Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
PROFESSORESSE CRUDELI, VEDOVE CHE PARLANO SEMPRE DI GUAI DAL FRUTTIVENDOLO E REPRESSI DI PAESE SPOSATI PER FAR CONTENTI I GENITORI, E CHE VIVONO COVANDO RANCORE, DESIDERI EROTICI VERSO I NERI CHE TRAMUTANO IN RABBIA PER ALLONTANARLI, E SOGNANDO DAVANTI ALLE VETRINE DEI NEGOZI DI ABBIGLIAMENTO DI INDOSSARE QUELLA BELLISSIMA GONNA FLOREALE. CHE REGALANO POI ALLA MOGLIE PER PROVARSELA QUANDO LEI VAI AL LAVORO”
Amici cari, sono gay da 39 anni e vi posso assicurare che quel tipo di occhiali viene usato esclusivamente da tre categorie: professoresse crudeli del liceo che godono nel mettere voti bassi, vedove che parlano sempre di guai dal fruttivendolo, e repressi di paese sposati per far contenti i genitori, e che vivono covando rancore, desideri erotici verso i neri che tramutano in rabbia per allontanarli, e sognando davanti alle vetrine dei negozi di abbigliamento di indossare quella bellissima gonna floreale. Che regalano poi alla moglie per provarsela quando lei vai al lavoro.
Da account facebook di Pierpaolo Mandetta
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
ORA SIAMO QUASI AL COMPLETO, MANCA SOLO LA SANTANCHE’
Una nuova operazione politica prende forma nel panorama della destra italiana. Il prossimo
31 marzo, a Roma, verrà ufficializzata una nuova convergenza. Il Movimento Indipendenza guidato da Gianni Alemanno confluirà infatti in Futuro Nazionale, progetto politico lanciato dal generale Roberto Vannacci. L’obiettivo è quello di fondare una realtà “di destra vera”. Inoltre, secondo rumors raccolti dal Giornale d’Italia, potrebbe entrare in Futuro Nazionale anche l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè dopo l’ “epurazione” attuata da Meloni.
Dopo le dimissioni da ministro del Turismo per l’ “epurazione” attuata da Meloni, secondo rumors raccolti dal Giornale d’Italia, Daniela Santanchè starebbe valutando l’ingresso in Futuro Nazionale con Vannacci, considerato, di fatto l’unico partito “di destra vera”
Il prossimo 31 marzo, a Roma, si terrà una conferenza stampa per sancire la confluenza di Indipendenza in Futuro Nazionale, segnando un passaggio significativo nel processo di aggregazione dell’area sovranista italiana.
Circa un mese fa, Gianni Alemanno aveva dichiarato, in merito alla scelta di Roberto Vannacci di fondare Futuro Nazionale e di entrare quantomeno in Parlamento, superando la soglia di sbarramento: “Se saprà costruire un’aggregazione politica ampia e partecipata, ce la farà sicuramente. Tra l’altro ha un background di vita, cultura e patriottismo molto superiore a quello di Meloni e Salvini”.
A sostenere con convinzione questa operazione è anche Roberto Jonghi Lavarini, tra i primi promotori dell’alleanza, che ha sottolineato il valore strategico dell’intesa: “È una convergenza politica naturale che unisce tutti i veri patrioti sovranisti italiani. Indipendenza e Gianni Alemanno portano in dote a Futuro Nazionale e al Generale Vannacci, la cultura politica e l’esperienza amministrativa della destra sociale missina, classe dirigente fondamentale per organizzare un vero partito e presentare liste elettorali a tutte le prossime competizioni amministrative, regionali, nazionali ed europee.”
Secondo Jonghi Lavarini, l’ingresso di Alemanno rappresenta anche un elemento di garanzia sul piano internazionale: “E la presenza di Alemanno nel nuovo soggetto politico unitario della destra italiana, rassicura tutti su una chiara politica estera patriottica e sovranista nei confronti di UE, NATO, rapporti con Russia, Usa e Israele”.
Infine, lo stesso Jonghi ha delineato la prospettiva politica del nuovo soggetto: “In campo geopolitico sarà la vera sfida al centrodestra meloniano, completamente appiattito su posizioni filo ucraine, europeiste, atlantiste e sioniste, contrarie ai legittimi interessi nazionali del nostro popolo, delle nostre famiglie e imprese”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
CRISI ENERGETICA E PROTARSI DELLA GUERRA IN IRAN, MA ANCHE IMMIGRAZIONE, POLITICA ESTERA E SITUAZIONE ECONOMICA GENERALE
Donald Trump vede crollare il suo consenso al 36% in una sola settimana: a pesare sul minimo storico del presidente, secondo l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, non è solo il protrarsi della guerra in Iran, ma l’impatto diretto della crisi energetica sul costo della vita degli americani. Un dato allarmante che, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, svela le ragioni economiche dietro la perdita di popolarità della Casa Bianca.
Immigrazione, politica estera, economia e costo della vita
In un grafico riportato su Reuters, frutto di un sondaggio condotto online che ha raccolto le risposte di adulti statunitensi a livello nazionale (il cui margine di errore varia tra il 2% e il 3%) il punteggio attuale del consenso del presidente degli Stati
Uniti rispetto a quando è stato rieletto per la seconda volta, avrebbe subito una riduzione pari a -26%.
I parametri considerati nel calcolo riportano tra i fattori in giudizio l’immigrazione, la politica estera, l’economia e il costo della vita. Il valore più alto è quello relativo alle questioni migratorie: per quanto in calo del -13% rispetto ai consensi raccolti a inizio mandato, risulta essere quello valutato meno negativamente.
Fortemente negativi invece i giudizi sulla politica estera, al -27%, complice la scelta di continuare ad attaccare l’Iran a fianco di Israele, anche se quelli peggiori interessano l’economia, al -33%, e il costo della vita, con un -41%, in prima posizione nella classifica negativa. A influenzare quest’ultimo valore è certamente anche il prezzo della benzina alla pompa: come riportato dall’American Automobile Association, dopo l’inizio degli attacchi all’Iran del 28 febbraio, sarebbe aumentato di un dollaro nell’ultimo mese, raggiungendo una media nazionale di quasi 4 dollari al gallone
Gli americani e le preoccupazioni per il costo della vita
Secondo gli americani, sarebbe proprio il rincaro del carburante a pesare maggiormente sulle tasche delle famiglie. Il 55% degli intervistati avrebbe dichiarato di aver subito ripercussioni finanziarie lievi a causa dell’aumento dei prezzi della benzina, mentre il 21% sosterrebbe che i rincari stiano pesando con effetti notevoli sulle loro economie familiari.
Gli scenari futuri
Per quanto l’87% degli americani intervistati preveda ulteriori aumenti del prezzo del gas nei prossimi mesi, causato dal protrarsi del conflitto con l’Iran, non è stato registrato un aumento dei consensi a favore dei Democratici. Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, previste per novembre 2026, resta quindi da valutare quanto il calo di popolarità di Trump possa tradursi in un cambio politico a favore dei Democratici. Decisivi sul giudizio degli elettori saranno il costo della spesa, di benzina ed energia nei prossimi mesi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
FAZZOLARI E GIORGETTI PER LA LINEA DI ANTICIPARE LE ELEZIONI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
Stanno rimanendo più colli che teste. Rotola la quarta, ma è ghigliottina assistita. Si dimette
il capogruppo di FI al Senato, Gasparri, e sono già tutte sul vassoio di Meloni quelle dei presidenti delle partecipate di stato che devono essere rinnovate. Si toccano il colletto della camicia gli ad. Meloni, dopo un colloquio con Mattarella, assume l’interim al posto di Santanchè. In due spiegano adesso, a Meloni, la virtù dello spariglio, il voto. Fazzolari è per la linea “senza paura”, al voto, e anche Giorgetti pensa che dopo sarà tardi, “il momento è ora”. Il potere si è fatto piccolo, doloroso, come un foruncolo
Si passano la mano sulla nuca al Mimit di Adolfo Urso, mentre al ministero della Difesa si guarda attoniti entrare, a passo svelto, gli agenti della Guardia di Finanza che perquisiscono uffici. Si ipotizzano reati di corruzione, riciclaggio, si setacciano appalti di Terna, Rfi. Sui telefoni, su WhatsApp, appare una sigla “inoltrato molte volte” che significa “sta girando, sta girando”. I decreti di perquisizione e di sequestro viaggiano insieme al venticello di un vertice di governo Tajani-Salvini-Meloni, che di mattina non si tiene. La scena è per Gasparri. Lascia a Stefania Craxi il ruolo di capogruppo ma in realtà si scambia la maglia da presidente della commissione Esteri. Antonio Tajani, prima di partire per Parigi, saluta Meloni, ma è un saluto breve, e dopo telefona a Marina Berlusconi e alla Cavaliera dice che se si va oltre il rischio è “di passare per delegittimato”. Quando hanno chiesto alla
Cavaliera: cosa ne pensi se cambiamo Gasparri, Marina si è limitata a rispondere che lei non avrebbe aiutato ma neppure fermato. Sono giorni in cui basta una smorfia di Marina e Meloni e si andrebbe a pugnalare come nella casa di Marat. Un Cdm mai convocato non si può sconvocare ma è la spia di chissà quale manovra. Si dovrebbe tenere oggi. Al Quirinale, Mattarella è impegnato fino alle 18 perché riceve i nuovi ambasciatori, e dunque tocca cercare il nuovo ministro del Turismo fino a Dallas. Gianluca Caramanna, che di FdI è stato sempre la pancia e la testa, il possibile successore di Santanchè (così come il deputato Riccardo Zucconi) fa sapere che “lui non vuole cariche e Malagò sarebbe un nome, un grande nome, ma qualsiasi nome che farà Giorgia sarà perfetto”. Solo che il nome di Malagò, che ha imparato tutto da Gianni Agnelli, perfino il guardaroba, evapora.
Arriva per primo il nome nobile di Antonio Mura, quello che ha sempre voluto Mantovano (a dire il vero, voleva anche Luigi Birritteri, l’ex capo del Dag) come capo di gabinetto del ministro Nordio, al posto di Giusi Bartolozzi. Forse ora non ci sarà giustizia, ma serenità. A Chigi si prova a ripartire con due note, una sui fondi di coesione, gestiti da Fitto, la riprogrammazione di sette miliardi (ma l’effetto è che si infuria Attilio Fontana, il nord) e l’altra nota è sui “rimpatri”. C’è qualcosa di preoccupante nel silenzio di Salvini. Il governo dà parere negativo a un emendamento della Lega (del capogruppo Molinari) sul dl Bollette e Salvini ordina di non reagire, di fare silenzio. Si spiega solo con la ragione: si preparano a votare. Alla Camera, Luciano Violante, che chiama Meloni “la ragazza”, spiega che la “ragazza è intelligente, non andrà al voto, vedrete, anche perché queste cose si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. E se poi se fanno il governo tecnico? Gli italiani non capirebbero questa scelta. Direbbero: hai perso, hai perso male, e ti metti tutti contro”. Anche Violante difende Santanchè che “povera, non c’entrava nulla. Meloni dovrebbe prendersela con i suoi vice. Uno, Salvini, era a Budapest e l’altro, Tajani, era in Italia, ma comunicava male. C’è solo da stare fermi, assorbire.
Le sconfitte sono come l’acqua per la terra. Si assorbono”. Violante, esempio, ha assorbito, e bene, l’uscita dalla fondazione Leonardo, la stiva della società dell’ad Roberto Cingolani che sarebbe poco amato oltreoceano, per il suo progetto Michelangelo Dome. Peserà sulla nomina delle partecipate? Siamo a quattro teste tagliate, teste mozze (c’è pure un libro, “Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri”) e cosa ci sarebbe, ancora, di più eclatante
che offrirne altre, nientemeno che di presidenti, ad? In Forza Italia i due deputati, Giuseppe Castiglione e Andrea Caroppo si misurano la pancia e scherzando, ma neppure tanto, si domandano “andiamo bene per il casting? O tagliano pure noi?”. Castiglione, che ha conosciuto Berlusconi, il padre, ricorda che “ci teneva all’aspetto, ai giovani, ma misurava anche la testa. Tajani gli è stato leale, ha salvato il partito, piano con la parola ‘novità, novità’”. Il boia di questi tempi fa gli straordinari. Si anticipa che la prossima settimana rotolerà la quinta testa, quella di Paolo Barelli, capogruppo di FI alla Camera, e che al suo posto debba andare Debora Bergamini. Si recuperano torti passati in prescrizione, ci si vendica contro il vicino. In testa di Meloni c’è solo la legge elettorale, da fare, presto, “la prima cosa”. O voto, rimpasto o niente perché si dice sempre, quando si soffre “non è niente, non è niente”. Non è vero che non cambiava nulla. Quando si perde resta sempre una piccola macchia. Un foruncolo.
(da foglio.it)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
COME HA FATTO LA 18ENNE MIRIAM CAROCCIA A DIVENTARE TITOLARE PRIMA DEL 50% DELLE QUOTE E POI DEL 100%? CHI HA REALMENTE GESTITO L’OPERAZIONE? CHI HA MESSO I SOLDI?
L’inchiesta sulla Bisteccheria d’Italia è diventata l’indagine sui soci della Bisteccheria d’Italia. E dunque sull’ex sottosegretario Andrea Delmastro e su un pezzo rilevante di Fratelli d’Italia in Piemonte.
La Guardia di finanza ha acquisito, e lo farà ancora nei prossimi giorni, decine di documenti: le visure camerali che documentano i passaggi societari, certo. Ma anche i bonifici, estratti conto, fatture, contratti della Bisteccheria d’Italia.
L’obiettivo è verificare la versione fornita da Delmastro: non sapere che il padre della sua socia fosse il prestanome del clan Senese. Una versione che, agli atti, presenta più di una crepa. Se infatti venisse fuori la prova che Delmastro sapesse, anche lui e gli altri soci di Biella finirebbero nell’indagine aperta per riciclaggio e intestazione fittizia.
l nodo è la continuità. Tra le vecchie attività riconducibili a Mauro Caroccia e la nuova avventura della Bisteccheria d’Italia. «Il nome? Una lunga storia…», diceva lui stesso in un video promozionale. Una frase che oggi assume un peso diverso.
Gli elementi che spingono gli investigatori a guardare in questa direzione sono diversi. Il primo riguarda le frequentazioni: Delmastro, come documentano
fotografie pubblicate sui social, era cliente abituale dei locali del “Baffo”, poi sequestrati e confiscati per mafia.
Il secondo è di natura contabile: emergono movimenti societari che suggeriscono una continuità tra le esperienze precedenti e quella attuale. Il terzo è il più delicato: la consapevolezza.
Perché la fotografia iniziale della società racconta molto più delle versioni successive. Al momento della costituzione, la diciottenne Miriam Caroccia ottiene il 50 per cento delle quote e diventa amministratrice unica.
L’altro 50 per cento è distribuito tra esponenti di Fratelli d’Italia e figure a loro vicine: Delmastro con il 25 per cento, l’ex vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino con il 5, l’assessore di Biella Cristiano Franceschini con il 5, il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà con un altro 5 e l’imprenditrice Donatella Pelle: 10 per cento.
Una composizione che gli investigatori leggono non solo come un’operazione imprenditoriale, ma come una costruzione consapevole. C’è un dato che viene considerato difficilmente aggirabile: Mauro Caroccia non poteva comparire formalmente. E infatti non compare.
La scena è quella dello studio notarile di Biella: dentro i soci, fuori – emerge – il padre. Non è negli atti, ma è dentro la storia. Non firma, ma c’è. È su questo punto che l’indagine cambia passo. Perché se la titolarità formale è della giovane Miriam, resta da chiarire chi abbia realmente gestito l’operazione. Chi ha deciso, chi ha trattato, chi ha messo i soldi. E soprattutto: con quali risorse.
Anche la versione fornita dalla ragazza – che sostiene di non aver pagato nulla in contanti per l’acquisto delle quote – sarà oggetto di verifiche. Perché nei primi riscontri contabili emergono indicazioni diverse, che parlano di versamenti e passaggi difficili da ricostruire.
Il giro delle quote, già al centro di versioni contraddittorie, diventa così uno snodo chiave. Se i passaggi non sono chiari, se i pagamenti non sono tracciabili, il problema si sposta sulla provenienza del denaro e sulla reale struttura della società. E poi ci sono i flussi: incassi, sponsorizzazioni, spese. Chi pagava davvero? Chi sosteneva l’attività nella fase iniziale? Chi copriva i costi di un ristorante frequentato da politici e funzionari?
Sul fondo resta la stessa domanda che attraversa tutta la vicenda: chi controllava davvero la Bisteccheria d’Italia? Perché mentre all’esterno si moltiplicano le versioni – nessuno sapeva, nessuno conosceva, nessuno controllava – dentro le carte gli investigatori cercano una risposta più semplice.
Se quella società sia stata, fin dall’inizio, la prosecuzione di un modello già visto: quello dei ristoranti riconducibili a Caroccia, finiti sotto sequestro perché utilizzati per ripulire il denaro del clan Senese.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA FELICITÀ DI GIANNI LETTA, GASPARRI COSI’ NON POTRÀ PIÙ “SABOTARE” SIMONA AGNES… SI SALVA (PER ORA) DALL’EPURAZIONE IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA DI FORZA ITALIA, PAOLO BARELLI. E UN GRAZIE LO DEVE RIVOLGERE AL FIGLIOLO GIANPAOLO SPOSATO CON FLAMINIA TAJANI
Quante probabilità ha il senatore sfiduciato dalla Famiglia Berlusconi, Maurizio Gasparri, di
restare nella Commissione di Vigilanza Rai? Poche, pochissime, quasi zero. Una cosa però è certa: per la felicità di Gianni Letta, Gasparri non sarà più il “plenipotenziario” di Forza Tajani a Viale Mazzini e non potrà più “sabotare” la povera Simona Agnes, la cui fallita corsa alla presidenza della tivù di Stato rappresenta il più clamoroso flop dell’Eminenza Azzurrina.
Come è altrettanto certo che scompariranno dalle trasmissioni Rai le innumerevoli interviste dell’ex colonello An di Fini. Come non assisteremo più alle ospitate Rai di Fabrizio Corona in chiave anti Marina e Pier Silvio, che facevano tanto contento Gasparri, di cui ne paga il prezzo l’incauto Massimo Giletti, il cui contratto al 99% non verrà rinnovato dall’Ad Gianpaolo Rossi.
Invece, si è salvato dall’epurazione il capo gruppo alla Camera di Forza Italia, Paolo Barelli. Intanto, un grazie lo deve rivolgere al figliolo Gianpaolo coniugato con Flaminia Tajani, figlia del segretario ciociaro del partito fondato da Silvio Berlusconi.
Ma al di là dei rapporti familiari, azzerando Barelli voleva dire in sostanza sfiduciare Tajani. Ciò non toglie che il suo “licenziamento” è solo una questione di tempo: i deputati forzitalioti stanno verificando i numeri sufficiente per sfiduciarlo.
Invece, Tajani può dormire tranquillo: far fuori il numero uno del partito avrebbe avuto ripercussioni disastrose sul governo Meloni uscito malconcio dal referendum, ricoprendo il ruolo di vice-premier e di primo ‘’maggiordomo’’ della Ducetta (dove lo trova un altro ministro degli Esteri così servizievole?).
E’ altresì ovvio che il benservito da Arcore per il settantenne ex monarchico arriverà alle prossime politiche del 2027. “Scorza Italia” non perdona…
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ UN SOLO OBIETTIVO: VINCERE E LIBERARSI DEI SOVRANISTI, QUINDI E’ NECESSARIO INDICARE UN CANDIDATO PREMIER CHE SIA QUELLA/O CHE PORTA VOTI EXTRA, NON CHE FA PERDERE QUELLI PRESUNTI CERTI… LE PRIMARIE SERVONO AL MASSIMO PER VOTARE IL SEGRETARIO DI UN PARTITO, NON UN PREMIER, NON SIAMO PER IL CULTO DEL CAPO… SE NON RIUSCITE A DORMIRE SENZA PRIMARIE FATELE CON LO SCOPO DI INDICARE TRE NOMI CHE ASSUMERANNO INCARICHI O COME PREMIER O COME MINISTRI… SE POI VOLETE PERDERE CONTINUATE COSI’
Il sondaggio Izi, gli interventi di Conte, Schlein, Salis, Cacciari, Rosy Bindi e altri hanno riportato di attualità, alla luce della vittoria del No al referendum, il dibattito sulla leadership dell’area larga alle politiche previste nel 2027.
Partiamo nella nostra analisi da una semplice considerazione: a noi non interessa chi vincerebbe le primarie in base a sondaggi che cambiano ogni settimana ma CHI E’ IN GRADO DI BATTERE GIORGIA MELONI alle prossime politiche e liberarci da questa banda di incompetenti e traditori della Destra, una vergogna che resterà negli annali della Repubblica italiana.
Non ci interessa chi può vincere le primarie se poi viene sconfitto alle elezioni perché sono più i voti che fa perdere che quelli che porta.
Non ci interessano i sondaggi sulle primarie perché un conto è rispondere al telefono, altra cosa muovere il culo e andare a votare ai gazebo.
Le primarie hanno un senso solo per indicare un segretario di partito, limitando quindi agli elettori di area il potere di designare chi vogliono come guida.
E’ la strada che ha portato alla segreteria Elly Schlein contro ogni previsione (non la nostra, dato che la davamo vincente contro Bonaccini quando tutti davano per scontata la vittoria del presidente della regione Emilia-Romagna).
E’ la strada che ha portato (senza avversari) Giuseppe Conte alla presidenza del M5S (limitando peraltro il voto solo agli iscritti),
Le primarie di coalizione sono una cazzata, una prova di forza tra apparati che producono solo divisioni, polemiche e scazzo dell’elettore. Per non parlare di come i sovranisti ogni giorno cercheranno di speculare sulle differenze, montando casi ad arte.
Il candidato/a premier, se sarà necessario indicarlo/a (ad oggi non l’ha ordinato il medico) deve essere chi , in base a dieci istituti di ricerca, ha più possibilità di vincere. E va quindi monitorato ogni 15 giorni fino a tre mesi prima della data delle elezioni.
Se qualcuno non riesce proprio a prendere sonno senza le primarie, suggeriamo un antidoto: si facciano pure ed escano solo i primi tre nomi tra cui poi decideranno chi farà la/il premier e gli altri/e due i ministri. Una triade che accontenta così tutti, visto che raccoglierebbero insieme l’80% dei voti delle primarie.
Visto che in passato ci abbiamo visto giusto in tante occasioni, chi puo’ battere la Meloni?
Elly Schlein è una eccellente segretaria del Pd, ha il merito di aver compattato il partito, vinto in diverse regioni e aver creduto fino in fondo al Campo largo, contro tutti e tutto. Se la coalizione vincerà il merito sarà soprattutto suo. Ma come premier non ha l’appeal, ha recuperato certamente voti dei “delusi dalla sinistra” ma non porterebbe altri voti nuovi. Un consiglio: a tempo debito faccia un passo indietro e indichi un altro nome potenzialmente vincente. Ha l’intelligenza per farlo.
Giuseppe Conte ha stabilizzato il M5S intorno al 12%, ha creato in pratica un partito personale e sogna solo il ritorno a palazzo Chigi. Ha riposizionato il partito nel campo progressista perché non aveva alternative per raggiungere il suo obiettivo. Positivo nella gestione Covid e in parte anche nel prendere soldi europei con il PNRR e nel reddito di cittadinanza (ma i controlli andavano fatti a monte) ma nessuno può dimenticare le infamie perpetrate nel primo governo Conte con Salvini. Ben venga nel campo largo, ma con l’umiltà di chi si aggrega non con la presunzione di chi si sente investito dal Signore. Diciamolo chiaro: c’e’ chi non lo voterebbe premier perché personaggio ambiguo.
L’outsider Silvia Salis
A Genova guida una coalizione che va da Avs ad Azione, caso quasi unico in Italia, ha ereditato una situazione lasciata allo sfascio dai sovranisti e lo sta gestendo con grande capacità. Nei sondaggi raccoglie più consensi a sinistra di Elly Schlein. Noi che la seguiamo da vicino osserviamo che quando posta un intervento nazionale ha oltre 500.000 interazioni, una enormità per un volto nuovo della politica. Non lo diciamo da oggi: Silvia ha carisma, intelligenza, grinta, capacità, battuta pronta per vincere un confronto con Giorgia Meloni. Rappresenta non un cavallo di ritorno, ma una novità assoluta, capace di conquistare voti anche nell’area “moderata”. Parla di cose concrete con naturalezza, non è per nulla “costruita”, è proprio così, pragmatica, decisionista, affidabile. Mai visti a Genova migliaia di cittadini al suo comizio finale di campagna elettorale senza big nazionali. Se le danno il ruolo di candidata premier bastano tre mesi di apparizione sui media e li asfalta tutti.
Ultimo nome per la triade? Il procuratore capo Gratteri, una garanzia per un futuro ministro della Giustizia. Se il No ha vinto il referendum è anche merito suo, ci ha messo la faccia senza paura.
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
MANCA ANCORA PIU’ DI UN ANNO ALLE POLITICHE MA IL VERO SONDAGGIO E’ UN ALTRO: CHI E’ DAVVERO IN GRADO DI BATTERE GIORGIA MELONI? (IL RESTO SONO SOLO PERDITE DI TEMPO)
Il sondaggio esclusivo dell’Istituto Izi per Domani, effettuato all’indomani del voto
referendario, il 24 e il 25 marzo, dice che se si votasse oggi per le primarie del centrosinistra Conte vincerebbe contro ogni avversario
Primo con il 38 per cento in una competizione a quattro, con la sindaca di Genova
Silvia Salis al secondo posto con il 30,4, terza Schlein al 18,9, quarto il candidato di Avs Nicola Fratoianni o Angelo Bonelli 12,6%
Conte vincerebbe anche in una competizione a tre (seconda Salis, terza Schlein) e a due: con quasi il 60 per cento contro Schlein e contro Salis. In caso di duello Schlein-Salis, sarebbe invece la sindaca di Genova a prevalere sulla segretaria del Pd, con il 55 contro il 49.
Questo il punto di partenza, tra elettori che al 61,1 per cento ritengono che le primarie siano ancora uno strumento utile per scegliere il candidato premier.
Una percentuale alta, ma lontana dai quattro milioni e mezzo che nel 2005 votarono per le prime primarie di coalizione che nominarono
La fotografia che emerge dal sondaggio dell’istituto Izi, pubblicato dal quotidiano Domani, ha una qualità che raramente appartiene alle rilevazioni: non si limita, infatti, soltanto a misurare un orientamento, ma racconta una dinamica politica in atto. Dentro quei numeri, che indicano Giuseppe Conte come favorito alle eventuali primarie del centrosinistra, si legge infatti una tensione più profonda, che riguarda la natura stessa di questo campo politico e il modo in cui prova, faticosamente, a ridefinirsi dopo anni di dispersione. Il leader del Movimento 5 Stelle raccoglie la quota più consistente di preferenze tra gli elettori dell’area progressista interpellati: il 36,1% degli elettori. E quando il perimetro dei possibili candidati si restringe, il suo vantaggio cresce ancor di più, fino al 42,6%, come se la competizione, semplificandosi, rendesse ancora più evidente una disponibilità diffusa a riconoscerlo come punto di riferimento.
Il consenso si sposta nei sondaggi dopo il referendum: Conte favorito alle primarie
Attribuire questo risultato esclusivamente alla forza personale di Conte sarebbe però una lettura comoda, ma parziale. Più interessante è invece, osservare il movimento che lo rende possibile: una parte dell’elettorato di centrosinistra sembra oggi premiare chi appare più capace di intercettare un disagio sociale ancora irrisolto, più che chi incarna una linea politica già definita e strutturata. Conte, da questo punto di vista, si muove su un terreno che conosce bene, cioè quello della rappresentanza fluida, capace di parlare a segmenti diversi senza irrigidirsi in una collocazione troppo prevedibile. Il suo vantaggio nei sondaggi riflette insomma questa capacità di posizionarsi in uno spazio intermedio, dove la domanda politica è ancora in formazione e cerca figure che sappiano interpretarla prima ancora che organizzarla.
Il lavoro politico di Schlein (che non si misura solo nei numeri)
Ridurre però tutto quanto a una gara di consenso personale significherebbe perdere un passaggio decisivo. Il centrosinistra che oggi può persino permettersi di discutere di primarie non è lo stesso uscito dalle elezioni del 2022, quando la vittoria di Giorgia Meloni aveva lasciato dietro di sé un campo disarticolato, incapace persino di immaginarsi come alternativa. In questo senso, il ruolo di Elly Schlein sembra meno visibile nei sondaggi ma resta politicamente determinante. La ricostruzione di un perimetro, il tentativo di riaprire un dialogo tra forze che avevano smesso di parlarsi, la scelta di riportare il confronto su temi sociali concreti: sono tutti elementi che non producono immediatamente leadership, ma che rendono comunque possibile che una leadership venga discussa. Esiste, in altre parole, una distinzione tra chi crea le condizioni della competizione e chi, in quella competizione, risulta momentaneamente più competitivo. Ed è una distinzione che pesa più di quanto i numeri suggeriscano.
Tra i dati che più colpiscono nella rilevazione c’è poi la performance di Silvia Salis, che si colloca davanti alla stessa Schlein nelle preferenze espresse dagli intervistati. Un risultato che, al di là della sua immediata traducibilità politica, segnala qualcosa di più interessante, e cioè la disponibilità dell’elettorato a considerare anche figure percepite come meno interne alle dinamiche tradizionali dei partiti.
Primarie: soluzione o moltiplicatore di tensioni?
Ma l’elemento tutt’altro che secondario che il sondaggio racconta è, appunto, che una larga maggioranza degli intervistati considera ancora le primarie uno strumento utile per scegliere la leadership. Un dato che, letto superficialmente, sembra chiudere la discussione; letto politicamente, la apre. Perché le primarie non sono mai un semplice meccanismo procedurale, sono, se mai, una scelta di campo, che implica regole, modalità di partecipazione, equilibri tra partiti e società civile. Aperte o chiuse, a turno unico o con ballottaggio: ogni opzione produce effetti diversi e, soprattutto, riflette rapporti di forza che nessuno è disposto a ignorare. Ed è qui che il consenso teorico incontra la realtà politica. Accettare le primarie significa anche accettarne l’esito, e quindi ridefinire gerarchie e leadership in modo potenzialmente irreversibile. Una prospettiva che, nella storia recente del centrosinistra, non è mai stata del tutto priva di dolore
Il convitato di pietra: la legge elettorale
A complicare invece il quadro c’è la variabile più tecnica e, proprio per questo, più decisiva e cioè la legge elettorale. Con il sistema attuale, il leader del partito più forte della coalizione tende naturalmente a coincidere con il candidato alla guida del governo. Un meccanismo che, nei fatti, favorisce chi dispone già di una struttura organizzativa e di un peso elettorale consolidato, oggi, dunque, il Partito Democratico guidato da Schlein. Se invece la legge venisse modificata per rendere obbligatoria l’indicazione preventiva del candidato premier, le primarie assumerebbero un ruolo completamente diverso, diventando centrali per decidere chi guiderebbe la coalizione e in che modalità, aperte o chiuse, a uno o due turni.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL VOTO DEL PROSSIMO 12 APRILE, IL LEADER D’OPPOSIZIONE, PETER MAGYAR, NEI SONDAGGI E’ AVANTI DI OTTO- DIECI PUNTI PERCENTUALI (NONOSTANTE LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE SIA NASCOSTA DA MEDIA ASSERVITI A ORBAN)
Il ragazzo si sbraccia, «fermatevi, noi non siamo così». Il coro si smorza. Qualcuno capisce tardi, si sente un ultimo “fanculo Orbán”. Poi tutto tace. La folla che si è radunata sotto al palco ha obbedito. E obbedisce quando un paio di minuti dopo il ragazzo agguanta il microfono: «Appena arriva Peter, in alto i cellulari!». Il sole sta tramontando, sopra al palco la scritta “Ora o mai più” si illumina delle luci della piazza. Finalmente Peter Magyar sale sul palco: è accolto da un boato.
«Buonasera Kecskemét!», esordisce. Il buio viene squarciato all’unisono da una marea di telefonini accesi. Mentre Magyar balza sul proscenio a godersi gli applausi, dalla folla si leva un altro coro: “Arada Tisza”, “il fiume esonda”. Tisza è il nome del suo partito, ma in Ungheria il blu dei suoi manifesti non si è quasi mai visto sui giornali, in radio o in tv.
Al 90% i media tradizionali sono in mano a Viktor Orbán e i suoi oligarchi, e da anni ne hanno bandito l’opposizione. In questa piazza i cartelloni, i poster blu di questo piccolo miracolo sul Danubio sventolano invece ovunque, insieme alle bandiere ungheresi. E Magyar urla: «Siamo in tanti! Siete pronti?».
Markus Akos lo voterà. Ha 63 anni, è in pensione, è venuto al comizio con sua moglie: «Ho votato Orbán per tanto tempo. Ma ora sono deluso. Non è più un patriota. È corrotto ed è un servo di Putin», ci dice, sventolando una bandierina ungherese.
A un’ora e mezza da Budapest migliaia di persone come Akos sembrano accogliere un uomo della provvidenza, un politico che può cambiare tutto e mettere fine a sedici anni di regime autocratico. È ormai un culto quello intorno a Magyar il “traditore”, come lo considera il suo rivale, l’immarcescibile Orbán.
E la sua campagna elettorale, condotta lontana dai media tradizionali, esclusivamente nelle piazze e sui social, coreografata al millimetro come uno spettacolo di Broadway — sulle nostre teste ronzano ininterrottamente due droni che riprendono tutto per i live — è già una scommessa vinta. Welcome to the show.
Magyar ha percorso in due anni l’Ungheria in lungo e in largo, la sua agenda anche in queste settimane è da capogiro: dai 3 ai 5 comizi al giorno in vista delle elezioni del 12 aprile. Ha arringato le folle centinaia di volte, anche nei villaggi più minuscoli, ha sfidato Orbán sul suo terreno, l’Ungheria rurale, e forse può vincere.
Nei sondaggi è avanti di 8, 10 punti — e da mesi. Molto dipenderà dai pochi partiti che hanno deciso di non ritirarsi dalla corsa. Quasi tutta l’opposizione ha fatto invece il beau geste, ha rinunciato alla campagna perché potrebbe essere la più importante del decennio.
Magyar è l’espressione tipica dell’élite magiara. Per decenni lavora all’ombra di Orbán, come diplomatico e alto funzionario del suo partito, Fidesz. Finché non fiuta un’opportunità imperdibile, uno scandalo, l’ennesimo che lambisce l’autocrate: a febbraio del 2024 un pedofilo graziato dalla presidente della Repubblica, Katalin Novák, costringe alle dimissioni lei e la ministra della Giustizia, Judit Varga. Il marito di Varga è Peter Magyar.
E poco dopo concede un’intervista all’unica tv d’opposizione, Partizan, in cui denuncia la «doppia morale» e la «corruzione strutturale» del suo partito. È una bomba. Ed è il fischio d’inizio di un movimento che «nasce anzitutto sui social, su Facebook, nelle comunità di volontari, le cosiddette “Isole Tisza”, e poi contagia tutto il resto», ci racconta Veronica Kövesdi:
«Magyar ha un vantaggio competitivo enorme rispetto a tutti i leader dell’opposizione che hanno tentato di sfidare Orbán in 16 anni: lo conosce a fondo, ne conosce le strategie comunicative, il linguaggio. Ne ha adottato persino la stessa filosofia, quel “cambiamo il regime” con cui l’autocrate vinse le elezioni nel 2010. E sa che gli ungheresi sono polarizzati e hanno fame di carisma.
Da subito, infatti, gli ha strappato le parole d’ordine patriottiche e la bandiera ungherese». La differenza sostanziale, pur nei contenuti conservatori, è che il messaggio di Magyar «è positivo, costruttivo, non di odio come quello di Orbán». Ci sono altre differenze, ovviamente, altrimenti non avrebbe raggiunto la popolarità che ha conquistato in soli due anni
Magyar è più giovane — una tappa della campagna elettorale l’ha fatta in canoa, a rimarcare la differenza anche fisica con Orbán — ha promesso di liberare l’Ungheria dall’endemica corruzione, dall’asservimento palese a Vladimir Putin, di riportarla in Europa. Non senza qualche ambiguità.
Dal palco del comizio di Kecskemét, Magyar dedica all’Ue solo un breve passaggio: «Ci riprenderemo i soldi», i 18 miliardi congelati dalla Commissione Ue. Nelle sue duecento pagine di programma — anche questa è una differenza sostanziale con Fidesz — c’è scritto che Budapest adotterà l’euro e che ripristinerà un rapporto di fiducia con Bruxelles e la Nato. Ma sull’Ucraina, Tisza è contraria all’adesione velocizzata di Kiev alla Ue e le rifiuterà ogni sostegno militare.
Magyar è la nemesi di Orbán e ha risvegliato nel Paese una voglia di libertà che non si vedeva da tempo: «Per noi giovani è l’unica speranza» ammette Eric, 24 anni, venuto al comizio di Kecskemét con la rabbia di chi ha visto morire la sua città. «Il centro è vuoto tra le 21 e le 7 perché c’è una sorta di coprifuoco imposto dal sindaco di Fidesz per non disturbare il suo elettorato: famiglie con figli piccoli e vecchi. E noi non possiamo neanche berci una birra all’aperto».
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »