Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
ANZIANI PICCHIATI, INSULTATI, ABBANDONATI IN CONDIZIONI IGIENICHE INDECENTI: NELLA CASI DI RIPOSO BOREA ERA LA PRASSI… I FILMATI INCHIODANO I RESPONSABILI
Maltrattamenti e gravi e reiterati abusi ai danni degli anziani pazienti.
E’ questa l’accusa con cui sette persone sono state arrestate a Sanremo dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri del Nas di Genova mercoledì.
Anziani picchiati e insultati, legati ai letti, presi per i capelli, abbandonati in condizioni igieniche indecenti: alla casa di riposo Borea della Città dei fiori era la prassi.
Così è scattata l’operazione, chiamata «Acheronte», che ha portato quatto operatori socio sanitari e due infermiere dipendenti della cooperativa «Airone» in carcere e la presidente della Fondazione agli arresti domiciliari.
Quest’ultima, Rosalba Nasi, 58 anni, originaria di Mondovì ma abitante a Sanremo, è la moglie del senatore Gabriele Boscetto del Pdl: è accusata di non aver denunciato la grave situazione pur essendo a conoscenza dei fatti.
A incastrare gli operatori della clinica i filmati girati in tre mesi dalle Fiamme gialle, immagini che hanno sconcertato anche gli stessi militari.
Le indagini erano scattate già la scorsa estate, ora sono scattati i provvedimenti.
Oltre ai sette arrestati, ci sono anche otto indagati.
Contemporaneamente all’operazione, sono intervenuti anche quattro medici della Asl, chiamati a verificare le condizioni di salute e di vita dei 42 anziani ospiti.
Ci sarebbero anche due morti sospette, risalenti periodo 2005-2006: si tratta di due donne. Una morì in seguito a un ictus dopo un ricovero in ospedale dovuto a gravi ferite alla testa. L’altra è deceduta dopo aver ingerito una massiccia dose di farmaci.
«Oggi non è facile stabilire se le vittime fossero già in condizioni fisiche pregiudicate, o se invece vi possa essere qualche nesso di causalità », ha spiegato il sostituto procuratore Maria Paola Marrali, titolare delle indagini.
Il sindacato generale dei pensionati (Spi) ha subito reagito: «Nessuna pietà verso chi muove violenza nei confronti degli anziani che vivono nelle case di riposo», ha commentato il segretario generale Carla Cantone, che ha chiesto una pena esemplare «perchè gli anziani, specialmente quelli non autosufficienti, non possono continuare ad essere vittime di ogni tipo di violenza sia essa fisica, psicologica o morale».
Dalla Spi parte, quindi, una proposta: «che le strutture residenziali siano aperte 24 ore su 24 a continui controlli, ai visitatori esterni e ai familiari degli ospiti perchè solo attraverso un’opera costante e accurata di vigilanza sarà possibile prevenire episodi tristi e aberranti come quello avvenuto a Sanremo».
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
LE TRUPPE LEGHISTE ORA LITIGANO SUL NOLEGGIO DEI BUS: PER ANDARE A SENTIRE BOSSI A MILANO BISOGNA PAGARE, PER RECARSI AD ASCOLTARE MARONI A VARESE INVECE SI VIAGGIA A SCROCCO.. IL CERCHIO MAGICO DISSEMINERA’ L’AUTOSTRADA DI CHIODI?
Maroni si può vedere gratis e Bossi no? 
Secondo indiscrezioni che infiltrano in ambiente leghista, le segreterie provinciali del Carroccio più vicine all’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, starebbero organizzando pullman gratuiti per andare al comizio dell’ex ministro domani a Varese.
Gli stessi pullman, invece, secondo voci interne al partito, sarebbero a pagamento nel caso della manifestazione indetta da Umberto Bossi – domenica 22 a Milano – contro le liberalizzazioni del governo Monti.
“Se la notizia venisse confermata, e spero di no – commenta un bossiano di ferro – il partito degli onesti che i maroniani pretenderebbero di incarnare partirebbe con il piede sbagliato”.
Insomma il problema è sempre chi paga.
Chi gestisce i conti all’estero fa pagare il viaggio ai militanti che vogliono assistere al comizio di Bossi a Milano, chi invece critica questa prassi finanziaria non spiega come si possa offrire il passaggio gratuitamente agli iscritti per andare a sentire Bobo a Varese.
La domanda che si pone il militante alle prese con le spese di di affitto della sezione e quelle di affissione è come mai in Lega girino tanti eurini senza mai vederne uno per le spese locali.
“Tanzania libera” è il grido di battaglia.
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
CONTRATTI A TEMPO, NESSUN RISPETTO DELLE REGOLE E MAESTRANZE STRANIERE PER I POSTI UMILI… MA CI SONO ANCHE ITALIANI A 900 EURO AL MESE
I dipendenti a bordo delle 25 navi della Costa Crociere sono in totale 18 mila.
“L’80% di loro ha meno di 40 anni e proviene da 70 paesi diversi”, dice l’azienda. Fatta eccezione per gli ufficiali, quasi tutti italiani e ben pagati, i membri dello staff sono per lo più giovani provenienti da Asia e da America Latina. I più numerosi sono i filippini, seguiti da indiani e indonesiani.
A loro vengono affidati i compiti più umili, come la pulizia delle camere o il lavaggio delle stoviglie.
Gli europei lavorano invece a contatto con il pubblico, dall’animazione all’accompagnamento turistico.
Funzionava così anche per i 1.026 membri dell’equipaggio della Concordia, tra cui c’erano 296 filippini, 202 indiani, 170 indonesiani e 144 italiani.
Le condizioni di lavoro?
Herbert Rodelas è un filippino di 28 anni sbarcato a novembre dalla Costa Magica. Lavora per la compagnia dal 2005 come uomo delle pulizie: “Il mio ultimo stipendio è stato di 547 dollari al mese. Lavoro in media 12 ore al giorno, sette giorni su sette”. Va un po’ meglio ai camerieri. Brijesh Patel, indiano, ha lavorato per Costa Crociere dal 2000 al 2007: “Lo stipendio iniziale era di 550 euro, ma con le mance capitava di raggiungere anche 1.500 euro”.
I ritmi di lavoro? “Dalle 12 alle 14 ore al giorno, sette su sette”.
Brijesh Patel è stato fortunato: il suo stipendio gli è sempre stato versato in euro.
“A febbraio del 2010”, racconta Herbert Rodelas, “la compagnia ha iniziato a pagare noi extracomunitari in dollari. Con un cambio uno a uno: quindi i miei 547 euro si sono trasformati in 547 dollari”.
Una perdita secca, a valori attuali, di circa 150 dollari al mese.
Proteste? “Nessuna, temevamo di perdere il posto”.
Già , perchè i contratti di lavoro sulle navi sono a tempo determinato, vanno dai quattro agli otto mesi.
E non esistono garanzie di rinnovo.
Anche gli europei non se la passano bene. Monica Lommi, 35 anni, è stata a bordo delle navi Costa come accompagnatrice turistica, posto per cui è richiesta la conoscenza di almeno tre lingue: “Lavoravo dalle 10 alle 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Così per tutti i sei mesi di contratto. Lo stipendio? 900 euro al mese”.
La legge italiana prevede che sulle navi da crociera non si possa lavorare in media più di 11 ore al giorno.
Leo Gaggiano, referente unitario della Cgil per il gruppo Costa Crociere, assicura che “i dipendenti della compagnia lavorano al massimo 10 ore, ogni settimana beneficiano di una giornata di pausa e le loro paghe sono superiori a quanto stabiliscono le organizzazioni internazionali”.
Tutti i lavoratori del gruppo contattati sostengono però un’altra versione.
Come Melissa Virdi, 30 anni, operatrice al front desk, compito per cui è richiesta la conoscenza scritta e orale di almeno quattro lingue: “Ero occupata sette giorni su sette, per almeno 12 ore al giorno, turni notturni compresi, e lo stipendio era di 700 euro al mese”.
Come è possibile? Il trucco lo spiega una manager che per Costa Crociere continua a lavorare e perciò preferisce l’anonimato: “Ogni 15 giorni dobbiamo inserire in un modulo elettronico le ore lavorate dai dipendenti del nostro ufficio. Il programma non permette però di riportare una media superiore alle 11 ore al giorno, quindi i dati ufficiali non sono reali”.
Ecco spiegata la bella vita di chi lavora sulle navi da crociera.
Gente che dorme in cabine da 6 metri quadri, da dividere in due, senza un oblò perchè quelli sono riservati ai clienti.
Gente che ci ha rimesso la vita davanti all’isola del Giglio.
È così, grazie all’abbattimento dei costi della manodopera, che i clienti possono permettersi crociere a prezzi abbordabili.
Anche in virtù di quei filippini bistrattati perchè incapaci di parlare italiano. D’altronde sarebbe difficile trovare migliaia di connazionali disposti a ricevere uno stipendio di 500 dollari al mese per una media di 84 ore lavorative a settimana.
E infatti, nonostante la maggioranza dei clienti sia italiana, parlare la nostra lingua non è indispensabile per lavorare sulle navi della Costa.
Il requisito fondamentale è la conoscenza basilare dell’inglese.
Su una cosa i dipendenti tengono però a fare chiarezza: la preparazione alle emergenze.
Tutti i lavoratori prima di imbarcarsi devono sostenere a spese proprie (500 euro) il Basic Safety Training, un corso di tre giorni in cui vengono addestrati alle tecniche antincendio, al salvataggio in mare e alle operazioni di primo soccorso.
A ciò si aggiungono le simulazioni di abbandono nave: procedure che ogni lavoratore deve svolgere una volta iniziato l’imbarco.
Sono le stesse esercitazioni che i passeggeri saliti a Civitavecchia avrebbero svolto sabato, a 24 ore dall’inizio della crociera, proprio come prevede la legge.
Stefano Vergine
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
“QUELLA NOTTE HO PIANTO…ORA DIMENTICATEVI DI ME, HO BISOGNO DI SILENZIO PER CAPIRE SE C’E’ ANCORA UNA SOLA POSSIBILITA’ DI TROVARE QUALCUNO VIVO. PERCHE’ IL MIO MESTIERE E’ SOCCORRERE”
Capita di essere o diventare quello che forse si è ma che non si vuole essere. Neppure per il
breve spazio di un giorno. Un eroe.
“Gesù, che ho fatto di straordinario? Io ho fatto solo il mio dovere. Quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo, donna, marinaio al mio posto quella notte”.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, classe 1964, ha la cantilena dolce di chi è nato a Napoli ed è cresciuto a Ischia. “Sant’Angelo di Ischia. Ci tengo”.
Ed è l’unica civetteria di un uomo che non dorme da quattro giorni, con le gote traslucide della pomata che serve a mare per evitare che la pelle si spacchi per il freddo e il sole.
“Comandante, comandante c’è un mayday” lo richiama una sorridente sottocapo della Guardia costiera. Lui si gira di scatto: “Ma che dici?”. E lei ridendo: “Sono le sue figlie, vorrebbero sapere se è ancora vivo, e soprattutto dov’è”.
Maria Rosaria e Carla hanno 12 e 5 anni e con la madre, Raffaella sono il suo mondo. Alloggiano con lui in una delle foresterie della guardia costiera di Livorno dove lui, Gregorio, è arrivato nel 2005, come capo della sezione operativa.
Arrivava da tre anni di comando della Capitaneria di porto di Santa Margherita Ligure e, prima di allora, da Genova e Mazzara Del Vallo.
Le sue prime destinazioni, dopo il concorso in Guardia costiera nel 1994, l’accademia a Livorno e una laurea in giurisprudenza da fuori sede alla statale di Milano.
Una prima volta per una famiglia (Gregorio, il fratello Domenico e la sorella Ines) che di marinai non ne aveva mai avuti.
Facebook e ogni genere di social network si scambiano da ore gli audio delle sue conversazioni con il comandante Francesco Schettino come fossero la metafora epica della lotta tra eroismo e codardia.
In un curioso incrocio di destini in cui l’eroe e il codardo parlano lo stesso dolce dialetto, il napoletano. Epperò come spesso accade, la furia lucida e indignata di quella notte di questo capitano di fregata – “Glielo ordino torni a bordo di quella nave, cazzo” – non rende ragione di un’indole.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, da venerdì notte piange.
Ha pianto all’alba di sabato 14 quando ha avuto chiaro che nel ventre della balena ferita erano rimasti donne, uomini forse bambini.
Ha pianto di rabbia – come conferma uno dei suoi superiori – mordendosi il labbro inferiore pensando alla irragionevole “disumanità ” di un altro comandante che dà le spalle a chi gridando viene inghiottito dall’acqua gelida.
“È vero sì, piango, mi capita di piangere, non credo sia una debolezza. L’umanità non è una debolezza”.
“Vi posso chiedere un favore? Dimenticatevi di me. Smettete di parlare di me. L’eroe non sono io”.
Eppure, l’intuizione che sulla Concordia stava succedendo qualcosa…
“L’intuizione? L’eroe è il mio sottocapo Alessandro Tosi, è lui che ha capito tutto quella notte. È lui che alle 22,07 guardando un puntino verde su un monitor senza sapere nulla che non fosse una telefonata dai carabinieri di Prato mi ha detto, “comandante, quella nave da crociera va troppo piano, 6 nodi… che ci fa a 6 nodi e a rotta invertita la Concordia? Comandante, chiamiamoli. Lì c’è un guaio”.
Capite chi è l’eroe?”. Sì ma… “Sì ma niente. Un altro eroe? Sapete chi ha salvato quasi tutte le persone quella notte dopo che il comandante aveva abbandonato la nave? Un ragazzo meraviglioso del nostro elisoccorso. Marco Savastano. È questo il nome che dovete scrivere. E dovreste fare una pagina di soli nomi di marinai della Guardia costiera, della Marina militare, della Finanza, dei carabinieri, dei vigili del fuoco, della Protezione civile, che quella notte hanno dimenticato se stessi per gli altri. Savastano, dicevo. Lo hanno calato su quella nave al buio, con una muta invernale e un palmare, non una radio, non un filo con noi. Si è buttato a capofitto lì dentro senza pensare alla sua vita ma a quella di chi cercava di salvare. Si muoveva in un ambiente che non conosceva, tra suppellettili sfasciate, acqua, passeggeri che gridavano al buio. Chi è l’eroe? Io che strillavo con Schettino o lui, che ascoltava le urla di supplica di quelli che volevano essere salvati e non capivano perchè perdeva tempo ad imbracare alle barelle spinali i feriti più gravi da tirare su con l’elisoccorso?”.
Ascoltando De Falco capisci perchè, quando chiedi di lui in caserma, di come sia la vita in questo parallelepipedo color ocra, casa della Guardia costiera, che guarda il mare di Livorno ti rispondono che il comandante de Falco “è l’ufficiale più generoso, l’uomo più disponibile della nostra piccola famiglia”.
E capisci anche perchè, in queste ore, ripeta come un mantra una sola richiesta: “Io ora ho bisogno di silenzio”.
Per dormire? “Per lavorare. Per capire cosa è accaduto e se c’è ancora solo una possibilità di trovare qualcuno vivo, perchè il mio mestiere è questo, soccorrere. Per questo quella notte urlavo”.
De Falco saluta. Nella mano destra ha un sacchettino che tiene stretto. Cos’è? “Un regalo di due amici. Me l’hanno portato stamattina dicendo che mi volevano ringraziare per quello che ho fatto. È un libro, la biografia di Steve Jobs. Non so quando potrò cominciare a leggerlo. Magari comincerà mia moglie. Buon lavoro”
Carlo Bonimi e Marco Mensurati
(da “La Repubblica”).
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
RISALE AL LONTANO MARZO 2002, ALTRO CHE GESTIONE DEMOCRATICA DEL PARTITO…ORA MARONI CHIEDE UN CONGRESSO, MEGLIO TARDI CHE MAI: MA DOVE E’ STATO IN QUESTI DIECI ANNI?
Può sembrare di dubbio gusto ricordarlo proprio in questi giorni, ma l’ultimo che si svolse dall’1
al 3 marzo 2002 al Filaforum di Assago, resta impresso nella memoria dei pochi che ancora la coltivano come “il congresso della nave”, e non solo perchè Bossi lo aprì proclamando: “Finalmente la virata è conclusa, adesso la nave è pronta a lanciarsi in mare con una rotta ben chiara e una direzione sicura”.
Come sfondo congressuale c’era inizialmente un biondo guerrieriero celtico, ma a tal punto muscoloso da richiamare certa iconografia gay (e l’apprezzamento del presidente dell’Arci-gay Grillini).
Fatto sta che dopo il discorso marinaro del Senatùr il guerriero fu fatto sloggiare e al suo posto sopra il podio arrivò un bastimento tirato da un rimorchiatore con la scritta “Stiamo girando la nave!”
Al congresso venne applaudito Berlusconi, che recava un messaggio di Mamma Rosa in dialetto milanese, e fu fischiato il rappresentante dell’Udc.
Il trentino Boso si presentò invano alla carica di presidente, la cui durata nel nuovo statuto non avrebbe dovuto superare un anno.
Bossi ebbe anche modo di maltrattare un militante che aveva pronunciato la parola “governance” e caldeggiò un ricambio generazionale (”Sta arrivando il momento di mettere i giovani”) lasciando intendere, invero in modo piuttosto approssimativo, che di lì a poco si sarebbe anche potuto ritirare.
Il congresso lo scongiurò a rimanere al suo posto, con il che la democrazia leghista ebbe il proprio compimento.
Chiamato sul palco insieme ad altri giovanissimi atleti, ricevette una medaglia l’allora quattordicenne Renzo Bossi, distintosi in alcune gare.
Comprensibilmente orgoglioso, papà Umberto sottolineò che aveva gareggiato “nonostante fosse stato affetto da influenza nei giorni scorsi”.
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
MOLTE DELLE ABITAZIONI CONFISCATE RESTANO ABBANDONATE: NEL 30% DEI CASI LA BUROCRAZIA BLOCCA O ALLUNGA A DISMISURA I TEMPI
Le ville dei boss le riconosci subito. Sono concepite e costruite nel segno dell’ostentazione.
Abbondano tutte di colonnati, marmi, capitelli, archi. Alcune sembrano rivisitazioni trash del Partenone.
All’interno non manca quasi mai la vasca idromassaggio, il camino, scalinate ricoperte di marmo pregiato e ogni tipo di fregio.
Poi c’è il bunker nascosto da qualche parte. Si entra da una botola e si va sotto terra.
uella di Francesco Schiavone detto “Cicciariello”, cugino e omonimo del più famoso Sandokan, capo dei casalesi, non si discosta troppo.
Ma in via Bologna ce ne sono una dietro l’altra. Alcuni la chiamano “la via degli Schiavone”. Praticamente c’è tutta la famiglia. O meglio, c’era.
Molte di queste abitazioni lo Stato le ha confiscate o lo sta per fare.
Ma poi restano abbandonate. Ed è peggio che se ci abitasse ancora il boss.
La villa di Cicciariello doveva diventare un asilo nido. La regione Campania aveva concesso anche il finanziamento. Da sei mesi è tutto fermo.
La società Agrorinasce che si occupa del recupero del beni sottratti alla camorra è in attesa di un certificato: una perizia sismica.
Da sei mesi l’ufficio del Genio civile – che dipende sempre dalla Regione Campania – non ha istruito nemmeno la pratica.
Intanto gli affiliati al clan hanno vandalizzato tutto. Distrutto il mobilio, sventrato porte e finestre, incendiato la cucina, sradicato le piante nel giardino.
Così, non solo lo rendono inutilizzabile, ma moltiplicano i costi per lo Stato che deve recuperarlo.
Secondo l’Agenzia nazionale dei beni confiscati nel 30 % dei casi la burocrazia blocca o allunga a dismisura i tempi di consegna degli immobili confiscati (a causa di ipoteche sul bene, comproprietà di quote, azioni giudiziarie, etc).
Un caso emblematico è quello della “masseria degli Schiavone” a Santa Maria la Fossa.
E’ un’area di 220 ettari, appartenuta alla Cirio.
Prima della confisca ci lavoravano 800 persone ma oggi è un paesaggio spettrale.
Gli eredi del boss hanno messo in campo i migliori avvocati per tentare la revoca della confisca.
In pratica accusano lo Stato di procedere senza averne titolo.
«Il paradosso è che dopo circa un anno di attesa, un giudice è cambiato e ora bisogna rifare tutto daccapo» dice sconsolato Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce.
In altri casi, per ritardare l’assegnazione, è bastato che alcuni tecnici comunali facessero una errata o imprecisa individuazione del bene da confiscare.
Ma non sempre è merito degli avvocati del clan. Molto spesso è lo Stato a complicarsi la vita. Con situazioni che rasentano il ridicolo.
A Casapesenna c’è una bellissima villa a tre piani.
Apparteneva a Vincenzo Zagaria, altro camorrista in galera.
Da 20 anni è abbandonata perchè – sembra incredibile – i magistrati inserirono nel dispositivo di confisca solo il fabbricato e non il giardino circostante.
Per il Tribunale, infatti, il fabbricato risulta essere il frutto di attività illecita ma non il terreno su cui nasce, intestato ai genitori.
Oggi per accedere alla casa occorre chiedere il permesso ai familiari del boss. Che naturalmente lo negano.
La percentuale dei beni abbandonati sale se si aggiungono quelli consegnati ma che lo Stato non riesce a utilizzare per mancanza di soldi.
Poco distante da quella di Sandokan, c’è la villa di Luigi Venosa, altro boss condannato all’ergastolo. La confisca risale a circa 12 anni fa.
Ci sono voluti 5 anni solo per trovare un finanziamento (in questo caso è intervenuto il ministero dell’Interno).
Nel frattempo hanno portato via i pavimenti, le finestre, le ringhiere e persino le piastrelle della cucina.
Tutta la trafila che va dal sequesto all’assegnazione da parte dei comuni può durare dai 10 ai 15 anni.
Dopodichè arrivano alle cooperative specializzate nella riconversione dei beni mafiosi.
Che riescono a compiere veri e propri miracoli. Proprio accanto a un terreno confiscato e abbandonato, un gruppo di ragazzi ha fatto nascere le terre di don Peppe Diana. Tutto è coltivato e produttivo.
Un’insegna colorata dice che lì la burocrazia e la camorra hanno perso.
Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera”)
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