Agosto 9th, 2011 Riccardo Fucile
I COSTI DELLA POLITICA E’ DOVEROSO DIMEZZARLI, MA SULLA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI L’INTESA E’ SOLO A PAROLE
Vogliono la fiducia dei cittadini in questo momento nero? 
Se la guadagnino.
Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione non possono chiedere un centesimo agli italiani senza parallelamente (anzi: prima) tagliare qualcosa di loro.
Conosciamo l’obiezione: non sarà un taglio di 1000 euro dallo stipendio reale (l’indennità è solo una parte) di deputati e senatori a risolvere il problema.
Perfino se tutti fossero condannati a lavorare gratis risolveremmo un settemillesimo della manovra.
Vero.
Ma stavolta non hanno scelta: è in gioco la loro credibilità .
Per partire devono aver chiaro un punto: il perfetto è nemico del bene.
In attesa di una ridefinizione generale dello Stato (campa cavallo) certe cose si possono fare subito. Alcune simboliche, altre di sostanza.
Sono stati presentati nove progetti di legge, dall’inizio della legislatura, per ridurre o addirittura dimezzare il numero dei parlamentari.
Da destra, da sinistra… Dove sono finiti? Boh…
Sono tutti d’accordo, a parole? Lo facciano, quel taglio. Senza allegarci niente.
Sennò finisce come sempre finisce: la sinistra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla destra, la destra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla sinistra. E tutto resta come prima.
Esattamente il giochino della riforma bocciata al referendum del 2006, che vedeva sì una modesta riduzione da 630 a 518 deputati, da 315 a 252 senatori (non il dimezzamento sbandierato: quella è una frottola) ma anche uno svuotamento dei poteri del Quirinale e un aumento dei poteri del premier.
Dettagli che garantivano la bocciatura: la sinistra non l’avrebbe votato mai.
Vogliono ridurre davvero? Trovino un accordo e lo votino tutti insieme: non servirà neanche il referendum confermativo.
Sennò i cittadini sono autorizzati a pensare che sia solo propaganda.
Come propaganda appare per ora la mega-maxi-super-riforma votata dal Consiglio dei ministri il 22 luglio. Se era così urgente perchè non risulta ancora depositata e non se ne trova traccia neanche nel sito di Palazzo Chigi? Era sufficiente l’annuncio stampa?
Forse erano più urgenti le vacanze.
Non si possono abolire subito le province senza ripartire parallelamente le competenze e i dipendenti?
Comincino a toglierle dal tabù della Costituzione e a sopprimere quelle che hanno come capoluogo la capitale regionale destinata a diventare area metropolitana o non arrivano a un numero minimo di abitanti.
Vogliono inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione? Inizino col riconoscere, concretamente, che la cosa oggi più lontana dal pareggio sono le pensioni dei parlamentari: alla Regione Lazio i contributi versati sono un decimo di quanto esce per i vitalizi.
Alla Camera e al Senato un undicesimo.
Al netto dei reciproci versamenti addirittura un tredicesimo.
Immaginiamo la rivolta: non si toccano i diritti acquisiti!
Sarà , ma quelli dei cittadini sono già stati toccati più volte.
Deve partire una stagione di liberalizzazione? Partano introducendo una regoletta esistente nei Paesi più seri: un deputato pagato per fare il deputato può far solo il deputato.
Un caso come quello di Antonio Gaglione, il parlamentare pugliese espulso dal Pd per avere bucato il 93% delle sedute e così assenteista («preferisco fare il medico»), da bigiare addirittura il passaggio chiave del 14 dicembre scorso che vide Berlusconi salvarsi per pochissimi voti dalla mozione di sfiducia, in America è impensabile.
E così quelli dei tanti avvocati (uno su sette alla Camera, uno su sette al Senato) e professionisti di ogni genere che pretendono di fare l’una e l’altra cosa.
Dice uno studio de «lavoce.info» che un professionista che continua a fare il suo lavoro anche dopo l’elezione «bigia» in media il 37% in più degli altri parlamentari.
Basta.
Negano di intascare i soldi destinati ai collaboratori non messi in regola e pagati in nero?
La riforma è già pronta e depositata: il deputato o il senatore fornisce al Parlamento il nome del collaboratore di fiducia e questi viene pagato direttamente dal Parlamento.
Ed ecco che l’«equivoco infamante» su certe furbizie sarebbe all’istante risolto.
Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini.
Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale.
Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un’azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto.
Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto.
Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.
Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie.
Per non dire del Quirinale dove ogni presidente, per quanto galantuomo sia, pur di non smentire la cautela del predecessore, mantiene riservato il bilancio del Colle limitandosi a dare delle linee generali.
Che magari sono sempre meno oscure ma certo sono lontanissime dalla trasparenza britannica.
Cosa risparmieremmo? Moltissimo.
Un solo esempio: sapere che il passaggio dato su un volo di Stato a una ballerina di flamenco finirebbe all’istante sui giornali, spingerebbe automaticamente a ridurre se non a eliminare del tutto certi «piacerini».
Lo stesso vale per certi voli elettorali vietati, come ricorda una dura polemica sui giornali, anche in Turchia.
Il governo, la maggioranza e l’opposizione (per quanto possa incidere) ritengono di avere, sui costi della politica, la coscienza a posto?
Pensano di avere tagliato il massimo del massimo e che non si possa tagliare di più?
Mettano tutto online. Con un linguaggio non inespugnabile.
Ma soprattutto, vale per la destra e per la sinistra, la smettano una volta per tutte di gettare fumo fingendo di fare confusione (confusione voluta, ipocrita, pelosa) tra il qualunquismo, la demagogia e il diritto di sapere dei cittadini.
Che sudditi non sono.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO “RESPONSABILE” GUIDA IL FORUM CHE DOVREBBE COMBATTERE GLI ABUSI SUI PRESTITI…MA SI CIRCONDA DI PERSONAGGI CHE HANNO GUAI CON LA LEGGE: CHI E’ ACCUSATO DI SPACCIARSI PER DENTISTA E CHI E’ RITENUTO VICINO AL CLAN DEI CASALESI
Il 29 aprile dello scorso anno, in una sala della Camera dei deputati traboccante di folla, alla presenza di un notaio, nacque il “Forum Antiusura Bancaria”.
Artefice dell’impresa di mettere assieme i dannati del credito e le associazioni che se ne occupavano, fu un onorevole dell’Idv, ancora non noto alle cronache parlamentari: Domenico Scilipoti.
A lui guardano ancora coloro che hanno rapporti di “schiavitù” con gli istituti di credito, sperando che l’unico parlamentare che fino ad oggi ha issato con convinzione la bandiera della “guerra alle banche”, possa riuscire nel difficile compito di creare almeno quello che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annunciò il 5 febbraio scorso, nella prima convention nazionale del Forum.
Vale a dire un dipartimento interministeriale (tra Interno ed Economia) in grado di fornire risposte a piccole e medie imprese o famiglie che siano entrate in pericolosi (e lunghissimi) contenziosi con le banche.
Ci crede ad esempio Emidio Orsini, consigliere del Forum, che è un po’ il simbolo di questo mondo essendo il primo imprenditore in Italia ad essere stato riconosciuto vittima di usura bancaria: “Scilipoti è l’unico che ci aiuta — afferma, ma subito chiarisce — Il sistema del Forum è troppo permeabile e le persone che hanno problemi con il credito sono vittime fin troppo facili per chi voglia approfittarne”.
Pare infatti che sia proprio quello che è successo.
Un anno dopo alcuni tra i 76 fondatori, e gli altri che si sono frattanto aggregati, hanno problemi con la giustizia.
Lorena Sacchi di problemi con la legge ne ebbe nel 2007, quando fu fermata perchè esercitava abusivamente l’attività di dentista.
Si è avvicinata al Forum da subito, con l’associazione Antiracket Antiusura Contro tutte le Mafie.
Nelle scorse settimane vantava di aver peritato attraverso studi a lei vicini oltre mille conti in sei mesi.
Al prezzo di 1500-2000 euro a perizia, parliamo di un giro di oltre un milione e mezzo di euro.
Giuseppe Catapano non c’era all’epoca della nascita dell’associazione, ma per il Forum è stato tra gli organizzatori di convegni in mezza Italia.
à‰ stato arrestato a giugno perchè ritenuto il perno di un’associazione considerata vicina al clan dei Casalesi: in cambio del 15% contante dei debiti accumulati dalle imprese, il gruppo — affermano gli inquirenti — acquisiva aziende decotte nel padovano, le spogliava e le faceva fallire attraverso prestanome (il giro di affari stimato era attorno ai 50 milioni di euro). Catapano al Forum si presentava come il Rettore dell’Università Popolare degli studi di Milano e come presidente dell’Ope, l’Osservatorio Parlamentare Europeo (che nelle istituzioni europee nessuno sa cosa sia).
Come legale dell’Ope si presentava anche Antonello Secchi, “commissario del dipartimento per la giustizia, affari interni e libertà civile dell’Ope”.
Nel marzo di quest’anno, a nome dell’Ope e del Forum presenta ricorso al Tribunale di Verona contro un decreto ingiuntivo di sequestro.
Il tribunale gli rigetta l’istanza perchè “non è procuratore di nessuna delle parti”.
Qualche giorno dopo, ottenuta la procura, ripropone il medesimo appello.
Il giudice anche questa volta chiude le porte alla richiesta: “Non trova alcun fondamento normativo ed è giustificata su elementi di opportunità anzichè su motivazioni giuridiche”.
Ancora.
C’è una querela in corso tra uno dei primi di coloro che si associarono al Forum, Virgilio Mira, e Giuseppe Candotti, che risulta nell’esecutivo dell’associazione. Candotti si sarebbe fatto pagare da un’azienda una parcella di duemila euro per una consulenza fatta dal Mira.
Spiega quest’ultimo: “Quando mandai la fattura me la rispedirono indietro dicendo: ‘Abbiamo già pagato Candotti’”.
Che girino soldi a vagoni attorno al Forum è questione fuori discussione.
Che qualcuno ne abbia approfittato appare evidente dalle cronache.
Ma esistono anche questioni di opportunità quando il rappresentante del Forum è anche avvocato o commercialista (e quindi può avere una pubblicità dall’adesione alla onlus).
E’ il caso di Francesco e Sergio Petrino, padre e figlio, consulenti, spiega Scilipoti, “a titolo gratuito”.
Ma anche di Gennaro Baccile che con la moglie anima l’associazione Sos Utenti. Sul loro sito si legge che “L’istituto creditizio Fineco Prestiti (…) ha selezionato un campione di 40.000 nomi fra i suoi clienti” e li ha iscritti per due anni a Sos Utenti.
L’associazione conta poco più di 40mila iscritti.
Se 40mila sono gli iscritti di una banca (Fineco è Unicredit) come si fa a fare la guerra alla banca?
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE DAL PDL ARRIVANO INVITI AD ABBANDONARE FINI PER RITORNARE NELLA CASAMATTA, BOCCHINO NON TROVA DI MEGLIO CHE FARE UN’APERTURA DI CREDITO AL PDL… MA CHE RICOMPOSIZIONE DEL CENTRODESTRA, AFFONDINO NEL LERCIUME IN CUI HANNO RIDOTTO IL CENTRODESTRA ITALIANO
‘Noi di Fli su Berlusconi abbiamo gia’ espresso il nostro giudizio, auspicando un suo
passo indietro. Ma visto che non ha alcuna intenzione di procedere in tale direzione, e considerato pero’ che la nazione vive ore drammatiche, francamente non ci sembra il caso di continuare a litigare’.
A dirlo è il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, in un’ intervista al Corriere della Sera.
‘Dal centrodestra non mi sono mai allontanato. Se intuisco che sull’orizzonte politico di questo paese puo’ esserci una ricomposizione del centrodestra, e’ chiaro che sono interessato’, afferma Bocchino.
Parole che fino a un mese fa, leggendole, avremmo attribuito a Urso o Ronchi, ora vengono pronunciate da un Italo Bocchino che ci auguriamo parli a titolo personale. Comprendiamo il gioco delle parti, ma qua siamo davanti a prese di posizione da bassa cucina politica.
Qualcuno non si rende neanche conto dell’effetto destabilizzante che certe affrettate dichiarazioni possono generare sulla base.
I militanti e gli elettori, se avessero voluto votare o rimanere nel Pdl, non avrebbero indirizzato le proprie simpatie verso Fli: già era insopportabile leggere che “con un passo indietro di Berlusconi” sarebbe stato fattibile un appoggio a un governo Maroni (soggetto che rappresenta l’antitesi delle tesi politiche di Fli), ora che “anche se non si dimettesse il premier” una ricomposizione sarebbe quasi auspicabile.
Ma qua siamo fuori dal seminato, si parla senza interpretare nemmeno il sentimento della base che mai e poi mai accetterebbe un pateracchio vergognoso di questo genere. Allearsi di nuovo con soggetti che hanno passato mesi a costruire dossier taroccati contro esponenti di Fli, che hanno usato la macchina del fango per screditare chiunque si opponesse al regime berlusconiano, individui firmatari di legge devastanti, difensori di deliquenti e condannati, corrotti e corruttori.
Un partito-azienda dove o si obbedisce e si fa carriera o si dissente e si è cacciati fuori (purtroppo come sta accadendo ora anche in Fli, vedi caso genovese).
E’ questo regime che piace a Bocchino?
Il tutto poi nel momento più sbagliato, quando il Pdl è ormai crollato ai minimi storici (il 26%) e tanti cercano una scialuppa per salvarsi dalla nave che affonda.
Si è mai visto gente così cretina che cerca di salire a bordo di un piroscavo che imbarca acqua da tutte le parti e che è destinato a scomparire tra le onde?
Secondo Bocchino “in questo momento cosi’ delicato per il paese credo sia opportuno sederci al tavolo del governo e ragionare insieme. Ci confronteremo in Parlamento, nelle commissioni, gia’ da giovedi’ prossimo”.
Bocchino bolla come ‘fantasie’ l’ipotesi che il suo partito si sia pentito della rottura con Berlusconi.
“Rompemmo per tre motivi. Uno: chiedevamo un coordinatore unico, e con Alfano ci siamo arrivati, sia pure in ritardo. Due: chiedevamo che in politica economica non fosse dispensato un ottuso ottimismo ma si raccontasse la verita’, come alla fine – osserva – sta accadendo. Tre: segnalavamo un appiattimento sulla Lega, problema che anche nel Pdl comincia ad emergere’.
In conclusione, spiega Bocchino, ‘Fini chiedeva tre cose, e tre cose, mi sembra, sono politicamente accadute”.
Ovvero dovremmo fare salti di gioia perchè Angelino Jolie, ovvero il nulla, è diventato segretario di un (altro) partito.
Dovremmo gioire che sui conti pubblici il Pdl ha trascinato il Paese nella bratta, ma dato che ora lo riconosce (e non è vero nemmeno questo, tra l’altro), il problema sarebbe risolto.
Il Pdl era appiattito sulla Lega e solo ora il concetto emerge?
Ma se ancora pochi giorni fa hanno permesso ai cialtroni padani persino di farsi le sedi ministeriali patacca a Monza, se hanno fatto passare una norma della Lega sui rimpatri che grida vergogna e sarà bocciata dalla Ue, se ogni giorno continuano a subire i ricatti di Bossi: semmai è evidente che sta emergendo il contrario di quanto sostenuto da Bocchino.
Ma che film sta vedendo?
Dove è finita la costruzione di un Terzo polo alternativo al Pdl che ridia credibilità al centrodestra italiano?
O qualcuno vorrebbe forse ripercorrere la penosa strada della tanto criticata Santanchè che quando stava con Storace parlava del premier in termini spregiativi e poi è tornata nel Pdl con il suono delle fanfare?
E ancora: come si fa a ridurre il progetto politico di Fini illustrato nel programma all’ottenimento di quei “tre grandi risultati” indicati da Bocchino?
Ma esiste in Fli qualcuno, politicamente e ideologicamente fermo sui principi, in grado di andare avanti per la strada indicata senza sbandare ogni momento per scopi non chiari a nessuno?
Altro che salire a bordo del Titanic, sparategli tre cannonate per allargare le falle: solo così potrà rinascere la destra italiana.
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
PERMIER SOLLEVATO PER LA SALVEZZA DEL PAESE, MA BRUCIA IL GELO DEI LEADER… ANCHE NEGLI STATES SI GUARDA CON PREOCCUPAZIONE A QUELLO CHE ACCADE A PALAZZO CHIGI
È un vero e proprio ultimatum quello che Merkel e Sarkozy depositano sulla scrivania di Berlusconi, calibrando ogni singola parola del comunicato.
Va bene l’anticipo del pareggio di bilancio, ma non basta.
Serve ora “un’attuazione rapida e completa delle misure annunciate”.
Toni perentori, appunto, che non lasciano margini per trattare, come quelli usati nelle scorse settimane con la Grecia.
Un altro paese “commissariato” dal direttorio europeo per salvarlo da se stesso e dalla propria classe politica.
Del resto la lettera riservata di Trichet, il governatore della Bce, spedita tre giorni fa a palazzo Chigi, conteneva già un elenco preciso di cose da fare.
Senza indugi
Al Cavaliere la nota congiunta è stata anticipata con un colloquio telefonico (conferme non ce ne sono, ma sembra sia stato Sarkozy a telefonare in Sardegna) e ha provocato due reazioni uguali e contrarie.
Da una parte il sollievo, perchè quel comunicato significa la salvezza, è la prova che Sarkozy è finalmente riuscito a vincere le resistenze della Germania e garantire che la Bce, da questa mattina, inizierà a comprare i Btp italiani sul mercato secondario. Dall’altra l’umiliazione e quindi la rabbia per essere trattato come un leader sotto tutela.
Un’irritazione accresciuta anche dall’analisi convergente di Mario Monti apparsa ieri sul Corriere della sera.
Proprio il candidato più autorevole per rimpiazzarlo alla guida di un esecutivo tecnico, ha descritto quello di Berlusconi come un governo svuotato della sua sovranità , dove di fatto “le decisioni principali sono state prese da un governo tecnico sovranazionale” insediato tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Che sia in atto un declassamento politico dell’Italia è confermato da alcuni piccoli ma significativi episodi.
Nonostante a Roma si cerchi di accreditare l’immagine di un premier in “costante contatto” con tutto il mondo, la realtà appare un po’ diversa.
La Merkel con il Cavaliere non vuole più farsi riprendere nemmeno in una foto, figuriamoci incontrarlo (oltretutto è stata fino a ieri in vacanza in Italia…).
Sarkozy, impegnato a salvare l’Italia per mettere al riparo anche la Francia dal contagio, è rimasto invece colpito dalla gaffe di Berlusconi di venerdì scorso, con quell’annuncio “imprudente” (dicono all’Eliseo) di un vertice del G7 finanziario e poi anche del G8 quando al momento era niente più che un’ipotesi.
E l’annunciata – sempre da Berlusconi – telefonata con Obama è caduta nel silenzio imbarazzato della Casa Bianca, dove nessuno l’aveva ancora data per certa.
Ci dovrebbe essere, forse, oggi. Chissà .
Anche negli Stati Uniti si guarda infatti con preoccupazione a quello che accade a Roma, l’anello debole della catena.
La botta all’immagine americana, provocata dal declassamento di S&P, ha fatto passare per un giorno in secondo piano ieri l’emergenza-Italia, che tuttavia da ieri sera torna a dominare l’attenzione, per l’urgenza di dare ai mercati delle certezze.
Per dare concretezza agli annunci e riempire di contenuti l’anticipo del pareggio di bilancio, nel governo si fa sempre più concreta l’ipotesi di un decreto legge, come anticipato ieri da Repubblica.
Da approvare questa settimana o dopo ferragosto.
Del resto sembra proprio un provvedimento d’urgenza quello che chiedono tra le righe Parigi e Berlino in cambio del sostegno della Bce.
Dal poco che filtra da Francoforte, sede della Banca centrale europea, sembra che fino all’ultimo i tedeschi – mandando avanti gli alleati lussemburghesi e olandesi – abbiano puntato i piedi, contrarissimi a comprare titoli pubblici italiani senza precise garanzie. E solo l’aut-aut a Berlusconi contenuto nel comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy ha sbloccato la situazione, di fatto commissariando il governo e mettendolo in condizioni di scegliere soltanto “dove” andare a tagliare. Senza più voce in capitolo sul “quanto” e sul “quando”.
Da oggi al ministero dell’Economia si riuniranno i tecnici per capire su quali capitoli intervenire, se sull’innalzamento dell’età pensionale per le donne, sull’anticipo dei costi standard nella sanità o sulla revisione della giungla di detrazioni fiscali.
Mentre non viene neppure più esclusa a priori, nonostante la contrarietà di Berlusconi, l’idea di una tassa patrimoniale, già riaffiorano le ipotesi di un condono fiscale ed edilizio.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
PENSIONI, SANITA’, CONDONI E SPRECHI: IL DEBITO ORA VALE IL 120% DEL PIL, ALL’INIZIO DEGLI ANNI ’70 ERA AL 50%…L’ERA DELLE SPESE INCONTROLLATE: ASSUNZIONI FACILI, CORRUZIONE E SPERPERI…LE UNA TANTUM E LE CARTOLARIZZAZIONI NON SONO STATI UTILIZZATE PER RIEQUILIBRARE IL BILANCIO PUBBLICO
La vetta dei 2 trilioni è vicina. 
Siamo, secondo i dati Bankitalia, a quota 1.890 miliardi, e per fine anno si salirà ancora più su.
Come ormai ripetono tutti: il 120 per cento del Pil.
Un debito il cui costo cresce al crescere degli spread e che, con la solita ruvidezza, Bossi ha paragonato a “carta straccia”.
Che ci espone all’assalto dei mercati e ci costringe a cure, improvvise, quanto severe e dolorose.
Per Berlusconi, che non dimentica mai di ricordarlo, la colpa è “dei governi che ci hanno preceduto”.
E’ così?
Certo il passato è comunque gravido del presente, ma bisogna vedere come e perchè.
Fatto sta che nel lontano periodo 1961-1973 il debito-Pil dell’Italia era solo al 50,3 per cento del Pil.
A Maastricht mancavano trent’anni.
E poi? Poi comincia l’esplosione.
Nel periodo 1974-1985 raggiungiamo l’80,5 per cento del Pil, nel 1990 siamo al 94,7 per cento, nel 1995 il picco storico è del 121,5 per cento.
Toccò a Romano Prodi, affiancato da Ciampi, per raggiungere l’obiettivo dell’euro, stringere la cinghia e riportare il livello al 109 per cento nel 2000.
A dare la caccia alle responsabilità si rischia di non uscirne se si guarda alla storia.
Senz’altro l’invecchiamento demografico ha gonfiato a partire dai primi Anni Novanta le pensioni (incidevano per un quarto nel 1980 e ora hanno superato il 32 per cento).
E furono necessari i decisi interventi di riforma di Amato-Dini-Prodi.
La sanità è stata inarrestabile: è passata, nello stesso periodo, dal 13,6% al 15,3%.
A guardare le tabelle della recentissima Commissione Giarda, sembra che anche le spese per gli apparati burocratici dello Stato siano incomprimibili: la voce “servizi generali” incideva per il 12,3 nel 1980 e pesa il 13,8 per cento dell’intera spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2009, a dispetto di tutte le campagne di tagli annunciate dai vari governi.
La collezione delle norme che hanno acceso il boom del nostro debito è sterminata.
Negli anni Settanta le pensioni italiane cominciarono ad essere calcolate sugli ultimi stipendi (oggi non è più così), furono indicizzate all’inflazione, nel 1971 nacque la Gepi e vennero assunti 600 mila dipendenti pubblici.
Tutta colpa dei “formidabili” Anni Settanta?
Altrettante responsabilità vanno attribuite agli Anni Ottanta: l’economia cresceva ma i governi, segnati da un alto tasso di corruzione, non ne approfittarono per risanare.
Ma forse è agli ultimi dieci anni, dopo l’introduzione dell’euro che bisogna guardare per trovare le responsabilità del rischio-default dell’Italia di oggi.
Nel periodo 2001-2006 con Berlusconi e Tremonti si evitò accuratamente di affrontare il problema ricorrendo alle “una tantum”: 19,3 miliardi furono incassati con il condono tombale e furono cartolarizzati gli immobili pubblici senza però migliorare i conti dello Stato.
Anzi, già nel 2005 la Ue estrasse il “cartellino rosso” e ci mise sotto accusa per deficit eccessivo (giunto al 4,3%).
Dopo la parentesi di Padoa Schioppa, che nel 2007 ridusse il deficit-Pil al 2,7%, siamo tornati nella tempesta: dovuta, in parte, alla crisi internazionale.
Ma sono in molti a chiedersi se, ad esempio, i due miliardi destinati alla riduzione dell’Ici nel 2008 non potevano essere spesi per dare un po’ di fiato all’economia e se, anche stavolta, si è persa l’occasione per risanare
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRATTI AZIENDALI ESTESI, IL GOVERNO PREME, IL SINDACATO E’ DUBBIOSO
Gli esperti si sono già messi a fare i conti, arrivando a una conclusione univoca: anche a essere molto cattivi, dalla spesa per l’assistenza sociale sarà impossibile tirar fuori 17 miliardi di euro, quanti ne servono per anticipare il pareggio di bilancio, entro la fine del 2013.
E così si fa strada l’ipotesi di nuovi interventi sulle pensioni per evitare di pescare nel serbatoio delle agevolazioni fiscali, destinato a finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, e in qualche modo a bilanciare i tagli.
Ufficialmente l’argomento non è all’ordine del giorno, e il governo non ha neanche accennato alle parti sociali nell’incontro di due giorni fa.
Prima di tutto, con loro, c’è da affrontare il problema delle norme per estendere “erga omnes” la contrattazione aziendale.
Il governo le vuole, la Confindustria le sollecita, ma i sindacati hanno ancora qualche perplessità .
Mettere subito sul piatto anche la questione previdenziale sarebbe forse troppo.
Resta il fatto che tra i tecnici dell’esecutivo e gli esperti del settore, la discussione sulla previdenza è già avanzata.
Il perchè è presto detto: dalla riforma dell’assistenza, in soli due anni, si possono tirare fuori al massimo 4 miliardi di euro.
È vero che a regime, cioè in un tempo più lungo, potranno essere molti di più.
Ma i soldi per arrivare al pareggio di bilancio un anno prima del previsto, nel 2013, servono subito.
E dunque si ragiona su almeno tre fronti: l’età di pensione delle donne nel settore privato, le pensioni di reversibilità , e soprattutto quelle di anzianità .
Per le donne si tratterebbe di accorciare drasticamente il periodo di avvicinamento ai 65 anni degli uomini, che si concluderà solo nel 2030.
Mentre sui 5 milioni di pensioni di reversibilità , che l’Italia concede con generosità senza pari in Europa (38 miliardi l’anno), l’intervento sarebbe più graduale, dovendo far salvi i diritti acquisiti.
Il vero problema, come il grosso della spesa e dei possibili risparmi, è nelle pensioni di anzianità .
Nel 2010 l’età media effettiva di pensionamento degli uomini è stata di appena 58,5 anni.
Nel 2011 salirà a 58,8.
Da qui al 2014, a tirar su l’asticella, contribuirà l’aumento progressivo delle “quote”, date dalla somma di contributi ed età anagrafica.
Tra tre anni, tuttavia, si potrà ancora andare in pensione a 61 anni (a 62 per gli autonomi).
E di questo passo, per arrivare a un pensionamento effettivo a 65 anni ci vorranno almeno trent’anni.
Perpetuando ancora a lungo, per giunta, le ingiustizie del “doppio binario”.
Chi va in pensione anticipata oggi, ci va con il vecchio sistema “retributivo”, cioè con un assegno pari alla media degli ultimi dieci anni di stipendio.
Chi arriverà alla pensione di anzianità fra quindici anni, invece, ci andrà parecchi mesi dopo, e con il sistema “contributivo”, ovvero con una pensione di gran lunga più bassa.
C’è dunque anche una ragione di equità , oltrechè l’emergenza del momento, che potrebbe spingere il governo a compiere il passo decisivo e finale sul sistema previdenziale.
Gli esperti valutano due strade possibili.
La più drastica è l’abolizione tout-court delle pensioni di anzianità , lasciando nell’ambito della legge sui lavori usuranti le uniche vie di fuga prima dei 65 anni (che poi saliranno con l’agganciamento alle speranze di vita).
C’è chi suggerisce, invece, la strada dei disincentivi: un “x” per cento in meno di pensione per ogni anno che manca al limite della vecchiaia, oppure il ricalcolo dell’assegno solo con il meccanismo contributivo.
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MERCATI, EUROPA E GOVERNO ITALIANO: IL TESTO DELLA LETTERA DI MARIO MONTI AL “CORRIERE DELLA SERA” CHE HA SUSCITATO POLEMICHE E UN AMPIO DIBATTITO IN ITALIA
I mercati, l’Europa. 
Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana!
«Europeista» è un aggettivo usato sempre meno.
«Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa.
Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti.
Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.
Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico».
Le forme sono salve. I ministri restano in carica.
La primazia della politica è intatta.
Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purchè sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sè, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni.
Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.
Scarsa dignità .
Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anzichè prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti.
In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).
Downgrading politico .
Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale.
Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia.
L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie.
Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anzichè fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.
Tempo perduto .
Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti.
La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società , dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.
Crescita penalizzata .
Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita.
Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni).
L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.
Mario Monti
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 7th, 2011 Riccardo Fucile
POI HA UN VUOTO DI MEMORIA: PARLA DI CHI HA CREATO IL DEFICIT E DIMENTICA BELUSCONI
Vittorio Feltri vuole mandare in galera il premier Silvio Berlusconi. 
Ieri Il Giornale ha dedicato la prima pagina a una proposta choc: applicare in Italia la legge proposta in Ungheria, cioè spedire in galera il premier “che alla fine del mandato presentasse un bilancio negativo”.
Il Giornale di ieri, sotto il titolo “È colpa loro se siamo ridotti così”, pubblica le foto degli otto colpevoli della “voragine”.
Nell’ordine: Forlani, Spadolini, Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti, Amato (nelle pagine interne anche Ciampi) e…
E niente. Stop.
La foto di Silvio Berlusconi non c’è. Eppure basta guardare il grafico qui sotto per scoprire che uno dei maggiori responsabili della voragine è proprio il Cavaliere.
Il debito pubblico dal massimo livello mai raggiunto al tramonto della prima Repubblica (119 per cento) è sceso durante i governi del centrosinistra.
Prima dal 1995 al 2000 e poi nel 2007, quando Romano Prodi lo ha portato poco sopra il 103 per cento.
Se è schizzato quasi al 120 per cento nel periodo 2008-2011 lo si deve alla politica economica asfittica e alla crescita da prefisso telefonico dell’era del Cavaliere.
Vittorio Feltri ieri scriveva: “L’inchiesta del Giornale offre ai lettori la possibilità di identificare gli ‘statisti dei miei stivali’ che ci hanno mandato in malora esponendoci al pericolo di non essere considerati affidabili sul piano internazionale… massì guardiamoli in faccia i campioni della malapolitica e facciamo loro le pulci”.
Massì caro Vittorio, guardiamoli in faccia.
Tutti però.
Anche quelli che ci pagano lo stipendio a fine mese.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2011 Riccardo Fucile
QUANTO E’ FATICOSO IL MESTIERE DEL CORRUTTORE: “PAGARE? COSTA TEMPO E FATICA, TROVARE CHI TI PRESENTA E AVERE ACCESSO ALLE CENE”
Tra chi offre e chi coglie, tra chi dà e chi riceve sempre in due bisogna essere. 
«Ma lei non sa la fatica e il tempo per restare soli.
Il corruttore e il corrotto. Insomma per poter finalmente mettersi d’accordo sul fatto di pagare».
Sostiene l’imprenditore 59enne Piero Di Caterina, il grande accusatore di Filippo Penati, che anche la mazzetta oramai necessita della gavetta.
La concorrenza da superare.
Attesa, trafila.
Soprattutto: i tanti altri, «la marea di imprenditori» che al pari tuo puntano allo stesso obiettivo.
Del resto la tangente, come dimostrano il «sistema Sesto San Giovanni» e sempre in provincia di Milano l’inchiesta sui Pgt modificati con le bustarelle a Cassano D’Adda, ecco dicevamo la tangente è cambiata.
Non più valigetta.
Adesso viene pagata, anzi mascherata con consulenze, parti di società regalate, lussuose automobili prestate.
È il caso, e per la terza volta rimaniamo attorno a Milano, a Buccinasco, del sindaco Loris Cereda, arrestato a marzo.
Cereda, 49 anni, Pdl, in cambio del sì ad appalti riceveva gratis una Ferrari F141 di color nero, una Bentley e una Ferrari rossa 599.
Certo emergono, dalle inchieste, punti in comune.
Che fanno statistica e battezzano una tendenza; e che hanno la loro sublimazione in Di Caterina.
Secondo alcuni un «vero bandito»; secondo altri «un uomo coraggioso che racconta le verità ».
Dice Di Caterina d’esser arrivato a Sesto nel ’79 e d’aver cominciato a trarre guadagni a inizio Duemila.
E per quale motivo non prima?
«Bisogna accreditarsi. Trovare chi ti presenta. Avere accesso alle cene».
Ora, se le cene – giovedì e venerdì, di rado il fine settimana – rappresentano l’atto conclusivo del corteggiamento, il segnale che le parti siano in dirittura d’arrivo, il primo incontro non avviene mai in ufficio.
Piuttosto in località di vacanza e ristoranti per pranzo. Vacanza: Di Caterina giunse dall’ex re delle bonifiche Giuseppe Grossi in Sardegna con un elicottero messogli a disposizione. Quanto ai ristoranti, preferenza per quelli di pesce, scelti che si giochi in casa o si vada in trasferta.
Nella classifica della corruzione stilata da Transparency International l’Italia è al posto numero 67.
In coda in Europa e superata nel mondo perfino da nazioni con governi ballerini e smottamenti sociali.
Non a caso da noi le mazzette si sono fatte più concrete.
Cioè: meno improvvisazione.
Le banconote nascoste nelle mutande e nei giornali arrotolati son roba di Tangentopoli.
Qui ci sono le precise liste compilate da Di Caterina.
Data e somma.
E a proposito di somma, attenzione: deve avere un’evoluzione regolare; rimanere stabile per mesi, salire di poche centinaia di euro, galleggiare ancora e ancora ripartire.
Esempio, e affidiamoci proprio a una delle liste: il 26 gennaio 2.500 euro, idem il 20 febbraio, il 5 marzo, il 9 marzo, il 20 aprile; 5 mila euro il 7 maggio, 3 mila il 21 maggio, 5 mila il 28 maggio… Soldi, soldi.
Una perquisizione ha portato i finanzieri a scoprire 40 mila euro in contanti dall’architetto Renato Sarno, indagato a Sesto.
La replica: «Denaro di destinazione legittima, comprovata da documentazione, per un posto barca e un posto auto in un porto».
Presenti e protagonisti, gli architetti, nei faldoni milanesi. Michele Ugliola, per ritoccare il Pgt a Cassano D’Adda chiese la cessione a titolo gratuito di quote di capitale d’una società , di 3 milioni d’euro e di 120 mila euro da versare alla sua azienda con una coppia di assegni da 60 mila e riferibili a una prestazione di lavoro.
Che complicazione, che esagerazione.
Andateci piano, con le tangenti.
Scrivevano al Corriere nel ’92, epoca di Mani pulite, Gino e Michele mettendosi nei panni sporchi di due mazzette: «Siamo persone discrete, educate e non abituate alle luci della ribalta».
Andrea Galli
(da “La Repubblica”)
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