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IL FEROCE TRAMONTO DI SILVIO ASSEDIATO: DAI DIOSCURI A CONFINDUSTRIA, IL CONSENSO SI SGRETOLA

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

FERRARA E MINZOLINI COME I RISERVISTI MANDATI AL FRONTE QUANDO ORMAI LA BATTAGLIA E’ PERSA… ADESSO NESSUNO PIU’ SOGNA, NEL BUNKER NON SI RESPIRA

Assediato in casa, chiuso nel bunker, braccato: povero Silvio.
Guardi sovrapporsi sullo schermo della serata informativa del Tg1 il faccione solare e tonitruante di Giuliano Ferrara e i tentativi di lettura del gobbo, tentati dal diafano Augusto Minzolini.
Ferrara è pirotecnico, Minzolini sempre accompagnato da un che di vagamente dislessico.
Ferrara chiama alla battaglia per la difesa del voto popolare con la lingua fluente e gli occhiali inforcati per recitare Lincoln; Minzolini è lugubre, con gli occhi in giù, la fronte corrugata, e le parole che si sfarinano in bocca, assieme agli enjambement stentati di una lettura da dettato di scuole elementari.
Guardi Minzolini e Ferrara, nella loro stupefacente complementarità , come i riservisti mandati al fronte a fine battaglia.
Capisci che i due editoriali sono scritti con la carta carbone del mantra rassicurante: “Berlusconi non si deve dimettere”.
Li guardi, in questa fine epoca catodica. E capisci che le due interpretazioni divergenti si annullano al grado zero.
Un tempo gli editoriali sparati dalle corazzate orientavano le masse a difesa del leader, come dei manzoniani squilli di tromba: adesso sembrano accompagnare la sua disfatta con il contrappunto dell’adrenalina e rendere visibile il suo accerchiamento.
Il premier è solo, gli manca l’aria.
Il voto sull’autorizzazione a procedere di Marco Milanese trasformerà  ancora una volta Montecitorio in una roulette russa al cardiopalma, in cui il tamburo gira con un colpo in canna.
Guardi anche quello che nessun tg riesce più a occultare.
C’è un sindaco del nord che dice: “Se passa questa manovra il governo porterà  i comuni al fallimento”.
Non è un primo cittadino del Pd, ma il sindaco di Verona Flavio Tosi.
C’è un altro uomo in fascia tricolore che grida: “Roma è in pericolo, è un errore se Berlusconi si ricandida!”.
Non si tratta di Walter Veltroni o di Francesco Rutelli, ma di Gianni Alemanno.
C’è un presidente di Regione con i capelli brizzolati che si indigna: “Così non va, con queste risorse saremo costretti a tagliare i servizi per giovani e anziani”.
E chi è, Vasco Errani? Macchè, è Roberto Formigoni, un altro che ha già  archiviato l’era del Cavaliere .
C’è un importante banchiere che dice: “Attenzione, non c’è da scherzare: per l’Italia c’è un rischio default”.
Eppure non è il banchiere prediletto della Quercia, Giovanni Consorte, ma l’amministratore delegato del più importante istituto di credito italiano, Corrado Passera (numero uno di Banca Intesa San Paolo).
C’è una donna che grida: “È stata minata la credibilità  dell’Italia!”. E non è mica Susanna Camusso, nè una dama con palloncino rosa del comitato di “Se non ora quando”, ma la confindustriale Emma Marcegaglia.
Poi ci sono i giornali internazionali (tutti), poi ci sono le procure che vogliono processare il premier e quelle che lo vogliono ascoltare come testimone (e lui deve rifuggire da entrambe).
Poi il processo Mills che ritorna incombente perchè il collegio ha accettato di tagliare i testimoni superflui, vanificando la grottesca controriforma de “il processo lungo”. Curiosa beffa: promulgare una legge che compromette mezzo milione di processi, per salvarne uno solo.
E per giunta senza riuscirci.
Ogni giorno che passa, in questo infinito, iridato e feroce tramonto dell’età  azzurra, un frammento del blocco di consenso che costituiva il cuore del berlusconismo si sgretola.
C’è la Banca d’Italia che rifà  i conti con la matita rossa e blu, c’è la Banca centrale europea che detta ultimatum via lettera, ci sono alleati pulviscolari che pongono veti, c’è Umberto Bossi che proclama per l’ennesima volta la fine dello Stato nazione (il fatto che sia una panzana non diminuisce la gravità  e la comicità  dei vaniloqui secessionistici), e ci sono i dioscuri di un tempo, oggi annichiliti.
Il sorriso da faina di Denis Verdini, che fu spacciato per l’emblema di un banchiere mediceo, e per l’orgoglio di un solido capo di partito, è tornato il ghigno un ex macellaio prestato alla politica.
L’eminenza cotonata di Gianni Letta, che fu celebrata come il vessillo di un illuminato di Palazzo, e tornata oggi invisibile; l’eroe dei due mondi Guido Bertolaso si è tolto il maglioncino inutilmente a girocollo, ha finito di dare lezioni agli Usa, e si è accoccolato nel silenzio delle proprie strategie difensive.
L’iracondia dentata di Renato Brunetta prima raccoglieva solo applausi, adesso catalizza solo pernacchie. Il ciuffo bianco di Giulio
Tremonti ieri si era ammantato di carisma profetico, quando il suo best-seller da aspirante sciamano,
La paura e la speranza, scalava le classifiche.
Adesso la speranza si è spenta nel balbettio delle paghette versate a Milanese per pagare appartamenti con soffitti affrescati.
È rimasta solo la paura.
Finire braccato vuol dire correre da Giorgio Napolitano trafelato per annunciare un decreto risolutivo che il capo dello Stato non firmerà  mai.
Significa perdere il sonno per inseguire il segnatempo delle intercettazioni a orologeria, passare ore ad approntare inverosimili ricostruzioni difensive, significa vivere senza leggerezza, senza più sorrisi, senza il conforto delle guasconate che facevano incazzare mezza Italia e sognare l’altra.
Adesso nessuno più sogna, nel bunker non si respira, il tono orgoglioso del ghe-pensi-mi si è virato nello spettro di una sopravvivenza commissariata a Palazzo Chigi. Povero Silvio.
Quando tutto il senso di quello che hai voluto essere si dissolve nel suo contrario, la permanenza senza prospettiva diventa solo un doloroso male di vivere.

Luca Telese blog

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BERLUSCONI ORA VUOLE SCENDERE IN PIAZZA… FORSE CERCA UNA FARMACIA APERTA

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

“DOBBIAMO DIFENDERCI DA QUESTI PM”: NON SI E’ MAI VISTO UN GOVERNO CHE SCENDE IN PIAZZA CONTRO UN’ALTRO RAMO DELLE ISTITUZIONI…IL PDL PUNTA SUL PROCESSO LUNGO PER FERMARE I TRIBUNALI

“Basta, è inutile provare a difendersi da un processo kafkiano, è arrivato il momento di chiamare a raccolta gli italiani”.
Appresa la notizia che il tribunale di Milano ha rinunciato ai testimoni della difesa (già  sentiti per rogatoria davanti a una corte britannica), Berlusconi esplode.
Sente che la tenaglia si sta per serrare, è convinto che entro dicembre arriverà  la sentenza di condanna sul caso Mills.
Una mazzata che non solo castrerebbe qualsiasi possibilità  di salire al Quirinale, ma renderebbe assai complicato persino immaginare una ricandidatura del Cavaliere a palazzo Chigi in caso di voto anticipato nel 2012.
E la reazione di pancia del premier è quella dell’appello alla piazza: “Dobbiamo organizzare una grande manifestazione per difendere la libertà . Per una giustizia giusta, per l’inviolabilità  della privacy, per la difesa del voto degli italiani”.
Una manifestazione che servirà  a mobilitare il partito.
Berlusconi infatti non è affatto contento per come i ministri e i big del Pdl – con l’eccezione del fido Alfano – lo hanno fin qui difeso da quello che considera un “assalto” dei magistrati.
E dunque, anche rinunciando all’apertura della stagione congressuale, presto a via dell’Umiltà  potrebbe aprirsi il cantiere di una “grande” manifestazione nazionale contro i pm.
Ma quella del corteo è soltanto una delle armi che il capo del governo ha a sua disposizione.
Alla tentazione della piazza si affianca infatti uno strumento più efficace, concepito espressamente per far saltare il processo Mills: il disegno di legge sul processo lungo. A fine luglio il ddl, che obbligherebbe appunto il tribunale di Milano a sentire tutti i testi presentati dagli avvocati Ghedini e Longo, è stato approvato dal Senato con la fiducia.
L’intenzione è quella di farlo passare davanti a tutto, per approvarlo definitivamente alla Camera entro un mese senza alcuna modifica.
Prima della deposizione di Berlusconi in calendario per il 28 ottobre.
A quel punto il processo Mills scivolerebbe inevitabilmente nella prescrizione.
Ma quella che proviene da Milano è soltanto una delle minacce che incombono sulla testa del premier.
Le altre due si consumeranno nei prossimi giorni a Montecitorio.
Giovedì infatti è atteso il voto segreto sull’arresto di Marco Milanese e, nonostante ieri Berlusconi in una telefonata a Bossi (dopo gli auguri per i settant’anni) abbia provato ad avere garanzie dal leader del Carroccio, il destino del deputato tremontiano appare sempre più incerto.
I quaranta deputati “maroniti” propendono infatti per la linea dura.
Il problema inoltre è che nel centrodestra, tra i Responsabili e nello stesso Pdl, l’area degli scontenti aumenta ogni giorno di più.
E il voto su Milanese è considerato come una buona occasione, forse l’ultima, per mandare un segnale al premier, per indurlo a farsi da parte ed accettare l’unica soluzione che preserverebbe la legislatura e garantirebbe un futuro al Pdl oltre Berlusconi: un governo guidato da Alfano allargato al Terzo polo.
Così il voto su Milanese sarebbe sfruttato per mandare un avvertimento al Cavaliere, per fargli capire che la Camera potrebbe anche pronunciarsi a favore dell’accompagnamento coatto davanti ai pm di Napoli.
Per evitare l’arresto di Milanese i fedelissimi del premier stanno già  organizzando le difese. “In aula non entreremo nel merito delle accuse – spiega uno di loro – perchè altrimenti Milanese è fritto. Diremo che i pm non posso incidere sul plenum dell’assemblea e faremo presente che l’altra volta, quando la Camera ha deciso per l’arresto di Alfonso Papa, la procura si è comportata male, abusando della carcerazione preventiva. Tanto che il deputato Papa è ancora in cella dopo due mesi”.
L’altra grana che sta per esplodere è la mozione di sfiducia sul ministro Saverio Romano che andrà  al voto il 27 settembre.
Ieri Berlusconi l’ha chiamato per confermargli il suo sostegno e smentire le voci di una richiesta di dimissioni preventive.
Ma nessuno nel Pdl scommette sul voto dei maroniani per salvare un ministro che la procura di Palermo vuole rinviare a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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MENTRE IL TERREMOTO DEVASTAVA L’AQUILA, TARANTINI COME PISCITELLI ESULTAVA: “UNA FORTUNA, L’AFFARE E GROSSO”

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

LA MODERNIZZAZIONE DI ISORADIO PERO’ ALLA FINE SI LIMITERA’ ALL’ABRUZZO E, NONOSTANTE L’INTERESSAMENTO DEL PREMIER, L’AFFARE DA 100 MILIONI SALTA

Francesco Maria Piscicelli non era l’unico a “gioire” per il terremoto che all’alba del 9 aprile 2009 ha devastato L’Aquila.
Mentre “lo sciacallo”,   al telefono con il cognato Pierfrancesco Gagliardi, alle 3.32 di mattina “rideva nel letto” per le opportunità  di guadagno che sarebbero derivate dalla gestione dell’emergenza, Gianpaolo Tarantini vedeva nella tragedia abruzzese l’occasione per far sbloccare gli interessi (suoi e del comitato d’affari da lui creato) in ballo con Finmeccanica.
Il mezzo è sempre il telefono, la cronologia l’unica differenza sostanziale.
E’ il 6 maggio, infatti, quando il faccendiere barese chiama Domenico Lunanuova, dirigente del colosso statale.
L’argomento? Il dramma avvenuto un mese prima in Abruzzo potrebbe far accelerare l’iter di un’appalto su cui il comitato d’affari pugliese punta tantissimo: la modernizzazione di Isoradio.
“Diciamo una cosa mo vabbè… diciamo che siamo pure fortunati sui tempi, perchè in linea di massima domani quello dovrebbe firmare no?” dice Tarantini.
Lunanuova risponde, ma smorza i toni trionfalistici di Gianpi: “No, domani pomeriggio, speriamo… però è una conquista che sono riuscito a fare io senza l’aiuto di nessuno, no? Ma per culo, per culo tra virgolette perchè là  è successo il terremoto e hanno bisogno di questa cosa”.
L’affare è grosso, la procedura per averlo molto complicata.
Con il sisma, però, arrivano a pioggia milioni di euro.
Tarantini fiuta la preda, anche perchè il manager di Finmeccanica Salvatore “Rino” Metrangolo lo ha avvisato che l’intero progetto Isoradio sta per partire.
Gianpi si affretta per comprendere come fare a metterci le mani addosso.
L’asso nella manica è sempre lo stesso: Silvio Berlusconi.
E infatti si fa aiutare dal Cavaliere, che deve intercedere per far incontrare l’amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini con Enrico Intini, sodale di Gianpi nel comitato in salsa pugliese.
L’incontro avviene, ma è un autogol, perchè la Protezione civile vuole dare via libera al progetto Isoradio solo per l’Abruzzo e non per tutto il territorio nazionale, come invece sperava il faccendiere barese e i suoi compagni di speculazione.
Alla fine, l’affare da cento milioni di euro (50 secretati e l’altrà  metà  per Isoradio) non verrà  mai concluso.

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IL DIRETTORE DI “DIE ZEIT”: “VICENDA INCREDIBILE, ALL’ESTERO RIDONO DELL’ITALIA”

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

“IN GERMANIA BASTA NOMINARE BERLUSCONI E TUTTI SI METTONO A RIDERE”…”IL PIU’ ANONIMO CONSIGLIERE COMUNALE QUA SAREBBE STATO COSTRETTO A DIMETTERSI: I TEDESCHI NON COMPRENDONO COME GLI ITALIANI RIESCANO A CONVIVERE CON TALE DEGRADO MORALE”

«Sospetti simili qui bastano a far dimettere un viceconsigliere comunale».
Così parla Giovanni di Lorenzo, direttore di Die Zeit.
Direttore, che impressione fanno queste rivelazioni?
Non sembrano nuove, completano un’ immagine già  ben nota. Quanto accade in Italia con Berlusconi in Germania non solo è inconcepibile, appare surrealeo tragicomico. Parlavo la settimana scorsa a due conferenze, con pubblico borghese. Bastava nominare Berlusconi o il suo governo e scoppiavano a ridere. Come italiano ciò mi addolora molto. E le voci di frasi irripetibili sulla cancelliera?
Voci, senza prove esaurienti come invece per le escort. Ma per come conosco la cancelliera, non farebbe una piega, non reagirebbe, perchè parliamo di qualcosa al di sotto del livello di una persona civile.
In Germania un politico locale, Boetticher, si è dimesso per un amore vero con una minorenne. Cosa sarebbe di un cancelliere che recluta escort?

Non riuscirebbe a sopravvivere una settimana. In Italia si sa da anni, senza conseguenze».
Con che conseguenze per l’ immagine dell’ Italia?
In Germania stupisce anche che tutte le intercettazioni finiscano sui giornali. Proprio in questo momento così drammatico rivelazioni da film di cattivo gusto sono il massimo di quanto non ci si vorrebbe aspettare. L’ abitudine a simili notizie dall’ Italia sfiora l’ inverosimile, in una Germania certo non bigotta: Boetticher si è dimesso non per l’ amore con la minorenne, ma perchè l’ aveva lasciata prima di candidarsi. Ministro degli Esteri e sindaco governatore della capitale sono gay dichiarati, il cattolico governatore bavarese ha un figlio extraconiugale e nessuno si scandalizza».
L’ imprevedibilità  dell’ amore è diversa dal pagare escort?
Qui il solo sospetto basterebbe a far dimettere un viceconsigliere comunale. I tedeschi, sia di destra che di sinistra, non capiscono come gli italiani riescano a convivere con tale degrado morale. Se almeno un governo moralmente impresentabile lavorasse bene sul debito, sui gravissimi problemi del paese, chiunque lo governi. Invece no, vedono un governo concentrato sui propri problemi.
L’ Italia può ancora salvarsi?
Gli italiani sono capaci di tutto, persino di salvarsi. Qui causa scetticismo l’ apparente mancanza di forza di costruire un’ alternativa politica. –

Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)

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NELLA NAPOLI SOMMERSA DALLA MONNEZZA CHI DOVEVA PULIRLA PENSAVA AD AUMENTARSI LO STIPENDIO

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

NEL GENNAIO DI QUEST’ANNO, IN PIENA EMERGENZA, LA SOCIETA’ “NAPOLISERIVIZI” HA INCREMENTATO LE RETRIBUZIONI DI 13 MANAGER PER UN COSTO DI 2 MILIONI DI EURO…DE MAGISTRIS PROMETTE: “SCIOGLIEREMO LA SOCIETA”

La meritocrazia in salsa partenopea. Una salsa che puzza di rifiuti e di clientelismo.
Gennaio 2011. Napoli è sommersa di monnezza, siamo nel mezzo di una delle periodiche crisi. Eppure in Napoliservizi, partecipata al 100% del Comune di Napoli, con la mission di preservare il “decoro urbano”, si autoattribuisce aumenti di stipendio di 1,7 milioni di euro all’anno.
I fortunati sono 13 superdirigenti, scelti dalla politica, ovvero dalla giunta della democratica Rosa Russo Iervolino, assessore al ramo il democrato Nicola Oddati.
Tra loro c’è il direttore generale Ferdinando Balzamo, assunto dal Cda presieduto da Ferdinando Balzamo. Non è un’omonimia.
E’ proprio un caso di autoassunzione, denunciato in consiglio comunale dal gruppo di Rifondazione Comunista.
Balzamo, ex assessore al Patrimonio, cognato di un consigliere comunale del Pd, fama di bassoliniano di ferro, ha goduto di un aumento di quasi 11.000 euro annui, che fanno lievitare il suo stipendio a circa 152mila euro annui.
Al secondo posto nella classifica degli aumenti c’è Ciro Turiello, circa 9.400 euro di ‘premio’, per un totale di 134mila euro.
E’ stato manager di Asìa, la municipalizzata della spazzatura, ha fatto parte della task force degli esperti del commissariato per l’emergenza rifiuti nel periodo in cui era retto da Antonio Bassolino.
Seguono, in ordine sparso, aumenti da circa 4mila a 6mila per undici manager retribuiti da un minimo di 56mila fino a 92mila euro annui.
Il meccanismo degli aumenti, ha rivelato Luigi Roano in un dettagliato articolo su Il Mattino, è nel superminimo.
Una voce della retribuzione concordata dal datore di lavoro e dal dipendente al momento dell’assunzione. Una voce che si stabilisce al di fuori del contratto.
E’ un modo col quale le aziende elargiscono aumenti al personale ritenuto di valore e capace di traghettarle verso l’ottenimento di eccellenti risultati.
Non pare però questo il caso di Napoliservizi, con la dirigenza premiata a dispetto dei sacchetti neri sparpagliati per strada, con tanti saluti al decoro urbano.
Nel bilancio di Napoliservizi, scrive Roano, troviamo una consulenza da 87mila euro e 330.000 euro postate alla voce ‘prestazioni di servizi.
Che siccome non possono superare i 5000 euro a prestazione, testimoniano che circa un centinaio di persone, forse di più, hanno collaborato con l’azienda per “migliorare il decoro urbano” di una città  seppellita dalla spazzatura.
Il nuovo sindaco, Luigi de Magistris, e il vice con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, sono letteralmente inferociti.
E promettono tabula rasa di Napoliservizi tramite l’accorpamento con Asìa. Non sarà  facile e ci potrebbero essere ripercussioni serie nei rapporti col Pd.
L’azienda è uno dei pochi fortini democratici sopravvissuti alla rivoluzione arancione e procedere coi tagli potrebbe avvelenare ulteriormente i rapporti con il partito di Bersani, che nei giorni scorsi ha già  dovuto incassare la defenestrazione di Antonio Simeone dalla presidenza di Anm, la municipalizzata dei trasporti.
Intanto, l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo annuncia l’imminente azzeramento del Cda di Napoliservizi.
“Questa società  — afferma l’assessore — è stata negli anni passati un bubbone clientelare che la giunta de Magistris sta aggredendo con determinazione. Gli aumenti sono scandalosi e dimostrano quanto sia degradato il quadro di quella società . La conduzione aziendale della società  ha determinato una serie innumerevole di sprechi, inefficienze ed anche la formazione di spese irregolari, o comunque operate in violazione della convenzione in essere con il Comune, sulle quali occorrerà  approfondire l’esame. Per di più, i servizi resi dalla società  ai cittadini, in primo luogo la cura del verde, lasciano non poco a desiderare”.
Realfonzo ricorda che il bilancio di previsione della nuova giunta ha tagliato 10 milioni di trasferimenti a NapoliServizi e rende noto che giovedì scorso la giunta comunale ha approvato una sua proposta di delibera che definisce una serie di modifiche dello statuto della società  ”che porteranno all’azzeramento del consiglio di amministrazione”.
”Va sottolineato, peraltro, che l’attuale Cda era stato prorogato per un anno dalla giunta Iervolino, con una procedura non prevista dallo statuto societario” conclude l’assessore.

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IVA, AUMENTANO ANCHE CIBI E BEVANDE: L’AUMENTO AL 21% RIGUARDERA’ META’ DEL CARRELLO DELLA SPESA

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

I CONSUMATORI: “VIGILARE SULL’ALIQUOTA APPLICATA NELLE BOLLETTE DI TV, GAS E TELEFONO”… IL FENOMENO DEGLI ARROTONDAMENTI POTREBBE PORTARE A UN ESBORSO DI 400 EURO A FAMIGLIA

Se nel carrello della spesa mettete bibite analcoliche, tè o caffè, vino o birra, cioccolato, acqua minerale, sale, superalcolici, oltre a qualche sfizio gastronomico, come ostriche o aragoste, allora preparatevi a pagare l’Iva al 21%.
Il balzo dell’imposta, entrato in vigore da ieri, si applica, infatti, anche a moltissimi alimentari che non rientrano nel gruppo di quelli con l’Iva ridotta al 4%.
È una batosta silenziosa che si nasconde dietro le etichette di tanti prodotti, presenti in buona parte dei sacchetti della spesa.
Sono dei comunissimi generi alimentari che pesano per quasi il 50% del conto finale alla cassa.
Quell’uno per cento, dunque, potrebbe far salire i costi di almeno 1 euro su uno scontrino da circa 200 euro con una metà  di prodotti con Iva al 4% e l’altra metà  al 21%
In particolare il costo di una bottiglia di vino dal costo orientativo di 10 euro salirà  10 centesimi.
Su un pacco di succhi di frutta (4 euro) si applicherà  un aumento di 4 centesimi, una bottiglia di birra (1 euro) costerà  1 centesimo di più, un whisky di qualità  (intorno ai 40 euro) rincarerà  di 40 centesimi, così come una confezione di acqua minerale (2 euro) salirà  di 2 centesimi.
Attenzione quindi agli aumenti che da ieri sono stati applicati anche nel settore alimentare e che vanno ad affiancare i rincari su computer e prodotti hi-tech (dall’iPad alle tv fino al personal computer), abbigliamento e calzature, giocattoli, audio-video, gioielli, automobili (riparazione, vendita, carburanti), mobili, orologi, cosmetici e profumi, anche quelli venduti in farmacia dove il regime Iva è di norma fissato al 10%.
Tra gli altri ritocchi vanno ricordati quelli che scattano su tanti settori e servizi, dalle lavanderie al parrucchiere, dai trasporti agli abbonamenti internet o tv e le bollette energetiche.
In particolare su questo tema si fa sentire il Codacons che lancia l’allarme sui consumi del gas (a partire da una certa soglia di consumi), sulle bollette telefoniche e quelle relative ai servizi internet: «La legge fiscale – spiega l’associazione – consente ai gestori di retrodatare l’incremento dell’Iva, che può essere quindi applicato sui consumi non ancora fatturati. Ciò comporterà  un maggior esborso per milioni di euro a danno dei cittadini nonostante sia materialmente possibile limitare l’incremento dell’Iva ai consumi realizzati a partire da oggi».
In sostanza il Codacons invita i consumatori a controllare che in bolletta gli incrementi partano con data 18 settembre.
Inoltre l’associazione segnala «l’aumento dell’Iva e arrotondamenti vari messi in pratica dal 35% degli esercizi commerciali».
Si tratta di «rincari applicati principalmente dai piccoli negozi – spiega l’associazione – e i beni maggiormente colpiti sono quelli di piccolo importo come prodotti per la pulizia della casa e per l’igiene personale. Il rischio è che i rincari possano estendersi anche a beni e servizi non coinvolti dallo scatto dall’aliquota Iva, determinando così una stangata pari a 385 euro a famiglia».
Per Confesercenti, invece, il passaggio dell’Iva al 21% graverà  per 140 euro sul 70% delle famiglie mentre secondo Federalimentare ogni nucleo familiare sborserà  50 centesimi al giorno pari a 180 euro l’anno.
Adusbef e Federconsumatori, infine, parlano di «ricadute pesanti da 173 fino a 408 euro annui per famiglia».

Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)

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L’UNIONE EUROPEA BLOCCA I FINANZIAMENTI ALLA CALABRIA: “SISTEMA DI GESTIONE INAFFIDABILE”

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

BRUXELLES STOPPA 36 MILIONI DI EURO DI FONDI STRUTTURALI DESTINATI ALLA CALABRIA… SI AGGIUNGONO AI 72 MILIONI CONGELATI ALLA CAMPANIA E AI 12   ALLA SARDEGNA….I GOVERNATORI: “TUTTO REGOLARE”

La Commissione europea ha bloccato 36 milioni di euro di finanziamenti alla Calabria che si vanno ad aggiungere ai 72 milioni congelati per la Campania e ai 12 per la Sardegna. E tutto perchè “il sistema di gestione e di controllo regionale non è ancora ritenuto completamente affidabile dai servizi di audit della Commissione”.
A dirlo è il commissario europeo alle politiche regionali Johannes Hahn, in risposta a un’interrogazione parlamentare di cinque eurodeputati del Partito democratico.
Si tratta di finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale europeo (Fse), molti dei quali dovevano servire per opere di risanamento ambientale.
Secondo il commissario Hahn, “al primo settembre 2011 nessuno degli otto grandi progetti previsti dal programma è stato notificato alla Commissione europea”.
Sempre Hahn ricorda poi che il primo giugno scorso Bruxelles ”ha inviato al presidente della Regione Calabria una lettera con cui gli rammentava il debole tasso di avanzamento del programma invitandolo ad adottare misure concrete per attuare rapidamente tutti gli interventi”.
Insomma il messaggio è chiaro: “Per evitare il rischio di riduzione delle risorse comunitarie, la Calabria deve documentare a Bruxelles entro il 31 dicembre 2011 di aver realizzato investimenti per un ammontare pari a 472,747 milioni di euro, di cui il 50 per cento a carico del Fondo regionale”.
E poi ancora, per quanto riguarda il Fondo sociale europeo, sempre la Calabria “deve fornire le pezze d’appoggio relative a spese effettuate pari a 111,6 milioni di euro”. Quindi, in parole povere, quanto, come e dove è stato speso con relative pezze giustificative.
Sembra proprio che Bruxelles non sia più disposta ad aprire il portafogli senza garanzie di risultati.
Negli ultimi anni il Mezzogiorno si è visto stanziare milioni e milioni di euro dall’Unione europea, rientrando, per quanto riguarda la programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, tra le cosiddette “regioni a obiettivo 1”, ovvero regioni in ritardo di sviluppo (con un Pil inferiore al 75% della media europea) dove si è cercato di promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale.
Adesso la nuova programmazione 2007-2013 non prevede più obiettivi di questo tipo, dati ormai per raggiunti.
Il treno è passato, sembrano dire da Bruxelles, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Contrariamente ad altri Paesi, come la Spagna, che hanno fatto un uso più responsabile dei fondi Ue, alcune regioni meridionali d’Italia hanno sprecato e sperperato, con grandi opere mai finite, appalti milionari e spese spesso gonfiate all’inverosimile.
A dover controllare la corretta spesa di questi fondi sono le autorità  locali, che devono poi notificare il tutto alla Commissione europea.
Ed è qui che casca l’asino, visto che proprio “le carenze di gestione e controllo” sono alla base dello stop ai fondi di Bruxelles.
“Per la Campania”, ha detto il portavoce del commissario Hahn, Ton Van Lierop, “risultano sospesi 72 milioni di euro, per la Calabria 36 milioni e per la Sardegna 12 milioni”.
“Si tratta di domande di pagamento presentate a Bruxelles e sospese in attesa di chiarimenti che dovranno arrivare entro due mesi”, ha precisato il portavoce, “sempre che le regioni interessate non vorranno perdere i finanziamenti”.
A sentire il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti (Pdl), va invece tutto bene. “Lo stato di avanzamento del programma operativo della Calabria procede in maniera soddisfacente”.
“Nell’incontro al ministero dello Sviluppo economico, è stata definita la road map per raggiungere il target di spesa per il 2011 e porre rimedio al blocco dei pagamenti che grava su procedure del 2009 e cioè ad un anno prima del nostro insediamento”.
Insomma, tutta colpa della passata amministrazione di centrosinistra.
Tesi supportata anche dal ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto (Pdl). “I dati relativi alla risposta del Commissario Hahn all’interrogazione degli eurodeputati del Pd sono aggiornati al 31 dicembre 2010 e dunque non colgono l’avanzamento procedurale e finanziario degli ultimi 8 mesi”.
Gli fa eco dalla Campania Stefano Caldoro (Pdl): “Il blocco dei pagamenti da parte dell’Ue nei confronti della Campania è relativo ad impegni delle vecchie amministrazioni negli anni 2008 e 2009″.
Ma Bruxelles non sembra interessata a chi vada la colpa, al centrosinistra o al centrodestra.
Se entro il 31 dicembre non arriveranno risposte soddisfacenti la Commissione europea chiuderà  i rubinetti, e a pagare saranno come sempre i cittadini.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DA FINMECCANICA AI GASDOTTI, COSI’ SILVIO MEDIAVA PER TARANTINI

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

GIANPI: “QUESTA E’ LA SVOLTA DELLA VITA”…PARTECIPO’ ANCHE A UN INCONTRO GOVERNO-AZIENDE… AGGANCIA IL DIRETTORE DI FINMECCANICA PORTANDO A CENA “DUE PUTTANONE”

In un conflitto di interesse che si fa abuso permanente, tra ottobre 2008 e giugno 2009, il Presidente del Consiglio lavora con completa adesione al sogno del suo lenone barese, il custode della sua dipendenza sessuale.
Accede a un baratto di cui Gianpaolo Tarantini non fa mistero, perchè ne ha fatto un mantra («Con le prostitute e la cocaina volevo realizzare una rete di connivenze nella pubblica amministrazione. In questi anni, ho pensato che le ragazze e la cocaina fossero una chiave per il successo», spiega a verbale il 29 luglio 2009).
E di cui, ora, le 5 mila pagine dell’istruttoria barese documentano i termini.
C’è da mettere le mani su una montagna di grano.
Prima, una partecipazione societaria nella “Sel Proc” (consortile a capitale pubblico), per un business con la Protezione Civile e Finmeccanica da 280 milioni di euro in cui tirare dentro anche Paolo Berlusconi.
Quindi, l’affidamento dalle controllate Finmeccanica di 12 appalti che valgono 51 milioni di euro.
In un futuro non lontano, un gasdotto tra Albania e Italia, progetto battezzato “Tap” (Trans adriatic pipeline), dichiarato di interesse dai governi di Roma e Tirana nel marzo del 2009 e a cui invitare a partecipare lo stesso Premier con proprie disponibilità  finanziarie.
Per non dire di un fumoso progetto di sorveglianza elettronica del Paese (le intercettazioni telefoniche non riescono a carpirne il dettaglio) che – se la ride Tarantini conversando con il socio Enrico Intini – «Può servire anche a Lui».
Tarantini gongola nei primi giorni di ottobre 2008.
Ha riagganciato Silvio Berlusconi dopo l’estate sarda.
E’ entrato a Palazzo Grazioli e il Premier ha gradito assai la sua giovane mercanzia.
E dunque, all’amico Salvatore Castellaneta, avvocato d’affari brindisino che sul suo profilo facebook giustappone la sua foto a quella di Harrison Ford per mostrarne la somiglianza, un professionista che orbita in area Pd e spera di raccattare qualche briciola che in qualche modo avrà  (viene nominato nel maggio 2009 nel collegio sindacale della “Sistemi e Telematica spa”, società  controllata dal gruppo Finmeccanica), confida la sua eccitazione.
Castellaneta concorda, lo incita. «Questa è la svolta della vita. E’ un ferro da battere caldo». Tarantini lo sa.
Il 22 di quel mese è a Roma, alla cena di palazzo Madama, in cui Berlusconi ha invitato la crema dell’industria italiana e con lei ministri (Tremonti, Scajola, Frattini, Fitto) e manager di primissimo livello (l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabè, Giovanni Perissinotto di Generali, Massimo Sarmi di Poste Italiane, Mauro Moretti di Ferrovie).
Bisogna dunque immaginarlo Gianpi da Giovinazzo, trentenne cocainomane, imprenditore corrotto delle protesi sanitarie in Puglia, aggirarsi con un flute in mano, orecchiando i discorsi dei “grandi”, invitato personalmente dal Premier («Senti, sta a sentire – dice Berlusconi – dunque domani sera c’è una cena di tanti importanti industriali a Villa Madama, quindi… se vuoi…») in un consesso in cui non ha uno straccio di argomento da abbozzare.
E bisogna forse fissare in quella sera il momento in cui comprende che nulla è impossibile.
Tarantini – documenta l’inchiesta – ha infatti «abbandonato il progetto iniziale di entrare in politica con il sostegno di Berlusconi, per quello più redditizio di entrare nel circuito delle grandi opere pubbliche».
Mette insieme un «comitato d’affari» che non guarda al colore, ma al grano che balla. E che attira imprenditori pugliesi di osservanza Pd. Da Enrico Intini a Roberto De Santis. Così come le raccomandazioni del “banchiere rosso” Vincenzo De Bustis (ex Deutsche Bank, Montepaschi e Banca 121), che affida a Tarantini «una relazione sulla situazione economica» da consegnare al Premier.
Sappiamo già  che Berlusconi fa da passe-partout per Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile e, soprattutto per Pierfrancesco Guarguaglini, allora presidente e ad di Finmeccanica.
Tarantini, nei suoi conversari con Intini, definisce il Premier «il carico da cento» e lo gioca, come un asso di briscola, ogni qual volta avverte resistenze.
Ma scopriamo ora quale livello di obbedienza i due dimostrino.
A cominciare da Bertolaso, che, nei giorni dell’emergenza rifiuti a Napoli, riceve dalle mani del Premier la brochure che deve accreditare il duo Tarantini-Intini alla Protezione civile.
Non è da meno il presidente di Finmeccanica. «Ieri, Berlusconi mi ha detto: “Guarguaglini è uno vostro”», riferisce Tarantini a Intini il 6 dicembre 2008.
E a suo dire, per ben due volte (nel dicembre 2008 e nel febbraio 2009), Berlusconi convoca a palazzo Grazioli il presidente della holding per sollecitarlo di persona a sdoganare i contratti che Tarantini e il suo socio Intini attendono di ricevere.
Per «appecoreggiarlo», farne una “pecora” docile.
Apprezzamento che Tarantini, in un colloquio del 10 febbraio 2009, riserva anche all’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, di cui ipotizza una sponda per il progetto del gasdotto albanese.
«Ci ho fatto due viaggi in aereo – dice a Intini – E’ un uomo suo (di Berlusconi ndr.). Si mette a pecora, quello».
Del resto, annotano gli inquirenti, «dopo una prima fase in cui coltiva la prospettiva di entrare nel capitale della società  “Sel Proc” (l’affare da 280 milioni di euro ndr.), il progetto del comitato d’affari muta nella prospettiva di entrare in affari commerciali con la Protezione Civile e Finmeccanica».
Nella lista della spesa ci sono infatti 12 appalti che Finmeccanica può aggiudicare con «affidamenti pilotati», perchè non sono previste gare.
La posa di cavi di fibra ottica nelle Marche (16 milioni di valore); l’ampliamento della rete isoradio; la fornitura di apparecchiature per il monitoraggio dei terremoti, per componenti di ponte radio alla Protezione Civile (22,7 milioni di euro), per beni e servizi al vertice del G8 dell’Aquila (17,8 milioni di euro).
Nel maneggiare i rapporti con la holding di piazza Montegrappa, il format di Tarantini si ripropone.
La rete con cui «accerchia» il management di Finmeccanica è l’unico che conosce. Aggancia Salvatore Metrangolo, mettendogli nel letto una delle ragazze della sua scuderia. E il 24 aprile del 2009, a casa sua a Roma, mette intorno a un tavolo, dove siede anche Paolo Berlusconi, Lorenzo Borgogni, potentissimo direttore delle relazioni esterne di Finmeccanica, e tre “bambine” della sua scuderia: Barbara Guerra, Fadoua Sebbar e Letizia Filippi.
A Fadoua raccomanda: «Vestiti da mignotta… vestito nero corto. Si deve vedere il pelo appena appena».
E l’indomani mattina, si abbandona ad un commento con Micaela Ottomano, segretaria personale dell’allora sottosegretario con delega alle comunicazioni (oggi ministro) Paolo Romani.
Anche lei è stata alla cena, perchè Tarantini, attraverso di lei deve arrivare a Romani, di cui ha bisogno per accelerare la concessione di frequenze radio da cui dipende uno degli appalti che Finmeccanica gli ha promesso.
La Ottomani ha chiaro quel che ha visto: «Si vedeva che erano due puttanone. Ti è costato altri duemila…».

Carlo Bonini
(da “la Repubblica“)

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LA STRATEGIA DEL CAVALIERE PER USCIRE DALL’ ACCERCHIAMENTO “ME NE VADO SOLO CON LA SFIDUCIA”

Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile

MA NEL PDL STUDIANO UNA LEGGE ELETTORALE PER IL DOPO-SILVIO…. I DUBBI SULLA LEGA E IL TIMORE SUL VOTO PER L’ARRESTO DI MILANESE… CASINI BOCCIA OGNI APERTURA FINCHE’ C’E’ BERLUSCONI

Nemmeno le mura di villa Campari riescono a tener lontano il clangore dell`assedio che lo circonda.
«Ci sono molti sciacalli in giro, anche tra i nostri, ma se vogliono cacciarmi devono venire allo scoperto. E trovare i voti per sfiduciarmi in aula».
Persino la lettura del Giornale, ieri mattina, gli ha procurato un dispiacere, visto che in prima pagina un Giuliano Ferrara senza peli sulla lingua gli suggeriva addirittura di presentare agli italiani` «scuse formali».
Un rimprovero presentato in maniera affettuosa, ma che tuttavia lo ha molto colpito, se è vero che il Cavaliere ha avvertito il bisogno di telefonare all`amico giornalista per chiarirgli che no, lui non sentiva davvero di aver commesso alcunchè di cui dover chiedere scusa.
Eppure, nonostante il segretario del Pdl si sia immolato sull`altare dell`ortodossia, blindando la leadership del premier a costo di gettare a mare le aperture di Pier Ferdinando Casini, la casa è in fiamme.
«Berlusconi non si dimette e noi lo difenderemo», ha annunciato il delfino designato, affossando ogni ipotesi di «larghe intese» aperte all`Udc.
E infatti il leader centrista ha fatto sapere: «Ma quali aperture, finchè c`è Berlusconi io nemmeno discuto».
Una presa di posizione dura, personalmente anche rischiosa (visto che proprio Alfano è stato il protagonista in queste settimane delle trattative sotterranee con Casini) e tuttavia necessaria per provare a stroncare le tentazioni di alcuni settori non marginali del partito.
Non è un mistero infatti che Gianni Alemanno stia ormai apertamente lavorando in una logica post-Berlusconi, fianco a fianco con un altro big del calibro di Roberto Formigoni.
Anche quelli che una volta si chiamavano “teocon” sono in fibrillazione, soprattutto per l`imbarazzo che la vicenda escort provoca in Vaticano.
«Soffro in silenzio», si è lasciato sfuggire Marcello Pera, uno che ha scritto un libro a quattro mani insieme a un certo Ratzinger.
Ma ormai anche la base è difficilmente controllabile.
Tanto che ieri, mentre Alfano difendeva a spada tratta il premier alla festa del Pdl di Cortina, nella sala attigua alcune amministratrici del partito si ammutinavano indossando delle T-shirt contro Nicole Minetti.
La marea è montante e se ne è accorto anche Bobo Maroni, che nelle conversazioni private di questi ultimi giorni ha indicato il voto sull`arresto di Marco Milanese come il passaggio più complicato della legislatura.
Ieri il titolare del Viminale ha cominciato ad uscire dal cespuglio, assestando un colpo micidiale all`alleanza del Nord.
«Noi – ha tuonato a Venezia riferendosi al sottobosco dei Tarantini- siamo diversi da questa gentaglia».
Un attacco che è stato immediatamente riportato a Berlusconi, amplificando i sospetti sul comportamenti dei deputati fedeli a Maroni (la maggioranza del gruppo) in caso di voto segreto giovedì sull`arresto dell`ex braccio destro di Tremonti.
Questa sera, per provare a blindare la Camera, il premier vedrà  Bossi ad Arcore.
Ma non è prevista la partecipazione di Maroni.
Intanto, mentre Berlusconi si arrocca e si prepara a resistere all`assedio, i più avvertiti nel Pdl cercano una via d`uscita politica per salvare il salvabile.
Il pericolo numero uno per la maggioranza, dopo l`assalto dei pm, è l`appuntamento con il referendum elettorale.
Se la Corte costituzionale dovesse ammettere il referendum, per la (discussa) teoria della “reviviscenza” tornerebbe in vita la legge precedente, ovvero il maggioritario con i collegi uninominali.
E nel Pdl temono che gli elettori leghisti, quando si troveranno nel collegio un candidato berlusconiano, non daranno più il loro voto, garantendo così la vittoria alla sinistra.
Calcoli alla mano, gli esperti elettorali del Pdl hanno iniziato quindi a ragionare su sistemi proporzionali senza premio di maggioranza, come quelli in vigore in Germania e Spagna, per evitare il referendum e riagganciare Casini.
Sistemi più adatti a un partito che si sente ormai orfano di un leader carismatico.
Nei prossimi giorni, se il governo riuscirà  a superare la prova Milanese, se ne parlerà  a via dell`Umiltà  in maniera approfondita.
Contando sul fatto che il Terzo Polo sarà  un interlocutore attento.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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