Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
FIORONI: “DANNO BUONI CONSIGLI QUELLI CHE HANNO SMESSO DA POCO DI DARE CATTIVI ESEMPI”
Come spesso capita nel centrosinistra, è l’ex dc Beppe Fioroni, ala cattolica del Pd, a sviscerare il
vero nodo della nuova guerra tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Fioroni cita Fabrizio De Andrè e dice: “La linea di Matteo? Come cantava De Andrè ‘danno buoni consigli quelli che hanno smesso da poco di dare cattivi esempi’. Cercare di far saltare la scelta di un presidente condiviso con diktat come ‘o governissimo o voto’, tirare sempre l’idea dell’inciucio è un atteggiamento irresponsabile, se questa fosse la tentazione”.
Il senso è questo: le ultime uscite del sindaco di Firenze, prima “la politica sta perdendo tempo”, poi “accordo con il Pdl o voto subito, basta con umiliazioni dai grillini”, vengono decifrate da bersaniani e non come il tentativo di Renzi di entrare a piedi uniti nella trattativa tra il segretario e Berlusconi per un nome condiviso al Quirinale.
Non a caso, il timing della sua offensiva è stato calcolato dopo l’apertura del leader democrat al Cavaliere sulla successione a Giorgio Napolitano.
Il Rottamatore vuol contare in questa partita e si fa anche l’ipotesi che possa far parte dei grandi elettori toscani e guidare la sua pattuglia di cinquanta parlamentari nelle votazioni che cominceranno il 18 aprile.
Cinquanta teste che potrebbero amputare la minaccia bersaniana di far eleggere, dal quarto scrutinio in poi, il capo dello Stato “da una sola parte”, cioè il centrosinistra. Non solo.
L’ansia un po’ scomposta di Renzi, che ha pure causato la reazione furibonda di Napolitano sulla perdita di tempo, “non è vero” ha replicato il presidente della Repubblica, l’ansia, dicevamo, trova una ragione anche nella strategia del segretario del Pd.
In pratica, Bersani non molla e punta ancora al governo di minoranza e con un nuovo capo dello Stato, non più in semestre bianco come Napolitano e con pieni poteri di scioglimento del Parlamento, è convinto di farcela.
In questo modo, al prossimo giro di consultazioni, con la pistola dello scioglimento anticipato sul tavolo, verranno fuori bluff e timori degli altri partiti.
Il fidatissimo Davide Zoggia lo spiega apertamente: “Noi siamo molto fiduciosi sulla possibilità che nasca il governo del cambiamento”.
Zoggia sconfessa e massacra Renzi, e con lui tanti altri bersaniani che paragonano sic et simpliciter il sindaco di Firenze al Cavaliere.
Dice: “Berlusconi ripete ossessivamente che o si va col Pdl o si va al voto. Se Renzi si vuole accomodare e fare il governo con il Pdl non è la linea scelta dal partito”.
La linea di frattura nel Pd, apertasi con lo scontro alle primarie, dipende quindi dal grande gioco del Quirinale.
E se davvero Bersani dovesse varare il suo esecutivo di minoranza, l’onere della tanto evocata scissione, ipotesi di nuovo gettonatissima, toccherebbe a Renzi, il quale ha puntato le sue fiches sul voto anticipato nella finestra estiva, tra fine giugno e inizio luglio.
Gli scenari che ruotano attorno a lui sono diversi e in ogni caso i fedelissimi del segretario del Pd dicono: “Se va via, prenderebbe la metà dei voti che invece avrebbe con il centrosinistra”.
Viceversa, se a perdere sarà Bersani, la guerra condurrà all’implosione del Pd.
Alcune componenti, tipo i “giovani tuchi”, considerano impossibile la convivenza con Renzi nello stesso partito.
Ma per delineare un quadro più realistico è necessario appunto attendere la partita per il Colle.
Ieri Bersani ha visto Monti per affrontare la questione del metodo sul nome condiviso. Il leader democrat avrebbe avuto anche la sensazione che l’attuale premier non abbia del tutto abbandonato il sogno di andare al Quirinale (promessa che lo stesso Bersani fece a Monti qualora fosse rimasto riserva della Repubblica senza salire in politica). La prossima settimana dovrebbe poi esserci l’atteso faccia a faccia con il Cavaliere. Stando ai boatos bipartisan, il candidato più quotato al momento resta Franco Marini, altro cattolico del Pd e che l’ex ministro berlusconiano Rotondi voterebbe sin dal primo scrutinio.
Poi il solito Amato. Quasi nulle, invece, le speranze per D’Alema, il cui nome viene fatto a ripetizione per bruciarlo.
Bersani assicura che adesso ricercherà solo il metodo.
Per i nomi c’è tempo.
Anche perchè, ha confidato, “bisognerà tenere conto della nuova fase del paese”
.È il metodo Grasso, che potrebbe portare ovunque.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
E IL CAVALIERE INCASSA DA ONIDA UN REGALO INSPERATO
«Sarebbe bene che quelle inutili commissioni finiscano qui». La stizza iniziale provata da Berlusconi quando gli leggono le parole rubate al presidente della Consulta Onida, si trasforma in pochi minuti in soddisfazione.
L’incidente diventa per il Cavaliere la miccia da far detonare nelle prossime ore e riappropriarsi del pallino di un gioco che di giorno in giorno per lui si fa sempre più rischioso, su governo e Quirinale.
«Questa storia dei saggi è bene che si chiuda, anche per il bene del presidente Napolitano: gli hanno fatto fare una figuraccia, ora si tratta di salvaguardare l’onore e l’autorevolezza del capo dello Stato», è lo sfogo raccolto da chi ha parlato con il leader Pdl, blindato nel bunker di Arcore in vista della battaglia dei prossimi giorni. Sul Colle l’imbarazzo e la irritazione per quanto avvenuto è palpabile.
Ma nessuno lassù intende darla vinta ai disfattisti della prima ora, a chi aveva sparato a zero sull’operazione fin dall’inizio.
Ecco perchè Onida, nonostante le forti tentazioni, resterà al suo posto.
La prima persona che Berlusconi contatta, dopo aver letto le agenzie di stampa che ricostruiscono la vicenda, è Gaetano Quagliariello, il senatore che in rappresentanza del Pdl siede nella commissione sulle riforme.
Organismo che proprio in quelle ore – siamo a metà pomeriggio – è in piena attività nella sede di Palazzo Sant’Andrea, a due passi dal Quirinale.
Quagliariello rientra in commissione dopo la telefonata con il Cavaliere e apre il caso. Comunica ai colleghi che i lavori non possono più continuare senza un chiarimento. Gli occhi di tutti virano sul presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, lì presente.
Sua, poche ore prima, la sortita in radio che spalanca un Grand Canyon, commissione «inutile», Berlusconi meglio se «in pensione».
Luciano Violante e Mario Mauro si dicono d’accordo col collega, la tensione sale.
I lavori restano congelati per ore, poi tutto è rinviato ad oggi.
Anche perchè nel frattempo il presidente della Consulta prende la parola, si scusa, racconta dell’incidente, della sua «ingenuità ».
Ma le scuse a porte chiuse non bastano, gli fa presente Quagliariello.
Occorre un gesto pubblico. Onida va oltre il mea culpa, ormai ha deciso.
Chiama il capo dello Stato Napolitano e notifica la sua intenzione di lasciare, di dimettersi.
Per la commissione dei saggi equivarrebbe alla discesa del sipario, con la perdita del pezzo pregiato.
«È il momento della responsabilità » taglia corto invece il presidente della Repubblica impedendo la defezione.
Ma non finisce qui.
Quagliariello chiede e ottiene proprio dal capo dello Stato un incontro chiarificatore per questa mattina.
Per porre anche sul suo tavolo il caso «politico», chiedere – come d’intesa con Berlusconi – se possibile ancora andare avanti così, col rischio delegittimazione.
Il Cavaliere non vuole indossare i panni di colui che stacca la spina, ma nei fatti è l’obiettivo che si prefigge: senza perdere altro tempo, preferisce trattare direttamente con Bersani, senza saggi.
È sera, dirigenti e parlamentari Pdl sparano a pallettoni contro le commissioni, fino a decretarne, coi falchi Brunetta e Santanchè, «la fine ridicola».
E ai berlusconiani che contattano Quagliariello per chiedere perchè non si dimetta, lui risponde a tutti: «Sono più amareggiato di voi e se Berlusconi dice di dimettermi, lo faccio in un nanosecondo, sono in contatto con lui, se mi avesse chiesto di farlo lo avrei già fatto».
Ma l’operazione che ha in mente il leader Pdl è delicata, più sottile.
Spera sia Napolitano a prendere atto e a trarre le conseguenze sciogliendo i saggi.
Il Colle tuttavia non lo farà e la respinta delle dimissioni di Onida ne sono la conferma.
Berlusconi intanto non metterà piede a Roma per questa settimana e, contrariamente alle voci rincorse su un possibile incontro ravvicinato con il segretario Pd Bersani, per il momento non risulta nulla in agenda.
Tutto rinviato alla prossima settimana.
Sebbene le trattative sotto traccia proseguono, gli ambasciatori da una parte e dall’altra continuano a tenere i contatti, a sondare possibili soluzioni.
Il leader Pdl dove aver letto le uscite di Matteo Renzi è convinto di avere un freccia in più al suo arco, di poter indurre a più miti consigli Bersani e i suoi, ora che «il sindaco di Firenze rilascia le stesse dichiarazioni che potrei rilasciare io».
Tutto appare immobile mentre i Verdini e i Letta continuano a trattare.
«Continuiamo a dimostrare senso di responsabilità e non entriamo nei problemi del Pd» taglia corto Paolo Bonaiuti.
Ma è proprio sulla frattura in campo democratico che puntano e parecchio.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRIMO TENTATIVO SARA’ PERO’ QUELLO DI PROVARE A COINVOLGERE IL PDL NELLA SCELTA… EMERGONO I NOMI DELLA BONINO E DI CACCIARI
Parte la trattativa sul Quirinale. 
Ieri il faccia a faccia tra Bersani e Monti, lunedì (forse) quello con Berlusconi «in campo neutro», ovvero in Parlamento.
Il segretario del Pd non rinuncerà a chiedere udienza anche a Grillo.
Per quasi due ore Pierluigi Bersani e Mario Monti siedono uno di fronte all’altro nello studio del premier a palazzo Chigi.
Era da tempo che non accadeva e l’atmosfera è rilassata. «Quasi di connivenza », scherza chi ha assistito almeno a parte della conversazione. Si parla di tutto, ma il tema vero è ovviamente il Quirinale.
E tra i due leader si arriva a siglare un vero e proprio «patto di consultazione » in vista delle prossime mosse.
In sostanza ora centrosinistra e Scelta Civica marceranno insieme, potendo così arrivare a un pacchetto di 570 grandi elettori, sufficienti dopo il terzo scrutinio a portare al Colle un loro candidato.
E tuttavia «il metodo» che Monti e Bersani condividono è un altro: «Cercheremo convergenze ampie ».
Significa che, almeno all’inizio, si farà un tentativo di coinvolgimento del centrodestra.
«Nonostante i continui attacchi che ricevo da personaggi come Brunetta e Gasparri – spiega il premier – dobbiamo sforzarci di procedere in una logica di inclusione».
Un discorso che, per Monti, dovrebbe valere anche per il dopo, ovvero per il governo. Ma su questo punto le strategie dei due divergono e non si scostano dalle posizioni ormai fossilizzate da settimane.
E tuttavia anche sul Quirinale la disponibilità al dialogo espressa dal segretario del Pd incontra alcuni limiti.
A Monti Bersani anticipa infatti che la trattativa con Berlusconi «va portata avanti, ma su un nome potabile».
Potrà pur essere «un moderato», ma senza farsi dettare condizioni dal Pdl.
«Tocca a noi avanzare una proposta – ripete il leader Pd – , ovviamente in “cooperativa” con voi di Scelta Civica ».
Di nomi si è parlato eccome, ma i due leader hanno avuto l’accortezza di appartarsi da soli.
Alla fine l’identikit che ne esce, così come viene riferito agli uomini del Nazareno è quello di una personalità «rigorosa», ma che non sia «ostile, fino a prova contraria, nei confronti del Pdl».
Un profilo che si attaglia a molti dei candidati in pectore, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini fino a Luciano Violante e Pietro Grasso.
E proprio Grasso potrebbe rivelarsi utile, se non altro perchè la sua elezione al Colle libererebbe il posto da presidente del Senato per un esponente del Pdl (il “saggio” Quagliariello).
Se sul Quirinale l’intesa Monti-Bersani sembra solida, è quando si passa a discutere di quello che accadrà dopo che le strategie non coincidono più.
Il premier infatti ribadisce che anche per il governo l’unica soluzione è quella di un pieno coinvolgimento del Pdl.
Mentre il segretario Pd resta scettico.
«Ma scusa – è lo sfogo che viene riproposto a Monti – l’esperienza con Berlusconi l’abbiamo pagata sia io che te alla elezioni e non abbiamo risolto niente. Avremmo dovuto cambiare l’Italia e invece, per colpa del Pdl, siamo rimasti fermi. Io non mi ci voglio più trovare in una situazione in cui non solo non si cambia nulla ma alla fine il Cavaliere ti lascia sempre con il cerino in mano».
A difendere questa frontiera, quella del governo del “cambiamento”, Bersani non è solo.
Anche Sel a un governo con Berlusconi non ci starebbe mai.
Per questo, secondo Nichi Vendola, già dall’elezione del successore di Napolitano sarebbe opportuno lasciar perdere le tentazioni delle larghe intese e riproporre invece il metodo Boldrini-Grasso.
Con un outsider, che scompagini i giochi e lanci un ponte verso i Cinquestelle.
«Con questi ragazzi di Grillo – confida Vendola in un Transatlantico deserto – noi ci parliamo. Molti di loro ci hanno votato in passato. Alcuni sono persino venuti da me a raccontarmi che avevano ricopiato le mie poesie sul diario ai tempi del liceo».
Certo, il leader di Sel è consapevole che nel Pd, dopo l’affondo di Renzi, è in corso un congresso sotto mentite spoglie.
E la partita del Quirinale rischia di spaccare definitivamente il partito.
«Ma come diceva Pasolini, “piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.
In queste due settimane siamo entrati in un’acceleratore che cambierà per sempre non solo il Pd ma tutta la politica italiana».
Vendola non è l’unico a prevedere lacerazioni tra i democratici.
Sul fronte opposto, quello che guarda alla larga coalizione con il centrodestra, anche Beppe Fioroni mette in guardia chi immagina candidati che possano risultare troppo «divisivi» e ostili pregiudizialmente al Pdl: «Un presidente condiviso sarebbe la prima vera riforma italiana. Ma un presidente da combattimento provocherebbe un Big Bang nel Pd dalle conseguenze micidiali».
Tra candidati che finiscono sott’acqua e altri che si affacciano, ieri è stata la giornata in cui un partito è venuto alla scoperto ufficialmente con una proposta: i socialisti di Riccardo Nencini, alleati del Pd, hanno riunito la Direzione votato Emma Bonino for president.
Sotto traccia si fanno altri nomi di outsider.
A sorpresa spunta quello del filosofo Massimo Cacciari, attento al fenomeno grillino.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
SONDAGGIO EMG: IL 20,5% APPOGGEREBBE UN GOVERNO BERSANI, UN ALTRO 20,5% UN ESECUTIVO DI LARGHE INTESE… SOLO IL 74,7% RIVOTEREBBE CINQUESTELLE, IL 21,6% NO
Di fronte all’attuale stallo politico, per gli elettori del M5S cosa dovrebbe fare il partito di Grillo?
Proporre un Presidente del Consiglio indipendente di alto profilo, nel 38,4% dei casi, appoggiare un governo Bersani (20,5%), favorire e dare la fiducia a un governo di larghe intese (20,5%), spingere per tornare al voto il prima possibile (20%).
E in caso di nuove elezioni?
A distanza di un mese e mezzo dai risultati elettorali di febbraio, il 74,7% dell’elettorato sondato da Emg rivoterebbe M5S; il 21,6%, no; mentre gli indecisi sono il 3,7%.
Difficile però che il risultato del sondaggio venga preso in considerazione da Grillo. Nei giorni scorsi sul suo blog è stato infatti pubblicato un post in cui si sottolineava che chi ha votato M5S sperando in un accordo col Pd, ha sbagliato voto.
Ma a quanto pare nella base elettorale cinquestelle la posizione di Grillo e Casaleggio sta portando il movimento in un vicolo cieco col rischio, in caso di elezioni a breve, di un forte ridimensionamento della sua rappresentanza parlamentare.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
OCCHI BENDATI ALLA META: I PARLAMENTARI CINQUESTELLE OGGI GIOCANO A MOSCA CIECA
L’appuntamento è alle nove e trenta di oggi, in piazzale Flaminio. 
La mail di convocazione — nebulosa e generica quanto basta — si limita a chiamare a raccolta le truppe parlamentari grilline.
Nella piazza romana tre pullman preleveranno deputati e senatori, ignari della destinazione finale, perchè ufficialmente solo gli autisti conoscono il percorso.
La meta dovrebbe comunque essere la periferia romana, forse i Castelli romani, di certo una località a portata di bus.
Tutti, naturalmente, sanno che giunti a destinazione saranno accolti da Beppe Grillo in persona. Toccherà al Fondatore strigliare la pattuglia, indicare la linea, placare animi inquieti.
E lanciare un messaggio semplice semplice che assomiglia a questo: «Se volete votare la fiducia, non è un problema. Ma sappiate che a quel punto io e Casaleggio ci ritiriamo a vita privata…».
Il movimento, provato dalla pressione mediatica fino al punto da sfiorare la sindrome d’accerchiamento, arriva sfibrato all’appuntamento con il leader.
Il malessere del fronte “trattativista” cresce. E i numeri sono quasi un dettaglio.
Tre, quattro senatori sono dati praticamente per persi, pronti a sostenere un eventuale governo Pd.
Una decina di deputati valutano l’outing.
E altri parlamentari meridionali di palazzo Madama sono pronti a reclamare una scossa, sollecitando il dialogo con i democratici a partire dal nodo legalitario.
Prenderà la parola Grillo. E chiederà ai dubbiosi di uscire allo scoperto, senza nascondersi.
E non è escluso che qualcuno decida di farlo.
Ma cercherà soprattutto di tranquillizzare chi non riesce a tenere a bada la pressione. «Sono ragazzi, bisogna aiutarli », ripete il leader da settimane.
I gruppi parlamentari, intanto, continuano a riunirsi senza sosta.
Ieri, dopo aver eletto in diretta streaming Elisa Bulgarelli e Luis Alberto Orellana vicecapigruppo al Senato, hanno messo a punto le squadre di lavoro per le commissioni.
Qualcuno ha anche contestato l’accentramento della comunicazione nelle mani di Claudio Messora.
Il portavoce sarà affiancato alla Camera da Nicola Biondo, in arrivo dall’Unità .
E, sempre sul fronte dei media, si è sfiorato anche il caso.
Tommaso Currò, uno dei pochi ad aver apertamente sfidato Grillo e pronto a traslocare al gruppo misto, ha rifiutato un’intervista ad “In mezz’ora” di Lucia Annunziata.
Una decisione assunta dal deputato e giunta al termine anche di un confronto interno.
Alla vigilia dell’atteso summit, Grillo è tornato ad attaccare la stampa sul blog.
Con un fotomontaggio, il leader ha mostrato una gigantesca antenna Rai, sulle cui parabole brillano le insegne di Pd, Pdl e Lista Monti.
«Una parte della popolazione italiana — ha scritto — vive in un gigantesco Truman show».
Segue la ricetta: «La Rai va rifondata e trasformata in un servizio pubblico sul modello della Bbc. Il M5S proporrà in Parlamento l’istituzione di un solo canale Rai, senza vincoli verso i partiti, senza pubblicità e la vendita dei rimanenti due canali ».
Ma non basta.
Il fondatore del movimento, in un’intervista registrata durante lo Tsunami tour, ha anche rivendicato il ruolo di “facilitatore”: «Dico le cose sul palco come politico da 20 anni: energia, rifiuti, wi-fi. Adesso sono diventate parte della politica che probabilmente andremo a proporre al governo».
Il guru Gianroberto Casaleggio, intanto, continua il suo viaggio tra gli imprenditori del Nord per illustrare le idee M5S per le imprese.
Ieri ha fatto tappa a Milano.
Tommaso Ciriaco
(da “la Repubblica”)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
IN BUS VERSO IL POSTO SEGRETATO
Primo deputato: «Ma che è, ci portano allo zoo comunale?».
Secondo deputato: «Bello, magari cantiamo pure “Dieci ragazze per noi, posson bastare”».
Senatore: «Ma ci andiamo bendati?».
Divertimento, ma anche sconcerto e ironia dolceamara per quella che si preannuncia come un’escursione a metà tra la scampagnata e la gita aziendale.
Stamattina un plotone di neoparlamentari a 5 Stelle si radunerà a piazzale Flaminio e salirà a bordo di un autobus (o forse più).
Direzione: ufficialmente ignota.
Nel senso che per evitare fughe di notizie, si è deciso di non rivelare a tutti il luogo dell’incontro con Beppe Grillo ma solo ad alcuni fidatissimi.
C’è chi dice i Castelli Romani, chi un hotel della periferia, chi L’Aquila.
Comunque sia, il grande capo, anzi il «facilitatore» (come si è definito), non vuole la stampa in giro.
Grillo (qualcuno prevede anche la presenza di Gianroberto Casaleggio) prenderà per primo la parola e, dopo il prevedibile monologo, porrà la fatidica domanda: «Qualcuno di voi non è d’accordo?».
Domanda non certo retorica, visto il clima di questi giorni.
Clima montato ad arte dalla stampa, lamentano molti parlamentari, infastiditi dalle voci di dissenso interno.
Eppure, dopo i timori iniziali, qualcuno comincia a prendere coraggio e a dire che così non va, che va bene la coerenza e il no al sistema dei partiti, ma tenere i voti in frigorifero alla lunga può congelarli per sempre.
Certo, la grande maggioranza rimane fedele alla linea e molti di quelli che vengono chiamati «dissidenti» sono in realtà parlamentari che non hanno intenzione di fare strappi.
Che però la fronda stia prendendo consistenza è noto anche ai vertici.
Tanto che è già partita la conta interna: sarebbero nove i parlamentari a rischio, pronti a votare la fiducia e a traslocare al gruppo misto.
Più ampia la fascia dei generici insoddisfatti dall’intransigenza, quota che oscilla tra i 30 e i 40 parlamentari, su 163.
Tra chi ha votato in dissenso sul no a Bersani c’erano i deputati Mimmo Pisano, Matteo Dall’Osso e Tommaso Currò. Al Senato Alessandra Bencini. Si sono astenuti i friuliani Walter Rizzetto e Aris Prodani.
Ma poi le posizioni minoritarie si sono allargate, sul caso Grasso e sulla questione della lista di candidati premier da presentare o meno (32 sì e 10 astenuti).
E così si sono aggiunte altre voci che chiedono più dialogo.
Tra gli altri Mara Mucci (che minaccia querele a chi la definisce «dissidente»), Giulia Sarti e Vittorio Ferraresi. Critici anche i senatori Giuseppe Vacciano, Francesco Campanella e Stefano Lucidi.
Tancredi Turco, giovane avvocato veneto, non si nasconde: «Ho votato sì alla lista dei nomi. Avevo proposto di creare un gruppo di lavoro, individuare le personalità e contattarle. Siamo ancora in tempo per farli questi nomi: metteremmo con le spalle al muro il Pd».
Alessandro Di Battista, invece, è entrato nell’assemblea convinto della necessità di fare dei nomi e ha cambiato idea: «Del resto il dubbio è rivoluzionario, no? Io credo che facciamo bene a dire di no, è anche un gesto di coraggio rifiutare posti di governo. Il dubbio però c’è: meglio un uovo oggi o una gallina domani?».
Currò è convinto della bontà dell’uovo subito.
Del resto, lo aveva già detto in assemblea, in un intervento applaudito da quattro o cinque deputati, nel gelo della sala.
Un solo collega si era alzato per stringergli la mano.
I senatori sono preoccupati e ieri il clima in Aula era tesissimo.
Qualcuno ha apostrofato in maniera poco civile cronisti accusati di eccesso di critica. Ma è anche la comunicazione interna, e tra loro il capo è Claudio Messora, ad essere sotto accusa: «Andiamo sui giornali solo per le presunte divisioni e non per quello che facciamo», dice un senatore.
Per mettere ordine, si è deciso di creare una squadra intermedia tra i senatori e l’ufficio di comunicazione: un gruppetto di quattro, Sara Paglini, Lello Ciampolillo, Nicola Morra e Monica Casaletto.
Ieri al Senato è stato anche il giorno delle nomine: sono stati eletti vicecapogruppo Elisa Bulgarelli e Luis Alberto Orellana, mentre il tesoriere è Sergio Puglia.
Sono stati presentati finalmente anche i primi progetti di legge: tre, depositati alla Camera da Roberta Lombardi, a cominciare da quello sull’abolizione dei rimborsi elettorali.
Al Senato, invece, si lavora per presentare una proposta sulla legge elettorale, che comprenda le indicazioni della vecchia campagna «Parlamento pulito».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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