Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
UN VIA VAI DI AFFARI PRIVATI CHE INCROCIANO IL RUOLO DI MINISTRI, SOTTOSEGRETARI E PARLAMENTARI
Un via vai di affari privati che incrociano il ruolo di ministri, sottosegretari o parlamentari. La vicenda dell’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, è solo la più rumorosa, a braccetto con la storia di Daniela Santanchè. Ma l’impasto di interessi personali e ruolo istituzionale è una consuetudine diffusa nella destra italiana. Intrecci che spesso sfociano in palesi conflitti di interessi. Del resto non esiste ancora una legge seria che regoli la materia, che a differenza di altri paesi è considerata una questione marginale. In Germania, Francia, Inghilterra, le dimissioni arrivano per molto meno senza dover aspettare un “caso Bisteccheria” alla Delmastro, che nel pieno del suo mandato ha pensato bene di investire assieme alla figlia di un prestanome dei clan romani.
C’è un caso molto recente di attività e ruoli che si intrecciano, la vicenda riguarda, come è in grado di rivelare Domani, Luigi Sbarra, sottosegretario al Sud ed ex segretario Cisl, che non ha mai reciso il cordone con il sindacato. Con tutti i benefici del caso per l’organizzazione sindacale, oggi guidata da Daniela Fumarola, e le rispettive emanazioni. Palazzo Chigi, a metà marzo, ha concesso un affidamento diretto, da 90mila euro, alla Fondazione Ezio Tarantelli, che di fatto è il centro studi della Cisl. Fondazione in cui Sbarra risulta tuttora componente del comitato di gestione. Un cortocircuito. Gli uffici del sottosegretario fanno capo alla presidenza del Consiglio e lo stanziamento è stato ufficialmente messo a disposizione dal dipartimento della Coesione, guidato dal meloniano Tommaso Foti, altra struttura di Palazzo Chigi. E ancora: l’affidamento di 90mila euro ha durata di un anno e riguarda «la realizzazione di prodotti tecnico-scientifici relativi all’attuazione di attività concernenti al piano nazionale della famiglia». Un progetto affine alle politiche sulla famiglia, delegate alla ministra Eugenia Roccella. Il sottosegretario dichiara di non sapere nulla di questo affidamento. «Al momento della nomina a sottosegretario, avvenuta in data 12 giugno 2025, Sbarra ha rassegnato le dimissioni da tutti gli organismi collegiali e da qualsiasi ente, associazione, fondazione sindacale e non», fa sapere l’ufficio stampa. Non solo: «I funzionari della fondazione ci hanno confermato di avere chiesto l’aggiornamento delle scritture e di avere effettuato da poco un sollecito in tal senso. Il dato inveritiero deriva da tale intempestività». Insomma il sottosegretario ha lasciato, ma la Camera di commercio dice altro. In attesa di aggiornamento.
Dal cibo alla salute
Una delle passioni della destra degli affari è poi la ristorazione. Per una tagliata al sangue bastava rivolgersi – fino a qualche settimana fa – a Delmastro, alla sua Bisteccheria d’Italia, nel quartiere Tuscolano, a Roma. Lì c’era il locale suo e della giovanissima prestanome del padre, a sua volta uomo del boss Senese.
Per la cacio e pepe, invece, meglio bussare al parlamentare, e tra i leader di Fratelli d’Italia nel Lazio, Paolo Trancassini, proprietario del ristorante di famiglia la Campana (di recente sottoposto a lavori di ristrutturazione), nel cuore della capitale, tra via della Scrofa, sede del partito di Giorgia Meloni e i palazzi della politica. Proprio a Montecitorio, da deputato questore, vigila sulla Cd servizi, società in house della Camera, che ha nei servizi di ristorazione una delle principali attività.
La passione dei meloniani per la cucina arriva fino a Trezzano sul Naviglio, a Milano, dove Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, è socio di un ristorante di pesce. Ma non di solo cibo si nutre la destra che investe nelle attività private.
C’è la compravendita di immobili, dove è attivo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, anche attraverso la famiglia.
La seconda carica dello Stato si divide tra la famiglia del bosco, la difesa di Santanché e qualche affare di famiglia nel tempo libero. La memoria torna alla villa, in zona Forte dei Marmi, immersa nel verde del parco della Versiliana, 350 metri quadrati su tre livelli, con giardino e piscina. E a quell’affare incredibile fatto tre anni fa dalla consorte del presidente del Senato, Laura De Cicco, e dal compagno dell’allora ministra Santanchè, Dimitri Kunz. Avevano comprato e rivenduto in meno di un’ora la stessa magione guadagnando un milione di euro. Passano due anni, ma non la voglia di fare affari con il mattone. Nel giugno 2025 proprio De Cicco, come procuratrice del marito La Russa, ha venduto un appartamento a 280mila euro in una palazzina in un comune in provincia di Vercelli. La parte venditrice «dichiara di aver ricevuto la somma prima d’ora dalla parte acquirente», si legge nell’atto tramite vaglia e assegni. A guardare in Camera di commercio il presidente del Senato mantiene ancora il suo ruolo di socio accomandante nella società Interiblea sas che si occupa di beni immobili e affitti, gestita dalla moglie, ma anche in Gibson dove possiede anche una quota.
In questa srl, impegnata nello stesso settore, ci sono anche l’ex deputato Massimo Corsaro e Sergio Conti, quest’ultimo in passato processato e assolto, imputato prima per estorsione e poi per esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che prevede una querela di parte, mai presentata dalla presunta vittima. Un passato di incroci pericolosi con soggetti vicini alla ‘ndrangheta. Il caso è stato nuovamente al centro delle cronache tre anni fa, ma La Russa è ancora lì: in società con lui.
Quote societarie erano nelle mani anche di Guido Crosetto, il potente ministro della Difesa, che le deteneva in tre srl insieme ai fratelli Mangione nel settore dell’accoglienza e dei B&B. Passato burrascoso per i Mangione, in informative e carte giudiziarie sono stati accostati a nomi di peso della criminalità romana come Massimo Carminati. Accostamenti che sono stati sempre respinti dagli imprenditori: il boss Carminati era solo un cliente del ristorante.
Lo scorso novembre Domani ha raccontato la cessione delle quote da parte di Crosetto con incasso di 250mila euro. «Le quote societarie citate sono state cedute al prezzo che corrisponde, peraltro neanche interamente, ai capitali investiti ed ai finanziamenti, tutti tracciati e regolari effettuati da un libero cittadino italiano che oggi è ministro», aveva confermato. Poi c’è il settore della sanità privata dove giganteggia Antonio Angelucci, deputato della Lega (nella precedente legislatura con Forza Italia) capostipite della dinastia della sanità privata, con il gruppo San Raffaele, beneficiario di milioni di euro di fondi pubblici oltreché di rottamazioni fiscali varie di cui il suo gruppo ha beneficiato. Ufficialmente ha lasciato tutto agli eredi. Ma Angelucci è anche fondatore di un polo editoriale. Sotto il suo controllo ci sono i quotidiani Libero, Il Giornale e Il Tempo.
Ci sono poi dirigenti di governo, come il capo di gabinetto, Gaetano Caputi, che ha avuto interessi societari in varie realtà anche durante il proprio mandato a Palazzo Chigi. E, intanto, di recente ha rinnovato la «consulenza professionale in ambito scientifico e giuridico con Notartel s.p.a.» per la cifra di 50mila euro, che si somma ai vari incarichi come quello di presidente (fino al marzo 2027) dell’organismo indipendente di valutazione dell’Ismea, ente del ministero della Agricoltura, di Unirelab (15mila euro), società in house del dicastero di Francesco Lollobrigida, e di componente dell’Oiv del ministero della Difesa (20mila euro all’anno). Non ci sono imprese di mezzo, ma la professione di vigilante di Caputi.
Insomma, non ci sono solo volti mediatici, come l’ex ministra Santanchè, che fino all’incarico governativo aveva una serie di interessi imprenditoriali, dagli stabilimenti balneari, il Twiga, all’editoria con Visibilia, foriera poi di guai giudiziari. Il suo possibile erede, Gianluca Caramanna, che tra partito e consulenze varie nelle regioni governate dalla destra, ha gestito l’affittacamere “Gianluca Caramanna”, in via XX Settembre, nel centro di Roma, ceduto a due signori nati nelle Filippine e amministrata dall’indiano Jacob Thottapallil.
Tra i ministri che coltivano interessi privati c’è quello dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, socio della E-co, società che opera nel campo della ricerca nelle tecnologie per la mobilità del futuro.
Alle spalle di ministri e sottosegretari, vecchi o futuribili, ci sono poi i parlamentari meno noti, come Luca Squeri, deputato di Forza Italia e segretario della commissione Attività produttive alla Camera, che è proprietario di una pompa di
benzina. Ma risulta anche consigliere Figisc service, una srl che si occupa del marketing e della promozione degli impianti della distruzione di carburanti.
La società è al 90 per cento della Federazione italiana che tutela i gestori degli impianti di carburante e al 10 per cento dell’Associazione nazionale imprese servizi autostradali, due lobby del settore che hanno un loro naturale interlocutore a Montecitorio. Nel centro nevralgico delle scelte sulle politiche energetiche. La capogruppo di FdI in commissione Bilancio alla Camera, Ylenja Lucaselli, è la principale azionista (con il 30 per cento delle quote, insieme alla Day Advisory Group) della Hc Consulting, amministrata dal marito, Daniel Hager. La società si occupa di servizi legati alle operazioni doganali. Altra materia di cui il Parlamento si occupa.
Sotto gli affari
Al ministero dell’Economia c’è come sottosegretaria la forzista Sandra Savino. È socia della Esse re, detiene il 20 per cento delle quote. Una srl che si occupa dell’acquisto e della vendita di terreni e beni immobili e che, a sua volta, detiene quote di minoranza di un’altra sigla: la Esse.Data, quelle di maggioranza sono in mano al figlio. Una srl impegnata nell’offerta di servizi di raccolta ed elaborazione dati, relativi anche alla contabilità, per imprese e aziende. Tra il 2025 e il 2026 alla srl sono arrivati due affidamenti, in tutto 50mila euro, per il servizio di gestione degli adempimenti amministrativi del personale dell’istituto Rittmeyer per ciechi, un istituto regionale commissariato che, nei mesi scorsi, ha messo all’asta tre immobili per ripianare i debiti. «Si tratta di aziende di famiglia, la mia partecipazione è priva di qualsiasi ruolo gestionale o potere di indirizzo. L’istituto richiamato non è di competenza statale. Non sussiste alcuna situazione, diretta o indiretta, di conflitto di interessi», dice Savino.
Altro ministero, altro sottosegretario. Si tratta di Marcello Gemmato, fedelissimo di Giorgia Meloni. Ha mollato, dopo polemiche e spot per la sanità privata, le quote di una srl, la Therapia di Bitonto, che ha finanziato in passato anche Fratelli d’Italia. Ma ha ancora un piede nella farmacia storica di famiglia. E anche questa, nemmeno a dirlo, ha sostenuto il partito. La farmacia resta il mondo di riferimento di Gemmato. Un ministro ombra che con quello vero manco parla più. Orazio Schillaci da una parte, Gemmato il farmacista-sottosegretario dall’altra.
(da EditorialeDomani)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
“AMICI DI TUTTI, NEMICI DI NESSUNO”
«Amici di tutti, nemici di nessuno» è uno slogan sospettabile di ingenuità bonacciona da un
lato, di opportunismo ruffiano dall’altro.
Oppure — terza possibilità — è un concetto di qualche decennio o secolo più avanti rispetto al presente della politica internazionale, che sembra dominata dall’«amici di nessuno, nemici di tutti».
Stiamo parlando dell’Oman (vertice sudorientale della Penisola Arabica) e della dottrina del suo fondatore, il defunto sultano Qaboos (Kabús), che Anna Lombardi, su questo giornale, sceglie come incipit del suo reportage da quel Paese così “strano” nella sua ostinata neutralità, amico dell’America, in buoni rapporti con l’Iran, estraneo alle feroci ostilità tra Islam sunnita e sciita, lontanissimo dal fondamentalismo, meta turistica sempre più frequentata benché del tutto dissimile dal cliché un po’ pacchiano e imbellettato — tutto grattacieli, luminarie e lusso — dei vicini Paesi del Golfo.
Dell’Oman, fino a poco tempo fa, era molto raro sentir parlare. Se ne parla molto di più, ultimamente, perché lo schiacciamento pauroso del mondo sugli scenari di guerra e sulla forza bruta rende quasi esotico il racconto di un posto così pacifico, dunque così differente.
Sicuramente qualcuno saprà spiegarci per quali connessioni di interessi economici e di opportunità strategiche quel Paese, almeno fino a oggi, è riuscito a mantenersi al di fuori della mischia. Per ora ci accontentiamo di sapere che un luogo simile esiste, e per giunta è a un passo dalle incandescenze mediorientali. Gli omaniti vivono accanto al rogo, ma non si bruciano. Sono comunque un’eccezione da studiare. Magari qualcosa si impara.
(da La Repubblica)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
E’ LEI LA SPERANZA DI UN ELETTORE SU QUATTRO PER BATTERE GIORGIA MELONI
Se il dibattito sulle primarie del centrosinistra continua a crescere di intensità, tra appelli all’unità, disponibilità dichiarate e leadership più o meno implicite, il sondaggio Only Numbers del 23-24 marzo introduce nuovi elementi.Giuseppe Conte, leader del Movimento Cinque Stelle, si conferma il nome più forte.n Non è però solo una questione di numeri assoluti, ma di percezione: Conte sembra, agli occhi di una parte consistente dell’elettorato, come il profilo più competitivo, quello cioè che potrebbe reggere meglio l’urto di una sfida nazionale. E sarebbe proprio questa dimensione, più ancora del consenso immediato, a costruire una leadership credibile.
La variabile Salis (che spiazza gli equilibri)
A rendere meno lineare il quadro è però il posizionamento della sindaca di Genova Silvia Salis, che supera Elly Schlein sia nelle intenzioni di voto sia, dettaglio non secondario, nella percezione di chi sarebbe più competitiva contro Giorgia Meloni. Non è ancora un’investitura politica, né un’indicazione automatica di candidatura. Anzi, lei stessa ha parlato più volte di non volere le primarie oggi. Ma è, certo, un segnale. Indica infatti che una parte dell’elettorato continua a guardare con interesse a figure percepite come meno interne agli equilibri tradizionali dei partiti, quasi come se cercasse una rappresentazione più immediata e meno mediata del cambiamento.
La leader del Pd, dal canto suo, resta comuqnue dentro la partita, ma con un consenso che non riflette ancora pienamente il ruolo centrale che ricopre nella ricostruzione del campo progressista. Una distanza che, più che una bocciatura, segnala una difficoltà: trasformare il lavoro politico di ricomposizione in riconoscimento elettorale diretto.
Chi può battere Meloni
La domanda decisiva, però, resta un’altra: chi può competere davvero con Giorgia Meloni? Anche qui il vantaggio di Conte è evidente, ma più che un leader forte, sembra più un vuoto di convinzione. L’elettorato di centrosinistra non sembra ancora aver individuato una figura capace di incarnare, senza ambiguità, un’alternativa di governo.
Chi voterebbe alle primarie ? (domanda limitata agli elettori di centrosinistra)
Conte 30,5%, Silvia Salis 23,1% , Elly Schlein 22,6%, Angelo Bonelli 7,8%, Matteo Renzi 6,7%.
Chi puo’ battere Giorgia Meloni? (domanda limitata agli elettori di centrosinistra)
Conte 34,2%, Silvia Salis 24.7%, Elly Schlein 18,9%, Renzi 8,5%, Bonelli 0,5%
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA DI MORIRE HA CERCATO DI CONSOLARE LA MADRE… ALTRI 120 BAMBINI HANNO PERSO LA VITA SOTTO LE BOMBE DI ISRAELE
Rana Jaber aveva fatto una promessa a suo marito: se avessero avuto una femmina,
l’avrebbero chiamata Narjis, che in arabo significa “narciso”. Un fiore delicato, proprio come la bambina che sognava di vestire con tanti abitini colorati.
Dopo due gemelli maschi, il desiderio si è realizzato nel 2020. Narjis è nata con i capelli chiari, proprio come il fiore che portava nel nome. La madre la descriveva come una bambina “saggia oltre i suoi anni”: ogni volta che Rana piangeva, era lei a consolarla con una tenerezza disarmante.
Il 2 marzo scorso, mentre le bombe israeliane si abbattevano sul sud del Libano, Rana ha caricato in fretta i tre figli in macchina per fuggire. In quel momento di panico, Narjis le ha preso il viso tra le mani e le ha detto: “Mamma, tu sei la mia vita. Non piangere, ti voglio tanto bene”.
Sono state tra le ultime parole che Rana ha sentito dalla figlia.
Poche ore dopo, un raid aereo israeliano ha colpito in pieno la loro casa a Maifadoun, nel sud del Libano. Narjis, di soli sei anni, è morta insieme alla zia. La madre e i due fratellini di dieci anni, Abbas e Ali, sono rimasti intrappolati sotto le macerie, feriti ma vivi.
“Continuo a rivedere tutto. La nostra vita è stata strappata via in un attimo. Era come un fiore appena sbocciato. Il mio cuore si sta spezzando”, racconta Rana Jaber, 34 anni, tra i singhiozzi al Guardian. “Ancora non riesco a credere che mia figlia non ci sia più”.
Narjis era una bambina solare, sempre sorridente, vestita con i tanti abitini che i genitori le compravano. In una delle foto più belle posa orgogliosa in classe con una mela di cartapesta con la lettera “A” in mano. “Voleva fare la dottoressa”, dice la madre con la voce spezzata
La piccola è stata una delle prime vittime minori dei bombardamenti israeliani in Libano dopo l’inizio dell’escalation, scattata il 2 marzo in seguito al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Da allora, secondo le autorità libanesi, almeno 120 bambini hanno perso la vita sotto le bombe dell’IDF, quasi il 10% del totale delle vittime nel Paese.
La morte di Narjis ha lasciato la famiglia in un dolore profondo. Abbas, uno dei gemelli, va ancora al negozio e chiede i cioccolatini “per la sorella”. Quando la madre gli ricorda che Narjis non tornerà più, scoppia a piangere. Pochi minuti dopo, fa finta che stia per rientrare da un momento all’altro.
“I miei figli non sono più gli stessi. Se sentono un rumore forte, iniziano a tremare e a piangere. Fanno cose strane che prima non facevano”, spiega Rana, che ha già deciso di cercare aiuto psicologico per loro non appena la guerra finirà.
Non tutte le famiglie hanno avuto la possibilità di piangere i propri morti. Il 14 marzo, a Nabatieh, un altro raid ha cancellato un’intera famiglia: padre, madre e quattro figli della famiglia Basma. Tutti e sei uccisi mentre erano in casa.
“Erano una famiglia povera, molto umile. Gli avevo detto di fuggire, ma non avevano i soldi per spostarsi”, racconta Hussein Youssef, vicino di casa e amico. “Questa volta il padre, che faceva l’imbianchino, non poteva permettersi uno sfollamento lungo. Erano bambini buoni, tranquilli, che portavano vita in tutto il quartiere”.
Anche i figli di Youssef sono rimasti traumatizzati. “Mio figlio piange tantissimo. Lui e i suoi amici continuano a postare le loro foto e a parlare di loro. La bimba più piccola gli saltava sempre addosso per giocare… Quella morte gli ha spezzato il cuore”.
In Libano i bambini stanno vivendo la loro seconda guerra in appena tre anni. I raid israeliani, concentrati soprattutto al sud ma arrivati in molte zone del Paese, hanno distrutto ogni senso di sicurezza.
Gli esperti avvertono: l’esposizione prolungata alla violenza può lasciare ferite profonde, con conseguenze sullo sviluppo e sul comportamento che dureranno anni, se non generazioni.
“I bambini si svegliano nel terrore, i genitori portano un’angoscia insostenibile. Il dolore continuerà a riecheggiare a lungo, anche quando le bombe taceranno”, ha dichiarato il dottor Rabih El Chammay, responsabile del programma nazionale di salute mentale del ministero della Salute libanese.
Rana Jaber, per ora, affronta da sola questo vuoto immenso.
Narjis era diversa dagli altri bambini. Mi diceva: ‘Mamma, voglio dormire accanto a te. Voglio dormire nel tuo cuore’. Era di una dolcezza e di una gentilezza che non so nemmeno spiegare”, conclude nell’intervista al giornale britannico.
Una bambina che sognava di curare gli altri, strappata via troppo presto dalla guerra.
(da Fanpage)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
“PENALIZZA PESANTEMENTE LE IMPRESE CHE HANNO COMPLETATO INGENTI INVESTIMENTI NEL 2025 E CHE SI TROVERANNO AD AFFRONTARE ULTERIORI PROBLEMI DI LIQUIDITÀ IN UN MOMENTO GIÀ PARTICOLARMENTE COMPLESSO”
Il comunicato del governo post-consiglio dei ministri pareva mettere le mani avanti e in effetti il passaggio del decreto fiscale – quello che rinvia la “tassa sui pacchi”, approvato venerdì dal governo e subito in Gazzetta ufficiale – che cambia per l’ennesima volta gli incentivi agli investimenti in transizione delle imprese si rivela un nervo scoperto
Una questione che fa passare in secondo piano i punti incassati dalle imprese su dividendi e iperammortamento.
Anzi, qualcosa di più di una ‘questione’ secondo la Confindustria che usa toni duri. “Il decreto Fiscale pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese che hanno effettuato la prenotazione del credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025 – spiega viale dell’Astronomia –
Il testo prevede un taglio del 65% del credito d’imposta richiesto. La misura inoltre esclude gli investimenti in fonti di energia rinnovabile, in particolare gli impianti fotovoltaici a più elevata efficienza iscritti nel registro dell’Enea, che le imprese sono state indotte ad acquistare”, è la dichiarazione affidata a Mario Novicelli, vice presidente per le politiche industriali e il made in Italy di viale dell’Astronomia.
La decisione “penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025 e che si troveranno ad affrontare ulteriori problemi di liquidità in un momento già particolarmente complesso”.
Il governo presentava l’articolo come una “misura di sostegno rivolta alle imprese”. Ma quel che non torna per queste ultime è che il credito d’imposta – dice la legge – è “al 35% dell’importo richiesto”. E infatti già l’esecutivo parlava di “avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate” per “valutare, in sede di conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive che si rendano disponibili, anche alla stregua delle osservazioni che saranno ricevute sull’ordine di priorità per il loro utilizzo”.
Il problema per le imprese è che la storia degli incentivi si trascina ormai da anni. Ricorda Nocivelli che “a novembre avevamo avuto rassicurazioni dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le cosiddette imprese ‘esodate’ del 5.0 con progetti congrui avrebbero avuto accesso all’agevolazione”
Parole che ora suonano scritte nel vento. E infatti attacca Confindustria che il fatto “di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia”.
Dichiarazioni al veleno che escono insieme all’intervento del ministro Giorgetti al Forum Teha di Cernobbio. Sul punto, il titolare della Finanze dice “dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro (ovvero alle imprese che hanno investito per Transizione 5.0, ndr) o a favore delle imprese energivore, piuttosto che delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise.
Per questo motivo, come governo, abbiamo deciso ieri di dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0 ma allo stesso tempo metterci in ascolto delle categorie per capire in una situazione di questo tipo quali sono le emergenze e le priorità che vogliono manifestare”.
A poco vale, intanto, quanto filtra da fonti del Mimit, che dicono della “soddisfazione” del dicastero per la rimozione del vincolo ‘Made in Europe’ per l’accesso all’iperammortamento, che unito allo stanziamento per il 5.0 fa salire a quasi 10 miliardi, sottolineano le fonti, le risorse a disposizione delle imprese per gli investimenti da effettuare nel triennio 2026-2028.
Promettendo “nei prossimi giorni” il relativo decreto attuativo, che deve modificare quello già trasmesso a inizio anno dopo la manovra, le fonti del Mimit non rassicurano però gli imprenditori: “La nostra risposta è: prima si paghi il debito con le imprese esodate del 5.0″, conclude infatti la Confindustria.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
PESANO I NUMERI: SI TEMONO QUELLI CHE ARRIVERANNO CON I SONDAGGI DELLA PROSSIMA SETTIMANA. IL TIMORE, IN CASA FRATELLI D’ITALIA, È UN CALO INTORNO AI DUE PUNTI
Cena riservata nella villa di Giorgia Meloni, a Roma sud. Attorno al tavolo, ieri sera, dopo il
Consiglio dei ministri, i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Un vertice a tre, informale nei modi ma molto politico nei contenuti, per fare i conti con la sconfitta referendaria che ha incrinato il clima nella maggioranza, fatto impennare le turbolenze interne nei partiti, soprattutto in FdI e Forza Italia.
Nel menu, le prossime mosse per tentare un rilancio dell’azione di governo, tra comunicazione da rivedere e priorità da rilanciare. Pesano i numeri: si temono quelli che arriveranno con i sondaggi della prossima settimana […] Il timore, in casa Fratelli d’Italia, è un calo intorno ai due punti. […] Durante la cena, meno brindisi e più calcoli, in attesa di capire se si tratta solo di una battuta d’arresto o dell’inizio della fase più tribolata.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
“MA VI PARE UN PROBLEMA QUESTO?”, HA PROVATO A OBIETTARE UNA MINISTRA SBALORDITA. UN COLLEGA L’HA GELATA: “MA DANIELA LEGGE!”. .. LA “PITONESSA” NON SARÀ USCITA PER DIMENTICANZA O VOLONTARIAMENTE?
Silenzio, imbarazzo, qualche sospetto. È l’aspetto social della crisi del governo Meloni. Da più di 48 ore la chat dell’esecutivo, riservata a ministri e ministre, è muta. È su WhatsApp e si chiama semplicemente “Consiglio dei ministri”.
Da mercoledì sera è inanimata. Il motivo se lo sono sussurrati alcuni ministri ieri, a margine del Consiglio: “Daniela è ancora nella chat…”.
Obbligata al passo indietro dal ministero di villa Ada, Daniela Santanché per ora non molla la chat di governo. Un anno e mezzo fa, Gennario Sangiuliano salutò il ministero e anche la ‘cadrega’ virtuale.
“Un signore”, ha ricordato qualcuno ieri nei corridoi di palazzo Chigi. Santanché,
volutamente o per distrazione, è ancora nella chat, secondo quanto racconta all’agenzia Dire uno dei presenti al Cdm di ieri.
Il suo nome, assicurano, non è stato mai fatto durante la riunione del governo di ieri. A margine, però, i presenti si sono interrogati su cosa fare del gruppo WhatsApp. Imbarazzati e poco inclini a condividere informazioni con la dimissionaria.
“Ma vi pare un problema questo?”, ha provato a obiettare una ministra, sbalordita. Sconfortata, un secondo dopo, dalla risposta di un collega: “Ma Daniela legge!“.
Telefonini in mano, scorrevano l’elenco dei membri, aggiornando nella speranza che lei avesse tolto il disturbo. Da qui il silenzio che ha investito l’assise social, solitamente piuttosto ciarliera, con commenti, appuntamenti, domande e risposte. Restano in attesa che Santanché tolga il disturbo o che l’amministratore la rimuova. “Giorgia che fai, la cacci?”, ha domandato qualcuno.
(da Dire)
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Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
SEGUE PER ORE VIDEOMONTAGGI DEI BOMBARDAMENTI, ORMAI E’ ANDATO
Donald Trump lascia intendere pubblicamente che un cessate il fuoco con l’Iran sia ancora
possibile, ma – secondo fonti anonime del Dipartimento della Difesa – il Pentagono e la Casa Bianca starebbero preparando un’operazione molto diversa: un attacco su larga scala via aria, mare e terra per riaprire lo Stretto di Hormuz e colpire definitivamente Teheran.
Nel frattempo emerge un retroscena controverso: come riportato da fonti interne, il presidente seguirebbe quotidianamente l’andamento della guerra attraverso video-montaggi spettacolari dei bombardamenti, proiettati nella Situation Room. Clip di pochi minuti mostrerebbero “highlights” delle operazioni – tra migliaia di obiettivi colpiti – con immagini di esplosioni e distruzione.
Secondo diverse testimonianze, Trump sarebbe fortemente orientato alla dimensione visiva e richiederebbe continuamente nuovi filmati, discutendone poi con il suo entourage – tra cui Susie Wiles, Marco Rubio e il generale Dan Caine – e persino con giornalisti al telefono. La Casa Bianca ha smentito che la Situation Room sia trattata come un “cinema”, ma non ha negato l’esistenza dei briefing video.
Critici a Washington temono che questa esposizione continua a immagini di guerra stia alterando la percezione strategica del conflitto, alimentando una sorta di “dipendenza da distruzione”. Parallelamente, la comunicazione ufficiale diffonde contenuti propagandistici, con video che mescolano bombardamenti reali, meme e persino elementi da videogiochi.
Trump, che si era presentato come candidato anti-guerra, ha invece ampliato le operazioni militari in più teatri e sembra vivere il conflitto anche come spettacolo mediatico. Episodi recenti – come il racconto entusiasta di raid militari o la confusione tra video reali e falsi – alimentano le preoccupazioni.
Anche tra i repubblicani cresce il disagio: alcuni esponenti avrebbero lasciato un briefing segreto sull’Iran accusando l’amministrazione di scarsa trasparenza. Alla vigilia delle elezioni di medio termine, si diffonde il timore che il presidente abbia perso il contatto con la realtà e che la gestione della guerra sia influenzata più dall’impatto visivo che da una strategia lucida.
(da Daily Mail)
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Marzo 28th, 2026 Riccardo Fucile
MA NON C’È NEANCHE BISOGNO DI LEGGERE GRAMSCI PER SAPERE CHE UNA QUALCHE EGEMONIA CULTURALE SI ORCHESTRA PRIMA DELLA CONQUISTA DEL POTERE, NON DOPO, DI SICURO MAI DURANTE E DI CERTO NON ANNUNCIANDOLA AL TG1”
Estratto da “Egemonia senza cultura”, di Andrea Minuz 
Mi domando se tutto questo fantasioso attaccamento all’egemonia culturale non tradisca anche una certa nostalgia per l’autorità. Il languore per quel grande passato mitico, quando la cultura era davvero cultura.
Quel tempo che forse non è mai esistito se non nella nostra fantasia. Una cultura alta e venerata oggi sparita. Una cultura maestosa, severa, organica, controllabile, certo più chiusa e sorvegliata da pochi magistrati del Gusto.
Bei tempi! È la nostalgia di un mondo dove la gente leggeva veri libri e guardava film bellissimi e non viaggiava low-cost. Mica il blob, mica il caos, mica il magma sottoculturale e incontrollabile di oggi: senza autorità centrale, senza piramide culturale, senza «canone occidentale», senza niente di niente.
In effetti può essere terrificante. È un po’ come ritrovarsi all’improvviso in un supermercato gigantesco con diecimila tipi diversi di merendine, e soprattutto molte marche scadenti, dopo essere cresciuti nel culto della monomarca autorevole. Fa girare la testa. Più la cultura scompare dai radar, più ci si affanna nello sperpero discorsivo dell’egemonia culturale.
T.S. Eliot, alla fine degli anni Quaranta, su questo punto era stato chiarissimo: Possiamo asserire con una certa sicurezza che il nostro è un periodo di declino; che la media della cultura è più bassa che non cinquanta anni or sono; e che le prove di questo declino sono evidenti in ogni settore dell’attività umana. Non vedo ragione perché il decadere della cultura non debba procedere assai oltre, e perché non possiamo prevedere un periodo d’una certa durata del quale sarà possibile dire che non ne avrà alcuna.
Allora la cultura dovrà ricrescere dalle radici. E con questo non intendo dire che essa potrà venir portata alla luce da una qualsiasi attività di demagoghi politici.
Galateo dell’egemonia
Fatto sta che oggi in un ipotetico manuale di conversazione sull’egemonia culturale si dovrebbe partire da due regolette semplici:
1. nessuno sa più bene cosa sia;
2. egemoni sono sempre gli altri.
Ovviamente tutti conoscono la formula magica, il «dominio basato sul consenso» che è meglio della «forza», più elegante della censura. È il principio su cui, senza scomodare Gramsci, si reggono i matrimoni felici e i rapporti tra colleghi in ufficio, dove la gente non si spara a vicenda durante il meeting del lunedì mattina. Ma anche quando la nozione si tira in ballo con nonchalance e consapevolezza, le tante incertezze restano lì.
Per i «non iniziati», quelli che si sintonizzano solo ora sulle ultime stagioni del dibattito, la Grande Battaglia per l’Egemonia ha regole complesse e incomprensibili. L’egemonia culturale sembra un talismano che incenerisce gli avversari (Lenin, animale-guida di Gramsci, si vantava che nei dibattiti non si trattava di confutare tesi o idee, ma di distruggere l’interlocutore e basta).
La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il «giogo dell’egemonia», espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’Egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale).
Agnostici radicali, i fautori della PEC sostengono che «l’egemonia culturale della sinistra» non è mai esistita. È un’invenzione piagnona e paranoica della destra. Una corrente possibilista ammette che sì, forse, magari una volta, ai tempi del grande PCI, ma è stata sostituita da quarant’anni almeno dall’«egemonia del neoliberismo».
Qui si viene presi in contropiede. Si immagina un paese venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, speech dei registi premiati ai David contro la pressione fiscale, Alba Rohrwacher che fa Ayn
Rand in un biopic di Martone in gara a Cannes o «Biennali del dissenso» che celebrano «la forza propulsiva dell’individuo creativo e la dinamica generativa del libero scambio».
Altrettanto strabiliante è proclamarne una nuova di zecca da destra: «È tempo di una nuova egemonia!» fatta così, per decreto, calata dall’alto, infilata nella finanziaria, anziché sedimentata nella storia e nei congegni delle idee, nel linguaggio, nei miti culturali. Ma non c’è neanche bisogno di leggere Gramsci per sapere che una qualche egemonia culturale si orchestra prima della conquista del potere, non dopo, di sicuro mai durante e di certo non annunciandola al Tg1.
(da Dagoreport)
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