Destra di Popolo.net

PER GRILLO “L’ITALIA BRUCIA” , MA STAVOLTA IL WEB SI RIBELLA: “E’ ANCHE COLPA TUA”

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

PIOVONO CRITICHE SUL BLOG: “NON STATE FACENDO NULLA”

Si prepara alle elezioni, Beppe Grillo.
A quelle del Friuli Venezia Giulia (sarà  in regione la settimana prossima per quattro giorni di comizi).
A Trieste, per dire, arriverà  in barca a vela da Grado.
Poi alle nazionali, con un post in cui attacca i partiti «cialtroni» che tengono in scacco il Parlamento «senza vergogna, mentre l’Italia brucia».
Partiti che — secondo il capo politico del Movimento 5 Stelle — sarebbero pronti alle elezioni anticipate pur di disinnescare l’azione dei grillini.
Le evoca lui, quindi, le urne. Peccato che a non credergli sia la sua stessa base.
Che sul blog è durissima.
Il titolo del post cita Tito Livio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur» (mentre Roma si consulta, Sagunto viene espugnata).
Qualcuno però ribatte subito: «Anche voi siete a Roma, tutti noi a Sagunto».
Oppure, come Carmela: «Dum factio consu-litur, Italia moritur» (mentre il Movimento si consulta, l’Italia muore).
Che nei giorni di Quirinarie un po’ così — 48mila aventi diritto, numero sconosciuto di votanti e nomi invisi a molti — è un’accusa che fa male.
Così come fa male se si pensa alle infinite assemblee dei parlamentari grillini, costretti a riunirsi per decidere qualsiasi cosa.
O alla capogruppo Roberta Lombardi che chiede alla Rete cosa fare per gli scontrini rubati.
«Il balletto dei partiti per non decidere nulla e mantenere posizioni di privilegio e di impunità  decennali continua, imperterrito», scrive Grillo. «Il Paese ha bisogno di leggi e di riforme, ma il Parlamento è paralizzato.
Lo è da anni, da quando i parlamentari sono diventati emanazione dei segretari di partito, e il governo legifera a colpi di decreti legge», continua. Poi affonda su Pdl e Pd: «Immaginatevi l’orrore di Maschera di Cera già  pronto per il museo di Madame Tussauds se venissero presentate una dopo l’altra leggi sulla ineleggibilità , sul conflitto di interessi, sulla corruzione. Si scioglierebbe insieme ai suoi alleati pdmenoellini».
Lamenta ancora una volta la non costituzione delle commissioni parlamentari, l’orologio fermo, i rimandi continui.
«Per disinnescare il M5S le Commissioni saranno istituite dopo l’elezione del presidente della Repubblica », il nuovo ciclo di consultazioni, la fiducia al nuovo governo.
«Poi, extrema ratio, per sicurezza, si potrebbero sciogliere le Camere e andare a nuove elezioni senza aver avviato alcuna riforma. L’economia non aspetta e per allora potremmo essere falliti».
La storia delle commissioni che possono funzionare senza un governo, però, non attacca.
Ieri a Brescia il capogruppo al Senato Vito Crimi e Tatiana Basilio sono stati «assaltati» — scrive la deputata sulla sua bacheca Facebook da persone che li accusavano di non aver fatto nulla, pur di non accordarsi col Pd.
Crimi ripeteva esausto: «Bersani e Berlusconi sono uguali. Gli otto punti sono fuffa », senza riuscire a convincere i suoi interlocutori.
In Rete è peggio. Giuseppe Malvagna, dopo aver dottamente spiegato il senso della frase di Tito Livio, chiede solo: «Beppe Grillo, non ti senti un po’ responsabile anche tu?»
E Armando Figliola, commentatore certificato di Lucera: «Continuo a non capire: l’Italia brucia e si continua a non far niente! Basterebbe formare un governo Pd-M5S: sarebbe un governo forte, durerebbe l’intera legislatura, si farebbero leggi giuste, Berlusconi andrebbe all’angolo».
Adriano da Torino: «Ma che gliene frega a questi se ormai va tutto a puttane, loro il ricco stipendio se lo prendono lo stesso».
Qualcuno invita a non mollare, a non mischiarsi con la casta, ma — nonostante la lotta ai “troll” continui, e le rimozioni dei commenti sgraditi anche — stavolta sono in molti a pensarla diversamente.
Fulvia P.: «Mentre la casa brucia c’è qualcuno che preferisce non mettersi a spegnere il fuoco perchè dovrebbe sporcarsi le mani».
Massimo I.: «Senza un governo è utopistico fare quelle cose perchè anche se si istituissero le commissioni non si saprebbe se c’è la copertura finanziaria».
Mario: «Ammettiamolo, non siamo in grado di governare e facciamo il tifo per l’inciucio. Siamo un movimento di protesta e non siamo propositivi. Mah, per me è una grossa delusione».
E Donato: «Nessuna alleanza con la vecchia politica, ma potevamo entrare dalla finestra, accordando una fiducia per poi presentare i nostri veti se il nostro programma non fosse attuato…l’occasione come questa appena avuta, non so se ci ricapita».
A metterla così sono in molti: «Quando ci ricapita?».
Altri, come Enzo, promettono solo: «Non vi rivoterò mai più».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)

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CINQUESTELLE IN PRESSING PER RODOTA’: “PUO’ SBLOCCARE TUTTO”

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

“SE STAVOLTA AZZECCHIAMO IL NOME POSSIAMO USCIRE DAL PANTANO IN CUI CI SIAMO CACCIATI”

Il lavorio va avanti sotto banco.
Fuori dai profili Facebook, lontano dalle telecamere, rigorosamente in diretta streaming spenta. Un pressing sotterraneo, perchè stavolta un clic ci salva la vita.
E quello da digitare oggi si chiama Stefano Rodotà .
L’uomo che può dare la seconda possibilità  al Movimento, quello a cui non potranno più dire no.
Il weekend, per i parlamentari grillini, non è stato dei più rilassanti.
Al rientro a casa hanno trovato tanta gente ad aspettarli, si. Ma non tutta di buon umore.
Lo scrive Beppe Grillo in persona: “Il Paese ha bisogno di leggi e di riforme, l’economia non aspetta” .
Lui dà  la colpa ai partiti immobili. Ma fuori è difficile spiegare cosa stai facendo tu, che sei seduto là  con loro.
Così, visti i risultati delle Quirinarie, ad alcuni parlamentari M5S si è accesa una lampadina: se stavolta azzecchiamo il nome, forse possiamo uscire dal pantano in cui ci siamo cacciati.
Quel nome, dicevamo, è Stefano Rodotà .
Ed è perfetto per tre ragioni.
La prima è che metterebbe nell’angolo il Pd: come farebbero i democratici a dire no a uno che è stato parlamentare con loro?
La seconda è che sarebbe lui, se vincesse, a dare un nuovo incarico per la formazione del governo: e come farebbero, i Cinque Stelle, a rifiutare il nome proposto dal presidente uscito dalle Quirinarie?
“Quel presidente — ragionano nel Movimento — ci può chiedere qualsiasi cosa”. Anche di sostenere un esecutivo targato Pd. La terza ragione è forse la più importante: Rodotà  (o al massimo, in seconda istanza, Gustavo Zagrebelsky) è l’unico che può evitare lo scenario più pericoloso: trovarsi a dover votare Prodi e spaccare il Movimento.
Già , perchè l’alternativa alla vittoria Rodotà /Zagrebelsky è una soltanto: che dal ballottaggio di oggi esca trionfatore Gino Strada, in pole position anche in un sondaggio “clandestino” aperto ieri su Facebook.
A quel punto le cose andrebbero in maniera totalmente diversa.
I Cinque Stelle in Aula voterebbero il loro candidato di bandiera fino alla terza votazione, poi, alla quarta, si troverebbero di fronte ad un nuovo caso Grasso: chi scegliere tra Prodi (se fosse questo il nome del centrosinistra) e un uomo gradito a Berlusconi?
Non ci sarebbe modo, spiegano, di consultare nuovamente gli attivisti: un altro round di Quirinarie richiederebbe tempo per essere organizzato e avrebbe anche dei costi non indifferenti. Sarebbero gli eletti in Parlamento, quindi, a riunirsi e a decidere.
E come è già  accaduto per l’elezione del presidente del Senato, deputati e senatori ne uscirebbero a pezzi.
Con l’aggravante di dover spiegare alla base che magari, nel segreto dell’urna, Romano Prodi (“l’artefice dell’ingresso nell’euro”, come lo chiama Claudio Messora) è diventato Capo dello Stato grazie ai voti di una minoranza di grillini.
Sabato, quando sono stati resi pubblici i risultati delle Quirinarie, molti eletti e attivisti sono rimasti sconcertati dai voti a Prodi e Bonino: “Sono entrati con percentuali ridicole” sostengono. Ma ci sono, e se dovessero essere riconfermati, dice il blogger/consulente Messora “non parlerò di tradimento”.
Però, per ricordare cos’è il grillismo, Messora ripubblica anche un vademecum stilato un anno fa.
Dice: “Un eletto del Movimento Cinque Stelle siede su una poltrona ma non conta niente e non decide niente: si limita a chiedere al Movimento qual è la sua posizione e attende. Il Movimento usa la rete, consulta le intelligenze al suo interno e formula la sua proposta. L’eletto esegue”.
È per questo, per evitare di uscire con le ossa rotte dalle elezioni che cominceranno giovedì, che alcuni deputati, ieri, hanno cominciato il lavorio.
Poichè gli aventi diritto al voto sono solo 48 mila (e non è nemmeno detto che tutti abbiano partecipato) si può dire che gli eletti li conoscano uno a uno.
Sono quelli con cui hanno fatto riunioni fino all’altro ieri, prima che il boom li spedisse a Roma. Ai banchetti e alle riunioni , questo weekend, hanno provato a convincerli che la strada Rodotà  è quella buona.
Non possono farlo pubblicamente — tranne rare eccezioni come Alberto Airola, Mara Mucci e Manlio Di Stefano — perchè tradirebbero il primo comandamento dei Cinque Stelle (il web è sovrano), ma sanno di avere un potere che stavolta può essere decisivo.
Prima di tutto per salvare loro stessi.
“Diciamo la verità  -confessano — Abbiamo molta più paura degli attivisti che di Grillo e Casaleggio”.

Paolo Zanca

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BERLUSCONI STOPPA LA TRATTATIVA: “UN SEGNALE DAL PD O NIENTE INCONTRO”

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

MA GLI SHERPA LAVORANO PER UN CONTATTO DOMANI SERA

Il day after delle piazze di lotta e di minaccia lascia spazio e tempo alla diplomazia sotto traccia dei pontieri di Pd e Pdl.
Ma a tre giorni dall’apertura dell’urna di Montecitorio per la scelta del capo dello Stato, la soluzione condivisa non c’è.
Per la verità , per tutto il giorno i contatti telefonici tra Letta, Alfano e Verdini, da una parte, Migliavacca, Errani, Enrico Letta, dall’altra hanno tessuto una trama sottile che ha tenuto in piedi le candidature di Franco Marini e di Anna Finocchiaro.
Proprio in chiave «conciliazione», con spiragli successivi per un governo delle riforme.
E questo, nonostante le chiusure di sabato di Bersani e il Berlusconi in versione campagna elettorale di Bari.
Tutto sembrava procedere in quella direzione finchè su trattative e dialogo non è piombata l’intervista al Tg5 di Matteo Renzi.
Per il sindaco di Firenze e la cinquantina di suoi grandi elettori in Parlamento non è lui il cattolico sul quale bisognerà  puntare.
E non è un mistero che i renziani, con i prodiani, tra oggi e domani usciranno più o meno allo scoperto per lanciare la corsa del Professore.
Tra i candidati di «pacificazione », se così stessero le cose, resterebbe in gioco Giuliano Amato e, dietro, Massimo D’Alema.
Prodi, ancora una volta, chiamato in causa, glissa giocando sull’ironia: «Non vorrei che si creasse un problema di emigrazione di massa, ma posso solo dire che nella cosiddetta corsa per il Quirinale non ci si iscrive e non ci si deve nemmeno pensare» risponde con chiara allusione a Berlusconi («Con lui, andiamocene tutti all’estero ») in un’intervista che andrà  in onda su Servizio pubblico, La7.
Che il quadro si faccia più complicato, Silvio Berlusconi lo aveva intuito già¡ sabato.
E segnali improntati al pessimismo li ha lasciati filtrare per tutto il giorno dal ritiro di Arcore, evitando anche il bagno di folla alla fiera del mobile di Rho.
«Si eleggano pure Prodi e allora andiamo dritti al voto e vedremo chi tornerà  a Palazzo Chigi », si è sfogato sabato sera sull’airbus privato al rientro dal capoluogo pugliese.
Ad ascoltarlo, al fianco della fidanzata Pascale, Lupi, Bonaiuti, Santanchè, Schifani, Capezzone, Maria Rosaria Rossi.
E «al voto, al voto» il Cavaliere ripeteva ancora ieri, con i dirigenti sentiti da Villa San Martino, galvanizzato dalla risposta di piazza di sabato.
Per il resto, scetticismo: «Se da Bersani non arrivano segnali concreti di apertura e disponibilità  al confronto sul nuovo presidente, allora per me l’incontro possiamo anche non farlo», è stato lo sfogo con alcuni fedelissimi.
Filtra anche l’intenzione di rientrare a Roma mercoledì, se nulla cambia.
Vorrebbe dire annullare il faccia a faccia. Ma è vero, come confermano da via del Nazareno, che non è stato ancora inserito in agenda.
Ma è altrettanto vero che il Cavaliere – nella lettura delle «colombe» Pdl – fa molta tattica.
Alza il tiro per stanare nelle ore decisive Bersani. Tant’è che chi è di casa a Palazzo Grazioli sostiene che il capo potrebbe rientrarvi nelle prossime 24 ore per incontrare il leader Pd magari già  domani sera o al più mercoledì.
Del resto, tutto vuole Berlusconi in queste ore fuorchè una rottura che porterebbe dritti all’elezione di un presidente «ostile».
E allora «il Pd ci fornisca una terna all’interno della quale scegliere», invoca un’ultima volta una fedelissima come Daniela Santanchè.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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LA LETTERA DI RENZI A “REPUBBLICA”: “NON BASTA ESSERE CATTOLICI PER IL COLLE, SERVE UN GARANTE PER TUTTI GLI ITALIANI”

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI FIRENZE BOCCIA MARINI E FINOCCHIARO…ATTACCO A BERSANI: “PENSA AI SUOI DESTINI PERSONALI”

Caro direttore,
nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l’espressione: “Ci vuole un Presidente cattolico”.
In particolar modo questa espressione viene richiamata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano a giustificare così la candidatura del proprio beniamino.
Non è questa la sede per pronunciarsi sulla possibile scelta.
Se la politica non avesse perso i legami con il territorio basterebbe una banalità : due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimè ottenuto) l’ennesima deroga allo Statuto del Pd.
Ma clamorosamente non è stato eletto.
Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell’unità  nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d’Abruzzo.
Dunque, non è il no a Marini – già  candidato quattordici anni fa – che mi spinge a riflettere sulla frase “Ci vuole un Presidente cattolico”.
Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese.
Faccio outing: sono cattolico, orgoglioso di esserlo e non mi vergogno del mio battesimo. Cerco, per quanto possibile, di vivere la fedeltà  al messaggio e ai valori di Cristo e – peccatore come tutti, più di tutti – vivo la mia fede davanti alla coscienza.
Nell’esperienza da Sindaco, naturalmente, agisco laicamente: ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo. Rappresento la città , tutta intera, non solo quelli con cui vado alla Messa la domenica. E sono tuttavia convinto che l’ispirazione religiosa, non solo cattolica non solo cristiana, possa essere molto utile alla società .
In queste ultime settimane la Chiesa Cattolica ha scelto (in tempi decisamente più rapidi della politica, ma questa è un’altra storia) una guida profondamente innovativa.
Papa Bergoglio sta rendendo ragione della speranza cristiana con gesti di altissimo valore simbolico e di rara bellezza. Muove e commuove il pontefice argentino, parlando al cuore dell’uomo del nostro tempo, con uno stile che regala emozione e suscita pensieri.
Francesco parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita. Questo, del resto, dovrebbe essere il Vangelo, la Buona Notizia.
I politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c’è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale.
Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità .
Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente. Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. P
er reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria confessione. Proprio ieri il Vangelo della domenica riportava l’entusiasmo di Pietro sulla barca incontro al suo Signore. Quanta bellezza, quanta umanità , quanto impeto.
Poi ti capita di tornare alla politique politicienne e trovi il candidato che si presenta in quanto cattolico, riducendo il messaggio di fede a un semplice chiavistello per entrare nelle stanze dei bottoni.
Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione. Non mi interessa che il prossimo presidente sia cattolico.
Per me può essere cristiano, ebreo, buddista, musulmano, agnostico, ateo.
Mi interessa che rappresenti l’Italia. Che sappia parlare all’estero. Che sia custode dell’unità  in un tempo di grandi divisioni. Che parli nelle scuole ai ragazzi. Che spieghi il senso dell’identità  in un mondo globale. Che non sia lì per accontentare qualcuno. Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. E che sappia dialogare, ascoltare, rispettare. Che sia al di sopra di ogni sospetto e al di là  di ogni paura.
Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici.
Chi rivendica spazio in nome della confessione religiosa tradisce se stesso. E strumentalizza la propria fede.
Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità : non si è cattolici perchè si vuole essere eletti, ma perchè si vuole essere felici.
C’è di mezzo la vita, che vale più della politica.
E il Quirinale non potrà  mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani

Matteo Renzi
(da “La Repubblica“)

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PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, VOTAZIONI AL BUIO: VETI INCROCIATI E ACCORDO LONTANO

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

SETTIMANA DECISIVA PER L’ELEZIONE DEL SUCCESSORE DI NAPOLITANO, MA NON EMERGE UN “NOME CONDIVISO”…MARTEDI’ NUOVO INCONTRO BERSANI-BERLUSCONI…PRODI E’ INVISO AL CAVALIERE, RODOTA’ PIACE AL M5S, LA FINOCCHIARO E’ BEN VISTA DALLA LEGA

E’ la settimana in cui si deciderà  come sarà  l’Italia non per i prossimi dieci mesi ma per i prossimi dieci anni.
Dipenderà  tutto dal nome del prossimo Capo dello Stato e se questo nome sarà  stato condiviso o meno dalle forze poltiche uscite dalle urne di febbraio.
Al momento, non c’è nulla di cui stare allegri.
I partiti sono su posizioni siderali gli uni dagli altri e persino il nome di Prodi, pronunciato con l’intento di bruciarlo da parte del Cavaliere a Bari, ha creato scosse telluriche pesantissime nel Pd.
Che tanto per cambiare si è dimostrato diviso persino sul fondatore dell’Ulivo.
In questo quadro di un paese in piena crisi politica ed economica andranno a votare (loro, i grandi elettori) per il nuovo Capo dello Stato quando saranno passati 54 giorni dalle elezioni di febbraio, senza che nel frattempo si sia mosso assolutamente nulla rispetto a quando siamo andati a votare noi per eleggere loro.
Ma, come sempre, tutto dipenderà  da un incontro nelle segrete stanze, quello di martedì prossimo tra Berlusconi e Bersani, l’ultimo prima che la Camera di riunisca in sessione speciale. In questi giorni gli sherpa dei due schieramenti si sono più volte confrontati, prima cercando — come voleva Berlusconi — di trovare un accordo sia sul Quirinale che sul governo, poi si è passati al parlare solo del nome del possibile successore di Napolitano.
E l’accordo è lontano pure qui.
Qualcuno sostiene che sia Berlusconi che Bersani hanno un nome che tengono coperto fino alla quarta votazione, per non bruciarlo.
Altri, forse più pragmaticamente, sostengono invece che si sta andando avanti a tentativi e che alla fine uscirà , come sempre, il meno peggio.
La tradizione non mente.
Rodotà , che piace ai grillini, è indigesto al centrodestra e non tutto il Pd lo voterebbe. Marini, che piace al centrodestra, nel Pd lo voterebbero solo i popolari e per i grillini sarebbe indigeribile.
La Finocchiaro la voterebbe solo il suo partito e la Lega; potrebbe anche farcela, ma il peso del rinvio a giudizio che pende sulla testa del marito, Melchiorre Fidelbo, per abuso d’ufficio e truffa aggravata rende praticamente impossibile una sua salita al Quirinale.
Insomma, dei nomi usciti fino ad oggi, tutti hanno qualche problema.
E siccome è quasi impossibile che Berlusconi e Bersani trovino una quadra su un nome solo, è probabile che si arrivi alla quarta votazione navigando a vista.
E a quel punto potrà  succedere di tutto.
Tanto per ricordarlo, in totale a eleggere il capo dello Stato saranno 1007 votanti: 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori), i quattro senatori a vita attuali e 58 delegati regionali.
Nei primi tre scrutini è necessaria la maggioranza di due terzi (671 voti) dei componenti dell’assemblea, mentre basta la maggioranza assoluta dei votanti, 504, dal quarto in poi.
L’elezione si svolgerà  a scrutinio segreto e senza che si possa dare, in aula prima del voto, pubblicità  dei nomi che ciascun gruppo intenderà  votare.
Tutto avverrà  nelle segrete stanze, consuetudine che, visti i tempi, sa veramente di muffa e di stantìo.
Ma proprio perchè la liturgia sarà  ancora questa e il dialogo potrebbe non cercarlo nessuno che, alla fine, dalle urne potrebbe uscire una sorpresa.
Brutta o bella lo si giudicherà  poi.
Ci sono ancora quattro giorni, comunque, tempo per trovare una quadra ci sarebbe, ma le possibili elezioni a breve rendono indisponibili le parti ad esporsi per il rischio d’essere accusate d’inciucio e puniti dall’elettorato.
Serve “che i partiti si facciano carico — diceva Napolitano fino a ieri — di senso di responsabilità  verso il Paese, serve un governo di larghe intese”.
Sarà  il prossimo Capo dello Stato a tirare le fila di questo nuovo, grottesco capitolo di storia politica del Paese.
E di sicuro, chiunque egli sia, tenterà  in ogni modo di dare un governo all’Italia, anche solo per poco tempo, per non essere immediatamente costretto a sciogliere le Camere che lo hanno eletto, condannandosi a un settennato di estrema debolezza politica.
Ma questo, comunque, si vedrà . Prima ci sarà  il voto di giovedì prossimo.
Che ancora una volta sarà  certamente molto combattuto. “A parte il caso di Cossiga — ha ricordato in una recente intervista il senatore a vita Emilio Colombo, che ha partecipato alla scelta degli ultimi Capi dello Stato —   tutte le elezioni sono state molto combattute a partire da quella di Luigi Einaudi che prevalse grazie a 17 franchi tiratori” su Carlo Sforza che era ”particolarmente libero nel rapporto con il gentil sesso”.
Tra le varie elezioni quella di Leone, del ’71, dopo 23 votazioni, quando ”scegliemmo tra lui e Moro con le primarie — ha ricordato ancora Colombo — riunimmo i gruppi parlamentari democristiani e chiedemmo di votare tra i due, impegnando tutti alla segretezza assoluta perchè non trapelasse l’immagine di un partito diviso: una volta scrutinata, ogni scheda veniva bruciata all’istante”.
Altri tempi, stessa musica di oggi.
Diverso senso dello Stato.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PRODI E BONINO: I RISULTATI DELLE “QUIRINARIE” FANNO PAURA AI GRILLINI

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

I SOLITI MISTERI:   NESSUNO HA COMUNICATO IL NUMERO DEI VOTANTI SUI 48.282 AVENTI DIRITTO

“Scusate, sono in vestaglia, senza barba fatta e spettinato, ma non riesco a non sfogarmi: sono a-l-l-i-b-i-t-o dalla scelta di questi dieci nomi, in particolare per Prodi e la Bonino. Non posso accettare che gli iscritti al Movimento li abbiano votati”.
I risultati delle Quirinarie sono pubblici da più di un’ora.
Ma Salvo Mandarà  non ha ancora smaltito la botta.
Così, di getto, accende la telecamera e manda in rete tutta la sua delusione. Mandarà  è stato l’ombra di Grillo durante la campagna elettorale, l’inventore de La Cosa, il pioniere dei ritrovi virtuali in hang out.
Tra una tappa e l’altra, lavava i piatti. E anche se lo Tsunami tour ha spento i motori da più di un mese, è interessante risalire su quel camper per capire dove va, il Movimento.
Ecco, nel giorno in cui le Quirinarie incoronano i dieci nomi papabili per il Colle, nelle ore in cui tutti sottolineano il fiuto politico di chi ha scelto Prodi e Bonino (prima e settimo, in ordine alfabetico), sul camper, i tre compagni di viaggio di Grillo, ingranano la retromarcia.
Mandarà  si è già  sfogato, l’autista, Walter Vezzoli, scrive “Gabanelli for President!”, mentre il genovese Fulvio Utique, factotum del tour, pubblica l’elenco degli “eletti”, ma al posto di Prodi, scrive “Topo Gigio”.
Il quartetto del camper, però, ormai è cresciuto.
Anche se è impossibile sapere di quanto.
Sul blog Grillo che gli aventi diritto al voto (iscritti al Movimento entro il 31 dicembre 2012 che hanno inviato il loro documento d’identità  entro il 31 marzo 2013) sono 48.282.
Ma il numero di chi davvero ha votato, nessuno lo dice.
Lo staff ha la consegna del silenzio assoluto, pure sull’ordine della classifica.
Perchè, se tra il camper e oggi ci sono di mezzo le elezioni, il fallimento di Bersani e i Cinque Stelle in trincea, il distacco tra i nomi è la vera incognita del futuro Colle e della presente legislatura.
Quanti hanno votato Prodi?
È lui, il nome del dialogo con il Pd, quello che più spaventa o galvanizza, a seconda delle inclinazioni, i sostenitori del Movimento.
Per la verità , di nomi che possano avvicinare grillini e democratici ce ne sono altri. Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà , perfino Emma Bonino.
È che solo i primi due garantirebbero ai Cinque Stelle di rivendicare una vittoria sul fronte della “purezza”, gli unici che consentirebbero al Movimento di dire che è stato il Pd a doversi “piegare” alle proposte del nuovo corso.
Per questo, anche fuori dal camper, i risultati delle Quirinarie fanno paura.
Grillo, annunciando l’apertura del voto on line, aveva chiesto nomi fuori dalla politica, senza incarichi istituzionali, lontani dalle “foglie di fico” come Pietro Grasso. Eppure, era stato lui stesso a strizzare l’occhio a Prodi, l’unico che “cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche”.
Quel nome c’è.
Ma gli eletti fanno a gara a dire che non l’hanno votato.
Potrebbero farlo dalla quarta votazione in poi (“Non ci sarebbero difficoltà  a convergere, visto che è stato espresso dalla base”, ha detto ieri Claudio Messora a InOnda), ma non possono dirlo sin da ora.
Così, in un giro di mail tra deputati e senatori, è partita l’operazione “pressing” in vista del ballottaggio di domani.
Dichiarazioni di voto che arrivino dritte ai 48 mila della base.
“La Bonino e Prodi sono espressioni tipiche della sinistra, la sinistra malinconica — scrive la deputata Giulia Di Vita, dimezzando la platea — Grillo è incandidabile. Dario Fo e Milena Gabanelli hanno già  detto di no in svariate occasioni”.
“Informatevi sulla Bonino e Prodi!”, insiste il vice-capogruppo Riccardo Nuti. “Lunedì prossimo scelgo di nuovo Milena Gabanelli”, dichiara il senatore Vito Petrocelli.
Sergio Puglia è disperato: “Aiuto! C’è anche Prodi e la Bonino! X favore votiamo altro!”.
Walter Rizzetto si diverte con i giochi di parole: “Perchè Ritorna Ostinatamente Diventando Inutile”.
Solo Aris Prodani confessa di aver votato Bonino.
E solo Giuseppe D’Ambrosio difende le scelte della Rete: “Vorrei avvisare tutti i tifosi del M5S (avete capito bene… parlo degli interni) che criticare i nomi usciti dalle Quirinarie, vuol dire che non si è capito nulla di quello che rappresentiamo”. L’ideologo Paolo Becchi non se ne fa una ragione: “Avrei preferito un secondo attacco hacker. Se il nuovo che avanza è Prodi siamo messi male, molto male”.

Paolo Zanca

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L’OCEANO IDEOLOGICO CHE DIVIDE BARCA E RENZI

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

LE DUE ANIME DEL PARTITO DEMOCRATICO

Faremmo un torto a Fabrizio Barca se leggessimo la «memoria» che ha messo in rete due giorni fa (Un partito nuovo per un buon governo) in modo affrettato e con gli occhiali della politica quotidiana.
Un torto di cui in parte lo stesso Barca è responsabile, perchè non si annuncia l’entrata in campo di una persona del suo prestigio e con la sua storia, in un momento di intensa turbolenza del Partito democratico.
E non si annuncia l’entrata in campo in un momento di crisi istituzionale così acuta, senza provocare la comprensibile attesa che il coinvolgimento nelle battaglie in corso sarà  immediato e in posizioni di vertice.
Sino ad arrivare alla conclusione che la «sinistra» del Pd ha finalmente trovato un campione che, per qualità  intellettuali, stima internazionale, età , estraneità  alle compromissioni politiche e agli errori del passato, possa stare a fronte del campione della «destra», Matteo Renzi.
Conclusione sbagliata?
Sicuramente è così nell’immediato: non c’era bisogno di attendere il (quasi) sostegno di Barca alla candidatura a presidente del Consiglio di Renzi per capire che non ci saranno primarie imminenti in cui Barca si contrapporrà  a Renzi, in cui il primo raccoglierà  le demoralizzate truppe bersaniane e le condurrà  allo scontro con il secondo.
Nel futuro staremo a vedere.
Il contrasto tra una linea socialdemocratica e una liberaldemocratica – sinistra e destra, in breve, se non si sottilizza troppo su questi termini – è endemico in tutti i grandi partiti della sinistra democratica europea: i due fratelli Miliband sono stati i campioni delle due linee nel Labour Party, ed Edward, sostenuto dai sindacati, ha battuto David, identificato con le politiche di Tony Blair.
Fatti salvi i diversi contesti, storie analoghe si possono raccontare per gli altri Paesi europei e sarebbe strano se non si ripetessero in Italia, anche se da noi la faccenda è complicata dal sovrapporsi di un’altra importante faglia di conflitto, quella tra laici e cattolici.
Lo si vede bene in questi giorni in cui è in gioco la presidenza della Repubblica.
Per la sua storia personale e per la concezione di partito che esprime nel suo scritto programmatico, Fabrizio Barca militerà  nella sinistra, in ogni caso dalla parte opposta di coloro che sono attratti da una «ideologia minimalista», espressione con la quale egli rigetta la fascinazione liberale che ha colpito tante parti della sinistra.
Ma la sua sarà  una strada difficile.
Un percorso che dovrà  superare, ancor prima degli ostacoli frapposti dai «liberal», quelli che gli frapporranno coloro con i quali andrà  a convivere, la stessa sinistra del partito.
Ad essi Barca propone un compito di difficoltà  estrema, quello di distaccarsi dalla comoda dipendenza dalle istituzioni pubbliche e dalle carriere che consentono, e di tornare – se mai ci sono stati – sul territorio, ad alimentare processi di partecipazione democratica ardui da costruire e faticosi da tenere in vita.
Processi indipendenti dallo Stato, strettamente legati alla società  civile, perchè solo in questo modo si possono indirizzare e correggere le politiche pubbliche e nello stesso tempo costruire e radicare una cultura critica e riformatrice.
La debolezza di questi processi, l’assenza di un partito che se ne facesse interprete convinto sono tra le cause del modesto esito delle politiche di sviluppo meridionale di cui Barca è stato l’artefice come capo del Dipartimento di sviluppo e coesione del ministero del Tesoro alla fine degli anni Novanta.
Così almeno egli ritiene.
Non sarà  facile convincere il partito, anche la sua componente «socialdemocratica», che questo è il modo in cui una genuina vocazione di sinistra può essere espressa: è molto meno faticoso tuonare contro l’assenza di spesa pubblica e di politiche keynesiane e contro il neo-liberismo imperante, ciò che sinora la sinistra si è limitata a fare.
E intanto adattarsi all’evoluzione (per Barca, una involuzione) dei partiti che la «democrazia del pubblico» ha prodotto (Bernard Manin, Principi del governo rappresentativo, il Mulino).
Di quelle innocue invettive e, in generale, di politiche macroeconomiche, non c’è traccia nella «memoria» di Barca.
Le politiche di mobilitazione che egli propone sono in gran parte a ridosso di interventi microeconomici, di sviluppo locale, quelli di cui ha trattato nell’eccellente rapporto redatto per la commissaria europea alle politiche regionali (A report for a reformed cohesion policy, un rapporto per una politica di coesione riformata, aprile 2009).
Interventi difficili e faticosi da gestire nel modo «deliberativo» che Barca giustamente auspica.
Ripeto di conseguenza che, prima ancora dei dubbi dei politologi e delle critiche dei «liberal», nella sua lunga strada attraverso il partito Barca dovrà  soprattutto combattere lo scetticismo dei suoi stessi compagni di corrente.

Michele Salvati
(da “il Corriere della Sera“)

argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »

LE CONFESSIONI DI UN DEPUTATO INUTILE

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

IN ATTESA CHE ACCADA QUALCOSA CHE GIUSTIFICHI LA TUA PRESENZA

Mentre siedi attonito nell’aula di Montecitorio continui a ripeterti che ci deve essere una lezione da imparare, da qualche parte.
Mentre misuri a grandi passi la lunghezza tennistica di quella meraviglia che è il Transatlantico, mentre la notte romana si dipana e si allunga vuota e non ti fa prender sonno, mentre sfrecci immobile verso Roma a velocità  superumana sui treni-pallottola, sai che la lezione da imparare devi sforzarti di riconoscerla, prima, e di accettarla, poi.
Ti raccomandi all’umiltà , ti costringi a fare uso della pazienza.
Chiami fuori dall’anima queste due amiche che conosci così poco, le vezzeggi, le lustri, le tieni sempre accanto a te.
Le eleggi a tue compagne, e diventano le due regine dell’esercito di certezze indimostrabili e invisibili su cui fai affidamento ogni giorno.
Ti sforzi di pensare che sia come un lavoro, quest’impegno politico che pure hai voluto fortemente abbracciare percorrendone ogni gradino, dalla candidatura alla campagna elettorale fino all’elezione; che sia degno e nobilissimo come e quanto il lavoro, ogni lavoro.
E continui a dirti che devi averne, e mostrare di averne, il massimo rispetto.
Delle sue regole, dei suoi tempi, dei suoi modi e, per quanto possa sembrarti difficile — questo forse si rivelerà  impossibile — persino di buona parte di coloro che ti ritrovi ad avere come colleghi.
Ti dici che non può essere così difficile.
Dopotutto, non è che uno sforzo intellettuale. Ne hai compiuti tanti, in vita tua. Sai come si fa.
Come dicono a Napoli, non sei nato imparato.
E torni col pensiero a quando, diciottenne, decidesti di affrontare l’Ulisse di Joyce, o ai giorni poco successivi in cui ti scontrasti con le prime quarantasette pagine di “Sotto il vulcano”, quelle che l’editore voleva a tutti i costi tagliare e Lowry voleva a tutti i costi tenere.
Ti accorgevi di non riuscire a seguire la scrittura di quei due grandi autori, e temevi di aver raggiunto il tuo limite, di non essere nemmeno all’altezza di leggere — lasciamo perdere capire e apprezzare — quelli che il mondo decretava capolavori assoluti. Dubitavi di te e delle tue ambizioni di lettore, e pensavi che sarebbe stata ben sciapa, e triste, una vita senza la gioia di poter amare i grandi romanzi.
Non l’accettasti, però, quel verdetto crudele. Ci volle tempo, e impegno, e umiltà , e pazienza, ma alla fine riuscisti a leggere quei capolavori, e forse, anche se a modo tuo, persino a capirli.
Come quasi sempre, nella vita, e per tutti, era più una questione di disciplina, che di capacità .
Sono questi i tuoi pensieri sgomenti mentre, come tutte le italiane e tutti gli italiani, vivi nello stallo. Nell’attesa.
Nello svolgersi di una serie di giorni vuoti e tutti uguali.
Nel bozzolo di una vita sospesa, fatta di tempo rubato a un futuro che bussa alle nostre porte cercando invano di farsi dare ascolto, e prima o poi le schianterà  e piomberà  addosso a noi e alle nostre figlie e ai nostri figli, e ci prenderà  per il bavero.
Se somigli a qualcosa, è un’automobile da corsa in folle, col motore che ruggisce al massimo numero di giri. Da giorni.
E cerchi disperatamente, appunto, di disciplinarti. Di non pensare che questa attesa, questo tempo oscenamente perso in attesa di poter fare qualcosa che possa dare un senso al tuo sconsiderato, coraggioso, infantile desiderio di poter essere utile al tuo paese candidandoti e facendoti eleggere in Parlamento, ecco, non sia che una misura — la prima, la più immediata e la più evidente — dell’impossibilità  di poter essere in qualche modo utile al tuo paese candidandoti e facendoti eleggere in Parlamento.
Ti dici che non è così. Non può essere così. E aspetti.

Edoardo Nesi
(deputato di Lista Civica)

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PRODI: “IO AL QUIRINALE?” NON SONO CANDIDATO, ANZI SONO FUORI”

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

IL PROFESSORE DRIBBLA ANCHE LA TURISTA: “VADA AL COLLE”… “LO DICE DA TEDESCA”

Professore, ha visto le “Quirinarie”? «Oggi ho visto solo la primavera…».
Anche i grillini la vogliono presidente… «È la prima giornata di primavera, ho guardato solo questo».
Romano Prodi non si fa tirar dentro nessuna rosa, neppure quella a dieci petali del voto online dei Cinquestelle.
Sta ripassando da casa, a Bologna, per un pernotto veloce: questa mattina sarà  già  in volo per Tunisi.
Inutile insistere ancora, «Quod dixi, dixi…E non ho detto nulla».
Qualche ora prima, a Lucca per una conferenza, con le agenzie che volevano sapere se accettasse la candidatura del popolo cinquestelle, era stato laconico: «Non ho nessuna candidatura al Quirinale, sto semplicemente a guardare».
E un’aggiunta: «Per il resto, io sono fuori».
Tre paroline che gettano scompiglio tra i suoi intimi, «ma come, Romano sta fuori? Che significa?», amici di vecchia data come Arturo Parisi telefonano, si informano, alla fine si rassicurano: il Professore vuol solo far capire che nessuno gli strapperà  una sola alzata di sopracciglio che possa essere interpretata come un’accettazione di candidatura, o peggio ancora un’autocandidatura.
Ci pensa Sandra Zampa, deputata e storica portavoce, a mettere i puntini sulle i: «Prima di tutto, per il Quirinale non sono previste candidature e quindi neppure quella del Professor Prodi è fra queste», spiega.
«Poi, da cinque anni Prodi è fuori dalla politica italiana, e passa la maggior parte del suo tempo in missione all’estero».
E dunque ecco, quell’essere-fuori dovrebbe voler dire soltanto “me ne sto un po’ lontano” dalla diplomazia che precede il conclave repubblicano, che è affare della politica. Infatti, il giorno stesso in cui le Camere riunite inizieranno a votare, lui sarà  di nuovo su un aereo, destinazione Bamako, missione dell’Onu nel martoriato Mali, insomma durante i primi scrutini lui non sarà  qui, ma lì.
Questo non significa certo che possa impedire il viceversa, ossia che tutti gli altri parlino di lui come quirinabile.
Nel bene e nel male. A Bari, Berlusconi gli scarica addosso i fischi della piazza, «Volete Prodi al Quirinale?» «Nooooo».
Sul Web, la sorpresa della sua inclusione nella decina dei candidabili del MoVimento è accolta da contrarietà  di molti grillini.
Proprio per questo, Prodi non ha nessuna intenzione di farsi mettere sull’altare o sul bersaglio, dove il tirassegno è già  partito, lo denuncia sempre Zampa, «gli attacchi dei giornali e delle televisioni che fanno capo al Cavaliere si intensificano man mano che si avvicina la data per l’elezione del Presidente».
Ma anche le aspettative crescono.
A Lucca, nel pomeriggio, è un vecchio amico toscano ad accoglierlo «Benvenuto al futuro presidente!», unica risposta un sorriso ironico e una botta sulla spalla col giornale arrotolato, poi è una turista a gridarglielo all’uscita dell’Auditorium intitolato, guarda tu, a San Romano: «Professore, faccia lei il presidente della Repubblica! Glielo dico anche se sono tedesca!», e questa volta Prodi non resiste alla battuta: «Lo dice proprio perchè è tedesca… ».
Ma a questo punto è il suo ex ministro Giovanni Maria Flick a sbarrare la strada ad ulteriori curiosità  o anche solo cenni d’augurio: «Signora, meno si dice meglio è, per scaramanzia…».

Michele Smargiassi
(da “La Repubblica“)

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