Destra di Popolo.net

“LO CHIAMO’ LA CAPITANERIA INTIMANDOGLI DI TORNARE A BORDO, MA NON NE VOLLE SAPERE”: I DETTAGLI DELLA FUGA DEL COMANDANTE DEL “CONCORDIA”

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

PRIMA NEGO’ L’AVARIA, POI ABBANDONO’ LA NAVE… A LANCIARE IL MAYDAY E’ STATA UNA PASSEGGERA… RICOSTRUITI TUTTI I MOVIMENTI E I CONTATTI DEL COMANDANTE SCHETTINO

Si porterà  per sempre appresso due nomi la tragedia dell’isola del Giglio: uno è Concordia, il nome della nave, l’altro è Schettino, nome di battesimo Francesco, campano, l’uomo fermato dai magistrati e ritenuto il responsabile numero uno di quanto accaduto venerdì notte: è stato lui, secondo la Procura, a dirottare la nave verso la costa, lui che si è avvicinato troppo, lui che ha abbandonato i passeggeri e l’equipaggio al loro destino.
Il fattoquotidiano.it ha ricostruito tutto quanto avvenuto quella maledetta sera che, fino a oggi, ha restituito sei cadaveri e un milione di incertezze.
Il mayday mai dato.
“Costa Concordia, tutto ok?”. “Sì, Compamare Livorno, solo un guasto tecnico”.
“Costa Concordia, siete sicuri che è un guasto tecnico. Sappiamo che a bordo ci sono i passeggeri con i giubbotti salvagente”. “Compamare, confermiamo: è un guasto tecnico”.
E’ andata più o meno così, secondo le testimonianze raccolte dal Fatto.it e secondo le prime ricostruzioni della Guardia costiera, la conversazione tra la plancia di comando della Costa Concordia e la sala operativa della Capitaneria.
Anzi, bisogna dire piuttosto tra la Capitaneria e la Concordia, visto che sono stati i militari della guardia costiera a chiamare la nave.
Chissà  quanto avrebbero atteso ancora a chiedere aiuto, se non fosse stato per una signora pratese a bordo.
L’allarme?
Lanciato dalla passaggera. Atterrita, ha chiamato la figlia a casa, dicendo di trovarsi all’interno della nave, che si stava già  inclinando, in un locale in cui era buio pesto e con addosso il giubbotto salvagente.
La figlia ha chiamato la Capitaneria di Savona perchè la madre aveva detto che era nel tratto tra Civitavecchia e il porto ligure, ma la sala operativa non sapeva niente.
Così la telefonata successiva è stata ai carabinieri di Prato che hanno contattato i colleghi di Livorno.
E hanno coinvolto la Capitaneria di Livorno che si è messa “a caccia” della nave Costa grazie al cosiddetto ‘Ais’ (Automatic Identification System), il sistema tecnologico di identificazione navale.
“Solo un guasto”.
Dalla sala operativa livornese hanno dunque chiamato a bordo del Concordia. “Problemi?”, hanno chiesto. Dall’altra parte hanno risposto che era solo un guasto tecnico (e siamo già  alle 22 passate, almeno un quarto d’ora dopo la collisione contro gli scogli secondo gli orari della Procura).
Ma il militare della Capitaneria è vispo, sente che qualcosa non torna: un guasto tecnico e i passeggeri hanno il salvagente? Meglio chiarire: scusate, Concordia, ma allora perchè i passeggeri hanno il giubbetto?
Dall’altra parte, di nuovo la stessa risposta: confermiamo, guasto tecnico.
Una risposta che hanno sentito anche i finanzieri della prima motovedetta arrivata in assoluto sul posto, appartenente al Reparto aeronavale delle fiamme gialle di Livorno.
“All’inizio dalla nave hanno detto che si trattava di un guasto tecnico, senza specificare la natura — racconta il tenente colonnello Italo Spalvieri, comandante del reparto — Successivamente hanno chiesto all’equipaggio della motovedetta di poter agganciare un cavo in modo da essere trainati, ma era come chiedere a una formica di spostare un elefante”.
Dopo circa 20 minuti, spiega Spalvieri, hanno dato l’ ‘abbandono nave’, il segnale per l’evacuazione.
La fuga.
Schettino è tra i primi ad arrivare al Giglio, sulle banchine del porto. Lui e moltissimi membri dell’equipaggio.
A bordo resta praticamente solo il primo commissario di bordo quello che, al contrario degli altri, farà  il suo lavoro, verrà  trasformato in eroe.
Lui resta e aiuta i passeggeri a trasferirsi sulle scialuppe, ma gran parte del resto dell’equipaggio è già  sulla terra ferma, in salvo.
Il bar, l’unico del porto, il Caffè Ferraro, riapre la saracinesca per aiutare i naufraghi.
Schettino sale su un taxi.
Tra le persone gigliesi, così si chiamano gli abitanti dell’isola, arriva sul molo anche un tassista. E’ a lui che il comandante, in abito bianco pronto per la cena di gala, si rivolge. “Mi porti lontano da qui”. “Comandante”, risponde il tassista, “io la posso portare a casa mia, questa d’inverno è un’isola deserta”.
Così il tassista porta a casa il capitano e gli prepara un caffè.
Le telefonate dalla Capitaneria di porto di Livorno.
Schettino, che è frastornato, ma non sotto choc, riceve tre telefonate in serie.
E’ sempre la Capitaneria di porto di Livorno che lo chiama. L”ufficiale in servizio alla sala operativa non riesce a capire. “Come capitano, lei non è sulla nave?”. “No, non sono sulla nave e non ci torno”.
Un’altra telefonata. “Capitano”, dice il funzionario di turno, “ordini superiori mi riferiscono di dire che lei deve tornare sulla sua nave”. “Non ci torno”.
La terza telefonata, racconta il tassista, è concitata.
Urlano da Livorno, urla Schettino. Sempre con le stesse ragioni.
Il comandante a quel punto si fa accompagnare sulla banchina, ma sale sulla prima barca che lo porta a Porto Santo Stefano. Sulla nave non ci tornerà .
L’inchiesta e la disperata difesa.
Il giorno successivo al naufragio, Schettino viene trattenuto nella caserma dei carabinieri di Orbetello.
Quando il Procuratore riesce a ricostruire quello che è accaduto, senza neppure interrogarlo, ordina lo stato di fermo. Schettino viene trasferito nel carcere di Grosseto. Schettino (dopo la fuga appare improprio chiamarlo ancora comandante) continua a ripetere che la sua manovra è stata regolare, che gli scogli non erano segnalati da nessuna carta, che lui doveva passare da lì, a 100 metri dall’Isola del Giglio, distanza di sicurezza a malapena consentita per un pedalò.
Naufragio colposo, omicidio plurimo colposo, abbandono della nave.
Ma secondo le fonti inquirenti, non è neppure la bontà  delle sue intenzioni dal timone, anche se l’ordine di avvicinarsi all’isola lo ha dato lui in persona, per il consueto saluto di sirene: il punto è che Schettino ha abbandonato la nave a un’ora dall’incidente, lasciando a bordo i passeggeri e i suoi membri dell’equipaggio, in balia di un’organizzazione che alla fine, infatti, non c’è stata. Doveva essere lui — secondo il codice della navigazione e quello penale — a coordinare le operazioni di soccorso.
Non poteva sparire nel nulla, pensare a salvarsi e lasciarsi alle spalle quel bestione di 282 metri che la compagnia di navigazione gli aveva affidato.
Le dichiarazioni del procuratore.
E questo il nodo centrale dell’inchiesta. Il procuratore della Repubblica di Grosseto,   Francesco Verusio dice che “il comandante ha abbandonato la nave quando c’erano ancora molti passeggeri da portare in salvo”, e “le operazioni di soccorso non sono state coordinate dal comandante”, ha detto. Un delitto imperdonabile per chi comanda una nave.
“A questo punto   – dice il procuratore capo — vogliamo capire chi si è assunto poi il compito di dirigere le operazioni di salvataggio, perchè il comandante ha abbandonato la nave molte ore prima che si concludessero”.
Perchè avvicinarsi all’isola?
Il magistrato è riuscito a capirlo, alla fine. Schettino si è avvicinato al Giglio perchè voleva salutare l’isola.
Un codice campano, procidese per essere precisi, che impone l’inchino quando si passa dalle parti di un’isola. Una consuetudine, forse neppure così strana.
Ma Schettino, venerdì, ha sbagliato i calcoli o fose si è abbandonato alla distrazione.
L’ordine di negare.
Nei momenti successivi all’incidente l’ordine di Schettino è negare. Negare con i passeggeri e, come abbiamo visto, con la Capitaneria di porto: “Nessun incidente, solo un guasto tecnico”.
Le scatole nere.
Ciò che è successo tra la comunicazione del presunto guasto tecnico e l’annuncio dell’abbandono nave verrà  accertato con l’analisi delle scatole nere, già  in Procura a Grosseto, che per le navi si chiamano ‘Voyage data recorder’ (che registra tutto cio’ che ‘fa’ la nave, compresi i movimenti prima e dopo l’impatto con lo scoglio) e ‘Voyage voice recorder’, che oltre a registrare le comunicazioni radio recupera anche le conversazioni all’interno della plancia di comando, una sorta di intercettazioni ambientali. “E qui — sorride un investigatore — se ne sentiranno delle belle”.
L’assicurazione sulla nave.
Cinquecento milioni di dollari, secondo un broker genovese, è probabilmente il valore assicurativo di Costa Concordia.
L’assicuratore è il gruppo statunitense Aon, leader mondiale nel settore del risk management e nell’intermediazione assicurativa e riassicurativa.
Ma i 500 milioni di dollari riguardano soltanto la copertura della nave, scafo e macchina. P
er la copertura assicurativa delle responsabilità  dell’armatore, che comprendono risarcimenti ai passeggeri e all’equipaggio, eventuali danni all’ambiente, e rimozione del relitto, interviene il club inglese Protection&Indemnity Club, nel mondo dello shipping comunemente indicato come P&I.   Nel caso di Costa Concordia interverrà  la Standard.
La nave, secondo gli esperti del settore, è totalmente irrecuperabile.
Costa Crociere dovrà  quindi fare eseguire la rimozione del relitto. Per asportare il carburante è stata ingaggiato l’olandese Smit International Group che, in Italia, lavora con l’azienda Neri di Livorno.
I rappresentanti dei due gruppi sono già  al Giglio in attesa di disposizioni della magistratura per poter operare.
Non si sa quando. “Sicuramente”, spiegano, “sarà  una corsa contro il tempo.
Un cambiamento climatico e la nave, che ora è appoggiata su un fondale basso, potrebbe inabissarsi”.
A pochi metri, infatti, il fondale scende fino a 70 metri: se dovesse alzarsi il venti di scirocco, come le previsioni dicono, la situazione potrebbe diventare irrecuperabile.
E il danno ambientale di proporzioni senza precedenti.

Emiliano Liuzzi, Diego Pretini e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“GUARDA LA TUA ISOLA”: UNA STRAGE PER GIOCO

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

QUASI UNA BURLA ALL’ORIGINE DELLA TRAGEDIA DEL GIGLIO… IN PLANCIA UN CAPO CAMERIERE ORIGINARIO DELL’ISOLA CHE AVVISO’: ATTENTI, SIAMO TROPPO VICINI”

Alle 16.30 riemergono i sommozzatori e va in apnea la speranza.
Fino a quel momento era persino sembrata una domenica come tante, con il sole, i traghetti che al posto dei turisti scaricavano sul molo giornalisti giunti da tutto il mondo, con la Costa Concordia ormai diventata parte integrante del paesaggio, e chissà  per quanto tempo ancora lo sarà .
Le operazioni di soccorso vivono anche di stati d’animo, si nutrono di buone notizie come le auto di benzina.
Il salvataggio di un altro superstite, il ritrovamento a Roma di due turisti giapponesi inseriti nella lista dei dispersi avevano aiutato l’Isola del Giglio e i suoi occupanti a tenere lontano, anche solo per un attimo, i cattivi pensieri, a coltivare l’illusione.
«Abbiamo il sospetto che ce ne possano essere altri» dicono i sommozzatori, e non usano la parola certezza per riguardo, per fedeltà  alle consegne dei superiori che hanno l’obbligo dell’ottimismo nei confronti delle ultime diciassette persone che ancora mancano all’appello.
Quelle montagne di mobili ammassati uno sull’altro nascondono altre vittime, che non riportano solo a una realtà  cupa, sono anche sacrifici umani a una leggerezza che confina con la stupidità .
Corrono voci, sull’Isola del Giglio.
C’è sempre un momento, tra il compiersi della tragedia e la presa di coscienza della sua enormità , nel quale gli attori si sentono liberi di parlare.
Rivelano dettagli che poi diventeranno notizie d’inchiesta, illuminano una verità  sempre più sconcertante. È stato così per le comunicazioni tra la Costa Concordia e la capitaneria allarmata, respinta al mittente con un «tutto bene».
È così anche sui veri motivi della folle manovra di avvicinamento fatta dal comandante Schettino e dai suoi ufficiali.
«Tutto questo per un favore» dicevano le donne sulla panchina il mattino dopo il naufragio.
Adesso si capisce cosa intendevano con quella frase. La Procura è arrivata in fretta alle loro stesse conclusioni. Non è stato neppure un gesto di riguardo per i passeggeri, loro non c’entravano nulla, dagli altoparlanti non è uscito un solo annuncio sul Giglio. È stato un gesto autoreferenziale, l’applicazione di un codice di cortesia interno all’equipaggio.
L’imperdonabile leggerezza del comandante, la definizione è di Francesco Varusio, procuratore capo di Grosseto, voleva essere al tempo stesso un omaggio a Mario Palombo, una leggenda tra i comandanti della Costa crociere, e un favore all’unico gigliese a bordo, il capo maitre Antonello Tievoli. «Mai avrei immaginato di sbarcare a casa mia» ha detto ai suoi compaesani che lo hanno soccorso a riva.
Ci sono brave persone che diventano vittime inconsapevoli della stupidità  degli altri. Venerdì sera: Tievoli, figlio del vecchio parrucchiere del Giglio, ex ristoratore e gestore di un camping, imbarcato dodici anni fa, viene chiamato sul ponte di comando da Schettino e dai suoi attendenti. «Antonello vieni a vedere, che stiamo sopra al tuo Giglio» gli hanno detto.
Forse era anche una presa in giro amichevole, perchè il capo dei camerieri doveva «scendere» dalla nave la settimana precedente, ma non era arrivato il rimpiazzo ed era dovuto restare a bordo.
Lui si è affacciato, ha guardato, ha visto. Non ha ruoli in macchina o in coperta, ma ha gli occhi per guardare. «Attenti, che siamo vicinissimi alla riva» ha detto al comandante.
Troppo tardi.
Adesso il maitre del Giglio è chiuso in casa, abita lontano dall’isola, e chi ha parlato con lui racconta di un uomo tormentato dai sensi di colpa, per quel gioco non voluto e neppure richiesto che lo ha trasformato in un protagonista a sua insaputa di uno dei più grandi naufragi della storia d’Italia.
È già  stato sentito dagli ufficiali della Guardia costiera su delega dei pubblici ministeri che conducono l’indagine, dovrà  ripetere la sua versione anche ai carabinieri.
È un destino e una rabbia che deve condividere con Palombo, l’uomo che fu punto di riferimento per ogni gigliese entrato in Costa crociere. In gergo marinaresco si chiama «inchino», l’avvicinamento a un luogo per fare un piacere o un omaggio a un membro dell’equipaggio
Il vecchio comandante era uno specialista, dicono lo facesse anche quando si avvicinava a Camogli, seppur consapevole del minor trasporto dei liguri per queste cose.
Mai nessuno come i gigliesi, ripeteva. «Ma io concordavo sempre il passaggio con la Capitaneria di porto», urla al telefono.
Non ci sta, a essere citato in una storia disgraziata come questa. In pensione, ma sempre uomo di mare, orgoglioso della propria storia professionale. Fu costretto a lasciare nel 2006.
L’infarto lo colpì a bordo, al porto di Napoli un’ambulanza lo portò a sirene spiegate in ospedale per l’intervento al cuore.
Non nega la sua amicizia con Tievoli, ma qui si ferma. «Non capisco come sia potuto succedere, cosa è passato per la testa del mio collega. Il permesso della Capitaneria non è necessario. Il comandante fa la rotta che vuole, a bordo è lui il sovrano: ma non accetto di essere tirato in ballo, per nessuna ragione. E lo scriva, la prego: i miei genitori erano del Giglio, ma io sono savonese di nascita».
Lo dice con voce strozzata dalla rabbia.
Lo dice dalla sua casa di Grosseto, dove trascorre le stagioni fredde.
Il destinatario dell’omaggio non era neppure sul posto, il maitre ripete in continuazione che se gliel’avessero detto avrebbe fatto volentieri a meno di quell’inchino.
La stupidità  umana è come il mare, quando si scatena travolge tutto e tutti.

Marco Imarisio
(da “Il Corriere della Sera”)

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“LIGURIA FUTURISTA” CONTRO LA CASTA: VOLANTINAGGIO A GENOVA PER CHIEDERE IL DIMEZZAMENTO DEGLI STIPENDI PER PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

IN APPENA 15 GIORNI “LIGURIA FUTURISTA” RACCOGLIE 800 ADESIONI SU FACEBOOK… IN SETTIMANA VOLANTINAGGIO A GENOVA NEI QUARTIERI POPOLARI CON UNA PROPOSTA CONCRETA: SIANO I PARTITI, CON IL FINANZIAMENTO PUBBLICO, A PAGARSI LA PROPRIA CLASSE DIRIGENTE, NON I CITTADINI

Avevamo promesso che saremmo usciti fuori dalle sterile polemiche e dal vecchio modo di fare politica che ormai accomuna tutti i partiti tradizionali per riportare al centro del dibattito politico le esigenze reali dei cittadini.
In Italia non è più sufficiente il momento della denuncia, occorre anche quello della proposta alternativa: a un modello di società  e di sviluppo bisogna avere la capacità  di contrapporne un’altro, più vicino alle speranze e ai sogni della gente comune.
Per troppo tempo all’opinione pubblica sono state propinate vuote parole d’ordine o programmi presentati come la panacea di ogni male: salvo poi scoprire che il tanto annunciato federalismo ha finito solo per tramutarsi nell’annuncio di maggiori tasse locali o che le presunte liberalizzazioni finora non hanno portato a una reale diminuzione dei prezzi per il consumatore.
L’Italia è il Paese dove anche i migliori propositi vengono nella pratica vanificati dagli interessi della politica deteriore, dai compromessi, dai privilegi.
Da anni si parla di riduzione dei costi della Casta, ma alla fine non si fa mai nulla di concreto se non tagli simbolici sugli stipendi di parlamentari.
Si è giunti a discettare tra stipendio base del deputato (sui 5-6000 euro) ed extra, tipo stipendio per il portaborse, salvo poi scoprire che molti deputati non hanno alcun collaboratore e si intascano lo stesso i 4.000 euro corrispettivi.
In qualsiasi Paese al mondo certi extra verrebbero rimborsati solo a “presentazione pezza giustificativa”, in Italia no, sono soldi dati a prescindere.
Ma siamo anche il Paese dove i partiti ricevono un rimborso elettorale per i costi sostenuti per le elezioni pari a circa 500 milioni di euro.
Ma, come si evince dalle stesse pezze giustificative presentate dai partiti, la somma che realmente essi spendono per le pur costose campagne elettorali nazionali, oscilla tra un decimo e un terzo di quella che gli viene in ogni caso accreditata dallo Stato.
Ovvero uno spende ad esempio 30 milioni di euro e gliene vengono riconosciuti 100, in base a una legge votata anni fa su proposta, guarda caso, di un esponente leghista.
E allora ci chiediamo, e chiediamo ai cittadini, per quale ragione i partiti non usino la differenza per coprire almeno il 50% degli stipendi dei loro parlamentari e consiglieri regionali.
Chiediamo per quale ragione i cittadini debbano pagare due volte i partiti, prima come rimborso elettorale e poi per stipendiare i loro rappresentanti.
Vogliono guadagnare 15.000 euro al mese?
Se li facciano dare dal partito di appartenenza.
Questo il senso della proposta che divulgheremo a Genova attraverso il volantinaggio organizzato in questi giorni nei quartieri popolari della città .
E’ solo la prima delle iniziative messe a punto da “Liguria Futurista” per gennaio.
Ci fa piacere sottolineare che il nostro Movimento ha già  raccolto in 15 giorni su Facebook oltre 800 amicizie, dato che dimostra che un certo tipo di coerenza e di impostazione, senza steccati o interessi, è condiviso da tante persone oneste e libere.
Ricordiamo che chi volesse collaborare alla distribuzione del volantino può mettersi in contatto per ritirare delle copie ai numeri 334-3308075 e 346-0546850.
Chi, in altre città , volesse riprodurlo in proprio, può farlo richiedendoci autorizzazione.
Contro la staticità  della vecchia poliitca, “Liguria Futurista” è in movimento.
Liberi di pensare, liberi di agire.

Ufficio di Presidenza
Liguria Futurista

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IL REGIME DEI NOMINATI: IL VERDETTO DELLA CONSULTA PIACE ALLE SEGRETERIE DEI PARTITI ANCHE SE DELEGITTIMA IL PARLAMENTO

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

IL BOCCINO DELLE CANDIDATURE RIMARRA’ SALDAMENTE IN MANO AI VERTICI DEI PARTITI CHE AVRANNO LA CERTEZZA DEL CONTROLLO DEL PARLAMENTO… E IL PARTITO DEL VITALIZIO ASPETTA FINE LEGISLATURA

Cosa succede ora, nel Parlamento dei nominati?
Mercoledì scorso, solo pochi attimi prima del voto su Cosentino.
Una piccola scenetta che si svolge in Transatlantico rende bene l’idea del clima che si respira dentro la sinistra.
Si incrociano davanti all’ingresso dell’aula due dirigenti di primo piano del Pd. Il primo, Arturo Parisi, è incazzato nero dopo il verdetto della Consulta.
L’altro, Ugo Sposetti è disincantato, quasi serafico.
Con l’ironia affettuosamente perfida che lo ha reso leggendario, Il fondatore dell’Asinello, che non ha ancora smaltito la rabbia per il milione e duecentomila firme andate in fumo.
Sposetti fa, quasi protettivo: “Arturo come va?”.
E lui: “Dopo quello che è successo oggi non mi resta che scriverti l’epitaffio, Ugo…”.
E l’ex tesoriere del Pd, stupito: “Il mio?”.
E Parisi quasi seccato: “Sì, sì, hai capito bene. Quello che metterai sulla lapide. Qui è tutto finito, i nominati hanno vinto, tu sei l’ultimo testimone di una storia. Fa che ti scrivano ‘Ugo Sposetti: il partito è partito'”.
Scoppiano a ridere tutti, compreso Pier Luigi Bersani, che passa di là  proprio in quel momento.
Eppure l’ironia nera di Parisi contiene una grande verità .
Questo voto non è un voto a favore della politica, ma è un voto che uccide la politica.
Non è un voto che salva il Parlamento e la sua sovranità , ma un voto che lo delegittima.
E così occorre fare un esercizio di verità , e grattare oltre le apparenze e le dichiarazioni di facciata.
A Montecitorio, la bocciatura del referendum ha fatto contenti tutti i leader di partito, di tutti i partiti, che portano a casa una certezza.
Dopo la quaresima dei tecnici, quando si tornerà  a votare, il boccino delle candidature sarà  di nuovo nelle loro mani.
E questa certezza di controllo, che diminuisce il potere di condizionamento dei cittadini, li rafforza, aumentando anche la disciplina unanimistica che governa il Parlamento.
Fateci caso : fra tutti i commenti raccolti a caldo, spiccava un silenzio fragoroso.
Quello del governo. E soprattutto quello di Mario Monti, che su tutto esterna, ma che si guarda bene da impegnarsi sulla legge elettorale.
Non è un caso: il difficile rapporto di non belligeranza si regge su questo tacito scambio: lui governa, e loro sceglieranno, ancora una volta, i loro capibastone.
Notate il paradosso: nel momento in cui si predica il governo della liberalizzazione, l’unico mercato che resta protetto, e con tutte le barriere corporative intatte, è quello della politica.
Altra scena, altro paradosso: se nello stesso giorno parli con Pier Ferdinando Casini, l’unico leader che ancora oggi rivendica di aver avuto un ruolo quando il Porcellum fu approvato (i bene informati ricorderanno che su quella mediazione saltò la poltrona di segretario dell’Udc di Marco Follini), è anche l’unico che oggi vuole cambiare la legge davvero e non per finta: “Sai — dice — in questo momento abbiamo il dovere di restituire alla gente le preferenze e la possibilità  di scelta .Altrimenti se poi la gente ci spara non ha tutti i torti”.
Dietro l’ironia di Casini si nasconde, come spesso capita, un’altra verità  di questo Parlamento.
Dopo che la bocciatura del referendum ha blindato il Porcellum, l’unico vero emendamento possibile sono proprio le preferenze.
Che terrorizzano Berlusconi (già  adesso alle prese con il problema della “fedeltà “) molto più di quanto non si creda.
Ma anche del Pd, a cui ancora brucia lo smacco delle primarie, dove la gente sceglie regolarmente candidati opposti a quelli che vogliono loro.
E così nel Parlamento dei nominati vince la grande palude.
“Il partito di maggioranza relativa — scherza sempre sul filo del paradosso quel gran conoscitore del Transatlantico che è Gigi Meduri, calabrese del Pd — in questo momento è il partito del vitalizio. E il partito del vitalizio per ora ha un solo obiettivo: arrivare fino a ottobre”.
Perchè proprio ottobre?
Perchè solo allora tutti i deputati che sono entrati di prima nomina nel 2008 avranno il diritto di ricevere l’agognato trattamento previdenziale.
Cosa c’entra questo con il ragionamento che abbiamo fatto, con la fine della politica, con la lapide metaforica che Parisi ha scolpito per Sposetti, ultimo esecutore testamentario dell’eredità  postcomunista?
Meduri sorride sotto i suoi baffi grigi da faina: “Ricordati che i nominati di oggi sono i trombati di domani”.
Comunque vada, il Parlamento del Porcellum, è un Parlamento di sopravvissuti, che sanno di non poter sopravvivere, se non per fedeltà .

Luca Telese   blog        

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NAVI DA CROCIERA TROPPO ALTE RISPETTO ALLO SCAFO: PIU’ LUSSO E CONFORT, MENO SICUREZZA

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

I GRATTACIELI DEL MARE SONO ALTI FINO A 70 METRI: LA PARTE EMERSA E’ MOLTO PIU’ GRANDE DI QUELLA IMMERSA

Raggio metacentrico. Momento di raddrizzamento. Doppia carena.
Termini tecnici, che i passeggeri di una nave non conoscono.
Eppure la loro vita dipende da quei numeri, perchè significano capacità  di non inclinarsi (rendendo il salvataggio meno drammatico di come è successo al Giglio), di non capovolgersi e di resistere agli urti.
Il disastro del Giglio mette sotto processo i grattacieli del mare (tutti, non solo la Costa Concordia): alti fino a 70 metri, come palazzi di 25 piani.
La parte emersa è enormemente più grande di quella immersa. La nave è più comoda, più spaziosa, ma meno stabile.
“Una nave da crociera di ultima generazione ha un raggio meta-centrico di un metro. Un decimo di una nave militare”, racconta un esperto.
In pratica significa che i colossi del mare con migliaia di passeggeri hanno minore stabilità  (perfino dei transatlantici di mezzo secolo fa).
Dubbi che gli studiosi avanzano da anni. Non solo: una nave alta è più esposta al vento.
Proprio la Costa Concordia in un giorno di burrasca del novembre 2008 urtò il molo del porto di Palermo, squarciandosi la prua.
Andiamo al Giglio dove gli inquirenti sono al lavoro. E dove, nonostante le proporzioni della tragedia, le autorità  del Governo non si sono viste. Nè sentite.
Ma che cosa è successo al largo dell’isola? “Scafi come questi sono progettati per resistere agli urti più violenti. Ci sono paratie stagne ogni dieci, venti metri. Ma lo squarcio della Concordia sembra lungo 70-80 metri, pare aver interessato tre, quattro compartimenti della nave. Le paratie non sono state sufficienti”, riflette Riccardo Damonte, perito navale dello studio Ansaldo di Genova, uno dei più prestigiosi del mondo. I suoi esperti sono consulenti della Costa e già  ieri erano al Giglio.
I dubbi sui grattacieli del mare restano. Basta guardare i dati della Costa Concordia, una nave moderna, ultimata nel 2005 (i superstiziosi, che nel mondo della marineria abbondano, ricordano che al varo la bottiglia lanciata contro lo scafo non si ruppe): 114. 147 tonnellate di stazza, 292 metri di lunghezza, 52 di altezza.
Per non dire delle 1. 500 cabine, dei 5 ristoranti, dei 13 bar. Una città  galleggiante: l’ammiraglia Costa era capace di portare 4. 880 persone (3. 780 passeggeri e 1. 100 membri dell’equipaggio).
Certo, ci sono sistemi di salvataggio molto avanzati, ma l’evacuazione di cinquemila persone è un’impresa, soprattutto se la nave sta affondando.
Che differenza rispetto ai modelli del passato!
La Michelangelo (uscita dai cantieri di Sestri Ponente come la Costa Concordia) era alta poco più della metà . Portava 2. 500 persone.
Ma poi ha vinto il modello “americano”, studiato per croceristi a stelle e strisce.
Addio alla sobria eleganza delle navi italiane, si punta sui casinò galleggianti. Bastava visitare i saloni della Costa Concordia (e delle concorrenti) per rendersene conto: ecco il salone centrale, decine di lampadari di cristallo, luci verdi, rosse e blu, specchi ovunque.
Poi il centro benessere di 2. 100 metri quadrati, le 4 piscine. Le vetrate tanto vicine alla poppa e alla prua per far godere il panorama.
Sulla Michelangelo era tutto diverso, doveva affrontare le onde di trenta metri dell’Atlantico.
Oggi no, le nuove navi non amano le tempeste, le evitano grazie alla strumentazione avanzata.
Spiega Damonte: “Le navi da crociera rispettano norme della navigazione severe come mai. E la Costa Concordia era all’avanguardia”.
Ma transatlantici e traghetti così alti rischiano di essere meno stabili delle altre navi? “Sono sicuri. È vero, il raggio metacentrico di solito va da un metro a un metro e mezzo. Petroliere e navi cisterna arrivano a sette”.
Perchè? “Per ragioni di comfort”.
Una nave che “sente” più le onde presenta meno rischi di ribaltamento. Una corvetta militare, che ha un raggio di 10 metri, risente di rollio e beccheggio, ma difficilmente si capovolge”.
Già , il comfort, ma anche il bisogno di costruire navi con saloni degni di una reggia e capaci di trasportare cinquemila persone.
O si allungano o si aumenta l’altezza.
E poi c’è la questione del doppio scafo, se cede il primo, resta sempre il secondo: “Nessuna nave da crociera ce l’ha”, spiega Damonte. Perchè? “Toglierebbe spazio per motori e passeggeri. Ce l’hanno solo petroliere e navi cisterna, ma per evitare fuoriuscite di greggio”.
Sarà  l’indagine a dire perchè la Concordia è andata contro gli scogli. Ma se avesse avuto il doppio scafo probabilmente non avrebbe imbarcato tanta acqua.
E se fosse stata più bassa, non si sarebbe inclinata così.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA FINTA PACE TRA BOBO E IL SENATUR, I “RIVOLUZIONARI” DA TELENOVELA

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

QUEI VENTI ANNI DI GUERRIGLIA TRA IL PADRE PADRONE E IL DELFINO CALCOLATORE… IL VOTO NEI COMUNI DETTA L’ULTIMO ARMISTIZIO

Appena eletto senatore, Umberto Bossi ebbe lo stomaco nel 1987 di buttare fuori dalla Lega Lombarda sua sorella Angela e il cognato Pierangelo Brivio. Figuriamoci se poteva turbarlo, un quarto di secolo dopo, cacciare dal partito un altro dei soci fondatori, il Bobo Maroni.
Solo che stavolta è scoppiato il finimondo, lo sturm und drang del cuore leghista infranto.
Di mezzo c’è una lista impressionante di espulsioni, dal Castellazzi di Pavia al Tabladini di Brescia, dal veneto Rocchetta al piemontese Comino, senza dimenticare il milanese Pagliarini.
Solo che la formula leninista —“il partito epurandosi si rafforza”- diventa improba da applicare a Varese, dove tutto cominciò e dove adesso tutto rischia di finire a catafascio.
Più che al leader bolscevico russo, qui c’è il rischio che il longevo senatur venga paragonato all’ultimo dittatore comunista romeno Ceausescu.
E per questo corre ai ripari con telefonate dietrofront e mozioni degli affetti purtroppo già  da tempo vilipesi.
Concedere a Maroni il ruolo della vittima che seppure calpestata non rinnega il padre-padrone, si è rivelato un errore di calcolo temerario, con le elezioni amministrative lì dietro l’angolo.
Stride che questo melodramma politico-sentimentale debba celebrarsi in una località  così amena, in un sabato di gennaio luminoso e trasparente, con il Monte Rosa che pare vicinissimo, sospeso sul lago di Varese (anzi, Varès, come recitano i cartelli stradali) e la Svizzera a due passi, lasciandosi dietro le spalle il serpentone della A8 che conduce dritto nella sede federale di via Bellerio senza bisogno di addentrarsi nell’ostile Milano.
“Lega contro Lega, è resa dei conti”, recita il titolo de “La Prealpina”, di fronte a un popolo impreparato a parteggiare.
Ben sapendo che il sindaco, Attilio Fontana, risultava fra i promotori mercoledì dell’ammutinamento pubblico dei maroniani: qui il Bobo se lo ricordano primo consigliere comunale leghista nel lontano 1985.
Mentre il segretario bossiano del partito, Maurilio Canton, si porterà  addosso per sempre il marchio di quella nomina per finta acclamazione, il 9 ottobre scorso, fra le urla di protesta dei delegati.
Quattordici anni di differenza separano Bossi dal suo braccio destro di una vita, Maroni.
Abbastanza per consigliare a quest’ultimo di stare sempre un passo indietro nel rispetto della gerarchia che i leghisti coltivano come un dogma religioso, convinti che la sacralità  della Padania discenda dal carisma del suo fondatore.
Che il capo sia l’Umberto, e non si discute, ancora oggi Bobo ha l’accortezza di non metterlo in discussione; così come seppe trangugiare il sarcasmo del numero uno l’unica altra volta in cui emersero pubbliche divergenze: nel 1995, a parti invertite, quando Bossi tradì Berlusconi e Maroni voleva mantenere i rapporti.
Da quando fondarono insieme a Giuseppe Leoni la Lega Autonomista Lombarda, nel 1982, e poi rubarono alle biciclette Legnano il logo del guerriero padano, i due “rivoluzionari” (varesotto di provincia l’uno, varesino di città  l’altro) hanno saputo far tesoro delle proprie differenze.
Maschera popolaresca volutamente tragicomica è Bossi, l’uomo-mito dell’antipotere; per questo bisognoso dell’avvocato malizioso al fianco, con il quale dare vita al gioco delle parti fondato su astuzia e lealtà , contemplando la variabile dei rimbrotti plateali quando il trucco dello scaricabarile si faceva troppo scoperto.
Roberto Maroni ha rivelato doti di formidabile incassatore, nè stupisce che anche stavolta faccia seguire alla telefonata del Capo un atto di sottomissione, visto che gli conviene.
Tutto, pur di non passare per uno scissionista qualsiasi. L’ironia, che l’accomuna a Bossi, può aiutarlo a sopportare e aspettare per l’ennesima volta il momento giusto.
Anche se “La Prealpina”, che lo conosce bene pure nelle esitazioni, già  ieri anticipava il doppio senso celodurista: “Maroni, ci sei o ce li hai?”.
Per quanto Maroni sia spiritoso e navigato, per quanto neppure da ministro abbia dismesso l’immagine del musicista rock col suo gruppo “Distretto 51”, gli manca una virtù essenziale per aspirare alla successione di Bossi: il carattere istrionico carnevalesco, necessario a rappresentare le pulsioni reazionarie della base.
Sarà  forse il suo imprinting originario di sinistra, ma quella parte in commedia —quando Bossi rimase lontano dalla scena a seguito dell’ictus nel 2004- se la prese piuttosto Roberto Calderoli, con la sfacciataggine incarnata nella Lega delle origini da Francesco Speroni.
Maroni, insomma, sa benissimo che per quanto l’apparato del partito riconosca in lui il dirigente più autorevole, senza Bossi e contro Bossi non va da nessuna parte.
Glielo ha confermato il voto parlamentare su Cosentino, in cui solo una parte dei deputati leghisti ha seguito le sue indicazioni, nonostante avesse strappato un pronunciamento per il Sì all’arresto della Segreteria politica.
In quella sede aveva potuto usufruire dello sconcerto dovuto alle rivelazioni sui fondi di partito investiti in Tanzania e a Cipro: urgeva un gesto forte per coprire le magagne.
Ma l’autorità  residuale di Bossi gli è precipitata addosso venerdì sera, quando il diktat della sospensione delle manifestazioni di partito cui doveva partecipare Maroni è stato fatto pronunciare —con metodo staliniano-dal segretario lombardo Giancarlo Giorgetti, testa fina del movimento, esterno allo screditato “cerchio magico” dei fedelissimi.
E’ vero che la convocazione istantanea di cinquanta manifestazioni leghiste in difesa di Maroni ha evidenziato la debolezza del “cerchio magico”, inducendo Bossi a più miti consigli.
Ma questo braccio di ferro dall’esito incerto è parso troppo pericoloso oggi a entrambi i contendenti.
La Lega Nord è un movimento populista carismatico nel quale non basta impugnare la bandiera della democrazia interna per assumerne il comando. Stiamo parlando di un partito che non tiene il suo congresso federale dal 2002: dov’era Maroni in tutti questi anni?
Per i leghisti il dilemma non è stare con o contro Berlusconi, nè vale lo schema facile secondo cui Bossi sarebbe amico del Cavaliere mentre Maroni gli vorrebbe schierare il partito contro.
La spregiudicatezza li accomuna, in fatto di alleanze.
Così come li accomuna la necessità  di rispondere all’interrogativo che arrovella nell’immediato la gerarchia leghista, posta di fronte alle elezioni amministrative di primavera.
Si voterà  in molti comuni e province del Nord, dove il Carroccio non può prescindere dall’alleanza col Pdl se vuole conservare almeno una quota del suo potere.
Solo a Verona è pensabile che Flavio Tosi, il sindaco uscente, possa farcela anche da solo a essere rieletto, senza il supporto dei berlusconiani. Altrove, la rottura della coalizione di centrodestra rischia di dare luogo a un vero e proprio tracollo.
Così, sull’orlo del burrone e senza tema del ridicolo, il varesotto e il varesino si scambiano segni di pace.
E “La Padania” si cimenta nella più acrobatica delle smentite: “Mai stati divieti per Maroni. Questo non è il momento delle polemiche. Chi spera in una Lega divisa e dà  ascolto a intermediari confusionali rimarrà  deluso. Presto faremo un comizio insieme”.
Chissà , magari domenica prossima in piazza Duomo a Milano.
Nel frattempo al Teatro di Varese va in scena una commedia dal titolo: “Se devi dire una bugia, dilla grossa”.

Gad Ledner
(da “La Repubblica”)

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LEGA NORD, IL PARTITO CHE NON SOPRAVVIVERA’ AL SENATUR: DA PARTITO DI MASSA A PARTITO AD PERSONAM

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

DIETRO LO SCONTRO TRA BOSSI E MARONI SOLO UNA LOGICA “ROMANA”: FAME DI POLTRONE, AFFARISMO, TATTICISTI, MANCANZA DI DEMOCRAZIA INTERNA

Il codice della marineria dice che il comandante affonda con la nave.
Quello della politica, che la nave affonda con il comandante.
Che fine malinconica per la Lega.
Degli inizi, i suoi vertici sembrano aver conservato l’arroganza (una volta dei vincitori, oggi dei perdenti).
Gli italiani, però, non sono tanto stupidi da credere che basti togliersi la giacca e infilarsi la maglietta verde per tornare a essere partito di lotta.
Non si lasciano convincere da slogan contro il governo quando la crisi è responsabilità  di chi ora protesta.
Nemmeno i militanti leghisti sono stupidi.
Anzi, ribellandosi ai capi — schierati con Cosentino pur di salvare il cadreghino — dimostrano che il loro attaccamento al Carroccio era spesso genuino.
Ma Bossi e il suo Cerchio Magico, da tempo (forse da sempre), li hanno abbandonati.
E anche Maroni non può ambire a essere leader: Bobo che fu ministro dei primi governi Berlusconi, poi sparò a zero sul Cavaliere, salvo tornare all’ovile e al Viminale.
Maroni che come massima espressione di dissenso “osa” sbuffare di fronte al Senatùr.
Se, però, il partito si disgrega, restano milioni di elettori delusi e confusi che si sfogano in Internet e alla radio.
Restano piccoli amministratori leghisti che si sono dimostrati migliori dei dirigenti.
E soprattutto rimangono istanze che meritano ascolto.
No, non la becera intolleranza che sfiora il razzismo, non il ribellismo retorico che ignora le leggi.
Ma il desiderio di una politica lontana dai palazzi, più legata al territorio del Nord che tanto ha contribuito alla crescita dell’Italia.
Sbaglierebbe chi liquidasse, insieme con il Carroccio, anche i bisogni reali alla base della sua affermazione.
Impossibile, però, che se ne faccia interprete il Pdl.
E difficile che sia in grado di farlo un centrosinistra spesso ridotto ad apparato.
Una cosa è certa: il rappresentante di questo scontento non può essere la Lega.
Partita per sconfiggere “Roma ladrona” ha invece portato nel suo Nord tante logiche “romane”: la fame di poltrone, l’affarismo, i tatticismi, la mancanza di democrazia interna.
Il Carroccio si ferma qui, quando pareva diventato movimento di massa si è rivelato un altro partito “ad personam”: dopo Berlusconi pare   questo il modello dei partiti in Italia, a destra come a sinistra.
E Bossi ha deciso che la sua creatura non gli sopravviverà .

F.S,
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DALL’UNINOMINALE AL MODELLO TEDESCO: LE PROPOSTE ALTERNATIVE AL PORCELLUM

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO IL NO DELLA CONSULTA AI QUESITI REFERENDARI PERDE QUOTA IL RITORNO AL MATTARELLUM E SI RIAPRE IL DIBATTITO… DIVERSE LE IPOTESI IN CAMPO

La Consulta ha detto no ai quesiti referendari che volevano il ritorno al Mattarellum e di fatto questo riapre tutti gli scenari sulla nuova legge elettorale.
L’ammissibilità  da parte dei giudici avrebbe infatti “legato” le mani al legislatore in un senso favorevole al ritorno al Mattarellum.
Un dato ancora più forte in caso di voto e di vittoria dei referendari.
Adesso invece tutto torna nelle mani dei partiti e dei loro “modelli”. Il dibattito offre un raggio vasto di proposte, che va dallo “status quo” di Berlusconi e Bossi all’uninominale a turno unico anglosassone di Pannella e dei radicali. Ragionamenti che però non possono prescindere dalle decisioni da assumere su forma di governo e forma di Stato.
Francese.
Il doppio turno uninominale è il sistema in vigore in Francia.
I deputati vengono eletti in collegi uninominali: al primo turno se superano il 50 per cento, altrimenti vanno al ballottaggio i candidati che hanno ottenuto almeno un ottavo degli aventi dirito al voto.
È il sistema che “copia” in parte la proposta depositata in Parlamento dal Pd. I democratrici prevedono 433 eletti alla “francese”: va al secondo turno chi ottiene almeno il 10 per cento dei voti degli aventi diritto.
Altri 173 sono con liste proporzionali bloccate. Altri 12 deputati verrebbero eletti in liste circoscrzionali con candidati alternati per sesso e formerebbero una “quota nazionale di compensazione” per assicurare il diritto di tribuna. Come nel vecchio Mattarellum è previsto lo scorporo per attenuare l’effetto maggioritario del sistema elettorale.
Sostenitori: è la proposta ufficiale del Pd.
Tedesco.
Il sistema tedesco è un proporzionale puro e per garantire questa caratteristica il numero dei deputati del Bundestag è variabile.
Il sistema tedesco prevede che metà  dei deputati vengano eletti in collegi uninominali a turno unico: vince secondo il metodo inglese chi ottiene il maggior numero di voti. L’altra metà  viene invece scelta attraverso liste di partito bloccate.
Partecipano alla ripartizione dei seggi solo i partiti che riescono a superare la soglia di sbarramento fissata al 5 per cento.
Il numero degli eletti per ogni partito è determinato attraverso il voto di lista e quando gli eletti nei collegi uninominali non bastano vengono integrati da candidati della parte proporzionale definiti mandati in soprannumero.
Sostenitori: l’Udc di Casini, l’Api di Rutelli: nel Pd grande sostenitore del sistema tedesco è Massimo D’Alema.
Anglosassone.
Il sistema anglosassone, nella sua versione inglese o americana, si basa sull’uninominale maggioritario ad un turno.
La regola è semplice e brutale: chi raccoglie un voto in più dell’avversario nel collegio vince tutto e conquista il seggio.
È un sistema elettorale pensato e ideato per le società  che hanno uno schema politico fondamentalmente bipartitico ed entra in crisi quando la rappresentanza politica si frantuma.
Caso tipico la Gran Bretagna dove oggi è in carica un governo di coalizione dopo il tracollo dei laburisti, l’ascesa dei liberaldemocratici e la vittoria parziale dei conservatori.
La grande critica al sistema anglossassone sta nella sua carenza sul versante della rappresentanza politica: il suo pregio è invece indicato nella velocità  di scelta del governo, nella stabilità  dell’esecutivo, nel rapporto diretto eletto-elettore.
Sostenitori: i Radicali e i liberal di alcuni partiti.
Spagnolo.
Il sistema spagnolo ha un carattere proporzionale, ma con una tendenza a creare un effetto bipartitico.
Favorisce le formazioni regionali più forti e danneggia quelle minori a livello nazionale, grazie anche allo sbarramento fissato al 3 per cento.
Una soglia che garantisce però un diritto di tribuna alle formazioni più piccole. Il cuore del sistema sono i 50 collegi circoscrizionali che corrispondono alle province spagnole. I deputati sono 350 con una media di 6, 7 eletti per collegio.
Le liste dei candidati sono quindi molto corte e questo, nonostante la lista bloccata e la mancanza di preferenze, assicura un rapporto molto forte fra gli eletti e gli elettori. Un aspetto che è stato molto rimarcato nel dibattito italiano, considerato un antidoto alla “nomina” prevista dal Porcellum.
Sostenitori: una parte del Pdl.
Mattarellum.
Il Mattarellum è il sistema elettorale usato in Italia nelle elezioni del 1994, 2001 e 2006.
È un sistema maggioritario a turno unico con una quota proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento al 4 per cento.
Attraverso la quota maggioritaria vengono eletti il 75 per cento dei parlamentari che conquistano il seggio ottenendo un voto più degli avversari.
Il restante 25 per cento viene scelto in modo proporzionale sulla basi di circoscrizioni regionali.
Per mitigare l’effetto maggioritario del Mattarellum è stato introdotto lo scorporo.
In pratica, i voti serviti ad eleggere i deputati nella parte maggioritaria, collegati ad un lista presente nel maggioritario, vengono cancellati nella parte proporzionale.
Così vengono favorite le formazioni minori con effetto proporzionale.
Sostenitori: l’Idv, Sel, Parisi e i referendari del Pd.

Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica”)

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COMPENSI D’ORO: IL VICEPRESIDENTE DEL TRENTINO GUADAGNA PIU’ DI SARKOZY, STIPENDI “AUTONOMI” DA 24.000 EURO AL MESE

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

DAI PRESIDENTI AGLI ASSESSORI DI ALTO ADIGE E TRENTINO I SUPER STIPENDI DELLE PROVINCE AUTONOME VINCONO SU TUTTI      

Bravissimi, bravissimi, bravissimi.
Pagato il pedaggio di riconoscere a trentini e altoatesini che le loro terre sono governate meglio di gran parte del resto d’Italia, si può sommessamente dire che non va bene che un assessore bolzanino guadagni di più che un ministro di Berlino?
Lo denuncia, col titolo «Fette Dià¤ten» (Grasse indennità ) il quotidiano sudtirolese Neue Sà¼dtiroler Tageszeitung , diretto da Arnold Tribus, liberale, radicale, amico di Alex Langer, malvisto dai separatisti almeno quanto è amato da chi auspica un Alto Adige europeo e serenamente bilingue. Meno male.
Meno male perchè non c’è occasione in cui chi tocca il tema dei costi della politica quassù, sollevando perplessità  su certe storture che scatenerebbero l’iradiddio se avvenissero a Napoli, Palermo o Catanzaro, non venga investito dal lamento per l’onore offeso delle genti alpine.
E come sui Nebrodi o in Aspromonte divampano i sospetti sul complotto nordista, qui dilagano i dubbi su una congiura anti-autonomista.
Esente dal sospetto di essere nemica dell’autonomia, che anzi difende accanitamente, la Tageszeitung si prende dunque la libertà  di dire cose scomode.
A partire da certi confronti.
Non solo quello noto tra le buste-paga mensili di Luis Durnwalder (appena limata a 25.620 euro) e Barack Obama (23.083 al cambio di ieri), ma tanti altri.
Che potrebbero consentire al giornale di rifare il titolo ironico di tre anni fa: «Poveri tedeschi!».Poveri davvero, sia quelli di Germania sia i cugini austriaci. Il giornale, sommando indennità , diarie e rimborsi forfettari, fa ad esempio un paragone tra gli introiti mensili reali (se poi ciascuno dà  soldi al partito è un’altra faccenda, ma non può essere a carico dei cittadini) di rappresentanti istituzionali più o meno paralleli.
Bene, il presidente del parlamento del Libero Stato di Baviera, Barbara Stamm, guadagna ogni mese al lordo 14.841 euro.
Quello del Bundestag a Berlino, Norbert Lammert, 16.504.
Quella della Camera austriaca Barbara Prammer, 17.136.
E quello del consiglio provinciale altoatesino Mauro Minniti 21.440.
Più del doppio rispetto al pari-grado del Tirolo austriaco Herwig Van Staa, che di euro ne prende, dice la «NST», 8.902
Ma sono tutti i paragoni del giornale tedesco a essere, diciamo così, curiosi.
La vicepresidente dell’assemblea provinciale bolzanina Julia Unterberger, con 17.220 euro lorde, risulta avere ogni mese quasi seimila bigliettoni in più rispetto a Hillary Clinton, che come segretario di Stato americano guadagnerebbe, stando ai siti ufficiali, 136.204 euro l’anno, cioè 11.350 al mese.
Certo, Durnwalder ha ragione quando dice che lavora 17 ore al giorno (chi vuole controlli: alle sei di mattina è in ufficio) e che il suo stipendio è «un terzo di quello del direttore generale della Cassa di risparmio locale».
La Bbc , l’anno scorso, fece la lista degli uomini più pagati del pianeta: David Tepper riceveva da Appaloosa Management un salario di 4 miliardi di dollari, George Soros dal Soros Fund 3,3, James Simons da Renaissance Technologies 2,5.
E bene ha fatto Obama a sottolineare più volte che sono cifre offensive.
Detto questo, però, lì parliamo di soldi «privati» (tra virgolette, ovvio: in caso di tracolli finanziari troppo spesso sono tirati poi in ballo i governi e con loro i cittadini) e qui di soldi «pubblici».
E i confronti si fanno tra figure confrontabili.
Ed ecco che colpisce il distacco non solo tra il «lordo» mensile di Durnwalder rispetto al governatore del Tirolo Gà¼nther Platter, che con 13.353 euro prende poco più della metà  del «cugino».
Ma più ancora quello del presidente della giunta provinciale trentina Lorenzo Dellai (21 mila euro: erano 21.539) rispetto a quello del cancelliere Angela Merkel: 18.883.
È demagogico chiedere se sia normale che Rosa Thaler, presidente dell’assemblea regionale trentina (organo ormai svuotato dal rafforzamento dei due consigli provinciali che lo compongono abbinandosi ogni tanto) abbia una busta paga di 21.300 euro, cioè maggiore di quella del cancelliere austriaco Werner Faymann?
O che Hans Berger, il «vice» di Durnwalder, prenda 24.360 euro lordi al mese contro i 21.133 di Nicolas Sarkozy?
Quanto ai «soldati semplici», accusa il giornale tedesco di Bolzano, le differenze sono altrettanto nette: un «deputato» del land bavarese prende 6.881 euro lorde al mese, un consigliere tirolese a Innsbruck 4.748, un parlamentare al Bundestag di Berlino 8.252, uno alla Camera viennese 13.872.
Sopra a tutti, un consigliere provinciale altoatesino se ne ritrova in busta paga 14.000.
Se il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ne prende 13.823 c’è o no qualcosa che non va?
O c’è chi pensa di cavarsela con la tesi che è Ban Ki moon a esser sottopagato?
Sono sottopagati i ministri germanici del governo Merkel e quelli austriaci del governo Faymann, che secondo la «NST» prendono rispettivamente 16.300 e 16.320 euro al mese o sono pagati troppo gli assessori altoatesini che di euro ne portano a casa mensilmente, ancora al lordo, 23.100?
Torniamo a dirlo e ridirlo: qui non si contesta l’accordo internazionale che ha garantito giustamente all’Alto Adige e di sponda al Trentino una larga autonomia.
E ci è facile riconoscere a chi ha governato quelle montagne, quelle valli, quelle città  bellissime non solo di essersi fatto carico di mille competenze (strade, scuole, sanità , paesaggio…) altrove a carico dello Stato, ma di aver lavorato meglio di altri.
La prova: Bolzano e Trento svettano sempre in cima a tutte le classifiche sulla qualità  della vita.
Ma proprio per difendere quei risultati occorre che quelle autonomie virtuose si sgravino delle zavorre denunciate anche da giornali non certo centralisti come il Corriere del Trentino di Enrico Franco o l’Adige di Pierangelo Giovanetti.
Che dopo aver espresso dubbi su certe prebende trentine (17.949 euro agli assessori, 9.432 al sindaco del capoluogo, 8.847 a quello di Rovereto, 7.461 a quello di Comuni come Riva del Garda: proporzionalmente 66 volte più di quello di Milano) hanno messo sotto accusa l’accumulo sbalorditivo di enti locali.
Che qui sono cinque: Regione, Provincia, Comuni, Comunità  di Valle e Circoscrizioni. E tutte distribuiscono soldi.
Basti dire che le 16 «comunità » danno ai membri degli esecutivi almeno 867 euro, ai vicepresidenti almeno 1.060, ai presidenti da 2.891 a 3.533.
Quanto alle circoscrizioni, che sono 12 a Trento e 7 a Rovereto nonostante siano state abolite in tutt’Italia sotto i 250.000 abitanti, i soli presidenti costano 360.000 euro l’anno. L’Adige ha fatto i conti: la spesa totale per le indennità  dei 5 organismi è di 50.468.000 euro l’anno.
Pari a 95,3 euro per abitante.
Tutti «costi indispensabili della democrazia»?

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)

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