Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
“CHI PENSA CHE CHI STA IN ALTO COMANDI SENZA I CONTROLLI CHE GARANTISCANO I DIRITTI DI CHI STA IN BASSO NON CONDIVIDE LA NOSTRA COSTITUZIONE, E CERCA DI CAMBIARLA NON SOLO IN TEMA DI GIUSTIZIA. SEGUIRANNO A RUOTA IL PREMIERATO E LA LEGGE ELETTORALE”
Gherardo Colombo, magistrato ora in pensione, protagonista della stagione di Mani Pulite ma anche di grandi inchieste come quella sulla P2: che cosa accadrebbe se lunedì vincesse il Sì?
«Se vincerà il Sì vorrà dire che i suoi sostenitori sono riusciti a convincere gli italiani che bisogna diffidare dei giudici: la magistratura ne risulterebbe fortemente indebolita».
Secondo lei, se all’epoca di Mani Pulite fosse stata in vigore la riforma sostenuta da chi voterà Sì, avreste lavorato meglio, come sostiene Di Pietro?
«Se fosse stata in vigore questa riforma saremmo stati fermati nel giro di poco. Poco dopo l’inizio di Mani Pulite sono stato sottoposto a cinque procedimenti disciplinari, due dei quali promossi da due diversi Ministri della Giustizia. Finirono
tutti bene, come doveva succedere, con un Consiglio superiore davvero indipendente».
«Il ministro aveva mandato gli ispettori per verificare se i magistrati di Mani Pulite agivano correttamente. Gli ispettori riferirono che tutto era in regola: il Ministro ci accusò di aver intimidito gli ispettori
Chiaramente tutto si risolse in modo positivo per noi ma se fosse stata operativa l’Alta Corte Disciplinare prevista dalla riforma Nordio, l’esito sarebbe stato l’opposto. La “politica” all’epoca ci “sparava contro a palle incatenate».
I sostenitori del Sì ritengono che il sistema sanzionatorio attuale non funzioni e che sia necessario cambiarlo.
«Il sistema sanzionatorio della magistratura funziona un po’ meglio di tanti altri. Pensiamo a quello che accadde con la P2. Scoprimmo che ne facevano parte una dozzina di magistrati.
Il Csm ne espulse un paio, i più compromessi, e sanzionò gli altri con pene proporzionate alla gravità del comportamento. Che cosa è accaduto agli altri dipendenti dello Stato iscritti alla P2? Che carriere hanno fatto in tanti nonostante la loro appartenenza alla loggia di Licio Gelli?
E guardiamo cosa è accaduto nel 2019 all’Hotel Champagne. I magistrati furono sanzionati o rimossi. Ai politici nulla, anzi, uno dei due fu salvato dalla Camera che non autorizzò l’uso delle intercettazioni che erano state la base del sanzionamento degli altri».
Come dimostra il caso Palamara in magistratura esistono le correnti che possono condizionare pesantemente il corretto svolgimento dell’attività. I sostenitori del Sì promettono di eliminarle introducendo il sorteggio per chi dovrà far parte del Csm.
«Ammettiamo per assurdo, ma è davvero un assurdo, che le correnti siano una specie di associazioni oscure, opache, che non fanno altro che lavorare sotterraneamente per condizionare, usando sistemi “paramafiosi”, le nomine degli uffici importanti.
Pensiamo davvero che l’antidoto sia il sorteggio? In Italia ci sono 9500 magistrati circa, dei quali il 95 per cento iscritti all’Anm. All’interno dell’Anm ci sono 4 distinte correnti. Duemila magistrati sono iscritti alle correnti, quasi tutti gli altri sono simpatizzanti. Bene, pensa che chi sarà sorteggiato perda le sue caratteristiche di iscritto o simpatizzante? Credo proprio di no. Ed allora, i sotterfugi che so sono fatti in passato non potrebbero farsi in futuro, nonostante il sorteggio?»
Ci sono stati toni molto accesi da parte del Sì, dall’attacco di Giusi Bartolozzi che vuole liberarsi dei giudici al ministro Nordio che ha definito paramafiose le nomine del Csm. Come risponde
«Intende dire che effetto mi fa? Cosa vuole che le dica, sono anni che si cerca di delegittimare la magistratura, da quando ha finalmente provato ad aprire […] anche i cassetti del potere.
Chi pensa che la società debba essere organizzata gerarchicamente, che chi sta in alto comandi senza i controlli che garantiscano i diritti di chi sta in basso non condivide la nostra Costituzione, e cerca di cambiarla non solo in tema di giustizia. Seguiranno a ruota il premierato e la legge elettorale».
(da Repubblica)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
CON LUI C’ERANO ALTRI QUATTRO MELONIANI TRA I SOCI. NESSUNO DI LORO AVEVA COMUNICATO ALCUNCHÉ … CI POTREBBERO ESSERE ANCHE VIOLAZIONI DELLA LEGGE SUL CONFLITTO DI INTERESSI
Non è più soltanto il caso di Andrea Delmastro. La storia della 5 Forchette srl è diventata il
caso di un gruppo di politici di Fratelli d’Italia e di una società fantasma.
Una società che esiste, si muove, cambia assetti, ma nelle dichiarazioni patrimoniali semplicemente non c’è. Sparisce. La dimentica Delmastro. E la dimenticano anche gli altri.
È qui che la vicenda smette di essere individuale e diventa politica. Perché il comportamento degli uomini di Fratelli d’Italia dentro la Cinque Forchette srl segue esattamente lo stesso schema utilizzato dal sottosegretario: prima l’omissione, poi la riorganizzazione, infine l’uscita.
La società nasce il 16 dicembre 2024. Le quote sono già distribuite tra esponenti e figure riconducibili allo stesso circuito politico e relazionale: Delmastro, Chiorino, Zappalà, Franceschini, Caroccia, Pelle. Un assetto chiuso, omogeneo. Poche settimane dopo, il 15 gennaio 2025, arriva un primo snodo giudiziario: la conferma della condanna in appello bis, dopo l’assoluzione in appello del primo febbraio 2023 poi annullata dalla Cassazione.
Il contesto cambia. Ad aprile, mentre il quadro giudiziario si consolida, Miriam Caroccia inaugura la bisteccheria. L’attività parte, la società è operativa. Caroccia padre non fa mistero di quel locale: è l’influencer, protagonista dei video
promozionali sui social, si mette in posa con i calciatori della Lazio che vanno ospiti, accoglie giornalisti e personaggi dello spettacolo.
Spesso accanto a lui c’è il socio Andrea che usa quel locale come casa sua. Repubblica aveva documentato con uno scatto l’amicizia tra i due. Il Fatto quotidiano ieri ha pubblicato una cena con Giusi Bartolozzi e il Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, schierato nel locale. D’altronde: «Era il locale di Andrea».
Lo sapevano tutti. Ma lui non lo comunica mai ufficialmente. Il 30 settembre è il passaggio chiave sul piano della trasparenza: Delmastro deposita alla Camera la sua dichiarazione patrimoniale. È lì che la società scompare. Non viene indicata.
Non è il solo problema. Ci potrebbero essere anche violazioni della legge sul conflitto di interessi. In particolare l’articolo 5 della legge 215 del 2004, che obbliga i titolari di cariche di governo a comunicare all’Autorità garante della concorrenza e del mercato le partecipazioni societarie e le eventuali variazioni. Secondo quanto ricostruito, Delmastro avrebbe detenuto il 25% della società, poi trasferito alla G&G srl a lui riconducibile: una modifica che, se confermata, avrebbe dovuto essere comunicata.
A novembre 2025 il 25 per cento viene fatto transitare da Delmastro alla G&G srl, riconducibile allo stesso Delmastro. Un passaggio interno che non altera il controllo ma lo rende meno leggibile. Poi la stretta finale. Il 19 febbraio la Cassazione conferma l’appello bis.
Otto giorni dopo, il 27 febbraio, quella stessa quota del 25 per cento passa dalla G&G alla socia Donatella Pelle. E infine il 5 marzo: tutti i soci riconducibili a FdI escono dalla società. Le quote vengono cedute e concentrate in capo a Miriam Caroccia.
Se è ancora inspiegabile il perché un pezzo importante di Fratelli d’Italia scelga di investire in una catena di ristoranti con la sede in Piemonte ma il cuore a Roma, in società con una ragazzina dal cognome pesante e il cui motore è un uomo incardinato nel sistema di riciclaggio dei Senese, la sequenza temporale dei fatti è lineare.
Prima la società non viene dichiarata. Poi le quote si muovono all’interno dello stesso perimetro. Infine, quando il quadro giudiziario si chiude, gli esponenti politici si sfilano. È lo stesso schema. Non un errore, ma un comportamento
coerente e ripetuto. E allora la società fantasma non è solo quella che sparisce dalle dichiarazioni. È quella che, finché serve, resta invisibile. E quando non serve più, cambia pelle.
(da La Repubblica)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
UNA TRADIZIONE MANETTARA, GARANTISTI SOLO IN SOCCORSO AGLI AMICI INDAGATI
La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione.
La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter.
Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia.
Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla.
(da Repubblica)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
CONTRO QUESTA RIFORMA CHE HA COME BERSAGLIO LA MAGISTRATURA, NON CI RESTA CHE VOTARE PER LEGITTIMA DIFESA
Se le parole hanno un peso, non sono certo mancate in questa campagna referendaria che il
giurista Maurizio Delli Santi non esita a definire sulle pagine di questo giornale costruita su “suggestioni totalmente disancorate dal tema della separazione delle carriere, speculando su fatti seri come gli errori giudiziari (rievocando persino il caso Tortora) e la sicurezza legata all’immigrazione, come se la riforma possa incidere su fenomeni così complessi”.
Per non parlare di vicende come quella di Garlasco e della famiglia del bosco che la riforma del Csm dovrebbe, ma non si capisce come, prevenire in futuro secondo gli estensori della novella. Fumo negli occhi per non parlare del merito e degli effetti
che da settimane, su questo giornale, proviamo a spiegare ai nostri lettori. Mentre governo e centrodestra trasformavano la campagna referendaria in un attacco sistematico alla magistratura. Accusandola di liberare stupratori e assassini, mentre difendono la ministra Santanchè dalle inchieste che la riguardano – arrivando a sollevare perfino un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale – e, adesso, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro (non indagato) in affari fino a qualche mese fa con la figlia del prestanome di un clan mafioso.
Vicenda quest’ultima, dinanzi alla quale, anziché metterlo alla porta per manifesta inopportunità politica rispetto all’incarico rivestito, la premier Meloni si è spinta addirittura ad evocare la solita “manina” che avrebbe armato lo scoop. Una vicenda che impone una riflessione seria sulla credibilità di questa classe dirigente. Una politica che parla dei magistrati come di una casta che non paga mai, ma che è pronta ad assolvere (e blindare) i suoi adepti a prescindere. Per questo è lecito chiedersi che tipo di riforma costituzionale dobbiamo aspettarci da chi ha usato la clava della propaganda contro un altro potere dello Stato, quello giudiziario, che, è ormai chiaro a tutti, è il vero bersaglio di questa crociata. Per questo, domani e dopodomani, non ci resta che votare. Per legittima difesa.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “IL PIENO DI BENZINA O GASOLIO È SOLO UNA PARTE DEL PROBLEMA. LA MAGGIOR PARTE DELLE MERCI VIAGGIA SU GOMMA E LA CRESCITA DEI COSTI DI TRASPORTO È DESTINATA A RIPERCUOTERSI SUI PREZZI DEI SUPERMERCATI” … TRA FURBETTI E RINCARI, L’ABBASSAMENTO VALE 14 CENTESIMI AL LITRO E NON 25 COME AVEVA ANNUNCIATO IL GOVERNO. IN SPAGNA, ABBASSANDO L’IVA AL 10%, ARRIVA A 40 CENTESIMI
Ci sono volute poche ore per capire che il taglio delle accise sui carburanti per venti giorni non è una soluzione, e il governo ha davanti a sé intatto il problema della crisi energetica determinata dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz
Il prezzo di un barile di petrolio il 26 febbraio, due giorni prima dell’attacco Usa-Israele a Teheran, era di 67 dollari. In tre settimane ha toccato i 97 dollari, con un aumento del 44 per cento. [. E la corsa dei mercati petroliferi potrebbe non fermarsi, preparando così un’estate di emergenza
Che l’esecutivo sia intervenuto con un decreto-tampone, voluto da Meloni, che tagliando le accise dà una limatura ai prezzi al litro dei carburanti, sebbene i benefici reali siano stati minori del previsto, era logico
Specie alla vigilia del voto del referendum che si presenta ormai come un passaggio politico pro o contro il governo. La guerra e le conseguenze economiche stanno in cima ai fattori che potrebbero modificare l’atteggiamento degli elettori.
O spingendoli verso l’astensione, oppure favorendo atteggiamenti di protesta nelle urne. Di qui la scelta del decreto, che tuttavia non è bastato a limitare i rincari e lo svuotamento delle tasche degli automobilisti.
Ma il pieno di benzina o gasolio è solo una parte del problema. La maggior parte delle merci viaggia su gomma e la crescita dei costi di trasporto è destinata subito a ripercuotersi sui prezzi dei supermercati.
C’è poi il problema delle imprese cosiddette “energivore”, i cui conti economici sono destinati a saltare. Se la guerra va avanti, insomma, si creerebbero le premesse per ridefinire al più presto tutta la politica energetica del governo, sul fronte degli approvvigionamenti e su quello dei consumi.
E si presenterebbe concreta la necessità di spostare investimenti di spesa pubblica a interventi più duraturi per aiutare le famiglie più bisognose e le imprese sopraffatte dall’imprevisto del caro gas e petrolio.
(da La Stampa)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
“NON VEDO COME SI POSSA EVITARE UNA RECESSIONE, CON LO STRETTO DI HORMUZ CHIUSO E NESSUNA POSSIBILITÀ DI RISOLVERE LA CRISI A BREVE” … LA PREVISIONE PER LE ELEZIONI DI MIDTERM: “TRUMP LE PERDERÀ, SARÀ FURIOSO, ACCUSERÀ GLI ALTRI. CI SARANNO BATTAGLIE GIUDIZIARIE. TEMPI PERICOLOSI”
Siamo all’Armageddon energetico come titola il Financial Times dopo l’attacco dei missili
balistici iraniani contro gli impianti del Qatar per la produzione di gas, i più grandi del mondo? «Armageddon? Parola strana, fuorviante: significa distruzione totale», dice Ian Bremmer, fondatore e capo del centro di ricerche geopolitiche Eurasia.
«Non siamo a questo. Ma con lo stretto di Hormuz chiuso e nessuna possibilità di risolvere la crisi a breve scadenza non vedo come si possa evitare una recessione. È una situazione estremamente seria provocata da un gigantesco errore di valutazione di Donald Trump: il più grave tra quelli che ha commesso nelle sue due presidenze».
Trascinato nella guerra da Netanyahu come sostiene Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo che si è dimesso?
«No. Il leader israeliano ha cercato di convincere tutti i presidenti ad attaccare l’Iran. Loro non lo hanno mai fatto. Nemmeno Trump, fin qui. Poi il successo militare del blitz in Venezuela l’ha convinto che poteva fare la stessa cosa anche in Iran, sia pure affrontando maggiori difficoltà».
Ma come poteva sottovalutare la forza bellica dell’Iran? Come poteva pensare di trovare una Delcy Rodríguez nel regime degli ayatollah? Generali e consiglieri…
«Aveva grande fiducia nella forza militare e tecnologica Usa. Baldanzoso anche perché in passato la reazione degli iraniani all’assassinio del generale Soleimani e ai raid di giugno erano state molto blande, timorose. I suoi consiglieri non hanno avuto il coraggio di tentare di dissuaderlo. Chi faceva notare la forza militare del regime si sentiva rispondere che, col vertice politico decapitato, si sarebbe arreso prima di poter colpire duro»
E ora?
«È in trappola, ed è estremamente frustrato. Minacciare attacchi più duri non è più un deterrente, ha superato il punto di non ritorno: il vertice, ormai decimato, dell’Iran non cerca più soluzioni diplomatiche né teme nulla di peggio di quello che è già successo.
E lui non sa più dove colpire avendo già teoricamente distrutto tutti gli obiettivi militari. Eppure Teheran continua a lanciare non solo droni, ma anche missili balistici. E con Hormuz bloccato e l’economia mondiale strangolata non ha più la via d’uscita di fingere di aver vinto: un ritiro dichiarando di aver compiuto la sua missione».
Siamo alla vigilia di un intervento delle forze di terra?
«È una possibilità molto concreta. Con le tre opzioni: prendere l’uranio arricchito degli impianti nucleari, occupare l’isola di Kharg, cuore petrolifero dell’Iran, o occupare un tratto della costa per proteggere Hormuz.
Tutte operazioni molto complesse, rischiose, che costeranno molte vite e dall’esito incerto. E non imminenti. Questa crisi durerà. E l’America non ha abbastanza navi: quelle in zona se proteggono gli impianti petroliferi non possono scortare i convogli delle petroliere».
Alcuni conservatori Usa vedono in questo un vantaggio di lungo termine per gli Usa: sono autosufficienti sul piano energetico, mentre la Cina sta già razionando.
«Non è così. I mercati sono globali, soffre anche l’America. Per i prezzi, gli approvvigionamenti. Molta della benzina consumata sulla costa atlantica viene da raffinerie alimentate da petrolio del Golfo».
Guai anche di politica interna per Trump. C’è chi pensa che tenterà di rinviare le elezioni di mid term per via della guerra.
«Lo escludo, sarebbe intollerabile per tutti gli americani. Le farà, le perderà, sarà furioso, accuserà gli altri. Ci saranno battaglie giudiziarie. Tempi pericolosi».
(da il “Corriere della Sera”)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
“BOSSI HA DATO LE DIMISSIONI IL 5 APRILE 2012, MA AVEVA ANCORA L’UFFICIO IN VIA BELLERIO. E COSÌ, IO SONO RIMASTA CON LUI FINO ALL’APRILE 2017. MA NON LO VOLEVANO PIÙ IN VIA BELLERIO. NON C’ERA PIÙ IL RISCALDAMENTO, NIENTE PIÙ LINEE TELEFONICHE”
«A Pontida? Non credo che andrò». Daniela Cantamessa è stata la segretaria, la guardiana, la vestale quasi di Umberto Bossi: «Non poteva essere diverso. Quando lui voleva qualcosa, a qualsiasi ora, dovevi scattare». Per questi motivi è il simbolo di cosa ha rappresentato Bossi per i suoi militanti.
Ma perché non vuole andare ai funerali del Senatur?
«Troppo dolore per quello che è successo, troppe persone che non voglio più vedere… Forse è anche il mio lato piemontese, riservato».
A maggior ragione, questo saluto è difficile da mancare…
«No… No, guardi no. Bossi a Pontida ha un significato troppo grande: io non ce la faccio».
Ripensa agli ultimi anni dolorosi?
«No, io quando penso a Bossi penso alla speranza che aveva generato in tutti noi. Ma certo: gli ultimi anni sono stati terribili. Per lui e anche per me».
Perché?
«Perché non lo volevano più. Bossi ha dato le dimissioni il 5 aprile 2012, ma aveva ancora l’ufficio. E così, io sono rimasta con lui fino all’aprile del 2017. Ma intorno gli avevano fatto terra bruciata. Eravamo tutti in cassa integrazione e a me arrivavano continue lettere di richiamo perché io andavo in via Bellerio lo stesso. Anche se era difficile…».
Il motivo?
«Perché non lo si voleva più lì in sede. Non c’era più il riscaldamento, niente più linee telefoniche: a quel piano non si facevano più le pulizie e tutto era in disarmo… Quello che è difficile, impossibile da metabolizzare, è come è finita una storia, una comunità… Se devo mettere vicine le due immagini, penso alla sala delle riunioni con il tavolone verde la prima volta che ci entrai. Ero militante dal 1992, mi pareva troppo bello per essere vero. La seconda è quella degli uffici in sfacelo una decina di anni fa».
Come è diventata la sua segretaria?
«Ero entrata all’agenzia viaggi della Lega: Padania Bella. Poi, per la maternità di una collega, facevo il doppio lavoro: all’agenzia e come segretaria».
E rispondeva che il segretario, da sempre allergico ai cellulari, non poteva rispondere.
Quante telefonate riceveva al giorno?
«E chi lo sa. In certi periodi, ininterrottamente. Tra l’altro, alla fine degli anni Novanta arrivavano ancora quintali di posta».
Quando lo ha visto più arrabbiato?
«Quando ha saputo che Francesco Belsito aveva fatto degli investimenti all’estero».
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
“DI QUESTO TEMPO PENSAVA TUTTO IL MALE POSSIBILE. NON SI RICONOSCEVA. QUANDO FU RIELETTO COLDIRETTI ORGANIZZÒ UN EVENTO IN SUO ONORE, A ROMA. VENNERO INVITATI I LEADER DI CENTRODESTRA, MA TUTTI AVEVANO IMPEGNI. NON VENNE NESSUNO”
Lo recuperano da morto ma lo avevano dimenticato da vivo. Figlio mio, figlio mio, perché mi
hai abbandonato? “E ora dicono che sono tutti figli di Umberto Bossi, la Lega intera, la destra. Tutti”.
E non lo sono?
“Prima della sua morte, bella, mi creda, una morte che neppure Umberto avrebbe immaginato, celebrata dai quotidiani, i leghisti dicevano che erano figli di Maroni. Oggi sono tornati figli di Umberto”.
Vi eravate sentiti al telefono?
“Ero andato a trovarlo. A Natale. A Gemonio”.
Bossi cosa pensava di questo tempo?
“Pensava tutto il male possibile. Non si riconosceva. Da vivo lo hanno trattato malissimo, compreso chi diceva di amarlo”.
Giulio Tremonti, l’amico di Bossi, ricorda che quando venne rieletto, l’ultima volta, per festeggiarlo, Coldiretti volle organizzare un evento in suo onore, a Roma.
Chi ci andò?
“Vennero invitati i leader di centrodestra, ma quella sera tutti avevano impegni. Non venne nessuno”.
Chiedo a Tremonti se Bossi avesse voluto una camera ardente a Via Bellerio e Tremonti mi risponde che non avrebbe voluto “la camera ardente e neppure i funerali di stato. Non li avrebbe voluti. Non era un uomo di cerimonie”.
A Gemonio la famiglia ha chiuso il cancello. Gli unici che sono entrati, al momento, sono Giancarlo Giorgetti, Marco Reguzzoni, Attilio Fontana. A tarda sera è arrivato Salvini, commosso. Hanno chiesto ai figli di Bossi, alla moglie, come “intendiamo celebrarlo”, hanno spiegato che Bossi merita un funerale, un grande funerale, di stato, ma la famiglia si è opposta e i rapporti vengono curati, mediati, da Giorgetti.
Daniele Belotti, la voce di Pontida, insieme a Maurizio Bosatra, l’uomo che da trent’anni organizza le feste della Lega, mangia panini per strada per il partito, si sono offerti: “Ci pensiamo noi al funerale. Lo organizziamo a Pontida, in piazza installiamo un maxischermo. Ci pensiamo noi”. La messa sarà celebrata a Pontida, nel monastero di San Giacomo, alle 12, ed è atteso l’arrivo di Giorgia Meloni.
Sui social della Lega lo salutano con “A Dio, capo”, ma la verità è che nessun leghista era nelle condizioni di confermare la notizia della sua morte. Lo avevano ricoverato, mercoledì, dopo un dolore al petto, a Varese
Giovedì sera quando Federica Valenti, dell’Agi, ha dato per prima la notizia, i tg hanno telefonato all’ufficio stampa della Lega, e poi ai capigruppo, Romeo e Molinari. E’ vero che è morto? Hanno cercato la famiglia e poi i badanti. I badanti.
Era tardi, anche per i grandi quotidiani, a cui non è sembrato vero poter scongelare i coccodrilli, articoli che puzzavano di morto più del morto. Dice Tremonti che “a leggere i giornali di oggi, e immagino anche di domani, sono stati tutti generosi, affettuosi con Bossi. Sa cosa penso? Che da anni chi voleva male a Salvini lodava Bossi per andare contro Salvini”.
Lo stavano per espellere per una tessera, l’adesione di Bossi al Comitato Nord di Paolo Grimoldi, ex segretario della Lega Lombarda (lui sì espulso) ma perfino a Salvini è sembrato troppo. A Emanuela Fiorentino, su Panorama, Salvini, quando era invincibile, ha raccontato che Bossi “mi trattava male, trattava male tutti, Giorgetti, forse un po’ meno”, mentre Bossi, a Salvatore Merlo sul Foglio, nell’intervista che vale una vita, una carriera, dal titolo, “Io Bossi, lui cita”, raccontava “che l’uomo è ciò che mangia e ciò che respira. Salvini ha respirato Bossi tutta la vita”.
Salvini ha provato a somigliargli nel modo di vestire, nella barba sciatta, nella provocazione, solo che Bossi aveva il talento di ottenere tutto con poco (anche con il quattro per cento) e Salvini di avere poco quando aveva tutto.
Il meglio che resta della Lega, e anche la furbizia, è bossiano: Giorgetti al governo, Fontana in Lombardia, in Rai hanno recuperato Antonio Marano e si convoca ancora Calderoli quando è necessario occuparsi di legge elettorale. Mai Bossi avrebbe offerto la carica di vicesegretario a Vannacci perché “i fascisti? Io li picchiavo”. Bossi non si sarebbe fatto raggirare ed è un raggiro anche il recupero del morto da parte della sinistra.
Senza Bossi viene a mancare il padre della Lega e a Salvini l’unico maestro da cui poter copiare. Le chiavi della scuola restano a Giorgetti. Ora non ha più nessun motivo per restare in Lega o forse ha finalmente un motivo per farsene carico.
(da Il Foglio)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
CACCIA AI PAGAMENTI DELLE PARTECIPAZIONI BIELLESI
Sulle orme del padre con 5 mila euro cash. Papà Mauro Caroccia, ras della ristorazione alla periferia di Roma, fedelissimo del boss Michele Senese a cui lo lega un’antica amicizia, per il clan della Capitale faceva da prestanome.
Lo scorso 19 febbraio finisce in carcere, condannato in via definitiva per intestazione fittizia aggravata dall’aver agevolato un’associazione mafiosa. Lui è in cella a Viterbo, fuori la famiglia. Moglie e figli. Compresa Miriam, diciannove anni, titolare del ristorante “Bisteccheria d’Italia” finito al centro dell’affaire Delmastro.
A lei, il padre, a fine 2025 aveva lasciato le quote di quel locale sperso a Roma Sud, con una quarantina di coperti e decisamente pochi clienti. Ora entrambi sono finiti indagati, a vario titolo, per riciclaggio e intestazione fittizia. La procura di Roma vuole andare a fondo, scandagliare gli affari dei Caroccia, i legami con il clan Senese ed un faro è acceso anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma e Biella.
Una Srl fondata insieme al sottosegretario alla Giustizia, deputato, avvocato penalista, uomo di punta di Fratelli d’Italia. Ed è qui che sarebbe avvenuto anche un passaggio di contanti che, seppure di modesta entità, è tutto da chiarire.
Per ricostruire la vicenda bisogna tornare al 2017-2018. Mauro Caroccia lavora per
il clan Senese e, raccontano le sentenze, con i suoi ristoranti ripulisce il denaro che arriva dalla droga, dall’usura e da una lunga serie di affari illeciti.
C’è l’apertura del “Da Baffo”, poi “Baffo 2 Fish”. Dalle indagini, si legge negli atti, «emerge come il locale sia stato gestito sotto le direttive» dei Senese. E c’è una telefonata, intercettata dagli investigatori, significativa più di altre.
Angelo Senese, fratello del capo indiscusso, un nome e un cognome che nella Capitale significano affari sporchi e potere, redarguisce Mauro Caroccia per una discussione avuta con la moglie all’interno davanti ai clienti: «Ti devo tirare le orecchie! Ti devo tirare…». I litigi in pubblico rischiano di «pregiudicare il buon nome e l’andamento dell’attività». I ristoranti finiscono al centro dell’inchiesta, Mauro Caroccia a processo: condannato nel 2022, assolto in appello. Nel 2025 annuncia l’apertura di un nuovo locale, “Bisteccheria d’Italia”. Lo fa in pompa magna, con tanto di video: «Sono tornato».
Però nella 5 Forchette, che nasce formalmente a Biella il 16 dicembre del 2024, non c’è Mauro Caroccia ma la figlia Miriam, all’epoca appena maggiorenne. Ed è con lei che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si mette in società, con il 25% delle quote. Con lui, seppure sul 5%, investono pure dei compagni di partito: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, l’assessore biellese e segretario provinciale di FdI Cristiano Franceschini.
Più Donatella Pelle, impiegata, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone molto attivo in Piemonte nelle procedure fallimentari, che si prende il 10%. Il capitale versato al momento della nascita della società è appena 2.500 euro, un quarto dei diecimila euro di capitale sociale. Ma se questi soldi sono certi – certificati dalle copie degli assegni della Banca d’Asti (per le quote di Caroccia e Pelle) e Banca Sella (per tutti gli altri) depositati in camera di commercio – quando “i biellesi” escono e vendono il loro 50% a Miriam Caroccia per 5.000 euro, il saldo delle quote avviene in contanti. Forse.
Perché gli atti, redatti da un commercialista della città piemontese, si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Nessuna certificazione dell’avvenuto pagamento e nessuna specificazione se le somme
passate di mano hanno riguardato l’intero valore (i 5.000 euro riportati nei documenti) o solo la quota versata come capitale (1.250 euro, pari a un quarto).
I documenti non riportano una data, ma la registrazione presso la Camera di commercio locale avviene il 6 marzo scorso. Pochi giorni prima, il 3 marzo, viene registrato un atto-fotocopia dove cambia solo venditore e compratore: a vendere è la G&G di Delmastro, a comprare è la Pelle, che si trova così per qualche giorno con il 35% della società che gestisce il ristorante romano.
Anche in questo caso, «il corrispettivo» – la somma di 2.500 euro – al momento dell’atto è stato «già corrisposto» dalla Pelle «a mezzo di pagamento in contanti». La G&G era diventata socia della 5 Forchette il 28 novembre dello scorso anno. Quando Delmastro ha venduto di fatto a sé stesso, passando la sua quota alla società della quale detiene comunque il 100%. Con due differenze sostanziali rispetto agli altri passaggi di quote: l’atto è redatto da un notaio. E il pagamento (2.500 euro in questo caso) «verrà versato, con mezzi di pagamento tracciabili nel rispetto della normativa antiriciclaggio, entro 30 giorni».
(da La Stampa)
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