Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA RABBIA DI MELONI E IL SILENZIO DI MATTARELLA CHE PRELUDE A QUALCOSA DI GROSSO
Su La Repubblica di oggi una vignetta di Ellekappa ritrae il ministro della Giustizia
Carlo Nordio subissato dalle carte su Nicole Minetti e un fumetto: «Va graziata: è la nipote di Almasri». In effetti l’ex igienista dentale da anni continua, involontariamente, a mettere in difficoltà uomini anziani: dopo i precedenti illustri ora tocca al Guardasigilli e a Mattarella. Ieri la nota del Quirinale che chiede a via Arenula lumi sulle «supposte falsità» contenute nella domanda di grazia. E oggi sui giornali proprio Nordio fa sapere che è stata Giusi Bartolozzi a gestire la domanda di Minetti. Mentre Meloni è furiosa e il Quirinale si rinchiude in quel silenzio che di solito prelude qualcosa di grosso.
Minetti, Nordio e la grazia
«È stata lei, la Zarina. Tutta colpa sua, come al solito. Una decisione così delicata non poteva che passare per le sue mani. Come sempre, del resto. L’ha gestita lei, perché lei non ha mai lasciato spazio a nessuno», è l’incredibile virgolettato che Il Fatto Quotidiano oggi attribuisce al Guardasigilli e che speriamo venga smentito. La Zarina è stata la capo di gabinetto di Nordio prima che Giorgia Meloni nella notte dei lunghi coltelli seguita al referendum decidesse per la sua defenestrazione insieme a Delmastro e Santanchè. Ma Nordio non può dare la colpa agli altri in primo luogo perché la capa di gabinetto se l’è scelta lui e in secondo luogo perché l’ha difesa andando molto oltre il ridicolo in questi anni di governo.
Il silenzio di via Arenula
Intanto, fa sapere il giornale, al ministero tutti sono in silenzio. Non parla Vanessa Gurrieri, direttrice non togata dell’ufficio grazie. Tace Sabrina Mostarda, al vertice della direzione generale degli Affari interni. Rinvia all’ufficio stampa Antonia Giammaria che dirige gli Affari di giustizia. Ma soprattutto adesso la posizione di
Nordio si fa ancora più difficile. E il timore che stavolta sia impossibile rimanere al proprio posto si fa sempre più vivo.
Anche se, fa sapere Repubblica, Meloni ha sentito al telefono il ministro. Il Guardasigilli cerca di venirne fuori chiedendo alla procura generale presso la Corte d’appello di Milano di acquisire nuove informazioni sulla richiesta di grazia. Ovvero di fare quello che avrebbe dovuto fare il ministero prima di inoltrare la domanda di grazia al Quirinale. E c’è anche chi fa notare che la famiglia Cipriani, di cui fa parte il compagno di Minetti, è della dinastia dell’Harry’s Bar di Venezia e Nordio li conosce bene.
«Cortese urgenza»
In più, nei giorni successivi alla grazia proprio la fu consigliera regionale lombarda è tornata al centro della storia. Perché Cipriani, il suo compagno, era socio di Epstein. E lei non avrebbe cambiato vita. Per quello il Quirinale ha usato la formula della «cortese urgenza» per mettere pressione a Nordio. Il quale aggiungeva, in serata, in maniera un po’ criptica, che «nessuno degli elementi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura».
Significa che i giornalisti hanno indagato meglio del ministero. D’altro canto una sentenza della Corte Costituzionale dice che il presidente della Repubblica deve decidere solo in base agli atti che gli arrivano dal ministero. Quindi Mattarella è in ogni caso coperto. E quello scoperto è Nordio: con quella nota l’ha ammesso lui stesso.
La rabbia del Quirinale
«Cosa dovevamo fare, mandare i corazzieri a indagare?», è la risposta che arriva dal Colle al Corriere della Sera. Il Quirinale «non dispone di autonomi strumenti di indagine» e l’Ufficio per gli affari della giustizia del Quirinale non può fare il lavoro che spetta ai magistrati. Vero o no che l’affidamento in prova di Minetti le avrebbe reso possibile la cura del figlio di 9 anni, affetto da «grave patologia»? Fosse falso, le ragioni per l’atto di clemenza verrebbero meno.
L’errore
Ma rimane un punto importante che riguarda anche Mattarella: il silenzio. Quello del Quirinale sulla grazia finché la notizia non è stata raccontata da Mi Manda Raitre e dal Fatto. Il portavoce Giovanni Grasso aveva motivato solo
successivamente sia la firma di Mattarella sia la scelta del silenzio: «Di mezzo c’è la tutela di un minore». Con il senno di poi, è stato anche quello un errore.
(da Open)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA LOGICA E’ LA STESSA: SI TROVA IL MODO, SI FIRMA IL PARERE, SI REGGONO LE POSIZIONI FINCHE’ SI PUO’… POI ARRIVA L’ORA IN CUI NON REGGE PIU’
Domenica La Fenice di Venezia ha annullato le collaborazioni future con Beatrice Venezi, difesa per mesi dalla maggioranza di governo, poi scaricata dopo un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui aveva accusato i musicisti di tramandare i posti «di padre in figlio». Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha preso le distanze con la stessa velocità con cui si era accorto che il vento era cambiato. Palazzo Chigi: Meloni «non è stata coinvolta in alcun modo».
Venezi era arrivata alla Fenice per linea diretta: consigliera musicale del ministero della Cultura sotto Sangiuliano, ospite di Atreju, premiata da Federico Mollicone (FdI) «per il suo immenso talento». Il governo aveva trasformato quella vicinanza in titolo di merito. Mesi di proteste, volantini in sala: tutto resistito. Poi un’intervista a Buenos Aires e la copertura è evaporata.
Mentre Venezia festeggiava, ieri saltava fuori l’altra storia: Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda condannata in via definitiva doveva a una pena complessiva di tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione nel Ruby-bis e per peculato nella rimborsopoli lombarda, aveva ottenuto la grazia presidenziale il 18 febbraio 2026 su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Motivazione: le condizioni di salute di un minore affidatole in Uruguay. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che il bambino aveva entrambi i genitori viventi, e che il San Raffaele e l’ospedale di Padova, citati come strutture che avrebbero sconsigliato di operarlo in Italia, hanno smentito: quel nome non risulta nei loro terminali. Il Quirinale ha scritto a Nordio: verificare con urgenza «la fondatezza di quanto rappresentato». L’istruttoria che il ministero avrebbe dovuto fare prima di firmare il parere, la sta aprendo adesso. Anche se ieri Minetti ha liquidato come notizie “false” gli scoop del Fatto.
Sono due storie diverse. Eppure entrambe mostrano un governo convinto di gestire questioni di rilievo istituzionali con metodi decisamente poco istituzionali. La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva il momento in cui non regge più. E allora si dice che i vertici non erano coinvolti. O si apre un’istruttoria su una grazia firmata due mesi fa.
(da La Notizia)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SI RITROVA CON UNA LEGGE DI BILANCIO DA FARE SENZA SOLDI
Attenzione, caduta governi. Il segnale stradale non c’è, ma forse mai come oggi
servirebbe. E basta ricapitolare i fatti delle ultime ventiquattro ore, per rendersi conto di quanto la frana post referendaria dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non si sia arrestata, ma stia continuando a sgretolare la maggioranza di destra – e il consenso di cui gode – ogni giorno che passa.
Solo ieri, dicevamo, è esploso il caso della grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale, consigliera regionale e organizzatrice delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi, con il Quirinale che ha chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di accertare se vi fossero “supposte falsità” nella richiesta di clemenza approvata da Sergio Mattarella. Curiosità: la pratica per la grazia a Minetti è stata istruita dall’ex capo di gabinetto Giusi Bartolozzi in persona, quella che se ne sarebbe andata dall’Italia se il No avesse vinto al referendum e che è stata defenestrata da Meloni un minuto dopo il voto. Sarà interessante scoprire come mai non aveva tenuto conto delle tante anomalie scovate dall’inchiesta del Fatto Quotidiano
Distratti da Minetti, quasi ci perdevamo gli sviluppi del caso Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra protagonista di un affaire che è il ritratto perfetto di questi quattro anni di governo Meloni. Nominata direttrice della Fenice di Venezia dopo aver esplicitato ai quattro venti le sue simpatie per la destra, Venezi viene sfiduciata dagli orchestrali di tutta Italia, che si oppongono alla sua nomina in ragione della sua conclamata inadeguatezza a svolgere una mansione così prestigiosa. Lei, non paga, spara a zero in un’intervista a un giornale argentino contro gli orchestrali della Fenice accusandoli di nepotismo e il governo fa marcia indietro, revocandole l’incarico e mostrando per l’ennesima volta le mille crepe della maggioranza. Il tutto, a un mese dalle elezioni del sindaco di Venezia, giusto per completare il capolavoro.
Distratti da Minetti e Venezi, nel frattempo, tocca tornare a Roma, dove non c’è associazione di categoria, datoriale o sindacale che non abbia bocciato il documento di finanza pubblica del governo, preludio all’ultima legge di bilancio di questa maggioranza.
Il succo è sempre lo stesso: mancano i soldi di fronte alla crisi economica causata dalla guerra in Iran di Trump e Netanyahu. E per quanto la destra ci provi ad alzare la cortina fumogena delle colpe degli altri e del destino cinico e baro, la realtà racconta altro, cioè una guerra interna alla maggioranza tra chi come il vicepremier leghista Matteo Salvini vorrebbe violare i patti di stabilità firmati da questo stesso governo con l’Unione Europea poco più di due anni fa, e tornare a comprare il gas dalla Russia dell’”amico Putin”. Contro chi, come il vicepremier di Forza Italia Antonio Tajani, non ci pensa nemmeno a muovere contro Bruxelles, contro i popolari europei e contro i cristiano democratici tedeschi. Che linea sceglierà, tra le due, la premier Giorgia Meloni? Chi preferirà scontentare?
Anche qui, insomma, voleranno stracci e cadranno massi. Roba da comiche finali, non fosse che per l’Italia, mentre il governo si impantana su Minetti e Venezi, rischia di essere una mezza tragedia.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO NON E’ IL PADRONE DELL’UNIVERSO, STIAMO DISTRUGGENDO LA BIODIVERSITA’
Nel parco nazionale di Abruzzo Lazio e Molise, uno dei più antichi e ben tenuti del nostro Paese sono stati avvelenati una decina di lupi due settimane fa e ora la strage continua con altri 13 trovati avvelenati. Naturalmente di nascosto, all’oscuro di chi ama il parco e conosce le sue ricchezze, spinti da una crudeltà stupida e oscena. La terra, spiegano gli scienziati, vivrebbe benissimo senza l’essere umano, mentre l’essere umano non potrà vivere in una terra privata della sua vitalità bioecologica. Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio, che il riscaldamento creato dalle nostre pretese produttive sta portando a pericolosi risultati, e che continuando così ci stiamo dirigendo verso l’estinzione della specie umana. Ma in questo momento di regresso culturale, di sfiducia nella scienza (tanto da arrivare alla stupidissima affermazione che la terra è piatta), di ambizioni interplanetari rivendicate da ricchissimi tecnocrati privi di empatia, ci sono ancora molti che credono di potere fare i propri privati interessi senza pensare alle conseguenze. Persone che ritengono di risolvere le differenze di potere e le rivendicazioni geografiche con le guerre. Persone che pensano di potere moltiplicare l’energia atomica senza però sapere di fare delle scorie che stanno rimpinzando i sotterranei di pericolosissimo materiale radioattivo. Persone che invece di puntare sull’energia alternativa, tornano alle miniere di carbone e al continuo risucchio di petroli che spingono al ricatto i pochi sui molti.
Quei lupi ormai fra i pochi rimasti che sono stati avvelenati, sappiano gli egocentrici ciechi e irresponsabili, sono quella parte della natura con cui dobbiamo convivere se non vogliamo trovarci soli su una terra desolata e destinati a morire di stenti. Tutti gli animali, perfino l’ape, fanno parte di un ecosistema che dura da miliardi di anni, ma che nella nostra enorme presunzione crediamo di potere eliminare perché «l’uomo è il centro dell’universo». Oggi sappiamo con certezza che la natura si adatta ai cambiamenti cercando di ripristinare ogni volta un nuovo equilibrio, ma solo fino a un certo punto, oltre c’è la discesa verso il disastro finale.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
A COSA SERVONO I COMICI? ALLA CENA PER I CORRISPONDENTI C’E’ ROBERT KENNEDY JR CHE SI DA’ ALLA FUGA LASCIANDO LA MOGLIE INDIETRO?
Come una scena di un film di Fellini, dice su X la grande scrittrice americana Joyce
Carol Oates. Come una sorta di Truman Show in versione Trump, come Una pallottola spuntata ma con Erika Kirk al posto di Priscilla Presley. La figura retorica che meglio si presta al disorientamento del presente è senza dubbio la similitudine, stampella cognitiva.
Come in un Blockbuster di spionaggio, scritto da sceneggiatori un po’ pigri: per dare senso ai fatti avvenuti all’hotel Washington Hilton bisogna appellarsi alla forma di rappresentazione con cui gli Stati Uniti hanno plasmato l’immaginario del Ventesimo secolo.
Solo che, nel 2026, essendo l’Occidente invischiato in questo canovaccio farsesco che trasforma un evento tragico come l’attacco armato a un presidente in un’avventura rocambolesca dalle tinte demenziali – la storia si ripete due volte, e così gli attentati a Trump, a cosa servono i comici alla cena dei corrispondenti quando c’è Robert F. Kennedy Jr. che si dà alla fuga lasciando la moglie indietro? – più che alla settima arte tocca rivolgersi all’ottava, la grande serialità.
Nel 2013, Netflix lanciava il suo catalogo di streaming con una serie che ha bruciato tanto intensamente quanto velocemente per diverse ragioni, non ultime le accuse di abusi sessuali al protagonista Kevin Spacey. House of Cards, oltre a essere un punto di riferimento per Matteo Renzi, lo era anche per gli appassionati di fanta-politica statunitense, grazie al protagonista Frank Underwood che infestava di cinica furbizia travestita da Realpolitik una Casa Bianca ancora priva di fondamentale Ballroom trumpiana.
Nella quarta stagione, il presidente Underwood viene quasi ucciso da un proiettile durante un comizio. Lui si salva, la sua campagna elettorale fino a quel momento in netto sfavore, pure. Speriamo di non ci tocchi dire: «Come in una puntata di House of Cards».
(da editorialedomani.it)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE A PROCESSO: DA CONDANNATO PER MAFIA NON HA DICHIARATO QUEL DENARO
Il processo per l’ex senatore Marcello Dell’Utri accusato di non aver dichiarato i 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi si aprirà a Milano il 9 luglio. Sul banco degli imputati oltre all’ex parlamentare di Forza Italia, uomo che per decenni è stato ombra, memoria e cassaforte politica della stagione berlusconiana, ci sarà pure la moglie Miranda Ratti. La gup Giulia Marozzi li ha rinviati a giudizio per la vicenda degli otto bonifici milionari, tra il 2014 e il 2024, disposti da Berlusconi all’amico di una vita. Una parte delle dazioni è prescritta e la somma è scesa a 10 milioni e 840 mila euro, che sono sotto sequestro. Il resto diventa materia di processo.
La contestazione, depurata dall’aggravante mafiosa dopo il passaggio dal tribunale di Firenze a quello di Milano, resta pesante: Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe omesso di comunicare variazioni patrimoniali milionarie, obbligo imposto dalla legge Rognoni-La Torre a chi, come lui, ha scontato una condanna definitiva per mafia. Alla moglie viene contestata l’intestazione fittizia di beni.
La storia giudiziaria è solo la superficie. Sotto, scorre il rapporto tra due uomini che non hanno mai smesso di appartenersi. Berlusconi e Dell’Utri: il fondatore dell’impero Fininvest e l’uomo che ne conosceva stanze, debiti, origini, fedeltà. Il patron del Biscione e il manager di Publitalia che partecipò alla nascita di Forza Italia, alla costruzione del partito, alla discesa in campo.
Nelle carte investigative, quel denaro non è mai soltanto denaro. È riconoscenza. È debito. È memoria. La Dia nelle informative al pm scrive che le dazioni sarebbero connesse a «un riconoscimento anche morale», all’assolvimento di «un debito non scritto», soprattutto nell’ultimo periodo, per avere Dell’Utri “pagato il prezzo” della carcerazione «senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi». Tradotto: senza tradire. Per l’accusa è il prezzo del silenzio. Marcello Dell’Utri è attualmente indagato nell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del ‘93.§
Il fascicolo sui bonifici era nato a Firenze, nell’orbita dell’inchiesta sui concorrenti esterni delle stragi del 1993. Poi l’esclusione dell’aggravante mafiosa ha mutato il quadro e spostato la competenza nel capoluogo lombardo, dove Dell’Utri risiede. Le causali dei bonifici parlavano di prestiti. Le carte della Dia agli atti dell’inchiesta raccontano altro: intercettazioni con richieste di denaro, versamenti continui, operazioni immobiliari, società, conti, spese legali sostenute integralmente. Un sistema di sostegno economico che, secondo gli investigatori, non aveva una ragione trasparente.
«Mai emerge la causale vera», annotano. Mai una obbligazione chiara. Mai un titolo capace di spiegare la perseveranza dei pagamenti. Berlusconi nel 1996 aveva spiegato ai giudici: «Il rapporto esistente tra il dottor Dell’Utri e il sottoscritto è un rapporto di amicizia così profonda e c’è in me una considerazione tale nei suoi confronti per quello che lui ha fatto come fondatore e gestore poi di Publitalia che è sempre stato naturalmente remunerato alle condizioni di mercato, ma che ha lasciato e lascia in me una viva considerazione nei suoi confronti».
Uno stretto rapporto li ha legati, tanto che il cavaliere ha indicato l’ex senatore nel suo testamento lasciandogli 30 milioni. Nelle informative degli investigatori dell’antimafia compaiono parole che pesano più dei numeri: “ricatto”, “copertura”, “colpa”, “danno”. Termini che raccontano non una semplice amicizia, ma una relazione asimmetrica, segnata dalla conoscenza, dal silenzio, dal bisogno reciproco. «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», hanno detto i difensori.
Per la procura di Milano, il punto è tecnico: Dell’Utri poteva ricevere quei milioni senza dichiararli? Quei soldi erano davvero prestiti? E perché Berlusconi continuò a versare somme enormi a un uomo già condannato, già detenuto, già portatore di un segreto pubblico e privato? Il processo dovrà rispondere a questo. Non alla leggenda, ma ai bonifici. Non alle allusioni, ma ai documenti.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
SE LE LACRIME FACESSERO REDDITO IL GOVERNO CI AVREBBE GIA’ RESI RICCHI
Se le lacrime facessero reddito, il governo Meloni ci avrebbe già resi ricchi tutti quanti. La povertà sarebbe stata abolita (altro che Di Maio!), l’Italia sarebbe un paese felice e Fratelli d’Italia avrebbe con pieno merito il 50% e più per cento. Invece frignare in politica serve a poco, se non a raccattare qualche consenso di contrabbando dai soliti boccaloni, e quindi tutto questo eterno piagnisteo di Giorgia Meloni è solo noioso. Anzi noiosissimo.
Un vittimismo continuo, ostentato, conclamato, che serve solo come arma (l’ennesima) di distrazione di massa per tirare a campare. Meloni non governa: frigna. Persino più di Berlusconi, Renzi e financo Mazzarri. L’ultima sua lacrimata ha riguardato il 25 Aprile, giornata a lei come noto ontologicamente indigesta. A fine serata, sui suoi gremiti profili social, ha partorito l’ennesimo pianto di governo. Per mettere in cattiva luce sinistra e antifascisti, ha parlato di “aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), “immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione”, “Sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati”, “cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati, “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine”. Praticamente l’apocalisse.
Ovviamente, nella sua lista, Meloni si è curiosamente dimenticata di citare gli spari a due iscritti all’Anpi, evento da ella verosimilmente ritenuto non rilevante. Dopo tre anni e mezzo di governo tremebondo e quasi sempre ributtante, esiste una vera e propria tecnica della Frignata Meloniana.
Frignata contro i giudici. Grande classico, reso immortale da Silvio Berlusconi, non a caso grande maestro politico di Meloni (altro che Borsellino e la destra sociale e legalitaria). È sempre colpa degli altri e mai sua. In questo senso, nella vasta galassia degli “altri” assume un’importanza peculiare la categoria dei “giudici”, ovvero le “toghe rosse”. Tramano sempre contro, non si limitano ad assecondare supinamente quel che vuole il governo, ci rispediscono in Italia i migranti, liberano pedofili e stupratori, non rispettano la volontà popolare, vessano le famiglie nel bosco e – quel che è peggio – non hanno il poster di Donzelli vestito da Minnie in camera. Un atteggiamento vile e odioso, che provoca nella povera martire Meloni continue crisi di pianto. Poveretta.
Pianto contro i giornalisti bolscevichi. La stampa tutta, secondo Meloni, ce l’ha con lei e il suo mirabile esecutivo. Non si capisce bene dove Donna Giorgia veda tutta questa sviluppata propensione critica nei suoi confronti. Su Rai1? Su Rai2? A Mediaset (fatta salva È sempre Cartabianca)? Nei giornali di destra? Nei giornaloni di centro? Meloni parla dei giornalisti come se fossero tutti uguali a quei pochi talk show/firme/testate/programmi non meloniani, ma è una narrazione così falsa che può (fingere di) crederci giusto Bruno Vespa, non a caso definito da Fratelli di Italia “baluardo della pluralità di informazione” (ahahah). La verità è che Meloni ha un’idea di giornalismo libero coincidente con Porro, e quindi reputa le domande (e le inchieste) lesa maestà. Da qui la lacrima (furbamente) facile.
Oltre a tali categorie, Giorgia Meloni aggiunge – o potrà aggiungere – molte altre fonti lacrimali. Tra le tante: il pianto per qualsivoglia organo di controllo che non le dia ragione a prescindere; per gli intellettuali comunisti; per gli artisti figli dell’egemonia di sinistra; per Sánchez e la sinistra che governa il mondo (?); per Putin (sul serio) e Trump (per finta); per Prodi, il Superbonus, l’Unione europea; per gli arbitri; per il clima (piove governo ladro); per i terremoti, le tremende inondazioni, le cavallette. Eccetera. Va bene tutto, l’importante è piangere benissimo. E governare malissimo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I NUOVI DISPOSITIVI ELETTRONICI DOVRANNO ESSERE RICARICABILI TRA UNA SOLA SORGENTE UBS-c
Notizia rivoluzionaria! Da oggi (28 aprile) nei paesi della Ue, per legge, tutti i nuovi dispositivi elettronici (computer, tablet, cellulari) devono essere ricaricabili tramite una sola sorgente Usb-c: come si sarebbe detto nel Novecento, una sola presa della corrente buona per ogni elettrodomestico.
Perché rivoluzionaria? Perché le nostre vite digitali sono state infestate, per decenni, da un folle accumulo di caricatori, non uno che valesse anche per ricaricare altri aggeggi, la costante ricerca di quello giusto in mezzo a grovigli di cavetti, maschi e femmine di foggia sempre incompatibile, diametri mutevoli, cosini rettangolari che non entrano in cosi ovali e viceversa. Un caos programmatico che ha sicuramente arricchito a dismisura i produttori di cosi e cosini e ha intasato le discariche dei rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire.
Abbiamo visto agghiaccianti servizi fotografici su bambini africani che risalgono lungo cordigliere di rifiuti frugando in mezzo alle nostre deiezioni elettroniche alla ricerca di non so quali metalli preziosi. E abbiamo visto, nel nostro piccolo, cassetti intasati di cadaveri digitali, e udito urla disperate per casa: dov’è il caricatore giusto?
Lo pensavamo tutti: ma non sarebbe più comodo e più pulito ricaricare tutto quanto
alla stessa maniera? Ora — incredibile — in Europa potrebbe accadere per davvero. Che la politica riesca ancora a dare regole a un’economia ingorda e inquinante, quasi nessuno ci sperava più. La tecnologia è una folgore, la politica un pachiderma, ma con i suoi tempi infiniti (ci sono voluti anni!) il pachiderma per una volta è riuscito a domare la folgore.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
EMERGE LA FRAGILITA’ DEGLI UNDER 35: TRA SALARI BASSI E MANCANZA DI FEEDBACK, IL 71% ORA SCEGLIE L’AZIENDA IN BASE AL WELFARE
La generazione più istruita è anche la più insicura. Tra i giovani lavoratori italiani, oltre
uno su tre (38,1%) dichiara di soffrire della sindrome dell’impostore: la sensazione di non essere all’altezza, di non meritare i risultati ottenuti, di dover continuamente dimostrare il proprio valore. È uno dei dati più significativi del IX Rapporto Censis-Eudaimon, che fotografa un rapporto sempre più fragile tra giovani e lavoro. Il fenomeno riguarda il 21,7% degli occupati nel complesso, ma cresce tra gli under 35 e tra i laureati.
Più pressione significa più insicurezza
Il paradosso è evidente: la sindrome dell’impostore colpisce di più proprio chi ha titoli di studio più alti (27,1% tra i laureati). Più preparazione non significa quindi più sicurezza, ma spesso più pressione e più aspettative. A pesare, secondo quanto emerge dal rapporto, è anche la mancanza di feedback chiari: senza obiettivi definiti e senza riconoscimenti espliciti, il giudizio su sé stessi diventa incerto e instabile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare da poco. Non a caso, il 78,9% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato. Il risultato è una fragilità che si traduce in insicurezza quotidiana: bisogno costante di approvazione, difficoltà a interiorizzare i successi, paura di essere “scoperti”.
Il lavoro ha perso centralità
Carriere meno lineari, feedback incerti, percorsi di crescita poco chiari: sono questi gli elementi che alimentano l’insicurezza dei giovani lavoratori italiani. E non è un caso isolato. Secondo il report, il disagio dei più giovani si inserisce in un quadro più ampio in cui il lavoro ha perso centralità: non è più il perno dell’identità, ma uno strumento per stare bene. Questo cambio di prospettiva riguarda tutti, ma tra i giovani appare più radicale: il lavoro conta se garantisce qualità della vita, equilibrio e senso. In pratica, non basta più “avere un posto”: serve che quel posto restituisca qualcosa, anche sul piano personale. Il problema è che questo spesso non accade.
Per la Gen Z il welfare conta più dello stipendio
Le retribuzioni sono scese dell’8,7% in termini reali dal 2007 e oltre la metà degli italiani considera la propria paga inadeguata. Per i più giovani, questo si traduce in una prospettiva ancora più incerta: lavorare non garantisce autonomia economica né stabilità. Ecco perché la Gen Z guarda altrove: il 71,6% dei lavoratori sceglie un’azienda anche in base al welfare offerto, e tra i giovani questo peso è ancora più alto. Non si tratta solo di benefit, ma di un segnale: l’azienda deve dimostrare di prendersi cura delle persone, non solo delle performance. I dati parlano chiaro: un giovane su due sceglierebbe un’azienda di cui condivide i valori anche a fronte di una retribuzione più alta altrove.
(da agenzie)
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