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LA LEGA PARALLELA DI MANU E ROSY TRA MAGHI E ORGANIGRAMMI IN TINELLO

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

“STONE THERAPY” PER IL SENATUR…”A CASA TROVERO’ QUELLE DUE”…IL RUOLO DELLA MOGLIE DI UMBERTO E’ SEMPRE STATO POLITICAMENTE RILEVANTE

«Certo che è il capo. Lo è sempre stata, anche prima della malattia di Bossi». Lei è Manuela Marrone, la moglie di Umberto Bossi.
Sua, secondo i nemici, la decisione di far scendere in campo il figlio Renzo di cui il marito si è amaramente rammaricato giusto ieri.
Sua, soprattutto, sarebbe la direzione strategica delle grandi manovre che avrebbero dovuto trasformare il Carroccio in una dinastia, sintetizzata dallo slogan che gridavano i pretoriani di Gemonio ai comizi di Renzo nel 2010: «Dopo Bossi, Bossi».
La decisione fatale da cui sarebbe germinata la «cupola» insediata ai vertici della Lega su cui stanno indagando le Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria.
Nell’opinione comune, il ruolo di Manuela Marrone nasce con la malattia del marito nel 2004.
La realtà  è diversa.
Il partito è una creatura di Bossi tanto quanto della moglie.
Un ruolo che lo stesso leader non ha mai nascosto, nè minimizzato: «Se non ci fosse stata Manuela, la Lega non ci sarebbe stata. Lei ci ha messo i soldi, lei il lavoro, lei ci ha messo persino casa sua. Meno male che c’è».
Un amministratore varesino di lunghissima data, sia pure non simpatizzante, lo riconosce: «È una tostissima. Ha mantenuto Bossi quando lui non guadagnava una lira, giorno e notte in giro a far comizi».
Il monolocale in cui abitava in via Crispi, a Varese, è la prima sede della Lega, lo «studio grafico» in cui vengono concepiti i primi, storici volantini padani, nonchè la redazione del Federalista , uno dei giornali fondati dal marito.
Gli anni duri non sono pochi: «Quando rimase incinta di Renzo, dovette nasconderlo sul posto di lavoro, visto che insegnava dalle suore».
Nata a Milano da madre milanese e padre siciliano – cosa, questa, che i leghisti più «etnici» non hanno mai perdonato – Manuela Marrone è sempre stata allergica alla notorietà .
Di lei si ricorda una sola intervista, quella rilasciata ad Oggi nel 1993.
A fianco del marito compare soltanto a Pontida e a Venezia, oltre che durante le vacanze a Ponte di Legno.
Eppure, la sua influenza è enorme.
Già  negli anni Novanta chiunque aspiri a un ruolo diverso nel partito sa di doverla incontrare.
Dal 1998 diventa più facile, il quartier generale della signora Bossi – «l’ufficio di Manuela» secondo il modo di dire corrente – diventa la scuola Bosina, sua creatura prediletta.
A due passi dallo stadio di Varese, l’istituto che ai programmi statali affianca lo studio di dialetto e tradizioni locali diventa il crocevia di quello che più tardi sarà  chiamato il «cerchio magico»: qui i fedelissimi della signora Bossi iscrivono i figli, qui si discute di ciò che è bene e ciò che è male nel movimento.
Più tardi, nei giardini della scuola, ogni lunedì si riunirà  quella che i maroniani con fastidio chiamano «la direzione strategica del cerchio magico», l’appuntamento con Marco Reguzzoni e l’altro fedelissimo Giangiacomo Longoni.
Ma è la malattia di Bossi a cambiare tutto.
È qui che Manuela Marrone si rende conto che, non volesse il cielo, l’Umberto fosse rimasto offeso in modo grave, per i Bossi i tempi si sarebbero fatti duri.
Sarebbe dunque stata lei la stratega della prima uscita pubblica del marito a Montagnola, quella in cui un Renzo ancora quindicenne si affaccia alla finestra con il padre, e come lui solleva il pugno gridando un «libertà » un po’ stentato.
Ed è nelle prime settimane della malattia del marito che decide che dei «due Roberti», Maroni e Calderoli, non c’è da fidarsi.
In assenza del segretario, immobilizzato prima a Sion e poi a Brissago, i due litigano di brutto: sull’opportunità  di candidare il Capo malato alle elezioni europee, sul far svolgere o meno il raduno di Pontida, su tutto.
Manuela Marrone si fida, invece, di Rosy Mauro, la pasionaria padana «adottata» dal marito («La Rosy è un po’ terrona ma è brava. Grande impegno», Bossi dixit) resa celebre dai comizi dai toni accesi e dalle foto del 1993 in cui scherza in piscina con Bossi.
Con la futura vicepresidente del Senato, Manuela Marrone condivide una religiosità  («terrona» dicono i nemici) che non disdegna affatto astrologia, esoterismo e fede convinta nei santuari.
Nel movimento non si sa a chi delle due si possa attribuire il presunto arrivo di «un mago» al capezzale di un Umberto Bossi in riabilitazione.
Di certo, nel Carroccio varesino si diffonde il panico quando si apprende la diceria, anche qui non confermata, che il letto di Bossi sarebbe stato pieno di pietre: «Stone therapy», pare. Sassi vulcanici per curare il Capo malato.
Con la candidatura di Renzo e la contestuale ascesa di Marco Reguzzoni a capogruppo a Montecitorio, il gioco si fa duro.
La candidatura di Renzo è mal digerita da gran parte della base, mentre l’incarico all’ex presidente della Provincia insubrica porta lo scontro sul piano politico e a superare i confini della provincia di Varese.
La leggenda narra di lunghe serate nella cucina-tinello di Gemonio, con lei e Rosy Mauro a fare e disfare organigrammi, promuovere o escludere dirigenti, preparare il canovaccio delle cose da dire all’Umberto.
A sorvegliare e punire. Il rapporto diventa strettissimo, «la Rosy» prende casa a Gemonio, in una villetta a schiera in cui – dicono – abitino anche le sorelle dell’amica. Bossi, qualche volta, dà  segni d’insofferenza.
A chi, nelle sue interminabili notti, gli ricorda che è tardi ed è ora di andare lui sbuffa: «Tanto, a casa ci sarà  la Rosy con mia moglie».
L’apoteosi di Maroni all’ultimo raduno di Pontida fa saltare i nervi.
Si parla di un piano per sostituire il segretario «nazionale» lombardo Giancarlo Giorgetti con la fondatrice del Sinpa.
La guerra è ormai dichiarata.
Memorabile l’episodio raccontato dal Giornale con la moglie del Capo che, rotti gli argini, esorta il marito a cacciare Roberto Maroni.
La bolla di «traditore», ossessivamente ripetuta dai «cerchisti» nei confronti dell’ex ministro dell’Interno nasce allora.
L’episodio ringalluzzisce i «cerchisti», sempre in affanno di fronte al dato di fatto incancellabile: il Carroccio nella sua forma dinastica ai militanti piace zero.
Solo i fondamentalisti spiegano che «Bossi ci ha creato, e il minimo che possiamo riconoscergli è il diritto a scegliersi il successore.
Guardate Marine Le Pen… ». Insomma, bene anche il figlio.
A cui, ora, però, tutti consigliano di farsi vedere il meno possibile.

Marco Cremonesi
(da “Il Corriere deella Sera”)

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RISTORANTI, HOTEL, CAMIONCINI: IL BILANCIO PARALLELO DELLA LEGA A CASA DELLA CONTABILE CACCIATA

Aprile 8th, 2012 Riccardo Fucile

MOLTE SPESE ALBERGHIERE VENIVANO SOPPORTATE DAL PARTITO… I DOCUMENTI NASCOSTI DA HELGA GIORDANO

Esiste una documentazione finanziaria della Lega che i responsabili amministrativi avevano chiesto agli impiegati di non inserire nei bilanci.
Una contabilità  «occulta» che dovrà  essere adesso analizzata e quantificata. Una parte di queste carte segrete sono state sequestrate a casa di Helga Giordano, contabile di via Bellerio per circa sette anni.
Nel febbraio scorso la donna – che fino a qualche mese fa era assessore al Bilancio del Comune di Sedriano (Milano) – è stata licenziata perchè accusata di aver truffato un’imprenditrice spacciandosi come la segretaria particolare di Bossi.
Lei sostiene di essere stata in realtà  «mobbizzata dal tesoriere Francesco Belsito, che mi costrinse anche a lasciare l’incarico politico».
Il 3 aprile, dopo le perquisizioni scattate in tutta Italia nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei rimborsi elettorali, è stata interrogata dai pubblici ministeri. E si è trasformata in una testimone chiave per ricostruire l’origine di fatture e pagamenti «anomali».
Non solo.
L’ex dipendente ha rivelato come i rapporti tra la Lega e il procacciatore d’affari della ‘ndrangheta Romolo Girardelli siano iniziati ben prima dell’arrivo di Belsito.
In realtà  i magistrati sono convinti che proprio Girardelli, attraverso le casse della Lega, riciclasse i soldi della criminalità  organizzata.
In questo quadro inseriscono il trasferimento dei cinque milioni e 700 mila euro a Cipro e in Tanzania.
E infatti nel decreto di perquisizione firmato dal giudice di Reggio Calabria è scritto: «Si tratta di complesse operazioni bancarie di “esterovestizione” e “filtrazione” in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Condotta posta in essere da Girardelli per agevolare l’attività  dell’associazione mafiosa e in particolare della “cosca De Stefano”».
Sono decine i documenti che Helga Giordano nascondeva nel suo appartamento.
E lei così ha spiegato il proprio comportamento: «Nadia Dagrada selezionava specie negli ultimi tempi una serie di fatture che, anzichè passarmi affinchè le contabilizzassi, se le tratteneva lei. Proprio perchè mi ero accorta che vi erano delle anomalie in questa attività  di contabilizzazione decisi di portarmi a casa copia dei prospetti dei bonifici da me compilati. Si tratta della documentazione che è stata sequestrata in data odierna nel corso della perquisizione. Per ciò che riguarda la cartellina che mi è stata sequestrata, contenente documentazione varia, in particolare fatture e rendiconto di carte di credito, si tratta per quel poco che sono riuscita a fotocopiarmi, di alcune spese che la Dagrada non voleva che annotassi o di spese che mi sembravano anomale».
I sospetti della donna si concentrano fra l’altro su «varie spese alberghiere che venivano sopportate dal partito in base alla scelta discrezionale di Nadia Dagrada.
Nella fattura CC Hotels di Vicenza, oltre a Bossi e ad altri militanti a me noti, vi sono nomi totalmente sconosciuti».
E ancora: «Le fatture emesse da Paola Prada, Andrea Calvi e Luigi Pisoni, ad esempio, le avevo sulla scrivania perchè recapitatemi direttamente dal postino e mi furono tolte dalla Dagrada dicendomi che non andavano inserite nel prospetto ufficiale delle spese/bonifici.
Tra tutte le spese indicate nei prospetti di bonifico non vi sono voci “sospette” nel senso che almeno da una prima visione mi sembrano spese inerenti l’attività  di partito.
Vi sono significative spese di rappresentanza in ristoranti, che potranno essere discutibili dal punto di vista del contribuente con i cui soldi vengono finanziati i partiti, ma si tratta di prassi consolidata e normale in tutte le formazioni politiche.
Dove si vede la voce “asilo” nella colonna “Manifestazioni/Riferimento”, si tratta dell’asilo che si trova all’interno della sede della Lega Nord che svolge appunto un’attività  di asilo per bambini a pagamento, anche per persone che non appartengono al partito».
Le dichiarazioni della Giordano confermano l’accusa che numerose spese accreditate alla Lega fossero in realtà  spese personali della famiglia di Umberto Bossi o comunque di persone inserite nel «cerchio magico» del leader.
Ma anche affari gestiti per proprio interesse da Belsito. Afferma la testimone: «Tra le spese anomale inserisco le fatture della “Cori.cal service” che erano singolari perchè, tenuto conto che si tratta di una ditta di pulizie, avevano oggetti anche diversi dalla semplice pulizia e lo stesso importo delle fatture mensili era oscillante mentre invece ragionevolmente poteva ritenersi che dovesse essere più o meno fisso, o comunque non discostarsi troppo da un importo stabile.
Indubbiamente sono molte le fatture della “Cori.cal service” con importo variabile e spesso con reiterazione di lavori tinteggiatura.
Sembra che sia una ditta che lavori spesso in tandem con la “G&A soluzioni edili”.
Mi si chiede se questi lavori di rifacimento facciate, pulizia straordinaria, manovalanza, siano stati effettivamente svolti e io rispondo che non sono in grado di stabilirlo.
Tutta la questione della manutenzione della sede di via Bellerio veniva seguita da un nostro dipendente, il signor Luca Canavesi».
Ci sono poi altri pagamenti «anomali».
Afferma la Giordano: «La fattura della “Italtrade”, oltre ad essere indubbiamente assai elevata per la prestazione fornita, richiamò la mia attenzione perchè il fornitore mi chiamò per essere rassicurato sul pagamento.
Si tratta di 1.000 euro al mese per il parcheggio di un camioncino con la vela pubblicitaria sopra, per complessivi 43.000 euro ed oltre, per sei camion in un semestre.
E la fattura della “Boniardi Grafiche” perchè non è emessa alla Lega, bensì a Massimiliano Orsatti».
Tra i fogli inseriti nella cartellina di Helga Giordano ci sono quelli relativi alla macchina di Daniela Cantamessa, la segretaria di Umberto Bossi.
Lei spiega di averli presi perchè l’auto era nella lista della Dagrada «sulle spese da non annotare».
Su questo viene interrogata il giorno dopo la stessa Cantamessa che così spiega il possesso dell’auto: «Circa l’autovettura Focus che uso in via esclusiva, si tratta di vettura presa in leasing o comunque con un finanziamento con riscatto finale da parte della Lega. Le spese di riparazione dell’autovettura sono a carico del partito».
Anche nella sua abitazione sono stati sequestrati documenti contabili, in particolare «una copia del bilancio 2010 e i tabulati relativi alle autovetture del partito».
E lei, per giustificare la scelta di portare via le carte dalla sede di via Bellerio, ha dichiarato: «Avevo redatto delle note critiche sulle spese e volevo darle a Roberto Castelli affinchè svolgesse un accurato controllo».

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)

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IL MAGICO MONDO PADANO PRECIPITATO NEL RIDICOLO

Aprile 8th, 2012 Riccardo Fucile

FINITI GLI SLOGAN E LE CARNEVALATE, RESTA IL POPOLO DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI

Nel magico mondo di Padania accade anche questo.
Che Umberto Bossi esca dalla villetta di Gemonio per il suo paio d’ore di libertà  dalla famiglia, e si metta al telefono con il solito e autorevole Maurizio Lucchi dell’Agenzia Ansa, se scrive lui nessun dubbio, tutto verissimo: «Sai, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…».
Non sono neanche le 11 del mattino, ora insolita per Bossi.
Ma ha un appuntamento nella sede di via Bellerio, c’è una brava militante della Lega che lo aspetta, l’ha convocata anche se lei è parecchio provata e sarebbe giorno di riposo.
I giornali riportano le sue ultime dichiarazioni, «è un complotto», è «Roma farabutta«.
E chi incontra, il furibondo Bossi? «Ciao Umberto», «Ciao Daniela». Sì, proprio lei, Daniela Cantamessa, la brava militante, la sua bravissima segretaria particolare.
La Daniela «quella delle bancarelle dei gadget».
Che «l’anno 2012, addì 4 del mese di aprile, in Milano, negli uffici della Procura della Repubblica, alle ore 10», mette la firma in fondo al verbale e tira i figli dentro questa storia tremenda. «Io stessa avevo avvisato Bossi». Dei figli arraffoni, come Rosi Mauro. «Non nominai a Bossi la moglie, mi sembrava indelicato».
Se questo non fosse il fantastico mondo di Padania l’incontro tra Bossi e Daniela non potrebbe accadere.
Hai tirato dentro i miei figli, non è vero, come minimo ti denuncio, non farti più vedere e stati attenta: ti verranno a prendere con i forconi. Invece niente. Fuori da via Bellerio, ai militanti, sul quotidiano «La Padania», devono arrivare i dubbi, lo stupore di Bossi, le sue teorie complottarde «perchè siamo l’unica opposizione».
Ma dentro no, anche in portineria sanno che è tutto vero. Si accredita la tesi del Bossi che «non sapeva», pronti a declinarla, in caso di frana, nel caritatevole «gliel’hanno detto, ma non ha capito».
Quel che si è capito è che nella Padania della Lega nulla sarà  più come prima.
Si è perso il mito del Leader infallibile, del Condottiero imbattibile.
L’hanno davvero fregato, tra famiglia e badanti, postulanti e adoranti. E a ripercorrere gli ultimi otto anni, a rileggere dichiarazioni, a rivedere certe foto, è facile la domanda che riguarda tutti i dirigenti della Lega.
Ma non vi siete mai accorti di niente? Chissà  se Davide Boni, il Presidente del consiglio regionale acciaccato da un’inchiesta, ripeterebbe ancora la sua frase più nota: «Se Bossi mi dice di raccontare che la mia giacca bianca è nera io vi dico che è nera».
In questo magico mondo di Padania di giornali ne leggono pochi, poco s’informano, nemmeno si curano degli atti dell’inchiesta.
Rosi Mauro, con il suo moroso poliziotto e cantautore della celeberrima «Cooly Noody», continua a vivere nella sua Padania.
E mentre escono i verbali di Daniela eccola al telefono con SkyTg24.
È un complotto, «devo salvaguardare il bene più prezioso che ho, il Sindacato», il suo Sin.Pa.
Ma benedetta signora, già  che è in linea, perchè non dici quanti iscritti hai, che non lo sanno nemmeno i giornalisti de «La Padania»?
Basterebbe un elenchino di cortei, se c’è.
Forse non sapeva di essere in linea con un tg, ha parlato come fosse nel tinello di Gemonio o sul pratone di Pontida, sempre nella sua Padania.
Dove, ancora oggi, si possono incontrare personaggi come Fabio Meroni, deputato brianzolo, che sotto la sede di via Bellerio ha sguardo e parole di sfida: «Se avete coraggio scrivete che chi dubita di Bossi dubita di se stesso».
O si possono leggere, nella fatica letteraria dell’ex capogruppo Marco Reguzzoni, uno svezzato dalle signore di Gemonio, frasi come questa: «I nostri militanti veri, fuori da logiche di potere e di palazzo, vedono in Renzo una speranza nel futuro. Uno così non può tradire, non può vendersi».
Uno così, Renzo Bossi.
Ma questo, come si vedrà  martedì sera nella manifestazione di Bergamo, sarebbe solo il mondo magico della Padania che ha per capitale morale il tinello di Gemonio e rappresentanza politica in via Bellerio.
Diversa, ben diversa da quella dei sindaci, di governatori come il veneto Luca Zaia, della maggioranza dei parlamentari che in questi anni si son finti distratti, o hanno dovuto schivare minacce di espulsione come Roberto Maroni, ora osannato dai più.
È la Lega, questa, che non voleva più vivere nel magico mondo del Cerchio Magico, che non ha dimenticato la Questione Settentrionale e sa di poter sopravvivere a questi guai.
Basta riprendere tre fotografie dell’ultimo anno per vedere quanto quel magico mondo di Padania era già  pronto al disastro, e senza bisogno di inchieste.
Quando Bossi, davanti a Montecitorio, la Rosi accanto, si fa riprendere con il sindaco Gianni Alemanno e la governatrice Renata Polverini mentre se stanno a magnà  il rigatone e la pajata.
O a Monza, con Rosi e Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, mentre sventola banconote per l’inaugurazione delle sedi dei ministeri, roba che manco il Comandante Lauro, nella Napoli degli anni ’50, si sarebbe permesso.
«Così portiamo un po’ di posti di lavoro al Nord…».
E poi c’è quell’ultima foto, il lunedì di settembre con l’ansia delle borse del mondo (vero). Clik.
Gemonio, terrazza: Bossi che alza il medio, Renzo l’indice, Calderoli in braghette, Tremonti soddisfatto, la Rosi in posa.
E tutti giù a ridere, come se il default fosse una barzelletta dell’amico Renato Pozzetto.
E così, mentre ci sono militanti chiusi in casa per la vergogna, mentre un giornalista de «La Padania» ammette che «gli amici mi ridono in faccia e non so cosa rispondere», la Lega s’aggrappa a Maroni, il primo amico, l’ultima speranza.
Perchè quel magico mondo della Padania è ormai svanito.
Nell’incredibile, con tendenza ridicolo.

Giovanni Cerruti
(da “La Stampa”)

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ROSY MAURO TRA AMANTE, GIGOLO’ E LAUREE COMPRATE, DALLE CASSE LEGHISTE AI KOOLY NOODY

Aprile 8th, 2012 Riccardo Fucile

IN PARLAMENTO GIUSTO CI MANCAVA PIER MOSCAGIURO, IN ARTE PIER MOSCA, CANTANTE DI VARESE, POLIZIOTTO IN ASPETTATIVA, EX SCORTA DI BOSSI E MARONI E ORA DIPENDENTE DELLA ROSY IN SENATO

Le banche, la politica, la borsa coi suoi guai / e a fine mese non si arriva mai / Aumentano le spese poi, benzina luce e gas / e a kooly noody ci hanno messo già  / Le promesse non valgono, i patti non si rispettano / loro di noi se ne fregano / siamo rimasti tutti a kooly noody”. Proprio tutti forse no.
Pier Mosca è un cantautore varesotto di 36 anni, anzi, un “giovane artista appassionato di musica”, che ha avuto la fortuna di incidere una canzone con Enzo Iacchetti (“Kooly noody”, che si legge “culi nudi”, appunto) e di farsi produrre un disco dalla Immaginazione srl, l’etichetta dello stesso conduttore di Striscia.
Col quale ha l’onore di salire sul palco della Notte Bianca di Varese. “È successo un anno e mezzo fa, è da allora che non lo vedo — conferma Iacchetti —. Non lo conoscevo, l’ho solo trovato un giorno in casa discografica, mi ha chiesto di incidere una canzone per beneficenza”.
Che c’entra il cantautore Pier Mosca con Rosy Mauro?
È lo stesso Iacchetti a legare i fili: “So che faceva il poliziotto”.
Ma si scopre che Pier Mosca è il nome d’arte di Piero Moscagiuro, poliziotto in aspettativa, finito a lavorare con un contratto alla Vicepresidenza del Senato.
Infatti, a quanto racconta Nadia Dagrada, la segretaria di Umberto Bossi, ai pm che stanno indagando su “Lega ladrona”, l’agente cantautore sarebbe il compagno di Rosi Mauro, anzi “il gigolò, perchè in fondo quello è”, dice Nadia Dagrada a Francesco Belsito, l’ormai ex tesoriere della Lega, come rivelano le intercettazioni.
Proprio a Pier, secondo la Dagrada, sarebbero arrivati i soldi per pagare gli studi per conseguire diploma e laurea in Svizzera, intorno ai 130 mila euro (a cui avrebbe attinto anche la stessa Mauro), oltre a un aiuto per ottenere un mutuo agevolato.
Nel verbale dell’interrogatorio si legge: “Per quanto attiene l’amante di Rosi Mauro — afferma Dagrada —, Belsito mi ha riferito che Pier Giuramosca (sic), poliziotto, attualmente suo segretario particolare, è stato da lei aiutato a ottenere un mutuo agevolato e gli sono stati pagati soldi per conseguire un titolo di studio. Il poliziotto è attualmente in aspettativa e ha un contratto con la Vicepresidenza del Senato, dove la Rosi è Vicepresidente dello stesso organo”.
A quanto ammonterebbero queste spese passate dalle casse padane agli affari di Rosi e del cantautore Pier secondo la Dagrada?
Tutto verbalizzato dai pm di Napoli e Milano: “Il diploma e la laurea (forse in corso) di Mosca-giuro Pier, compagno e segretario particolare della Rosi Mauro; il diploma e laurea (forse in corso) per la Rosi Mauro per complessivi 130 mila euro”.
Poi ancora “spese per acquisto e noleggio di autovetture, spese di soggiorno per vacanze, spese per la telefonia, comodato d’uso a titolo gratuito dell’associazione umanitaria Padana”. Quando, qualche anno fa, l’agente Moscagiuro è stato trasferito dalla Questura di Varese, i colleghi sono rimasti perplessi.
Quel poliziotto era in servizio presso l’ufficio tutele dei ministri Bossi e Maroni.
Nel frattempo avrebbe conosciuto la tredici-anni-più-grande-di-lui Rosi Mauro.
“Era entrato nell’occhio del ciclone”, rivela al Fatto un ex collega che vuole rimanere anonimo. A Varese la sua famiglia è conosciuta e di lui si sa che amava dilettarsi alle feste con la musica.
Un bel salto di qualità , dunque, anche musicale.
Sarà  che l’anno della Notte Bianca a Varese Pier Mosca ha già  conosciuto una platea di tutto rispetto, Radio Padania Libera, dove è approdato il 2 maggio, il giorno dopo la “batelada” del Sin. pa sul Lago di Como.
Sul battello Orione ci sono molte personalità  leghiste e c’è, naturalmente, la fondatrice del sindacato, Rosi Mauro.
“Io sono un buono — spiega Pier ai microfoni leghisti —, appaio sicuro di me, ma in fondo sono un timido”.
Ma davanti a tutti loro Pier Mosca si esibisce ed è la stessa Mauro, svela il conduttore di Radio Padania, a innamorarsi della canzone e a sceglierla come sigla delle trasmissioni del sindacato.
Quel Sinpa, sindacato padano — a cui secondo la Dagrada sarebbero stati versati dalla Lega 60 mila euro nel 2011 — che adesso la Mauro difende con tutte le sue forze dopo la decisione di via Bellerio di chiuderlo: “Non sono solita commentare le notizie di stampa — scrive in una nota Rosi Mauro — che spesso riguardano la mia persona. Sono abituata a lavorare, ma in questo momento mi trovo costretta a ribattere alle ‘ porcherie ‘ che i giornali si stanno inventando, per salvaguardare il bene più prezioso, il sindacato, che ho creato con enormi sacrifici”.

Giampiero Calapà  e Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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AL POSTO DI BELSITO VA STEFANI, IL NUOVO TESORIERE IN PASSATO INDAGATO PER TRUFFA: MA UNO NORMALE NELLA LEGA NON LO TROVANO?

Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile

BANCA PADANA, GIORNALE E VILLAGGIO TURISTICO: STEFANI E LE SUE AVVENTURE GIUDIZIARIE

L’orafo di Vicenza, 74 anni, parlamentare da 4 legislature e sottosegretario in tre governi, è “l’uomo nuovo”.
Il suo nome è stato legato alla vicenda della Credieuronord, poi salvata da Fiorani.
Ma fu indagato anche per truffa ai danni dello Stato e ricettazione: posizione archiviata anche per il mancato uso delle intercettazioni grazie alla sua carica di parlamentare
Se questo è un nuovo.
Stefano Stefani diventa tesoriere della Lega al posto di Francesco Belsito.
Umberto Bossi si dimette, ma ottiene che i fedelissimi restino nella cabina di regia.
Ecco allora il vicentino Stefani, classe 1938, nelle cronache leghiste da vent’anni. I
l suo curriculum sul sito del Parlamento riporta: “Diploma di scuola superiore; imprenditore orafo; dirigente leghista; sottosegretario alle Attività  produttive con delega al Turismo nel governo Berlusconi-2; 4 legislature (1994, 1996, 2001, 2006)”.
Stefani si è interessato di affari del Carroccio poco legati ai gioielli.
Si è concentrato su case, banche e via discorrendo.
Fu protagonista della realizzazione di un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo, golf, piscina a punta Salvore.
Controlla l’operazione una piccola srl, la Ceit, con ben 114 azionisti tra cui 10 parlamentari e mezzo stato maggiore del Carroccio (Manuela Marrone, moglie del Senatùr, Stefano Stefani e Maurizio Balocchi, il tesoriere del partito che lasciò poi l’incarico al suo delfino Belsito). Stefani e Balocchi figurano anche nel cda.
L’affarone si conclude con 10 avvisi di garanzia.
Ipotesi di reato: bancarotta fraudolenta documentale e a scopo distrattivo.
Stefani ne esce indenne risarcendo a una banca carinziana 500 mila euro di tasca propria .
L’accoppiata Stefani-Balocchi (poi scomparso) si butta in un’altra impresa: nel 2000 nasce Credieuronord, la banca leghista.
Parte una sottoscrizione nelle sezioni, con tanto di lettera di Bossi.
L’obiettivo: “Portare avanti gli ideali della Lega: la difesa del risparmio delle famiglie e della piccola e media impresa”.
I militanti, purtroppo per loro, ci credono e affidano i risparmi a Credieuronord.
Si raccolgono 3.000 sottoscrizioni fino a 100 milioni di lire l’una. Ma i primi bilanci si chiudono con 8 milioni di euro di perdite.
La tecnica creditizia pare singolare: la metà  delle sofferenze fa capo a cinque soggetti, tra cui la società  Bingo.net   (un’altra disavventura leghista, la sfida “verde” ai bingo “rossi” dei Ds, altrettanto sfortunati).
Nel cda della banca ben due sottosegretari: Balocchi e Stefani.
Nel 2003 Bankitalia fa emergere il dissesto. Centinaia di risparmiatori padani sono sul piede di guerra. Ma arriva il salvatore, Gianpiero Fiorani, numero uno della Banca Popolare di Lodi. Se la Lega non finisce a gambe all’aria, lo si deve a lui.
Che fino al 2004 garantisce milioni di euro.
Il Carroccio offre come pegno la storica sede di via Bellerio, la scuola leghista di Varese e il prato di Pontida.
Così evita la bancarotta.
Passano due anni e Stefani è indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio nella vicenda dei finanziamenti pubblici a Il Giornale d’Italia.
Tutto comincia l’11 maggio 2007 con l’arresto di Massimo Bassoli, immobiliarista ed ex direttore-editore del quotidiano.
È accusato di aver usato il giornale per rastrellare 14 milioni di contributi all’editoria di partito. Dalle telefonate di Bassoli gli investigatori scoprono conversazioni molto amichevoli con Stefani che è sospettato dal pm Olga Capasso di aver intascato una parte dei fondi ottenuti da Bassoli in cambio del “patrocinio” prestato o promesso dalla Lega a società  editrici di Bassoli.
In una telefonata, Bassoli e Stefani parlano di “bottiglie”.
I pm dubitavano si trattasse di denaro.
In un’altra occasione Bassoli chiama un collaboratore, pare intendere di aver raggiunto un accordo sulla cifra da versare in cambio dell’appoggio della Lega e dunque dell’accesso ai fondi.
Più tardi, dopo cena, Bassoli invia un sms all’amico, precisando l’ammontare della presunta “ricompensa”: 1 milione.
Di sicuro Bassoli versò alla Lega 117 mila euro regolarmente iscritti nel bilancio del partito. L’accusa voleva sapere se ci fosse altro. I pm chiesero al Senato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni di Bassoli.
Niente da fare, la legge Boato rendeva inutilizzabili le intercettazioni con la voce di un eletto dal popolo.
Alla fine Stefani ottenne l’archiviazione.
Nel curriculum di Stefani c’è anche un incidente internazionale che nel 2003 lo costrinse alle dimissioni da sottosegretario al Turismo.
Erano i tempi in cui Berlusconi definiva Kapò il socialdemocratico tedesco Martin Shultz. Stefani intervenne con un frase non molto diplomatica: “Se in passato è bastato un automobilistico ‘test dell’alce’ per capire la fallibilità  della Germania, paese ubriaco di tronfie certezze, chissà  quante coscienze potrebbe far crollare un doveroso e indispensabile test d’intelligenza. I tedeschi sono noti per le loro roboanti gare di rutti dopo pantagrueliche bevute di birra e scorpacciate di kartoffeln fritte…”.
Già , i rutti, orgoglio leghista.
Ce n’è abbastanza per spiegare l’attestato di Matteo Salvini: “La Lega non è morta. C’è un nuovo tesoriere che conosco e stimo. Bravo a far di conto. Quindi si va avanti”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

argomento: Bossi, Costume, denuncia, LegaNord | Commenta »

QUEI RUDI PADANI CON L’OSSESSIONE PER I TITOLI DI STUDIO

Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile

BOSSI SI SPACCIAVA PER MEDICO PERSINO CON LA PRIMA MOGLIE, BELSITO HA DUE LAUREE TAROCCATE, RENZO CERCA UNA LAUREA IN UNA MISTERIOSA UNIVERSITA’ DI LONDRA, LA ROSY MAURO NE OTTIENE UNA IN SVIZZERA PAGANDO… CHE ABBIANO STUDIATO PER TROVARE LE SORGENTI DEL PO SULLA CARTA GEOGRAFICA?

No, che poi certe cose non si capiscono mica bene.
In questi due decenni la Lega è sempre stato un partito perlomeno eccentrico.
Fatto di gente che proveniva dalla piccolissima borghesia, ma anche dai ceti più umili.
Il popolo della Padania. Gente che lavora.
Faceva eccezione Maroni, avvocato di Varese, il chirurgo maxillo facciale Roberto Calderoli, l’ingegner Castelli. E poco d’altro.
Il resto grezzoni veri, fieri di esserlo, gente con il dito alzato a mandarti a quel paese senza vie di mezzo.
Ruvidi da canottiera, tutti attorno al capo Bossi Umberto, tutti vestiti come capita, e capitava assai male, tutta gente che il congiuntivo lo aveva sotterrato e non c’era più verso di trovarlo. Uomini che per usare l’ampolla per le sorgenti del Po riciclavano le bottigliette di grappa delle cassette di Natale.
Che il medioevo era un periodo della storia che pressappoco vai a sapere dove stava: e in ogni caso tra il giurassico e il tuca tuca della Carrà .
Gente che anche nella voce, nelle movenze, nello sguardo, persino nella sudorazione te la diceva chiara che mai e poi mai sarebbero finiti preda del demone della cultura, del titolo di studio, dell’essere schiavi del vecchio pezzo di carta.
E se qualche libro girava per quelle case dovevano essere di legno e prima o poi anche quelli finivano a bruciare nel caminetto, in quelle notti d’inverno tra bagne caude e polente con il gorgonzola.
Poi scorri le vicende di questi giorni e capisci che mica è sempre così facile.
Che questi qua, questi del «dalle mie parti una pallottola costa 300 lire», questi normali signori, che poi in Lega facevano a gara al più nordista, al più estremista, gente che doveva essere fiera di essersi fatta da sola, di essersi conquistati il rispetto con i calli nelle mani, le scarpe grosse e il cervello fino (si fa per dire), no, il pezzo di carta lo vuole.
E per averlo distrae denaro pubblico in direzione di scuole per somari, università  improbabili site a Londra o a Malta.
Diplomi di maturità  presi a suon di assegni.
E il punto di partenza, il luogo di inizio fu sempre Bossi, che in gioventù diceva di essere medico e la mattina usciva di casa — narrano le leggende e le dicerie — con lo stetoscopio al collo.
E invece era perito elettronico per corrispondenza.
E se Bossi aveva il debole di farsi prendere per medico, Renzo, detto il Trota, ma a guardar meglio è più un barracuda, dopo aver provato la maturità  due volte ce l’ha fatta con una spinta autorevole, e lezioni private.
Ora frequenta una università  londinese non meglio identificata.
Forse la stessa del tesoriere Francesco Belsito, che di lauree false ne avrebbe avute due, una sempre londinese e una a Malta.
E c’è anche Rosy Mauro che ha preso il diploma di laurea in Svizzera, al modico prezzo, casse della Lega prodighe come sempre, di circa 130 mila euro.
La stessa cifra che sta spendendo il Trota, poi Barracuda, ma visti i risultati scolastici meglio ancora il Cefalo, per questa fantomatica laurea londinese.
Nadia Degrada, segretaria amministrativa della Lega dice che anche Pier Moscagiuro, compagno della Mauro, ha ricevuto il denaro per prendere il titolo di studio, sempre a Londra.
E la domanda è: perchè? Per quale motivo?
Per far bella figura ai convegni della Fondazione Cini?
Per essere ricevuti ai Lincei?
Per un futuro al Gabinetto Vieusseux?
C’è bisogno di tutti questi pezzi di carta per tirare su il dito indice e mandare a quel paese qualcuno?
O forse studiando un po’ è più facile trovare le sorgenti del fiume Po sulla carta geografica? Ai postumi, come dicono quelli che hanno studiato a Londra, l’ardua sentenza.

Roberto Cotroneo
(da “Il Secolo XIX”)

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“DENUNCIAI LA PRASSI DEI FONDI NERI E FUI CACCIATA DALLA LEGA”. PARLA L’EX TESORIERA DELL’EMILIA: “QUA C’E’ PIU’ SPORCO CHE IN VIA BELLERIO”

Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile

CARLA RUSTICELLI RIVELA: “C’E’ DA INDAGARE ANCHE QUA: NEGLI ULTIMI ANNI NELLE REGIONI SI SONO CREATI DEI FEUDI E I SEGRETARI SONO DIVENTATI SCEICCHI”

“Anche io, come Gianfranco Miglio, avevo già  visto e previsto tutto da tempo. Miglio diceva che Bossi non avrebbe tenuto in piedi un partito cosi per sempre, e c’è riuscito anche per molto. Poi però sono arrivate le poltrone”.
Carla Rusticelli dice invece di essere andata via dalla Lega perchè aveva sentito puzza di bruciato, altri sostengono che sia stata espulsa.
Sono gli ex che ritornano, dicono dentro alla Lega Nord.
È vero però che Rusticelli è un ex eccellente: tesoriere del partito dal 2006, consigliere nel parlamentino della Lega Nord Emilia dal 2004, revisore dei conti a livello regionale dal 2004 e, infine, presidente nazionale delle donne padane dal 2002.
Una mole di incarichi, tutti cessati nel 2009, quando il Carroccio l’ha cacciata assieme ad alti compagni di partito.
“No, sono io ad essermi allontanata. E sono ben felice di averlo fatto. Avevo intuito situazioni poco piacevoli. Frequentavo spesso via Bellerio”.
La bufera su Bossi che effetto avrà  a Bologna e in Emilia?
“Bologna è una derivazione di quello che succede al livello regionale, che parte da Reggio Emilia, dove il capo è ancora Angelo Alessandri. Negli ultimi anni nelle regioni si sono creati dei feudi, i segretari sono diventati sceicchi”.
Lei ha controllato le casse del partito bolognese fino al 2009. Tutto in ordine?
“Sì, i miei conti sono sempre stati in ordine, dopo non so cosa sia successo. Avevo lasciato un fondo di 12mila euro, dopo un mese di campagna elettorale abbastanza dispendiosa, è stato usato tutto. Ho assistito a diverse situazioni dove ho visto passare del nero, ma mi sono sempre rifiutata. Per questo motivo sono stata estromessa, solamente perchè mi sono opposta. Tanto è vero che di fronte a un mio preciso rifiuto prima mi hanno tolto il controllo della cassa, poi allontanata dal partito”.
A cosa si riferisce?
“Dovevo dare il consenso per un contratto d’affitto pagato metà  in bianco e metà  in nero per un negozio in centro, serviva per la campagna elettorale del 2009. Non ci penso neanche, risposi. Da lì a poco mi hanno tolto tutti gli incarichi”.
Lei sostiene anche di essere stata revisore dei conti del partito a livello regionale. Com’era la situazione?
“Sì sono stata revisore dei conti, andavo spesso alla sede di Reggio Emilia. Ma mi facevano vedere solo un conto corrente bancario. Tutto qua, dicevo io? Ho fatto richiesta per poter accedere ad altri documenti, non sono mai stata chiamata. Così mi si sono drizzate le orecchie, sono diventata sempre più sospettosa e severa nel controllare i conti. Gli altri mi trattavano come una rompiscatole, solo perchè onesta”.
Non ha mai denunciato nulla dentro al partito?
“Certo. Una volta al mese c’era il consiglio della Lega Nord Emilia, anche io ne facevo parte. Ho sempre rotto le scatole, sollevando in ogni assemblea queste situazioni. Tutto quanto veniva verbalizzato e poi mandato a Milano. Vista la situazione che si era venuta a creare, chiedevo sempre di poter controllare i verbali inviati a via Bellerio. Erano tutti taroccati. Tutto quello che denunciavo o veniva cancellato o frainteso. Ho fatto un’enorme battaglia contro questa gestione allegra del movimento, non ce n’è traccia”.
Ma se i magistrati indagassero in Emilia cosa accadrebbe secondo lei?
“Un putiferio. Ci sono conti mai messi in ordine, soldi in nero, sia in entrata che in uscita. C’è più sporco qui che a via Bellerio. Quando andavo a Reggio Emilia e chiedevo informazione sui conti tutti mi rispondevano allo stesso modo: “C’è una gran confusione”.
Il Carroccio bolognese è stato commissariato dal regionale dal 2009 al 2011, subito dopo il vostro allontanamento voluto da Alessandri. Che idea si è fatta di lui?
“Penso solo che ha trattato la Lega come un giocattolino e che si dovrebbe dimettere. Non posso dire altro, mi fermo qui”.

Beppe Persichella
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BELSITO, SCANDALO INARRESTABILE, SI MUOVE ANCHE LA PROCURA GENOVESE

Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL PROCURATORE CAPO: “SI RENDE NECESSARIO UN APPROFONDIMENTO DA PARTE NOSTRA”… SOTTO ESAME IL PRESUNTO VERSAMENTO DI 50.000 EURO, EMERSO DA UNA INTERCETTAZIONE, DA PARTE DI BELSITO AL SEGRETARIO REGIONALE BRUZZONE

Si muove anche la Procura della Repubblica di Genova per cercare di capire i presunti passaggi di denaro tra Francesco Belsito e il segretario regionale della Lega Nord, Francesco Bruzzone.
Quella intercettazione telefonica tra l’ex tesoriere del Carroccio, e il deputato leghista Giacomo Chiappori, in cui si parla della cessione di 50 mila euro, è già  agli atti, materiale sul quale i magistrati genovesi vogliono applicare grande attenzione: “Non possiamo ignorare l’informativa del Noe alla Procura di Napoli, i cui contenuti sono ormai di dominio pubblico – dice il procuratore capo di Genova, Michele Di Lecce – è necessario un approfondimento da parte nostra”.
Al momento non ci sarebbe un fascicolo aperto, tantomeno l’iscrizione di qualche nome nel registro, anche se Belsito è indagato dalle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria per truffa ai danni dello Stato, riciclaggio e appropriazione indebita di denaro.
Sulla scrivania del procuratore aggiunto Vincenzo Calia ci sono però i ritagli dei giornali che riportano la notitia criminis.
Quella presunta “tangente” che nelle prossime ore potrebbe far scattare un nuovo filone di indagine, tutto genovese dal momento che il presunto reato si sarebbe consumato sotto la Lanterna.
Evidenziato quel passaggio in cui Belsito, che in passato ha ricoperto l’incarico di consigliere di amministrazione in Fincantieri, dice a Chiappori: “Però, 50mila euro che si è preso per Fincantieri se l’è dimenticati questo!”.
“Questo” sarebbe Francesco Bruzzone, che si sarebbe scordato chi è il cassiere della Lega.
Ieri, il segretario regionale del Carroccio ha ricostruito a cosa sarebbe dovuto quel versamento di 50mila euro: “Intanto sono 40mila e rappresentano due versamenti da 20mila euro ciascuno, oblazioni che Belsito fece nel 2003 alla Lega per la sua nomina nel cda di Fincantieri – ripete Bruzzone – invece che dare il 20% al partito nei tre anni successivi, cioè fino al 2006”.
La cifra, contabilizzata e rendicontata, sarebbe stata pattuita tra i vertici nazionali e l’allora tesoriere federale Maurizio Balocchi.
“Il mio interessamento riguarda le pressioni che io feci perchè versasse quel contributo, come facciamo tutti”, sottolinea il segretario regionale.
Segretario regionale ancora per poco.
Bruzzone, infatti, dichiara che non si ricandiderà  più.
Soprattutto dopo essere stato messo alle corde durante il direttivo di partito tenuto giovedì sera.
Dove non sono mancati i colpi bassi e con il Carroccio ormai allo sbando, si è giunti ad una vera resa dei conti.
Con Edoardo Rixi che ha sbattuto sul tavolo i giornali del giorno e rimproverato a Bruzzone di avere portato lui Belsito nel partito.
Il presidente della Lega Nord Liguria, il “padre” fondatore Bruno Ravera, ha chiesto le dimissioni di Bruzzone.
“In considerazione degli avvenimenti – scrive in una nota – mi vedo costretto a chiedere le dimissioni del segretario, affinchè faccia chiarezza sui 50 mila euro che avrebbe preso da Belsito”.
La risposta di Bruzzone non si è fatta attendere: “Prendo atto e condivido nella sostanza che nel partito ci sia un rinnovamento, perciò faccio un passo indietro, conduco la Lega verso la fase terminale del congresso e finisco lì, non intendo più ricandidarmi”.

Giuseppe Filetto
(da “Il Secolo XIX”)

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“LIGURIA FUTURISTA”: CARO MUSSO, IL TERZO POLO NON E’ IL COLOSSEO, ALTRO CHE “VIENI VIA CON ME”

Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO SINDACO LEGHISTA RIXI CHIEDA ASILO POLITICO A TOPOLINEA, LI’ I PROFUGHI NON LI FANNO AFFOGARE… ALTRO CHE CORTEGGIARE “UN INCAPACE A FARE IL SINDACO”, IL TERZO POLO PARLI DI VALORI NON SOLO DI MARCIAPIEDI

Sulla stampa di oggi si legge che il candidato sindaco di Genova per la Lega, Edoardo Rixi, sarebbe “conteso” da altri partiti, dopo il deflagrare dello scandalo dei fondi della Lega su cui stanno indagando tre procure e a seguito della sua pubblica dichiarazione: “O si cambia o lascio la Lega”.
In particolare il candidato sindaco della omonima lista civica e del Terzo Polo, Enrico Musso, avrebbe invitato Rixi con la battuta “Vieni via con me” a convergere, ormai eventualmente al ballottaggio, sulla sua candidatura a sindaco, con un posto di rilievo in giunta per Rixi, in caso di sua vittoria.
“Liguria Futurista” ricorda a Enrico Musso che il Terzo Polo non è il Colosseo dove si entra e si esce a piacimento, senza condividerne i valori fondanti.
E nemmeno l’uffico acquisti di una grande azienda dove spesso finiscono per essere assunti “incapaci” (per dirla alla Belsito e alla Chiappori) o portaborse raccomandati.
Rixi ancora oggi rivendica il suo diritto a brandire il salame davanti alla moschea, atto politico che nulla ha in comune con il Terzo Polo e più in generale con le persone civili.
Musso eviti una politica ondivaga e dica parole chiare: Rixi, se rimanesse orfano della Lega per beghe interne, chieda asilo politico a Topolinea, direzione opposta a Padania.

In quella località  i profughi li accolgono rispettandone i diritti sanciti dalle leggi internazionali, non li fanno affogare in mare.
Caro Enrico, i voti si raccolgono sul proprio programma, non strizzando l’occhio a “un incapace a fare il sindaco” (sempre fonte intercettazioni dirigenti leghisti) che ha pure il coraggio di dichiarare: “Se non c’è spazio nella Lega, magari c’è da altre parti, oppure posso fare anche altro: nella vita non è un obbligo fare politica”.
Parla lui che tra incarichi da portaborse ( e tutti in Lega sanno chi è stata la sua “musa protettrice”) e cariche pubbliche da dieci anni vive di politica.
Dieci anni di frequentazioni ad alto livello del “cerchio magico” e dintorni senza avere mai espresso dubbi e assunto prese di distanza.
Altro che “vieni via con me”, il Terzo Polo non ha bisogno di badanti, ma di idee, valori e progetti ideali.

LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza

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