Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL SEGRETARIO LOMBARDO GIORGETTI… CONTINUA LO SCONTRO TRA BOSSI E MARONI
«Mi dimetto». Umberto Bossi ha accusato il colpo. 
Dopo la «fatwa», poi rientrata, contro Roberto Maroni, nella tarda mattinata di ieri, in via Bellerio, in molti riferiscono di aver sentito l’inaudito, il «Capo» che parla di passi indietro: «Il partito non è più con me».
Un umore crepuscolare che, va detto subito, non supera l’ora di pranzo.
Nel pomeriggio il leader leghista ha già cambiato attitudine e vede, tutti insieme, Giancarlo Giorgetti – già da lui definito «il mediatore confusionale» – e i «tre Roberti»: Calderoli, Cota e soprattutto lui, Roberto Maroni.
Anche qui, è vero, il capo padano dice di essere rimasto colpito dalle reazioni della base agli ultimi eventi.
Tutti i presenti gli confermano che nessuno ha mai messo in discussione il suo ruolo, che la fiducia in lui è intatta.
Ma anche che alcuni problemi non possono più essere tenuti sottotraccia.
La sostanza del discorso dei maroniani è ben sintetizzata da uno dei dirigenti leghisti più vicini all’ex ministro dell’Interno, il bergamasco Giacomo Stucchi: «Nessuno mette in dubbio Bossi, ma i suoi consiglieri sì».
Secondo il deputato, «il problema non è chi sta o chi non sta con Bossi, perchè il partito è Bossi. La base chiede che al fianco del leader ci sia chi è legittimato dal basso».
Di più: «Ruoli che vanno ricoperti da persone come Maroni, Calderoli, Cota, Giorgetti e non da chi se ne appropria e basta. La nostra gente non vede di buon occhio il Cerchio magico».
Bossi recepisce, ma non promette nulla.
Mostra, semmai, di volersi gettare tutto quanto dietro le spalle senza troppo approfondire.
E propone che tutti i presenti, lui escluso, vadano di fronte ai microfoni di Radio Padania per interpretare, una volta di più, l’eterna ammuina della Lega graniticamente unita.
Ma così non è stato.
Secondo un amico di lunga data di Maroni, che ieri mattina ha raggiunto quota 320 inviti a manifestazioni pubbliche, ora l’ex ministro dell’Interno vuole un segnale.
Il sospetto, che i sostenitori del «clan di Gemonio» non fanno nulla per allontanare, è che la retromarcia di Bossi sia stata semplicemente una mossa tattica per evitare clamorose contestazioni alla manifestazione di domenica prossima contro il «governo ladro».
La barra dei «barbari sognatori», i sostenitori di Roberto Maroni, punta diritta ai congressi.
Già alcune circoscrizioni, a partire da domenica scorsa, hanno approvato mozioni in tal senso e in tutta la Lombardia ci si attendono pronunciamenti analoghi almeno dall’80% delle segreterie.
Ma l’altro appuntamento che sta alzando l’adrenalina all’interno del Carroccio è il «Maroni day» di domani sera a Varese.
La manifestazione ieri mattina è stata spostata in una sala più capiente.
Probabilmente Bossi non ci sarà , e altrettanto probabilmente Roberto Maroni terrà un discorso molto netto «sulla Lega degli onesti, su casa nostra, sul nostro territorio», come riferisce un deputato.
Mentre l’appuntamento degli appuntamenti è per domenica.
A dispetto della fragile tregua siglata tra i leader del Carroccio, resta comunque un appuntamento ad alto rischio.
In cui è difficile che i più ardenti sostenitori dell’ex ministro rinuncino a portare in piazza del Duomo il loro tifo.
Dal fronte opposto, la risposta è netta: «Se andrà così, finisce a botte».
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IN ESCLUSIVA LE TRE TELEFONATE TRA GLI UFFICIALI DI TERRA E FRANCESCO SCHETTINO… IL CAPITANO DEL “CONCORDIA” RISPONDE CHE SAREBBE TORNATO SULLA NAVE, INVECE RAGGIUNGE IL MOLO E PRENDE UN TAXI
“La nave era ingovernabile, è finita in quella secca solo per un puro caso. Naufragio? E’ improprio, più corretto parlare di ammutinamento”.
Questo perchè prima della dichiarazione di abbandono della nave erano già partite da 15 minuti le operazioni di evacuazione.
Ma soprattutto perchè una volta abbandonata la nave il comandante della nave ha disobbedito a ordini di superiori che gli dicevano di tornare a bordo.
A confermarlo è la stessa Capitaneria di Porto di Livorno che ha registrato le telefonate tra la sala operativa e il comandante della nave che era sceso, praticamente prima ancora che iniziasse la vera e propria evacuazione.
Il fattoquotidiano.it è riuscito a venire in possesso delle comunicazioni via radio con la nave e le tre telefonate che sono intercorse tra la Capitaneria e il comandante del Concordia Francesco Schettino.
Via radio, poco prima che la nave affondasse, per due volte, la capitaneria si è messa in contatto con la plancia di comando.
“Concordia, è tutto ok?”. “Positivo”, rispondono dalla nave, abbiamo solo un piccolo guasto tecnico.
Erano le 21.49, e il Concordia era già sulla secca dove si trova adesso.
Cinque minuti dopo, la sala operativa di Livorno sollecita ancora una volta il Concordia: lo fanno perchè i carabinieri di Prato gli riferiscono il contatto con un passeggero che parla di problemi e pronuncia la parola naufragio.
“Concordia, chiediamo se da voi è tutto ok”, è ancora la domanda del comandante di turno.
“Solo un problema tecnico”. “Ci comunicate la vostra posizione?”.
“Abbiamo solo un problema tecnico e non siamo in grado, ma appena risolto vi comunichiamo noi”.
Da quel momento in poi tutte le chiamate verso il Concordia, via radio, resteranno senza risposta, l’equipaggio è sulle scialuppe e non è in grado di rispondere.
Alle 0.32 il comandante e già sullo scoglio. “Quante persone ci sono a bordo?”. Risposta: “Due, trecento”.
La nave è in realtà piena, sono in 4200, tra passeggeri e equipaggio.
Sono trascorsi 40 minuti dall’ordine di evacuazione. “Torno sul ponte, vado a vedere”. Alle 0.42 una seconda telefonata, in cui la capitaneria chiede: “Quanta gente deve scendere”. “Ho chiamato l’armatore e mi dicono che mancano una quarantina di persone”.
Il comandante dei vigili del fuoco di Grosseto dirà al Procuratore che in quel momento il comandante è sugli scogli insieme ad altri ufficiali.
“Com’è possibile così poche persone? Ma lei è a bordo?”.
“No, non sono a bordo perchè la nave sta appoppando, l’abbiamo abbandonata”.
“Ma come, ha abbandonato la nave?”, chiede la Guardia Costiera.
“No, ma che abbandonata, sono qui”.
All’1.46 la terza telefonata, quella più concitata. In un crescendo di toni.
“Parlo con il comandante?”, dice l’ufficiale della Capitaneria.
Dopo qualche secondo di pausa. “Sì, sono il comandante. Si sono Schettino”.
“Allora, lei adesso torna a bordo, risale la bigaccina (scaletta, ndr.) e torna a prua e coordina i lavori”.
Lui sta in silenzio.
L’ufficiale insiste. “Lei mi deve dire quante persone ci sono, quanti passeggeri, donne e bambini e lì coordina i soccorsi”.
Lui: “Sono a bordo…. ma sono qui”.
“Comandante questo è un ordine, adesso comando io, lei ha dichiarato l’abbandono della nave e va a coordinare i soccorsi a prua. Ci sono già dei cadaveri”, dice l’ufficiale da Livorno.
Schettino alla parola cadaveri chiede: “Quanti?”.
Dall’altro capo: “Dovrebbe dirmelo lei. Cosa vuole fare, vuole andare a casa? Lei ora torna sopra e mi dice cosa si può fare, quante persone ci sono, e di cosa hanno bisogno”.
“Va bene, sto andando”.
Ma a quel punto il comandante raggiunge il molo del Giglio e sale su un taxi.
Emiliano Liuzzi e Diego Pretini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO AFFRONTA IL TEMA DEL VOTO SUL SUO ARRESTO: “UMBERTO, NON FINIRO’ MAI DI RINGRAZIARTI”
Nicola Cosentino non smetterà mai di essere grato a Umberto Bossi perchè, grazie ai voti
di parte della Lega, l’aula della camera lo ha salvato dal carcere, bocciando la richiesta di arresto avanzata nei suoi confronti dai pm di Napoli.
Il deputato del Pdl si lascia andare a un calorosissimo ringraziamento credendo di parlare al telefono con il leader del carroccio e ignaro del fatto che si tratti invece di uno scherzo messo in piedi dalla trasmissione ‘La Zanzara’ su Radio 24.
In diretta, un ‘finto’ Bossi chiama l’ex coordinatore del pdl in Campania: “Nicola, sono Bossi”.
E Cosentino subito parte: “Non finirò mai di ringraziarti perchè sei stato decisivo per evitare una zozzeria che stavano portando su di me e sul Pdl Campania. Ti sono grato per la vita. Questo lo devi sapere. Era inopportuno ringraziarti pubblicamente. Ho detto anche al presidente Berlusconi che sono contentissimo e ti ringrazio per la vita. Dimostrerò la mia totale estraneità a tutte queste porcate. Per vent’anni ha governato sempre la sinistra, siamo sempre stati all’opposizione e vogliono colpire il cambiamento perchè da un anno che stiamo al governo”.
“Loro hanno generato questo sistema, un sistema di clientela, di sprechi: sotto la loro amministrazione sono state sciolte 60 amministrazioni comunali per infiltrazioni della camorra. Tutti i sindaci della sinistra e nessuno qui dice nulla. Nè la stampa, nè la magistratura. Nessuno. Vogliono colpirmi, colpire politicamente il pdl, io sono soltanto uno strumento. Vogliono colpire il centrodestra perchè da un anno è al governo della regione”.
Il deputato Pdl non risparmia le critiche a Roberto Maroni che invece si era dichiarato favorevole all’arresto: “Ogni volta che è venuto, io l’ho sempre difeso, l’ho difeso ovunque. Sulla tua legge sull’immigrazione (Bossi-Fini) mentre i magistrati compreso quello che ha giudicato me, invitavano alla disobbedienza civile, io difendevo il provvedimento nelle piazze, io difendevo il provvedimento nelle piazze. Con me ha sempre avuto un rapporto cordiale. Poi lui lo sa come funzionano queste cose in Campania. Da lui non me lo aspettavo proprio. Non me lo aspettavo. Ti mando un bacio grande grande grande ciao grazie grazie grazie”.
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 700 I TELEFONINI DISTRIBUITI CON CREDITO ILLIMITATO AI 90 DEPUTATI REGIONALI SICILIANI NEL 2001… NESSUNO DI LORO LI HA MAI RESTITUITI A FINE MANDATO E MOLTI DEPUTATI AVEVANO PURE DATO INDIRIZZI FALSI PER EVITARE DI PAGARE LE BOLLETTE
Qualcuno ha comunicato un cognome falso alla Tim. Oppure, una strada che nemmeno esiste a Palermo.
Qualcuno ha saltato persino qualche cifra del suo conto bancario.
Così, 80 persone che hanno in tasca il telefonino con la superconvenzione agevolata dell’Assemblea regionale siciliana non pagano da anni la bolletta del telefono. Probabilmente, c’è anche qualche ex deputato fra i titolari dei cellulari fantasma sui cui adesso indaga la Procura della Repubblica, ipotizzando il reato di truffa, commessa nei confronti del gestore telefonico
Tre anni fa, come anticipato ieri da Repubblica, la Tim aveva chiesto conto e ragione di un buco di 316 mila euro all’assemblea regionale siciliana.
Ma i vertici dell’Ars si sono ben guardati dal pagare: “Non abbiamo sborsato un solo euro”, ha detto ieri il presidente Francesco Cascio, che nel 2008, davanti a quella maxi richiesta di risarcimento della Tim ha deciso che bisognava mettere ordine in un sistema in cui dal 2001 c’era stata sin troppa confusione: sulla carta, era una semplice convenzione, come quella di tante aziende, quella che consentiva ai deputati di avere un telefonino e una scheda a prezzi agevolati.
Restava inteso che il traffico telefonico l’avrebbero dovuto pagare gli utilizzatori della scheda, circa 700 persone.
Sì, perchè le schede telefoniche “privilegiate” dell’Ars, dal 2001 in poi, hanno permesso dialoghi low-cost non solo ai deputati dell’Assemblea, ma anche ai dipendenti e poi a uno stuolo di amici, segretarie, portaborse dei politici: il senatore Vladimiro Crisafulli, allora vicepresidente di Palazzo dei Normanni, ne aveva intestate 11.
Santi Formica, uno dei “big” di An del Messinese (oggi Pdl) poteva disporne di 9.
E l’ex carabiniere Antonio Borzacchelli, il parlamentare dell’Udc poi condannato a 8 anni per corruzione, ne possedeva sette.
Anche deputati nazionali e senatori erano titolari delle vantaggiose schede convenzionate dell’Ars: negli elenchi finiti in mano agli inquirenti ci sono i nomi del sindaco di Palermo Diego Cammarata, che dal 2001 al 2006 sedeva alla Camera, come di Mario Ferrara, che tuttora ha uno scranno a Palazzo Madama.
Il sindaco, attraverso il suo portavoce, ricorda: “È vero, avevo una scheda telefonica dell’Ars: non ricordo da chi mi fu fornita. Ma ho sempre pagato regolarmente la bolletta”, fa sapere il sindaco attraverso il suo portavoce.
Di certo le tariffe, almeno nel 2002, erano allettanti: un abbonamento gratis, lo sconto dell’82 per cento sul prezzo di noleggio del cellulare, e un costo del traffico da cinque centesimi al minuto verso altri telefonini Tim, 15 nel caso di chiamate verso altri operatori. Inizialmente, la Tim inviava periodicamente un’unica bolletta all’Assemblea regionale, che poi provvedeva a trattenere le somme dalle buste paga dei deputati.
Nel 2004, qualcuno si accorse che il numero delle schede era cresciuto a dismisura e che la contabilità cominciava ad essere un po’ confusa.
Così, l’Ars chiese agli utilizzatori dei cellulari di intestarsi i contratti.
Da quel momento in poi, in una situazione di “disordine contabile e amministrativo” raccontata il 13 maggio scorso ai carabinieri e ai magistrati dal capo dell’ufficio informatico dell’Ars Gaetano Savona, la Tim ha cominciato ad accumulare un credito via via crescente.
Fino a una somma di 316 mila euro: fra i “morosi” gli attuali senatori Salvo Fleres e Sebastiano Burgaretta oltre all’ex governatore Totò Cuffaro.
Le fatture contestate si riferiscono per lo più a piccole somme, inferiori a cento euro, e riguardano non solo il traffico telefonico: dentro, ci sono pagamenti non effettuati per servizi wap e sms interattivi.
Accanto a disguidi e ritardi, la “furbata” di un’ottantina di persone divenute irreperibili che, secondo i magistrati, disporrebbero ancora delle vecchie sim e le utilizzerebbero senza pagare alcunchè.
Fra loro, potrebbe esserci qualche politico.
Un comportamento che configurerebbe il reato di truffa ma in un rapporto fra privati – gli utenti – e la Tim.
Visto che l’Ars, dopo avere presentato ampia documentazione, ha dimostrato che il debito della Tim è da attribuire ai singoli possessori delle schede: è quanto risulta dal verbale di una riunione tra Savona e due dirigenti dell’azienda telefonica, risalente al giugno del 2010.
“Abbiamo fatto presente all’azienda che si doveva rivalere sugli intestatari delle schede e non sull’amministrazione e la vicenda si è poi chiusa senza nessun esborso dell’Ars”, afferma ancora Savona.
Negli ultimi anni è cambiato il sistema di “copertura” delle spese telefoniche dei deputati dell’Assemblea: i parlamentari regionali dispongono oggi di una somma annua di 4.150 euro inclusi i servizi di connettività .
Ed entro quel budget devono muoversi, scegliendo da soli contratti e gestori. Intanto, le spese per i telefonini di servizio, concessi a dipendenti e dirigenti degli uffici, si sono ridotte, passando dagli 8.270 euro del 2010 ai 7.156 del 2011.
Ma sulla vecchia convenzione, e sui beneficiari-fantasma, rimangono accesi i riflettori della magistratura.
Emanuele Lauria e Salvo Palazzolo
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
ROMA E’ TAPPEZZATA DI MANIFESTI ENIGMATICI: “CONOSCI FARUK?”, “CONOSCI EVA?”… MA I RISULTATI SONO SCARSI E CONTROPRODUCENTI
Sinistra e marketing sembra proprio che non siano in grado di andare d’accordo. 
L’ultimo caso in ordine di tempo è rappresentato dalla campagna per il tesseramento del Pd. Non solo un flop per i risultati raggiunti, ma anche un pericoloso boomerang a livello di immagine.
I fatti: da almeno una decina di giorni la città è tappezzata di manifesti monocolore di diversi tipi: verdi, viola, celesti, rossi.
E con una domanda: “Conosci Faruk?”; oppure, “conosci Eva?”, e così altre tre nomi e un finale “conosci i miei?”.
In fondo nessuna dicitura, a parte quella di un gruppo Facebook.
In cui – avranno pensato gli ideatori della campagna virale – i curiosi si sarebbero dovuti iscrivere in massa per capire di cosa si trattasse.
Ma anche lì, una volta messo “mi piace”, si intuisce ben poco: «Eva, Faruk, Luciano e Serena. Hanno passioni diverse, ma una cosa in comune? Cosa?». Ah, saperlo.
La “scoperta”.
Che ci fosse dietro il Pd lo si è capito ufficiosamente nei giorni scorsi, visto che sul profilo di Pier Luigi Bersani era stato pubblicato uno di quei manifesti.
Aveva fatto la stessa cosa il responsabile della comunicazione nazionale del partito, Stefano Di Traglia.
Due indizi del genere fanno quasi una prova.
Qualcuno ipotizzava una campagna giovane e sbarazzina per la cittadinanza.
Solo voci ma ancora nessuna certezza.
Fino a quando Cristiana Alicata, giovane dirigente del Pd del Lazio, scrive un articolo di fuoco sul sito iMille 1 e racconta: “Mi avvicino ai manifesti, non hanno il committente, solo l’indicazione della tipografia. Chiedo di nuovo, soprattutto quando trovo su via Portuense il ponte della ferrovia che di solito è il luogo dell’abusivismo di destra quanto ai manifesti. E scopro. E non volevo scoprirlo. O meglio. Poteva essere anche una leggerezza quella dei manifesti e allora sarebbe stato meglio chiedere scusa. Invece niente. Scopro che è la campagna di tesseramento nazionale del Pd. È la campagna di tesseramento del più grande partito del centro-sinistra. Il mio”.
Flop. Nonostante le migliaia di affissioni – buona parte abusive – il gruppo sul social network ha fatto registrare sui 300 iscritti.
Una miseria, considerata soprattutto la “potenza di fuoco” della campagna.
In compenso, la bacheca di facebook.com/imiei 2 è piena di commenti.
Tutti (o quasi) di protesta.
Come scrive impietoso Enrico, “se il target di questa campagna è la romanità markettara gonfia di critiche e vuota di idee l’obiettivo mi sembra raggiunto”.
Secondo Giovanna, una “trovata assolutamente stupida. Se mi fosse mai venuto in mente di tesserarmi avrei certamente desistito dall’intento. Per fortuna non ho queste fantasie”. La domanda di Gianfranco è un’altra: “Conoscete chi tappezza e insudicia i muri a Roma?”.
Essendo una campagna virale, dal partito sulla faccenda c’è riserbo.
Ma è il segreto di Pulcinella ormai.
E la Alicata a Repubblica spiega come sia “incredibile che un partito come il nostro che vuol essere trasparente, per la legalità e contro l’evasione faccia i manifesti abusivi, senza pagare la tassa comunale”.
E questo a prescindere del deludente risultato dell’operazione, aggiunge.
Perchè poi le affissioni abusive?
La risposta dei compagni di partito sarebbe stata “‘così fan tutti’. E non è vero – dice ancora la dirigente democratica – dentro questo partito ci sono altri esempi, molto diversi e molto migliori”.
Al post della Alicata sono arrivati invece i commenti di altri simpatizzanti.
Stefano scrive che una campagna del genere rappresenta “l’effetto di avere un segretario e un gruppo dirigente nazionale che considera la comunicazione distinta dalla politica e solo carta da pacchi per incartare la politica stessa”.
Ma c’è, infine, anche chi prova a essere più pragmatico, come Gianni: “Le critiche svenevole e fighette alla comunicazione del Pd fanno lo stesso effetto delle barzellette di Berlusconi: sembrano venire da un epoca lontana, un po’ triste, della quale nessuno ha nostalgia”.
Matteo Pucciarelli
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
CONCESSIONI DI QUATTRO ANNI, POI CHIUNQUE POTRA’ PARTECIPARE ALLA GARA… LA NOTIZIA FA ARRABBIARE LA COOPERATIVA DEI PROPRIETARI
Addio vecchie spiagge, addio.
Il refrain non lo vogliono proprio cantare questi bagnini romagnoli.
“Guardatevi intorno — ti dicono in mezzo agli stabilimenti imballati in questo assolato e freddo pomeriggio d’inverno — chi pensate che abbia fatto la fortuna di questa terra dove il mare non è bello come da altre parti?”.
C’è tensione alla Cooperativa bagnini, 200 associati.
Un numero che ne fa una potenza in una cittadina di 30 mila abitanti che dalle località di Milano Marittima, giù fino al confine con Cesenatico, in piena stagione conta 500 mila turisti.
Oggi alla riunione con un gruppo di soci il presidente parla in un’assemblea delle notizie poco incoraggianti per la categoria che arrivano da Roma.
“Dobbiamo far capire a Monti che con queste liberalizzazioni magari lo Stato guadagna un po’ di più dalle aste, ma poi al consumatore finale i costi potrebbero aumentare”.
Proprio giovedì nelle bozze del pacchetto liberalizzazioni uscito da Palazzo Chigi, all’articolo 26 si parla esplicitamente del capitolo stabilimenti balneari.
“In conformità alla normativa dell’Unione europea — recita la bozza dell’esecutivo — a tutela della concorrenza, la selezione del concessionario sui beni del demanio marittimo avviene attraverso procedure ad evidenza pubblica trasparenti, competitive e debitamente pubblicizzate, secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. A favore dei precedenti concessionari è riconosciuto un diritto di prelazione, ove adeguino la propria offerta a quella presentata dal concorrente risultato vincitore della procedura”.
Poi la bozza dell’esecutivo prosegue: “Le concessioni non possono avere durata superiore a quattro anni e non possono essere automaticamente prorogate. In ogni caso, per il rinnovo si ricorre a nuove procedure competitive”.
È la concorrenza, bellezza. “Nessuno nega che lo Stato riesca a fare più cassa, e ce n’è bisogno, ma in questo modo si fa un danno enorme ai consumatori”, spiega il presidente della cooperativa della cittadina romagnola, Danilo Piraccini.
Ci tengono a non passare per una casta privilegiata questi bagnini.
Le cronache degli ultimi anni hanno visto la categoria spesso al centro di polemiche proprio per le lunghe concessioni (spesso pluridecennali) e affidate senza gara.
Poi c’è la storia dei canoni, poche migliaia di euro versati allo Stato per interi pezzi di spiaggia: “Sì, lo ammettiamo forse i canoni sono bassi, ma riusciamo a tenere i prezzi bassi grazie a questi canoni. Se domani arriva uno che offre 100 mila euro l’anno poi quell’investimento lo dovrà recuperare sulle spalle dei turisti e sui listini dei servizi di spiagge”.
E poi c’è la paura delle grandi aziende che potrebbero arrivare, prendere più bagni e formare una sorta di oligopolio, magari sollevando i prezzi per guadagnare “tutto e subito” e ripagarsi dei canoni più alti pagati.
“Abbiamo un accesso libero alla battigia, una serie di servizi che vendiamo agli alberghi a 7-8 euro e a un po’ di più ai privati. I prezzi sono bassi e la concorrenza c’è già ”, dice Piraccini. “Qualsiasi legge europea non può mirare a distruggere i posti di lavoro”.
Sulla questione delle lunghe concessioni poi, Piraccini si difende: “Qui a Cervia abbiamo una rotazione media ogni 12 anni e chiunque può comprare una licenza, non è vero che ci si blocca. Ogni anno il 10-15 % degli imprenditori balneari cambia, vende o compra”.
Sono i quattro anni di concessione a spaventare.
Secondo chi guida gli stabilimenti balneari nessuno farebbe un investimento per soli quattro anni col rischio poi di dovere smantellare tutte le strutture, dai casotti ai chioschi, ai giochi. “La nostra industria potrebbe perdere di qualità e di appeal senza investimenti”, spiega Giorgio Lelli che gestisce un bagno a Milano Marittima.
Intanto il Governo proprio venerdì è sembratoi fare parziale marcia indietro aprendo a una soluzione 4 + 4, proprio per evitare la precarizzazione del lavoro e degli investimenti. Ma sono ancora tutte ipotesi, mentre l’Europa preme.
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
LE ELEZIONI SCALIGERE IN SOLITARIA PRIMA TAPPA DEL PIANO… NONOSTANTE LO STATUTO, IL RINNOVO DELLE CARICHE INTERNE NON SI TIENE DA DIECI ANNI
“Movimento di liberazione del capo”. Non è più un sussurro, nella truppa maroniana lo
slogan passa di sezione in sezione, significa che adesso Bobo e i suoi amici non nascondono più la strategia che nei loro piani li dovrebbe portare a prendersi il partito. Non contro Bossi (quantomeno non ancora), ma nonostante Bossi: la scommessa è liberarlo dai “quattro stronzi”, come ha detto ieri in un’intervista il parlamentare Gianluca Pini, che lo terrebbero in ostaggio approfittando della sua stanchezza.
Nel mirino ci sono sempre loro: i famigli, quelli della Lega di Gemonio che impedirebbero al segretario federale di governare la Lega in modo democratico nascondendogli la realtà .
Certo, l’Umberto ci mette del suo, con quella sua insistenza, già denunciata da Maroni, sulla successione dinastica che prima o poi dovrebbe incoronare Renzo Bossi leader di una Lega finalmente normalizzata.
Più poi che prima: l’operazione richiede tempo, ed è per questo che nel fronte maroniano la parola d’ordine è rompere gli indugi.
Dunque, liberare Bossi dai famigli, ma se sarà necessario – se non dovesse reggere la tregua offerta dall’Umberto a Bobo dopo il divieto a tenere comizi – partirà appunto un “movimento di liberazione dal capo”.
Il crocevia di tutto è Verona, dove in primavera si vota per le comunali. Il sindaco leghista, il supermaroniano Flavio Tosi, è deciso a ripresentarsi, ma con una differenza fondamentale rispetto a cinque anni fa.
Vale a dire senza il Pdl. E, ovviamente, con quella lista civica del sindaco che già nel 2007 aveva ottenuto addirittura più voti della Lega.
Il segretario del Veneto, il bossiano Gian Paolo Gobbo, ha già detto che di quella lista lui non vuole neppure sentire parlare.
Ma Tosi ignora quel diktat e va avanti come un treno, certo di poter attrarre consensi ben oltre il recinto leghista (e con un’inedita attenzione anche per il Terzo Polo).
Che vada così – basta con il Pdl e di nuovo la lista civica invisa ai bossiani – non è un’ipotesi, è una certezza. È la tessera-regina di un disegno più vasto.
Che ha come regista proprio Maroni: non per nulla una decina d giorni fa l’ex ministro si è fiondato a Verona per perfezionare il piano insieme al suo colonnello. Insomma, per mettere un macigno sull’alleanza con Berlusconi, bisogna approfittare di questa tornata amministrativa e, fatte salve le tre Regioni del Nord dove i due partiti governano in tandem, è assolutamente necessario tentare uno strappo.
Verona è il Comune più importante amministrato dal Carroccio, Tosi un leghista vicinissimo a Maroni: se riuscisse a rivincere senza il Pdl, gli diventerebbe molto più agevole dare la scalata al vertice della Liga veneta.
Candidandosi ufficialmente a segretario, sull’onda di un fortissimo, e già calcolato, pronunciamento della mitica base che, dalla Lombardia al Veneto, è già mobilitata dagli stati maggiori maroniani su una parola d’ordine: congressi subito.
Eccolo, il doppio binario: farla finita con Berlusconi e cambiare la leadership della Lega.
Si comincia dal basso: Verona, poi l’intero Veneto, poi la Lombardia.
E alla fine, il congresso federale.
Che non si tiene dal 2002, mentre anche quelli regionali hanno abbondantemente superato il limite s tatutario dei tre anni. «Bossi e i suoi pretoriani – spiega un ultrà maroniano – li tirano in lungo perchè sanno che celebrarli significherebbe la loro fine.
E siccome tra un po’ si vota, e con questa legge elettorale, vogliono lasciare tutto com’è per fare pulizia etnica al momento di compilare le liste: così ci fanno fuori tutti».
E anche questo spiega l’accelerazione in corso sulla strada dei congressi: alle elezioni politiche i maroniani vogliono arrivare dopo aver vinto la battaglia per la leadership nella Lega, altrimenti è finita.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO IL CASO DI CRISTIANI, DA OGGI E’ RICERCATO L’EX ASSESSORE REGIONALE PONZONI, ACCUSATO DI BANCAROTTA…ARRESTATO ANCHE BRAMBILLA, NUMERO DUE DELLA PROVINCIA DI MONZA
L’ex assessore regionale della Lombardia e attuale consigliere Pdl del Pirellone Massimo Ponzoni è stato colpito da un provvedimento di custodia cautelare emesso dal Gip di Monza. Ponzoni, che si trova all’estero e risulta “irreperibile”, è accusato di bancarotta nell’ambito del crac della società Pellicano e di diversi episodi di corruzione relativi ai Piani di governo del territorio di Desio e Giussano.
Altri reati contestati sono concussione, peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti.
Ponzoni è il signore incontrastato del Pdl in Brianza (alle ultime elezioni regionali ha raggiunto il record di 11 mila preferenze), saldamente legato al governatore Roberto Formigoni.
E’ stato assessore regionale all’ambiente e ricopre attualmente la carica di consigliere segretario del Consiglio regionale della Lombardia.
I militari della Guardia di finanza di Paderno Dugnano e del Nucleo di polizia tributaria di Milano hanno arrestato anche Franco Riva, ex sindaco di Giussano, Antonino Brambilla, vicepresidente della provincia di Monza e Brianza, Rosario Perri, ex assessore provinciale e e storico dirigente dell’Edilizia comunale a Desio, Filippo Duzioni, imprenditore bergamasco accusato di aver pagato una tangente a Ponzoni.
Perri, agli arresti domiciliari, era stato coinvolto nell’inchiesta Crimine-Infinito sulla ‘ndrangheta in Lombardia del luglio 2010, e si era dovuto dimettere dalla carica di assessore della Provincia di Monza-Brianza.
Un altro terremoto giudiziario si abbatte dunque sul Pdl lombardo, dopo l’arresto del vicepresidente del consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, per una presunta corruzione legata al settore dello smaltimento dei rifiuti speciali.
A Ponzoni sono contestati reati contro la pubblica amministrazione, in particolare diversi episodi di corruzione, concussione e peculato.
Determinati, secondo la Procura di Monza, “dalla capacità di Ponzoni Massimo di determinare, almeno in parte, i contenuti dei Piano di governo del territorio di Desio e Giussano, assicurando ad imprenditori a lui vicini (referenti di importanti gruppi societari) cambi di destinazione di terreni (da agricoli a edificabili), grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni (a loro volta destinatari di denaro e/o altri vantaggi, anche solo in termini politico elettorali)”.
Un ruolo chiave nell’indagine ha assunto la figura del’imprenditore Duzioni, il quale, a capo di un gruppo di aziende di consulenza, avrebbe trattato grosse somme di denaro frutto degli accordi corruttivi.
Duzioni è accusato tra l’altro di aver pagato a Ponzoni una tangente di 220 mila euro per operazioni urbanistiche a Desio.
La seconda tranche dell’indagine riguarda la bancarotta della Pellicano srl, che aveva sede a Desio, in provincia di Monza e Brianza, nella segreteria politica di Ponzoni.
Tra i soci figuravano esponenti di punta del Pdl lombardo: l’attuale assessore regionale Massimo Buscemi, il consigliere regionale Giorgio Pozzi e Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie del parlamentare berlusconiano Giancarlo Abelli, già condannata per riciclaggio. Immobili di lusso costruiti da Pozzi, con la società General Project & Contract, sono interessati al “condono” dei sottotetti attualmente in discussione in consiglio regionale.
L’indagine sulla Pellicano e sull’Immobiliare Mais nasce alla fine del 2009 e si è sviluppata su due fronti.
Uno che riguarda reati contro il patrimonio (appropriazione indebita sfociata anche in ipotesi di bancarotta fraudolenta) e finanziamento illecito a esponenti politici in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Massimo Ponzoni sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia, il ragioniere Sergio Pennati, anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni.
Le due sono state dichiarate fallite dal Tribunale di Monza nel 2010, a seguito degli accertamenti condotti nel corso delle indagini.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Ci scusiamo con l’attuale Sindaco di Giussano, Gian Paolo Riva, per aver erroneamente citato il Suo nome al posto del precedente Sindaco Franco Riva.
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Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMA NEGO’ L’AVARIA, POI ABBANDONO’ LA NAVE… A LANCIARE IL MAYDAY E’ STATA UNA PASSEGGERA… RICOSTRUITI TUTTI I MOVIMENTI E I CONTATTI DEL COMANDANTE SCHETTINO
Si porterà per sempre appresso due nomi la tragedia dell’isola del Giglio: uno è Concordia, il nome della nave, l’altro è Schettino, nome di battesimo Francesco, campano, l’uomo fermato dai magistrati e ritenuto il responsabile numero uno di quanto accaduto venerdì notte: è stato lui, secondo la Procura, a dirottare la nave verso la costa, lui che si è avvicinato troppo, lui che ha abbandonato i passeggeri e l’equipaggio al loro destino.
Il fattoquotidiano.it ha ricostruito tutto quanto avvenuto quella maledetta sera che, fino a oggi, ha restituito sei cadaveri e un milione di incertezze.
Il mayday mai dato.
“Costa Concordia, tutto ok?”. “Sì, Compamare Livorno, solo un guasto tecnico”.
“Costa Concordia, siete sicuri che è un guasto tecnico. Sappiamo che a bordo ci sono i passeggeri con i giubbotti salvagente”. “Compamare, confermiamo: è un guasto tecnico”.
E’ andata più o meno così, secondo le testimonianze raccolte dal Fatto.it e secondo le prime ricostruzioni della Guardia costiera, la conversazione tra la plancia di comando della Costa Concordia e la sala operativa della Capitaneria.
Anzi, bisogna dire piuttosto tra la Capitaneria e la Concordia, visto che sono stati i militari della guardia costiera a chiamare la nave.
Chissà quanto avrebbero atteso ancora a chiedere aiuto, se non fosse stato per una signora pratese a bordo.
L’allarme?
Lanciato dalla passaggera. Atterrita, ha chiamato la figlia a casa, dicendo di trovarsi all’interno della nave, che si stava già inclinando, in un locale in cui era buio pesto e con addosso il giubbotto salvagente.
La figlia ha chiamato la Capitaneria di Savona perchè la madre aveva detto che era nel tratto tra Civitavecchia e il porto ligure, ma la sala operativa non sapeva niente.
Così la telefonata successiva è stata ai carabinieri di Prato che hanno contattato i colleghi di Livorno.
E hanno coinvolto la Capitaneria di Livorno che si è messa “a caccia” della nave Costa grazie al cosiddetto ‘Ais’ (Automatic Identification System), il sistema tecnologico di identificazione navale.
“Solo un guasto”.
Dalla sala operativa livornese hanno dunque chiamato a bordo del Concordia. “Problemi?”, hanno chiesto. Dall’altra parte hanno risposto che era solo un guasto tecnico (e siamo già alle 22 passate, almeno un quarto d’ora dopo la collisione contro gli scogli secondo gli orari della Procura).
Ma il militare della Capitaneria è vispo, sente che qualcosa non torna: un guasto tecnico e i passeggeri hanno il salvagente? Meglio chiarire: scusate, Concordia, ma allora perchè i passeggeri hanno il giubbetto?
Dall’altra parte, di nuovo la stessa risposta: confermiamo, guasto tecnico.
Una risposta che hanno sentito anche i finanzieri della prima motovedetta arrivata in assoluto sul posto, appartenente al Reparto aeronavale delle fiamme gialle di Livorno.
“All’inizio dalla nave hanno detto che si trattava di un guasto tecnico, senza specificare la natura — racconta il tenente colonnello Italo Spalvieri, comandante del reparto — Successivamente hanno chiesto all’equipaggio della motovedetta di poter agganciare un cavo in modo da essere trainati, ma era come chiedere a una formica di spostare un elefante”.
Dopo circa 20 minuti, spiega Spalvieri, hanno dato l’ ‘abbandono nave’, il segnale per l’evacuazione.
La fuga.
Schettino è tra i primi ad arrivare al Giglio, sulle banchine del porto. Lui e moltissimi membri dell’equipaggio.
A bordo resta praticamente solo il primo commissario di bordo quello che, al contrario degli altri, farà il suo lavoro, verrà trasformato in eroe.
Lui resta e aiuta i passeggeri a trasferirsi sulle scialuppe, ma gran parte del resto dell’equipaggio è già sulla terra ferma, in salvo.
Il bar, l’unico del porto, il Caffè Ferraro, riapre la saracinesca per aiutare i naufraghi.
Schettino sale su un taxi.
Tra le persone gigliesi, così si chiamano gli abitanti dell’isola, arriva sul molo anche un tassista. E’ a lui che il comandante, in abito bianco pronto per la cena di gala, si rivolge. “Mi porti lontano da qui”. “Comandante”, risponde il tassista, “io la posso portare a casa mia, questa d’inverno è un’isola deserta”.
Così il tassista porta a casa il capitano e gli prepara un caffè.
Le telefonate dalla Capitaneria di porto di Livorno.
Schettino, che è frastornato, ma non sotto choc, riceve tre telefonate in serie.
E’ sempre la Capitaneria di porto di Livorno che lo chiama. L”ufficiale in servizio alla sala operativa non riesce a capire. “Come capitano, lei non è sulla nave?”. “No, non sono sulla nave e non ci torno”.
Un’altra telefonata. “Capitano”, dice il funzionario di turno, “ordini superiori mi riferiscono di dire che lei deve tornare sulla sua nave”. “Non ci torno”.
La terza telefonata, racconta il tassista, è concitata.
Urlano da Livorno, urla Schettino. Sempre con le stesse ragioni.
Il comandante a quel punto si fa accompagnare sulla banchina, ma sale sulla prima barca che lo porta a Porto Santo Stefano. Sulla nave non ci tornerà .
L’inchiesta e la disperata difesa.
Il giorno successivo al naufragio, Schettino viene trattenuto nella caserma dei carabinieri di Orbetello.
Quando il Procuratore riesce a ricostruire quello che è accaduto, senza neppure interrogarlo, ordina lo stato di fermo. Schettino viene trasferito nel carcere di Grosseto. Schettino (dopo la fuga appare improprio chiamarlo ancora comandante) continua a ripetere che la sua manovra è stata regolare, che gli scogli non erano segnalati da nessuna carta, che lui doveva passare da lì, a 100 metri dall’Isola del Giglio, distanza di sicurezza a malapena consentita per un pedalò.
Naufragio colposo, omicidio plurimo colposo, abbandono della nave.
Ma secondo le fonti inquirenti, non è neppure la bontà delle sue intenzioni dal timone, anche se l’ordine di avvicinarsi all’isola lo ha dato lui in persona, per il consueto saluto di sirene: il punto è che Schettino ha abbandonato la nave a un’ora dall’incidente, lasciando a bordo i passeggeri e i suoi membri dell’equipaggio, in balia di un’organizzazione che alla fine, infatti, non c’è stata. Doveva essere lui — secondo il codice della navigazione e quello penale — a coordinare le operazioni di soccorso.
Non poteva sparire nel nulla, pensare a salvarsi e lasciarsi alle spalle quel bestione di 282 metri che la compagnia di navigazione gli aveva affidato.
Le dichiarazioni del procuratore.
E questo il nodo centrale dell’inchiesta. Il procuratore della Repubblica di Grosseto, Francesco Verusio dice che “il comandante ha abbandonato la nave quando c’erano ancora molti passeggeri da portare in salvo”, e “le operazioni di soccorso non sono state coordinate dal comandante”, ha detto. Un delitto imperdonabile per chi comanda una nave.
“A questo punto – dice il procuratore capo — vogliamo capire chi si è assunto poi il compito di dirigere le operazioni di salvataggio, perchè il comandante ha abbandonato la nave molte ore prima che si concludessero”.
Perchè avvicinarsi all’isola?
Il magistrato è riuscito a capirlo, alla fine. Schettino si è avvicinato al Giglio perchè voleva salutare l’isola.
Un codice campano, procidese per essere precisi, che impone l’inchino quando si passa dalle parti di un’isola. Una consuetudine, forse neppure così strana.
Ma Schettino, venerdì, ha sbagliato i calcoli o fose si è abbandonato alla distrazione.
L’ordine di negare.
Nei momenti successivi all’incidente l’ordine di Schettino è negare. Negare con i passeggeri e, come abbiamo visto, con la Capitaneria di porto: “Nessun incidente, solo un guasto tecnico”.
Le scatole nere.
Ciò che è successo tra la comunicazione del presunto guasto tecnico e l’annuncio dell’abbandono nave verrà accertato con l’analisi delle scatole nere, già in Procura a Grosseto, che per le navi si chiamano ‘Voyage data recorder’ (che registra tutto cio’ che ‘fa’ la nave, compresi i movimenti prima e dopo l’impatto con lo scoglio) e ‘Voyage voice recorder’, che oltre a registrare le comunicazioni radio recupera anche le conversazioni all’interno della plancia di comando, una sorta di intercettazioni ambientali. “E qui — sorride un investigatore — se ne sentiranno delle belle”.
L’assicurazione sulla nave.
Cinquecento milioni di dollari, secondo un broker genovese, è probabilmente il valore assicurativo di Costa Concordia.
L’assicuratore è il gruppo statunitense Aon, leader mondiale nel settore del risk management e nell’intermediazione assicurativa e riassicurativa.
Ma i 500 milioni di dollari riguardano soltanto la copertura della nave, scafo e macchina. P
er la copertura assicurativa delle responsabilità dell’armatore, che comprendono risarcimenti ai passeggeri e all’equipaggio, eventuali danni all’ambiente, e rimozione del relitto, interviene il club inglese Protection&Indemnity Club, nel mondo dello shipping comunemente indicato come P&I. Nel caso di Costa Concordia interverrà la Standard.
La nave, secondo gli esperti del settore, è totalmente irrecuperabile.
Costa Crociere dovrà quindi fare eseguire la rimozione del relitto. Per asportare il carburante è stata ingaggiato l’olandese Smit International Group che, in Italia, lavora con l’azienda Neri di Livorno.
I rappresentanti dei due gruppi sono già al Giglio in attesa di disposizioni della magistratura per poter operare.
Non si sa quando. “Sicuramente”, spiegano, “sarà una corsa contro il tempo.
Un cambiamento climatico e la nave, che ora è appoggiata su un fondale basso, potrebbe inabissarsi”.
A pochi metri, infatti, il fondale scende fino a 70 metri: se dovesse alzarsi il venti di scirocco, come le previsioni dicono, la situazione potrebbe diventare irrecuperabile.
E il danno ambientale di proporzioni senza precedenti.
Emiliano Liuzzi, Diego Pretini e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, emergenza, Porto | Commenta »