Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
LA CASA IN NERO A ROMA, SOLO ORA DICE DI “ESSERSI DIMESSO DA INQUILINO”… MA PERCHE’ PAGAVA 4.000 EURO IN CONTANTI? AMMESSO CHE LI PAGASSE
La maledizione del ministro dell’Economia e delle banconote in contanti.
“Presidente, quante persone conosce che girano per strada con 5.000 euro in contanti nel portafoglio?”.
Era il 26 maggio 2010 ci trovavamo nella sala stampa di Palazzo Chigi.
Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, uno vicino all’altro come due icone, sentendo la domanda, si erano dati di gomito. Adesso mi guardavano quasi divertiti.
Il Cavaliere sembrava ancora quello dei tempi d’oro, con il sorriso sfavillante e impune che si allargava sul viso: “Posso chiederle quanti soldi ha in tasca lei?”.
Era una domanda retorica, ovviamente, ma avevo risposto lo stesso: “Credo cinquanta euro…”.
Berlusconi allora aveva fatto la sua battuta: “Ecco, io zero! Eh, eh eh, eh…”. Pausa: “Mi affido alla carità pubblica!”.
Anche Marco Milanese, abbiamo appreso in queste ore, si affidava alla carità , forse privata.
Quella del suo ministro: per pagare la modesta pigione di 8.000 euro al mese per la bella casa di via Campo Marzio, dice, Tremonti gli dava 4.000 euro, chissà perchè tutti in contanti.
Tutto si pagava cash, senza ricevuta. Ieri il ministro ha scherzato: “Annuncio che mi dimetto da inquilino…”, aggiungendo che spiegherà meglio oggi (sul Corriere della Sera).
Attendiamo al varco, curiosi e fiduciosi.
Eppure quella discussione sui 50 euro del 2010, aveva molto a che vedere con quello che avremmo scoperto poi: con la tracciabilità — per dire — non avremmo avuto il rogito fantasma di Claudio Scajola, con la tracciabilità non avremmo le provviste in nero, le barche pagate con valigetta per arrotondare i conti, i Rolex, eccetera, eccetera, eccetera.
Non avremmo nemmeno, oggi, il dubbio su chi ha davvero pagato la casa con soffitti affrescati dove dormiva il ministro: se l’imprenditore che dice di sapere che un benefattore stanziava 10 mila euro, se l’onorevole Milanese con soldi presi chissà dove, oppure se i due collaboratori amici, il deputato e il ministro, dividendosi la cifra “cash”.
La domanda di quel giorno riguardava uno dei provvedimenti controversi di questo governo.
Rimuovere il vincolo della tracciabilità con cui Vincenzo Visco aveva imposto che si dovesse pagare con assegno, carta di credito o versamento bancario ogni prestazione sopra i 100 euro, con una draconiana misura anti-evasione.
Col senno di poi, pensando alla risposta che i due diedero allora, l’ironia della sorte vuole che Tremonti si trovi in un guaio, oggi, proprio per quel provvedimento che aveva difeso con tanta spavalderia.
Berlusconi e Tremonti, quel giorno si erano vantati di quella misura come un antidoto “allo stato di polizia”.
Quando Berlusconi aveva finito di parlare, il ministro dell’Economia aveva preso la parola, rivolgendosi curiosamente, anche lui, al mio portafoglio con un sorriso sornione dei suoi: “Senta, posso intervenire…? Lei quanti soldi ha detto che aveva, in tasca? Mi sembrava che la sua nonchalance fosse anche legata all’uso disinvolto… Sto scherzando!”.
Poi subito dopo, aveva aggiunto: “Con le norme di Visco, in questo momento se tu fossi andato a comprare un paio di scarpe avresti dovuto fare l’assegno… Poi le dirò cosa si deve fare davvero, non questo, per la lotta all’evasione”.
Tremonti quindi aveva dissertato sulla peculiarità dell’Italia: “In altri paesi, se tu tiri fuori le banconote chiamano l’Fbi! Perchè lì i mezzi di pagamento — aveva spiegato — sono solo plastica, sono solo tessere… E allora c’è anche il fisco. Ma pensare di modificare il costume di un paese che ha usi diversi… Al fisco americano gli va molto bene perchè la gente usa la plastica! Pensare che imponendo il divieto fiscale sopra i 100 euro — aveva sentenziato il ministro — implica l’idea dello stato di polizia tributaria”.
E ancora: “Se l’uso di un paese è una certa somma è giusto che anche il fisco faccia i controlli su quella base”.
Era stato meraviglioso Tremonti nel coronare il suo ragionamento: “In un paese in cui non è normale usare la plastica, imporre a un anziano che va a comprarsi le scarpe l’uso dell’assegno…”.
Avevo provato a interromperlo: “Quanti ne conosce di anziani che girano con le banconote da 100 e si comprano le scarpe?”.
Tremonti a quel punto si era spazientito: “Se vogliamo litigare ci mettiamo a litigare fuori! Però io ho cercato di dire che, con la legge che sarebbe vigente se non ci fosse stato il governo Berlusconi, sarebbe vigente in questo momento il divieto dell’uso di 100 euro per i pagamenti. Uno che pensa che sopra i 100 euro diventa un mezzo di pagamento indebito — aveva concluso Tremonti — credo che abbia una visione poliziesca e francamente indebita”.
La visione poliziesca e indebita è quella che ci vorrebbe anche oggi.
Tutte le P3 e le P4, tutti i piccoli grandi taccheggiatori della Seconda Repubblica hanno giocato a rubamazzo.
Non sono stati gli anziani che compravano i mocassini a finirci in mezzo.
Ma, per un divino contrappasso, il ministro che oggi fatica a spiegare da dove uscivano fuori gli 8.000 euro della pigione.
E che se fosse innocente, e se governasse Visco, oggi potrebbe esibire un assegno per dissolvere i sospetti.
Luca Telese blog
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
IPOTESI DI ABUSO D’UFFICIO: I COSTI DI RISTRUTTURAZIONE DELL’EDIFICIO SALITI DA 3 A 18 MILIONI
C’è un pastrocchio tutto italiano nella storia della ricostruzione della Questura
dell’Aquila.
Un pastrocchio scritto nelle carte della Procura della Repubblica che ieri ha notificato gli avvisi di garanzia a dirigenti pubblici – tra cui l’ex provveditore alle Opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna, Giovanni Guglielmi.
Una storia di appalti affidati senza gara – che lievitano del 450% – e poi finiscono nelle mani di aziende legate alla politica.
I lavori per il palazzo della Polizia gravemente lesionato dal terremoto, almeno all’inizio, dovevano costare 3 milioni di euro.
Come da preventivo della società Inteco spa – la stessa che aveva ricevuto, con procedura d’urgenza, anche l’affidamento del puntellamento della struttura appena dopo il sisma.
Senza gara, ma con affidamento diretto da parte dello Stato, vista “l’urgenza” della ricostruzione post-sisma.
Poi però la Inteco ha presentato via via un conto diverso. I numeri sono lievitati clamorosamente, fino ad arrivare a un preventivo di spesa di 18 milioni di euro.
A bloccare la super lievitazione del prezzo è intervenuta la Corte dei Conti – sezione Controllo lavori pubblici – che ha segnalato l’anomalia della procedura, invitato il provveditorato a revocare l’affidamento diretto e a procedere con gara d’appalto.
La Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti ha rilevato che l’incremento dei costi denota una modifica sostanziale dell’oggetto contrattuale, con una procedura in deroga “omissiva di qualsiasi competizione concorrenziale”.
Mettendo in evidenza che i nuovi lavori senza pubblicazione del bando e gara non sono “connotati da elementi emergenziali”, visto che si tratta della ricostruzione in toto di un’opera pubblica, il nuovo contratto appariva come “un’originale modalità di individuazione del contraente”.
Non solo, i giudici contabili hanno poi inviato le carte anche alla Procura della Repubblica. Il pm Stefano Gallo ha aperto un’indagine coadiuvato dagli uomini della Guardia di Finanza dell’Aquila.
E ieri – a conclusione delle indagini – sono arrivati gli avvisi di garanzia. Nove in tutto. L’accusa, per tutti, è di abuso d’ufficio.
Gli indagati sono Giuliano Genitti, Lorenzo De Feo, ingegneri, Carlo Clementi, dirigente pubblico, attualmente in servizio nel capoluogo; Giovanni Guglielmi, ex provveditore; con loro, quattro esponenti interni ed esterni del comitato tecnico amministrativo, tutti provenienti da Roma; infine, il rappresentante legale della ditta Inteco Spa, che aveva ricevuto inizialmente l’affidamento diretto dei lavori, poi ritirato.
E la questura?
La gara pubblica che si è – regolarmente – svolta alcuni mesi fa è stata vinta dalla società Nicando srl (amministrata da Giuseppina Patriciello, sorella dell’europarlamentare del Pdl Aldo Patriciello).
Gara vinta con un ribasso del 47%. Base d’asta quasi dieci milioni, offerta della Nicando di 4 milioni e 600 mila euro circa. Quindi da 3 milioni – poi arrivati a 18 – ora ricostruire la Questura dell’Aquila costerà quasi 5 milioni.
Se tutto procederà per il verso giusto i lavori saranno terminati entro un anno.
Ma la famiglia Patriciello – ora affidataria dei lavori – con le costruzioni ha già un procedimento penale in corso per “cemento scadente”.
Il 24 febbraio del 2011 Aldo Patriciello, Europarlamentare del Pdl, è stato rinviato a giudizio dal gup di Isernia con l’accusa di falso ideologico, truffa e frode in pubbliche forniture.
Secondo gli inquirenti molisani, Patriciello assieme al fratello Gaetano nel 2004 avrebbe fornito all’impresa Aldani di Bologna (titolare dell’appalto per la costruzione del primo lotto dell’autostrada San Vittore-Termoli) calcestruzzo scadente da utilizzare per la costruzione dei pilastri di un viadotto.
L’inchiesta venne ribattezzata “Piedi d’Argilla”.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
QUEL CHE TREMONTI NON HA DETTO
I pagamenti in nero sono il male oscuro dell’economia nazionale.
Quanti italiani possono affermare di non avere mai ceduto alla tentazione, magari per spese modeste e cose di poco conto?
Quanti possono lanciare la prima pietra senza peccare d’ipocrisia?
Ma la colpa è molto più grave se attribuita a persone che hanno l’obbligo istituzionale di esigere correttezza fiscale, di fissare le regole e di punire coloro che non le osservano.
Temo che il caso del ministro dell’Economia, se i sospetti delle scorse ore sui pagamenti effettuati per l’affitto del suo appartamento romano avessero qualche fondamento, apparterrebbe a questa categoria.
Giulio Tremonti è stato in questi anni il custode dei conti pubblici, il cane mastino della finanza nazionale.
Ha esercitato le sue funzioni con un rigore e una tenacia che hanno suscitato l’approvazione di Bruxelles e contribuito alla credibilità dell’Italia nelle maggiori istituzioni internazionali.
Alcuni colleghi di governo lo accusano di averlo fatto con criteri automatici (i «tagli lineari») che non tengono alcun conto delle differenze che certamente esistono fra i diversi contribuenti e i diversi organi pubblici colpiti dalla stretta fiscale.
Ma chiunque abbia la benchè minima familiarità con le abitudini politiche nazionali sa che cosa accade quando un progetto di legge finanziaria diventa materia di negoziati estenuanti e di ritocchi progressivi.
Può darsi che Tremonti abbia messo nell’operazione alcuni tratti del suo «cattivo carattere» e una certa dose di narcisismo intellettuale.
Ma nessun osservatore in buona fede può dimenticare quali sarebbero in questo momento le condizioni della finanza italiana sui mercati internazionali se la sua volontà non avesse prevalso.
Il suo stile, tuttavia, gli ha creato nemici a cui non spiacerà sostenere, nei prossimi giorni, che anche il cerbero dei conti pubblici ha il suo tallone d’Achille.
Il caso del ministro che paga in nero per un appartamento forse addirittura al centro di un’imbrogliata vicenda di favori e appalti rischia di diventare l’arma preferita dei suoi avversari.
Qualcuno potrebbe persino sostenere che Tremonti è il nostro Murdoch.
Se il magnate della stampa anglo-americana pretende di censurare i governi dall’alto della sua cattedra, ma compra le notizie corrompendo la polizia e intercettando le telefonate della gente, che cosa dire di un ministro dell’Economia e delle Finanze che pretende di tassare i suoi connazionali, ma accorda a se stesso un trattamento di favore?
Tremonti dovrebbe rompere la spirale dei sospetti e parlare con franchezza ai suoi connazionali.
Non deve permettere che questa infelice vicenda diventi l’ennesimo scandalo della vita pubblica nazionale e contribuisca ad accrescere la sfiducia del Paese per la sua classe politica.
Ci dica che cosa è realmente accaduto e, se ha commesso un errore di giudizio o un peccato di distrazione, non tema di scusarsi pubblicamente.
Lo faccia per se stesso e nell’interesse di un Paese che, soprattutto in questo momento, ha bisogno di un ministro dell’Economia serio e credibile.
Sergio Romano
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
L’UOMO FORTE DEL PDL NELLA PROVINCIA DI MONZA, CONSIGLIERE REGIONALE, ACCUSATO DI CORRUZIONE, CONCUSSIONE E PECULATO… INSIEME A ROSARIO PERRI, COSTRETTO A DIMETTERSI DALLA GIUNTA DOPO L’OPERAZIONE CONTRO LA ‘NDRANGHETA DELL’ANNO SCORSO
Un’altra inchiesta per corruzione in Lombardia. 
E questa volta a finire nel mirino è un pezzo da novanta del Pdl a livello regionale, l’ex assessore all’ambiente Massimo Ponzoni, fiduciario del governatore Roberto Formigoni in Brianza, attuale consigliere al Pirellone e già coinvolto in diverse vicende giudiziarie.
La Procura della Repubblica di Monza, la stessa che coordina l’inchiesta sul dirigente del Pd Filippo Penati, lo accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, concussione e peculato.
L’indagine verte sulle vicende urbanistiche dei comuni di Desio e Giussano e su alcuni lavori affidati all’ente regionale Irealp (Istituto di ricerca per l’ecologia e l’economia applicate alle aree alpine).
Gli altri indagati, anticipa il quotidiano locale Il Cittadino, sono il vicepresidente del consiglio provinciale di Monza e Brianza Antonino Brambilla, l’ex assessore provinciale Rosario Perri, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva.
Perri, altro uomo forte del Pdl nella zona, si era dovuto dimettere dall’assessorato dopo che il suo nome era finito agli atti della grande inchiesta Crimine-Infinito sulla ndrangheta trapiantata in Lombardia.
Sarebbero coinvolti anche due imprenditori e due funzionari della Regione Lombardia.
La notizia è trapelata perchè il pm Giordano Baggio ha ottenuto un decreto di proroga delle indagini, che sarebbero iniziate il 27 dicembre scorso, dal gip Maria Rosa Correra.
Secondo l’accusa, Brambilla e Perri intervenivano in modo illecito sul piano di governo del territorio di Desio, in veste rispettivamente di assessore comunale all’urbanistica e di potente capo dell’ufficio tecnico.
Lo stesso faceva Riva a Giussano. Ponzoni, in cambio, grazie al suo peso nel Pdl distribuiva incarichi politici e amministrativi di prestigio.
Nel fascicolo sono confluite altre inchieste che riguardano Ponzoni, a cominciare da quella che lo vede accusato di corruzione per una presunta somma di denaro ottenuta dall’imprenditore Filippo Duzioni, proprio in relazione a una variante del Pgt di Desio, quando era in carica la giunta Pdl-Lega costretta alle dimissioni dopo l’inchiesta Crimine-Infinito, per favorire la costruzione di un centro commerciale.
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL COSTRUTTORE PASINI: “DI CATERINA RACCOGLIEVA TANGENTI PER LUI”….I VERBALI DELL’INTERROGATORIO
«Quello di cui sono assolutamente certo – scandisce ai pm il costruttore Giuseppe Pasini – è che ho pagato 4 miliardi di lire in due tranche a Di Caterina all’estero perchè così mi era stato chiesto da Penati in relazione all’approvazione del piano regolatore dell’area Falck di Sesto».
Pur coperti da una pioggia di omissis, ecco gli interrogatori di Pasini e dell’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina, dai quali è nata tutta l’inchiesta sull’ex sindaco ds di Sesto San Giovanni e dimessosi vicepresidente pd del consiglio regionale lombardo Filippo Penati.
Pasini, nel 2007 candidato del centrodestra a Sesto, nel 2000 era il costruttore che stava per acquistare dai Falck l’area delle ex acciaierie.
«Io – ricorda ai pm – sono andato a chiedere a Penati se, nel caso avessi comprato l’area Falck, era possibile arrivare a una licenza. Penati mi disse che avrei dovuto dare qualcosa al partito ovvero a qualcuno. A tal fine ho incontrato Penati in Comune nel 2000», il quale «mi disse che l’operazione mi sarebbe costata 20 miliardi di lire in tranche di 4 miliardi l’una. Mi disse anche che a prendere accordi con me sarebbe venuto Di Caterina» che, «all’epoca molto amico dell’amministrazione e in particolare di Penati, aveva il compito di portare a casa dei quattrini».
Per chi? «Penati non mi disse che i soldi servivano per qualche personaggio politico più in alto, ma ho immaginato che questo potesse essere perchè tutti erano interessati all’operazione».
Sul pagamento dei 4 miliardi, Pasini spiega di aver fatto a se stesso (conto «Pinocchio») un bonifico in Lussemburgo su Banca Intesa: «Ho ritirato in contanti 2 miliardi che la banca mi aveva già preparato in una valigetta».
Soldi dati a Di Caterina, «non ricordo se venne e ritirò personalmente o se su indicazione versai su un conto a lui riconducibile».
Sei mesi dopo Pasini dice di aver pagato gli altri 2 miliardi, «veicolati sulla Svizzera perchè ho un ricordo di un viaggio fatto in macchina con mio figlio Luca per andare a Chiasso o a Lugano».
Poi «ci sono state altre occasioni in cui, su richiesta di Penati, ho consegnato somme in contanti in Italia a Giordano Vimercati (in seguito capo di gabinetto di Penati presidente della Provincia di Milano), approssimativamente equivalenti a 500.000 euro tra fine anni 90 e inizi del 2000, dazione che potrebbe riferirsi all’area Marelli». Per la quale, a suo dire, c’era già stata una tangente: «Penati mi disse che era “indispensabile” fare una uscita verso via Adriano, la qual cosa avrebbe necessariamente comportato l’acquisto da parte mia del terreno di proprietà di Di Caterina», che «in cambio volle la cessione di un mio terreno più una somma»: con il risultato che «all’esito di questa trattativa ho pagato a Di Caterina circa 1 miliardo e 250 milioni di lire. Capii chiaramente che il prezzo non era trattabile. All’epoca capii che Di Caterina avrebbe dato una parte della somma a Penati e tale circostanza mi è stata confermata da Di Caterina in successivi incontri nei quali mi ha riferito di avere consegnato importi di denaro a Penati. Sostanzialmente Di Caterina in quegli anni faceva da “collettore” soprattutto per Penati con il quale aveva un rapporto molto stretto. Quando indico Di Caterina come collettore di tangenti, mi riferisco al fatto che era la persona più vicina ai componenti il consiglio comunale», e «quindi chi voleva avvicinare questi politici contattava Di Caterina».
E Di Caterina che dice?
«Tra me e Penati c’era un rapporto confidenziale per cui era più naturale chiedere il denaro a me. Ho portato – dice ai pm – copie di buste nelle quali avevo riposto contanti provenienti dalla mia attività di trasporto estero su estero, sulle quali sono annotati i pagamenti per contanti fatti a Penati e Vimercati», oltre «ad altri soggetti ma sempre su loro richiesta».
La somma, «da fine 1997 al 2002 e qualcosa nel 2003», è «pari a lire 2 milioni 235.000 euro».
La particolarità è però che Di Caterina spiega di aver avuto in parte, e di attendere in altra parte, alcune restituzioni di quei versamenti secondo compensazioni su più tavoli d’affari: «Quando ho prestato i soldi a Penati eravamo già in trattative per il piano Marelli e io ero sicuro che le somme che gli anticipavo mi sarebbero state restituite dalle tangenti che Pasini doveva pagare a Penati e che erano di importi rilevanti. Ero sicuro in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati per l’operazione, e del resto la cosa mi fu anche detta più volte dallo stesso Penati e da Vimercati, e cioè che i soldi sarebbero rientrati».
Complicato, ma redditizio per Di Caterina: «Io avevo notevoli vantaggi da questa operazione in quanto Penati e Vimercati mi proteggevano da Atm, mi hanno fatto entrare nel consorzio Trasporti, e mi hanno consentito di partecipare a operazioni per me lucrose».
Su un conto che apre il 29 febbraio 2001 in Lussemburgo, Di Caterina conferma che «da Pasini ho ricevuto due versamenti il 22 marzo 2001 per un totale attualizzato di 1 milione e 104mila euro che ho scudato nel 2003: tale importo corrisponde alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte a lui fino al 1997».
I pm cercano di capire: «Ma quando lei ha versato il denaro a Penati, l’ha fatto nella convinzione che si trattava di prestiti, o di pagamenti in cambio di favori che comunque le sarebbero ritornati in affari, e di cui adesso chiede la restituzione non essendo andate nei termini sperati alcune operazioni?»
Di Caterina risponde: «Si è trattato di pagamenti in cambio di favori nel modo in cui lei li ha descritti nella domanda, e quindi ora io attendo la restituzione».
Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere dela Sera“)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE DI DESTRA GAYLIB: “DOPO L’AFFOSSAMENTO, MOLTI VOTI POTREBBERO ANDARE A FLI”
Dopo la delusione, la voglia di rispondere: nelle urne. 
Il giorno dopo la bocciatura della legge anti-omofobia, affondata alla Camera da Pdl, Lega, Udc ed ex Responsabili, le varie anime della comunità sono concordi: nelle prossime elezioni, chi si è opposto a quelle norme pagherà il conto.
Perchè i voti dei gay pesano, eccome.
Anche a destra, come ricorda Enrico Oliari, presidente di GayLib, l’associazione delle “persone omoaffettive di centrodestra”.
Oliari è chiaro: “Il Pdl è inesistente sul tema dei diritti dei gay, e martedì ha dimostrato di non tutelare le libertà , anche se le richiama nel nome. La verità è che non hanno approvato la legge, anche se fatta di norme minime, perchè non vogliono riconoscere l’esistenza degli omosessuali”.
E allora, i gay che votano a destra potrebbero cambiare partito.
“Penso che diversi voti potrebbero spostarsi verso Fli — spiega Oliari — perchè, ad eccezione di tre deputati, ha votato contro le pregiudiziali che hanno affossato la legge anti-omofobia. Avrebbe votato contro anche Fini, come ha detto lui stesso. E poi dei diritti dei gay Fli parla sin dalla sua fondazione, in tutti i suoi convegni: la dimostrazione che non tutto il centrodestra è monolitico su questi temi”.
Ma GayLib potrebbe sostenere ufficialmente il partito di Fini?
Oliari frena: “Siamo sempre stati trasversali, e vogliamo rimanerlo. Certo, molti dei nostri associati militano in Fli, anche a livello locale. Inoltre, Ronchi ha lasciato il partito: viste le sue posizioni molto chiuse, mi sembra un altro buon segnale”.
Il no alla legge fa discutere anche a sinistra, perchè il veto dell’Udc rende più impervia una possibile alleanza con il Pd, promotore del testo.
Fabrizio Marrazzo, coordinatore del Gay Center di Roma, non si appassiona al tema (“Non mi interessano le alleanze, ma quello che i partiti propongono e approvano”).
Su un punto però è chiarissimo: “Noi abbiamo già lanciato il boicottaggio di tutti i politici che hanno approvato le pregiudiziali. L’obiettivo è di non farli eleggere, in qualsiasi elezione in cui si presentino. Naturalmente poi terremo conto dei programmi dei partiti, e della loro credibilità . Ma si partirà dai nomi in lista e dal loro curriculum”.
Un parametro per evitare brutte sorprese.
Marrazzo cita un chiaro esempio: “Scilipoti era stato eletto con l’Idv, favorevole alla legge. Ma martedì ha votato contro. Non è certo l’unica cosa che ha combinato ultimamente, però colpisce ugualmente”.
Sullo sfondo, un altro possibile effetto del no alla legge: “L’astensione tra i gay potrebbe crescere sensibilmente, anche se io non la reputo la scelta giusta”.
Viene da chiedersi l’esatto peso elettorale del voto degli omosessuali.
Numerosi sondaggisti, interpellati dal Fatto, hanno schivato la domanda (“Impossibile valutarlo, non esistono studi precisi”).
Franco Grillini, consigliere regionale dell’Idv in Emilia Romagna, risponde così: “I voti dei gay pesano molto quando c’è un candidato che sa farli pesare, ossia che sa attrarli con le sue idee e il suo impegno. Penso a nomi come Gianni Vattimo o come Stefano Rodotà , pur eterosessuale”.
Grillini però ammette: “In Francia, Germania o negli Stati Uniti, il voto degli omosessuali pesa di più, perchè esistono comunità -rifugio in alcune grandi città . Penso a New York, dove la comunità gay è riuscita a far approvare la norma sui matrimoni omosessuali a un parlamento conservatore. In Italia la comunità più forte è quella di Milano. Ma bisogna ricordare che i due precedenti sindaci, Albertini e Moratti, non ne hanno neppure voluto ricevere i rappresentanti. Ora con Pisapia c’è stata una svolta positiva”.
Ma molto resta da fare. “Servono figure di spicco, che sappiano dire parole chiare su questi temi, coinvolgendo anche il voto laico” ribadisce l’esponente dell’Idv.
Intanto dalla commissione Ue ricordano: “L’omofobia è una palese violazione della dignità umana, incompatibile con i principi base della Ue”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
DURA LETTERA DEL PRESIDENTE: “APERTURA SENZA NEMMENO UN DECRETO IN GAZZETTA UFFICIALE, IMPENSABILE UNA CAPITALE DIFFUSA, C’E’ ROMA”….PER BOSSI “RESTANO LI'”: A PERENNE MEMORIA DEI PATACCARI PADANI
Intervento di rara durezza nella lettera che Napolitano ha inviato al governo sul caso dell’apertura delle sedi distaccate dei Ministeri al Nord.
“Una apertura che confligge con la Carta costituzionale – dice il presidente – e il Quirinale che è garante dell’Unità ” deve intervenire”.
Oltretutto Napolitano sottolinea che l’inaugurazione è stata fatta “senza nemmeno che vi fosse un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale”, dunque senza che esista una legge operante.
E aggiunge: “Non è pensabile una capitale diffusa, c’è Roma”.
E Silvio Berlusconi, in apertura del Consiglio dei ministri, ha rivolto un invito “pressante – si legge in una nota di Palazzo Chigi – a tenere in debito conto le osservazioni formulate dal presidente della Repubblica sulle recenti istituzioni di sedi periferiche di strutture ministeriali, ed ha quindi chiesto a tutti i ministri di tenere comportamenti conseguenti”.
Il testo della lettera
“La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini non può spingersi al punto di immaginare una ‘capitale diffusa’ o ‘reticolare’ disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di capitale della città di Roma, sede del governo della repubblica” scrive Napolitano. Che si rivolge a Berlusconi: “Ho ritenuto doveroso prospettarle queste riflessioni di carattere istituzionale al fine di evitare equivoci e atti specifici che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell’unità nazionale e garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione”.
Bossi aspetta solo un giorno, poi risponde secco alle preoccupazioni del Quirinale per l’operazione delle sedi di quattro ministeri al Nord: “Napolitano non si preoccupi, le sedi restano lì”.
Una risposta che spazza via tutte le mediazioni che Berlusconi aveva avviato – anche attraverso Letta – per trovare una soluzione al conflitto aperto con il Colle.
Le reazioni.
“La risposta di Umberto Bossi al presidente Napolitano è un comportamento irresponsabile” dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
“Vogliamo presentare una mozione di sfiducia formale nei confronti dell’intero esecutivo, ma per farlo occorrono almeno sessantatre firme, dunque facciamo appello alle altre forze politiche e ai deputati che ancora hanno una dignità affinchè si uniscano alla nostra battaglia a salvaguardia della democrazia e delle istituzioni” dice Antonio Di Pietro.
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
AL SENATO IL GOVERNO PONE LA FIDUCIA…PERINA: “NON C’E’ PIU’ LIMITE ALLA SFACCIATAGGINE, MIGLIAIA DI PROCESSI SALTERANNO”… STRAVOLTO IL TESTO ORIGINARIO PER AFFOSSARE IL PROCESSO MILLS
Il governo ha posto al Senato la questione di fiducia sul ddl del cosidetto “processo
lungo”.
Si tratta del procedimento che consente di allungare a dismisura i testi a difesa.
Lo ha annunciato in Aula il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito. la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che la fiducia al ddl si voterà domani mattina intorno alle 10, con la prima chiama dei senatori.
Alle 9 cominceranno le dichiarazioni di voto.
Non si fa attendere il commento dell’Associazione nazionale magistrati. “Processo lungo significa non arrivare mai a sentenza – scrive in una nota il presidente Luca Palamara – questo provvedimento è dettato dall’esigenza di risolvere situazioni particolari e non porta ad alcun miglioramento dell’efficienza del processo”.
“Fra due ore Nitto Palma giurerà da ministro della Giustizia. Da due minuti il Pdl ha messo la fiducia al Senato sul “processo lungo” (che potrebbe paralizzare il processo Mills contro Berlusconi ma anche migliaia di processi “normali”). Non ho parole. Neanche io credevo a tanta sfacciataggine.” il commento di Flavia Perina (Fli).
Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, chiede al neoministro della Giustizia Nitto Palma di presentarsi in Aula per spiegare il perchè di una simile accelerazione. “Assolutamente ingiustificata – afferma l’esponente dei democratici – non si spiega se non con la necessità di salvare il presidente del Consiglio da uno dei suoi tanti processi. È una cosa inaccettabile. E tutto questo avviene nel silenzio più totale e nel totale asservimento della Lega ai bisogni del presidente del Consiglio”.
“Vergogna”, afferma il presidente dei democratici Rosy Bindi, puntando il dito contro “un’altra fiducia per approvare l’ennesima norma ad personam” da parte di “un governo sfiduciato dagli italiani, bocciato dalle parti sociali e dai mercati, incapace di affrontare le vere emergenze dell’Italia”.
E’ un governo “distaccato paurosamente dai problemi veri del Paese”, attacca il leader Udc Pier Ferdinando Casini. “Noi chiediamo al governo di occuparsi non dei processi lunghi o brevi, ma di impegnarsi per dare ossigeno vero all’economia italiana con un provvedimento per la crescita”.
Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia, nel suo intervento al Senato ricorda l’atteggiamento delle opposizioni sulla manovra economica, sul dl di rifinanziamento delle missioni all’estero, improntato al “senso di responsabilità , al senso delle istituzioni, al sentimento di coesione nazionale”.
La risposta del governo, denuncia Rutelli, è la fiducia “sull’ennesima leggina ad personam”. Per l’Italia dei Valori, la senatrice Patrizia Bugnano entra nel merito denunciando come in Commissione sia stato “stravolto il condivisibile testo licenziato dalla Camera”.
“L’emendamento Mugnai – spiega – stravolge la ratio dell’art. 238-bis del Codice di procedura penale rendendo di fatto illimitata la durata del processo. La norma così modificata, per giunta, si potrà applicare ai processi che, pure iniziati, non si siano ancora conclusi in primo grado. La Corte Costituzionale, nel 2009, ha evidenziato come la tutela delle parti sia già garantita dall’attuale sistema procedurale. Allora, non sarà che l’interesse che si persegue con il ddl sul processo lungo è quello di fornire a un unico imputato lo strumento per affossare il suo processo e sferrare alla giustizia l’ennesimo colpo, forse mortale? Per caso quest’unico cittadino si chiama Silvio Berlusconi e il processo in questione è, magari, quello Mills?”.
Antonio Di Pietro chiama in causa direttamente Palma che “nel suo primo giorno da ministro si è reso complice di azioni a tutela della criminalità e non della giustizia”.
“Queste norme – sottolinea il leader Idv – permettono a Berlusconi di aggiustare i suoi processi e impediscono alla giustizia italiana di funzionare”. E richiama l’attenzione anche sul fatto che attraverso il ddl viene colpita la norma varata all’indomani della strage di Capaci con la quale veniva fatta salva l’acquisizione delle sentenze definitive, “di modo che, anche nei processi di mafia, si potrà riaprire all’infinito la lista dei testimoni. Di fronte a tale scelleratezza non resta che la mobilitazione di massa, costi quel che costi”.
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL COMICO LINO BANFI CONSOLA IL PREMIER, MA IL TEMPO DI AMBRA E MIKE E’ FINITO
Dice Lino Banfi che è stato da Silvio Berlusconi e che lo ha trovato “molto abbattuto”. Esce da Palazzo Grazioli una delle maschere più popolari della comicità italiana e dice, come un improvvisato portavoce emotivo, che il presidente del Consiglio “Si opererà alla mano”.
Questa comunicazione, apparentemente anodina, contiene almeno altre due notizie e lascia intuire un piccolo terremoto.
La prima notizia è che – volontariamente o meno – la rappresentazione del Cavaliere è passata dalla radiosa epifania del nuovo miracolo italiano, al malinconico crepuscolo degli acciacchi e della manutenzione del corpo.
L’uomo che raccomandava ai suoi corazzieri di Publitalia di avere “Sempre il sole in tasca”, adesso affida, quasi romanticamente, a uno dei suoi amici, la rappresentazione di uno stato lunare: ”L’ho visto abbattuto da mille vicissitudini”.
La seconda notizia, forse più importante, è che non cambia solo lo stato di salute del Cavaliere, ma anche il mondo che gli gira intorno, e la rappresentazione che offre di sè.
Un tempo Lino Banfi portava a Palazzo Grazioli il carisma di nonno Libero, e il Cavaliere inanellava la sua maschera di italiano ilare e vincente nello share delle fiction nazional-popolari a quello dei suoi testimonial preferiti.
Intorno al leader e al padre della patria, il cielo iperuranio era popolato di uomini, donne e simboli che comunicavano, con la loro stessa iconografia e con la loro fama, la forza del loro messaggio di solidarietà al berlusconismo.
La discesa in campo del leader azzurro, per dire, fin dal 1994 fu propiziata dai grandi endorsement della star di rete: Mike Bongiorno disse che avrebbe votato – ovviamente – per il Cavaliere, una poco più che adolescente Ambra spiegò (con la complicità malandrina del noto auricolare) che “Occhetto è un diavoletto”, Raimondo Vianello affermava, da impolitico, che avrebbe votato per l’amico Silvio, e il medico personale Umberto Scapagnini certificava la soprannaturale forza del sovrano neo-medievale con il crisma dello stregone scienziato: “Silvio è tecnicamente immortale”.
Adesso Ambra è cresciuta – non è più una ragazzina – e parla con piglio da guru di opposizione in una delle puntate più viste dell’odiatissimo Annozero.
Adesso Mike Bongiorno non c’è più, ma ha fatto in tempo a dire parole di amarezza per come era stato accantonato da Mediaset.
Adesso anche Raimondo Vianello se n’è andato, e del rapporto con il Cavaliere resta il fotogramma drammatico di un funerale con evocazione del defunto, adesso Scapagnini, miracolosamente scampato a un coma, recupera la forza fisica, e dichiara che “Berlusconi ha almeno sei rapporti a settimana”: basterebbe questa distanza fra l’illusione della vita eterna e della contabilità del satiro per testimoniare un passaggio di epoca.
Dice ancora Banfi: “Ogni anno il 9 luglio Silvio mi fa gli auguri e mi chiama vecchio, perchè lui ha due mesi meno di me”.
Lino rispetta una tradizione e, dopo aver ricevuto gli auguri al telefono da Silvio Berlusconi, va a fargli visita, a Palazzo Chigi, apparentemente senza cambiare il rituale.
Ma il problema non è solo in quello che dice, piuttosto in tutto quello che sembra fatalmente cambiato in questo rito e nei suoi due protagonisti.
Banfi andava dal Cavaliere a portare il buon umore e a ricevere il conforto, mentre adesso – che non vuole più vestire i panni di nonno Libero – porta la saggezza di chi ha deciso di invecchiare, a conforto del disagio di chi non riesce a farlo.
È curioso che sia Banfi a infondere sicurezza al re Leone e non il contrario.
È curioso che un comunicatore attento come il presidente del Consiglio affidi il racconto un tempo ieratico del suo corpo a un amico, subappalti l’estetica del disagio, dopo aver monopolizzato persino la narrazione epica del suo attentato.
Per un re taumaturgo è una cessione di sovranità .
E, forse, il conforto crepuscolare dei vecchi amici è molto meglio del tentativo di sostituirli con le nuove fetali, e con la impresentabile illusione delle ragazze dell’Olgettina.
Sarebbe davvero bello se Berlusconi decidesse di diventare coetaneo di nonno Libero invece che compagno di scorribande di Papi.
dal blog Luca Telese
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