERTO”

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCARTO E’ MINIMO, L’AFFLUENZA E’ SALITA AL 62%

Per diversi mesi i sondaggi hanno restituito un quadro piuttosto stabile: il centrodestra avanti, con un margine che, pur oscillando, non veniva davvero messo in discussione. Le ultime rilevazioni, invece, complice anche l’esito del Referendum sulla Giustizia, mostrano qualcosa di diverso. La distanza tra le due coalizioni si riduce progressivamente, fino ad arrivare in alcuni casi a un sostanziale equilibrio, con scarti molto contenuti e talvolta un lieve vantaggio del centrosinistra. È un cambiamento che va letto certamente con prudenza, perché parliamo di variazioni limitate e ancora instabili. Non c’è, infatti, almeno per ora, un’inversione consolidata dei rapporti di forza. Però il dato politico c’è: il vantaggio che sembrava acquisito si è assottigliato e la competizione torna aperta. In altre parole, si passa da una fase in cui l’esito appariva piuttosto prevedibile a una in cui il risultato dipende di nuovo da pochi punti e da dinamiche che possono ancora evolversi.
Il peso di Fratelli d’Italia e il rallentamento del centrodestra
Come racconta la rilevazione di Only Numbers con dati raccolti tra il 30 e il 31 marzo, all’interno della coalizione di governo, Fratelli d’Italia continua a rappresentare il punto di riferimento principale, mantenendo la posizione di primo partito con una quota attorno al 27,5%. Il dato, però, va letto insieme alla sua evoluzione: rispetto ai mesi precedenti, infatti, il consenso appare infatti in lieve calo. Un andamento che incide su tutto quanto il centrodestra: Forza Italia e Lega restano su percentuali più contenute e non compensano la flessione del partito guida.
Un centrosinistra più competitivo
Dall’altra parte, il centrosinistra mostra invece segnali di maggiore solidità. Il Partito Democratico si mantiene infatti su livelli stabili, sopra il 23%, mentre il Movimento 5 Stelle, con un 12%, conserva un consenso che, pur lontano dai picchi del passato, resta determinante per l’equilibrio complessivo dell’area. Più dei singoli dati, è la dinamica generale a risultare però davvero rilevante: il campo progressista sembra infatti oggi molto meno slegato e più capace di competere come blocco unico
Le forze minori
Al di fuori dei due poli principali, si muove un insieme di forze che non risultano decisive singolarmente ma che contribuiscono comunque a definire il quadro complessivo. Tra queste, Futuro Nazionale, che registra una crescita graduale, segno di un elettorato che cerca rappresentanza anche fuori dalle coalizioni tradizionali. Allo stesso tempo, l’area centrista continua a restare sotto le soglie che potrebbero renderla determinante.
Il Referendum come fattore di riequilibrio
In questo contesto, a influenzare il clima politico è stato il recente referendum sulla giustizia, che ha inciso sia sugli equilibri interni alla maggioranza sia sulla capacità del centrosinistra di presentarsi in modo più compatto. La coalizione di governo si trova ora a gestire una fase più complessa, segnata da tensioni politiche, come le notizie sulle recenti dimissioni, e da un contesto economico difficile, aggravato dall’aumento dei costi energetici legati alla situazione nell’Asia sud-occidentale. In una situazione di questo tipo, anche variazioni contenute nei consensi possono avere un impatto significativo.
L’affluenza in crescita cambia la lettura
Ma accanto ai dati sui partiti, c’è poi un altro elemento che contribuisce a ridefinire lo scenario e cioè la crescita dell’affluenza, che si avvicina ora al 62%. È un elemento importante perché cambia il contesto in cui leggere i sondaggi. Quando vota più gente, gli esiti diventano più incerti: il vantaggio delle coalizioni più solide si riduce, mentre chi era più indietro o meno competitivo ora può invece guadagnare terreno.
(da Fanpage)

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