Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
RIDURRE IL COSTO DEL LAVORO CON AUMENTO DELLE TASSE SU CONSUMI E PATRIMONI.. SARANNO TAGLIATI I COSTI DELLA POLITICA E ABOLITE LE PROVINCE…LOTTA ALL’EVASIONE E ALLE MAFIE INFILTRATE NELL’ECONOMIA…PIU’ EQUITA’ TRA LAVORATORI GARANTINI E NO
Una «missione non facilissima». Mario Monti prende la parola per la prima volta al Senato per le
dichiarazioni programmatiche e ribadisce la delicatezza del momento in cui versa il Paese e l’inderogabilità del lavoro che lo attende. Proprio per questo piace al neo-premier piace definire il suo esecutivo un «governo di impegno nazionale».
RIGORE, CRESCITA, EQUITà€
Tante le riforme annunciate o solo accennate da Monti («con esse lo spread calerà ») e tre le linee guida: rigore, crescita e equità .
Più di tutti, nel suo discorso, il capo dell’esecutivo ha insistito sull’ultimo punto.
«I sacrifici per risanare il debito e far ripartire la crescita saranno equi», ha detto, convinto del fatto che «più le riforme saranno eque, più saranno efficaci».
«Se falliremo, se non raggiungeremo le riforme che servono, saremo tutti sottoposti a condizioni ben più dure», l’avvertimento del numero uno dell’esecutivo.
Il riscatto del Paese avverrà restando uniti, è la convinzione di Monti.
«I margini di successo sono ridotti, ma se fosse altrimenti non sarei qui», ha detto. «Abbiamo degli obiettivi ambiziosi sul pareggio di bilancio e sul rapporto debito-pil ma non saremo credibili nel perseguimento di tali obiettivi se non ricominceremo a crescere».
PENSIONI, CORRETTIVI, TASSE, DONNE
Come previsto, il nuovo governo si preoccuperà di mettere mano al sistema pensionistico, penalizzato, secondo Monti, «da ampie disparità di trattamento tra generazioni, categorie e aree di privilegi».
L’esecutivo valuterà poi l’opportunità di ulteriori correttivi delle misure economiche varate questa estate e da completare con le misure contenute nella lettera inviata in Europa.
Una delle priorità del nuovo esecutivo sarà poi la lotta all’evasione fiscale e all’illegalità : non servirà solo «per aumentare il gettito ma anche per abbattere le aliquote. Una lotta vera servirà per ridurre in maniera incisiva il peso per i contribuenti».
Solo nel tempo, è la promessa, «sarà possibile programmare una riduzione graduale della pressione fiscale».
Una attenzione particolare il presidente del Consiglio l’ha riservata alle donne: per Monti, infatti, è «indifferibile l’inserimento e la permanenza al lavoro delle donne. Bisogna conciliare le esigenze del lavoro e della famiglia oltre che di sostegno alla natalità ».
Per questo il governo studierà tra le altre cose «una tassazione preferenziale per le donne». Quanto all’Ici, Monti ha sottolineato che «l’esenzione delle abitazioni principali è una peculiarità se non un’ anomalia del nostro ordinamento».
Sarà necessario «riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare».
«RICONCILIAZIONE»
«Riconciliazione» è una delle parole d’ordine usate dal nuovo presidente del Consiglio nel suo discorso. «Spero che il mio governo ed io potremo contribuire in modo rispettoso a riconciliare maggiormente i cittadini e le istituzioni, i cittadini e la politica», ha detto Monti. «Non avrò certo la supponenza di chi è tecnico», ha poi assicurato.
NIENTE APPLAUSI DALLA LEGA
Diciassette gli applausi che hanno interrotto il discorso di monti, durato in tutto 44 minuti. Solo la Lega non ha applaudito e al termine della seduta Roberto Calderoli ha plasticamente rappresentato il dissenso leghista con un eloquente pollice verso. Almeno ci ha risparmiato il rutto da osteria.
IN SERATA LA PRIMA CHIAMA
Nel suo intervento al Senato, il neo-premier ha ricordato la calorosa accoglienza rivoltagli dall’Aula in occasione della nomina a senatore a vita, un benvenuto che lo ha commosso. La corsa di Monti è dunque già iniziata.
Il professore che mercoledì ha giurato al Quirinale, diventando ufficialmente il nuovo capo dell’esecutivo, si è recato al Senato per presentare le sue misure.
Per il neo-premier è il primo test in Parlamento. Dopo l’intervento di Monti a Palazzo Madama ci sarà una discussione di quattro ore, quindi la replica del capo del governo.
Alle 19 le dichiarazioni di voto e dalle 20.30 l’inizio della prima chiama.
IL BIS ALLA CAMERA
Dopo l’intervento in Senato, il premier, come da prassi, si è recato alla Camera a consegnare il testo con le misure programmatiche.
Venerdì la seduta a Montecitorio inizierà alle 9,45. Alle 10 prenderà il via il dibattito sulle comunicazioni di Monti, poi ci sarà la replica del governo e da mezzogiorno le dichiarazioni di voto. Quindi, alle 14, prenderanno il via le operazioni dello scrutinio, che avviene per appello nominale; è prevedibile che la proclamazione del risultato ci sia circa un’ora e mezzo dopo.
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO CI TRATTAVA COME BAMBINI”…DAVANTI AI SENATORI IL PROPRIETARIO DI MEDIASET GIA’ ATTACCA IL NUIOVO GOVERNO, POI CON FARE RICATTATORIO DICE: “DURERA’ FINO A CHE VORREMO NOI”… E SU CASINI: “FAREMO RAGIONARE IL RAGAZZO, CON LE BUONE O CON LE CATTIVE”
Il governo di Mario Monti rappresenta una “sospensione certamente negativa della democrazia”.
Sono le parole che Silvio Berlusconi ha usato, parlando ai senatori del Pdl, davanti ai quali ha parlato del nuovo governo, dei punti del programma che non gradisce e di elezioni: “Non possiamo lasciare il paese alla sinistra. E poi a chi? a Di Pietro, Vendola e Bersani. Gli italiani non sono così cretini da dare il voto a questi qua”.
L’ex premier non usa mezzi termini e attacca duramente il nuovo esecutivo: “la decisione finale ci è stata praticamente imposta, con i tempi voluti dal presidente della Repubblica”.
Ce n’è anche per il capo dello Stato: “Come presidente del consiglio mi sentivo impotente, potevo solo suggerire disegni di legge. Anche i decreti, quando arrivavano al Quirinale, il presidente della Repubblica diceva no a 2 su 3 – sottolinea Berlusconi -. Ci correggeva con la matita rossa, come una maestra con i bambini delle elementari”.
Davanti ai senatori del suo partito, l’ex presidente del Consiglio sottolinea che la durata del nuovo esecutivo dipende dal Pdl, decisivo anche nella nuova maggioranza e insiste perchè il nuovo premier chiarisca il suo programa: “Monti ha parlato di sviluppo e crescita, ma non ci ha detto nulla di preciso sul suo progamma. Abbiamo parlato a grandi linee degli impegni presi con l’Europa – ha detto Berlusconi, che ha ribadito il no del Pdl alla patrimoniale perchè sarebbe una misura depressiva.
L’ex primo ministro non ha tralasciato l’argomento elezioni: se si andasse al voto oggi, ha detto, ci sarebbe “L’incognita del Terzo Polo, l’incognita di Casini. Ma non vi preoccupate: faremo ragionare il ragazzo al momento giusto, con le buone o le cattive…”.
Poi, sulla legge elettorale: “Monti non cambierà la legge elettorale, ma siamo d’accordo che va cambiata. Abbiamo un gruppo di esperti che sta valutando quella migliore, va modificata prima delle prossime elezioni”, ha spiegato, ribadendo il suo no per ora al voto anticipato: “Affrontare ora una campagna elettorale, sotto la pressione negativa e l’assedio dei media, sarebbe stato un errore”.
L’ex premier, poi, ha affrontato anche il tema delle intercettazioni: “Quella delle intercettazioni è una vergogna. Io ho deciso che di non avere più il cellulare”, ha detto e ha sottolineato la necessità entro la fine della legislatura di mettere mano al regime delle intercettazioni e alla giustizia.
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
SI PENSA DI POTER INCASSARE 10 MILIARDI L’ANNO E NON I 3,5 CERTIFICATI DA TREMONTI…AGGIORNAMENTO IMMEDIATO DELLE RENDITE CATASTALI, FERME DA 15 ANNI
Il ritorno dell’Ici, la tassa sulla prima casa abolita da Berlusconi nel 2008, è quasi sicuro,
magari sotto forma di anticipo dell’Imu, l’imposta municipale unica prevista dal federalismo fiscale.
E forse sarà rafforzata sia aggiornando le rendite catastali ferme a 15 anni fa sia aumentandola in modo progressivo in rapporto al numero di appartamenti posseduti.
Quindi andando oltre il concetto della prima casa, pensando di portare in cassa circa 10 miliardi l’anno (contro i 3,5 certificati da Giulio Tremonti per la vecchia Ici) che andrebbe a compensare l’introduzione della cedolare secca per gli affitti introdotta l’anno scorso a tutto vantaggio dei proprietari.
A seguire il governo Monti potrebbe introdurre la patrimoniale su rendite, contanti, azioni, fondi e obbligazioni – molti i progetti in campo da versioni soft a stangate in grado di ridurre il debito pubblico di un quarto – una condizione pregiudiziale per conquistare il consenso sindacale e passare a toccare le pensioni e il mercato del lavoro.
Uno snodo importante che Monti e Corrado Passera vogliono risolvere aprendo un tavolo con sindacati e imprenditori.
La logica con cui si muove Palazzo Chigi è quella dell’«azzeramento del deficit, riavvio della crescita e riduzione del debito» come spiegava l’allora numero uno di Intesa durante i lavori del workshop Ambrosetti a settembre.
Utilizzando l’esperienza del nuovo ministro per i Rapporti col Parlamento Piero Giarda, nei prossimi giorni partirà una sorta di due diligence sull’effettivo stato del federalismo.
Poi si passerà alle dismissioni del patrimonio immobiliare dello Stato, alla privatizzazione e liberalizzazione delle società controllate dagli enti locali come da anni chiede Confindustria.
Altro capitolo centrale sarà quello della deregulation su molti settori finora poco esposti alla concorrenza come gli ordini professionali, le reti dei servizi tra cui i distributori dei carburanti, quella del gas, i trasporti regionali.
Molti i dossier pronti ma semplicemente bloccati dalla rissosità del vecchio esecutivo.
Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA UN ESECUTIVO COMPOSTO ESCLUSIVAMENTE DI TECNCI DI LIVELLO… PRIORITA’ ALL’ECONOMIA D’EMERGENZA E TRE DONNE IN MINISTERI CHIAVI
La democrazia dello spread”, tra storture e paure, ha generato un piccolo miracolo. Quello che nasce dalle macerie del berlusconismo è un buon governo del Presidente. La sua qualità tecnica è da elogiare.
La sua intensità politica è da dimostrare.
Ma se l’Italia ha ancora una chance per salvarsi, quella si chiama Mario Monti.
La formula migliore, per definire il suo esecutivo, la conia lui stesso. “Un governo innovativo”: così dice il presidente del Consiglio.
Il nuovo governo che ha giurato ieri nelle mani del Capo dello Stato nasce effettivamente nel segno di una forte discontinuità .
Per almeno tre motivi.
Il primo motivo: un governo formato interamente da tecnici non ha precedenti nella storia repubblicana.
Per trovare qualche analogia si deve risalire al governo Ciampi del ’93 (quando il premier incaricato e non eletto, in piena tempesta di Tangentopoli, fu prelevato direttamente dalla Banca d’Italia) e al governo Dini del ’95 (quando l’ex direttore generale di Via Nazionale ed ex ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi fu chiamato a supplire al patente disarmo bilaterale dei due poli).
Ma in quei casi si trattò di governi “misti”: molti tecnici, ma anche diversi esponenti dei partiti.
Questa volta è diverso. Monti è stato costretto ad optare per un governo costruito interamente al di fuori del perimetro della politica. Una scelta imposta dal gioco dei veti incrociati tra Pdl e Pd, che alla fine ha portato all’elisione congiunta delle candidature di Gianni Letta e di Giuliano Amato.
Ma il nuovo premier ha fatto di questa necessità una virtù.
Il profilo dei ministri che ha scelto è oggettivamente elevato, per autorevolezza e per competenza.
E questo fa giustizia delle facili ironie di chi aveva parlato di un “governo del Preside”, per irridere un team costituito da modesti professorini universitari e da grigi uomini d’apparato.
Nella squadra di Monti ci sono sì professori, ma di eccellente livello: da Ornaghi a Profumo.
Ci sono grand commis dello Stato, ma di sicuro valore: da Barca a Giarda.
Il secondo motivo è il rilievo che, nel nuovo governo, avrà l’economia.
Il presidente del Consiglio, come previsto, tiene l’interim del Tesoro. Toccherà a lui il lavoro più duro: scrivere un'”agenda Monti” per il rientro dal debito pubblico.
Ma al suo fianco, con un ruolo da superministro dello Sviluppo, che assomma anche le deleghe delle Infrastrutture e dei Trasporti, ci sarà Corrado Passera.
All’ex banchiere di Intesa, in sostanza, spetterà l’altro compito speculare a quello del premier: mentre Monti si occuperà delle misure di risanamento dei conti, Passera si occuperà delle misure di sostegno alla crescita.
È una scelta che indica fin da ora la priorità e l’emergenza che il nuovo governo si prepara ad affrontare.
E anche questo fa giustizia delle sguaiate polemiche sulle “congiure giudo-pluto-massoniche” del “direttorio franco-tedesco” e sul “governo dei banchieri”.
Una critica stupida, autarchica e provinciale, che alligna non solo in certe aree più radicali della sinistra, ma soprattutto in certe nicchie della destra sconfitta e sedicente “liberale”.
Come se Tremonti fosse stato meglio di Passera.
Come se al Tesoro, nelle condizioni politiche attuali, potesse andare Nichi Vendola. Oppure, sul fronte opposto: come se fosse stato “liberale” il gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi.
O come se il tanto lodato Gianni Letta non fosse a sua volta advisor della “Spectre” della Goldman Sachs, esattamente come Monti.
Il terzo motivo è la presenza femminile.
Tre donne sono poche, rispetto a diciassette incarichi ministeriali. Ma la Cancellieri, la Severino e la Fornero vanno ad occupare ministeri-chiave, come gli Interni, la Giustizia e il Welfare.
Enrico Cuccia, ai tempi dei consigli di amministrazione dei Salotti Buoni, diceva che “i voti si pesano e non si contano”. In questo caso si può dire la stessa cosa.
Quei tre ministeri “pesano” infinitamente di più del loro valore numerico.
Basti pensare al compito che aspetta la Fornero, esposta sul fronte cruciale della riforma delle pensioni, che la vedrà in campo probabilmente contrapposta a un’altra donna di peso, come il segretario della Cgil Susanna Camusso.
Il governo Monti, dunque, può prendere il largo.
È un governo allo stesso tempo forte e fragile.
È forte della sua autonomia e delle sue competenze.
E questa è una garanzia al cospetto delle cancellerie europee (che hanno già dato al premier un riscontro più che positivo) e dei mercati finanziari (che speriamo gli concedano nelle prossime ore una tangibile “apertura di credito”).
Ma è anche fragile, per ragioni uguali e contrarie.
I partiti (ad eccezione della Lega) lo sorreggono dall’esterno ma non lo innervano dall’interno. Questo fa una qualche differenza, sul piano della piena e incondizionata corresponsabilità delle scelte necessarie, nei prossimi mesi, per uscire dalla crisi che, insieme all’Italia, rischia di portare alla bancarotta anche l’euro.
Il governo di “Mister Spread” può contare sul sigillo istituzionale di Giorgio Napolitano, il vero, straordinario regista di questo “miracolo” realizzato in due giorni e mezzo, dentro i principi del patto costituzionale e della democrazia parlamentare (a dispetto dei queruli urlatori del “golpe in guanti bianchi” e dell'”Italia declassata a democrazia minore”).
Ma non può contare su una specifica maggioranza politica: deve appoggiarsi a una generica convergenza parlamentare.
Questo ne rende più difficile il cammino.
Il suo orizzonte, che si vuole giustamente di fine legislatura, è affidato alle larghe, ma instabili intese raggiunte dai partiti in questi giorni difficili. È appeso alla responsabilità del Pd, pronto a impiegare tutte le sue energie al servizio di una transizione che, ancora una volta, trascende o prescinde dalla sinistra.
Alla fedeltà del Terzo Polo, che rinuncia provvisoriamente a lucrare rendite di posizione estranee alla logica bipolare.
E infine all’affidabilità del Pdl, che dopo la caduta del suo Padre-padrone minaccia di sfasciarsi in mille pezzi, a conferma della natura proprietaria di un partito nato dalla pura giustapposizione degli interessi e cementato solo dal berlusconismo, almeno quanto i suoi avversari lo sono stati dall’anti-berlusconismo.
Questa volatilità politica (al pari di quella finanziaria) può complicare la vita del nuovo esecutivo.
Ma dobbiamo sapere che a questa soluzione, qui ed ora, non c’è alternativa.
Dobbiamo sapere che il governo del Professore non è neanche lontanamente paragonabile al governo del Cavaliere.
E dobbiamo sapere che, se fallisse anche questo tentativo di traghettare il Paese fuori dalla tempesta, oltre al default politico ci toccherebbe anche quello economico.
Resta un’incognita, insita nella natura e nella cultura del governo appena nato. Nonostante la qualità indiscutibile delle persone che lo compongono (o forse proprio in ragione di questa qualità ), questo è un “governo delle èlite”.
Rettori e banchieri, giuristi e avvocati, prefetti e professori.
C’è da chiedersi se questo “corpo” selezionato della migliore èlite nazionale saprà dare voce e rappresentanza anche alla “gente normale”.
Obiettivamente (e fortunatamente) il governo Monti è l’esatto contrario del governo Berlusconi. Da tutti i punti di vista.
Compreso questo: che il primo, a differenza del secondo, nasce senza popolo.
La sfida di Monti, proiettata sulla primavera del 2013, sta tutta qui.
Deve riempire di politica il vuoto che può aprirsi tra una nuova oligarchia tecnicista e la vecchia autocrazia populista.
Deve conquistarsi, voto per voto, il sostegno parlamentare.
Ma soprattutto deve costruirsi, legge per legge, il consenso popolare.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CASA DELLA LEGALITA’ NEL MIRINO DELLA ‘NDRANGHETA A CAUSA DELLE SUE INCHIESTE E DENUNCE SULLE COLLUSIONI MAFIOSE IN LIGURIA… L’ABBIAMO SENTITO STAMANE SERENO E DETERMINATO, ADERITE ANCHE VOI ALLA PAGINA FACEBOOK “LE VOSTRE MINACCE NON CI FERMERANNO”… LA DESTRA DI PAOLO BORSELLINO SA DA CHE PARTE STARE: FUORI LA MAFIA DALLO STATO E DAI PARTITI
Le cosche della ‘ndrangheta, ormai sotto scacco in quella Liguria che hanno colonizzato ritenendola “loro”, vogliono rispondere colpendo quello che ritengono essere “il problema”.
Vogliono colpire il Presidente della Casa della Legalità , l’amico Christian Abbondanza, per cui sono già state disposte misure di protezione dalle Autorità competenti.
Le denunce promosse dal Presidente della Casa della Legalità hanno trovato tutti i riscontri.
Sono già scattati provvedimenti preventivi e repressivi a carico di soggetti di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra.
Si sono già colpite alcune pesanti contiguità e complicità , anche nei settori di controllo. Si sono palesati affari e appalti che si sviluppano nel centro-nord Italia.
Vi sono già stati provvedimenti di sequestro e confisca di beni, così come “accessi” antimafia in diversi Comuni, cantieri e cave, come richiesto dalla Casa della Legalità .
Teniamo alta l’attenzione, facciamo sentire che ad essere “il problema” per i loro affari e traffici criminali siamo tutti noi.
Facciamo sentire il nostro più totale disprezzo per i mafiosi e per i loro servi, anche se vestiti in giacca e cravatta.
Facciamo capire che siamo cittadini che non cedono ad omertà , paura, collusioni, connivenze e convivenze.
Facciamo sentire che siamo al fianco di Abbondanza e di tutta la Casa della Legalità .
Sostenere la Casa della Legalità è un dovere civile.
Se oggi sappiamo, è grazie alle loro battaglie di anni ed anni…
Se oggi si colpiscono gli interessi delle cosche, è anche grazie al loro lavoro.
Pubblichiamo una nota di Christian:
“Se le cosche dei Pellegrino-Barilaro, Marcianò e Co., così come i Fotia (Morabito-Palamara-Bruzzaniti), i Fameli (Piromalli), i Fazzari-Gullace (Gullace-Raso-Albanese) con i Pronesti, i Raso e Mamone, così come anche i Nucera, sono incazzati neri per i guai che gli stiamo procurando e per le attenzioni che continuiamo a porre su di loro, sui loro “affari” ed “amici”, comunichiamo loro che non c’è intimidazione o minaccia che possa fermarci.
Li vogliamo vedere spogliati di ogni bene:
E colpo dopo colpo saranno tutti, uno a uno, messi in mutande.
Poi se dalla Calabria vogliono salire per farmela pagare, si accomodino,anche loro saranno presi e impacchettati.
Aderisci alla pagina Facebook “Le Vostre Minacce Non Ci Fermeranno”
Questa pagina nasce per sostenere il presidio di solidarietà che si svolgerà sabato 26 Novembre a Genova a PALAZZO DUCALE, sala del Munizioniere, P/za Matteotti, dalle 15 alle 18.
Siete pregati di dare la massima diffusione a questa pagina.
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
TRASPORTI PUBBLICI, SERVIZI SOCIALI E SANITA’: I TAGLI FARANNO SENTIRE I LORO EFFETTI…TRENI DEI PENDOLARI E BUS RISCHIANO IL BLOCCO, MOLTI BAMBINI RESTERANNO FUORI DALL’ASILO, L’ASSISTENZA TAGLIATA A NUMEROSI ANZIANI…LE PROIEZIONI DEGLI ENTI LOCALI NON INDUCONO ALL’OTTIMISMO
Manovra, maxiemendamenti, nuove richieste dell’Europa.
La cronaca rischia di farci dimenticare che la mannaia di Berlusconi e Tremonti ha già tagliato sette miliardi di trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni per il 2012.
Questo vuol dire – secondo le stime degli amministratori locali – che tre settori-chiave del nostro welfare stanno per crollare
Frastornati da manovre e maxiemendamenti gli italiani non hanno la percezione della mannaia dei tagli già decisi nel 2010 e 2011, ai quali vanno aggiunti i prossimi imposti dalla Unione europea.
Nel 2012, infatti, i trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni scenderanno di 7 miliardi di euro.
Tre i settori che rischiano il crollo: il trasporto pubblico locale, le politiche sociali e la sanità .
Partiamo dal trasporto pubblico locale.
Il Fondo nazionale passa da 2 miliardi e 55 milioni di euro nel 2010 a 400 milioni nel 2012.
Una parte di questi soldi, più di un miliardo di euro, venivano destinati ai contratti con Trenitalia per il trasporto ferroviario regionale.
Il 10 novembre scorso l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti ha lanciato l’allarme: “Dal primo gennaio del 2012 saremo costretti a chiudere il servizio regionale, visto che il miliardo e mezzo di tagli non sono stati nemmeno compensati con la legge di stabilità “.
Una dèbacle che rischia di lasciare a piedi le centinaia di migliaia di pendolari che tutte le mattine prendono il treno per raggiungere il posto di lavoro.
“Chiederemo alle Regioni se hanno la copertura per i servizi, altrimenti non sappiamo come fare — afferma Moretti — io ho un contratto e con quello faccio un certo numero di servizi. Se i soldi non ci sono, non so cosa fare, così non ho neanche i soldi per pagare gli stipendi”.
Ma non sono solo i treni regionali a rischiare il blocco. Anche il trasporto su “gomma”, vale a dire bus urbani, metropolitane e linee di pullman regionali, è sull’orlo del collasso. “Alla fine del primo trimestre del 2012 i fondi saranno esauriti e scoppierà il caos”, annuncia Luca Ceccobao, assessore ai Trasporti della Regione Toscana.
Secondo gli esperti, il trasporto pubblico locale “vale” più sei miliardi di euro.
Un taglio di un miliardo e mezzo rappresenta una terapia mortale.
Cosa possono fare Regioni e Comuni per trovare una soluzione?
Potrebbero aumentare il costo dei biglietti, che oggi coprono in media il 25 per cento delle entrate delle aziende di trasporto, ma non risolverebbero il problema.
L’altra strada e quella di raschiare il fondo del barile dei bilanci regionali e comunali tagliando nel contempo altri servizi.
Una politica suicida.
Nelle settimane scorse la Conferenza delle Regioni e il governo avevano concordato un tavolo tecnico per affrontare la situazione.
Il tavolo non si è mai riunito. In quegli stessi giorni il ministro Raffaele Fitto aveva promesso: “I fondi sono stati inseriti nel maxiemendamento alla manovra”.
Bugie ed ancora bugie. Intanto la Irisbus Fiat, l’unica fabbrica di bus in Italia, sta chiudendo i battenti per mancanza di commesse pubbliche. Settecento lavoratori andranno presto a casa.
Pessime prospettive anche per i dipendenti delle aziende di trasporto: in caso di default molti rischiano il posto di lavoro ma per loro non esistono ammortizzatori sociali.
Politiche sociali.
Per avere una chiara visione delle prospettive future bastano pochi numeri.
Nel 2010 la spesa sociale ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni.
Nel frattempo i trasferimenti da parte dello Stato sono passati da 1 miliardo e 400 milioni nel 2008 ai 211 milioni nel 2011.
Tra l’altro il governo ha azzerato il fondo per la non autosufficienza e non sono previsti soldi per il 2012.
Stessa sorte per i fondi destinati alle pari opportunità e al disagio giovanile.
A cosa servono i fondi per le politiche sociali?
Ancora pochi numeri per capire. 260mila bambini accolti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia. 40mila nuclei familiari e oltre un milione di persone seguite dai servizi sociali. 90mila disabili assistiti a domicilio. 400mila anziani assistiti a domicilio. 280mila interventi in aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale.
Le conseguenze dei tagli sono facilmente immaginabili. “Sono tagli nella carne viva — afferma Lorena Rambaudi assessore regionale alle Politiche sociali della Liguria e coordinatrice nazionale del settore — e tutto questo mentre aumentano gli anziani e tra di loro quelli non autosufficienti.
Le prospettive sono catastrofiche: 50mila anziani perderanno il diritto all’assistenza, 20mila nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei nidi d’infanzia.
Nel 2012 le risorse saranno dimezzate, non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma per i pesanti tagli effettuati ai bilanci regionali e comunali.
Dal 2010 — conclude — per Regioni e Comuni i tagli hanno raggiunto i 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri che vengono destinati a spese finalizzate ai servizi sociali ed altri interventi come ad esempio il sostegno agli affitti”.
E intanto cresce la spesa privata per l’assistenza: le famiglie italiane hanno speso nel 2010 9 miliardi di euro per pagare le 800mila badanti con regolare permesso di soggiorno. Nessuno ha idea di quante siano quelle irregolari e quanto pesino sui bilanci familiari.
La sanità pubblica.
“La manovra non toccherà la sanità pubblica”, parola del ministro della Salute Fazio.
Lo stesso si è dovuto ricredere dopo pochi mesi: “I fondi sono chiaramente sottostimati”. Il governo ha cominciato con i tagli lineari decisi nel 2010 dal ministro Tremonti: tre miliardi e mezzo dal 2011 al 2014.
Poi il cielo sembra rassenerarsi con l’accordo per il riparto del Fondo sanitario nazionale per il 2011 e per i tre anni successivi. I finanziamenti verranno incrementati del 3 per cento ogni anno. Balle.
Arriva la manovra finanziaria del 2011 e l’accordo non viene rispettato: due miliardi e mezzo di tagli nel 2013 e 5 miliardi e 450 milioni nel 2014.
Ma non basta: l’incremento dello 0.5 per cento nel 2013 e dell’1.4 per il 2014 non copre nemmeno l’inflazione.
Che le cose si stessero mettendo male si era capito nel giugno del 2011 quando Tremonti aveva annunciato che non c’erano più soldi per evitare l’introduzione dei ticket. In sostanza una truffa a danno delle Regioni costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine del 2011.
Ecco la storia di questo pasticcio epocale.
Nel 2009 governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali.
A giugno del 2011 cambia tutto: non ci sono più soldi, l’aumento dei ticket diventa automatico: 10 euro in più per le visite specialistiche ed altrettanti per gli esami diagnostici, in più 25 euro per chi entra al pronto soccorso e viene classificato “codice bianco”.
Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni protestano.
Tremonti fa orecchio da mercante.
Alla fine le Regioni si adattano, in caso contrario, come dice il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, “c’è il rischio di essere accusati di danno erariale”.
Nel frattempo cinque Regioni (Lazio, Molise, Campania, Puglia e Calabria) sono alle prese con i piani di rientro del deficit sanitario accumulato negli anni.
Un altro salasso per cittadini che devono sobbarcarsi l’aumento costante delle tasse regionali.
E l’assistenza? Con il blocco del turn over nel pubblico impiego, medici, infermieri, tecnici e ausiliari che vanno in pensione non vengono sostituiti.
Particolarmente pesante la situazione in uno dei settori vitali della sanità pubblica. Se le cose non cambiano, gli anestesisti e i rianimatori in servizio non riusciranno a coprire tutti gli interventi in camera operatoria.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
TUTTI DEVONO CAPIRE CHE SI FA SUL SERIO: O SI SVOLTA PER DAVVERO O E’ LA FINE…E GLI ESEMPI DEVONO VENIRE DALL’ALTO
A fronte di un buco abissale di 14 miliardi, scegliere una stanza da 80 euro all’hotel «Pineta»
(3 stelle, familiare, fiori di plastica) poteva essere vista come una scelta di superfluo francescanesimo.
Chiamato a risanare Parmalat, però, Enrico Bondi non ebbe dubbi. E per anni, dopo esser arrivato al volante di una Punto, aver dismesso il jet da 45 milioni di dollari in leasing, appiedato i dirigenti facendosi consegnare le chiavi di tutte le auto blu in cortile, cancellato ogni spesa superflua citando Francesco Guicciardini (vale più un ducato in casa che uno speso male), ha mangiato alla mensa dei dipendenti e dormito lì, in quell’albergo pulito, accogliente ma di poche pretese.
Aveva chiaro un punto: poteva farcela solo se tutti, lì, avessero creduto che faceva sul serio.
Se tutti avessero capito che c’era una svolta vera. Radicale.
Il lavoro di risanamento che aspetta Mario Monti non è meno temerario.
E mentre perfino una Regione più virtuosa di altre come la Lombardia boccia la proposta (di questi tempi!) di ridurre le auto blu degli assessori, anche lui ha bisogno di lanciare segnali netti.
Tanto più che le regole della democrazia sono diverse da quelle che consentono al plenipotenziario di un’impresa in crisi libertà decisionali qui impensabili.
Basti vedere come il rito delle consultazioni lo abbia risucchiato in una dimensione surreale, obbligandolo a incontrare, come spiegava un’agenzia, 34 gruppi tra cui «Io Sud», «Noi Sud», «Noi per il Partito del Sud», «Forza del Sud», «Alleati per il Sud», «Lega Sud Ausonia».
È questa una democrazia sana? Tantissimi partiti, tantissima democrazia? C’è da dubitarne.
Ci passò già , in situazioni non meno drammatiche, Carlo Azeglio Ciampi, che vide sfilarsi i ministri pidiessini quando già era in Quirinale.
Ci passò, andandosi ad arenare in una miriade di veti incrociati, Antonio Maccanico.
Lo stesso Berlusconi, piombato nel ’94 a Palazzo Chigi sull’onda di una travolgente campagna elettorale, si andò a impelagare in estenuanti trattative che spinsero Giuliano Ferrara a dire che «a far politica nel modo vecchio» gli altri «son più bravi di lui: in tre mesi se lo mangiano».
Buttato giù, decise di diventare più bravo lui degli altri: ha finito per esser costretto a presentare i libri di Scilipoti.
Dicono i sondaggi Ipsos che gli italiani hanno fiducia in Monti nonostante il 93% sia convinto che chiederà sacrifici.
Anzi, la maggior parte lo stima d’istinto proprio perchè «non sa e non gli interessa sapere» se è un po’ più di destra o di sinistra. È un patrimonio enorme, che sarebbe un delitto sprecare. Questione di stile. Credibilità . Serietà .
Le sbandate della Borsa, gli attacchi speculativi, l’altalena degli spread , però, dicono che il premier incaricato deve dimostrare subito che si cambia pagina.
Gli buttano addosso l’accusa di essere già dentro la Casta?
Se ne liberi rinunciando alle prebende pubbliche.
Scelga di chiamarsi fuori da quelle posizioni di rendita, spalanchi le finestre, imponga la massima trasparenza, mostri ai cittadini tagli veri a una politica ingorda che in trent’anni ha moltiplicato per 41 volte i costi degli affitti di Montecitorio, punti su uomini che, non cercando consensi elettorali, sgobbino dove devono sgobbare e non passino le giornate (i dati sono dell’Osservatorio di Pavia) andando in tre anni 38 volte a Porta a Porta e spostandosi come trottole da un convegno a una inaugurazione, da un meeting a una sagra della zucca, della castagna o del peperoncino.
Se la giochi fino in fondo.
E vedrà che, rovesciando tutto, forse avrà più possibilità che non rovescino lui.
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
LA CASSAZIONE CONFERMA LA CONDANNA DEL 2009. CASE PIGNORATE E RICHIESTA DI SEQUESTRO DELL’INDENNITA’ PARLAMENTARE
Scilipoti non voterà la fiducia al governo Monti, ma la notizia che circola oggi sull’ex deputato dell’Idv è un’altra: la Corte di Cassazione ha confermato infatti la sentenza d’appello emessa a Messina nel 2009, che condannava il parlamentare dei Responsabili al risarcimento di circa 200 mila euro all’ingegner Carmelo Recupero, estensore negli anni ’90, per conto di Scilipoti, di un progetto per la costruzione di un poliambulatorio medico a Terme Vigliatore (Messina).
Il centro medico doveva avere tre piani e 61 posti letto per 10 tipi di specializzazioni mediche. L’opera però non è mai andata in porto, ma il redattore del progetto non venne mai pagato.
Nel 1997 Recupero chiede e ottiene un decreto ingiuntivo.
Scilipoti nega di aver firmato i progetti dell’ospedale.
Dalle pagine delle sentenza d’appello del tribuanle di Barcellona Pozzo di Gotto si legge che l’ex parlamentare dell’Idv sostenne di trovarsi in Brasile al momento della firma.
Gli avvocati di Carmelo Recupero, però riescono a dimostrare che in quel periodo il vice-sindaco si trovava in Comune a presiedere un consiglio comunale.
Il 19 luglio 2010 si passa quindi dalla causa civile a quella penale.
L’avvocato Vincenzo Mandanici, legale del creditore, ha ottenuto oggi il pignoramento — secondo quanto scrive la Gazzetta del Sud — degli immobili di Scilipoti, e ha notificato un atto di pignoramento alla Camera per chiedere il sequestro delle indennità accessorie del deputato, non essendo pignorabile lo stipendio dei parlamentari.
Recupero, che ha iniziato parecchi anni fa la battaglia legale per il pagamento della propria parcella, militava con Scilipoti nel Psdi ed entrambi, negli anni ’90, erano consiglieri comunali a Terme Vigliatore, paese d’origine del parlamentare.
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
NON E’ SOLO UN PROBLEMA DI POLITICI O DI TECNICI, E’ NECESSARIA ANCHE UNA RIVOLUZIONE IDEALE, PSICOLOGICA E CULTURALE DEGLI ITALIANI PER USCIRE DALLA CRISI
Oggi viene voltata la pagina. Non è il momento, tuttavia, di tirare il fiato. 
E’ il momento di prendere atto della realtà : l’Italia ha reagito ma è un Paese che ha preso una sberla tremenda.
Quando una delle grandi economie europee si trova nel ruolo di «sorvegliato speciale» della Commissione europea e del Fondo monetario, la sberla c’è stata.
E c’è stato, insieme alla sberla, un evidente declassamento politico: l’Italia conta meno in un’Europa che conta a sua volta fino a un certo punto, nel mondo spostato verso Est di questo inizio di Secolo Asiatico.
Nei giorni scorsi avevamo la testa voltata – giustamente – verso il Quirinale.
Ma intanto Barack Obama annunciava, dalle Hawaii, che l’America trasferirà interessi, risorse e soldati verso la sfida Pacifica con la Cina.
L’Europa tutta, vista da Washington ma anche da Pechino, è oggi parte del problema globale; non della sua soluzione.
Questo per dire che è meglio non farsi troppe illusioni.
Mario Monti, con il suo governo, verrà di certo accolto a braccia aperte da Parigi e da Berlino.
L’avvio sarà fiducioso e incoraggiante.
Ma così come i mercati finanziari non fanno degli sconti, neanche i governi li fanno: in questa fase di riassetto delle gerarchie internazionali, i rapporti fra europei, più che mai indispensabili, sono anche rapporti duri.
L’ex commissario alla Concorrenza lo sa meglio di altri, del resto; e sa di non potere ricorrere a scorciatoie.
L’agenda delle cose da fare è fin troppo nota, in Italia e in Europa. Il punto è che il governo riuscirà a farle se avrà dietro di sè non solo una maggioranza parlamentare decisa a giocare una partita onesta per salvare il Paese ma anche il Paese.
Noi, gli italiani, dobbiamo prima di tutto essere consapevoli che la crisi che stiamo vivendo è strutturale; avrà bisogno, per essere risolta, di uno sforzo costante e decennale.
Parecchi economisti sottolineano giustamente che i «fondamentali» del Paese sono a posto: se guardiamo ai livelli di ricchezza delle famiglie, al risparmio privato, al settore manifatturiero e via dicendo, l’Italia ha indubbi punti di forza, che d’altra parte spiegano perchè siamo riusciti a diventare una delle prime dieci economie occidentali. Il guaio è che questo argomento non è stato usato come un vantaggio comparativo, su cui costruire una capacità di adattamento a un contesto globale sempre più difficile.
E’ stato usato spesso come un argomento consolatorio – o come un alibi.
Ecco: la crisi del debito sovrano segna anche la fine degli alibi.
Nel ventennio successivo al Crollo del Muro di Berlino, l’Italia ha perso prima la vecchia rendita di posizione geopolitica (la sua collocazione di frontiera avanzata – e protetta – dell’alleanza occidentale) e poi la vecchia rendita di posizione economica (lo strumento delle svalutazioni competitive).
Ma non è mai riuscita a riprendersi.
Al posto delle riforme indispensabili per competere nell’economia globale, ci siamo raccontati delle storie.
E’ il momento di dirci la verità : abbiamo perso e continuiamo a perdere competitività . Le rendite di posizione sono finite da un pezzo.
E se un Paese le perde, non possono mantenerle strati privilegiati dei suoi abitanti; se non ai costi, per l’Italia nel suo insieme, che oggi stiamo vedendo.
Se questo è vero, è vero anche che gli italiani hanno finalmente bisogno di capire di quale progetto nazionale fanno parte.
Nessuna nazione riesce a vivere e sopravvivere a lungo senza un progetto ideale.
Noi sembriamo oscillare fra un europeismo frustrato dalla crisi del debito (e da un costante complesso di inferiorità ), un atlantismo che va e viene, una politica mediterranea di rimessa (Libia docet), le solite scelte pro-russe in nome dell’energia – e così via.
Il governo Monti nasce in una logica emergenziale: l’interesse nazionale, oggi, sembra coincidere con l’interesse fiscale.
Ma le scelte da compiere, con i loro costi, saranno più accettate e più condivise se faranno parte di un «discorso» convincente sul futuro dell’Italia e sul posto dell’Italia in Europa.
Fra crisi del debito e vincoli esterni, l’Italia è certamente in posizioni di debolezza; ma può e deve ritrovare una voce.
E deve farla pesare. La gestione della crisi europea, dal 2008 ad oggi, ha dimostrato i limiti di una coppia franco-tedesca lasciata a se stessa; in cui la Germania conta troppo, a favore di ricette economiche che funzionano poco.
E in cui la Francia crede di contare molto ma in realtà non è così.
Un’Italia che funzioni e abbia una visione serve, insomma: a noi e al Vecchio Continente.
Peccherò di idealismo. Ma se verrà detta la verità – al posto delle storie. E se l’Italia tornerà ad essere un progetto in cui vale la pena di investire, gli italiani sceglieranno l’Italia.
Scegliere comporta delle responsabilità : responsabilità individuali, nell’interesse generale.
Anche gli italiani, e non solo il sistema politico, devono dare l’addio ai vecchi alibi.
Il destino del nostro Paese non è solo nelle mani di altri (la Casta), non è solo condizionato dall’estero (nel quadrilatero fra Parigi, Berlino, Francoforte o Bruxelles); e non è solo dettato dallo scontro fra governi e mercati.
Riflette anche le responsabilità di ciascuno.
Lo so: suona retorico. Ma non lo è.
Le riforme di cui l’Italia ha bisogno per riuscire a competere nel mondo di oggi presuppongono questa rivoluzione psicologica e culturale.
E sarebbe un vero paradosso se il governo dei tecnici appoggiati dalla politica riuscisse là dove la politica non è riuscita di certo: riattivare, invece che alienare, le energie vitali della nostra società .
Potremmo chiamarlo il Miracolo del Colle – se qualcosa del genere succedesse.
Marta Dassù
argomento: Costume, denuncia, Politica, radici e valori | Commenta »