Destra di Popolo.net

“CAMPITIELLO? MEGLIO LA SORELLA…” , SCORRE FIELE NEL CENTRODESTRA DOPO L’UFFICIALIZZAZIONE DEL SOSTEGNO DI FRATELLI D’ITALIA ALLA CANDIDATURA A SINDACO DI PAGANI, IN PROVINCIA DI SALERNO, DI NICOLA CAMPITIELLO, COGNATO DEL VICEMINISTRO DEGLI ESTERI, EDMONDO CIRIELLI

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

L’ENDORSEMENT NON SAREBBE ANDATO GIÙ A FULVIO MARTUSCIELLO, COORDINATORE REGIONALE DI FORZA ITALIA IN CAMPANIA, CHE HA ACCOLTO LA NOTIZIA CON UN COMMENTO CHE HA TIRATO IN BALLO LA SORELLA DI CAMPITIELLO, MARIA ROSARIA, CONOSCIUTA COME MARA, MOGLIE DI CIRIELLI – IL VICEMINISTRO ROSICA: “MARTUSCIELLO COMMENTA SQUALLIDAMENTE COSÌ LA CANDIDATURA A SINDACO DI MIO COGNATO NICOLA. AL PEGGIO NON C’È MAI FINE”

Acque agitate nel centrodestra campano tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’occasione è l’ufficializzazione del sostegno di Fdi alla candidatura a sindaco di Pagani, in provincia di Salerno, del medico chirurgo Nicola Campitiello, già consigliere comunale a palazzo San Carlo e cognato del viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli.
L’endorsement non sarebbe andato giù a Fulvio Martusciello, coordinatore regionale azzurro in Campania, che ha accolto la notizia con un commento che vari utenti considerano a sfondo sessista, tirando in ballo la sorella di Campitiello, Maria Rosaria, da tutti conosciuta come Mara, attuale moglie di Cirielli (”Campitiello? Meglio la sorella”).
A denunciare il fatto il viceministro degli Esteri e deputato meloniano in un post sul suo profilo Facebook: ”L’europarlamentare Fulvio Martusciello commenta squallidamente così la candidatura a sindaco di mio cognato Nicola Campitiello. Veramente al peggio non c’è mai fine. Mi meraviglia Forza Italia che oggi è rappresentata in maniera così povera…”.
A corredo di questo post Cirielli ha pubblicato, sempre sul suo profilo Fb, la frase ‘incriminata’ di Martusciello con l’intenzione di denunciare l’imbarbarimento del confronto politico. L’eurodeputato di Fi, riferiscono fonti parlamentari del centrodestra, avrebbe postato questa frase a commento della notizia della candidatura di Campitiello pubblicata da una testata on line. Interpellato dall’Adnkronos, Martusciello esclude battute offensive e precisa che considera migliore la sorella di Campitiello dal punto di vista politico: ”Mara è un fenomeno,
è bravissima. Se avessero proposto lei, non ci sarebbe stata storia. Il fratello Nicola, invece, stava prima con Forza Italia e poi è andato via. Tutto qui”.
(da agenzie)

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“DAREI TRE ANNI DI CARCERE AI GENITORI DELLA FAMIGLIA DEL BOSCO”. VINCENZO DE LUCA SI SCAGLIA CONTRO CATHERINE BIRMINGHAM E NATHAN TREVALLION, LA COPPIA CHE VIVEVA ISOLATA NEI BOSCHI ABRUZZESI CON I TRE FIGLI A CUI È STATA SOSPESA LA PODESTÀ GENITORIALE

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

“MA QUALCUNO SI RICORDA CHE QUEI DUE SCIAGURATI NON AVEVANO VACCINATO I TRE BAMBINI? CHE NON LI MANDAVANO A SCUOLA, CHE NON GLI FACEVANO FARE LA VISITA PEDIATRICA, CHE VENIVANO LAVATI UNA VOLTA ALLA SETTIMANA, CHE VIVEVANO COME ANIMALI IN UN TUGURIO NEL QUALE NON C’ERA CORRENTE ELETTRICA E L’ACQUA CALDA, O NO?”… “QUEI DUE CHE PENSAVANO DI FARE LA VITA BUCOLICA ROVINANDO TRE RAGAZZINI”

Le parole sono dure e senza sfumature, in perfetto stile Vincenzo De Luca. L’ex presidente della Regione Campania, oggi candidato a sindaco di Salerno, è
intervenuto sulla vicenda della coppia che viveva isolata nei boschi abruzzesi con i tre figli, scegliendo un modello di vita completamente distante dai servizi essenziali e dall’istruzione tradizionale.
«La famiglia nel bosco? Io sono fra quelli che darebbe tre anni di carcere al padre e alla madre di quei bambini». La situazione, emersa all’attenzione delle autorità, ha portato all’intervento della procura, che ha disposto l’allontanamento dei minori e il loro inserimento in una struttura protetta.
De Luca, però, contesta apertamente le letture più indulgenti della vicenda e richiama alcuni aspetti che ritiene centrali.
«Ma qualcuno – commenta De Luca – si ricorda che quei due sciagurati non avevano vaccinato i tre bambini? Che non li mandavano a scuola, che non gli facevano fare la visita pediatrica, che venivano lavati una volta alla settimana, che vivevano come animali in un tugurio nel quale non c’era corrente elettrica e l’acqua calda, o no?».
Nel suo intervento, De Luca riconosce le conseguenze della decisione presa dalle autorità sui minori, ma ne attribuisce la responsabilità ai genitori. «È chiaro – chiude De Luca, riferendosi ai bimbi tolti ai genitori – che è un trauma per tre bambini, ma i responsabili sono quei due che pensavano di fare la vita bucolica rovinando tre ragazzini che sono stati costretti in paese non vaccinati»
(da Leggo)

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GIUSEPPE TANGO NUOVO PRESIDENTE DELL’ANM PER ACCLAMAZIONE

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

COME IL PREDECESSORE PARODI, E’ DELLA CORRENTE DI “MAGISTRATURA INDIPENDENTE” DI CENTRODESTRA… AVVISATE I DEMENTI CHE CONTINUANO A DIRE CHE I MAGISTRATI SONO DI SINISTRA

Tango, 43 anni, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, è stato il magistrato il più votato alle ultime elezioni per il nuovo comitato direttivo dell’Anm, nel gennaio 2025. Ha fatto parte della Giunta esecutiva centrale guidata da Cesare Parodi, che appartiene alla sua stessa corrente, e di cui, oggi, diventa il successore.
In passato è stato presidente della Giunta sezionale dell’Anm di Palermo.
Dopo l’elezione per acclamazione si è proceduto anche con quella formale come previsto da statuto e Tango è stato eletto con 31 voti e un astenuto. Prima dell’applauso che lo ha ‘incoronato’ alla guida dell’Anm Tango, era stato Parodi a indicarlo a nome del gruppo di Magistratura Indipendente: “Non è mistero che sono legato a una salda amicizia con Antonio D’Amato, persona che avremmo voluto presentare: ho cercato in tutti i modi di convincerlo, ma non ritiene doversi presentare. Mi è un gruppo fortemente democratico e non possiamo che fare nostra l’indicazione degli elettori, dei colleghi che a livello nazionale hanno espresso 700 preferenze per Giuseppe Tango”.
“Questo è il tempo di gioire per un traguardo a tratti sperato” ma “ da domani tutti al lavoro, insieme ad altri attori della giurisdizione, per proporre soluzioni che possano davvero migliorare la giustizia e quei problemi di cui tutti noi siamo ben consapevoli: la nostra azione sara’ rivolta sempre a beneficio dei cittadini”, ha detto Giuseppe Tango, appena eletto alla guida dell’Anm. “Credo di essere il primo palermitano a essere presidente di Anm e questo mi inorgoglisce oltremodo – ha continuato – ma sento ancora di più la responsabilità di rappresentare quella magistratura che da sempre ha saputo costruire un rapporto di forte fiducia con la società civile finanche nei momenti più drammatici della nostra storia: di questa fiducia, ora più che mai, tutti, dobbiamo dimostrare di essere all’altezza”.

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LA CRISI DELLA MAGGIORANZA SI SPOSTA IN SICILIA. DOPO DELMASTRO, BARTOLOZZI E SANTANCHÉ, GIORGIA MELONI POTREBBE CHIEDERE LA TESTA DEL PRESIDENTE DELL’ARS, GAETANO GALVAGNO (VICINO A IGNAZIO LA RUSSA), E DELL’ASSESSORA AL TURISMO, ELVIRA AMATA

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

SCOSSONI ANCHE IN FORZA ITALIA: NEL MIRINO E’ FINITO IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO, MARCELLO CARUSO, VICINO AL PRESIDENTE DELLA REGIONE, RENATO SCHIFANI

Dopo Delmastro, Bartolozzi e Santanché sul tavolo della premier, Giorgia Meloni, c’è già il dossier Sicilia con i nomi del presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, e dell’assessora al Turismo, Elvira Amata. Mentre lo tsunami della sconfitta al referendum travolge anche Forza Italia con una nuova richiesta di rinnovamento partita direttamente da Marina Berlusconi che dopo avere travolto Maurizio Gasparri sembra puntare anche verso l’Isola
In Fratelli d’Italia, dopo giorni di silenzio, torna a parlare il commissario del partito in Sicilia, Luca Sbardella: «Sulle questioni giudiziarie in Sicilia applicheremo lo stesso criterio che ci verrà indicato dal partito nazionale». Ma poi esclude decisioni immediate: «Chiaro che la stretta decisa a Roma arriverà anche qui ma al momento Amata, anche se pare difficile, potrebbe essere assolta e Galvagno attende il giudizio immediato, credo che si aspetterà». Poi aggiunge una postilla: «Sempre che da Roma non arrivino indicazioni diverse».
Indicazioni che, malgrado la prudenza di Sbardella, sembrano imminenti perché a chi le sta accanto non è passata inosservata la crescente irritazione di Meloni sui casi di Amata e Galvagno che il leader Cinque Stelle, Giuseppe Conte, gli aveva rinfacciato direttamente in aula. Così, dopo il braccio di ferro con la ministra Santanché, Giorgia Meloni ha preso direttamente in mano i fascicoli più caldi, anche quelli che gli stessi probiviri del partito avevano messo in congelatore, Amata e Galvagno compresi.
La richiesta di fare un passo indietro potrebbe arrivare dalla premier fra pochi giorni e metterebbe anche alla prova la poltrona di commissario dello stesso Sbardella che dovrà superare la storica vicinanza con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e mettere in pratica la stretta meloniana senza tentennamenti.
A Roma, però, non sembra solo Meloni a guardare verso la Sicilia. Dopo la sfiducia dei senatori di Forza Italia che ha portato Gasparri alle dimissioni, anche fra gli azzurri si apre un dossier Sicilia portato avanti dagli avversari del presidente della Regione, Renato Schifani, e del segretario regionale, Marcello Caruso.
Dopo l’intervista a Repubblica dove chiedeva ancora una volta il passo indietro di Caruso, l’eurodeputato Marco Falcone ha incontrato il governatore «per un confronto approfondito su un cambio di passo nella gestione di Forza Italia in Sicilia». Ma più che un dialogo sembra sia stato un muro contro muro
Schifani, infatti, tira dritto tanto che sarà a Mussomeli per l’assemblea di FI organizzata da Salvatore Cardinale e dove sarà confermata la fiducia a Caruso. Per gli avversari di Schifani, una mossa che ha lasciato perplesso lo stesso Antonio Tajani e che potrebbe portare in breve tempo a un commissariamento del partito in Sicilia.La battaglia è all’inizio e il governatore gode sempre di un asse diretto con Tajani e Meloni mentre la coalizione cerca di ritrovare, almeno all’esterno, la sua compattezza.

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“SONO IN TANTI GLI INADEGUATI AL GOVERNO, ANCHE NEL CERCHIO PIÙ RISTRETTO DELLA MELONI, E LO VEDIAMO OGNI GIORNO”: MARCELLO VENEZIANI, DA DESTRA, FA UN’ANALISI DELLA SCONFITTA DELLA DUCETTA AL REFERENDUM CHE SA DI SASSOLONE TOLTO DALLA SCARPA

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

“CHI, COME NOI, AVEVA ESPRESSO ‘DA DESTRA’ CRITICHE RAGIONATE AL GOVERNO MELONI NON AVEVA TORTO. SE LE AVESSERO PRESE IN CONSIDERAZIONE ANZICHÉ SENTIRSI TRADITI E PUGNALATI, SAREBBE STATO PIÙ UTILE PER LORO. APRITE LA MENTE E GLI SCENARI, CHIUDETE LE SEZIONI IN CUI SIETE ANCORA BARRICATI”

Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del No, che era poi non solo il No alla riforma ma soprattutto il No al governo Meloni. […] Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti : resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne
A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. per noi italiani vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.
La politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’alleato e l’impotenza dell’Unione europe
Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un No alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i pro Pal o gli antifa.
Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al Paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e
riforma, mobilitare il Paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura?
Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei «valori», della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione
Quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori.
Questo è un Paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente
Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? […] Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.
Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.
Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. […] chi, come noi, aveva espresso «da destra» critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano «il gioco della sinistra» per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati
Marcello Veneziani
per “la Verità”

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COSI’ E’ PARTITO ED E’ STATO PIANIFICATO L’ASSALTO ALLA DEMOCRAZIA E AL PENSIERO CRITICO

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI COLPIRE IL PENSIERO, PRIVILEGIARE LA MEDIOCRITA’ E UMILIARE IL MERITO

Era il 2008 quando il saggista americano Chris Anderson, in quel momento direttore della più importante rivista di tecnologia al mondo (Wired), scrisse un articolo profetico fin dal titolo: The end of theory (la fine della teoria).
In anticipo su quello che sarebbe poi accaduto, Anderson vaticinava la fine del metodo scientifico che aveva fin lì innervato l’Occidente.
Il metodo scientifico era quello che considerava insufficiente la correlazione dei dati (per esempio comparare due avvenimenti contemporanei), in assenza di un metodo razionale sottostante con cui dimostrare anche la causalità fra quei due avvenimenti. Esempio: se la destra torna preponderante a livello globale e la democrazia cede il passo, con molti cittadini sfiduciati rispetto all’utilità del voto, non significa che per la medesima destra sarà agevole dare un colpo di grazia alla democrazia, che so, ponendo il potere giudiziario sotto lo scacco della politica. Giorgia Meloni se n’è accorta in maniera traumatica.
Insomma, mettere insieme dei dati senza avere alla base un metodo ermeneutico con cui analizzarli significa produrre solamente rumore. Ebbene, secondo Anderson proprio la Rete, grazie alla sua mole incredibile di dati, avrebbe reso obsoleto tale metodo scientifico con cui individuare cause ed effetti. “Ora c’è un modo migliore – scriveva il guru delle tecnologie – perché i petabyte ci permettono di dire che la correlazione è sufficiente. Possiamo smettere di cercare modelli ermeneutici, cioè possiamo analizzare i dati senza ipotesi su ciò che potrebbero mostrare. È sufficiente gettare questa enorme mole di dati nei più grandi cluster informatici che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi statistici trovino modelli al posto della scienza che impiegherebbe chissà quanto tempo e risorse”.
Se ci si riflette con attenzione, Anderson stava affermando che ad essere obsoleto, insieme al tradizionale metodo scientifico, era anche il pensiero umano, la cui capacità di ragionare sulle cause e gli effetti nonché costruire modelli ermeneutici per intendere il reale poteva essere sostituito in maniera molto più efficace dall’opulenza informativa del web, che in connessione con il metodo computativo degli algoritmi avrebbe prodotto risultati più veloci e infallibili.
Spostiamo lo scenario, solo cronologicamente, perché siamo sempre negli Usa ma nel 1975, quando venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava Crisi della democrazia (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori di “sinistra” (Herbert Marcuse su tutti) e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.
Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 quando si iniziò a misurarlo, ha fatto registrare un calo dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).
La tecnologia a supporto delle disabilità umane è sempre stata benvenuta (si pensi agli occhiali per chi vede male), ma oggi assistiamo a un salto inquietante: una
tecnologia come ChatGpt parte dal presupposto che siamo tutti disabili a livello cognitivo, essendo congegnata per pensare al posto nostro comparando miliardi di dati, scrivere, svolgere ricerche, comporre opere d’arte etc.
L’assenza di studio, pensiero e parola elevati (i greci antichi riassumevano con un solo termine: lógos) conduce alla mediocrità, e questa è il vero male della democrazia. In Italia ne sappiamo più di qualcosa. Non soltanto l’opinione pubblica, ma anche i politici, i docenti, gli intellettuali, gli autori televisivi: si tratta di colpire il pensiero, privilegiare la mediocrità e umiliare il merito. Informati su tutto senza conoscere nulla, così ci vogliono. L’assalto alla democrazia è cominciato almeno trent’anni fa. Ed è stato pianificato.
(da Il ftto Quotidiano)

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L’ASSURDO CONTROLLO DI POLIZIA ALL’EUROPARLAMENTARE ILARIA SALIS, NON ESISTE CHE UN PAESE TERZO CHIEDA UN INTERVENTO NEI CONFRONTI DI UNA PARLAMENTARE. SE L’ITALIA LO CHIEDESSE SU UN DEPUTATO TEDESCO LA GERMANIA CI MANDERREBBE A FARE IN CULO

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

LE REAZIONI DELLE OPPOSIZIONI: “VICENDA GRAVE A POCHE ORE DALLA MANIFESTAZIONE DI OGGI”

Sarebbe partito da una segnalazione della Germania il controllo all’eurodeputata Ilaria Salis in un albergo della Capitale. L’alert è scattato nell’ambito del sistema di segnalazioni Schengen. «Questa mattina Ilaria Salis, nostra eurodeputata, ha denunciato di essere stata svegliata da due agenti di polizia che si sono presentati nella sua camera d’albergo a Roma per effettuare un ‘controllo preventivo‘. Nonostante lei si sia qualificata subito gli agenti hanno atteso quasi un’ora prima di andare via. Si tratta di una vicenda di una gravità inaudita, ancora peggiore perché avvenuta a poche ore dalla grande manifestazione di oggi pomeriggio».
Lo affermano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs, in una nota. «È inaccettabile che in Italia – proseguono i leader rossoverdi – una parlamentare sia sottoposta a controlli preventivi. Il governo Meloni ha deciso di sottoporre a controlli i parlamentari di opposizione? Non siamo ancora diventati l’Ungheria di
Orban e non intendiamo diventarlo. Su questa vicenda pretendiamo parole di chiarezza dal Ministro Piantedosi».
La richiesta dal paese terzo
Perché una europarlamentare è stata controllata nel suo albergo a Roma? La risposta da parte della Questura della Capitale parla di richiesta da parte di paesi terzi. «L’attività origina, quale atto dovuto, da una segnalazione proveniente da un paese terzo del panorama europeo, che non consente margine di discrezionalità negli adempimenti richiesti alle autorità italiane», spiegano in una nota.
La polizia non ha detto da quale paese è partita la segnalazione, che ora sarebbe stata avviata da Berlino. Fonti informate hanno detto all’Ansa, nel corso della mattinata, che non si trattava dell’Ungheria. Nel paese di Viktor Orbán Salis è stata detenuta con accuse di aggressione a neonazisti, rischiando fino a 11 anni di carcere. Nel 2023 la trentanovenne apparve in tribunale in manette e catene, con segnalazioni di condizioni carcerarie difficili. Una vicenda che poi si sospese con la sua elezione al Parlamento europeo, con il suo ritorno a Monza, dopo aver trascorso 16 mesi tra il carcere e i domiciliari a Budapest.
La ricostruzione della questura che parla invece di un controllo di routine dopo che era scattato l’allarme «web alloggiati» sull’ospite della struttura ricettiva per motivi tuttora da accertare e comunque per un provvedimento segnalato dall’estero. A questo punto i poliziotti sono intervenuti, come atto dovuto, trattenendosi 15 minuti circa nell’hotel per l’identificazione dell’euro parlamentare. Un’azione che sempre secondo la questura non avrebbe niente a che vedere con il corteo di sabato né con il decreto sicurezza.
Salis: «L’Italia è oramai un regime»
«L’Italia è ormai un regime», ha poi dichiarato sui social l’eurodeputata, aggiungendo l’emoticon della faccina che vomita. «Questa mattina la Polizia si è presentata all’alba nella mia stanza d’albergo a Roma per un controllo preventivo durato oltre un’ora in vista della manifestazione di oggi. A quanto pare – aggiunge -, effetto del Decreto Sicurezza. Rendiamoci conto a che punto siamo arrivati con il Governo Meloni al potere… Viviamo in uno Stato di polizia. Ma non dobbiamo lasciarci intimidire. Manifestare è un diritto e lo dobbiamo difendere con tutte le nostre forze. Ci vediamo alle 14 in Piazza della Repubblica! #NoKings».
Dura la reazione anche del capogruppo di AVS in Commissione Affari costituzionali alla Camera, Filiberto Zaratti, che ha chiesto che il ministro Piantedosi riferisca in Parlamento, parlando di un episodio “inaccettabile” e richiamando esplicitamente l’Articolo 68 della Costituzione italiana: una norma che tutela i parlamentari (nazionali ed europei) da interferenze come perquisizioni e controlli senza autorizzazione della Camera di appartenenza. La domanda politica, posta apertamente, è chi abbia autorizzato un intervento di questo tipo. Sulla stessa linea Elisabetta Piccolotti, che definisce quanto accaduto “assurdo e grave” e parla di una possibile violazione delle prerogative parlamentari, chiedendo al Viminale di chiarire immediatamente la catena di comando e di garantire una gestione democratica dell’ordine pubblico alla vigilia della manifestazione. Ancora più dura la posizione di Giovanni Barbera, della Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, che parla di “segnale inquietante” e di un clima di repressione politica, arrivando a evocare pratiche di “dossieraggio” e “sorveglianza speciale” nei confronti di una rappresentante istituzionale. Anche in questo caso, la richiesta è netta: chiarire chi ha disposto il controllo e su quali basi giuridiche.
(da agenzie)

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“L’ITALIA ORMAI E’ UN REGIME”: LA PERQUISIZIONE IN HOTEL A ROMA DI ILARIA SALIS, I SOVRANISTI HANNO PERSO NON SOLO IL REFERENDUM, MA ANCHE LA TESTA

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

“TENUTA PER UN’UORA NELLA STANZA DELL’HOTEL ALLE 7.30 DI MATTINA. MI HANNO CHIESTO SE ANDAVO AL CORTEO E SE AVEVO STRUMENTI ATTI A OFFENDERE. ALLA FINE NON HANNO NEANCHE FATTO IL VERBALE”… VIOLATE LE REGOLE CHE TUTELANO UN PARLAMENTARE EUROPEO: OGNI ATTO RICHIEDE L’AUTORIZZAZIONE DEL PARLAMENTO UE

«Sono arrivati alle 7,30 in hotel, hanno bussato direttamente alla porta della camera e sono rimasti oltre un’ora. Mi hanno chiesto se avevo intenzione di andare alla manifestazione e se avevo con me oggetti per offendere».
È provata ma anche sconcertata Ilaria Salis per quanto accaduto oggi, sabato 28 marzo, giorno di manifestazione prevista a Roma. Perché si tratta di una deputata del Parlamento europeo e perché il controllo di polizia scattato all’alba «era evidentemente collegato al corteo».
«Sono arrivata a Roma giovedì – spiega Salis – e ho svolto alcune attività per il mio ruolo di parlamentare europeo. Non era un mistero che fossi nella Capitale. Però fino a oggi non era accaduto nulla. E invece questa mattina alle 7,30 hanno bussato alla porta della mia stanza e quando ho aperto mi sono trovata davanti i poliziotti. Mi hanno detto che erano arrivati per semplici accertamenti».
Salis chiarisce che non c’è stata – come solitamente avviene in questi casi – una telefonata preventiva da parte della reception dell’hotel. E poi continua: «Appena li ho visti ho spiegato che sono una parlamentare ma loro mi hanno cominciato a fare domande dirette sul corteo. “Ha intenzione di partecipare?” “Custodisce oggetti particolari?”. Ho ribadito di essere una parlamentare ma sono andati avanti e sono rimasti nella mia stanza per circa un’ora».
Alla fine, nonostante la richiesta di Salis, «hanno deciso di non compilare alcun verbale. Sono andati via come nulla fosse ma era evidente che erano arrivati perché oggi a Roma c’è il corteo».
Le accuse, la detenzione, l’elezione: la storia di Ilaria Sali
Ilaria Salis – all’epoca una insegnante 39enne, da sempre impegnata in movimenti antifascisti -venne arrestata l’11 febbraio 2023 con l’accusa di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista.
I due neonazisti riportarono ferite lievi; Salis venne fermata in un taxi, assieme con due «antifa» tedeschi, ore dopo l’aggressione, a cui ha sempre sostenuto di essere del tutto estranea.
Inizialmente fu accusata di aver preso parte a quattro aggressioni; per due di queste la contestazione cadde, visto che all’epoca dei fatti non era ancora arrivata in Ungheria. Quando venne fermata, Salis fu trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha raccontato poi suo padre). Tenuta per mesi in carcere in Ungheria, in condizioni degradanti, Salis venne poi eletta con Alleanza Verdi e Sinistra al Parlamento europeo: per questo gode dell’immunità riservata agli eurodeputati, e per questo è stata liberata nel giugno del 2024, dopo un anno, quattro mesi e tre giorni di detenzione.
Nell’ottobre del 2025, la plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo votò per la conferma dell’immunità a Salis, con un solo voto di scarto. Su Instagram Salis postò una foto di sé in piedi in Aula con il pugno alzato e la caption: «Siamo tutti antifascisti!». E parlando fuori dall’Aula disse che «è una vittoria dell’antifascismo, dell’Europa antifascista».
In una nota rimarcò poi come quello fosse «un voto per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo. Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte». Avvertendo però: «La lotta è tutt’altro che finita. Le minacce permangono e continuare a lottare è essenziale. Tutti gli attivisti antifascisti presi di mira per aver sfidato l’autoritarismo e le forze fasciste devono essere difesi».
In che cosa consiste l’immunità parlamentare
Come spiega il Parlamento europeo qui, l’immunità parlamentare «non è un privilegio personale dei deputati, ma una garanzia che un deputato al Parlamento europeo possa esercitare liberamente il suo mandato senza essere esposto a una persecuzione politica arbitraria», e prevede che i membri del Parlamento europeo
«non possano essere ricercati, detenuti o perseguiti per le proprie opinioni o per i voti espressi nella loro veste di deputati al Parlamento europeo».
L’immunità degli europarlamentari è duplice e consiste anzitutto «in una immunità analoga a quella concessa ai membri del parlamento nazionale, nel territorio dello Stato membro di origine; e nell’esenzione da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario, nel territorio di ogni altro Stato membro».
L’immunità non può comunque essere invocata «nel caso di flagrante delitto».
(da il Corriere della Sera)

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“CON IL NO AL REFERENDUM ABBIAMO DATO SCACCO ALLA REGINA ORA TOCCA AI RE”: OGGI, A ROMA, MIGLIAIA DI PERSONE SCENDERANNO IN PIAZZA PER PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE “NO KINGS”, MOVIMENTO NATO IN AMERICA PER PROTESTARE CONTRO LE DERIVE AUTORITARIE DI TRUMP CHE SI È ALLARGATO A MACCHIA D’OLIO IN TUTTO IL MONDO

Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile

“SARÀ UNA GRANDE FESTA POPOLARE CONTRO I RE E LE LORO GUERRE, E CONTRO LA TORSIONE AUTORITARIA DEI GOVERNI” – IN AMERICA SONO IN PROGRAMMA OLTRE 3.100 MANIFESTAZIONI IN TUTTO IL PAESE

Sono 3.100 le manifestazione ‘No Kings’ in programma nella giornata di oggi negli Stati Uniti. Gli organizzatori prevedono un’affluenza record per quella che si stima essere la maggiore manifestazione della storia americana. La bandiera ‘No Kings’ è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la deriva autoritaria dell’amministrazione Trump alle proteste contro l’Ice passando per quelle contro la guerra in Iran.
La doppia mobilitazione «contro i re e le loro guerre», contro la «torsione autoritaria dei governi» si è trasformata in qualcosa d’altro: la prima grande prova
di piazza anti-Meloni dopo il largo No al referendum di una «maggioranza sociale» che ha trovato convergenze in un «movimento plurale».
Un collaudo tutto romano di due giorni — ieri con il concertone gratuito alla Città dell’altra economia, oggi alle 14 in corteo da piazza della Repubblica a San Giovanni — nel quale i No Kings promettono di portare in strada «centinaia di migliaia di persone con pullman e treni in arrivo da tutta Italia, facciamo fatica pure a contarli», raccontano i portavoce. Ben più delle 15mila persone attese, dunque.
Oltre 700 sono le sigle che hanno aderito: dalla Fiom Cgil al mondo dell’associazionismo laico e religioso, dai movimenti per la Palestina alle donne iraniane, dai giovani per il clima alle transfemministe, dagli studenti ai centri sociali, fino agli anarchici. Ci saranno pure 150 cori polifonici, pronti a cantare. «Bloccheremo Roma con i nostri corpi», annunciano.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha lanciato alla Camera un appello preventivo: «Le forze politiche prendano le distanze da chi volesse portare in piazza azioni violente». I No Kings replicano: «Consigliamo al ministro di cambiare linguaggio. Non accettiamo strumentalizzazioni su infiltrazioni. In piazza ci sarà la maggioranza che ha sfiduciato Meloni».
Il timore è che al termine della manifestazione frange minoritarie possano impadronirsi dei disordini di piazza. Luca Blasi, assessore alla Cultura del III municipio, volto noto dei centri sociali e oggi portavoce dei No Kings, risponde: «C’è chi parla di terrorismo per una foto bruciata… Noi saremo radicali nei contenuti, ma chi viene per portare in piazza pratiche non condivise, che non appartengono alle nostre intenzioni dichiarate, non fa parte di questo movimento»
Una realtà fluida e composita che chiede «le dimissioni del governo, ma anche di Trump, di Putin, di Netanyahu e del regime iraniano», che si immagina come «alternativa reale fatta di saperi dal basso», che ha l’intenzione di «crescere ancora»: «Con il no al referendum abbiamo dato scacco alla Regina — dice Raffaella Bolini di Arci — ora tocca ai Re». Ovvero ai governi. Ma il movimento ne ha pure per le opposizioni: «Basta parlare solo di leadership, a noi interessano i programmi, bisogna investire su istruzione e sanità anziché sulle armi»
Non sarà sola Roma nella protesta, unita idealmente in corteo a Parigi, Londra, Cuba, New York. Lì Al Pacino e Bruce Springsteen, a Roma Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Willie Peyote, Ascanio Celestini e altri 50 tra musicisti e attori
che si sono esibiti non solo per pubblicizzare il corteo, ma come «atto politico del mondo della cultura», hanno spiegato gli artisti.
(da agenzie)

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