Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL PACCHETTO ANTI-EVASIONE PERDE PEZZI IMPORTANTI NEL SUO CAMMINO IN COMMISSIONE: CANCELLATA LA PUBBLICAZIONE SU INTERNET DELLE DICHIARAZIONE DEI REDDITI
Con il primo sì alla Finanziaria, i contribuenti non dovranno più annettere alla propria
dichiarazione gli estremi dei conti correnti bancari e dei rapporti con gli operatori finanziari, ma soprattutto i comuni non potranno più mettere in Rete l’Irpef dichiarata dai propri cittadini. Secondo l’emendamento varato dalla maggioranza, le amministrazioni locali potranno solo diffondere i dati relativi alle categorie.
Non ci sarà quindi l’annunciata stretta contro i reati fiscali.
Secondo la maggioranza, a differenza di quanto precedentemente annunciato, questa norma da una parte non rappresenterebbe uno spauracchio sufficiente per dissuadere gli evasori, dall’altra probabilmente sarebbe stata bocciata dalle leggi che proteggono la privacy.
Resta il carcere per i grandi evasori, ma anche in questo caso un emendamento va ad addolcire la portata dell’articolo: la normativa infatti non sarà retroattiva.
Nonostante il pacchetto di misure per combattere chi inganna il Fisco esca fortemente ridimensionato dal passaggio in commissione, da via XX Settembre assicurano che l’efficacia delle norme resta salda.
Non la pensa così il Sole 24 Ore che nelle sue pagine assegna dei voti ai vari capitoli della manovra d’agosto.
E la parte che riguarda il fisco si becca l’insufficienza con un un cinque in pagella.
“Gli emendamenti anti-evasione sarebbero condannati ai corsi di recupero, se solo esistessero”, scrive il quotidiano della Confindustria.
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Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL PRESSING DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA SULL’ITALIA… RICHIESTI MAGGIORI IMPEGNI AI PAESI INDEBITATI… VIA NAZIONALE PROPONE DUE VIE D’USCITA PER RIEQUILIBRARE I CONTI
L’autunno caldo è cominciato.
“L’Italia deve scegliere: o lancia un vero segnale di svolta sulla manovra, o si offre in pasto ai mercati esponendo l’intera Eurozona a un enorme pericolo”.
Si apre una settimana che può cambiare il destino dell’italia e dell’Europa.
In queste ore difficili, tra Banca centrale europea e Banca d’Italia, non c’è un solo interlocutore che non esprima “grandissima preoccupazione” per quello che sta accadendo nel nostro Paese.
Il “caos totale” nel quale il governo è precipitato in questi ultimi due mesi, cambiando radicalmente per ben quattro volte il menu delle misure di risanamento per assicurare il pareggio di bilancio nel 2013, è una miccia accesa nel cuore della moneta unica.
Per ora, a disinnescarla ha contribuito proprio la Bce, che ha comprato a piene mani i Btp sul mercato secondario, per disarmare la speculazione internazionale.
Ma quanto può durare, l’ombrello aperto su di noi dall’Eurotower?
È la domanda cruciale, alla quale la Bce proverà a dare una prima risposta giovedì prossimo, al primo board convocato per la ripresa dopo l’estate.
A Francoforte c’è consapevolezza della grande difficoltà della fase.
“I dati della congiuntura internazionale non sono affatto confortanti”, dicono all’Eurotower. Eurolandia è in forte frenata.
Come già anticipato dal Fondo monetario, le economie dell’area cresceranno nel 2011 solo dell’1,9%.
Nel 2012 andrà peggio, con un deludente 1,4%.
“Preoccupa il rallentamento della Germania”, che dopo aver trainato il Continente quest’anno, si fermerà l’anno prossimo a un fiacco 1,6%.
L’Italia va peggio di tutti: non supera lo 0,8% quest’anno, e si ferma allo 0,7% l’anno prossimo.
C’è quindi un primo nodo da sciogliere: già con queste cifre, “la manovra da 45 miliardi messa in campo da Berlusconi andrebbe rafforzata ulteriormente”.
Se scende il Pil, infatti, crescono più del previsto il deficit e il debito.
Dunque “servono più tagli di spesa, per garantire il pareggio di bilancio”.
Ma la manovra appena varata dal centrodestra, nella sua quarta e schizofrenica versione, non da garanzie.
Nè sulle singole misure, nè sui saldi. Trichet lo ha già lasciato intendere.
I suoi uomini sono ancora più espliciti. “L’Italia deve fare di più e di meglio. E deve farlo subito”.
La Bce non può continuare a togliere le castagne dal fuoco al governo italiano. Al board di giovedì i governatori dell’Eurosistema ne discuteranno, nel frattempo “sull’acquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario si decide giorno per giorno”.
Ma una cosa è certa: “Il Security Market Program non è un meccanismo permanente”. Se dunque è vero, come sostiene Trichet, che il salvagente della Bce sui Btp non è scattato solo dopo la garanzia che il governo italiano avrebbe rafforzato e accelerato la manovra, è anche vero che, a regime, il primo non dura in assenza della seconda.
“Non possiamo coprire una qualsiasi forma di “azzardo morale” sul mercato dei titoli”, sostengono alla Bce.
Già i “falchi”, tra politici ed economisti tedeschi, hanno criticato la Banca centrale perchè con i suoi interventi “ha agevolato il lassismo dei Paesi periferici dell’area”.
E’ ora di cambiare rotta. E già alla riunione di giovedì se ne potrebbe avere un anticipo, indirizzato implicitamente proprio all’Italia.
“Altri Paesi – segnalano a Francoforte – si stanno dimostrando più responsabili. Uno su tutti: la Spagna, dove il Parlamento ha già varato la sua Legge Finanziaria, ed ha approvato l’inserimento della disciplina di bilancio in Costituzione”.
L’Italia è indietro. Sui tempi e sui numeri.
E questo, sulla sponda interna, allarma la Banca d’Italia.
Mario Draghi si prepara al “trasloco”, ma in queste ore gli uomini del Direttorio sono in contatto costante e diretto con i loro “colleghi” d’oltrefrontiera.
A Via Nazionale l’apprensione sul destino della manovra è persino più acuta che a Francoforte.
Il messaggio lanciato con le tre versioni estive del pacchetto anti-deficit è stato “pessimo”: confusione, improvvisazione, approssimazione.
Vista da Palazzo Koch, la manovra è un “patchwork indecifrabile”.
“E’ arduo affidare al recupero di evasione fiscale un rientro dal deficit di così vasta portata”, si sostiene in Bankitalia, in piena sintonia con i dubbi della Ue. Berlusconi e Tremonti, accecati da un regolamento di conti tra loro, non vedono più la realtà . Dimostrano di non avere un’idea su ciò che è e su ciò che deve diventare la società italiana. Prima colpiscono il ceto medio con il contributo straordinario, poi colpiscono i pensionati con la gabella sulla naia e la laurea, poi fanno la faccia feroce contro gli evasori, dopo averli blanditi con lo Scudo fiscale e con l’irresponsabile sostegno pre-estivo alla diffusa Vandea per le “vessazioni di Equitalia”.
Così non si va da nessuna parte.
A Via Nazionale, si teme il vicolo cieco.
Le vie d’uscita che la Banca d’Italia caldeggia sono due.
La prima, sul lato delle spese, è “accelerare sulla spending review”, affondando con il bisturi della priorità politica finalizzata a ricerca e sviluppo e non più non con il machete dei tagli lineari e indiscriminati su tutte le voci.
La seconda, sul lato delle entrate, è “un intervento mirato e selettivo sulle aliquote Iva”. Questa, secondo Palazzo Koch, sarebbe la soluzione migliore, sul piano delle opportunità macro-economiche e delle compatibilità politico-sociali.
La Banca d’Italia ha fatto i suoi studi e le sue simulazioni.
L’aumento dell’Iva non avrebbe impatti recessivi maggiori di quelli che la manovra in sè già presenta ora.
E dal punto di vista dell’inflazione, “l’impatto sarebbe quasi nullo, poichè il quadro dei prezzi nonostante le ultime fiammate va verso un raffreddamento e la domanda di petrolio è in discesa”.
Dunque questa è la scommessa di Draghi e dei suoi uomini: pressato dalla Bce e dai mercati, alla fine Berlusconi sarà costretto ad agire sull’Iva, a dispetto dei timori infondati di Tremonti.
Sarà il male minore, e garantirà un gettito certo, al contrario delle norme “dissuasive” e assai demagogiche sulla delazione e la gogna fiscale.
Il dubbio vero è se questo governo abbia ancora la forza per scelte politiche nette, riconosciute e riconoscibili.
O se invece la perdità di credibilità cumulata in tre anni di dissennatezze politiche e dissipazioni contabili sia irreversibile.
All’Eurotower e a Via Nazionale si sa bene qual è la posta in palio. Tra Btp, Bot e Ctz, a settembre il Tesoro deve collocare sul mercato ancora quasi 45 miliardi di euro.
Di qui alla fine dell’anno, le emissioni complessive di titoli di Stato ammonteranno a circa 148 miliardi.
Se si allenta la sponda della Bce, come prevedono i “duri e puri” di Francoforte, basta un niente per far fallire un’asta e far banchettare gli speculatori internazionali.
Sarebbe il disastro finale.
Dopo aver rovinato l’Italia, Berlusconi e Tremonti si prenderebbero il merito di aver affondato anche l’Europa.
Possono farcela, purtroppo.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
NELLE CARTE SEGRETE TROVATE NEL BUNKER DEL RAIS, I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE… I SERVIZI OCCIDENTALI SCRISSERO UN DISCORSO PER IL COLONNELLO
Regime canaglia o meno, la Libia di Gheddafi collaborava attivamente con i servizi segreti
dell’Occidente.
Agli uomini di Tripoli toccava, manco a dirlo, il lavoro sporco: il «trattamento energico» dei sospetti terroristi. In parole povere, la tortura.
La Libia faceva parte del programma delle «rendition», il sequestro e la consegna dei sospetti a governi le cui mani erano meno legate dalla normativa sui diritti umani.
Oltre alla Libia, gli Usa hanno adoperato questo sistema con il Pakistan, l’Egitto, e altri, comprese appunto nazioni con cui i rapporti restavano difficili.
Secondo Peter Bouckaert, di Human Rights Watch, il piano consisteva nel consegnare i sospetti membri di Al Qaeda perchè fossero torturati per strappargli informazioni richieste.
La collaborazione con i fedelissimi del colonnello, sia da parte della Cia che da parte dei colleghi britannici dell’Mi-6, era iniziata dopo il 2004, l’anno della rinuncia libica alle armi non convenzionali.
Anzi, secondo una serie di documenti scoperti nell’ufficio di Moussa Koussa, capo dei servizi libici, gli agenti di Sua Maestà erano pronti persino a fare intercettazioni telefoniche per conto degli amici libici: molto probabilmente per controllare i dissidenti libici rifugiati nel Regno Unito.
I documenti sono stati scoperti da Human Rights Watch.
Tra questi ci sarebbe anche la bozza di una proposta di discorso di rinuncia alle armi non convenzionali scritto dagli 007 occidentali per il raìs.
Per ora non ci sono garanzie sulla loro autenticità .
La Cia non conferma, ma Jennifer Youngblood, portavoce dell’agenzia, ha detto al New York Times che «non dev’essere una sorpresa che l’agenzia collabori con governi stranieri per proteggere il Paese dal terrorismo e da altre minacce»
Intanto a Tripoli la situazione continua a normalizzarsi: Ali Tarhouni, membro del direttivo del Consiglio nazionale di transizione e ministro “virtuale” del Petrolio, ha presentato un comitato che garantirà la sicurezza della capitale, formato in prevalenza da militari.
In altre parole, i checkpoint sono ormai rari, i negozi riaprono e la vita riprende, anche se per ora gli approvvigionamenti restano difficili, e l’acqua manca ancora.
L’ambasciata italiana resta devastata e aperta, ma sul tetto sventola di nuovo il tricolore.
Gianpaolo Cadalanu
(da “La Repubblica“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIO CAPALBIO TRA LITIGI E DIMISSIONI: “IL COMUNE PAGA MOLTO E NON PUO’ ESSERE TRATTATO COSI”…CANGELOSI: “FINE DI OGNI COLLABORAZIONE”
A volte i divorzi si possono consumare anche per qualche seggiola in meno.
Ma quello di Capalbio, la «piccola Atene dei vip» e dell’intellighenzia di sinistra, non è solo uno strappo atipico e a prima vista strampalato, ma è pure clamoroso.
Il litigio, infatti, coinvolge istituzioni locali e grandi nomi nazionali, come Rocco Cangelosi, vice presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo e consigliere diplomatico di Giorgio Napolitano.
Che, dopo le esternazioni del sindaco Luigi Bellumori (Pd), rimasto senza seggiola insieme a giunta, prefetto e altre autorità locali durante il Premio intitolato al borgo maremmano, ha preso carta e penna criticando aspramente il primo cittadino e annunciando la fine di ogni collaborazione con l’amministrazione comunale.
Più che uno schiaffo è un manrovescio per il sindaco Bellumori e un colpo durissimo al Premio organizzato con dedizione della Fondazione Epokè.
Anche perchè lo stesso sindaco aveva mandato un preavviso di sfratto al Premio.
«Da qui in avanti se lo facciano nei parchi delle loro ville», pare abbia confessato Bellumori agli amici.
E in più aveva disertato (insieme alla giunta) la serata speciale dedicata all’Unità d’Italia.
Tutto inizia la scorsa settimana nella minuscola piazza Magenta, la piccola agorà di Capalbio.
Clou della kermesse letteraria è una tavola rotonda sulla crisi italiana e internazionale alla quale partecipano Emma Marcegaglia, Giuliano Amato, Mario Monti, Fabrizio Saccomanni, Giuliano Amato.
Il sindaco Bellumori arriva in piazza con tanto di fascia tricolore e in compagnia delle altre autorità locali.
Ma ben presto si accorge che per lui non c’è neppure una sedia. Un affronto. «Ma non a me, ma al mio Comune», si affretta immediatamente a spiegare il sindaco che annuncia poco dopo una sorta di sfratto del Premio.
«Il Comune paga molto e non può essere trattato così. La prossima volta si cercheranno un’altra location», dice pubblicamente il primo cittadino.
La Fondazione Epokè cerca di minimizzare. «Anche Rutelli e Cipoletta erano in piedi — sottolineano gli organizzatori — non c’è stato alcun affronto e il sindaco ha parlato in pubblico».
Ma le parole taglienti di Bellumori indispettiscono i vip che fanno parte del Premio.
Così arriva la missiva di Rocco Cangelosi, rappresentante permanente all’Unione europea e consigliere diplomatico di Giorgio Napolitano.
Al sindaco Cangelosi prima tira le orecchie per un’assenza alla manifestazione dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia (c’erano Marcello Sorgi e Raffaele La Capria). Poi va nello specifico: «Dal 2007 contribuisco volontariamente, insieme al presidente Amato, all’organizzazione del premio Capalbio Europa “gratis et amore Capi Albi”, coinvolgendo anche la mia famiglia, con mia moglie cittadina capalbiese e iscritta nelle liste elettorali del Comune che cura gli eventi conviviali legati a tali manifestazioni e mia figlia che, insieme al marito, di nazionalità francese, assicura, quando necessario traduzione e interpretariato e in queste occasioni il sindaco ha avuto sempre l’opportunità di intervenire aprendo il dibattito con un suo discorso introduttivo e leggendo il messaggio del Presidente della Repubblica, che immancabilmente ogni anno ha accompagnato la manifestazione».
E sui posti a sedere mancanti?
Cangelosi non ha dubbi: «Spettava al Comune provvedere a mantenerli di fronte a una piazza traboccante con numerose persone in cerca di un posto a sedere».
Insomma, per il diplomatico il sindaco invece di protestare avrebbe dovuto incarico ai suoi addetti di organizzare al meglio la logistica della manifestazione.
E dunque conclude: «La prego di considerare esaurita ogni forma di collaborazione con la presente amministrazione».
Marco Gasperetti
(da “Il Corriere dela Sera“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
NON SONO INFORMATI NEMMENO SULLE LEGGI CHE LORO STESSI HANNO FATTO APPROVARE DUE ANNI FA….CHI NON HA IL PERMESSO DI SOGGIORNO NON PUO’ MANDARE SOLDI AI PARENTI ALL’ESTERO, COME SI FA ALLORA A PROPORRE DI TASSARLI?
Una tassa sul nulla, un bluff che promette di portare zero euro nelle casse dello Stato. E’
l’imposta di bollo sulle rimesse degli immigrati irregolari.
Un nuovo balzello che non tiene conto del pacchetto sicurezza 2009: da due anni per inviare soldi a casa bisogna essere in regola col permesso di soggiorno.
Un passo indietro.
Un emendamento leghista alla manovra finanziaria, approvato in commissione Bilancio al Senato, introduce una tassa (pari al 2%) sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale. L’imposta non si applica dunque agli immigrati regolari (che sono sempre iscritti all’Inps e in possesso del codice fiscale).
A chi tocca allora?
Il Carroccio pare si sia dimenticato del pacchetto sicurezza varato dal suo stesso ministro dell’Interno nel 2009.
L’articolo 2, comma 20 della legge 2009/94 prevede infatti che le agenzie di money transfer debbano sempre chiedere all’immigrato il permesso di soggiorno.
Se il cliente ne è privo, il denaro viene inviato, ma le agenzie «effettuano entro dodici ore apposita segnalazione all’autorità locale di pubblica sicurezza, trasmettendo i dati identificativi del soggetto».
La conseguenza? L’irregolare che vuole spedire i risparmi a casa, finisce per autodenunciarsi.
Da qui la scelta di canali alternativi: carte di credito prepagate spedite a casa, amici o corrieri che tornano in patria
Insomma, la nuova imposta promette di colpire le rimesse che passano attraverso i canali ufficiali, ma arriva tardi: tassa le transizioni degli immigrati irregolari che dal 2009, effetto del decreto Maroni, sono invisibili alla legge e che continueranno ad essere utilizzati come prima.
Il flusso delle rimesse che non passa più attraverso i canali formali continuerà a rimanere difficilmente individuabile e impossibile da raggiungere per il fisco.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL GIUSLAVORISTA FRANCO FOCARETA LA LEGISLAZIONE NAZIONALE DIVENTERA’ SUPERFLUA….ICHINO: “NON SI COLMA IN QUESTO MODO IL FOSSATO TRA GARANTITI E NON GARANTITI”
Che cosa cambia nel mondo del lavoro con l’emendamento approvato ieri sui contratti?
«Semplicemente si rende superflua la legislazione nazionale. I contratti e le leggi valgono a meno che sindacati e aziende non trovino l’accordo per farsene di propri». Parla così il professor Franco Focareta, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna, uno dei consulenti legali della Cgil e della Fiom.
Di parere diverso Pietro Ichino, illustre giuslavorista e senatore del Pd, non di rado su posizioni critiche rispetto al partito: «Non vedo particolari rischi nelle medie e nelle grandi aziende italiane dove la contrattazione non dovrebbe presentare sorprese: è infatti presumibile che in quelle realtà i sindacati e le imprese sottoscrivano accordi rispettosi dei diritti dei dipendenti . Piuttosto va osservato che le norme di cui si parla non rispondono alle richieste della Banca centrale europea che ci chiede di superare la distinzione tra garantiti e non garantiti nel mondo del lavoro. Questi provvedimenti rischiano invece di avere l’effetto opposto aumentando la distanza tra chi lavora nelle imprese più grandi e chi invece dovrà fare i conti con una miriade di norme ad hoc contrattate nelle piccole aziende».
Il nuovo articolo 8 della manovra, così com’è uscito dal voto di ieri, contiene alcuni aggiustamenti rispetto al testo originario.
L’obiettivo è sempre quello di offrire un «sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità », cioè, coma va ripetendo da tempo il ministro Sacconi, di privilegiare la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale.
Il principio generale è che in periferia si può modificare tutta la legislazione del lavoro, compreso lo Statuto dei lavoratori, a patto che le modifiche non vadano contro la Costituzione.
Per cambiare le regole è sufficiente che l’accordo aziendale sia sottoscritto «da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative».
Ieri è stata aggiunta la formula «a livello nazionale o territoriale».
Un favore alla Lega che può sperare un giorno di avere una fabbrica in Lombardia dove il suo sindacato, il SinPa, abbia la maggioranza assoluta tra i dipendenti.
Ma c’è un’ambiguità : il testo fa anche riferimento al recente accordo unitario tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria che esclude si possano firmare accordi pirata con sindacati di comodo.
Il rischio è che le aziende escano da Confindustria per modificare le leggi sul lavoro mettendosi d’accordo direttamente con i delegati delle fabbriche
Le uniche eccezioni alla deregulation di Sacconi riguardano le donne in gravidanza e i genitori che adottino figli: in quei casi non si possono sottoscrivere accordi di fabbrica che prevedano di risarcire con denaro i genitori che si è deciso di licenziare senza giusta causa.
Confermata, anche nella nuova formulazione, la retroattività della legge e l’estensione a tutti i lavoratori interessati degli accordi aziendali approvati a maggioranza anche nei mesi scorsi, com’è il caso delle intese alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori.
Paolo Griseri
(da “la Repubblica“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
FU IL FACCENDIERE LAVITOLA A PASSARE AL GOVERNO DI ST. LUCIA IL PRESUNTO SCAMBIO DI MAIL PER “INCASTRARE” TULLIANI DOPO ESSERE SBARCATO SULL’ISOLA CON UN COSTOSO AEREO PRIVATO
Per chi se lo fosse dimenticato, all’incirca un anno fa il dibattito pubblico italiano era dominato
dalla vicenda della casa di Montecarlo, che coinvolgeva il presidente della Camera Fini fresco di rottura con il premier Berlusconi.
Un polverone alzato e nutrito ogni giorno dalla “macchina del fango” berlusconiana (e fanno ridere, quei toni moralistici con cui cianciavano di “etica” e di “responsabilità ”, loro che di lì a poco avrebbero difeso le prodezze del Cavaliere con le olgettine e oggi “relativizzano” lo scandalo di un capo di governo ricattato e vittima di estorsioni), che costrinse il neoleader di Fli a intervenire con un video di spiegazioni agli italiani.
Ora uno dei protagonisti di quella strana vicenda, Valter Lavitola, faccendiere amico di Berlusconi, nonchè editore e direttore dell’Avanti!, è al centro delle attenzioni dei magistrati per i suoi rapporti con Tarantini e il suo ruolo nell’organizzare il ricatto ai danni del presidente del Consiglio.
Ma leggendo i verbali delle intercettazioni non è possibile non ripensare allo “scoop” monegasco a orologeria, ai traffici di Lavitola su e giù per i Caraibi, ai suoi voli di stato, ai documenti “originali” inviati dal governo di Saint Lucia a proposito della presunta proprietà di Tulliani dell’appartamento di rue Charlotte e poi sbandierati a Montecitorio nientemeno che dal ministro degli Esteri Franco Frattini (che quel giorno decise di sacrificare la credibilità sua e della Farnesina pur di compiacere il Capo).
E come non ripensare alla conferenza stampa del ministro della giustizia di Saint Lucia cui era presente – guarda caso – proprio Lavitola.
Strani tempismi, strane coincidenze.
«La vicenda di Montecarlo — scrive sulla sua bacheca facebook Flavia Perina, deputata di Fli ed ex direttore del Secolo d’Italia – è molto più complessa di come immaginavamo. Quella vicenda ha consentito agli ex-colonnelli di appropriarsi di tutti i beni della ex-An, Secolo compreso, e di annettere alla causa del berlusconismo il colossale patrimonio messo insieme da tre generazioni di iscritti, sottraendolo a chi si era ribellato alla prepotenza del Cavaliere».
Sarebbe il caso di approfondire.
Magari per gettare nuova luce su quell’estate convulsa, e per dare un nuovo senso al presunto “scandalo” con cui la maggioranza pensò di poter archiviare la “faccenda Fini”.
Di archiviato non c’è nulla. Men che meno il ruolo di Lavitola.
E per rinfrescarsi la memoria, in attesa di nuovi tasselli, vi consigliamo di guardarvi il servizio di Corrado Formigli per Annozero.
In certe occasioni è bene avere buona memoria .
Per smascherare certi pataccari e i loro mandanti non è mai troppo tardi.
(da “Il Futurista“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRATTI, PASSA LA DEROGA ALL’ART. 18: CON L’INTESA AZIENDALE SI POTRA’ LICENZIARE…L’ACCORDO LOCALE POTRA’ IGNORARE LE TUTELE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI…ULTIMA FARSA: REDDITI ON LINE, MA SENZA I NOMI DEI CONTRIBUENTI
Le intese sottoscritte a livello aziendale o territoriale possono derogare ai contratti ed alle leggi nazionali sul lavoro, incluso lo Statuto dei lavoratori, ed alle relative norme, comprese quelle sui licenziamenti.
Tradotto in termini sostanziali, anche le aziende con più di 15 dipendenti potranno ricorrere più facilmente ai licenziamenti senza giusta causa – aggirando il divieto sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – , potendo sfruttare misure di “indennizzo” alternative al reintegro del lavoratore, se questo potere sarà dato loro da un’intesa con i sindacati maggioritari in azienda.
La “rivoluzione” è contenuta nell’emendamento di maggioranza all’articolo 8 della Manovra, approvato dalla Commissione bilancio del Senato, ed ha immediatamente scatenato le proteste della Cgil e delle opposizioni.
La modifica all’articolo 8 – Il provvedimento passato in commissione stabilisce che, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonchè i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”, le specifiche intese aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” ed alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”.
L’emendamento prevede, in aggiunta, che le intese valide saranno non solo quelle “sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (come già prevedeva il testo della manovra), ma che anche le associazioni “territoriali” avranno la possibilità di realizzare specifiche intese “con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati” su temi come “le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione, le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”.
Restano escluse dalla contrattazione aziendale alcune materie e norme generali a tutela di diritti e interessi superiori.
Così non si potranno fare accordi locali su temi quali “il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonchè fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento”.
L’emendamento approvato prevede che anche i sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possano sottoscrivere accordi con le aziende. la modifica all’articolo 8 del decreto stabilisce infatti che possono sottoscrivere le intese o le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale”, ovvero le “loro rappresentanze sindacali operanti in aziende”; le intese, inoltre, come già previsto, avranno “efficacia per tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali”.
“Le modifiche della maggioranza di governo all’articolo 8 – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l’articolo 18, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama”.
“Dicevano che non si toccava l’articolo 18, invece ora è possibile e viene scritto espressamente. Tutto questo è inaccettabile”, commenta Giovanni Legnini, senatore Pd.
Con il sì dei sindacati, riassume Achille Passoni, senatore Pd, si potrà anche licenziare: si apre la strada per la “possibile cancellazione in un contratto aziendale dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; una pura follia giuridica e politica”.
“Il diritto del lavoro, con un balzo di dubbia costituzionalità , torna indietro di almeno sessant’anni – dice Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd – le modifiche che consentono a un sindacato senza rappresentanza nazionale di derogare alle leggi dello Stato o ai contratti nazionali sono in radicale contraddizione con l’accordo del 28 giugno raggiunto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria”.
“L’Idv – commentano Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del partito – continua a sostenere che questa norma sul lavoro non c’entra nulla con il pareggio di bilancio, in quanto non ha ritorni di tipo economico. Il fatto di averla voluta rende esplicito l’odio con cui questo governo si rivolge al mondo del lavoro pubblico e privato, mentre difende con le unghie e con i denti tutti i privilegi di chi mai ha pagato”
“Le modifiche all’articolo 8 introdotte dalla Commissione bilancio contengono utilissimi elementi per la più certa interpretazione delle rilevanti novità previste dalla manovra relativamente alla capacità dei contratti aziendali e territoriali – afferma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – i soggetti abilitati a firmarli sono quelli comparativamente più rappresentativi e le loro rsa o rsu secondo quanto dispongono leggi e accordi interconfederali, compreso quello recente del giugno. Viene così accolta la richiesta espressa da Cisl e Uil a che fossero certamente evitati accordi ‘pirata’ con soggetti di comodo o senza rappresentatività “.
In serata la Commissione bilancio del Senato ha concluso l’esame degli emendamenti approvando il testo completo della Manovra.
Tra gli ultimi emendamenti recepiti c’è quello che cancella l’obbligo di indicare il nome della banca sulla dichiarazione dei redditi.
La commissione, su proposta del governo, ha pure modificato il testo là dove prevede la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su internet da parte dei Comuni: si farà , ma senza nomi e cognomi dei contribuenti: compariranno solamente per aggregati e categorie. Una soluzione tutta da ridere.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
LO STATO CERCA SOLDI AGLI ITALIANI MA NON FA NULLA PER INCASSARE 98 MILIARDI DI EURO DI MULTE NON PAGATE DALLE CONCESSIONARIE DI SLOT MACHINE… DA TRE ANNI SI ATTENDE LA DECISIONE SULLA MAXI ELUSIONE: I TEMPI INFINITI DELLA GIUSTIZIA CONTABILE E LE PROTEZIONI DEI PARTITI
La mattina del 4 dicembre 2008 il procuratore della Corte dei Conti Marco Smiroldo aveva
un sorriso più largo di quello del Joker di Batman.
Nè lui, nè gli uomini del Gat, il gruppo antifrodi tecnologiche della Finanza, che l’avevano affiancato per anni nelle indagini, ci credevano.
Nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla possibilità che un processo del genere potesse mai arrivare in aula: le dieci potentissime concessionarie delle slot machine in Italia sul banco degli imputati, con una richiesta monstre di danno all’erario: 98 miliardi di euro.
Quello stesso giorno Smiroldo e i suoi sapevano già che cosa sarebbe accaduto negli anni successivi.
Perchè questi sono i tempi della giustizia italiana, anche di quella contabile.
E perchè le dieci sorelle, vista la posta in gioco, avevano messo in campo uno squadrone di principi del Foro, pronti a ogni mossa (ovviamente lecita) per allungare i tempi, creare dubbi, intorbidare le acque.
È così che il processo per la più grande sanzione mai contestata nella storia italiana non si è ancora concluso.
Anzi: sono state celebrate solo due udienze e nell’ultima il pm ha ribadito le sue richieste.
E ancora una volta ha ribadito: il danno per le casse dello Stato è di 98 miliardi.
Nel frattempo c’è stato un pronunciamento della Cassazione, che i legali avevano sollecitato sollevando un conflitto di competenze, che ha comportato quasi due anni di stop.
L’ultimo atto è una nuova perizia ordinata dai giudici, per capire se in questa storia debbano finire alla sbarra anche altri soggetti, oltre le concessionarie.
La Sogei, il braccio tecnologico e informatico del ministero dell’Economia.
O le compagnie telefoniche, che a loro volta non erano state in grado di garantire il flusso corretto dei dati delle scommesse.
Perizia che doveva essere consegnata ad agosto.
Ora si parla di un nuovo slittamento a ottobre e questo fa presagire che le cose andranno ancora per le lunghe, dopo quattro anni di schermaglie procedurali, fiumi di parole e nessuna decisione.
Anche il governo, sollecitato a più riprese dalle interrogazioni parlamentari a dar spiegazioni sulla vicenda, ha sempre avuto buon gioco nel difendersi: la questione è nelle mani della giustizia .
Anche perchè le società concessionarie non ci vogliono sentire e, ufficiosamente, hanno già inoltrato la loro offerta al super ribasso: chiudere la partita con 500 milioni tutto compreso.
Il procuratore, però, non molla e tutto si giocherà nella sentenza.
Tempi previsti? Solo Dio lo sa.
Così si trascinerà ancora, la decisione finale sulla supermulta, una vicenda rivelata per la prima volta nel maggio 2007 dal Secolo XIX.
Ma come si è arrivati ai 98 miliardi?
La requisitoria del pm Smiroldo, nell’ultima udienza, ha ricostruito passo passo tutta la storia.
Prima del 2002 le slot machine, che allora venivano chiamate videopoker, erano illegali.
Anzi, uno dei business più lucrosi per la criminalità organizzata.
Poi lo Stato decise di regolare il settore.
Con una prescrizione categorica: ogni singola macchinetta doveva essere collegata al sistema telematico di controllo della Sogei.
Perchè neanche una giocata sfuggisse al controllo e soprattutto alle tasse, il Preu.
Così non è avvenuto, per anni. Il sistema ha fatto cilecca.
Gli apparecchi, “interrogati” a distanza dal cervellone del ministero, non davano nessuna risposta.
Di chi sia stata la colpa di questo flop, è uno degli argomenti del processo.
Di certo le società concessionarie si erano impegnate perchè tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”.
Che prevedevano, nero su bianco, penali severissime.
«Fare un contratto con lo Stato è una cosa seria o no?», si chiede il pm.
La risposta è ancora appesa nell’aria.
Così come la decisione finale sui 98 miliardi.
Marco Menduni
(da “Il Secolo XIX“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Giustizia, governo, Politica, radici e valori | Commenta »