Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL NO A SANTORO, SCOMPARE DALLA MANOVRA UNA NORMA AMMAZZA-TELECOM SULLA RETE TELEFONICA…SALTA L’ACCORDO CON IL GIORNALISTA E MIRACOLOSAMENTE IL PROGETTO SPARISCE
La metafora di Giovanni Stella annunciava la discesa in campo (televisivo) di Telecom:
io aspetto paziente sotto il banano-Rai che ne scendano i macachi-conduttori.
L’amministratore delegato di Telecom Italia rompeva il bipolarismo di Rai e Mediaset: La7 è disposta a prendersi il gruppo di giornalisti che il servizio pubblico e il Biscione, per motivi diversi ma di uguale matrice (il Cavaliere), non vogliono e non possono permettersi.
Stava nascendo una televisione all’apparenza poco controllabile per il Silvio Berlusconi imprenditore e politico, ma estremamente influenzabile per la sua versione di capo del governo.
La trattativa con Michele Santoro era chiusa, mancava un tratto di penna: la firma (alle prime voci, il titolo di La7 crebbe in un giorno del 20%; l’altro ieri, al niet, ha perso il 4 e ieri il 3). Martedì scorso, l’ultimo incontro tra l’inventore di Annozero e il dirigente di La7 conosciuto con il soprannome di “canaro” per i suoi modi spicci ed efficaci fino al sadismo.
E che succede martedì, proprio quel giorno?
Il governo scrive e riscrive e infine diffonde la bozza di manovra economica: tagli, pensioni , tasse e finte rivoluzioni liberali e liberiste.
In un articolo del provvedimento, a sorpresa, si materializza il conflitto d’interessi che Santoro ha denunciato.
Il governo, se vuole, può fare male a Telecom, la multinazionale proprietaria di La7.
E con una norma, infilata di soppiatto, Palazzo Chigi ha dimostrato come può farle male.
La bozza prevedeva un progetto del ministero per lo Sviluppo economico di Paolo Romani: “Un piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet”.
E come? “Mediante la razionalizzazione, la modernizzazione e l’ammodernamento delle strutture esistenti”.
Parole astruse e verbi incrociati per sottrarre a Telecom l’ultimo bene invidiato da tutti i concorrenti: la rete fisica, quella che porta il cavo telefonico in tutte le case e gli uffici, eredità del monopolio pubblico.
Il governo pensava di aprire il mercato e le connessioni veloci imponendo “obblighi di servizio universale”.
Tradotto: Telecom investe per migliorare la sua struttura e poi deve metterla a disposizione dei concorrenti.
Il governo di lievi e dure sforbiciate, che spinge all’infinito una correzione nel bilancio statale da 47 miliardi di euro, sentiva l’urgenza di ricorrere ai soldi della Cassa depositi e prestiti per “finanziare il piano nazionale su Internet”.
Poche righe nascondevano un possibile esproprio del tesoro più sensibile per i vertici di Telecom.
L’ipotesi dura due giorni, esattamente 48 ore, fin quando ieri accadono due fatti all’apparenza distanti ma forse strettamente legati: La7 annuncia la fine di qualsiasi negoziato con Santoro, azzoppando così l’ipotesi terzo polo televisivo; e, in contemporanea, il governo cambia la norma, stravolge il suo “piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet” e cancella dal testo della manovra quei passaggi — “la razionalizzazione, l’obbligo di diritto universale” — che minavano la stabilità patrimoniale di Telecom e preoccupavano i suoi azionisti (anche stranieri).
Anche se il numero uno di Telecom Italia Franco Bernabè giura che tra i due fatti non c’è alcun nesso, e ribalta su Santoro l’accusa di aver cercato pretesti per far saltare la trattativa con La7, i casi sono due: o le idee del ministro Romani e del governo sono talmente labili da evaporare nel breve volgere di 48 ore, oppure la rivoluzione telematica di Berlusconi era un atto di forza, un segnale per intimorire La7.
Per capire dov’è intrappolata la ragione è utile ricordare che la Rai di centrodestra, in trincea contro i giornalisti sgraditi dal Cavaliere, adesso comincia a riflettere: forse è meglio trattenere Santoro, forse Vieni via con me era davvero importante, forse Report è un prezioso settimanale d’inchiesta, forse Lucia Annunziata è una figura professionale irrinunciabile per il servizio pubblico.
Togliendo i forse, resta l’ordine di servizio di Berlusconi, il più recente: è più facile controllare il servizio pubblico, senza indebolirlo troppo, per giocare di sponda con Mediaset, che combattere un terzo polo televisivo.
Nella peggiore delle ipotesi, un colossale ricatto.
Nella migliore, l’ultima trasfigurazione del conflitto d’interessi.
Giorgio Meletti e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI LO FA ELEGGERE E LUI SI PRENDE SUL SERIO E PARLA DI ONESTA’ MENTRE LE TELECAMERE INQUADRANO PAPA…VERDINI FA IL NOTAIO, LA MINETTI SFOGGIA IL LATO B, IL POVERO PEDICINI VOTA CONTRO E FINISCE NELLA FOSSA DEI LENONI
Auditorium della Conciliazione, alle tredici e quindici.
L’Unto del Signore ha benedetto segretario Angelino Alfano, ancora guardasigilli ad personam, e i vari colonnelli del Pdl si alternano sul palco per interventi da cinque minuti.
I delegati, più di mille, si rilassano. Entrano ed escono dalla sala.
Molti deambulano sorridenti nella hall.
Il deputato Alfonso Papa, uno dei pilastri della P4 di Gigi Bisignani, è da solo, emarginato da tutti i capannelli.
Poi si rianima d’improvviso: Nicole Minetti, vestita di bianco e di blu, gli passa vicino e lui non resiste alla tentazione di guardarle il lato b quando lo supera. Papa e Minetti, due storie del partito dell’amore che adesso vuole anche essere partito degli onesti, premiando merito e talento.
Non è uno scherzo.
La promessa, o la minaccia a seconda dei punti di vista, è il climax del commosso discorso di Alfano: “Noi dobbiamo lavorare per il partito degli onesti. Presidente, lei è stato un perseguitato dalla giustizia perchè nel ’94 lei aveva 58 anni e non è possibile che fino ad allora non era successo niente e poi quando è entrato in politica le è successo di tutto con riferimento al passato. Lei è un perseguitato, ma ho l’onestà di dire che non tutti lo sono”. L’auditorium esplode. Un’ovazione.
E, ironia della sorte, le telecamere del Capo, le uniche ammesse in sala, inquadrano Papa che applaude a scena aperta.
imbarazzante.
Siamo all’edizione 2011 della banda degli onesti, l’indimenticabile caricatura dei falsari di Totò e Peppino.
La banda degli onesti di Alfano non è l’unico paradosso di “questa giornata dell’amore”, come la chiama B.
Ce n’è un altro che viene prima, in apertura.
Berlusconi dà inizio ai lavori, si autoincensa, ancora una volta annuncia il bavaglio sulle intercettazioni e le riforme (giustizia e Costituzione), sfotte Giulio Tremonti chiamandolo “Guido” e poi chiama a sè sul palco Angelino Alfano, segretario politico predestinato del Pdl, carica non prevista dallo statuto interno.
La svolta democratica del partito carismatico è un’investitura alla nordcoreana: “Io da presidente e fondatore del partito vi propongo l’elezione di Alfano per acclamazione”. Il Caro Leader Silvio che unge il Prediletto e tutti in piedi a sbattere le mani.
Un teatrino che dura una manciata di minuti. B. non si contiene e manifesta la solita allergia per “regole e procedure burocratiche”.
Chiede “un’investitura plebiscitaria” e “abbraccio generale” per “questo ragazzo intelligente”.
Sembra fatta, ma il triumviro Denis Verdini, coinvolto nell’inchiesta sulla P3 e altro volto del partito degli onesti, lo frena.
B. si scusa con la platea plaudente: “Il notaio Verdini mi dice che bisogna comunque fare la modifica allo statuto”. Il triumviro lo rassicura: “Scusa presidente non perdiamo più di trenta secondi”.
In questo mezzo minuto, alle 11 e 18, un delegato di nome Antonio Pedicini, friulano, si ritaglia un po’ di gloria: è l’unico tra i mille e passa che vota contro la modifica dello statuto.
Il dissenso viene accolto dall’ilarità generale, come una barzelletta raccontata dal premier.
In prima fila c’è il berlusconismo rosa delle origini, incarnato dalla Prestigiacomo, poi la Carfagna e la Gelmini. Più defilata la Brambilla.
I falchi volano di meno , negli ultimi tempi, è così Daniela Santanchè è relegata a metà della sala, con Melania Rizzoli e Antonio Angelucci.
Dopo l’acclamazione, B. scende dal podio, Alfano resta e comincia il suo primo intervento pubblico da segretario.
Parte da lontano, da quando sconosciuto consigliere provinciale di Agrigento, nel 1994, ascolta e vede B. in televisione e decide di aderire a Forza Italia perchè “quell’uomo aveva il sole in tasca”.
Il guardasigilli ad personam descrive il partito dei moderati che vorrebbe e paragona il sogno americano a quello berlusconiano: “Vorrei che uno dei giovani presenti qui oggi, magari consigliere provinciale, diventasse segretario del Pdl tra 17 anni”.
Alfano è commosso, cita il papà in platea, ricorda Pinuccio Tatarella, ringrazia i triumviri, omaggia i signori delle tessere Matteoli e Scajola che vorrebbero ingabbiarlo con un direttorio di notabili, si scaglia contro l’anarchia del Pdl.
È un discorso ecumenico. Poi sparge il panico con la chiosa al partito degli onesti: “Berlusconi è perseguitato ma non tutti lo sono”.
La sibillina frase aleggia su tutti i capannelli che si formano dopo nella hall.
Il quesito corre di bocca in bocca, con preoccupazione: “A chi si riferiva?”. L’elenco dei sospettati è ampio: i citati Papa e Minetti, presunta tenutaria del “bordello ” del bunga bunga; poi Cosentino, inquisito per camorra; lo stesso Scajola, cui la cricca di Anemone ha acquistato la casa al Colosseo a sua insaputa; il triumviro Verdini.
Anche la Bergamini, la donna di Raiset, ha il volto corrucciato.
L’ex Responsabile Mario Pepe nota: “Però che cattiveria a inquadrare sempre il povero Papa”.
Rotondi e Baccini si dicono entusiasti del discorso di Alfano: “Sembrava il Forlani di una volta”. Dai democristiani agli ex fascisti. Sul podio sale Gianni Alemanno e sfora i cinque minuti. Maurizio Lupi lo interrompe: “Gianni ancora trenta secondi”. Lui infastidito, senza voltarsi e con voce alterata: “Lupi stai buono”. Un riflesso da vecchio camerata.
Bersani e Di Pietro, commentando, si invertono di nuovo i ruoli.
Il primo : “Alfano è il segretario del Capo”. Il leader dell’Idv: “Non condivido Alfano ma merita rispetto”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
STOP ALLA RISCOSSIONE PER I 600 ALLEVATORI CONDANNATI PER IRREGOLARITà€ DALLA COMMISSIONE EUROPEA…LA COLDIRETTI: “QUESTO NON E’ PIU’ UNO STATO DI DIRITTO, ANCHE NOI ADESSO VOGLIAMO INDIETRO I NOSTRI SOLDI”
Stop alla riscossione coattiva delle quote latte da parte di Equitalia. 
È la dote elettorale ottenuta dalla Lega Nord e inserita nella manovra finanziaria da 40 miliardi in via di approvazione in Parlamento.
Una manna per il manipolo dei 500, al massimo 600 allevatori che devono ancora finire di pagare le multe commissionate dalla Commissione europea per le irregolarità relative alla loro produzione.
E un regalo alla Lega che questi produttori li ha sempre difesi, in un momento in cui si trova a fronteggiare le liti interne, i malumori della base e il calo dei consensi.
“Questa è la conferma della volontà di andare al voto anticipato nel 2012, rinviando il risanamento dei conti pubblici a carico del prossimo governo post elezioni” è l’interpretazione dell’Udc nelle parole del deputato e responsabile agli enti locali Mauro Libè.
Insomma un’arma carica che la Lega potrà usare quando dovrà raccattare voti, e una “vendetta” nei confronti dell’ente incaricato finora di riscuotere le multe, l’odiata Equitalia.
Nella bozza si legge che “a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le procedure di riscossione mediante ruolo in materia di prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari avviate dall’agente della riscossione sono interrotte e lo stesso agente è automaticamente discaricato dalle relative quote.Resta ferma la validità degli atti posti in essere sino a quella data”.
Un provvedimento che accontenta solo una parte — molto esigua — dei 42mila produttori di latte attivi in Italia.
Di questi il 60% aderiscono a Coldiretti, e si dichiarano ferocemente contrari al blocco delle riscossioni coatte e pronti a dare battaglia.
Duro e diretto Diego Meggiolaro presidente della sezione Coldiretti di Vicenza (uno che i Cobas ce li ha in casa) che esprime comunque la posizione dell’intera associazione nazionale. “A questo punto abbiamo la certezza di non essere in uno stato di diritto, e quindi considerato che siamo al Far West legislativo e politico, Coldiretti ha intenzione di chiedere la restituzione delle multe pagate finora da tutti nostri soci. E vi assicuro che siamo una macchina da guerra, se ci muoviamo noi siamo tanti, possiamo scatenare un putiferio”.
Una situazione complicata, che Luca Zaia da ministro dell’agricoltura aveva cercato di sanare con la legge 33 che prevedeva la possibilità di rateizzare le sanzioni.
“Ma nemmeno questo è bastato — prosegue Meggiolaro — abbiamo assistito allo scandalo di una commissione nominata ad hoc per far luce sulla faccenda, commissione che quando è stata convocata in Parlamento non si è nemmeno presentata, e poi all’ulteriore scandalo dell’ultima Finanziaria che stornava i soldi destinati ai malati oncologici per tamponare le perdite delle quote latte”.
Insomma la questione delle quote latte rischia di non fermarsi nemmeno ora che le multe coattive sono state “amnistiate”, e che fa intendere che la Lega ha in qualche modo chiesto “la testa” dell’odiata Equitalia, fulcro di ogni male secondo tanti suoi militanti.
Del resto anche all’interno di Agea, l’ente incaricato dalla Comunità europea di erogare i contributi, c’è stato di recente un regolamento di conti: il ministro alle politiche agricole Francesco Saverio Romano ha commissariato Agea e il presidente Dario Fruscio (in quota Lega) è stato rimosso.
Al suo posto è stato nominato come commissario il generale di corpo d’armata Mario Iannelli. «Evidentemente anche Fruscio, che è un uomo della Lega, non andava bene perchè da persona corretta doveva rispondere delle sue azioni alla comunità europea”.
Erminia Della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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