Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI STANNO SETACCIANDO LE CHAT DI CAROCCIA: COSA SALTERÀ FUORI? L’OBIETTIVO DI CHI INDAGA È ANALIZZARE I MESSAGGI RELATIVI ALLA CREAZIONE DELLA SOCIETÀ, FONDATA NEL 2024, DI CUI ERA SOCIO ANCHE IL BISTECCHIERE DELMASTRO
I pm della Dda di Roma hanno disposto il sequestro del cellulare di Mauro Caroccia, l’uomo indagato assieme alla figlia Miriam, per riciclaggio e fittizia intestazioni di beni nella vicenda della società ‘Le 5 Forchette’ di cui è stato azionista l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Obiettivo di chi indaga è passare al setaccio il telefono di Caroccia, che attualmente è detenuto a Viterbo dove sta scontando una pena a 4 anni per reati di mafia, analizzando chat e messaggi relativi alla creazione della Srl – che risale al dicembre del 2024 -e alla gestione del ristorante ‘Bisteccheria d’Italia’.
Sul fronte dell’attività istruttoria gli investigatori domani ascolteranno la moglie di Caroccia, assistita dall’avvocato Fabrizio Gallo. Come raccontato dal marito nel corso dell’interrogatorio svolto a piazzale Clodio il primo aprile scorso, la donna era presente assieme alla figlia il 16 dicembre di due anni fa nello studio notarile di Biella dove venne fondata la società al centro dell’indagine dell’antimafia.
(da agenzie)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
PERDE QUOTA L’IPOTESI DI ERCOLANI, AD DELLA FILIALE ITALIANA DI RHEINMETALL, IN ASCESA QUELLA DI UNA PROMOZIONE DI LORENZO MARIANI, GIÀ CONDIRETTORE GENERALE DI LEONARDO E ORA AD DI MDBA
Il governo italiano si appresta a sostituire Roberto Cingolani come amministratore
delegato di Leonardo, in una mossa inattesa che rischia di turbare gli investitori dopo un forte rilancio del gruppo della difesa controllato dallo Stato.
Il suo mandato triennale scade il prossimo mese e, secondo quattro persone a conoscenza della situazione, questa settimana la coalizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe presentare una nuova lista di candidati al consiglio di amministrazione che non include Cingolani.
Una fonte ha affermato che la decisione non è ancora stata confermata e che la situazione potrebbe cambiare. L’assemblea degli azionisti del gruppo, durante la quale le nomine saranno formalizzate, è prevista per il 7 maggio.
L’ufficio della presidente del Consiglio e Leonardo hanno rifiutato di commentare.
Da quando ha assunto l’incarico nel maggio 2023, Cingolani ha guidato un aumento degli ordini per Leonardo e promosso partnership con concorrenti europei volte a ridurre la frammentazione dell’industria della difesa nel continente.
Sotto la guida di Cingolani, i ricavi del gruppo sono cresciuti di quasi un quarto fino a 20 miliardi di euro, mentre il prezzo delle azioni è passato dai 10,5 euro del 2023 ai 62 euro della scorsa settimana.
Il cambio al vertice arriva mentre Cingolani aveva delineato un’ambiziosa agenda industriale per Leonardo. A novembre, il gruppo ha presentato il progetto Michelangelo Dome, un sistema integrato di difesa aerea e missilistica progettato per proteggere infrastrutture critiche e territori europei.
Le azioni di Leonardo sono scese del 6% nella mattinata di martedì, dopo le notizie sull’imminente uscita di Cingolani riportate dai media locali.
Sam Wolfson
per www.theguardian.com
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA: “È STATO IL VATICANO STESSO AD ALIMENTARE QUESTO MOSTRO, SOPRATTUTTO GIOVANNI PAOLO II, CHE VEDEVA NELL’OPUS DEI DEI PREZIOSI ALLEATI NELLA SUA CROCIATA CONSERVATRICE, QUASI DEI BERRETTI VERDI PERSONALI DA MANDARE OVUNQUE CI FOSSE UN VESCOVO PROGRESSISTA SCOMODO” – IL RUOLO DELL’OPUS DEI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO MAGA
Gareth Gore era in California per lavoro quando ricevette una telefonata inaspettata: il Vaticano voleva fissare un’udienza privata con il papa. Una notizia che lo lasciò di stucco.
Nel 2024, dopo quasi un decennio di ricerche, Gore aveva pubblicato Opus, un’indagine meticolosa e agghiacciante sugli abusi che sarebbero stati perpetrati dall’Opus Dei — la potente e riservata organizzazione cattolica fondata dal sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá negli anni Venti del Novecento.
Il libro ricostruisce un sistema di accuse che va dal plagio psicologico al traffico di esseri umani, dal condizionamento delle confessioni all’uso di farmaci per manipolare i membri. Accuse che l’Opus Dei respinge categoricamente.
Gore aveva anche documentato i legami dell’organizzazione con la dittatura franchista in Spagna e il suo successivo sostegno a cause conservatrici in tutto il mondo. Soprattutto, aveva messo sotto accusa la complicità del Vaticano stesso, che negli anni Settanta aveva garantito all’Opus Dei piena legittimità in cambio di sostegno finanziario lasciandola operare al di fuori delle normali strutture ecclesiastiche. Nel 2002, tra le proteste interne alla Chiesa, Escrivá era stato canonizzato. Il 16 marzo scorso, Gore è stato ricevuto in Vaticano da Papa Leone XIV. Lo abbiamo incontrato due settimane dopo.
Come è possibile che il giornalista che ha scritto il libro più critico sull’Opus Dei venga invitato a parlare con il papa?
Onestamente, non lo so ancora del tutto. Ero in viaggio negli Stati Uniti quando mi ha chiamato una persona che conosco in Perù, piuttosto vicina al papa. Mi ha detto che il pontefice aveva sentito parlare di me e voleva incontrarmi di persona.
Ho riattaccato il telefono e ho dovuto fermarmi un momento: è reale? Ho contattato il Vaticano pensando che nessuno avrebbe risposto. Invece ho ricevuto quasi subito un messaggio da qualcuno di alto rango: «Sì, il Santo Padre vuole assolutamente incontrarla. Mi faccia sapere quando è disponibile.»
Quanto pensa che Leone XIV sapesse già dell’Opus Dei
È difficile dirlo. L’Opus Dei è rinomata per aver infiltrato il Vaticano. È molto probabile che ci siano persone lì dentro che filtrano le informazioni che arrivano al papa — alcune per ragioni deliberate, altre semplicemente perché in ogni grande istituzione il capo non può sapere tutto.
Cosa voleva dirgli in quel tempo limitato?
Volevo che capisse una cosa fondamentale: Escrivá disse ai suoi membri che l’idea dell’Opus Dei era venuta direttamente da Dio, e trascrisse questa visione nei minimi dettagli. Quegli scritti sono la fonte di ogni forma di controllo, manipolazione e manovra politica che ancora oggi l’organizzazione esercita. Riformare l’Opus Dei è straordinariamente difficile proprio perché il fondatore è venerato come santo: il papa non può semplicemente dire «smettete di fare queste cose», perché i veri credenti continueranno a ritenere che quelle pratiche siano la volontà di Dio.
Come si è comportato durante l’udienza?
Sono entrato con un senso di responsabilità enorme, ma anche con una certa incoscienza. Avevo deciso di non preoccuparmi di offendere o di violare il protocollo. Pensavo: nessun altro ha avuto questa opportunità. Se mi fanno uscire dopo cinque minuti, posso convivere con questo. Gli ho presentato una pila di documenti interni riservati, dandogli un resoconto diretto e senza filtri di cosa significhi davvero vivere nell’Opus Dei. Non sapevo come avrebbe reagito.
E com’è andata?
Non avrebbe potuto andare meglio. Ha fatto domande molto acute. L’incontro è andato molto oltre il tempo previsto. C’erano due cameraman, e alla fine il papa mi ha detto che era stata una sua decisione far entrare le telecamere e rendere pubblico l’incontro. Voleva chiaramente mandare un segnale all’Opus Dei: sta prendendo queste accuse sul serio.
Che potere ha il Vaticano per contenere l’Opus Dei?
È stato il Vaticano stesso ad alimentare questo mostro, soprattutto Giovanni Paolo II, che vedeva nell’Opus Dei dei preziosi alleati nella sua crociata conservatrice — quasi dei berretti verdi personali da mandare ovunque ci fosse un vescovo progressista scomodo. In cambio, concesse loro lo status di “prelatura personale”, un privilegio senza precedenti nella storia della Chiesa: potevano operare ovunque nel mondo, rispondendo solo al papa, e le accuse di abusi non potevano essere gestite attraverso i normali canali diocesani.
Papa Francesco aveva cominciato ad agire, prima della sua morte nell’aprile 2025, emanando nel 2022 un decreto che ordinava all’Opus Dei di rimettere ordine al proprio interno. Ma senza parlare con ex membri né con giornalisti che avevano indagato il gruppo. Ho suggerito a Leone XIV che il passo logico successivo sarebbe aprire un’indagine indipendente e completa su tutte le accuse di abuso — spirituale, psicologico, emotivo, fisico.
Le autorità civili stanno già indagando.
In Argentina, i pubblici ministeri hanno condotto una indagine durata due anni sulle denunce di 43 o 44 donne, concludendo che esistono fondati motivi per accusare il gruppo di traffico di esseri umani e gravi violazioni del diritto del lavoro. Ma è solo la punta dell’iceberg. Da quando le accuse argentine sono diventate pubbliche, nuove testimonianze sono emerse in Irlanda, Messico, Francia, Spagna. L’Opus Dei gestisce circa 300 scuole private cattoliche nel mondo. La domanda che governi e servizi sociali devono cominciare a porsi è semplice: un’organizzazione accusata di crimini così gravi è idonea a prendersi cura di bambini e giovani? A mio avviso, assolutamente no.
Opus Dei afferma di non prendere posizioni politiche. Ma lei descrive un’influenza determinante sulla Corte Suprema e sull’aborto.
Il fondatore dell’Opus Dei diceva ai suoi membri che facevano parte di una milizia in battaglia contro i «nemici di Cristo». Fin dall’origine, è un gruppo politico che usa la religione come copertura. A Washington hanno lavorato in modo sistematico per infiltrarsi nei corridoi del potere, con risultati straordinari.
Oggi, all’interno del movimento MAGA, l’Opus Dei è una delle forze più influenti. Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation e motore di Project 2025, frequenta regolarmente il centro Opus Dei di Washington.
Leonard Leo, l’architetto della svolta conservatrice della Corte Suprema, siede nel consiglio direttivo del centro Opus Dei nella capitale. L’elenco è lungo. È un gruppo che opera solo su invito, e mira all’élite: politici, giudici, uomini d’affari, giornalisti, accademici.
L’ironia è evidente: mentre il leader della Chiesa cattolica si batte contro la guerra e le politiche migratorie disumane, l’Opus Dei usa l’identità cristiana come strumento per promuovere un’agenda profondamente autoritaria e conservatrice. Non è fede — è calcolo politico.
Opus Dei ha definito il libro di Gore pieno di «errori, distorsioni e accuse infondate», respingendo le accuse di controllo politico e coinvolgimento in attività commerciali. Il processo agli ex vertici del Banco Popular è atteso in Spagna nel 2027.
(da agenzie)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
L’OPPOSIZIONE CHIEDE “RISPOSTE IMMEDIATE” AL MINISTRO GIULI: “IL GOVERNO MELONI, MENTRE FA AFFARI SU GAS E PETROLIO CON REGIMI CHE VIOLANO I DIRITTI UMANI, DI FATTO CENSURA UN LAVORO CHE CHIEDE VERITÀ E GIUSTIZIA”
“Una scelta politica e non artistica”. Una decisione che va “oltre la fantascienza”, una
“censura che nega la ricerca di verità”.
Il mancato finanziamento con fondi pubblici al docufilm su Giulio Regeni diventa un caso e arriva alla Camera, con le interrogazioni di Partito democratico, Più Europa e Avs che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Il documentario ‘Giulio Regeni, tutto il male del mondo’, diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, ripercorre la storia del ricercatore italiano rapito, torturato, ucciso in Egitto nel 2016, ancora senza un motivo né un colpevole.
Una storia che ha scosso e indignato l’Italia ma che, secondo gli esperti del ministero della Cultura, non merita nulla dei contributi previsti per supportare opere cinematografiche, come denunciato da Domenico Procacci di ‘Fandango’, che ha prodotto il lavoro insieme a ‘Ganesh’ di Mario Mazzarotto
Chiede “risposte immediate” la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, annunciando l’interrogazione che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. “Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione dal sostegno pubblico?”. E l’episodio, aggiungono i dem, non è un caso isolato ma conferma le criticità sollevate sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo Meloni, “che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”.
Il docufilm è già uscito in sala e 76 università italiane hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. “Eppure –
incalza il segretario di Più Europa, Riccardo Magi – nell’Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale. E non serve nemmeno fare paragoni con altre opere invece finanziate
A questo punto, i casi sono due – prosegue Magi – o la commissione del ministero è totalmente incompetente oppure c’è stato un mandato politico. In entrambi i casi, è un fatto talmente grave e incredibile che il ministro Giuli ha l’obbligo di chiarire in Parlamento”. La terza interrogazione la presenterà Angelo Bonelli, deputato Avs, che parla senza mezzi termini di bavaglio.
“Si impedisce di portare nelle sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”. Quindi conclude: “Il governo Meloni, mentre fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia”.
(da agenzie)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL MISTERO DELL’ACCREDITO SPECIALE CON CUI ENTRAVA A PIACIMENTO A MONTECITORIO: CHI GLIEL’AVEVA PROCURATO? E PERCHÉ L’UOMO CHE MEDIAVA TRA LA CAMORRA E LE ALTRE MAFIE, AVEVA ACCESSO INDISTURBATO ALLA CAMERA? … I LEGAMI DEL PARTITO DELLA PREMIER CON IL CLAN SENESE SONO INQUIETANTI: ANCHE MAURO CAROCCIA, PADRE DI MIRIAM (LA SOCIA DELL’EX SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO NEL RISTORANTE “BISTECCHERIA D’ITALIA”) LAVORAVA PER LA FAMIGLIA DI CAMORRA. E IL PADRE DELLA DUCETTA, FRANCO MELONI, CON CUI GIORGIA E ARIANNA HANNO TAGLIATO I PONTI DA DECENNI (E MORTO NEL 2012), FU ACCUSATO DI ESSERE UN NARCOTRAFFICANTE E “UOMO DEL BOSS SENESE”
Il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriot di Milano era presente l’intero gotha di Fratelli d’Italia. L’occasione era la prima grande iniziativa politica del partito al Nord, in vista delle elezioni europee di quell’anno.
Per questa ragione, si erano mobilitati il futuro presidente del Senato Ignazio La Russa e una schiera di futuri ministri (ed ex): Raffaele Fitto, Daniela Santanchè, Adolfo Urso, Guido Crosetto. Il pezzo forte era riservato per il finale della manifestazione: l’intervento della leader Giorgia Meloni.
Tra militanti e dirigenti in sala, ad accogliere la futura presidente del Consiglio
c’era in prima fila anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia. Oggi è uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano e migliaia di pagine di intercettazioni lo indicano come uno degli ingranaggi cruciali del Consorzio mafioso lombardo.
Siciliano di nascita ma adottato dalla camorra romana dei Senese, Amico è l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ’ndrangheta e il clan di Michele ’O pazzo, il capomafia più potente della Capitale.
Quando Giorgia Meloni entra nella sala del Marriott, Amico è accanto al palchetto. “Salve presidente”. Meloni risponde con un frettoloso “ciao”. Alla fine della manifestazione, il referente in Lombardia del clan Senese avvicina Giorgia Meloni e le chiede di scattare un selfie.
La futura presidente del Consiglio si mette in posa sorridente accanto a lui. E Amico inizia subito a capitalizzare la foto inviandola ai suoi contatti. Uno dei destinatari è un ex parlamentare, che ci spiega: “All’epoca Amico diceva di avere importanti entrature dentro Fratelli d’Italia. Mi ha mandato quella foto per accreditarsi, per dimostrare quanto in alto arrivava”.
Il giorno in cui si scatta il selfie accanto a Meloni, Gioacchino Amico non era stato ancora indagato per mafia, ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere.
A quella manifestazione di partito del 2019, il referente del clan Senese non era un imbucato. Alcuni dei dirigenti apicali di FdI sapevano bene chi fosse.
Due settimane dopo il selfie scattato con Meloni, porta il deputato Carlo Fidanza (non indagato) al congresso di Grande Nord, il partito dei leghisti rimasti fedeli a Bossi.
“Gioacchino Amico ci aveva detto di essere referente territoriale di Fratelli d’Italia e di essere molto vicino a Fidanza”, racconta a Report Monica Rizzi, tra le fondatrici di Grande Nord. Dal palco congressuale, prima di iniziare a parlare, Fidanza saluta e ringrazia proprio Amico. E, nei mesi successivi, il membro del Consorzio mafioso lombardo si impegna attivamente nella campagna elettorale per le Europee dell’allora deputato di FdI.
Amico è riuscito a varcare i confini regionali e ad allargare la rete delle sue relazioni dentro Fratelli d’Italia fino a Roma, arrivando nel cuore del Parlamento. Lo stesso ex parlamentare a cui Amico si era premurato di inviare il selfie con Meloni, ci racconta che nella seconda metà del 2018, dopo averlo incontrato casualmente nella Capitale, Amico lo avrebbe condotto a un incontro riservato e informale negli uffici di FdI alla Camera con Giovanni Donzelli.
Il quale però sostiene di non avere nessuna memoria di questo colloquio: “Non avrei avuto motivo per incontrarlo, considerato il mio ruolo nel partito in quel momento. Credo che l’incontro, per le modalità con cui me lo riferisce, non ci sia mai stato”.
Ma la circostanza più inquietante si sarebbe verificata prima della riunione. L’ex parlamentare ricorda che Amico entrò alla Camera senza farsi identificare, “come con un tesserino o un accredito speciale”. Un dettaglio che confermerebbe quanto già dichiarato da Amico, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia.
In un’intercettazione agli atti dell’indagine Hydra, parlando con Alice Murgia (assistente della parlamentare FdI Paola Frassinetti oggi sottosegretario) che gli chiedeva una sistemazione in Sicilia per le vacanze di un commesso della Camera, diceva: “Assolutamente, diglielo che anzi quando sono lì mi apre le porte di Montecitorio”. E Murgia: “Quelle te le apro io, stai sereno”.
Come risulta anche agli investigatori, Amico sostiene di aver avuto a disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento. Resta da capire chi gliel’avesse procurato.
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL REFERENDUM HA FATTO IL SUO ESORDIO DA OPINIONISTA TV, OSPITE DI “MATTINO CINQUE”: PROVE GENERALI PER IL GRANDE SALTO NEI TALK POLITICI. .. PER LEI SI RACCONTA DI UN FUTURO IN POLITICA: NEL 2027 AVREBBE UN SEGGIO BLINDATO ALLA CAMERA
Da palazzo Chigi ai salotti televisivi: è iniziata la nuova vita di opinionista televisiva
per Giovanna Ianniello, ex portavoce e grande amica della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Il battesimo c’è stato sulle reti Rai, in piena campagna elettorale per il referendum: Ianniello ha fatto la sua prima apparizione televisiva al programma Unomattina, condotto da Massimiliano Ossini e Daniela Ferolla (in realtà, Ianniello è stata ospite di “Mattino cinque”, ndR)
Sono le prove generali per il grande salto nei talk politici in vista di una candidatura? Un anno fa Ianniello ha mollato la poltrona a palazzo Chigi per accasarsi al Secolo d’Italia, giornale d’area governativa, direzione Fratelli d’Italia, come vicedirettrice.
La casella di portavoce resta di fatto vuota: Fabrizio Alfano è capo ufficio stampa e gestisce la comunicazione più istituzionale. Per Ianniello invece si racconta, nell’ambito di FdI, di un futuro in politica. L’addio al ruolo a Chigi pare sia finalizzata a ottenere, nel 2027, un seggio blindato alla Camera.
(da agenzie)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI”: “IL GOVERNO MELONI POTREBBE PRESTO NON RIUSCIRE PIÙ A SOSTENERE L’ALLEANZA CON TRUMP PER RAGIONI DI CONSENSO, OLTRE A DOVER SUBIRE LE PESANTI CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLE GUERRE AMERICANE. SONO ELEMENTI CHE METTERANNO IN DISCUSSIONE LA STABILITÀ INTERNA ED ESTERA DELL’ITALIA NONCHÉ LA SUA COLLOCAZIONE INTERNAZIONALE”
L’elefante nella stanza, per il governo Meloni, si chiama Donald Trump. La dichiarazione del presidente americano che prefigura la possibilità dell’uscita degli Stati Uniti dalla Nato è l’ennesima tappa della disintegrazione del rapporto transatlantico.
Dal 2024 l’Italia viene presentata come l’alleato più affidabile di Washington nel Mediterraneo, la punta avanzata del fronte occidentale in Europa. Eppure oggi questa lealtà si traduce in costi e insicurezza: energia più cara, Nato messa in discussione, ristrutturazione del bilancio dello Stato per sostenere il riarmo.
Il risultato è la percezione di una alleanza “asimmetrica”: gli italiani sopportano sacrifici per sostenere obiettivi di politica estera che sono esclusivamente americani e non più euroatlantici. Il governo, fino a poche settimane fa, si è presentato come il “buon soldato” del campo occidentale senza riuscire a spiegare ai propri cittadini quale fosse il ritorno concreto di questa disciplina.
Meloni ora può cercare di smarcarsi sul piano diplomatico e comunicativo da Trump, ma non può fermare le conseguenze delle scelte americane.
A pagare il conto più salato di questa frattura sarà probabilmente il rapporto fra l’Italia, l’America e le giovani generazioni.
Per i loro nonni gli Stati Uniti furono il sinonimo di liberazione, ricostruzione, boom economico. Per i loro genitori, la terra delle opportunità accademiche e professionali.
Oggi, per una larga parte della Generazione Z italiana, l’America è un paese distante, violento, percepito come elitario, accessibile solo a chi appartiene a un ceto già privilegiato.
La destra al governo si è illusa di poter coniugare retorica sovranista e sovrapposizione alla linea politica di Washington. Ma, se l’America non farà qualche passo per trasformare la lealtà atlantica in dividendo sociale, sarà proprio il consenso politico verso il paese egemone dell’Occidente a pagare il prezzo politico più alto.
La negazione dell’uso della base di Sigonella a fini bellici da parte del governo è il risultato della pressione dell’opinione pubblica contro la politica estera americana.
La sfida è capire che una geopolitica aggressiva, senza una legittimazione socio-politica nelle nazioni alleate, rischia di generare effetti avversi. L’asse Roma-Washington, per sostenersi ancora, dovrà passare per il portafoglio, ma anche per il visto sul passaporto di uno studente, per il laboratorio di una media impresa, per grandi progetti infrastrutturali. Se non saprà fare questo salto, l’America rischierà di perdere le nuove generazioni italiane e, in prospettiva, un alleato affidabile.
È infine noto a tutti che non si possa prescindere ancora dagli Stati Uniti in termini di potere militare e tecnologico e che la relazione transatlantica ha sempre sollevato contraddizioni e messo in difficoltà diversi governi italiani nella storia.
Il governo Meloni, tuttavia, potrebbe presto non riuscire più a sostenere l’alleanza con Trump per ragioni di consenso, oltre a dover subire le pesanti conseguenze economiche delle guerre americane. Sono elementi che, se non risolti, metteranno di nuovo in discussione la stabilità interna ed estera dell’Italia nonché la sua collocazione internazionale.
(da “Domani”)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
I RUSSI CON LA LORO ARMA MIGLIORE (LA DISINFORMAZIONE), GLI USA CON LE VISITE DI VANCE E RUBIO, I CINESI CON PRESSIONI ECONOMICHE… A STUPIRE NON SONO LORO, CHE SOGNANO LA DISTRUZIONE DELL’UE, MA I LEADER EUROPEI COME GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI, CHE HANNO REGISTRATO UN VIDEO PER MANIFESTARE LA LORO SOLIDARIETÀ ALL’AMICO VIKTOR
Ci sono tre convitati di pietra nella cruciale partita politica che si gioca in Ungheria,
dove si vota domenica prossima e, per la prima volta in sedici anni, Viktor Orbán vede materializzarsi lo scenario di una sconfitta.
Tutto può ancora succedere naturalmente.
Troppi, infatti, sono gli ostacoli dell’«autocrazia elettorale» messa a punto dal tribuno magiaro, perché il largo vantaggio nei sondaggi dell’opposizione guidata da Peter Magyar si traduca in una maggioranza nell’Országház, il Parlamento di Budapest.
Ma qui vogliamo occuparci del ruolo che nella sfida danubiana stanno giocando America, Russia e Cina, singolarmente uniti nell’appoggiare attivamente la causa di Orbán.
Come documentato dal Financial Times , Vladimir Putin ha lanciato una sofisticata campagna di disinformazione, affidandola alla Social Design Agency, una società di consulenza mediatica legata al Cremlino e sotto sanzioni.
Sono decine di migliaia di messaggi concepiti in Russia e postati sui social network da ungheresi influenti, che accreditano Orbán come l’unico candidato in grado di mantenere l’Ungheria sovrana, «un leader forte con amici globali», mentre il suo rivale Magyar viene descritto come «un pupazzo di Bruxelles senza appoggi nel mondo»
La Social Design Agency risponde direttamente a Sergej Kirienko, il potente capo dello staff di Putin, che ha già diretto altre campagne coperte in Paesi come Polonia, Slovacchia e Moldavia.
Donald Trump, da parte sua, deve molto a Orbán, alle cui idee e ricette per una «democrazia illiberale» ha attinto a piene mani il movimento Maga per redigere il famigerato Project 2025
Dopo l’endorsement ufficiale, il presidente americano prima ha mandato a Budapest il segretario di Stato Marco Rubio Ora si appresta a inviare il vicepresidente JD Vance, per un sostegno di alto profilo in chiusura di campagna.
Ultimo ma non ultimo, a tifare Orbán è il leader cinese Xi Jinping, che ha elogiato il premier ungherese come «amico di lunga data» […] : l’Ungheria è il principale hub degli investimenti del Dragone in Europa, soprattutto batterie per veicoli elettrici e infrastrutture ferroviarie nel quadro della Belt and Road Initiative.
Ma cosa unisce veramente le due Superpotenze e quella di complemento a muoversi attivamente in favore di Viktor Orbán, leader di un piccolo Paese con meno di 10 milioni di abitanti, forse l’unica causa che le vede d’accordo in questa complicata e caotica congiuntura geopolitica?
C’è una sola risposta: Trump, Putin e Xi Jinping vogliono distruggere l’Unione europea o quantomeno tenerla in uno stato di soggezione e debolezza, impedendo che possa ascendere al ruolo di potenza globale.
Con i suoi veti, i suoi ricatti, le sue sguaiate manovre politiche, Viktor Orbán è stato finora di fatto la loro quinta colonna dentro l’Ue, l’agente infiltrato e per nulla segreto che ha sempre opposto, frenato, quando non apertamente sabotato ogni azione tesa a far avanzare e approfondire il processo d’integrazione. Se egli dovesse perdere il potere, Washington, Mosca e Pechino perderebbero l’«utile idiota» che finora ha servito in modo molto efficace i loro interessi.
Ma se questo è evidente, c’è un fondamentale corollario: un’Europa forte, con una capacità autonoma di difesa, una politica estera comune, un’industria competitiva secondo le ricette indicate da Mario Draghi, fa paura e va frenata, salvando il soldato Orbán. Ciò che stupisce e lascia basiti è che il tribuno magiaro abbia ricevuto l’endorsement entusiasta di molti compagni d’arme europei, compresa la premier Giorgia Meloni. Patrioti contro l’Europa.
(da il “Corriere della Sera”)
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Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI ENERGETICA, I VINCOLI DI BILANCIO, LA CRESCITA A ZERO, LO SPREAD CHE SALE, I MINISTRI CHE CADONO COME FOGLIE E UNA LEGGE ELETTORALE DA APPROVARSI DA SOLI
Quindi, ricapitoliamo. A Brindisi, a quanto pare, già non c’è più carburante per gli aerei, e si invitano i piloti a riformirsi altrove. A Pescara e Reggio Calabria pure sono state introdotte limitazioni, così come era già stato fatto a Milano Linate. E giovedì arrivano gli ultimi carichi di cherosene negli aeroporti, poi sarà terra ignota.
Intanto la benzina è arrivata pericolosamente attorno a quota 1,8 euro al litro nonostante il parziale taglio delle accise deciso dal governo, mentreil diesel ha superato i due euro. Anche il metano, già che c’è, ha superato quota 1,6.
Nel frattempo, il ministro del’economia Giancarlo Giorgetti ha già detto che lo spazio fiscale per eventuali aiuti a famiglie e imprese è già praticamente finito, a meno che a livello europeo non venga data la possibilità di aprire le borse senza alcun vincolo di bilancio.
E se non basta Bruxelles, ci pensano i mercati a ricordarci che lo spread, in un mese è salito da 71 a 86 punti base, con una puntata a quota 94 solo un paio di giorni fa. Il motivo è semplice: la crescita è prossima allo zero e i conti pubblici peggiori di quanto si immaginasse solo qualche mese fa.
Non bastasse, si aggiunge l’instabilità del governo, che in un mese ha perso referendum, una ministra, una capo di gabinetto e un sottosegretario come Delmastro, fedelissimo di Giorgia Meloni, coinvolto in una stranissima storia di investimenti con prestanome mafiosi, e ha un ministro pesantissimo come quello dell’interno nel pieno di uno scandalo sentimentale con una donna e, soprattutto, con tutti i potenziali conflitti d’interesse che questa relazione potrebbe scoperchiare.
A tutto questo, quasi ce ne dimenticavamo, dobbiamo aggiungere che la maggioranza ha subito una scissione a destra, col partito del generale Roberto Vannacci, mentre al centro la famiglia proprietaria di Forza Italia, i Berlusconi, ne hanno di fatto esautorato il capo, Antonio Tajani, già sfiduciato pubblicamente, defenestrando il capogruppo di partito alla Camera Maurizio Gasparri. Mentre la maggioranza sta provando con le residue forze che le rimangono ad apparecchiarsi alla chetichella una legge elettorale più favorevole, che si approverà da sola, per evitare un tracollo alle prossime elezioni.
E insomma, come dire: questa è la situazione in cui si trova oggi il governo Meloni. O meglio: questa è la situazione in cui si trova l’Italia, in ostaggio della follia bellica di Donald Trump e di un governo che, ora come ora, può solo lottare per sopravvivere, o sperare che Trump rada al suolo l’Iran, tra 24 ore.
Questi sono i fatti. Servono commenti?
(da Fanpage)
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