Destra di Popolo.net

MINISTRI TRA VIAGGI ED HOTEL, QUEI 2,5 MILONI DI RIMBORSI

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI PER LE VARIE TRASFERTE HA CHIESTO 1.3 MILIONI DI EURO IN DUE ANNI E MEZZO, BEN 800.000 NEL 2024… LOLLOBRIGIDA E’ IL MINISTRO CHE CHIEDE PIU’ FONDI, VALDITARA VA SU EGIU’ DA ROMA A MILANO

Stazioni, voli, pasti e hotel. La vita dei ministri è in movimento, anzi in missione come viene definita dal punto di vista tecnico, per portare avanti il proprio mandato. E la spesa ammonta a circa 2,5 milioni e mezzo dall’inizio della legislatura. Ci sono i pendolari, come Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione, che va su e giù da Roma, sede di lavoro, alla sua Milano.
Oltre ovviamente alle destinazioni per eventi e incontri. E, come si sa, per questi impegni è possibile chiedere il rimborso con i fondi pubblici. Lo hanno fatto tutti i governi, come previsto dalla legge. E non è da meno il governo Meloni.
Giusto per fare un esempio solo nel mese di giugno 2024 Valditara ha dovuto spendere più di 1.500 euro di biglietti (rimborsati). Di viaggio in viaggio, e di alloggio in alloggio, il ministro dell’Istruzione in tre anni ha fatto ricorso a circa 85mila euro per coprire le spese. Inclusi gli spostamenti fuori dai confini nazionali.
Agricoltura di viaggio
La promozione della sovranità alimentare è invece una delle priorità del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. E per raggiungere l’obiettivo, la sua attività non conosce pause: le trasferte non mancano e con loro le spese. Al Masaf è sostanzioso il conto saldato fino a febbraio del 2026 per le missioni sia nazionali che estere: in totale il conteggio è superiore a 140mila euro. Solo nel 2024 sono stati utilizzati 62mila euro di fondi pubblici per i rimborsi.
Ognuno ha la propria necessità, dunque. E il conto dei rimborsi per il governo Meloni, dall’insediamento nell’ottobre 2022, ammonta come accennato a circa 2,5 milioni di euro, sottosegretari esclusi. La geografia è variegata tra chi è più spesso in viaggio e chi no. Per esempio il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, ha firmato la rinuncia ai rimborsi (anche come vicepremier). Chiaramente un principio che non si applica ai collaboratori e diplomatici che lo seguono.
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non ha firmato rinunce formali, ma fa ricorso con il contagocce ai rimborsi. Finora ha usato poche migliaia di euro, spesso e volentieri nella casella dei fondi impiegati per quel fine è segnato il numero zero.
Domani ha dunque fatto i conti in tasca al governo in materia di rimborsi. La spesa maggiore arriva da Palazzo Chigi. Giorgia Meloni gira in lungo e in largo il globo terracqueo. Stando ai documenti ufficiali Palazzo Chigi ha chiesto all’incirca 1,4 milioni di euro di fondi in due anni e mezzo.
Trenta giorni
Gli aggiornamenti a nome della premier si fermano infatti ad aprile 2025. Nella cifra, ovviamente, vengono conteggiate tutte le delegazioni (talvolta comprensive di altri ministri). I costi sono suddivisi tra quelli destinati al viaggio, le spese per il
pernottamento e per i pasti (il capitolo più esoso), a cui si sommano le eventuali indennità previste per i collaboratori che viaggiano con le delegazioni governative.
Meloni ha iniziato con il botto il mandato: a novembre 2022, appena approdata a palazzo Chigi, ha svolto varie missioni, con maxi delegazioni al seguito. In un solo mese il conto complessivo è stato di 200mila euro, solo di pasti 116mila euro. Un paragone aiuta: quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, erano stati spesi 285mila euro in nove mesi. La leader di FdI lo ha quasi raggiunto, ma in trenta giorni.
Il boom c’è stato però nel 2024 con una spesa di 800mila euro. Fino ad arrivare ai numeri di aprile scorso, che attestano la spesa sopra il milione e 300mila. Con una media di circa 60mila euro al mese solo per Meloni e relative delegazioni. Se il trend si è mantenuto questo, nell’ultimo anno i fondi utilizzati potrebbero essere di almeno altri 700mila euro (portando la spesa sopra i 3 milioni).
Per l’ufficialità bisogna attendere i dati del governo.
Un altro ministro spesso in missione è Gilberto Pichetto Fratin, titolare dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che da San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento (per un incontro sulle realtà territoriali nell’ambito delle rinnovabili), a New York, è chiamato a svolgere varie funzioni istituzionali. Inevitabilmente i costi lievitano e i rimborsi sono stati di circa 100mila euro con l’ambizione di un ipotetico podio.
Daniela Santanchè, da ministra del Turismo, a sua volta ha viaggiato spesso. Quasi un dovere nel suo caso. Il conteggio finale è quello di una spesa superiore ai 60mila euro, ovviamente staff escluso. Altrimenti la somma lievita sopra quota 100mila euro. Ora il contatore si azzera e si vedrà come andrà con Gianmarco Mazzi.
Il guardasigilli Carlo Nordio, mese dopo mese ha speso una significativa somma per missioni, non meglio specificate (rispetto ad altri colleghi, perché indica il numero di impegni, ma non le destinazioni): totale circa 75mila euro. Sulle stesse quantità di rimborsi si aggirano altri ministri, come quella dell’Università, Anna Maria Bernini, soprattutto per le trasferte internazionali, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci.
Leggermente inferiore il dato per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha fatto ricorso a circa 60mila euro di fondi per le spese. Quasi una sorpresa, vista la portata della sua delega che lo porta a consueti spostamenti. Ancora inferiore l’esborso (intorno ai 55mila euro) per la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.
Un caso è piuttosto curioso e spiega il modo di interpretare il mandato dei singoli ministri. Raffaele Fitto, da ministro del Pnrr, aveva già uno standing europeo, pregustando il trasloco a Bruxelles, poi concretizzatosi con l’incarico di vicepresidente della Commissione europea. Durante il suo mandato governativo ha speso più di 50mila euro per le missioni. Il suo erede, Tommaso Foti, si dimostra molto più stanziale: ha richiesto poche migliaia di euro su questo capitolo
I parsimoniosi
La palma di Mr. Parsimonia va senz’altro al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, gran consigliere di Meloni. Così sta portando avanti, quasi al termine, il proprio mandato avendo chiesto poche centinaia di euro come rimborso. Avvantaggiato dal fatto che per lo più resta a Roma per seguire da vicino i dossier più delicati, anche quando Meloni è fuori per altri impegni. Il vicepremier Matteo Salvini, divide invece l’uso dei fondi a disposizione tra Palazzo Chigi (19mila euro) e il ministero delle Infrastrutture (30mila euro). Una quota totale comunque inferiore ai 50mila euro.
Spende addirittura meno Guido Crosetto, che da ministro della Difesa è chiamato a presenziare a numerosi vertici internazionali. Ciononostante la somma richiesta per le spese è bassa: 33mila euro complessivi. Meno di un terzo del “suo” sottosegretario Matteo Perego di Cremnago, che invece ha pesato per oltre 100mila euro di rimborsi. Tutti legittimi. Ma non proprio all’insegna della spending review.
(da editorialedomani.it)

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LE FATICHE DEL LIBERALISMO

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA GRANDE RESPONSABILITA’ DELLA FAMIGLIA BERLUSCONI: SENZA L’APPORTO DI FORZA ITALIA QUESTO GOVERNO SOVFRANISTA NON SAREBBE MAI ESISTITO, UNA MACCHIA INDELEBILE PER CHI SI PROCLAMA LIBERALE

Un eventuale spostamento di Forza Italia su sponde liberali — dopo anni di cordialissima unione con la destra illiberale — sarebbe di qualche conforto per la povera democrazia italiana. Non va dimenticato che questo governo, senza il placet della famiglia Berlusconi, semplicemente non sarebbe mai esistito. Circostanza che rende un poco meno limpida l’eventuale svolta liberale ed europeista di un partito che è a tutt’oggi il pilastro del governo meno liberale ed europeista della storia repubblicana.
Resterebbe poi da spiegare ai più giovani — e non è semplice — come sia possibile che un partito politico (almeno sulla carta quanto di più pubblico esista, a parte gli apparati dello Stato) sia proprietà di una famiglia. Un pezzo del patrimonio di casa, uno dei tanti asset del mazzo, anche se sicuramente una voce in passivo. Bisognerebbe spiegare chi fu Berlusconi, perché poté unire indisturbato il doppio status di oligarca dei media e di capo del governo, come riuscì a sdoganare politicamente, per farne suoi scudieri, il neofascismo e il leghismo, per ragioni diverse entrambi ostili alla Repubblica. Forse per abitudine, è ora il berlusconismo declinante che fa da scudiero a Meloni e Salvini.
Diciamo che, come segno di una vera svolta storica, i Berlusconi farebbero un gesto molto apprezzabile lasciando che il partito si emancipi dalla famiglia. I tanti avvocati dell’entourage saprebbero sicuramente trovare le forme e i modi per farlo. Un robusto finanziamento (una tantum, e alla luce del sole) darebbe poi ossigeno e spinta al nuovo partito, non più “di Berlusconi” e dunque, con piena legittimità, liberale. L’unico dubbio è se gli attuali apparati di Forza Italia accetterebbero di campare senza l’ombrello di Cologno Monzese che li protegge.
(da Repubblica)

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ELEZIONI IN UNGHERIA, LA GEN Z CHE SI RIBELLA A ORBAN: “VOTIAMO PER RICONQUISTARE LA LIBERTA’”

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

SE NON CI SARANNO BROGLI, IL VOTO DEI GIOVANI SARA’ DECISIVO: “DOPO 16 ANNI ABBIAMO IL DIRITTO DI TORNARE A VIVERE IN UN PAESE CIVILE E CHE NON SIA PIU’ OPPPRESSO DAL REGIME”

In Ungheria il voto della Gen Z può scrivere la fine dell’era Orbán. Per la prima volta, l’attuale primo ministro, in carica da 16 anni, arriva sfavorito alle elezioni parlamentari di domenica 12 aprile. La maggior parte dei sondaggi danno avanti il suo sfidante, Péter Magyar, ex membro di Fidesz e ora leader di Tisza. Un risultato che sembra essere trainato soprattutto dalle nuove generazioni, cresciute in una fase in cui il Paese ha progressivamente assunto i tratti di una democrazia solo formale e sempre più «illiberale», più vicino alla Russia che all’Europa, e caratterizzato da un’ingerenza dello Stato in tutti gli ambiti, dalla magistratura all’economia fino ai media. «Siamo cresciuti sotto il governo di Viktor Orbán, è l’unica realtà che conosciamo. Proprio per questo abbiamo avuto il tempo di viverla davvero, e siamo certi che non sia quella che vogliamo», dice a Open Fanni, giovane ungherese che in questi mesi si è attivata politicamente, attraverso un tour nazionale, per convincere i suoi coetanei ad andare alle urne. «Il futuro è nostro, saremo noi a viverlo – prosegue – e abbiamo il diritto di trascorrere gli anni migliori della nostra vita in un Paese che non sia più oppresso dal regime di Orbán».
Cosa vogliono (e cosa rifiutano) i giovani ungheresi?
In Ungheria gli elettori tra i 18 e i 29 anni sono circa un milione e mezzo, oltre il 12% del totale. Una fascia che può rivelarsi decisiva. Secondo un sondaggio dell’Istituto Median, il più affidabile del Paese, il partito di governo Fidesz – nato come movimento giovanile di opposizione durante la Guerra Fredda – è attualmente sostenuto soltanto dall’8 per cento degli elettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni.
Se si allarga la fascia fino ai 39 anni, secondo Zavecz Research, il consenso per l’attuale primo ministro si ferma al 22 per cento. I giovani ungheresi hanno le idee chiare. «Chiediamo uno stato di diritto solido, democrazia, inclusività e migliori condizioni di vita – ci dice Fanni – Guardiamo all’Europa occidentale come modello, rifiutiamo la Russia e vogliamo un’Ungheria integrata nell’Unione europea, distante da derive autoritarie». Le richieste sono concrete: salari equi, servizi pubblici funzionanti – in particolare sanità e istruzione – e un ambiente in cui sia possibile esprimere liberamente opinioni critiche senza essere stigmatizzati. «Vogliamo essere fieri della nostra identità nazionale – aggiunge – e invece il governo Orbán ha fatto di questo Paese qualcosa di cui vergognarsi, non di cui essere orgogliosi».
Comprendere e praticare la democrazia: «Non ci accontentiamo»
La sfida più grande non è soltanto politica, ma soprattutto culturale: «Comprendere e praticare davvero la democrazia», spiega a Open Dora, giovane attivista ungherese che, insieme a Fanni e ad altri ragazzi e ragazze, si è mobilitata per convincere i suoi coetanei a votare attraverso il movimento felmilliofiatal (“mezzo milione di giovani”). Le generazioni precedenti hanno vissuto guerre, comunismo e la transizione del 1989, ma – secondo Dora – molte dinamiche mentali non sono mai cambiate davvero. La paura e l’abitudine ad “accontentarsi” continuano a influenzare il comportamento elettorale. «La propaganda di Fidesz funziona perché si basa su queste paure», afferma. «Dobbiamo smettere di accettare il “meno peggio” e iniziare a pretendere di più». E questo implica anche confronti difficili all’interno delle famiglie e una partecipazione più attiva alla vita pubblica, rompendo schemi radicati da decenni. «I giovani ungheresi non possono
permettersi di restare passivi in questo momento, ma non sono preoccupata per la mia generazione – prosegue -. Siamo resilienti e lucidi».
Le campagne elettorali di Orbán e Magyar e la fiducia dei giovani
Le campagne elettorali dei principali leader hanno messo in luce due visioni profondamente diverse del futuro dell’Ungheria. Da un lato, Fidesz e il suo messaggio di “orgoglio cristiano” hanno puntato a convincere gli elettori che l’Ucraina rappresenti la principale minaccia per il Paese e che Orbán sia l’unico in grado di garantirne la sicurezza.
Dall’altro, Tisza ha posto l’attenzione sulla stagnazione economica, sul deterioramento dei servizi pubblici e sulla corruzione diffusa. Un ruolo decisivo nella diffusione del messaggio di Magyar – che è riuscito nell’impresa, fino a poco tempo fa impensabile, di scalfire quello che lui definisce un «sistema feudale» appoggiato da Trump e Putin – è stato giocato dalle grandi manifestazioni di piazza, concerti e soprattutto dai social media.
Giornalisti indipendenti, content creator, e pure politici dell’opposizione sono riusciti a ritagliarsi spazi in grado di aggirare la stretta morsa di Fidesz sui media tradizionali, dove si stima che il partito e i suoi fedelissimi controllino circa l’80 per cento del panorama mediatico. È anche grazie a questi nuovi canali e linguaggi che molti giovani sono scesi in piazza. Segno di una fiducia crescente tra le nuove generazioni. «Sono ottimista – ci dice Fanni – Se me lo avessi chiesto solo poche settimane fa, ti avrei dato una risposta piuttosto scettica, ma oggi l’energia è cambiata. Tra social media, manifestazioni e concerti prima delle elezioni, sento che l’Ungheria sta iniziando a guarire: c’è unità, speranza e una nuova fiducia nelle persone. E soprattutto una gratitudine diffusa, come un sollievo collettivo – l’idea che il cambiamento atteso da anni sia finalmente vicino».
C’è fiducia sì, ma anche consapevolezza. Che l’esito possa arrivare a ridefinire persino le scelte di vita. Il desiderio di emigrare, in caso di vittoria di Orbán è molto diffuso tra i giovani. Le ragioni non sono solo economiche – sebbene il divario salariale con altri Paesi dell’Ue sia evidente – ma anche sistemiche. «Corruzione, clientelismo, servizi pubblici indeboliti e una percezione diffusa di ingiustizia contribuiscono a creare un senso di sfiducia», ci spiega Dora. E molti si chiedono se
valga davvero la pena costruire il proprio futuro in patria. «D’altra parte, però, se l’opposizione dovesse vincere – aggiunge -, molti giovani darebbero un’altra possibilità al loro Paese. Ed è una cosa bellissima».
Ma anche se Magyar riuscisse a trionfare, gli ungheresi sono consapevoli che il sistema costruito negli anni da Orbán e dal suo partito non crollerebbe dall’oggi al domani. Eppure i giovani continuano a crederci. Che prima o poi, davvero, tutto possa cambiare. «Sappiamo che il giorno dopo le elezioni non ci sveglieremo in un’utopia. Per noi il cambiamento è la speranza che la nazione possa diventare diversa: più forte, più coraggiosa e più unita – prosegue Dora -. Significa che il sistema di Orbán possa essere superato definitivamente, e che non si ripetano mai più concentrazioni di potere simili. Non è solo un cambio di governo, ma di sistema. Liberarsi da menzogne, corruzione e manipolazione, e riconquistare la libertà. E noi – conclude – siamo pronti». E così il voto di domenica diventa non solo una scelta politica, ma un autentico passaggio generazionale. E, forse, l’inizio di un nuovo capitolo per l’Ungheria.
(da Open)

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CINGOLANI NON VOLEVA FA’ L’AMERICANO

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

I MOTIVI PER CUI IL GOVERNO L’HA SOSTITUITO AL VERTICE DI LEONARDO, ALLA FACCIA DELLA MERITOCRAZIA SBANDIERATA

È stata la mano dello zio Sam? O quella dello Zio “Fazzo”? Sulla defenestrazione di Roberto Cingolani dal vertice di Leonardo, “Domani” pubblica una interessante ricostruzione sulle pressioni americane, in particolare di Alexander Alden, consigliere di Palantir e rappresentante militar-trumpiano in Europa.
Ma come scrive Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”, la “pista americana” non spiega tutto: “‘Colpa degli americani’, hanno ripetuto per settimane a Palazzo Chigi, cercando di trovare una motivazione nobile a una scelta che invece era dettata da banali logiche politiche.
Cingolani, questa era la tesi, s’era lanciato con troppo entusiasmo, e senza chiedere le adeguate autorizzazioni al governo, su progetti di difesa comune europea che avrebbero indisposto il Pentagono, la Casa Bianca, la CIA, la NASA, il Ku Klux Klan o chissà chi. La verità era più banale di così: altro che Trump, Cingolani aveva indisposto Fazzolari, e tanto basta, in questa stagione del melonismo paranoico, a decretare la condanna per un manager pubblico.
Cingolani non è mai entrato in sintonia con i palazzi della politica romana, e coverebbe molto rancore. Sempre secondo Valentini, si sarebbe sfogato con i suoi confidenti così “Io avevo capito che volessero una big tech world class. Ma evidentemente Leonardo deve essere una municipalizzata del Grande Raccordo Anulare per gli affarucci romani…”
Meloni, generali e trumpiani: così Cingolani è stato silurato
Al suo posto è tornato Mariani. Il manager ha pagato lo scarso feeling con i vertici militari. Ma contro l’ad uscente ha pesato il giudizio di Alden, emanazione trumpiana e di Palantir
I mercati hanno accolto con preoccupazione il cambio al vertice di Leonardo, dove è arrivato Lorenzo Mariani come amministratore delegato al posto di Roberto Cingolani. Il titolo in Borsa è affondato, finendo per perdere oltre il 5 per cento alla fine delle contrattazioni a Piazza Affari. Le nomine, ufficializzate delle liste
depositate giovedì sera (e in attesa di ratifica degli organi sociali) hanno confermato la sostituzione al vertice del colosso degli armamenti.
Alla presidenza, così come previsto, approderà Francesco Macrì, in quota Fratelli d’Italia, molto apprezzato per il lavoro di mediazione tra ad è consiglio fatto nel consiglio di amministrazione negli ultimi tre anni. La sua nomina porta il marchio di Guido Crosetto in asse con Francesco Lollobrigida. Non solo i mercati hanno osservato la vicenda. «Il cambio andrebbe spiegato», ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Ora Domani ha scoperto che ci sono ragioni multiple per il defenestramento. Deciso in persona da Giorgia Meloni, su suggerimento di alcuni soggetti chiave. In primis, chi ha soffiato contro Cingolani sono stati alcuni generali a tre e quattro stelle. In questo triennio, l’ex ministro della Transizione ecologica si è fatto troppi nemici tra i militari. Non ha costruito un dialogo con le forze armate, tranne che con Luciano Portolano, capo di stato maggiore della Difesa.
Era uno dei pochi, se non l’unico, interlocutore nell’ambiente. Cingolani non aveva buoni rapporti nemmeno con il capo di stato maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, ultimamente molto stimato dalla premier. Lo ha incontrato di recente ed è stata positivamente colpita. Nemmeno l’inchiesta sulla società Tekne, che comunque non riguarda Masiello (solo sentito dalla procura ma non indagato), ha messo in discussione la stima.
Cingolani, per conto suo, aveva seguito a Leonardo la linea di rottura concordata proprio con Meloni al momento della nomina, affidandosi meno alla relazione con i vertici delle forze armate e alle società a loro vicine. In secondo luogo, Meloni non ha apprezzato la gestione di alcune risorse interne.
Tra queste l’ascesa di Helga Cossu, ex giornalista di Sky da pochissimo promossa capo della comunicazione dell’azienda, e diventata direttrice generale della fondazione Leonardo. Cossu è entrata in rotta di collisione con Luciano Violante, direttore della fondazione fino al 2024, che ha deciso di non rinnovare il mandato. Tensioni che hanno attirato l’attenzione di Palazzo Chigi, soprattutto del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, che è in ottimi rapporti con Violante, nonostante la diversa estrazione culturale.
La voce trumpiana
Ma il turning point è arrivato solo qualche settimana fa, quando gli statunitensi, o meglio i trumpiani, hanno spiegato al governo i loro dubbi sul manager. Un ruolo centrale è stato ricoperto da Alexander Alden, rappresentante del mondo trumpiano in Europa, allievo del politologo Edward Luttwak, e consigliere di Palantir, il colosso che fa capo al controverso Peter Thiel. La società – come svelato da Domani – fornisce già delle tecnologie della difesa all’Italia.
Alden vanta un ottimo feeling con Meloni (è tra i pochi che scrive e parla direttamente con la premier) ed è stato protagonista di una cena – secondo quanto apprende questo giornale da fonti di governo – in cui avrebbe manifestato delle perplessità sulla governance di Leonardo davanti a rappresentanti delle forze dell’ordine, vertici istituzionali e politici, alcuni di questi molto ascoltati dalla presidente del Consiglio. Le lamentele dell’uomo di Palantir non riguardavano tanto il Michelangelo Dome, ma un’impermeabilità di Cingolani ai business dei colossi americani. Rimostranze sull’eccesso di “europeismo” nella gestione di Leonardo da parte di Cingolani (l’affare Rheinmetall, quello con i droni in Turchia, lo scudo spaziale europeo) sono state quindi avanzate dai trumpiani a Meloni.
Per ordine di importanza, si mormora a Palazzo Chigi, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è stato il venir meno della fiducia personale di Meloni verso Cingolani. Il motivo risiederebbe in alcune conversazioni fatte dal manager con altre persone, in cui avrebbe riferito il contenuto di alcuni suoi confronti con la premier. Per le regole del club Meloni, uno sgarbo inaccettabile. Cingolani è comunque furioso. Crede che i motivi opposti siano fuorvianti e ingenerosi. Il manager ha commesso certamente un errore: non si è voluto piegare in questi anni ai riti bizantini della politica romana, che ha sempre detestato, anche durante l’esperienza ministeriale nel governo Draghi.
Secondo chi lo conosce, Cingolani è rimasto sé stesso, concentrato sul lavoro e puntando ai risultati sul mercato. Restando autonomo (forse troppo, essendo Leonardo una partecipata) dalle dinamiche politiche. Alla fine ha pagato dazio. L’amministratore uscente di Leonardo ora potrebbe finire a Hitachi, multinazionale giapponese che lo aveva già cercato prima della nomina del 2023 al vertice del colosso degli armamenti.
Per quanto riguarda la partita delle altre nomine, non ci sono stati intoppi. Giuseppina Di Foggia lascerà Terna per il ruolo di presidente di Eni. Nel cda del cane a sei zampe resta anche Cristina Sgubin, manager rampante ex stretta collaboratrice dell’avvocato Piero Amara, sponsorizzata dall’asse Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta.
(da Domani)

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CHARLOTTE DE WITTE SI EMOZIONA DOPO IL DJ-SET A GENOVA: “NON HO PAROLE, HO VISTO BALLARE GENTE DI TUTTE LE ETA’. E’ UN GRANDE ONORE AVER POTUTO SUONARE PER VOI, GRAZIE GENOVA DAL PROFONDO DEL CUORE”

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA CITTA’ IMPAZZISCE PER LA REGINA DELLA TECNO, 20.000 IN PIAZZA, CHARLOTTE RICAMBIA CON UNA DICHIARAZIONE D’AMORE… ORGANIZZAZIONE IMPECCABILE, NESSUN INCIDENTE… LA PRO RECCO LA OMAGGIA CON UNA CALOTITINA DELLA SQUADRA… L’ABBRACCIO CON SILVIA SALIS CHE HA VOLUTO IL CONCERTO GRATUITO PER I GENOVESI

“Genova, i have no words what just happened”. Non ha parole Charlotte de Witte dopo il dj-set che ieri sera ha portato in piazza Matteotti quasi 20 mila persone e che ha trasformato il centro della città in un enorme club a cielo aperto.
L’artista, la numero 1 della scena techno internazionale, ha condiviso sui social parole piene di gratitudine e stupore per l’energia vissuta durante l’evento:
“Genova, non ho parole per quello che è successo. Ho visto persone di tutte le età ballare. Tutti sorridevano e si muovevano a ritmo. Onestamente, tutto questo mi rende un po’ emozionata. Sono momenti davvero potenti. È un grande onore aver potuto suonare per voi oggi. Dal profondo del mio cuore, grazie mille ❤️”, ha scritto la dj su Instagram.
Durante la serata, la DJ ha indossato la cuffietta della Pro Recco, regalatale dal presidente Maurizio Felugo, al dj set con la sua famiglia. La squadra ha condiviso sui propri canali social il video del momento.
(da agenzie)

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FORZA ITALIA POTREBBE DIVENTARE LA STAMPELLA “MODERATA” DEL CAMPO LARGO? SECONDO “REPUBBLICA”, SÌ: “MARINA E PIER SILVIO SONO SEMPRE PIÙ CONVINTI CHE SIA INDISPENSABILE RIACQUISTARE UNO SPAZIO DI MANOVRA CHE L’ATTUALE PARTITO NON HA PIÙ. I SEGNALI DI QUESTI MESI DISEGNANO L’IDENTIKIT DI UNA FORZA POLITICA MODERATA IN GRADO DI DIALOGARE CON CENTROSINISTRA”

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

“SERVIRÀ UNA ACCORTA REGIA NELLA FORMAZIONE DELLE PROSSIME LISTE ELETTORALI, SULLE QUALI I BERLUSCONI ESERCITERANNO UNA FERMA VIGILANZA. È QUELLO CHE I FEDELISSIMI DELLA FAMIGLIA CHIAMANO IL ‘MODULO TEDESCO’, PREFIGURANDO LA POSSIBILITÀ DI UNA COALIZIONE EUROPEISTA NELLA PROSSIMA LEGISLATURA, COME QUELLA CHE SORREGGE IL GOVERNO DEL CANCELLIERE FRIEDRICH MERZ, CON DENTRO I SOCIALDEMOCRATICI”

I figli maggiori di Berlusconi guardano avanti e oltre. Il problema non è il nome del capogruppo di Forza Italia alla Camera, a questo punto chiunque andrà bene purché non sia Paolo Barelli, simbolo di una stagione passata. Il problema vero è la prospettiva politica, perché i Berlusconi hanno deciso che è arrivata l’ora di rimettere Forza Italia al centro.
Con poco più di un anno alla fine della legislatura, Marina e Pier Silvio sono sempre più convinti che sia indispensabile riacquistare uno spazio di manovra che l’attuale partito non ha più
A sentire una persona che ha ascoltato i ragionamenti che si fanno a Cologno Monzese, l’idea è questa: il centrosinistra è rientrato in partita e l’esito delle prossime elezioni è aperto. «Ma se anche il campo largo riuscisse a battere Meloni, quanto potrà durare con forze così diverse? A quel punto sarà utile avere uno strumento che possa dialogare con tutti, nel caso fosse necessario formare una nuova maggioranza».
I segnali di questi mesi vanno tutti nella stessa direzione, con le esternazioni dei due fratelli sull’Europa unita, contro il trumpismo, sui diritti civili, il garantismo e le liberalizzazioni.
Disegnano l’identikit di una forza politica moderata in grado di dialogare con centrosinistra. Ma, visto che le idee camminano sulle gambe delle persone, non bastano le interviste o le lettere ai giornali, serviva anche cambiare alcune facce, quelle più esposte nella stagione del melonismo. E servirà anche una accorta regia nella formazione delle prossime liste elettorali, sulle quali i Berlusconi eserciteranno una ferma vigilanza.
È quello che in Forza Italia i fedelissimi della famiglia chiamano il “modulo tedesco”, prefigurando la possibilità di una coalizione europeista nella prossima legislatura, come quella che sorregge il governo del cancelliere Friedrich Merz, con dentro i socialdemocratici. «Con Tajani c’è stata una ricomposizione, con l’idea che traghetti il partito nella prossima fase. Poi, dopo le elezioni, si farà il congresso nazionale e si sceglierà un altro leader».
Questa pista tedesca naturalmente si intreccia con l’interesse dei Berlusconi e delle loro aziende, che sarebbero meglio tutelate nel caso di una futura maggioranza con dentro Forza Italia.
È la stessa logica che ha portato qualche settimana fa Pier Silvio Berlusconi a volare a Berlino per un faccia a faccia con il ministro della cultura Wolfram Weimar, dal quale ha ricevuto il benestare per il controllo totalitario di ProSiebenSat, il colosso televisivo tedesco di cui Mfe ha acquistato – dopo sette anni di fidanzamento – il 75 per cento delle azioni.
Per una famiglia che aspira alla creazione di un grande polo europeo dei media, la situazione migliore è non schiacciarsi sui sovranisti, soprattutto in un momento in cui il pendolo della politica potrebbe oscillare dalla parte opposta. Non è certo un caso che, all’incontro di ieri, oltre ai due fratelli e a Gianni Letta, abbia preso parte anche Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest da dieci anni.
(da Repubblica)

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TAJANI, PRIMO ZOMBIE DI FORZA ITALIA: AZZOPPATO AL SENATO (GASPARRI) E SBARELLATO ALLA CAMERA (BARELLI), PER NON PERDERE DEL TUTTO LA FACCIA, RIESCE A SPUNTARLA SULLA NOMINA A CAPOGRUPPO DI DEBORAH BERGAMINI, CARA A MARINA BERLUSCONI, MA DOVRÀ SUBIRE L’INVESTITURA DI ENRICO COSTA, CHE DI SICURO NON È UN TAJANEO

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

DI PIÙ: E’ RINVIATO IL CONGRESSO NAZIONALE PER EVITARE CHE TAJANI SI BLINDI NEL PARTITO E LA BERLUSCONINA POSSA COSI’ SCEGLIERE LEI I CANDIDATI AL VOTO DEL 2027 … IL “COMMISSARIAMENTO” DI FATTO DEL SUO “AIUTO-CAMERIERE” CIOCIARO PEGGIORA LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONI CHE VEDE I “PADRONI” DI FORZA ITALIA COME NEMICI E NON VUOLE ULTERIORI SCOSSE ALLA MALCONCIA STABILITÀ DEL GOVERNO

La nomina a capogruppo alla Camera di Enrico Costa è un compromesso. Tajani non ha accettato la Bergamini, braccio politico di Marina B., perché sarebbe percepito come un commissariamento. La Bergamini per amor di patria sta cercando di farlo accettare ai molti deputati contrari.
La famiglia non intende sottrarsi ad investire in FI purché porti avanti valori di un partito snello, moderno, e liberale nonché attento ai diritti delle minoranze (veleno per la Ducetta azzoppata)
Il nome del nuovo capogruppo non è ancora ufficiale perché bisogna trovare un posto a quello attuale. Magari di sottogoverno, se possibile. I congressi del partito saranno o rinviati a dopo il voto (quello nazionale) o diluiti nel tempo (quelli regionali).
La linea è stata imposta. Ed è quella di Arcore. O meglio di Cologno Monzese, il luogo dove ieri la famiglia Berlusconi – Marina e Pier Silvio – ha accolto il “forestiero” Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia già azzoppato dopo la sostituzione di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato.
Ospiti d’eccezione Gianni Letta, gran visir del berlusconismo e mediatore tra la famiglia e Tajani, e Danilo Pellegrino, ad di Fininvest (è l’uomo dei numeri) per certificare il ritorno del partito-azienda. Pellegrino è l’incaricato allo “scouting” di figure nuove nel partito in vista delle prossime elezioni.
Quattro ore e mezzo di pranzo concluse con note concilianti: “Incontro positivo”, dice la famiglia; “Visione unitaria e condivisa”, recita Tajani. Portate leggere come da tradizione. Ma molta tensione. Prima e dopo il vertice.
Basti pensare che i protagonisti entrano con una lista di nomi per sostituire il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, ormai in uscita.
Marina Berlusconi propone Giorgio Mulè, Deborah Bergamini e Ugo Cappellacci, Tajani dice Raffaele Nevi, Pietro Pittalis e Enrico Costa. Di nomi veri ce ne sono meno. C’è Mulè e Costa o Bergamini. Sul nome del vicepresidente della Camera, vicino alla famiglia, il vicepremier minaccia di fare le barricate.
Arrivando a ipotizzare le dimissioni che farebbero traballare il governo. Scenario che la famiglia Berlusconi non può accettare. Sarebbe uno smacco troppo grande farsi imporre la sostituzione del consuocero per mettere il leader della minoranza interna nonché possibile candidato alla segreteria dopo le performance referendarie, è la tesi di Tajani.
Sul tavolo restano i nomi di Bergamini – che da tempo sogna la promozione – o di Costa. Ma l’accordo, alla fine, si fa: dovrebbe essere quest’ultimo il candidato scelto.
Resta da trovare una sistemazione a Barelli la cui ricerca di un ruolo nel governo ha fatto irritare anche Palazzo Chigi.
Chiede un posto da sottosegretario ma con ogni probabilità la sua nomina sarebbe incompatibile con la presidenza della Federazione Italiana Nuoto, che non vuole mollare ad ogni costo.
Agli amici Barelli avrebbe detto di non essere disposto a lasciare la Federnuoto per un posto di sottogoverno in un esecutivo che dura solo un anno. Dunque o entrambe o niente governo.
Resta il fatto che a Meloni non piace questa ricerca di un posto perché sta ritardando la nomina degli altri sottosegretari
Il congresso nazionale sarà rinviato a dopo le elezioni del 2027 per evitare che Tajani si blindi nel partito e la famiglia possa tenersi le mani libere prima del voto. I congressi regionali, invece, si faranno ma solo dove unitari e saranno diluiti nel tempo. Ne parleranno lunedì a pranzo il governatore del Piemonte Alberto Cirio, delegato da Tajani ad occuparsene, e Marina Berlusconi.
Nel pranzo a Cologno ci sarebbe stata tensione anche sul ruolo di Francesca Pascale (già fidanzata di Silvio), sempre più critica nei confronti di Tajani e dei suoi fedelissimi e secondo alcuni ispirata dai Berlusconi.
Il leader di FI avrebbe chiesto conto e la famiglia avrebbe risposto di non parlare con Pascale da tre anni.
Le tensioni dentro FI preoccupano Palazzo Chigi. Meloni vede i Berlusconi come nemici e non vuole conseguenze sulla stabilità del governo. Negli ultimi giorni infatti avrebbe chiesto a più riprese di fermare la sostituzione dei capigruppo.
Ma senza successo.

(da Dagoreport)

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“NETANYAHU STA DANNEGGIANDO LA REPUTAZIONE E IL FUTURO DI ISRAELE”: LO SCRITTORE AMERICANO JONATHAN SAFRAN FOER ATTACCA IL PREMIER ISRAELIANO

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

“CON LUI I DANNI SARANNO MOLTO ALTI PER LO STATO EBRAICO. ISOLAMENTO DIPLOMATICO E PERDITA DEI SUOI SOSTENITORI. UN POPOLO SEGNATO DALLA CATASTROFE COME QUELLO EBRAICO DOVREBBE SAPERE BENE CHE LA SUPREMAZIA MILITARE NON COINCIDE CON LA TENUTA MORALE – TRA TRUMP E NETANYAHU, L’UNO GIUSTIFICA I PEGGIORI ISTINTI DELL’ALTRO. MA, OLTRE AI VALORI, QUESTA AMERICA HA PERSO ANCHE IL SENSO DELLA VERGOGNA”

Jonathan Safran Foer, 49 anni, tra i più celebri scrittori americani, autore del bestseller “Ogni cosa è illuminata” e di “Eccomi” (tutti editi da Guanda), la guerra
in Iran è sempre più un pantano per gli Usa, mentre Israele continua ad attaccare il Libano, nonostante il cessate il fuoco. Crede che lo Stato ebraico stia andando troppo oltre?
«Sì. I bombardamenti in Libano sono orrendi e mettono a durissima prova una pace già molto fragile. È molto difficile giustificare simili azioni di Israele come “autodifesa”».
Crede che Israele in questo momento voglia più la guerra della pace?
«Bisogna distinguere Israele, che non ha una sola volontà come Paese, e il governo di Benjamin Netanyahu. La logica politica del premier e del suo esecutivo tende più alla guerra che alla pace.
Perché la guerra semplifica, la pace complica. La guerra unisce i cittadini impauriti, la pace invece impone concessioni, responsabilità e immaginazione. Certo, Israele deve affrontare molte minacce, da Hezbollah all’Iran. Ma un governo non è serio se si dimostra disinteressato alla de-escalation».
Anche dopo i massacri a Gaza, le azioni di Netanyahu stanno alienando sempre di più molti sostenitori di Israele nel mondo. Da ebreo, crede che l’operato del primo ministro stia danneggiando la reputazione e la causa storica di Israele
«Sì. Credo che i danni siano reali, profondi e ormai sopravviveranno anche al premier. Netanyahu ha provocato danni enormi perché a molti ora Israele sembra meno a un rifugio di democrazia e più a uno Stato segnato dalla guerra permanente e dall’uso massiccio della forza».
Quali possono essere le conseguenze a lungo termine?
«Gravissime: isolamento diplomatico, una perdita generazionale di empatia per Israele, un’ulteriore rottura morale con la diaspora degli ebrei e lo svuotamento del significato fondante di Israele basato su sicurezza, legittimità e reciproco rispetto democratico. Un popolo segnato dalla catastrofe come quello ebraico dovrebbe sapere bene che la supremazia militare non coincide con la tenuta morale.
La tragedia è che la causa storica di Israele non è mai stata soltanto la sopravvivenza, ma la creazione di una società degna della sopravvivenza. Quando un governo dimentica questo, mette in pericolo non solo la sua reputazione, ma il suo futuro»
C’è chi dice che Donald Trump sia stato manipolato da Netanyahu, che con lui è riuscito nell’impresa di una guerra all’Iran dopo i vani tentativi con i predecessori Obama e Biden
“Manipolato” è una parola troppo semplice. Rischia di far passare Trump come una vittima passiva del premier israeliano. Credo che invece gli interessi dei due convergano. Netanyahu si giova di un presidente americano massimalista e prono al concetto che la forza segni la storia. Allo stesso modo, Trump beneficia di simili alleanze che giustificano l’uso della forza. Il rischio più grande è una radicalizzazione reciproca, in cui l’uno giustifica i peggiori istinti dell’altro».
Ma sempre più commentatori della destra Usa, come Tucker Carlson, nonché la base Maga, sembrano critici verso questa svolta ultra-guerrafondaia di Trump.
«Sì, ci sono fratture sempre più evidenti su quel fronte. Ma non la definirei una rivolta. Per ora mi sembra solo dissenso. Tuttavia, cresce la tensione nel movimento Maga,
È l’inizio della fine per Trump?
«Sono allergico a questa espressione. Potrebbe indebolirlo? Certamente. Una guerra fallita, una base divisa, una crisi globale e un’instabilità generale possono sommarsi. Ma il talento politico di Trump è sempre stato quello di trasformare l’umiliazione in risentimento, e il risentimento in rinnovata adesione.
Persino gli insuccessi possono nutrirlo, se i suoi sostenitori li percepiscono non come fallimenti di leadership, ma come un “assedio dei nemici”. Che ciò diventi davvero l’inizio della fine dipende meno da Trump stesso e più dalla presa di coscienza degli americani — soprattutto dei repubblicani — sulle conseguenze di una resa morale senza fine».
A proposito di morale, qual è stata la sua reazione alla minaccia di Trump sull’“eliminare la civiltà iraniana”?
«Orrore. Non solo perché si tratta di parole irresponsabili, ma perché è un registro di annientamento. Minacciando non un governo, non un esercito, ma una civiltà, si rischia di arrivare al punto in cui il linguaggio non frena più la violenza, ma la prepara».
Quanto è dannoso, per il mondo intero, questo atteggiamento “da pazzo” di Trump, uno che aspirava al Nobel per la Pace e che probabilmente, nel suo secondo e ultimo mandato, non si preoccupa più della propria eredità?
«Esiste una visione infantile del potere per cui “se mi temono, sto vincendo”. Ma per il mondo la paura non è stabilità. È volatilità. È errore di calcolo. È l’erosione di quella sottile membrana che ancora ci separa dalla catastrofe.
La retorica di Trump verso l’Iran negli ultimi giorni non comunica padronanza strategica, ma la disponibilità a scommettere su conseguenze che ricadrebbero su altri: i civili, gli Stati vicini, le rotte commerciali, l’economia globale. Il mondo può sopravvivere a molte cose, ma non alla normalizzazione dell’impulsività nell’era nucleare».
Ma quanto è dannoso tutto questo per la reputazione degli Stati Uniti, un Paese che sembra aver perso ogni valore morale sotto Trump, secondo i suoi critici? Come si può essere orgogliosi di essere americani oggi?
«È profondamente dannoso. L’America è sempre stata divisa tra i suoi principi e i suoi appetiti, tra ciò che dice di essere e ciò che è disposta a fare quando è impaurita o furiosa. Questa contraddizione non è nuova. Ciò che è diverso oggi è la perdita della vergogna.
La reputazione di un Paese non dipende dall’innocenza – perché nessuna nazione è innocente – ma dal fatto che riconosca ancora dei limiti: morali, legali, umani. Quando minacce apocalittiche diventano linguaggio pubblico e la coercizione diventa stile di governo, il danno non è solo diplomatico. È di civiltà. Si può ancora essere orgogliosi di essere americani nell’unico modo che conta: non come atto di lealtà allo Stato, ma, soprattutto in un momento come questo, come diritto a dissentire».
(da Repubblica)

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SONDAGGIO EMG, E’ TESTA A TESTA TRA LE DUE COALIZIONI, FDI SCENDE AL 27%

Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile

SENZA VANNACCI IL CENTRODESTRA E’ ALLA PARI

Il referendum sulla riforma della giustizia e la bufera che ne è scaturita dopo ha modificato il quadro dei consensi in modo inatteso. Dopo la sconfitta elettorale, il centrodestra ha visto i suoi consensi calare, mentre sono saliti quelli del centrosinistra. Ad oggi, se si andasse al voto, le due coalizioni risulterebbero praticamente in pareggio. Per assicurarsi la vittoria Meloni avrebbe bisogno di allargare la sua alleanza anche a Roberto Vannacci, che dopo il divorzio con Matteo Salvini, ha strappato via consensi alla destra. Attualmente il centrodestra è al 45,2%, il fronte progressista il 44,9%. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso dall’ultimo sondaggio di Emg Different e quanti voti prenderebbero i partiti alle elezioni
I consensi ai partiti
Fratelli d’Italia rimane primo ma i suoi consensi sono in calo. Il partito di Giorgia Meloni, che fino a qualche mese fa volava sopra quota 30%, oggi incassa il 27,0%. Su FdI pesa la sconfitta alle urne ma anche gli scandali che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti di punta. Parliamo dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro, costretto alle dimissioni per i suoi rapporti con la famiglia di Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese e condannato per mafia. Ma parliamo anche di Daniela Santanchè, che ha dovuto lasciare il ministero del Turismo a causa dei guai giudiziari che la riguardano. E ancora del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e delle polemiche legate alle consulenze affidate alla presunta amante, la giornalista Claudia Conte.
In questo quadro con FdI in calo, il centrodestra non può più contare sulla forza politica che fino a questo momento era stata il principale traino sul piano elettorale. I due alleati infatti, si collocano ben al di sotto. Forza Italia raccoglie l’8,7%, mentre la Lega si ferma all’8%.
Dall’altra parte, gli eventi di queste settimane – dal referendum al caos nel governo – sembrano aver dato nuova linfa ai partiti di centrosinistra. Soprattutto al Pd che ora si piazza al 22,7%. Probabilmente, negli ultimi quattro anni, la distanza con FdI non è mai stata così corta. Le altre due principali forze d’opposizione, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra si mantengono piuttosto stabili: rispettivamente al
12,0% e al 6,0%. Rimanendo nell’orizzonte del campo largo, ci sono anche Italia Viva, con il 2,2%, e +Europa, al 2,0%.
Fuori dai due schieramenti ci sono gli altri partiti, riconducibili sia al centro, come Azione (2,7%) e Partito Liberal Democratico (1,2%), che a destra, come Futuro Nazionale (3,6%) o Democrazia Sovrana e Popolare (1,4%).
Chi vince tra destra e sinistra
Ma veniamo al nodo delle coalizioni. Come dicevamo al momento i due schieramenti rischiano il pareggio. Se i partiti di area progressista dovessero presentarsi uniti alle elezioni, raccoglierebbero il 44,9%. Appena due decimi di stacco dall’attuale maggioranza di centrodestra (45,2%). Insomma è testa a testa. Per assicurarsi maggiori chances di vittoria Meloni dovrebbe accaparrarsi anche i voti di Vannacci e aprire la coalizione a FnV. L’operazione dovrebbe avvenire con il benestare di Matteo Salvini. Ma la cosa, visti i dissapori con l’ex generale, resta piuttosto improbabile.

(da Fanpage)

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