Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO IL PRIMO A DARGLI DEL BUGIARDO E’ STATO COLUI CHE PER FERMARE IL PROPRIO DECLINO HA FATTO VOTARE AL PARLAMENTO CHE RUBY ERA LA NIPOTE DI MUBARAK
Scrivere per criticare Giannino essere troppo facile.
Uno che fondare un partito che parlare come la Mamie di «Via col vento» («Fare per fermare il declino») avere bisogno di tanto affetto e comprensione.
Perciò io non capire perchè, a una settimana dal voto, l’economista Luigi Zingales fare cagnara per fermare il Giannino, dopo avere scoperto che lui millantare un master di economia all’università di Chicago.
Giannino avere fatto l’incauta affermazione in tv, non per truffare il destino ma per titillare il suo ego smisuratino: nelle immagini essere possibile vedere come lui abbassare la voce e storcere gli occhi e la bocca mentre pronunciare le parole «master all’università di Chicago».
In realtà Giannino essere andato a Chicago in vacanza per imparare rudimenti della lingua inglese: to make to stop the decline. (In inglese non usare il doppio infinito, ma questo imparare solo nel secondo master).
Come milioni di altri italiani davanti alla moglie o a Equitalia, Giannino non inventare completamente la realtà : solo un po’ migliorare.
Per lui il master di Chicago essere come fiore all’occhiello delle sue giacche color formigoni: un apostrofo rosa fra le parole «me amare».
Certo, in Germania due ministri essersi dimessi per laurea taroccata.
Ma io dire: con tutti i guai e i cialtroni che noi avere, essere questo il problema?
Bugie assomigliare a omeopatia: in piccole dosi aiutare a difendersi dalle grandi.
Ieri il primo a dare del bugiardo a Giannino essere stato uno che per fermare il proprio declino avere fatto votare dal Parlamento che Ruby essere la nipote di Mubarak.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
IL BALLETTO IN TV DEI CANDIDATI CHE NON HANNO ALCUNA INTENZIONE DI CONFRONTARSI
Sarò strano, ma non riesco a capire tutta questa ossessione per i confronti televisivi che si fanno o
non si fanno.
Intendiamoci: Grillo ha sbagliato di brutto a promettere e poi disdire l’intervista con Sky (e non è la prima gaffe: quella strana frase sui magistrati che “fanno paura” proprio mentre indagano sui poteri fortissimi ha sconcertato una bella fetta della sua base).
Ma soprattutto ha sbagliato a prometterla, perchè diciamoci la verità : nessuna delle centinaia di pallosissime telecomparsate degli aspiranti premier e dei loro candidati ha spostato di un millimetro gli orientamenti degli elettori.
L’idea di un bel dibattito all’americana, dove un avversario o un giornalista mette in difficoltà il politico di turno e gli fa perdere voti, in Italia è pura utopia: e lo resterà finchè la politica comanderà sulle tv.
Paradossalmente, il programma che più s’è avvicinato a quel modello è stata la puntata di Servizio Pubblico che tutti i giornali hanno accusato di aver rilanciato Berlusconi (perciò Bersani e Monti non sono venuti da Santoro: per evitare eccessivi rilanci).
Quella sera il Cavaliere, per la prima e ultima volta nella sua carriera, fu costretto ad ammettere di non essersi opposto alla decisione di Monti di introdurre l’Imu sulla prima casa; e addirittura di essersi confuso, a causa dell’età avanzata, sul complotto delle banche tedesche contro il suo governo.
Tant’è che per qualche settimana evitò accuratamente di dichiarare guerra alla Germania e di accusare Monti sull’Imu, pensando che le due balle fossero ormai inutilizzabili e occorresse inventarne qualcun’altra (tipo la restituzione dell’Imu in contanti).
Poi andò a un programmino domenicale di La7 e ripetè le due balle senza che i due conduttori gli ricordassero che erano già state smontate da Servizio Pubblico .
Dunque capì che poteva usarle di nuovo: nella tv italiana non si butta via niente.
Del resto, avete mai sentito qualcuno (esclusi i presenti) rinfacciargli i suoi processi o gli impresentabili nelle sue liste?
Tutti gli scandali, per lui, sono ormai mediaticamente prescritti: condono tombale.
E così i casi Penati o Mps per Bersani.
E così l’inerzia su Finmeccanica per Monti.
In compenso Ingroia, le rare volte in cui appare in video, deve continuamente giustificarsi per essere un magistrato e peggio ancora un incensurato; poi, quando potrebbe illustrare le proposte del suo movimento, il tempo è scaduto.
Invece gli altri leader intervistati in tutte le tv possono dire le loro cose, vere o false che siano, senza incontrare ostacoli.
Non perchè alcuni intervistatori non tentino di incalzarli sulle loro contraddizioni, ma perchè mai come in questa campagna elettorale si è mentito tanto spudoratamente sul passato e sul futuro, sui programmi e sulle alleanze.
Anche la domanda più cattiva, impertinente, puntuta è destinata a infrangersi contro risposte generiche o sfuggenti o menzognere.
E la legge sulla par condicio proibisce al conduttore di interrompere l’ospite logorroico o bugiardo per ristabilire punto per punto la verità .
Solo un confronto fra tutti e sei i candidati premier potrebbe spostare qualcosa: non tanto per i contenuti (perlopiù falsi o utopistici), quanto per l’efficacia della comunicazione, che non è uguale per tutti.
Ma il confronto a sei non lo vuole nessuno dei big: troppi altarini da nascondere. Infatti pongono condizioni inaccettabili (confronto a due o a tre, fuori gli altri) per evitarlo.
Quindi non facciano i furbi: sono allergici alle domande proprio come Grillo che (giustamente) accusano di allergia alle domande.
Ps. Ieri B. ha annullato la sua partecipazione a Otto e mezzo dove avrebbe dovuto rispondere alle domande di Lilli Gruber e del sottoscritto.
Chissà cosa diranno ora i tromboni che mi accusavano di avergli regalato una barcata di voti a Servizio Pubblico: forse che temeva di stravincere?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
ANDREA LAPENNA A GIUDIZIO PER STALKING DOPO LE PERSECUZIONI A UNA MAESTRA DISABILE…. MA FRATELLI E SORELLE D’ITALIA FANNO FINTA DI NULLA
Nella galassia degli impresentabili è apparsa una nuova stella.
Si chiama Andrea Lapenna ed è l’uomo forte che il trio La Russa, Crosetto e Meloni ha deciso di candidare in quel di Cantù al motto “liberi, onesti e senza paura”.
Il nome non dice molto, ma le cronache locali lo hanno visto protagonista di una brutta vicenda che ha portato a una citazione in giudizio per molestie e stalking.
Tra i candidati in corsa per la Lombardia, dove vanno forte i reati contro il patrimonio e la pubblica amministrazione, Lapenna è il primo ad avere problemi giudiziari per reati contro la persona.
E chissà se è un biglietto da visita migliore.
Tutto parte nel 2005 come una lite di condominio, nata da una canna fumaria difettosa che il Lapenna, al tempo assessore alla sicurezza di Cantù col Pdl, accendeva incurante del fatto che non fosse affatto sicura.
A nulla sono valse le lamentele degli inquilini al piano di sopra per l’appartamento invaso dal fumo.
Finchè l’impianto andrà a fuoco rischiando di bruciare l’intera palazzina.
Le perizie dimostreranno poi che non era a norma e l’incidente costerà al politico una prima condanna in sede civile a risarcire 25mila euro di danni.
Finita qui? No.
Quella multa innescherà , per i sei anni successivi, una spirale violentissima di minacce, aggressioni, pedinamenti e ingiurie ai danni della famiglia di sopra che s’era rivolta ai vigili del fuoco, ai carabinieri, al sindaco, al questore e infine si rivolgerà alla Procura di Como.
Vittime dello stalking sono un’insegnante invalida, Luciana Longo, che vive sopra i Lapenna con l’anziana madre e il figlio.
Per anni hanno dovuto rinunciare a utilizzare la camera da letto invasa dai fumi dell’inquilino di sotto che, alle loro rimostranze, rispondeva con crescente violenza. Ma Lapenna è un ex finanziere e un politico di peso in zona e forse per questo le denunce alle autorità locali inizialmente cadono nel vuoto.
Fino al giorno in cui, esasperato, il figlio dell’insegnante cerca l’attenzione della stampa locale e minaccia di buttarsi dal terrazzo se nessuno ascolterà quanto ha da dire.
La vicenda inizia così ad affiorare, ma Lapenna la minimizzerà sempre come una banale lite di condominio.
La famiglia Longo sostiene il contrario.
Su consiglio del legale madre e figlio iniziano a documentare le aggressioni per le quali nessuno indaga.
In sei anni realizzano decine e decine di filmati audiovisivi e scatti dal cellulare: pedinamenti, minacce, insulti da parte dei Lapenna in sodalizio con un’altra famiglia. Depositano il tutto in un fascicolo di oltre 100 pagine alla Procura di Como e solo allora il caso viene preso seriamente in considerazione: scattano due avvisi di garanzia a carico del politico, le prime udienze e infine la citazione in giudizio per stalking a carico di Andrea Lapenna e altre otto persone.
Il decreto del pm Alessandra Bellù riporta alcuni passaggi delle registrazioni depositate: “Vai a farti curare il cervello, tu e tua mamma, maestra dei miei coglioni; brutta puttana chiudi la finestra; perchè non muore, che crepi almeno (…) la sistemo io quella rompicoglioni, troia maestrina del cazzo (…) vieni fuori che ti stacco la testa, ti spacco in due a te a tuo figlio, io la legge me la faccio da solo, con la benzina do fuoco alla casa”…
E via dicendo.
Tutt’altro signore, Andrea Lapenna, per chi non gli sta così vicino.
Se nel privato può apparire un bruto, il politico canturino mostra un animo quanto mai sensibile in pubblico: dopo l’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza Duomo, da assessore alla sicurezza, fece realizzare un simbolo del Pdl in pizzo costato 290 ore di lavoro all’Accademia dei Merletti di Cantù.
Tanta nobiltà d’animo deve aver convinto Fratelli d’Italia ad ignorare le pendenze giudiziarie e l’eventuale imbarazzo in caso di condanna e candidarlo.
Ora la storia però viene a galla e i maggiorenti del partito, presi alla sprovvista, cercano di minimizzare.
Il senatore Alessio Butti, referente per Fratelli d’Italia di Como, commenta: “Non so con precisione per cosa sia indagato Lapenna, ma so che la vicenda non ha nulla a che vedere con la sua attività di amministratore”.
Giorgia Meloni non commenta e il suo staff la butta sul ridere: “Suvvia, per un caminetto…“.
La prossima udienza è fissata per l’11 marzo ma arriverà prima il giudizio delle urne, con il voto del 24-25 febbraio.
Perchè Lapenna, nonostante tutto, resta in corsa per il Pirellone, insieme agli “onesti, liberi e senza paura“.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
POI FINISCE IN FARSA: L’ESAGITATA CHE VOLEVA LA MORTE DEL REIETTO VIENE A SUA VOLTA TACCIATA DI “COMUNISTA INFILTRATA” E ALLONTANATA… UNA TERZA POVERACCIA CHE CHIEDEVA L’ABOLIZIONE DI EQUITALIA SPINTA FUORI… POI ALL’ORA DI CENA I BUONI BORGHESI SONO TORNATI A CASA A CONTARE I SOLDI SOTTO IL MATERASSO
Il contestatore era uno solo, armato di aeroplani di carta. 
Ma alla fine, ad essere cacciati dalla convention milanese del Pdl sono stati in tre. Berlusconi e Maroni sul palco, a parlare di sprechi, risparmi, tasse.
La sala del Fieramilanocity gremita di militanti di centrodestra.
“Ci hai rovinato tu”, grida un uomo dal centro della platea, lanciando areoplanini di carta in direzione dei due leader.
Immediatamente le forze dell’ordine lo scortano fuori, mentre i sostenitori del Cavaliere inveiscono contro il “disturbatore comunista”.
“Il solito juventino“, chiosa Berlusconi dal palco.
L’individuo viene sottratto alla rabbia degli azzurri. Una elettrice in particolare, minaccia di morte lui, Monti e Bersani.
La stessa, ancora agitata, rientra in sala. Ma il suo vociare disturba gli astanti, che la prendono per una nuova disturbatrice.
“Comunista”, le gridano mentre lei cerca di spiegare che è una fervida berlusconiana. Non le credono.
“Puttana, fuori”, insiste il pubblico di Silvio.
Ancora una volta è la polizia ad intervenire, portandola fuori.
Quando finalmente pare tutto finito, ecco che un’altra signora viene allontanata.
“Ho chiesto di chiudere Equitalia, che mi ha rovinato”. Ma evidentemente in sala ormai bastava alzare la voce.
E allora fuori uno, fuori, due, fuori tre.
Franz Baraggino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
ZINGALES SOLLEVA IL CASO DI UN MASTER VANTATO DA GIANNINO CHE TALE NON E’: E COME TARANTOLATO ABBANDONA FARE, NEANCHE AVESSE SCOPERTO CHE GIANNINO ERA SOCIO DI BELSITO
“Oscar Giannino è laureato in giurisprudenza ed economia e ha conseguito il diploma in Corporate Finance e Public Finance presso la University of Chicago Booth School of Business”.
Questa è la versione del curriculum del fondatore di Fare per fermare il declino che è stata cancellata dal sito dell’Istituto Bruno Leoni (la cache di Google lo rende ancora visibile) e sostituita da un’altra che omette i titoli accademici.
Anche se altri siti riportano ancora la versione da cui il diretto interessato, alla luce delle dimissioni e della polemica innescata da uno dei promotori del movimento Luigi Zingales, prende le distanze.
Eppure era lo stesso Giannino ad avere ricordato di avere conseguito il titolo anche in una videointervista del 5 febbraio 2013 su Repubblica.
Ma per l’economista è tutto falso. E così Giannino ritratta e su Facebook scrive che c’è stato un “equivoco”.
“Non ho preso master alla Chicago Booth”, precisa. E cerca di spostare l’attenzione altrove.
“Il punto — continua — è un altro. A Luigi, a quattro giorni dalla fine della campagna elettorale, non è bastata. In effetti, da quanto ho detto a Repubblica si capiva il contrario. Quindi, chiarire era necessario in pubblico, sostiene Luigi. Ed è una piccola prova di quello che Fare riserverà all’Italia. Cominciando da me, come, ripeto, è giusto”.
Poi pare smentire anche gli altri titoli riportati sulla sua biografia visto che, puntualizza, “quanto so l’ho studiato per i fatti miei”.
“Sono da decenni giornalista — precisa -. Non ho mai usato presunti titoli accademici, che non ho, per carriere che non mi competono”.
E la tecnica autodidatta, scrive, vale anche “per gli altri titoli che mi vengono attribuiti in Rete“.
Anche ieri Giannino, poche ore prima che Zingales comunicasse “ai vertici” le dimissioni, in un comizio a Matera aveva dichiarato: “Mi hanno detto — ha commentato — che in rete c’è una cosa che gira su un mio presunto master alla Chicago Booth. Vorrei chiarire che su questo c’è un equivoco. Io il master non l’ho preso alla Chicago Booth. Sono andato a Chicago a studiare l’inglese e così via. Bastava chiederlo e avrei risposto. Lo chiarisco perchè — ha aggiunto — in rete c’è una cosa che monta. Luigi Zingales insegna alla Chicago Boolth, mi è capitato di parlarci ed è uno dei nostri fondatori. Insegna lì. Io sono stato a Chicago da giovane a studiare e — ha concluso — non ho preso il master alla Chicago Booth”.
Una spiegazione che non ha convinto Zingales, che il giorno dopo ha pubblicato su Facebook l’annuncio delle sue dimissioni.
Autogol Oscar, scrive un utente sulla pagina del social network di Giannino.
Ma la sua voce è affogata tra decine di commenti che minimizzano sull’accaduto e sostengono il leader di Fare per fermare il declino, oltre a insinuare che ci sia lo zampino del Cavaliere e la corsa al fotofinish degli ultimi giorni di campagna elettorale.
“Berlusconi solitamente comincia con l’attaccare il leader avversario ulizzando la macchina del fango (il gatto di Giannino e il pulitino Sallusti). Passata questa fase, si passa a contattare e ‘comprare’ le truppe — scrive Marco — Non sarà probabilmente il caso di Zingales ma mi aspetto di verificare tutti i suoi prossimi incarichi nei prossimi anni. Sarà poi un caso che oggi Giannino ha insultato pesantemente la lista di Monti?”.
E ancora: “L’uscita di Zingales giova a Berlusconi in Lombardia e, quasi sicuramente, a Zingales”.
Alessia poi si stupisce dello scarso tempismo dell’economista dimissionario (“Fatalità Zingales se n’è accorto solo ora!”).
E seguono decine di commenti a difesa di Giannino: “Quella di Zingales è spiegabile con una sola parola: invidia”, “un master aggiunge o toglie qualcosa alla validità della proposta di Giannino?”.
Ma sul profilo del giornalista ci sono anche i delusi: “Io so che il mio cv non è tarocco e che non dico (come ha fatto Giannino apertamente) di avere un master quando non ce l’ho — spiega Paolo -. Io credevo fosse un po’ più serio, tutto qui”.
Alberto poi si rivolge direttamente a lui: “Oscar, si sente benissimo che hai detto ‘dove ho preso il Master’. Ci ho creduto al 100% , ma ora sei inevitabilmente sputtanato. Per una piccolezza, ma sputtanato. E magari spiegaci perchè Zingales ha deciso di ucciderti”.
Sul profilo di Zingales, invece, piovono critiche e gli utenti gli rimproverano il “pessimo” tempismo.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
VOTO DISGIUNTO ANCHE PER IL GIUSLAVORISTA: “UNA SCELTA CHE DERIVA DALLA ANTICA AMICIZIA CHE MI LEGA ALLA FAMIGLIA E A UN UMBERTO, CEMENTATA DAL DOLORE PER L’ASSASSINIO DI SUO PADRE”
Ambrosoli incassa il voto e il sostegno di Pietro Ichino. 
Il giuslavorista, già esponente del Pd, scioglie la riserva e annuncia che voterà il candidato del centrosinistra, Umberto Ambrosoli, alle regionali lombarde.
In un editoriale postato sul suo sito, l’ex esponente democratico, ora candidato nella lista ‘Scelta civica’ di Mario Monti al Senato (Toscana e Lombardia), annuncia la sua scelta, spiegando di credere nel carattere “civico” della candidatura di Ambrosoli.
La decisione del giuslavorista segue l’invito al voto disgiunto di altri esponenti ‘montiani’, come Ilaria Borletti Buitoni, capolista per ‘Scelta civica’ nella circoscrizione Lombardia 1 alla Camera, malgrado gli appelli del presidente del Consiglio che ha più volte chiarito che il suo candidato è Gabriele Albertini.
“In un’intervista a Repubblica della settimana scorsa — ha scritto Ichino — ho detto che ‘le figure di Albertini e Ambrosoli rappresentano due aspetti e due tendenze di una stessa società civile ambrosiana, onesta, laboriosa, europeista, convinta della necessità di riformare profondamente il nostro paese per fargli raggiungere i migliori parametri europei’.
La Lista Monti — ha proseguito — si propone di unire e rappresentare, sul piano nazionale, entrambe queste parti della società civile; cioè unire tutti i fautori della ‘riforma europea’ dell’Italia, quale che sia la loro provenienza secondo le vecchie geometrie politiche”.
A pesare sulla decisione di Ichino anche le parole dello stesso Ambrosoli che ieri, dalle colonne della Stampa, aveva dichiarato: “Io non mi sento il candidato di Bersani. La mia candidatura non nasce dalle segreterie di partito, ma da un patto civico. E poi la mia coalizione ha confini diversi, più ampi. E’ così: tra coloro che hanno scelto da tempo di votare per Ambrosoli, in questo ultimo mese, molti nelle elezioni politiche nazionali voteranno per Monti”.
“Tra gli elettori che domenica prossima compiranno questa stessa scelta ci sono anch’io — annuncia Ichino, confermando la scelta del voto disgiunto — è una scelta che nel mio caso nasce dall’antica amicizia che mi lega alla famiglia Ambrosoli e a Umberto, cementata dal dolore per l’assassinio di suo padre; dalla mia amicizia e stima per Umberto è nato anche, nell’autunno scorso, il mio impegno pubblico a sostegno della formazione della sua lista civica e della sua candidatura”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
INVESTIMENTI STRANIERI A PICCO: A ROMA UN CROLLO DEL 53%
Stop all’autolesionismo. Basta piangersi addosso.
E’ vero che il pil dell’Italia è calato nel 2012 del 2,2%. Ma le eccellenze nazionali tirano ancora.
Un esempio? I brillantissimi risultati della Tangenti Spa: il business della bustarella tricolore – calcola il Servizio anti-corruzione e trasparenza del ministero alla Funzione pubblica – muove ormai un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, cifra con cui in Borsa si possono comprare Fiat, Enel e Unicredit messe assieme.
E, soprattutto, viaggia con il vento in poppa: nel 2011 Roma era al 69esimo posto (su 179 paesi) nella classifica di Transparency International sulla percezione del malaffare nella pubblica amministrazione.
Alla fine dello scorso anno siamo riusciti a far peggio, scivolando al 72esimo posto. Dietro Ruanda, Lesotho e persino alle spalle di Cuba.
LA ZAVORRA SULLE AZIENDE
Finmeccanica e Saipem, gli ultimi casi agli onori della cronaca, sono solo la punta dell’iceberg.
Mani Pulite è servita a poco. Tangentopoli è ancora qui e l’Italia – ha ricordato pochi giorni fa agli smemorati il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino – deve fare i conti con un giro di bustarelle «gigantesco e sistemico, una piaga che si annida ovunque e che danneggia l’economia ».
Quanto? I pochi numeri a disposizione mettono i brividi.
Il 19% delle imprese della penisola — secondo un’analisi di Kroll International — è stato colpito in qualche modo nel 2011 dalla corruzione.
Come dire una società su cinque, il doppio dell’anno precedente.
E i ricavi di un’azienda costretta a lavorare in queste condizioni, calcola la Banca Mondiale, crescono in media il 25% in meno della stessa realtà impiantata in una situazione dove l’unica stella polare è la competitività .
Forbice che, purtroppo per noi, si allarga al 40% quando di mezzo ci sono le Pmi, la spina dorsale dell’industria di casa nostra.
I COSTI PER LO STATO
Pagano le imprese e paga pure — carissimo — lo Stato.
Le mazzette necessarie per oliare i meccanismi bizantini della burocrazia tricolore, dicono i giudici contabili, generano un sovrapprezzo medio del 40% sulle opere pubbliche.
Pallottoliere alla mano, significa che sui 225 miliardi di spesa previsti dal governo Monti nel piano di infrastrutture strategiche 2013-2015 si devono mettere in preventivo una novantina di miliardi in più, da contabilizzare alla voce “tangenti”.
È un circolo vizioso che tende diabolicamente ad auto-alimentarsi visto che ogni punto perso nella classifica di Trasparency International si traduce, secondo l’agenzia non governativa, in un calo del 16% degli investimenti esteri nel paese interessato.
E, sarà un caso, ma Roma negli ultimi due anni ha visto crollare del 53% i flussi di capitali stranieri nella nostra economia contro il – 7% del resto della Ue.
La sfiducia degli investitori esteri tra l’altro rischia di trasformarsi in un boomerang micidiale per un paese costretto a collocare ogni anno 400 miliardi di titoli di stato sui mercati.
POLITICA SFIDUCIATA
Le cifre, naturalmente, sono opinabili. Qualcuno ne contesta l’abnormità , sottolineando che in base a questi dati l’Italia garantirebbe – e c’è poco da vantarsi – il 50% del giro d’affari della corruzione made in Europe, stimato dalla Ue a 120 miliardi.
Di sicuro però nel campo abbiamo pochi avversari.
Le rilevazioni di Transparency – che ieri apriva il sito con una tirata d’orecchi a Silvio Berlusconi per lo “sdoganamento” delle bustarelle internazionali – parlano chiaro: il 69% degli italiani si considera più esposto alla corruzione degli altri europei.
L’89% pensa che il malaffare permei l’economia nazionale, un dato inferiore nella Ue solo a quello di Cipro e ben oltre la media europea del 67%.
I colpevoli?
La politica nazionale (67%) regionale (57%) e locale (53%), mentre si salvano forze dell’ordine (34%) e i magistrati (38%).
IL BUCO NEL PIL
Il Belpaese, naturalmente, riesce sempre tafazzianamente a metterci del suo.
La nostra politica ha passato qualche lustro a depenalizzare i reati finanziari, varare indulti e sconti di pena senza muovere un dito per riformare una giustizia civile da terzo mondo.
Approvando solo in zona Cesarini cinque mesi fa una legge anti-corruzione annacquata dalle resistenze del Pdl.
Una retromarcia fotografata senza pietà dal Rating of control of corruption – il “Trasparentometro” messo a punto dalla Banca Mondiale – dove il nostro punteggio è sceso dagli 82 punti del 2000 ai 59 del 2009, ultimo dato disponibile.
A farne le spese, alla fine, è il Pil.
Una nazione che combatte davvero il malvezzo delle tangenti ha un vantaggio competitivo di 2,4 punti di crescita economica ogni anno grazie a una concorrenza più sana, secondo la World Bank.
Tradotto in soldoni significa 38 miliardi di ricavi in più ogni dodici mesi per l’Italia Spa. Più o meno la metà della cifra necessaria per pagare gli interessi sul nostro debito.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
CHI PROPONE LA VENDITA DELL’ORO E CHI ABOLISCE IL MOTORE A SCOPPIO… VIAGGIO NEL PDL DOVE OGNUNO PUO’ DIRE TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO
“Tutti i lavori precari devono diventare a tempo indeterminato. A chi spaccia la manomissione
dell’articolo 18 come necessaria per attrarre investitori stranieri, basta far presente che parliamo di persone. Persone che che vivono con stipendi da miseria”.
Stralci del programma di Rivoluzione Civile? Non esattamente.
Una delle più strenue difese dell’articolo 18, a sorpresa, arriva dallo schieramento opposto.
Dal programma de “La Destra” di Storace, terzo partito in ordine di grandezza del rassemblement a guida belrusconiana.
Solo una delle tante piccole contraddizioni che animano la strana e variopinta coalizione di Centrodestra.
Senza candidato premier, senza programma, e con un leader che già si prenota, primo nella storia, come ministro dell’Economia.
La “bomba” della restituzione dell’Imu, tra detrattori in casa e rivendicazioni postume di paternità sulla proposta, ha scoperchiato il pentolone.
La coalizione esiste solo sulla carta, anche perchè un programma condiviso vero e proprio, ad oggi, non esiste.
Per farsi un’idea dell’Italia di domani promessa dal Centrodestra, non resta quindi che confrontare i testi dei singoli partiti del convoglio a trazione berlusconiana: Pdl, Lega Nord, La destra, Fratelli d’Italia, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Grande Sud di Miccichè e il Partito dei Pensionati.
I programmi fotocopiati.
Per Lega e Pdl il problema, si sa, non si pone. I due partiti si sono deliberatamente copiati i programmi, riga per riga, capitolo per capitolo.
Tinte blu per il Popolo della libertà , verde Padania per il Carroccio.
Saranno contenti i militanti leghisti che al terzo punto del programma si trovano quindi, nel capitolo sull’Europa, “L’accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria e fiscale”.
Alla faccia del federalismo.
I pensionati contro lo scalone di Maroni.
E se Berlusconi e i suoi glissano sulla questione esodati, lasciando intendere che la riforma Fornero rimarrà così com’è, qualcosa avrebbero e avranno da ridire i Pensionati, che malgrado – ad oggi – un programma ancora non ce l’abbiano, nell’ultimo testo disponibile sul sito chiedono ancora “L’abolizione dello scalone di Maroni”, l’alleato Roberto Maroni.
Buone notizie lo scalone è stato già abolito, dal centrosinistra.
Si tratta, con ogni probabilità , soltanto di un ritardo di aggiornamento nel sito, ma chissà che non finisca per disorientare l’elettorato della formazione guidata da Carlo Fatuzzo.
Addio al motore a scoppio.
E dovrà forse fare un passo indietro il Cavaliere, che nelle scorse settimane è tornato a spendere parole di grande elogio nei confronti di Sergio Marchionne e della Fiat?
I Moderati in Rivoluzione di Giamapolo Samorì, alleati in coalizione, hanno un’idea diversa per il rilancio del settore automobilistico.
E nella loro sintesi di programma, a caratteri minuscoli, annunciano che “è indispensabile vietare, entro massimo 5 anni, la commercializzazione di autovetture con motore a scoppio, favorendo la nascita di una nuova industria nel settore automobilistico impostata su motori elettrici, a idrogeno, o altre forme non inquinanti”.
“Per ogni 500 elettrica venduta, Fiat perde 14 mila dollari”, ha detto Marchionne qualche mese fa dal Salone di Parigi, spiegando tutte le sue diffidenze verso le auto di nuova generazione.
Medierà Berlusconi tra i due?
Eurodivisi.
E che dire del delicato capitolo monetario.
La destra di Storace propone “in via provvisoria la doppia circolazione monetaria: la lira per gli scambi interni e l’euro per il commercio internazionale”.
Il leader della coalizione, proclamatosi urbi et urbi “europeista coinvinto” potrebbe avere qualche perplessità .
Forza Sud, forza Nord.
E contraddizione per contraddizione, qualche – legittima – domanda se la saranno posta i militanti di Grande Sud schierati, nella corazzata berlusconiana, al fianco della Lega Nord; partito che propone, in Lombardia, che il 75% delle tasse versate restino nel Paese di partenza.
E siccome il programma di Grande Sud risulta non pervenuto, non resta che affidarsi alle criptiche parole del suo leader spirituale, Gianfranco Miccichè: “Essere presenti in coalizione con la Lega Nord è una sorta di “garanzia” per il Sud”. No aclares que oscurece, recita un vecchio adagio in Sudamerica. Detto di difficile traduzione. Qui, più prosaicamente, qualcuno direbbe: “Meglio tacere”.
Oro! Oro!
Ma il capitolo monetario non si esaurisce con il tema euro.
E’ sempre Giampiero Samorì a rispolverare un grande classico delle campagne elettorali.
La vendita delle riserve auree per un valore di 250 miliardi di euro allo scopo di abbattere lo stock di debito pubblico.
Un vecchio tabù, quello dell’oro di Stato.
Quando lo propose Prodi, nel 2007, fu l’allora Casa delle Libertà a tuonare contro l’ex commissario parlando di “saccheggio di Stato” .
Samorì in realtà torna alle origini, perchè tra i primi a mettere in campo quest’ipotesi fu nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oggi alleato di coalzione. E il cerchio si chiude
Rebus patrimoniale.
Confusione piena, poi sul tema patrimoniale, vero e proprio “uomo nero” del leader della Coalizione Silvio Berlusconi, che ha ribadito in tutti gli angoli dell’etere di esservi assolutamente contrario.
Favorevoli nell’era pre Monti, oggi sia Francesco Storace sia Guido Crosetto e Giorgia Meloni non si sbilanciano più, guardandosi bene dal rievocare in campagna elettorale qualsiasi riferimento all’imposta sui patrimoni.
E il tema, va detto, è diventato impopolare anche a sinistra.
Tutti d’accordo allora? Neanche per idea.
Nel Centrodestra è ancora Samorì a rompere le uova nel paniere, proponendo “una ragionevole imposta patrimoniale sugli extra ricchi, a carico di coloro con patrimonio finanziario, mobiliare e immobiliare netto, complessivamente superiore ad euro 10.000.000”.
E Silvio, che dice?
(da “Huffington Post”)
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Febbraio 18th, 2013 Riccardo Fucile
DISPOSTO A CONFRONTO ESCLUSIVAMENTE CON BERSANI, PERCHE’ “SOLO I PRIMI DUE PARTITI DEVONO ANDARE UN TV”… MA ALLORA CON BERSANI INVITINO GRILLO, LUI CHE C’ENTRA?
È di nuovo il tema del confronto tv ad incendiare gli ultimi giorni di campagna elettorale.
Il Pdl attacca la Rai: “Al direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, che si fa portavoce di Monti proponendo formalmente, attraverso il dottor Vespa, un confronto televisivo a tre, e si fa anche portavoce, in seconda istanza, di Bersani per un confronto non più a tre ma a sei, rispondiamo: perchè il dottor Gubitosi non prende in considerazione anche la proposta più volte avanzata invano dal presidente Berlusconi per un confronto faccia a faccia tra i due esponenti delle uniche coalizioni che hanno la possibilità di vincere queste elezioni, come avviene nelle democrazie occidentali più avanzate?” si legge in una nota del portavoce di Berlusconi e membro di commissione vigilanza della Rai, Paolo Bonaiuti.
Sulla necessità di un confronto tv tra le forze in campo, ritenuto un dovere di tutte le democrazie mature, è tornato anche oggi Mario Monti, mentre Berlusconi declina l’nvito di chi non reputa un avversario temibile.
Poi, dicendosi convinto della vittoria al conduttore Fulvio Giuliani, che gli chiedeva quale, tra i suoi rivali politici, sia più meritevole di stima, ha risposto: “Mi sa che andiamo molto male. Nessuno può paragonarsi a me per capacità e inventiva”.
Lega.
Silvio Berlusconi alla platea di Confindustria a Monza ha voluto spiegare che se vincerà le elezioni il suo governo potrà fare molte cose e che se la Lega facesse difficoltà , si potrebbero far cadere le tre Giunte di Veneto, Piemonte e, in caso di vittoria al Pirellone, Lombardia, che hanno un presidente leghista.
“Potremmo far cadere le Giunte delle tre Regioni – ha spiegato – se ci fossero difficoltà al governo e quindi credo che avremmo mano libera”.
Un botta e risposta a distanza continuo, quello tra il premier e il Cavaliere: Mario Monti, ribattendo a Berlusconi, che lo ha accusato di essere un “professorino che non capisce l’economia e la guarda dal buco della serratura”, ha detto: “Di economica ne ho praticata meno di lui, perchè non sono imprenditore, ma ne ho vista enormemente più di lui anche attraverso meccanismi della concorrenza che lui forse ama meno”
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